Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 4, 1957

Contenuto

Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 4, 1957
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: i gasometri di Eugenio Carmi
Seconda di copertina: un particolare del viadotto che conduce agli altiforni
Terza di copertina: gasometri
Illustrazioni interne di Riccardo Manzi

Sommario:
- Gli utili e l'azienda, p.1
- Parola d'ordine : qualità, p.3
- Storia del ferro dalle origini ai giorni nostri, p.10
- La scuola in stabilimento, p.15
Data testuale
1957 luglio - agosto
Estremi cronologici
luglio 1957 – agosto 1957
Consistenza
pp. 20
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Cornigliano S.p.A. (1948 - 1961)
Identificativo
PER.000342/4
Collocazione
Emeroteca
contenuto
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4 luglio - agosto 1957

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CORNIGLIANO

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CORNIGLIANO | sso

in copertina: i gasometri

2° di copertina: un particolare del viadotto
che conduce agli altiforni

3° di copertina: gasometri

CORNIGLIANO

Rivista bimestrale
d'informazione aziendale
della Cornigliano S.p.A.

inno I - n° 4 - luglio-agosto 1957

SOMMARIO
O Gli utili e l’azienda pag. 1
O Parola d'ordine: qualità » 3

O Storia del ferro dalle origini
ai giorni nostri » 1I0

O La scuola in stabilimento » 15

La riproduzione degli articoli è libera.
Si prega citare la fonte.

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n. 386 in data 28 febbraio 1957

Spedizione in abbon. postale - gr. IV
direttore responsabile: Arrigo Ortolani

segreteria di redazione:
Ufficio Stampa e Pubblicità
della Cornigliano

Piazza Dante 7 - Genova
telefono 580.434

copertina e impaginazione : Eugenio Carmi

ampa: AGIS - Stringa - Genova



Gli utili

e l'azienda



L'idea che un'azienda industriale non sia un campo cintato dentro il quale il datore dî
lavoro e î prestatori d'opera duellano senza posa intesi a darsi reciprocamente la morte, bensì
un'entità ben altrimenti complessa e ricca di positive possibilità, uno ‘spazio economico” nel
quale gli interessi delle due categorie, pur scontrandosi talvolta (il che è inevitabile e, in fin
dei conti, utile), non tendono per loro natura ad annientarsi a vicenda ma ad equilibrarsi fino



a trovare un punto dî incontro e di sostanziale armonia in un superiore interesse sociale ; que-
sta idea va facendosi strada con lentezza e fatica a causa dei molti pregiudizi che ingombra-
no il suo cammino ; e tuttavia ha fatto strac vata a farne. La struttura e
il carattere dell'industria moderna sono an o un soddisfacente
grado di chiarezza, di stabilità e di coerenz ta ed è tale da far
apparire già oggi superatissimo e mummific Stica assidua e di-
sperata nel quale în passato si credette di ric nico possibile punto
di sbocco della “civiltà delle macchine”. Cer. grande rivoluzione
industriale, era impossibile divinare la fisic avrebbe finito per
assumere ; ed era dunque del tutto naturale densò, che la grande
azienda moderna avrebbe conservato — i în proporzione del
suo stesso sviluppo dimensionale i dife caratteri antisociali
della piccola azienda antica, e che l’arbit virtù dell'accresciuta
potenza economica, sarebbe giunto @d atti: ny. oppressi (dipendenti
e consumatori) una reazione drammaticamente risolutiva.

Senonchè tali previsioni, che parvero confermate dai fatti in un primo tempo, in quella
che si potrebbe chiamare l’età della pietra dell'industrialismo, sono poi state smentite più ©
meno rapidamente e largamente dal successivo corso degli eventi. Mille e uno elementi — tutti
egualmente imprevedibili un secolo fa — hanno interferito nello sviluppo della grande industria,
progressivamente mutandone il volto e la funzione.

Basti pensare al frazionamento del capitale che derivò dal suo stesso enorme accrescimen-
to e che, suddividendo tra molti la proprietà, la privò del suo primitivo carattere ferreamente
unitario e personalistico. Basti pensare alla incisiva e costante azione correttiva esercitata
dal diffondersi dell'ideale democratico nel mondo e dalla lotta sindacale (là dove fu bene in-
tesa e condotta, come, ad esempio, in Inghilterra) sulla lettera e sullo spirito dei rapporti di
lavoro. Basti pensare agli effetti, veramente determinanti, che derivarono dalla visione
fattasi mecessariamente sempre più chiara ed ampia della funzione sociale dell'impresa ;
per cui non soltanto coercitivamente (interventi e controlli statali, di cui proprio gli Stati Uni-
ti, presunta mecca del liberismo, offrono oggi la più larga esemplificazione), ma anche per
spontanea evoluzione spirituale e morale, la proprietà industriale ha perduto brano a brano
gran parte di quel suo carattere esclusivistico ed egoistico grazie al quale, in tempi ormai lon-
tani, la fabbrica veniva posta sullo stesso piano di tutti gli altri beni personali, disponibili ad
libitum (oggi è addirittura inimmaginabile che î proprietari di una Ford, di una Westinghouse,
di una Fiat, di una Montecatini possano chiudere le rispettive aziende o ridurne sensibilmente
l’attività soltanto per il piacere — astrattamente legittimo — d'impiegare e godere in altra
forma i propri capitali).

Non spaventatevi : nom intendiamo scrivere un trattato di eco-
nomia politica. Ci limitiamo ad una semplice constatazione di fatto :
benchè non sempre e non dovunque, nè in misura uniforme, la proprietà
industriale è ormai soggetta ad imponenti limitazioni e controlli e sem-
pre più è condizionata da imperiose esigenze sociali che non si esauri-
scono nell’ambito della comunità operaia aziendale ma echeggiano spesso
interessi e necessità nazionali o addirittura sopranazionali ; sicchè il
vecchio cliché dell'azienda affidata al dispotico volere e piegata al-
l’egoistico tornaconto del capitalista troneggiante su una massa di
dipendenti sfruttati, indifesi, confinati all'umiliante limite dell’irre-
sponsabilità e obbligati, per sopravvivere, ad una lotta mortale
senza pause e senza esclusione di colpi, questo vecchio cliché non
riflette minimamente la realtà odierna ma un clima politico-morale
e una struttura sociale ed economica che dormirebbero da gran
tempo nell'ovattato silenzio di un museo se taluno, avendoli elevati
a dogmi e resi oggetto di culto, non si affaticasse a mantenerli în
vita con disperate operazioni alla Voronoff. Che se da codesto qua-
dro generico si vuol passare a riferimenti specifici, ecco subito risal-
tare le grandî aziende moderne qualunque sia la composizione del
loro capitale sociale e in particolare, in ragione della loro speciale
fisionomia, le aziende controllate dallo Stato come quelle IRI, nelle
quali la finalità economica non è più fatto esclusivo ma anche alle
finalità sociali viene data la giusta valutazione. Con tale azienda
l'impresa industriale preconizzata cent'anni fa ha tanto a che
vedere quanto una mummia della XVIII Dinastia con colui che
ci sta leggendo.

E ancora, è proprio la “Cornigliano” che può essere addotta
a testimonianza della tendenza che abbiamo indicato. Nessun inte-
resse particolaristico ha certo influito sulla sua nascita, che fu deter-
minata soltanto dalla meditata volontà di dotare finalmente l'Italia
di una efficiente industria-base, senza la quale molte fra le principali
altre industrie avebbero continuato a vivere di vita incerta e alla
mercè della concorrenza straniera ; tutto, quindi, fuorchè il calcolo
egoistico, tutto fuorchè la speculazione personale.

In piena coerenza con il modo e con gli scopi della sua nascita
e della sua azione economica, la nostra Azienda ha adottato nel
trattamento dei suoi dipendenti moderni criteri tendenti ad elevare
nella maggior misura possibile non soltanto il loro tenore di vita ma
anche e soprattutto la loro posizione morale.

Si può dire in conclusione, senza paura di poter essere smentiti,
che l'azienda si propone due scopi: 1) lo sviluppo su basi sane ed
economiche di quell'amplissimo settore dell'industria italiana la cui
attività si fonda, direttamente o indirettamente, sulla lavorazione
dei laminati piatti d'acciaio; 2) il benessere, inteso in senso
non soltanto viscerale, dei suoi lavoratori. Questi due scopi e
nessun altro.

Il vecchio, tradizionale cliché ottocentesco appare, a questo
punto, piuttosto lontano, piuttosto sbiadito. E sembra del tutto na-
turale aspettarsi che, a una così diversa situazione, corrisponda da
parte dei lavoratori un atteggiamento del tutto nuovo.

Che cosa chiediamo ad essi? Non certo la collaborazione, che vie-
ne già offerta senza riserve. E nemmeno la buona volontà, la disciplina,
lo spirito di sacrificio : tutte cose che non gli sono mai mancate. Non
questo : piuttosto (cosa meno costosa ma, in certo senso, più ardua) lo
sforzo di avvicinarsi di più all'azienda, d’esserle maggiormente legati
sentimentalmente e mentalmente di quel tanto che basta a sentirla dî più
come cosa loro, a viverne con disarmata immediatezza la vita, a mi-
surare le sue vicende quotidiane, piccole 0 grandi, con lo stesso metro
con cui misurano î propri fatti personali, a valutarne le esigenze e
le ragioni come valutano le proprie ; insomma, a fare corpo con essa
in quel modo schietto, incondizionato e totale che non è, badate, ser-
vilismo ma esattamente il suo contrario : un atto di assoluta compren-
sione che può essere frutto soltanto di un'assoluta libertà di coscienza
e d'intelletto.

Sembrano frasi retoriche, lo so: ma dentro e oltre le parole
se ci pensate bene, c'è una realtà ben concreta, una precisa “posizio-

ne’ morale e intellettiva, che non si può raggiungere e conquistare
senza aver prima sacrificato tutto un corredo di preconcetti, di formule

da lungo tempo assimilate, di cristallizzazioni mnemoniche, di abitu-
dini mentali : di tutto ciò, insomma, di cui è più scomodo e difficile
liberarsi.

Non manca ad alcuno, dicevamo, la volontà di collaborare ;
ma fate un attento esame dî coscienza e vedete se sotto sotto, în qual-
che remoto ambulacro del vostro spirito, non si nasconda, per caso,
una certa residua diffidenza, un sospetto magari attenuato e indi-
stinto, ma caparbiamente vigile e presente, nei confronti dell'azienda.
È il cliché, il vecchio cliché ottocentesco dell’azienda-nemica, dell’a-
sienda-galera, che ha impresso il suo segno in voi. Senza liberarsi
di queste vecchie e tenaci stratificazioni mentali non si arriva alla
piena, fiduciosa, intrinseca dimestichezza con la fabbrica, con la sua
vita, coi suoi problemi. E liberarsene costa fatica : bisogna esaminare
e valutare i fatti con totale libertà di spirito, con limpida lealtà e
obiettività ; e se i fatti sono tali da smentire i luoghi comuni
e smantellare le comode convinzioni prefabbricate che tutti, chi più
chi meno, abbiamo ‘accumulato dentro di noî — prenderne corag-
giosamente atto ed accogliere liberamente una realtà nuova.

Per chi sarà riuscito ad affrontare questa fatica, assumeranno
un significato singolarmente importante le fotografie che pubblichiamo
ormai per consuetudîne in ogni numero di questa Rivista e che mostra-
no macchinari dello stabilimento, precisando, come dicono le didasca-
lie, il loro costo totale e il loro costo (in oneri più ammortamento ecc.)
per ogni ora che passa, Sotto l’azione narcotizzante dei preconcetti,
questo peso ci lascierà perfettamente indifferenti, come destinato ad
altre spalle; ma, liberi da tale azione, lo sentiremo gravare su noi
stessi in quanto siamo e sappiamo di essere parte viva, elemento at-
tivo e corresponsabile della vita aziendale,

La collaborazione, vedete, non è un semplice atto di rassegnata
“buona volontà” : è prima di tutto una leale e decisa assunzione dî
responsabilità. Dipende da ciascuno di noi se la spesa fatta per l'ac-
quisto di quel macchinario risulterà, o meno, produttiva, se il suo
rendimento riuscirà a sopravanzarne il costo: dipende dal modo in
cui la sappiamo adoperare, dall'intensità e razionalità del suo sfrut-
tamento, dalla maggiore o minore usura cui la sottoponiamo, dalla
conoscenza più o meno approfondita che ne abbiamo acquisita. Di-
pende da noi. E il risultato, positivo 0 negativo che sia, si riverbera
sull'azienda che è cosa nostra, fondamento della nostra vita presente,
garanzia del futuro nostro e dei nostri figli. Ogni nostra azione, per
insignificante che possa apparire, è un fatto economico che direttamen-
te contribuisce alla prosperità o alla decadenza dell'azienda, cioè
alla nostra personale prosperità o decadenza.

È cosa essenziale per noi che l'azienda prosperi, che il rendimento
economico dei suoi macchinari superi largamente il loro costo e il
valore degli oneri correlativi ; è una cosa essenziale che il bilancio
aziendale sia attivo e registri il maggior margine possibile di utile.

Questo degli utili, lo so bene, è uno degli scogli più acuminati e
duri. Che cosa sono, infatti, gli utili se non l'equivalente dello sfrut-
tamento ‘dell’uomo sull’uomo”, che va ad impinguare la cassa priva-
ta del capitalista? Il vecchio cliché non lascia dubbi in proposito, è di
una chiarezza cristallina.

Ebbene, bisogna arrivare a sbriciolarlo e a distruggerlo. In una
azienda nata per servire l’intera comunità degli italiani, gli utili
non impinguano nessuno ma non pertanto sono indispensabili : ser-
vono a compensare l'inevitabile usura degli impianti, servono a ri-
munerare il capitale impiegato nella costruzione dello stabilimento e
che nessuno a/ mondo dà gratis, per i begli occhi nostri ; servono, se
possibile, ad elevare le paghe e a svolgere una politica sociale di
più ampio respiro ; servono infine (il che è di fondamentale impor-
tanza) a realizzare quel continuo aggiornamento e rinnovo degli
impianti senza il quale la fabbrica invecchierebbe fino a restar
sommersa dalla crescente marea della concorrenza.

Nonostante e contro il “dogma” insito nel vecchio cliché otto-
centesco, l'utile ha da esserci e occorre far di tutto perchè sia il più
abbondante possibile : esso si traduce proporzionalmente e direttamente
in benessere e sicurezza per voi, in benessere e sicurezza per l'intera
nazione.



+

Parola d’ordine: qualità



Il laboratorio

Sul tavolo del dott. Giovanni Odone,
capo della Sezione QUA (Controllo qua-
lità) della “Cornigliano”, c'è un curioso
disegno, ben in mostra per il visitatore.
Si vedono due somari legati ad una stessa
cotda che allungano il muso in opposte
direzioni verso appetitosi mucchi di fieno.

Un somaro vuol andare da una parte e
l’altro dall’altra, e così nessuno dei due
riesce a raggiungere il fieno, poichè la
corda che li unisce è troppo corta. Ma
ecco che le due bestie hanno un’idea, gra-
zie alla quale risolvono brillantemente la
situazione: assieme mangiano il fieno del

mucchio di destra e poi passano a mangia-
re, sempre d’amore e d'accordo, quello
del mucchio di sinistra. Il titolo del dise
gno è: “collaborazione”.

Con questa rustica esemplificazione, che
illustra una celebre favola di Esopo, il
dott. Odone, chimico, piemontese, intende





Occhi

nostri

controllano

prodotti in ogni fase, analizzando pezzo per pezzo

attenti la qualità dei

nostro stabilimento.

produzione del

l'intera

mettere subito in chiaro le cose con il vi
sitatore, e fargli capire che quando si parla
di “Controllo qualità”, non si deve pen-
sare ad una sorta di organizzazione poli-
ziesca, sempre in caccia di sbagli, ma di
anismo che ha compiti
mente “di aiuto”, e il cui lavoro si svolge

un or esclusiva-





all'insegna della collaborazione. Lo scopo
principale della Sezione “Controllo qua
lità” è di soddisfare i clienti della “Corni-
gliano” fornendo loro prodotti della più
alta qualità a basso costo, Si tratta dunque
di un settore proiettato verso il Cliente,
delle cui esigenze deve tener conto per
farsene interprete presso l'Azienda, natu
ralmente tenendo sempre presenti le possi-
bilità della “Cornigliano” e i costi.

Collaborazione, pertanto, con l'esterno
(il Cliente), con l’interno (la Direzione e
le altre Sezioni) e all’interno della Sezione
(tra i vari reparti in cui essa si articola).

Chi visita lo stabilimento della
gliano, difficilmente avverte la presenza
di una complessa e capillare organizzazione
di controllo della produzione. Eppure la
Sezione che dirige e coordina questi con
trolli occupa un fabbricato di quattro piani,
estende su un’area di circa 700
metri quadrati, a fianco della centrale ter-
moelettrica (e che ospita, oltre agli uffici,
il laboratorio chimico, ed i laboratori
di ricerche), dispone di laboratori distac-
cati, ha una rete di telescriventi e una posta
pneumatica proprie.

Corni

che si

Tenteremo di fornire una descrizione
dei compiti che spettano alla Sezione QUA,
cosa non facile, perchè si tratta di una or-
ganizzazione così complessa e basata su
un sistema così fitto di rapporti di colla
borazione tra settore e settore, da scorag
giare un poco chi abbia la ventura di porsi
a tracciare una visione panoramica di que-
sto servizio essenziale.

Innanzitutto, bisogna premettere che i
controlli di qualità vengono effettuati su
tutta la produzione dello stabilimento, in
ogni sua fase, e sui materiali che hanno
influenza su di essa,
“Cornigliano” produce, come è noto,
lamierini e lamiere di acciaio ‘dolce’ al
carbonio. Tale produzione importa un
problema di qualità, in quanto è necessa
rio disporre di un acciaio molto puro. Tre
sono i tipi “standard” di acciaio prodotti
nei forni ‘“ Martin” della “Cornigliano”.

La

Vi sono gli acciai “effervescenti” (così
chiamati per la caratteristica ebollizione
nella fase di solidificazione nelle lingottiere,
provocata dall’ossigeno che, combinandosi
con il carbonio, esce sotto forma di ossido
di carbonio). Sono acciai che accoppiano
il vantaggio di una superficie molto pura
a quello di una grande plasticità. Servono
per lamiere medie e sottili a caldo, per
lamierini e nastro a freddo, per latta e
zincati,

Gli acciai “calmati” (che cioè non ribol-
lono, essendo stato aggiunto un elemento
facilmente ossidabile, come ad esempio

l'alluminio, per cui si ha la formazione di
un ossido che viene assorbito dalla scoria),
sono pure prodotti dalla ‘Cornigliano”’,
In questi acciai “tranquilli” non conta
tanto la purezza della superficie, quanto la
costanza delle caratteristiche in ogni punto
e nel tempo. Servono per produrre lamie-
rino a freddo per stampaggi extra speciali
e lamiere per bombole, per le quali occorre
un materiale con caratteristiche uguali in
tutti i punti e direzioni, e permanenti con
il trascorrere del tempo. Sono, in definitiva,
‘invecchiano”’.

acciai che non

Infine, il nostro stabilimento produce
acciai ‘“semicalmati” per lamiere grosse e
medie, ad esempio per tubi, dove occorro-
no certe particolari caratteristiche mecca

niche.

I tre tipi descritti si dividono in vari
sottotipi, pure “standard”, che la Corni.
gliano produce. Sono sfumature di qualità,
derivanti da una controllata selezione della
produzione, intesa a far convergere i pro-
dotti migliori verso gli impieghi più dif-
ficili.

Tra questi tipi e sottotipi il Cliente ha
modo di trovare quanto fa per lui, grazie
alla collaborazione della QUA.
Questa riceve infatti dalla Sezione Vendite
tutti gli ordini che arrivano all'azienda da
parte dei Clienti. Gli ordini vengono at-
tentamente esaminati dall’ufficio cicli e re-
clami (CLI) che è una delle quattro bran-
che in cui si divide la sezione, e che ha il
compito di stabilire il tipo di acciaio da

sezione

fornire al richiedente e il conseguente ciclo
di lavorazione. Tipo e ciclo relativo sono
i due elementi che caratterizzano, dal punto
di vista tecnologico, il prodotto finito.

Per stabilire il tipo e il ciclo è necessario
compiere una minuziosa indagine, vaglian-
do tutti i fattori a disposizione e cioè
i dati forniti dal Cliente nella sua richiesta,
le informazioni avute dalla Sezione Ven-
dite, quelle assunte direttamente dal CLI
o raccolte confrontando altre forniture ana-
loghe. Della massima importanza è poi la
conoscenza dell'impiego del prodotto ri-
chiesto. Questo elemento assume un va-
lore determinante quando il Cliente do-
manda un materiale che deve rispondere a
particolari requisiti (come uno stampaggio
difficile che richieda qualità speciali del-
l’acciaio).

Per esempio, il CLI, appreso che un
Cliente desidera delle lamiere per farne
portiere stampate d’'automobile o altre parti
che dovranno subire particolari stampaggi,
richiede al committente, tramite la Sezione
Vendite, disegni e descrizioni delle parti
e tutti gli altri dati che interessano. Poi
prepara una campionatura che viene data
al Cliente affinchè effettui, alla presenza di
un tecnico della “Cornigliano”, se è possi-
bile, delle prove. Può darsi, sempre per
fare un esempio, che in una portiera d’auto
stampata vi sia un solo punto in cui sono
richieste, per una piega difficile, una spor-
genza, una rientranza, qualità speciali della



lamiera. Le prove tendono allora ad accer-
tare se si può dare al Cliente un materiale
che resista e dia soddisfacenti risultati “in
quel determinato punto”, il più importan-
te agli effetti del rendimento.

Tutto ciò esige la fiducia del Cliente e
l'affiatamento reciproco. La “Cornigliano”
può ormai dire di aver raggiunto l'una e
l’altro. C'è voluto, come per tutto a questo
mondo, del tempo, ma alla fine i Clienti
si sono resi conto che era nel loro inte-
resse collaborare con la nostra Azienda
nel senso che sopra abbiamo illustrato.

Il lavoro da certosini dell'Ufficio Cicli
non va perduto. Al contrario, tutto viene
ordinato e catalogato, archiviato mecca-
nicamente. Ogni ordinazione fatta alla
“Cornigliano” di laminati destinati ad im-
pieghi particolari, viene registrata su una
“scheda di ciclo”, un rettangolo di carton-
cino fitto di annotazioni. Vi viene segnato
l'impiego, le dimensioni, il tipo di acciaio,
il ciclo di ricottura, eventuali caratteristiche
e tolleranze particolari richieste, il ciclo
di lavorazione che effettuerà il cliente, le
condizioni di impiego ed altri dati ancora.
La scheda reca infine un chiaro disegno del
particolare che il Cliente ricaverà dalla la-
miera ordinata (una portiera di automobile
o di frigorifero, il carter’ di un motore,
una scatola di latta e infinite altre cose).

Sulla scheda si registra insomma tutto
ciò che occorre per dare sempre al Cliente
la stessa qualità di prodotto nelle successi-
ve eventuali ordinazioni che esso avesse a
fare. Se, da un controllo delle schede, ri-
sulta per esempio che il cliente ha improv-
visamente cambiato le misure del materia-
le ordinato, ci si informa immediatamente
del motivo di tale cambiamento: potrebbe
darsi che, per un nuovo impiego, servisse
al Cliente un materiale con caratteristiche
diverse, che la “Cornigliano” potrebbe for-
nirgli, con vantaggio di entrambi.

Le stesse schede illustrano poi dettaglia-
tamente ogni ciclo di lavorazione; esse pre-
vedono e stabiliscono tutto quello che deve
compiersi nello Stabilimento per ottenere
un prodotto che sia perfettamente rispon-
dente a quanto richiesto da un Cliente.
Quindi, oltre alla descrizione del ciclo,
con i tipi di acciaio da impiegare, tutte le
varie fasi di lavorazione necessarie e la
percentuale di riduzione a freddo, le tem-
petature e le durate di ricottura, il grado
di riduzione al “temper”, lo stato super-
ficiale e i collaudi da effettuare, la scheda
comprenderà anche le avvertenze trasmesse
ai reparti di controllo sulla produzione e
ai collaudi.

Sulle schede dunque “nasce la qualità”,
sintesi di caratteristiche, pratiche di fab-
bricazione, cicli ecc,



L’ufficio cicli è anche un “ufficio recla-
mi” al quale arrivano le eventuali lamentele
di un cliente. Un reclamo dà luogo ad una
serie di indagini per scoprire l'origine, la
causa del difetto lamentato. Poichè esistono

informazioni e controlli accuratissimi di
ogni fase di lavorazione, ogni pezzo
di lamiera, ogni rotolo, ha il suo “pedi-
gree’, cioè il suo albero genealogico, come
un cane di razza, e si conosce senza possi-
bilità di errore tutta la sua storia, da quan-
do è entrato nello stabilimento come ma-
teria prima informe fino al numero ed al-
la data della colata d'acciaio; partendo dalla
bramma da cui è nato, si può risalire fino
al momento preciso in cui si verificò nella
sua gestazione “qualcosa” di anormale, di
non previsto, di sbagliato.

Il CLI è diretto dall'ing. Pietro Timossi.

I controlli più importanti sono dunque
quelli che vengono effettuati nell’acciaie-
ria, poichè è qui che il metallo acquista le
doti che formeranno la sua “personalità”,
ed è qui pertanto che maggiormente si
appuntano i mille occhi del QUA, e più
precisamente quelli molto acuti del MET
(Reparto Controlli Metallurgici), con a
capo l'ingegnere chimico Franco Ambro-
setti, altro piemontese, che è anche ‘vice’
del dott. Odone.

Il MET è ripartito in sette settori : labo-
ratorio chimico, materie prime, altiforni, ac-
ciaieria, laminazione, rivestimenti e collaudi.

Ciascuno di questi settori ha compiti
ben precisi e, come si vede, tutti insieme
“coprono” ogni fase produttiva.

Per le materie prime, al molo Nino
Ronco si lavora su tre turni agli ordini
del perito chimico Luigi Baldi, prelevando
campioni per ogni arrivo di minerali e car-
bone, da sottoporre nel laboratorio chi-
mico ad una serie di esami.

Le materie prime vengono tenute sotto
continuo controllo statistico. Si tratta
qui di classificare la bontà delle materie
prime e di determinare se un materiale ha
tendenza a migliorare o peggiorare la qua-
lità del prodotto, allo scopo di poter, con
opportuni dosaggi, mantenere inalterato
e per quanto possibile, migliore, lo “stan-
dard” produttivo.

Agli altiforni e cokeria troviamo un’al-
tra pattuglia di controllori distaccata dal
MET, con a capo il perito chimico Mi-
chele Conti. Il loro compito è di sorvegliare
la marcia degli altiforni, la qualità dei mi-
nerali impiegati, la composizione delle ca-
riche, le temperature di esercizio, i processi
di agglomerazione e le rese, attraverso
controlli diretti e analisi chimiche e spet-
trografiche. Per ogni colata di ghisa, si
controllano composizione e temperatura,
che devono corrispondere a quelle stabi-
lite. Viene prelevato ogni volta un campio-
ne di ghisa che è portato al laboratorio
chimico per rapide ma accurate analisi al
“quantometro”, di cui parleremo più avanti.

In cokeria il controllo si esercita sulla
produzione del coke (che deve soddisfare
alle esigenze dell’altoforno) come pure
sulla marcia dei forni a coke e sul carbon
fossile infornato (mediante cotture speri-
mentali) e sulla resa e qualità dei sotto-
prodotti,



La struttura dell'acciaio viene attentamente esami -
mata al microscopio. Mediante questi accurati con-
trolli è spesso possibile non solo correggere even-

tuali errori, ma sopratutto prevenirli.

In acciaieria, come abbiamo visto, il
controllo diretto e mediante analisi chimi-
che si fa strettissimo e continuo, Il MET
ha qui un settore di controllo distaccato,
con a capo il perito chimico Giorgio Anelli.

I controlli sono esercitati sulle cari-
che, sulla marcia dei forni e sulle co-
late. Tutte le operazioni devono avvenire
secondo quanto stabiliscono le pratiche
standard. L’osservatore deve controllare ad
esempio la carica del materiale e in parti-
colare deve accertarsi della qualità della
ghisa, del rottame, del minerale e del cal-
care. Deve ancora tener nota dei tempi di
carica e della successione con cui i mate-
riali vengono immessi nei forni.

Durante la marcia del forno, l’osserva-
tore deve controllare la qualità e il tempo
in cui vengono fatte le cosidette ‘“aggiun-
te”, che sono quegli ingredienti attraverso
i quali si ottiene l’affinazione dell’acciaio.
Altro compito dell'osservatore in questa
fase è quello di sorvegliare la scoria che
galleggia sul metallo liquido e che ha la
principale funzione di trattenere le impu-
rità.

Quando il rottame e la ghisa liquida
hanno raggiunto lo stato di fusione, viene
prelevato dal forno un campione. Subito
raffreddato, il provino di acciaio è intro-
dotto in una capsula della posta pneuma-
tica collegata al laboratorio chimico e ar-
riva in un batter d'occhio al reparto ana-
lisi rapide, dove il quantometro ne sco-
prirà con facilità i segreti.

Il quantometro è uno strumento assai
importante, e incute molto rispetto. Oc-
cupa da solo una stanza del laboratorio
chimico ed è fatto oggetto delle più amo-
revoli cure. La camera in cui esso opera
con estrema rapidità le sue analisi automa-
tiche, è mantenuta a 22 gradi di tempera-
tura e con umidità costante, affinchè i
suoi delicatissimi e preziosi organi non ab-
biano a subire alterazioni. Ha un aspetto
misterioso, poichè il profano non riesce
a capir bene come sia fatto, come funzioni,
tutto chiuso com'è in grandi armadi d’ac-
ciaio, dai quali spuntano solo i quadranti
dei suoi indicatori.





Il suo compito è quello di fornire dati
sulle percentuali dei metalli contenuti nel
campione sottoposto al suo esame. I pro-
vini che arrivano pneumaticamente dal
l’acciaicria, vengon tagliati a metà rapida-
mente e una loro faccia lucidata. Su que
sta superficie il quantometro, con un ru-
more acutissimo, lancia una scarica clet-
trica della potenza di circa 20.000 volts per
la durata di un minuto. Si forma così uno
“spettro” che lo strumento capta e trasfor
ma all'istante in grafici, sui quali è possi-
bile leggere le percentuali dei vari clemen-
ti contenuti nel campione d'acciaio.

I risultati vengono subito comunicati
mediante una telescrivente all’acciaieria, che
provvede ad eventuali correzioni del “ba-
gno”, ai forni a pozzo in cui finiranno i
lingotti e all'ufficio programmazioni che
deve sapere tutto quello che succede.

In base ai risultati dell’analisi, alla con-
dotta dei forni e al comportamento in lin-
gottiera, l'acciaio viene “classificato”’. Quel-
lo non corrispondente agli “standard”
stabiliti, viene inesorabilmente deviato e
non potrà essere utilizzato per materiali
destinati a speciali prestazioni.

Con questi controlli si mira ad interve-
nire il più presto possibile per fermare o
correggere eventuali errori. Se si riesce a
“bloccare” un errore in acciaieria, ad esem-
pio, si ottiene il vantaggio di ritardare la
consegna al cliente interessato di una sola
settimana, al massimo, mentre se l'errore
si individua quando l’acciaio è già stato
trasformato in lamiera, bisogna ricomin-
ciare dall'inizio e il ritardo sulla data pre-
vista per la consegna sale a duc mesi
(che appunto è il tempo medio occorren-
te per dar corso ad un’ordinazione).

Come più sopra abbiamo avuto occa-
sione di accennare, anche i campioni di
ghisa, prelevati all'atto della colata dal.
l'altoforno, vengono sottoposti all'esame
del quantometro, per accertare il contenuto
di silicio, cromo, nickel, molibdeno, ecc.
I risultati sono comunicati, sempre per
telescrivente, all’altoforno, al laboratorio
e all’acciaieria.

Il reparto analisi rapide, che funziona
giorno e notte con tre turni effettua anche
altri controlli chimici richiesti nel corso
della lavorazione.

Compito degli osservatori dell’acciaieria
è anche quello di eseguire le prove al
“carbometro”, uno strumento grazie al
quale è rapidamente possibile conoscere
il tenore di carbonio nell’acciaio.

Gli uomini del settore controllo acciaie-
ria curano, oltre alla classificazione delle
colate, anche quella delle bramme. Gli os-
servatori incaricati di questo servizio, di-
slocati presso il “blooming”, hanno il
compito di controllare che le operazioni
di rimozione dei lingotti dall’acciaieria, la
loro estrazione dalle lingottiere e l’intro-
duzione nei forni a pozzo siano eseguite
entro i prescritti termini di tempo per evi.
tare irregolarità di solidificazione ed altri
inconvenienti. Inoltre vigilano sul tempo
di riscaldo dei lingotti, sulla temperatura
massima raggiunta e sulle bramme ottenute
dal treno sbozzatore, rilevando la tempe-
ratura di uscita ed eventuali difetti, quali
cricche, paglie bruciature, che individuati
a tempo possono essere ridotti efficace-
mente, e la perfezione della spuntatura pra-
ticata dalla cesoia.

Dopo la scriccatura si esamina ancora la
qualità della superficie delle bramme per

Una prova di trazione sulle lamiere durante la fase del collaudo.



vedere se essa corrisponde a quanto pre
scritto dal CLI e in base a tutti questi
clementi, le bramme vengono classificate.

Poi il controllo passa al settore lamina-
zione del MET, sotto la guida del perito
industriale Silvano Gilioli.

La “cartella clinica” che ogni bramma
ha avuto dall’acciaieria non abbandona
più il blocco d’acciaio nelle sue varie tra-
sformazioni, lungo tutta la fase della la-
minazione a caldo e a freddo. Osservatori
tengono sotto particolare controllo la tem-
peratura finale della laminazione in lamiere
e nastri, pronti a deviare quel prodotto che
presenti valori diversi da quelli stabiliti.
Altro controllo attende l'acciaio al treno
finitore.

Poichè è essenziale che per ogni ordine
venga laminato acciaio della qualità più
adatta, secondo quanto specifica il relativo
ciclo, l'osservatore, che ha il suo posto di
lavoro accanto all’avvolgitore, esamina
ognuno dei rotoli usciti fumanti dagli aspi
e legge sugli strumenti le temperature re-
gistrate al termine del treno finitore e al-
l’avvolgitore stesso. Confronta i valori
ottenuti con quelli richiesti dal ciclo e,
devia inesorabilmente i rotoli che non
siano in regola.

AI termine della laminazione a caldo si
ha già, in tal modo, una selezione rigorosa
della produzione. Tale selezione continua
nella fase di laminazione a freddo, con un
succedersi di controlli di ogni fase, e spe-
cialmente delle temperature e delle durate
di ricottura e sul grado temper, che devono
corrispondere sempre a quelle prescritte
dai cicli e stabilite dalle pratiche standard.
Il prodotto deve avere tutte le caratteri-
stiche fisiche richieste dal Cliente. Presso
il laminatoio a freddo funziona un labo-
ratorio di controllo con perfezionate mac-
chine. Per i laminati di qualità si fanno le
prove di resistenza e di snervamento e al-
lungamento, di piegamento, di durezza €
di imbutitura. Queste prove servono a
stabilire il limite al quale può giungere il
prodotto nello stampaggio.

Le prove, a seconda del tipo di prodotto
c dell'impiego presso il Cliente, sono ef-
fettuate su prescritte percentuali di la-
miere. Per esempio, per il controllo dei
lamierini ricavati dai rotoli a freddo, de-
stinati a operazioni di profondo stampaggio,
per ogni lotto di 10 tonn. si prelevano cam-
pioni che debbono subire le sei prove so-
pra indicate. Per le qualità meno impe-
gnative, il controllo viene reso meno pe-
sante e costoso, impiegando la metodologia
statistica.

Si tratta di controlli che la “Cornigliano”
fa spontaneamente, su tutta la sua produ-
zione. Quando invece i collaudi sono ri-
chiesti da Enti esterni, se ne occupa un
settore speciale del MET, il Collaudo, gui-
dato dal perito industriale Aldo Repetto. Il
settore dispone di un’attrezzata officina, che
è una vera e propria camera di tortura per
l’acciaio, in cui carnefici indossanti severi ca-



ITALIA - FONTI D'APPROVVIGIONAMENTO DELLE PRINCIPALI MATERIE PRIME SIDERURGICHE NEL 1956

9000 tonnellate

carbone

da coke
mercato nazionale —
Francia e Sarre —

C.E.C.A. Cerimania Occidentale 1.149

totale 1.149
Algeria _
Brasile —
Canadà —
Cile —
Cuba —
Grecia L
paesi terzi India —
India Portoghese -
Libia —
Libano —

Stati Uniti 3.164
Svezia _
Tunisìa =—
Turchia _
Venezuela —
altri —

totale 3.164

TOTALE GENERALE 4.313

(1) comprese 642.000 tonn. di ceneri di pirite.
(3) comprese 1.424.000 tonn, di ricuperi siderurgici.

mici neri infliggono alle lamiere senza pie-
tà tutti i “tratti di corda” necessari a pro-
vocarne la rottura, tutte le più crudeli pie-
gature di fibre che fanno gemere l'acciaio
come un prigioniero nelle segrete dell’In-
quisizione.

Un'altra sezione del MET è quella ad-
detta al controllo dei “rivestimenti”. Il
perito chimico Umberto Gemelli, tiene
sotto osservazione l'andamento della sta-
gnatura ad immersione ed elettrolitica,
e della zincatura continua. Si tratta di con-
trolli assai delicati sul peso e aderenza dei
rivestimenti, la composizione dei bagni,
le temperature di normalizzazione e, da
ultimo, ancora le caratteristiche fisiche del
laminato rivestito.

Si potrebbe credere che la “Cornigliano”
si ritenga paga di tutti questi controlli,
ma non è così. C'è ancora una branca della
sezione QUA che si cccupa specificamente
di effettuare il controllo di tutta la produ-
zione per quanto si riferisce non alle qualità
chimiche e fisiche, ma alle sue dimensioni
ed ai difetti. È la ILA (‘ispezione laminati”),
un reparto con un’organizzazione capilla-
re e dotata di un vasto organico agli or-
dini dell'ing. Mirko Marchi, aiutato dai
periti Giuliano ‘Terreni ed Attilio Rossini.

Di questi ispettori noi ne possiamo tro-
vare sempre qualcuno al varco con gli

occhi ben aperti nei ‘punti strategici”
accanto alle macchine che compiono l’ul-
tima operazione di finitura di un prodotto.
Essi provvedono a rilevare, con i calibri
spessori e dimensioni, confrontandoli con
le tolleranze prescritte, e a classificare le
lamiere c la latta secondo i difetti riscon-
trati, sempre tenendo conto delle caratte-
ristiche di superficie richieste dal prodotto in
riferimento all'impiego da parte dei clienti.

Dopo queste ispezioni la produzione ri-
sulta divisa in: prima scelta (rispondente
totalmente alle caratteristiche richieste dal-
l'ordine); seconda scelta (materiali con di-
fetti superficiali); ricupero (materiali che
vengono ulteriormente lavorati e quindi
sottoposti a nuove ispezioni per la classi-
ficazione).

L'ultima operazione è la stampigliatura
su ogni foglio e rotolo di acciaio del tim-
bro che reca, oltre alla scritta ““Corniglia-
no”, i mumeri della colata, del lingotto,
dell’ordine interno e del “lotto”. È il tim-
bro che costituisce l'attestato di laurea del
prodotto che esce dal nostro stabilimento,
e insieme l'albero genealogico attraverso
il quale può esserne, ove occorra, ricostruita
intera la storia.

C'è ancora un settore di QUA da vedere,
un settore che opera un po’ appartato dal
resto dell’organizzazione, in un'atmosfera

minerale rottame
di ferro di ferro
2.281 (') 2.366 (*)
DS 374
2 474
2 848
98 32
33 =
20 101
20 —
_ 12
93 —
22 E—
353 —
= 22
— 16
—_ 1.130
205 —
77 26
207 —
122 —
28 62
128 — 1.401
3.561 4.615

idealmente più tranquilla, perchè in parte
svincolata dalle necessità contingenti della
produzione. È il reparto STU, “Studi e
prove”, che potremmo indicare come quel-
la parte del QUA che è proiettata verso il
futuro.

È diretta dal Dott. Vincenzo Berruti,
specializzato in metallografia, coadiuvato
dal fisico dott. Bruno Sommacal e dal
chimico dott. Giovanni Milanese, Qui,
sempre sotto la direzione coordinatrice
del dott. Odone, si compiono studi e
prove con lo scopo di indicare allo sta-
bilimento nuovi procedimenti di lavo-
razione per diminuire le cause di scarto
e i costi, e nuove possibilità aperte ai la-
minati prodotti dalla “Cornigliano”. Qui,
ancora, vengono studiati i prodotti delle
aziende concorrenti e qui, infine, appro-
dano, per la parte che interessa gli esami
di laboratorio, i reclami dei clienti.

Basterà, ad indicare l’importanza dei
compiti di questo “ufficio studi‘’ nel nostro
stabilimento, dire che da esso è uscito la
formula per la produzione del lamierino
di altissima qualità con particolari proprie-
tà magnetiche, destinato al gigantesco pro-
tosincrociclotrone a protoni di 25 miliardi
di elettro volts che l’Ansaldo San Giorgio
sta costruendo per il Centro Europeo di
Ricerche Nucleari (CERN) di Meyrin,

l’organizzazione alla quale partecipano do-
dici paesi europei, tra cui l’Italia. La mac-
china, destinata ad analizzare le più piccole
particelle della natura, sarà la più grande
del genere costruita nel mondo.

Lo STU sta realizzando un altro tipo
speciale di lamierino invidiatoci dalle a-
ziende siderurgiche italiane ed estere, per
la produzione di bombole per gas liquido,
ed ha recentemente brevettato un rivolu-
zionario procedimento di ricottura per i
lamierini da profondo stampaggio.

Chi compie una pur rapida visita ai la-
boratori, nel grande edificio in cui ha sede
il QUA, può rendersi conto della ricchezza
di mezzi e attrezzature a disposizione dei
chimici, fisici e periti che vi lavorano si-
lenziosamente.

Nel laboratorio chimico del repato MET,
diretto dal dott. Michele Audezzano, che
ha alle sue dipendenze anche il laboratorio
analisi rapide, la dotazione di strumenti
consente di compiere in breve tempo qual-
siasi tipo di analisi richiesta.

Complessivamente, ogni mese, si ese-
guono qui quasi 20.000 determinazioni ana-
litiche, una ogni due minuti circa in media!
Dispone pure dello spettrografo, che viene
usato specialmente per fotografare e ana-
lizzare lo spettro della loppa e delle scorie
d’acciaieria.

Nel laboratorio di ricerca in cui vengono
effettuati gli esami strutturali dei metalli,
modernissimi strumenti sono a disposizione
dei ricercatori, tra cui vari tipi di microscopi
metallografici, dilatometri, fotometri, raggi
X, impianti pilota, macchine di prove, ecc.

Qui vi può capitare di veder uscire da
un cassetto, impressa su lastre fotografiche,
la più stupefacente pittura “astratta”. La
microfotografia a colori di una sezione di
un lamierino a basso tenore di carbonio,
ad esempio, con le sue armoniose sfuma-
ture di giallo, rosso e blu potrebbe fornire
preziose ispirazioni a molti pittori.

L'orgoglio con cui, al ‘“metallografico”’,
vi mostrano questi mirabili giochi composti
dalla natura (giochi per il profano, poichè
questi disegni, questi colori hanno un sen-
so ben preciso per l'esperto) non è inferiore
a quello di un pittore che mostri al visita-
tore le sue opere...

Oltre alla ricerca sperimentale con gli
esami di laboratorio, tutto il personale di
QUA viene impegnato nella cosiddetta “ri-
cerca operativa”, Poniamo che dai controlli
risulti un aumento preoccupante di soffia
ture per un dato tipo di lamierino. Quale
ne è stata l’origine e la causa? Ecco allora
entrare in funzione il centro meccanogra-
fico della “Cornigliano”, con i suoi cer-
velli elettronici che, opportunamente in-
terrogati con speciali schede perforate, at-
traverso una serie successiva di indagini sui
vari fattori che possono provocare le sof-
fiature, giungono per eliminazione a indi-
viduare la causa dell’errore specifico.

La nostra Azienda è l’unica in Europa
continentale ad effettuare in forma così com-

plessa, organica e sistematica, il controllo
di qualità, per stabilire gli “standards,, di
qualità e aiutare l’Esercizio affinchè tali
“standards” possano essere rispettati.

Al termine di ogni giornata di lavoro,
tutti i reparti mandano un rapporto alla
direzione di QUA, in cui sono annotate
tutte le osservazioni effettuate. Sono così
tredici rapporti ogni giorno che vengono
studiati attentamente per trarne una sin-
tesi da presentare, una volta alla settimana,
alla Direzione dello stabilimento. E il gio-
vedi, nel corso di una riunione con la Di-
rezione, si esaminano i risultati ottenuti,
si formulano eventualmente proposte di
modifiche alle pratiche di fabbricazione, si
discute di procedimenti, di qualità, di costi



e, in conclusione, si migliora sempre qual-
COSA,

È uno sforzo continuo di coordinamento
e di correlazione tra le varie attività azien
dali sotto il duplice aspetto della qualità
e del costo, tenendo a far si che la qualità
sia sempre migliore e i costi contenuti.

La garanzia che questa tendenza sia co
stantemente rispettata risiede proprio in
un’organizzazione come la sezione “Con-
trollo qualità”, che ha nervature profonde
in ogni settore dell'azienda, che dell’a-

zienda costituisce una sorta di ‘‘coscienza”
collettiva, alla quale ciascuno porta il con-
tributo della sua esperienza, con quello
spirito di collaborazione che tanti frutti
può dare in una moderna industria.



Il giorno 14 agosto è stato dato inizio all'operazione di riscaldo della terza batteria
dei forni a cohe. La breve cerimonia ha segnato la prima fase del processo attraverso il
quale in un periodo di circa due mesi l'impianto entrerà completamente in funzione incre-
mentando la produzione di coke del nostro stabilimento del 50%, vale a dire dalle attuali

30.000 tonn. alle 45.000 tonn. mensili.

Attraverso l'entrata in funzione di questa batteria (anch'essa dotata come le prece-
denti due dei necessari impianti per il recupero dei sottoprodotti : benzolo, catrame, ecc.),
la Cornigliano sarà in grado di poter disporre di tutto il coke necessario alla produ-
zione dei suoi altoforni ed avrà inoltre a disposizione un maggior quantitativo di gas

da utilizzare per î suoi forni siderurgici.

Premio alla Cornigliano in campo anti-infortunistico

L’ Istituto Nazionale per l’ Assicurazione contro gli infortuni del lavoro ha consegnato
alla nostra Società un premio speciale di L. 500.000. Tale ambito riconoscimento ci è
stato assegnato «per la modernissima quanto efficiente attrezzatura antinfortunistica» con
la quale il nostro Stabilimento può felicemente perseguire lo scopo altamente sociale della

sicurezza sul lavoro.



Record mensili

produzioni

coke

ghisa

acciaio

laminati a caldo

laminati a freddo

materie prime scaricate

al molo Nino Ronco:

* nuovo record assoluto.

luglio
1957

tonn. 34.261

» 56.330
» 92.696*
» 74.615
» 27.111

tonn. 140.293

agosto
1957
34.468
48.600
92.212
58.415
22.986

146.077



precedenti punte
massime mensili

35.663
57.630
89.740
81.581
29.305

196.518

Gli automobilisti che devono recarsi al nostro stabilimento, avranno
notato con piacere due cartelli stradali posti in modo da indicare ai
visitatori provenienti da Genova ed a quelli provenienti da Savona, in
maniera moderna e funzionale, la via S. Giovanni d'Acri per giungere
al nestro stabilimento. (Nella foto: il cartello indicatore che segnala lo
stabilimento al traffico proveniente da Genova).

Sì monta in stabilimento il mostro cinema-teatro,
Dotato di ogni confort più moderno e capace di
ospitare oltre 400 spettatori, esso sarà presto in
funzione.



die. 1956
mag. 1957
giu. 1957
mag. 1957
mag. 1957

mag. 1957





Storia del ferro



dalle origini
al g1orni nostri



Non abbiamo voluto scrivere una sto-
ria “tecnica”, specializzata, con abbon-
danza di dati e formule del resto ritrovabili
in qualunque enciclopedia; nè d'altra parte
prendere a pretesto il ferro per un gratuito
esercizio storico letterario. Perciò accanto
alla precisione dei pochi dati tecnici, (ne-
cessari allo stretto scrupolo documentario)
si affianca il tentativo di inserire il ferro
nella storia più generale dell'umanità, nel
suo svolgimento più vasto di idee, di co-
stumi, di pensiero sociale e politico.

Le citazioni di fonti antiche (e che ri-
portano a quei classici del liceo, ormai
quasi dimenticati!) non sono fatte per
sfoggio di erudizione ma per ancorare la

narrazione a fresche fonti dirette, che han-
no di volta in volta sapore di conferma,
di satira, di poesia.

Per questo lavoro sono state consultate
le principali opere specializzate più valide
e, data la... pesantezza dell'argomento, si
è cercato di snellire il testo in modo da
non opprimere il lettore, ma allettarlo con
una prosa scorrevole, facile, attraente. Se
il testo non sarà riuscito del tutto nell’in-
tento, lo aiuteranno sicuramente le tavole
del pittore Manzi, che ha saputo guardare
ai fatti da noi esposti col raffinato umori-
smo di un artista dei nostri tempi.

Il ferro
nella preistoria

A raccontarvi la storia del ferro ci sa-
rebbe da passare le mille e una notte. Anche
perchè se vi dico che il ferro venne “dopo”
devo spiegarvi che cosa c'era prima : le lente
conquiste dell'umanità, come quelle della na-
tura, sono messe una dentro l'altra, come
scatole cinesi. Anche gli uccelli, prima di vo-
lare, strisciavano per terra, e se dovessi rac-
contarvi la loro storia dovrei cominciare coi
rettili.

Si arrivò ad estrarre e a lavorare il ferro
mediante una metallurgia che era già assai
sviluppata, attraverso l'età del bronzo, che
seguì a sua volta quella del rame, primo
metallo scoperto e utilizzato dall'uomo, sal-
vo il favoloso oro. Il rame fu adoperato per
sostituire ed imitare gli armesi di pietra, che
furono i soli strumenti a disposizione dell’uo-
mo per milioni di anni. Prima degli strumenti
di pietra era l’uomo, solo, disarmato, asse-
diato dai ghiacci dentro la sua caverna.

In origine, dunque, era l'uomo. Alla base
dell'impiego degli attrezzi sta l'osservazione
e l'imitazione : l’uomo guarda se stesso, guar-
da la natura, aguzza l'ingegno. I primi at-
trezzi non sono che appendici staccate ed
aggiunte del corpo. Dove non arriva il brac-
cio, arriva una canna. Con un processo ele-
mentare, che dev'essere lo stesso dell’uomo
primitivo, anche certi animali arrivano a
costruirsi attrezzi: lo shimpanzè, per giun-
gere ad un frutto lontano, più lontano della
lunghezza di una canna di bambù, infila
una canna di diametro minore in una di dia-
metro maggiore, e costruisce così un attrezzo
composto. Il cactospiza, un uccellino, adopera
una spina di cactus tenuta nel becco per
scovar fuori gli insetti dalla corteccia degli
alberi: uno strumento per cavar ragni dal
buco. Già la superiorità iniziale dell’uomo
stava nell'aver coordinato tali movimenti e
nell’averli sistematizzati e migliorati, “‘pre-
vedendo”, come diceva Aristotele, ‘‘il risul-
tato che si otterrà mediante una certa rea-
lizzazione materiale”.

Se infatti negli strati del secondo inter-
glaciale, con tipi umani come il sinantropo

di Chu Ku Tien (Pechino) e l'uomo di
Heidelberg si trovano raschiatoi scheggiati su
una sola faccia e rudimentali asce a mano
quadrangolari, nelle tombe del Musteriano,
con l’uomo di Neanderthal, si trovano punte
e raschiatoi anche bifacciali, frammenti ossei
lavorati come fermagli e punte di giavellotto,
lance di legno con punta indurita dal fuoco.

Il fuoco, la prima e, per centinaia di mi-
gliaia di anni, la sola operazione chimica
dell'uomo. La base indispensabile della me-
tallurgia. Nella mitologia greca Prometeo,
per aver donato il fuoco agli uomini, fu legato
da Giove ad una rupe, dove un'aquila gli
straziava continuamente il fegato: «e tale
fu il frutto dell’amor dei mortali ».

L’ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli dice
che il fuoco non solo brucia e disgrega, ma
stringe e coniuga : a dar vita alle macchine
non sarebbe bastato il sole.

Anche per il fuoco, comunque, si procedette
per gradi. Dopo aver imparato a conservare
il fuoco prodotto da cause naturali, l’uomo
scoprì certo per caso che battendo assieme
certi tipi di pietre si ottenevano delle scintille :
l’uomo, del resto, batteva spesso le pietre una
contro l'altra perchè i primi strumenti li
otteneva appunto per percussione. Processo
di percussione che a sua volta può esser co-
minciato per caso, quando un uomo battendo
assieme due pietre, magari soltanto per fare
del rumore, si accorse che una si era scheg-
giata ed aveva assunto una forma a punta,
o tagliente, che poteva servire come arma di
difesa, o di caccia, 0 come strumento per
lavorare altre pietre 0 ossi 0 corna.

Circa cinquantamila anni fa comincia il
paleolitico superiore : gli uomini, organizzati
in tribù patriarcali, vivono di caccia. Nelle
grotte dove artisti-stregoni dipingono, forse
come un voto per la buona caccia, magni,
figure di animali, con diretto naturalismo,
come a Lascaux o ad Altamira, si lavora
alla luce fioca e fumosa di lanterne che non
sono che coppe di pietra, dove brucia il grasso
animale. Gli strumenti sono di pietra: ac-
cette levigate per strofinio contro pietre più
dure; punte di pietra per incidere l'osso ;
punte di freccia triangolari, picconi, martelli,
scalpelli. In Liguria basta pensare alle ca-
verne di Grimaldi e a quelle del Finale: le
tombe sono state ricostruite col materiale
originale nel Museo Archeologico di Villa
Pallavicini a Pegli : î cadaveri vi sono ran-
nicchiati, provvisti di utensili e di ornamenti
(collane di conchigliette, code di scoiattolo)
spesso dipinti con ocra rossa.

Gli attrezzi di pietra hanno già forme ben
identificabili : mortai per triturare, martelli
per battere, accette taglienti, affinate in punta.

Abbiamo detto che i primi attrezzi si creano
per imitazione : infatti, siccome il moto ro-
tatorio non esiste în natura, il trapano arriva
per ultimo. Lo possiamo considerare il primo
congegno meccanico, nel tipo cosiddetto ‘“ad
arco”: la punta è fatta ruotare con moto
alternativo a mezzo di una fune. Con lo
stesso sistema nacque il ‘trapano focaio” nel
quale la punta, invece di forare, aveva il



compito di produrre una scintilla. Primo
esperimento, comunque, di concentrazione di
calore.

Come armi, appaiono dopo le asce, l'arco
e la balestra. L'arco è la prima macchina ad
accumulazione di energia, anche se chi l'ado-
perava non lo sapeva. La balestra è un'ap-
plicazione del principio della leva come esten-
sione del braccio umano.

Come noto, dopo la vita primitiva dî sola
caccia si ha, contemporanea se non preceden-
te alla pastorizia, l'agricoltura.

L'agricoltura organizzata è la grande ri-
voluzione del mesolitico : si dissoda il terreno
con zappe di legno, dapprima costituite dalla
biforcazione naturale di un ramo; poi fal-
cioli di legno con lama di selce per mietere,
e macine per triturare. Ma tutto ciò richie-
deva attrezzi di lavoro più accurati, più
complessi, quali l’uomo riuscì via via a co-
struire, con sempre maggiore abilità. Intanto,
se la selvaggina poteva essere arrostita diret-
tamente sul fuoco, i cereali richiedevano una
cottura graduale e lenta in un recipiente.
L'uomo scopre come lavorare l'argilla e ot-

tiene î primi recipienti di terracotta. Una
grande invenzione, a quel tempo, paragona-
bile forse a quella delle materie plastiche ai
nostri giorni : era la prima volta, infatti, che
st potevano ottenere oggetti di una forma
liberamente prestabilita dall'uomo.

Ma se tutta la tecnica del tempo poggiava
sulla pietra, è chiaro come l'uomo fosse
spinto a discernere ben presto fra le diverse
qualità di pietra, e a cercarne le più dure
anche nelle viscere della terra, fino ai quarzi,
coi quali fabbricare punte durissime. I quarzi
erano l’acciaio rapido dell'antichità. Con essi
si potevano fare punte di lancia, punte di
trapano, scalpelli per spaccare e lavorare le
altre pietre. Ma alla pietra, comunque, si
potevano levare delle schegge ; si poteva le-
vigarla, affilarla, ma non sî poteva darle
la forma desiderata. E l'argilla, che poteva
assumere qualunque forma, era troppo fragile.

Perciò si capisce quale fosse la portata di
una scoperta sensazionale : c'era una pietra
(per loro appariva all'inizio come una pietra)
molto resistente che si poteva ridurre alla
forma voluta, battendola. Fra il rame.

Poco dopo il 5.000 a.C. l'uomo impara a

fondere il primo metallo, appunto il rame.

Ciò pone le basi di un grande mutamento
sociale, una rivoluzione addirittura. È chiaro
innanzitutto che ciò poteva avvenire solo ad
un livello civile già sviluppato : bisognava
che l'agricoltura producesse abbastanza per
mantenere della gente non direttamente pro-
duttiva : cioè i primi metallurgici. Si ha in-
somma una prima suddivisione di compiti
e chi fabbrica gli strumenti non è più chi li
usa, come accadeva prima. Qualcuno ha
chiamato tale periodo la prima rivoluzione
industriale. L'uomo impara a porre i fini-
menti agli animali, inventa l'aratro, il carro
a ruote, l'imbarcazione a vela (sistema di
navigare, che sia pur con tanti mutamenti,
dura fino al battello di Fulton).

Forse la scoperta del rame fu fatta in
Mesopotamia o nelle regioni vicine, attorno
al 4.000 a.C. (naturalmente d'ora in avanti
le date citate senza altra precisazione s'in-
tendono “avanti Cristo"): riscaldando certi
tipi di “pietra col carbone di legna si otte-
neva una sostanza malleabile e resistente.

Ci si accorse poi che tale sostanza (il rame,
appunto) poteva essere liquefatta in un forno
adatto e colata in uno stampo del quale,
solidificandosi, assumeva la forma. Si in-
ventava così il processo di colata.

Per ottenere il rame, che fu il primo og-
getto dî lusso ed ornamento a diventare su-
bito una necessità, è chiaro che occorsero
molte invenzioni, e molte circostanze favore-
voli. Forse la scoperta fu fatta casualmente
lasciando cadere della malachite (minerale
contenente del rame e usato comunemente
per tingere gli occhi) in un braciere di carbone
di legna, e osservando che qualche pallottola
di rame scorreva sul fondo. Forse tale sco-
perta fu fatta per tempo da molti, ma restò
inutile ed oziosa per secoli e secoli, appunto
a causa delle condizioni sociali esistenti,
che non consentivano di sfruttarla. Forse
qualcuno ci giocava, con tali pallottoline,
prima di recarsi al suo lavoro agricolo 0 a
caccia, come fanno ancora adesso in Lucania
i ragazzini, col piombo fuso.

Per sfruttare il rame sistematicamente,
com'è ovvio, si dovettero creare cave, miniere,
shancamenti, fonderie, trasporti ecc., tutta
una vera rivoluzione, come si vede, che creò
le premesse per una organizzazione sociale
totalmente nuova. I trasporti assunsero grande
importanza, per portare il minerale nei posti
ventosi dove dovevano sorgere i pozzi di fu-
sione : divennero di uso comune, in Sumeria,
i veicoli a ruote intorno al 3.500, in Meso-
potamia, Caldea, Siria attorno al 3.000.

È certo che fu l’arte di fondere i metalli
l'elemento determinante dell'antica civiltà del
Tigri, dell'Eufrate e del Nilo. Quegli antichi
imperi, in sostanza, si fondavano sul rame.

Poi si provò a rendere più resistente il

rame mescolandolo con lo stagno, ottenendo
il bronzo, mediante il primo vero esperimento
metallurgico della storia. Ma una coscienza
metallurgica comportava l'applicazione di una
tecnica di sintesi, il controllo di un processo
completo che non poterono essere raggiunti
che lentamente. La prima fase del progresso
metallurgico consistè nel concentrare il ca-
lore sulla massa metallica da fondere, il che
significava costruire il forno e attivare il pro-
cesso di combustione. L'uso delle leghe pare si
possa attribuire all’ Egitto, nel periodo del Nuo-
vo Impero (1.560-1.100) ma rimane incerta
l'origine dell'impiego dello stagno che sembra
noto in Mesopotamia e Persia fin dal 2.000.

È facile capire che la sostituzione di stru-
menti di pietra con quelli di rame, e poi con
quelli di bronzo, e giù giù fino al ferro furono
tappe fondamentali nella storia della civiltà.
Ma non si deve credere che all'inizio il van-
taggio dei metalli apparisse subito così grande.
Per zappare, raccogliere il grano, lavorare il
cuoîo, gli utensili di pietra andavano benissimo.
Tanto più che i primi attrezzi metallici imi-
tavano esattamente, nella forma, quelli di
pietra. Ci sarà stato sicuramente un periodo
in cui il produttore di attrezzi di rame avrà
detto: « Guardate che belli, sembrano di
pietra!» e l’altro, a sua volta: « Guardate
che belle, queste accette di pietra, sembrano
di rame! ». Intanto il solito compassato si-
gnore avrà osservato: « Diira minga, mon
dura mica! Vuol mettere, la pietra? ».

Tanto è vero che nel vicino oriente, mal-
grado la metallurgia fosse ormai vastamente
praticata, gli oggetti di pietra furono esauto-
rati assai lentamente, e ancor più lentamente
in Europa, dove resistettero a fianco al me-
tallo fino alla civiltà etrusca.

Ma per le armi di guerra, comunque, il
metallo segnava un vantaggio enorme, perchè
non si rompeva al momento critico. Come gli
studi di elettronica e di energia atomica sono
stati favoriti e sviluppati dalla guerra, così
anche l'avvio e l'espansione della civiltà dei
metalli, pare, dovettero esser dati da eventi
bellici.

Ed è naturale : la rottura della spada po-
teva significare la morte o la prigionia a vita
nelle miniere, appunto... di rame.

L’Assiria, ad esempio, praticò per lungo
tempo l'autarchia della pietra, ma dovette
introdurre le armi di bronzo di fronte alla
minaccia babilonese. A Troia, la gloriosa ed
epica città d'Ilio, si usavano ancora fino alla
fine asce e accette di pietra. Invece quando
Omero fa vestire dell'armi l'eroe acheo da
Vulcano, lo fa vestire di metallo :

e(Vulcano)... lasciò la Dea, ciò detto, e

[impaziente
ai mantici tornò, li volse al fuoco,

e comandò suo moto a ciascheduno.

Eran venti da dentro la fornace

per venti bocche ne venian soffiando

e al fiato, che mettean dal cavo seno,

or gagliardo, or leggier, come il bisogno

chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,
sibilando prendea spirto la fiamma.

In un commisti allor gittò nel fuoco

argento ed auro e stagno

ed indomito rame. Indi sul toppo

locò la dura risonante incude

di pesante martello armò la dritta

di tenaglie la manca...»

e ci dà questa magnifica descrizione di una
primitiva officina di fabbro.

Ma il metallo segnò un grande progresso
anche per la lavorazione della pietra: gli



egizi, nella costruzione delle piramidi, levi-
gavano la superficie delle pietre con le sgorbie
metalliche. Se avessero avuto anche carrucole
di metallo (che importarono solo molto più
tardi dall’Assiria) certo per costruire la pi-
ramide di Cheope avrebbero risparmiato quelle
maledizioni che secondo Erodoto inviarono
copiose all'indirizzo del Faraone.

Si capisce che con la produzione, il com-
mercio, i bazar, si divide il lavoro professio-
nale dall'economia domestica, sorgono le città
e i mercati. Il mestiere diviene così dominio
dei maschi : non si tratta, come vorrebbe far
credere la leggenda di Ercole all'arcolaio di
Onfale, di un aspetto dell’asservimento ma-
schile, ma di una rivoluzionaria separazione
del mestiere dalla casa, dell’inizio del domi-
nio del maschio nel maneggio degli strumenti.
Sulla scia di tutto ciò già in Babilonia, all'ini-
zio del terzo millennio (come dice il codice
di Hammarubi) commercio e artigianato, con-
tabilità e gestione del credito avevano rag-
giunto un notevole sviluppo, tanto che si
praticavano quelle che noi chiameremmo tran-
sazioni bancarie complicate, come pagamento
a terzi e mutuo conguaglio dei conti.

È chiaro come anche socialmente il metallo
dà il potere a chi lo possiede. Chi ha il rac-
colto più abbondante può scambiarne una
gran parte col commerciante che gli procura
gli attrezzi metallici, che a loro volta mol-
tiplicano il raccolto futuro, finchè chi ha
strumenti e armi di rame è un buon partito
nel paese, e se si mettono assieme due famiglie
che hanno molto rame la plutocrazia è sta-
bilita.

Se ciò per contadini e schiavi oppressi
poteva significare una dura sconfitta, per
l'umanità in generale fu un necessario passo
in avanti, una tappa obbligata dello sviluppo
sociale,

Intorno al 3.000 si hanno, sempre in Me-
sopotamia, notevoli innovazioni nella lavo-
razione dei metalli, si passa dalle pinze alle



tenaglie (non a perno, ma a molla, sfruttanti
l'elasticità del metallo), si sviluppa il getto
di fusione detto va cera perduta», si fab-
bricano ascie, accette, sgorbie, scalpelli, tra-
pani, coltelli, seghe, chiodi, aghi, rasoi,
pinze. Tutti strumenti in metallo che consen-
tono dî lavorare il legno, l'osso, la pietra ed
il metallo stesso con una precisione ed una
padronanza totalmente nuove.

Naturalmente col bronzo il progresso è
ancora maggiore, e ben più duraturo.

La pietra intanto, nel vicino oriente, va
lentamente declinando e si riduce via via a
livello domestico.

Riassumendo le tappe tecnologiche di questi
millenni che abbiamo rapidamente passati in
rassegna, si ha il quadro seguente: nel pa-
leolitico si ricercano i ciottoli e si lavora al-
l’aperto, con pezzi di pietra per scavare, 0
bastoncini di corno. I materiali sono selci,
ocra e altri pigmenti naturali. Nel neolitico,
e fino al 3.500 si estraggono pietre di cava,
lastre, con primi pozzi di lavaggio e galle-
rie, con picconi, martelli e mazze di pietra.
Ai minerali si aggiungono dioriti, calcare,
pietra arenosa. Nell'Egitto predinastico (3.500
3.000) si hanno forse i primi pozzi quadri e
circolari, con gallerie di ventilazione e î primi
strumenti di rame. Appaiono l'alabastro, il
marmo, î metalli puri (oro, argento, rame,
ferro meteorico) e minerali di rame. Si hanno
nel vicino oriente, i primi esperimenti metal-
lurgici, per martellamento, poi fusione e getto
in stampi. Nell’alta età del bronzo (3-000-
2.200) si ha il trattamento sistematico non
solo degli strati emergenti, con pozzi di estra-
zione. Per l'estrazione si generalizza l’uso
del fuoco. Appaiono ossidi e carbonati di
rame, galena, cassiterite, Sistemi metallurgici :
argento dalla galena, primo ferro grezzo
dalla magnetite, rame legato con piombo,
antimonio e stagno. Nella bassa età del
bronzo (2.200-1.200) si hanno pozzi ben
più vasti, drenaggio con secchi, si scoprono

i quarzi con oro e solfuro di rame e in metal-
lurgia si introducono î forni a pozzo con
mantici.

È molto probabile che dapprima il metallo
puro e la lega fossero adoperati indiscrimina-
tamente è senza una netta distinzione,

Certo è che si cominciò col lavare il deposito
alluvionale, e molti secoli dovettero passare
dalle prime lavorazioni sul deposito alle
estrazioni in miniera. Le prime miniere erano
nell'Armenia e nell’Elam, e furono le stesse
miniere che servirono più tardi l' Assiria. In
Egitto il rame si produceva nella penisola
del Sinai, dove la III» Dinastia organizzò
ripetute spedizioni protette dalla truppa, per
paura dei predoni. Molti dei pozzi erano
orizzontali e seguivano la vena per circa
cinquanta metri nella roccia; molti pozzi
scendevano invece nel sottosuolo. Apriamo la
Bibbia (Giobbe, XXVIII) « Ha una miniera
l'argento, e l'oro un luogo dove lo si affina.
Il ferro si cava dal suolo, e la pietra fusa
dà il rame ». Poi si narra dell'uomo che ha
scavato pozzi lontano dall'abitato, ha steso
la mano sul granito, rovesciato dalle radici
le montagne, praticato trafori per entro le
rocce e tratte alla luce le cose nascoste.

C'era anche una mano d'opera specializ-
sata, fatta venire da lontano. Ce ne parla
ancora la Bibbia (I Re, 7) « Il Re Salomone
fece venire da Tiro Hirma, figliolo d'una
vedova. Hiram lavorava il rame, era pieno
di scienza, d'intelletto, d’industria per eseguire
qualunque lavoro in rame». E apprendiamo
così che questo Hiram fece colonne di rame,
fuse capitelli in rame, festoni a guisa di
catenelle, e dieci basi di rame, dello spessore
di un palmo: tutto per il grande tempio di
Salomone. C'erano anche dieci conche per le
abluzioni, di rame tirate a pulimento. Il
Re le fece fondere nella pianura del Giordano,
in un suolo argilloso, tra Succoth e Tsartham.

Della superiorità del ferro, comunque, mi
sembra voglia invece, parlare un altro passo,





Foto di Mario Parodi che ha vinto il

concorso

per la migliore fotografia bandito dalla sezione

fotografica del nostro Dopolavoro.

Nel Consiglio di Amministrazione tenutosi
il 20 Luglio 1957 sono stati nominati diri
genti l'Ing. Luigi Madrigali, l’Ing. Gio
vanni Melioli ed il Dr. Emilio Podestà.
\d essi le più vive congratulazioni ed i
migliori auguri da tutto il personale della
nostra Società.

là dove si dice che Sedekia, figliolo di Kenaana,
s'era fatto delle corna di ferro i prese a dire ;

così dice l'Eterno: con queste corna darai
di cozzo nei Siri finchè tu li abbia comple-
tamente distrutti ».

Del resto, Sargon Il il grande sovrano as-
nel 722 sottomise la Samaria, an-
notò tra le sue prede di guerra 126 tonnellate
di rame crudo, e nel suo palazzo furono tro-

siro clu

vate dopo la sua morte circa 150 tonnellate
di barre grezze di ferro.

Esaurito ben presto il rame naturale si
dovette cercarlo nei minerali : le prime fornaci
producevano lingotti di 20, 25 cm di dia-
metro, spessore di 4 em Erano come focacce

rotonde, della stessa forma delle pelli di
bue che si usavano come moneta. Anche la
moneta subì le sue evoluzioni, e apparte

subito dopo lo scambio in natura dei prodotti,
come misura Un uomo rispettabile
era un uomo con tanto orzo. Poi si usarono
le pelli rotonde di bue. A Sparta si usò
il ferro.

Come già detto, subito all'inizio della la-
del metallo apparvero le leghe.
Dopo gli eccellenti bronzi di Ur, comunque,

d'orzo.

anche
vorazione

furono trovate in piena età sargonide ascie
di puro rame. Ciò dimostra che î depositi
di stagno si andavano esaurendo. I mercanti
allora andarono all'ovest, sperando di trovar
stagno, e ciò spiega l'introduzione di metalli
di tipo sumerico nelle regioni del Danubio.
Poi, mel 1.500 circa si scoprì che si poteva
ottenere bronzo di più costante composizione
e qualità se il minerale di stagno era ridotto
con carbone di legna, e lo stagno risultante
mischiato separatamente col rame.

Il bronzo presentava vantaggi,
tanto che diede il nome ad un'era che durò
tremila anni, e ad illustrarlo per sempre ai
posteri basterebbero i manufatti etruschi è
mesopotamici, le armi greche e romane.

Il ferro arriva tardi, arriva ultimo nella
storia dei metalli. ‘*Last but not least". Il
primo ferro apparve allo stato meteorico,
tanto è vero che i sumeri lo chiamavano
“metallo del cielo”, gli egizi ‘minerale ce-
leste” e i greci ‘‘sideros’.

enornu

(continua)

La scuola in stabilimento



(lor



di perfezionamento

«I lavoratori stavano a braccia conserte sulla piazza, sotto il sole, colla cami-
cia dall'’ampia scollatura e colle maniche rimboc



L'uomo con la cravatta.
“l’inviato”, ne osservava a lungo il torace, ne palpava i bicipiti, li faceva voltare

ate,

di spalle, quindi sceglieva i più robusti per la ferriera ». Quanta letteratura ve-
rista del secolo scorso (un secolo che. come noto, è durato fino al 1914) potrebbe
cominciare così?

I requisiti richiesti alla
“grandi e grossi’

in massa dei lavoratori, allora, erano quelli fisici:
dovevano essere, come si diceva in forma dialettale, robusti.



resistenti alle grosse fatiche, Se erano anche intelligenti, non guastava. Ma quel-
lo che sapevano non aveva grande importanza. C'erano dei padroni che ne sa-
pevano meno di loro.

I “capi” (che molto spesso erano stati mandati in Inghilterra a imparare il







mestiere) avrebbero loro detto quello
che c'era da fare, e con pazienza e buo-
na volontà avrebbero imparato sul po-
sto, a furia di fare le stesse cose, quello
che c'era da imparare. Ne conosco al-
cuni, di questi vecchi operai, oggi in
pensione: hanno imparato a svolgere la
loro mansione, con anche
somma, ma non ne saprebbero spiegare

precisione

in alto: da quando so»
no stati istituiti i corsi
di perfezionamento nel
nostro stabilimento,
centinaia di operai so-
no già passati attra-
verso le aule di studio.

a destra: l'officina per
i corsi pratici di sal.
datura, è dotata d'ogni
moderna attrezzatura.

i principi neppure a un bambir (A
sento parlare spesso oggi di
“automi”, di uomini “standard”.

tomatizzati, ‘robot’, ma i veri automi
erano gli operai di ieri, che eseguivano
appunto con la precisione di una mac-
china certi compiti per trenta o quaranta
anni, senza sapere mai esattamente “che
cosa avveniva” e “perchè avveniva”).



iroposito,
pro]

au-



Del resto, a tale situazione si accom-
pagnava un adagio popolare, fatto anche
per giustihicare a se stessi certi limiti e
‘val più la pratica che la

certe pigrizie:
grammatica”,

Il giovane, a furia di sentirselo dire.
finiva per crederci: quando era in età
da lavoro, usciva col padre o collo zio
e andava alla fabbrica, portandosi il
pasto nel fagottello. Faceva il ‘garzo-
zonetto” porgendo gli attrezzi al “*mae-
stro” che si era fatto da solo come lui.
e a furia di lavorare e aiutare e stare
a vedere, attorno al “treno” della fer-
riera o su e giù per la coperta e le stive

nei cantieri, imparava “come si fa” e
diventava operaio.

Anche un ottimo operaio, come no!,
ma soltanto con gli impianti, gli stru-
menti, il sistema e, starei per dire,
l’ambiente nei quali aveva imparato.
Bastava un piecolo cambiamento, una
macchina nuova per spaesarlo. Infatti
un giorno arrivarono delle innovazioni
tecniche, delle macchine nuove, dei gio-
vani usciti dalle scuole professionali: ed
ecco gli anziani in difficoltà, arrancanti
per mettersi al passo, spesso fatalmente
superati, rimasti a recriminare in buona
fede contro la modernità, le macchine,
i giovani, l'ingiustizia...

Questo tanto per esemplificare, e per
dire che i tempi sono cambiati con velo-
cità... supersonica, e che nell'epoca del-
l'elettronica e dell’automazione l'operaio
non si fa più da solo, per pratica, ma
con metodo, con l’apprendere certe no-
zioni teoriche fondamentali, col
scere veramente i principi e il funzio-
namento degli impianti che deve ma-

cono-

novrare.
Altra è la valutazione che si fa del-
l'uomo, oggi: altro il criterio di scelta



dell’operaio, che non vale per quello
che pesa ma per quello che sa: occorro-
no dunque altri dizionari, altri proverbi.
come “c’è sempre qualcosa da impa-
rare” e “non si sa mai abbastanza”.

La rivoluzione tecnologica incalza,
il futuro è già cominciato nel mondo
delle macchine, l'operaio non può re-
indietro, deve diventare sempre
più un “tecnico”, per restare il vero
padrone delle macchine, deve conoscerle
sempre meglio, deve saperne, sul loro

stare

conto, sempre di più.

La nostra azienda ha avvertito subito
tale esigenza, tale necessità, non solo
per un miglior andamento della produ-
zione, ma proprio per inserire più ‘*co-
scientemente” i suoi operai nel ciclo di
lavorazione, perchè ne siano più co-
scientemente partecipi, perchè si sentano
più a proprio agio nello stabilimento,
perchè siano sempre più preparati per
il presente, più sicuri per l'avvenire.

A tale scopo ha organizzato
dei corsi di ‘perfezionamento profes-
sionale” per il personale operaio, e ha



essa



potuto istatare che il personale era
già altrettanto convinto di tale necessità,
tanto da rispondere, in generale, con
tiva.





entusiasmo all’ir

Se qualche resistenza individuale si è
avuta all’inizio (voglio parlarne, anche
se si tratta di casi sporadici, perchè li
ritengo indicativi anche per il modo in
cui sono stati superati) si è dovuta ©
alla vecchia mentalità del “val più la
pratica... (*ho fatto l'operaio vent'an-
ni, il mio mestiere lo conosco, che cosa
volete insegnarmi?) o ad un malinteso
orgoglio personale (ma perchè devo
tornare a scuola? Non ho bisogno di
imparare!). Ma essa è stata subito su-
perata con l’inizio dei corsi, di fronte
alla lavagna, o alle mani dell'insegnante
che *“vivisezionavano” un meccanismo
già creduto famigliare da tanti anni, e
che rivelava invece aspetti nuovi e in-
sospettati, alla luce delle nuove spiega»
zioni. Così gli stessi elementi più “tie-
pidi” si sono fatti avanti con nuove
domande, con accresciuta curiosità, e
hanno fatto come quel tale che non
voleva cominciare... ed ora non la smet-
terebbero mai, perchè vorrebbero allar-
gare oltre i limiti programmatici i cor-

sì stessi.





Vi faccio un esempio: il programma
di insegnamento di elementi di elettro-
logia per saldatori (e quindi la relativa
dispensa che serve da testo) comincia-
va con la frase « l’elettricita è semplice-
mente una forma o una fase di energia
elettrica che può venire nuovamente
trasformata in energia meccanica, ter-
mica etc... ». Gli allievi non si sono
accontentati, hanno voluto saperne di
più, l'ingegnere che prepara le dispen-
se e dirige i corsi ha dovuto aggiungere,
cioè premettere, due o tre paginette
in cui si parla di atomi, di elettroni,
di ionizzazione, ecc,

Aperta una finestra, insomma, tutti
hanno chiesto più luce, più lumi: del
resto è naturale, perchè l’uomo che ap-
prende viene a conoscere i propri limiti
e a desiderare di superarli, apprendendo
sempre di più. Senza contare che l’ope-
raio, al proprio posto di lavoro, si rende
conto prima o poi di quanto gli siano
utili quelle nozioni che ha appreso al
corso, anche se in un primo tempo le
ha ritenute oziose,

Bisogna chiarire che i corsi contem-
plano dei binari precisi, che sono deter-
minati dal posto di lavoro dell’operaio
e dalle conoscenze ad esso connesse:
ma entro tali binari essi spaziano dal
piano teorico generale a quello pratico
particolare, in modo che le nozioni ap-
prese siano sì legate al lavoro svolto,
ma entro tale ambito siano il più lar-
ghe possibile. Ciò non solo risponde al
nostro latino “umanesimo” ma ad una
esigenza ben precisa della moderna evo-
luzione tecnologica.





I corsi, che hanno visto la partecipa-
zione di operai di età variante tra i 22
e i 58 anni, hanno avuto inizio nel no-
vembre 1954 e sono tutt'ora in fase di
svolgimento.

Bisogna però a questo punto preci-
sare che il problema generale era già
stato affrontato all’inizio, sin dalla co-
stituzione della nostra Società. inviando
negli Stati Uniti operai, tecnici e diri-
genti perchè prendessero completa co-
noscenza dei nuovi compiti inerenti al
nuovissimo macchinario appena instal-
lato in stabilimento.

Si è cominciato con corsi di formazio-
ne professionale per conduttori di cal-
daie a vapore e conduttori di locomoti-
ve all’interno dello stabilimento, che sì
sono svolti in due serie, con la parte»
cipazione totale di 37 operai, con una
media di istruzione di 250 ore, al ter-
mine delle quali tutti gli allievi hanno
ottenuto il “certificato di abilitazione”
della ANCC.

Poi si è avuto un ciclo di corsì di
perfezionamento per manovratori di
mezzi di sollevamento dei reparti LAC.
LAF, AFO, MOV, MOL, e personale
di riserva MAN (per carriponte, grù su
binari e su gomme, a motore elettrico,
a motore a scoppio ed a combustione
interna). Questi corsi sono stati fre-
quentati da 140 manovratori ed im-
partite 336 ore di lezione,





Due momenti dell’'istruzio»
me professionale: una le-
zione sui mezzi di solle-
vamento (foto in alto) ed
un'altra sulla manovra dei
carri ferroviari (foto in
basso). Durante questi cor-
si, meccanismi creduti fa-
migliari si rivelano, alla
luce di nuove spiegazioni,
complessi e insospettati,



Quindi si è svolto con 210 ore di
lezione, un corso di perfezionamento
per produttori di coke e gas del reparto
COR, indetto dall’ANCC, al quale han-
no partecipato oltre a 19 nostri operai,
9 operai dell’Ansaldo COKE e 5 del-
l'Azienda del gas Rapallo.



È stato pure ultimato il 1° ciclo di
147 ore di lezione per 47 ‘*manovratori
di carri ferroviari”.

Hanno già partecipato alla 1® serie

del Corso teorico-pratico per saldatori
di acciaio a mezzo dell'arco elettrico e
con il gas ossiacetilenico, 37 nostri sal-
datori di 17 diversi settori, con 820
ore d'istruzione impartite in quattro
turni giornalieri.
Altri 38 saldatori di 18 diversi settori,
hanno frequentato la 2% serie del Corso
teorico per un totale di 156 ore di istru-
zione.

Attualmente sono in fase di svolgi»
mento i seguenti Corsi:

1) la 28 serie del Corso pratico di
saldatori di acciaio frequentato da 35
operai di 17 diversi settori, con circa
700 ore d'istruzione.

2) la 34 serie del Corso teorico di
saldatura, frequentato da 37 saldatori
di 17 settori, con circa 170 ore d’istru-
zione.

3) la 28 serie del Corso teorico-pratico



per “manovratori di carri ferroviari”
per 59 operai con circa 150 ore di
istruzione.

Presto avranno inizio:

1) una seria di Corsi di perfeziona-
mento per un centinaio di muratori
fornellisti:

2) un Corso di specializzazione per 30
saldatori di ghisa, acciai legati, rame e
leghe, alluminio e piombo:

3) un corso per lubricisti:

4) la 4% e 54 serie di Corsi per i re-
stanti manovratori dei mezzi di solle-
vamento,

È inoltre in preparazione una serie
di corsi per imbragatori, elettricisti,
manovratori di diversi reparti di pro-
duzione, ecc.

Come si vede centinaia di operai so-
no già passati attraverso le aule dei
corsi e migliaia di ore di lezione sono
state già impartite.

Altre centinaia di operai si appresta-
no a seguire i corsi a ritmo sempre più
serrato.

Ho visto le aule dove si svolgono le

lezioni teoriche: sopra ogni banco le
ordinate cartelle nere contenenti le di-
spense ed i necessari oggetti di cancel.
leria, per ciascuno degli allievi, alle
pareti alcuni grafici e schemi disegnati,
alcune figure geometriche sulla lavagna,
vicino al tavolo dell'istruttore dei mo-
dellini in legno, funzionanti.

Ho visto l'officina per i corsi pratici
di saldatura, con un’attrezzatura mo-
dernissima e gli allievi al lavoro: qual-
cuno ancora al primo esame, consisten-
te nel saldare tre lamierini di due mil-
limetri di spessore, a piramide: qualcuno
ad esercizi avanzati consistenti in sal-
dature “sopra testa” di piastre d’acciaio
da 12. millimetri di spessore.

Va ricordato che all’inizio ed al ter-
mine di ogni corso il capo dell’ Uf-
ficio REU interviene mettendo in rilievo
l’importanza dei corsi stessi.

Durante i corsi poi, quando se ne
presenta l'opportunità, vengono date
nozioni di cultura generale attinenti
al lavoro, quali notizie sulle mate-
rie prime occorrenti allo Stabilimen-
to, illustrato il ciclo di lavorazione
e produzione dei laminati, le norme di
disciplina e di sicurezza generali, non-
chè quelle particolari per i diversi posti

di lavoro, le norme di igiene sani
taria, ecc,

AI termine dei corsi la commissione
giudicatrice, composta da due istrutto-
ri e dal dirigente dei corsi, assegna il
punteggio, la cui determinazione ri-
sulta dai seguenti fattori; presenza alle
lezioni, comportamento, partecipazione
seritta (appunti) o verbale (interrogazio-
ni, discussioni), esame teorico e pratico.
Gli esami consistono in una libera dis-
sertazione dell’allievo su di una do-
manda teorica e due pratiche estratte
a caso.

La base di sufficienza è stata elevata
al 7 anzichè al 6, il che non ha impedito
che gli insufficienti si contino sulla
punta delle dita. Per coloro che otten-
gono una votazione superiore a 8%, ci
sono dei premi in denaro. Come noto
le ore di presenza dell'operaio alla
scuola sono retribuite.

Dietro il muro della fabbrica, dunque,
non ci sono soltanto macchinari ed uo-
mini indaffarati attorno ad essi, ma
anche queste piccole aule e degli ope-
rai che, seduti al banco, imparano ogni
giorno qualche cosa che non sapevano.

In modo che la fabbrica veramente,
e in senso compiuto, Ji rende migliori.



I 50 anni di attività
del dott. Antonio Ernesto Rossi
nella siderurgia italiana

Con una affettuosa manifestazione cui hanno par-
tecipato l'On. Fascetti, Presidente dell'IRI, i Consiglieri
di Amministrazione e i Sindaci della FINSIDER, i Di-
rigenti delle Società collegate ed i Presidenti della FIN-
MECCANICA e della FINELETTRICA, è stata fe-
steggiata presso la FINSIDER la ricorrenza dei cinquan-
t'anni di attività del Dr. Antonio Ernesto Rossi nella
siderurgia italiana.

Il Dr. Antonio Ernesto Rossi, Presidente della
FINSIDER è della nostra Società, iniziò la Sua carrie-
ra al principio del 1907 presso l'ILVA. Qui egli rag-
giunse in seguito le più alte cariche — dopo essere stato
per un certo periodo Direttore Generale della FINSIDER,
Istituto, questo, dove nel 1953 assumeva la carica di
Presidente succedendo al compianto Ing. Sinigaglia.

L'On. Fascetti nel consegnare personalmente al Dr.
Rossi una medaglia d'oro ha rievocato le tappe della
brillantissima carriera percorsa ed ha espresso l'augurio
che egli possa ancora per lungo tempo continuare a diri-
gere la siderurgia italiana. A questo augurio si associa
in modo particolare la Cornigliano che ha nel Dr. Rossi
il proprio Presidente e che conta — sotto la Sua guida
— di continuare quel cammino che ha già portato la no-
stra società a divenire un elemento fondamentale della
siderurgia itali nell'ambito della C. ità Europea
del carbone e dell'acciaio.



I risultati del Premio Cornigliano

Sono stati resi noti, nelle scorse settimane, i risultati del
“ Premio Cornigliano” bandito dalla nostra Società in colla-
borazione con la Siderurgica Commerciale Italiana.

Il concorso, come noto, si proponeva di divulgare l’applica-
sione del lamierino d'acciaio nell’architettura, promuovendo nuovi
interessi tecnici ed estetici al fine di creare prototipi atti alla
produzione su vasta scala industriale.

Al concorso, aperto ad architetti, ingegneri, disegnatori
industriali, tecnici ed artisti residenti in Italia, hanno parteci-
pato numerose opere, tutte di notevole livello tecnico ed estetico.

Dopo una prima accurata selezione dei progetti di maggior
interesse, la giuria — riunita in un nuovo esame — ha infine
deciso di assegnare i seguenti premi :

— primo premio ex-aequo del valore di Lit. 1.500.000 ai
Signori: Geom. Marcello Aquilina di Bolzano e Ferruccio
Bergomi di Milano ;

— quattro rimborsi spese di Lit. 250.000 ciascuno ai Signori :
Andrea Colli; architetti Giorgio Madini-Moretti ed Emilia
Sala ; architetti Sergio Fasani, Roberto Gottardi e Roberto
Menghi di Milano ; architetto Carlo Maspes di Sondrio.

I progetti vincenti sono esposti, a partire dal 10 settembre,
in una delle mostre temporanee allestite presso l' XI Triennale
di Milano a cura della nostra Società.

19

L’'Iri e la Finsider nel 1956



Fra i settori dell’IRI che nell’anno trascorso hanno registrato
progressi superiori alla media della produzione industriale si ri-
trovano accanto all'industria estrattiva (-+29,5%), metallurgica
(49,4%), chimica (-+9,4%), meccanica (4-8,3%) e dei materiali
da costruzione (-+8,2%) anche i settori della carta (-+-11,2%),
tessile (-+7,5%) e dell’abbigliamento (+7,5%).

Un cenno particolare meritano i progressi dei settori siderur-
gico e meccanico, che occupano un posto di forte rilievo nell’at-
tività del gruppo. La siderurgia ha aumentato la sua attività del
10,4%, risultato che supera quelli realizzati nel 1956 da tutti gli
altri paesi della CECA. AI progresso della produzione meccanica
hanno contribuito in particolare i settori automobilistico, cantie-
ristico, delle macchine motrici, macchine utensili, per ufficio e
grafiche.

Sia per la siderurgia che per la meccanica è da segnalare il
significativo aumento dell’esportazione; nel 1956 sono aumen-
tate di poco meno dell’80% le vendite all’estero dei prodotti
siderurgici e di un buon quarto quelle di prodotti meccanici.
Giova sottolineare che nel 1956 la sola meccanica ha fornito il
23,5% delle esportazioni italiane, ponendosi così al primo posto
fra i settori di esportazione, davanti agli alimentari ed ai tessili
che ancora nel 1954-55 detenevano il primato delle nostre vendite
all’estero.

Il complesso industriale dell’IRI ha registrato nel 1956 un
fatturato di 835,6 miliardi di lire. Rispetto all'esercizio precedente
si è registrato quindi un incremento di circa 130 miliardi di lire.

Il maggior contributo all'espansione del fatturato nel 1956
proviene dal settore meccanico che ha segnato un aumento del
24,6%, quasi triplo di quello realizzato nel 1953. ‘Tale progresso
è soprattutto dovuto al forte incremento del fatturato navale, al
quale si accompagna un’apprezzabile espansione in altri sottoset-
tori, in particolare quello delle costruzioni automobilistiche.

Il settore siderurgico, con un aumento del fatturato del 18,3%,
ha compiuto nel 1956 soddisfacenti progressi. Giova sottolineare
che a fine d’anno il carico d’ordini di laminati a caldo delle aziende
del gruppo, pari a circa cinque mesi di spedizioni al ritmo del
1956, superava del 45% quello registrato a fine 1955.

Le dimensioni dell'attività dell'IRI sono messe in evidenza
dai nuovi impianti realizzati nel 1956: essi hanno richiesto investi-
menti per il complessivo importo di 155 miliardi.

Nel settore armatoriale gli investimenti si riferiscono in par-
te alle costruzioni previste dal programma avviato nel 1955 ed
in parte all'impostazione della nuova turbonave da 30.000 t.s.l.
destinata a sostituire l' “Andrea Doria”. Nel settore siderurgico
ì nuovi impianti realizzati rientrano nei programmi di adegua-
mento delle capacità produttive esistenti alle esigenze di una do-
manda in costante sviluppo.

Un particolare rilievo è stato dato quest'anno dall’IRI ai pro-
blemi del lavoro. Si può constatare che nel 1956 si è registrato un

aumento di occupazione, in misura più o meno accentuata, in
tutti i settori controllati, eccettuato l’armatoriale.

I problemi che al riguardo si sono posti all'attenzione del-
l’IRI sono stati quelli della condotta del personale e delle rela-
zioni tra le direzioni e le maestranze, non soltanto nei rapporti
con le organizzazioni sindacali, ma altresì nel campo della pre-
venzione anti-infortunistica, dell'igiene del lavoro, dell’ istruzione
e della formazione professionale.

La FINSIDER, ricalcando le linee dell'andamento della pro-
duzione siderurgica nazionale, ha segnato aumenti in tutti i
settori produttivi, con particolare riguardo per la ghisa. Fattore
determinante di ciò è stata l’entrata in funzione dell’altoforno
ILVA di Piombino che ha sensibilmente cooperato alla produzione
di tonnellate 1.504.177 di ghisa, produzione che nel 1955 era stata
di tonnellate 1.257.449, consentendo un notevole miglioramento
del rapporto ghisa-acciaio. Si è rilevato inoltre quanto mai op-
portuno, per il previsto maggior consumo d’acciaio, il programma
di nuovi impianti per effetto del quale la capacità produttiva
del gruppo sarà verso il 1960 di 4.200.000 tonn. per l’acciaio e
2.400.000 tonn. per la ghisa.

Un valido apporto è stato dato dalla FINSIDER alle esporta-
zioni che per la prima volta nella siderurgia italiana hanno supe-
rato in quantità ed in valore le importazioni; tale apporto può
essere valutato intorno al 60% del totale nazionale.

Per gli approvvigionamenti, la FINSIDER ha acquistato dal-
l’estero 1.268.000 tonn. di minerale. Tra le provenienze più im-
portanti vanno indicate: l'India Portoghese, il Nord Africa, la
Svezia, la Turchia ed il Venezuela. La FINSIDER inoltre preve-
dendo che in relazione al maggior incremento della produzione
vi sarà un crescente fabbisogno di materie prime, sta assicurandosi
la partecipazione nello sfruttamento di alcuni giacimenti esteri.
Il notevole aumento delle importazioni di carbone e minerale di
ferro su rotte oceaniche ha reso poi indispensabile anche per le
Società del Gruppo FINSIDER l'adozione del trasporto in
proprio e con navi a time-charter. In relazione a queste direttive
sono state varate ed entreranno in attività entro l’anno le prime tre
navi da 15.800 tonn. mentre una quarta sarà varata ed approntata
nel prossimo anno.

La produzione di energia elettrica che con la produzione del
cemento e dei fertilizzanti fa parte dell’attività non siderurgica
della FINSIDER, è passata da 2.612,9 a 2.941,3 milioni di kWh.
Un aumento si è registrato pure nella produzione del ce-
mento della ‘Terni e della Cementir, la prima passando da
184.212 a 190.753 tonn. e la seconda da 663.734 a 673.979 tonn.

Il fatturato delle maggiori aziende FINSIDER è stato nel 1956 di
286 miliardi contro 244 miliardi nel 1955, mentre il capitale so-
ciale della Società è stato elevato da 50.490.000.000 a 70.686.000,000.





3

1.21 figli dei dipendenti della mostra Società
alla Colonia di Rovegno. Alla fine di luglio.
con l’arrivo delle bambine (foto 1) sono par-
titi i maschietti che vi hanno soggiornato per
tutto il mese di agosto (foto 2).

3 Un gruppo di soci del nostro Dopolavoro in
campeggio sulle pendici del monte Rosa a Gres-
soney la Trinité.

4 Alcuni esponenti della nostra sezione Moto.
club a Riva del Garda in occasione del XIV
Raduno Internazionale moto -alpinistico del Pa-
subio, In tale occasione il nostro Moto-club ha
conseguito una brillante affermazione conqui-
stando il primo premio assoluto tra oltre 10,000
partecipanti.

5 Un momento della festa tenutasi a bordo
della t/n Cristoforo Colombo ed alla quale ha
partecipato un folto gruppo di operai e impie-
gati della nostra Società durante la Crociera a
Napoli organizzata dal nostro Dopolavoro.

6 Una scena dell'a Anticamera » di Giovanni
Mosca rappresentata dal nostro gruppo di arte
drammatica «Pegaso» n Palazzo Bombrini e
replicata all’ ESSO.CLUB,



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4 luglio - agosto 1957

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CORNIGLIANO

di informazione

aziendale





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in copertina: i gasometri

2° di copertina: un particolare del viadotto
che conduce agli altiforni

3° di copertina: gasometri

CORNIGLIANO

Rivista bimestrale
d'informazione aziendale
della Cornigliano S.p.A.

inno I - n° 4 - luglio-agosto 1957

SOMMARIO
O Gli utili e l’azienda pag. 1
O Parola d'ordine: qualità » 3

O Storia del ferro dalle origini
ai giorni nostri » 1I0

O La scuola in stabilimento » 15

La riproduzione degli articoli è libera.
Si prega citare la fonte.

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n. 386 in data 28 febbraio 1957

Spedizione in abbon. postale - gr. IV
direttore responsabile: Arrigo Ortolani

segreteria di redazione:
Ufficio Stampa e Pubblicità
della Cornigliano

Piazza Dante 7 - Genova
telefono 580.434

copertina e impaginazione : Eugenio Carmi

ampa: AGIS - Stringa - Genova



Gli utili

e l'azienda



L'idea che un'azienda industriale non sia un campo cintato dentro il quale il datore dî
lavoro e î prestatori d'opera duellano senza posa intesi a darsi reciprocamente la morte, bensì
un'entità ben altrimenti complessa e ricca di positive possibilità, uno ‘spazio economico” nel
quale gli interessi delle due categorie, pur scontrandosi talvolta (il che è inevitabile e, in fin
dei conti, utile), non tendono per loro natura ad annientarsi a vicenda ma ad equilibrarsi fino



a trovare un punto dî incontro e di sostanziale armonia in un superiore interesse sociale ; que-
sta idea va facendosi strada con lentezza e fatica a causa dei molti pregiudizi che ingombra-
no il suo cammino ; e tuttavia ha fatto strac vata a farne. La struttura e
il carattere dell'industria moderna sono an o un soddisfacente
grado di chiarezza, di stabilità e di coerenz ta ed è tale da far
apparire già oggi superatissimo e mummific Stica assidua e di-
sperata nel quale în passato si credette di ric nico possibile punto
di sbocco della “civiltà delle macchine”. Cer. grande rivoluzione
industriale, era impossibile divinare la fisic avrebbe finito per
assumere ; ed era dunque del tutto naturale densò, che la grande
azienda moderna avrebbe conservato — i în proporzione del
suo stesso sviluppo dimensionale i dife caratteri antisociali
della piccola azienda antica, e che l’arbit virtù dell'accresciuta
potenza economica, sarebbe giunto @d atti: ny. oppressi (dipendenti
e consumatori) una reazione drammaticamente risolutiva.

Senonchè tali previsioni, che parvero confermate dai fatti in un primo tempo, in quella
che si potrebbe chiamare l’età della pietra dell'industrialismo, sono poi state smentite più ©
meno rapidamente e largamente dal successivo corso degli eventi. Mille e uno elementi — tutti
egualmente imprevedibili un secolo fa — hanno interferito nello sviluppo della grande industria,
progressivamente mutandone il volto e la funzione.

Basti pensare al frazionamento del capitale che derivò dal suo stesso enorme accrescimen-
to e che, suddividendo tra molti la proprietà, la privò del suo primitivo carattere ferreamente
unitario e personalistico. Basti pensare alla incisiva e costante azione correttiva esercitata
dal diffondersi dell'ideale democratico nel mondo e dalla lotta sindacale (là dove fu bene in-
tesa e condotta, come, ad esempio, in Inghilterra) sulla lettera e sullo spirito dei rapporti di
lavoro. Basti pensare agli effetti, veramente determinanti, che derivarono dalla visione
fattasi mecessariamente sempre più chiara ed ampia della funzione sociale dell'impresa ;
per cui non soltanto coercitivamente (interventi e controlli statali, di cui proprio gli Stati Uni-
ti, presunta mecca del liberismo, offrono oggi la più larga esemplificazione), ma anche per
spontanea evoluzione spirituale e morale, la proprietà industriale ha perduto brano a brano
gran parte di quel suo carattere esclusivistico ed egoistico grazie al quale, in tempi ormai lon-
tani, la fabbrica veniva posta sullo stesso piano di tutti gli altri beni personali, disponibili ad
libitum (oggi è addirittura inimmaginabile che î proprietari di una Ford, di una Westinghouse,
di una Fiat, di una Montecatini possano chiudere le rispettive aziende o ridurne sensibilmente
l’attività soltanto per il piacere — astrattamente legittimo — d'impiegare e godere in altra
forma i propri capitali).

Non spaventatevi : nom intendiamo scrivere un trattato di eco-
nomia politica. Ci limitiamo ad una semplice constatazione di fatto :
benchè non sempre e non dovunque, nè in misura uniforme, la proprietà
industriale è ormai soggetta ad imponenti limitazioni e controlli e sem-
pre più è condizionata da imperiose esigenze sociali che non si esauri-
scono nell’ambito della comunità operaia aziendale ma echeggiano spesso
interessi e necessità nazionali o addirittura sopranazionali ; sicchè il
vecchio cliché dell'azienda affidata al dispotico volere e piegata al-
l’egoistico tornaconto del capitalista troneggiante su una massa di
dipendenti sfruttati, indifesi, confinati all'umiliante limite dell’irre-
sponsabilità e obbligati, per sopravvivere, ad una lotta mortale
senza pause e senza esclusione di colpi, questo vecchio cliché non
riflette minimamente la realtà odierna ma un clima politico-morale
e una struttura sociale ed economica che dormirebbero da gran
tempo nell'ovattato silenzio di un museo se taluno, avendoli elevati
a dogmi e resi oggetto di culto, non si affaticasse a mantenerli în
vita con disperate operazioni alla Voronoff. Che se da codesto qua-
dro generico si vuol passare a riferimenti specifici, ecco subito risal-
tare le grandî aziende moderne qualunque sia la composizione del
loro capitale sociale e in particolare, in ragione della loro speciale
fisionomia, le aziende controllate dallo Stato come quelle IRI, nelle
quali la finalità economica non è più fatto esclusivo ma anche alle
finalità sociali viene data la giusta valutazione. Con tale azienda
l'impresa industriale preconizzata cent'anni fa ha tanto a che
vedere quanto una mummia della XVIII Dinastia con colui che
ci sta leggendo.

E ancora, è proprio la “Cornigliano” che può essere addotta
a testimonianza della tendenza che abbiamo indicato. Nessun inte-
resse particolaristico ha certo influito sulla sua nascita, che fu deter-
minata soltanto dalla meditata volontà di dotare finalmente l'Italia
di una efficiente industria-base, senza la quale molte fra le principali
altre industrie avebbero continuato a vivere di vita incerta e alla
mercè della concorrenza straniera ; tutto, quindi, fuorchè il calcolo
egoistico, tutto fuorchè la speculazione personale.

In piena coerenza con il modo e con gli scopi della sua nascita
e della sua azione economica, la nostra Azienda ha adottato nel
trattamento dei suoi dipendenti moderni criteri tendenti ad elevare
nella maggior misura possibile non soltanto il loro tenore di vita ma
anche e soprattutto la loro posizione morale.

Si può dire in conclusione, senza paura di poter essere smentiti,
che l'azienda si propone due scopi: 1) lo sviluppo su basi sane ed
economiche di quell'amplissimo settore dell'industria italiana la cui
attività si fonda, direttamente o indirettamente, sulla lavorazione
dei laminati piatti d'acciaio; 2) il benessere, inteso in senso
non soltanto viscerale, dei suoi lavoratori. Questi due scopi e
nessun altro.

Il vecchio, tradizionale cliché ottocentesco appare, a questo
punto, piuttosto lontano, piuttosto sbiadito. E sembra del tutto na-
turale aspettarsi che, a una così diversa situazione, corrisponda da
parte dei lavoratori un atteggiamento del tutto nuovo.

Che cosa chiediamo ad essi? Non certo la collaborazione, che vie-
ne già offerta senza riserve. E nemmeno la buona volontà, la disciplina,
lo spirito di sacrificio : tutte cose che non gli sono mai mancate. Non
questo : piuttosto (cosa meno costosa ma, in certo senso, più ardua) lo
sforzo di avvicinarsi di più all'azienda, d’esserle maggiormente legati
sentimentalmente e mentalmente di quel tanto che basta a sentirla dî più
come cosa loro, a viverne con disarmata immediatezza la vita, a mi-
surare le sue vicende quotidiane, piccole 0 grandi, con lo stesso metro
con cui misurano î propri fatti personali, a valutarne le esigenze e
le ragioni come valutano le proprie ; insomma, a fare corpo con essa
in quel modo schietto, incondizionato e totale che non è, badate, ser-
vilismo ma esattamente il suo contrario : un atto di assoluta compren-
sione che può essere frutto soltanto di un'assoluta libertà di coscienza
e d'intelletto.

Sembrano frasi retoriche, lo so: ma dentro e oltre le parole
se ci pensate bene, c'è una realtà ben concreta, una precisa “posizio-

ne’ morale e intellettiva, che non si può raggiungere e conquistare
senza aver prima sacrificato tutto un corredo di preconcetti, di formule

da lungo tempo assimilate, di cristallizzazioni mnemoniche, di abitu-
dini mentali : di tutto ciò, insomma, di cui è più scomodo e difficile
liberarsi.

Non manca ad alcuno, dicevamo, la volontà di collaborare ;
ma fate un attento esame dî coscienza e vedete se sotto sotto, în qual-
che remoto ambulacro del vostro spirito, non si nasconda, per caso,
una certa residua diffidenza, un sospetto magari attenuato e indi-
stinto, ma caparbiamente vigile e presente, nei confronti dell'azienda.
È il cliché, il vecchio cliché ottocentesco dell’azienda-nemica, dell’a-
sienda-galera, che ha impresso il suo segno in voi. Senza liberarsi
di queste vecchie e tenaci stratificazioni mentali non si arriva alla
piena, fiduciosa, intrinseca dimestichezza con la fabbrica, con la sua
vita, coi suoi problemi. E liberarsene costa fatica : bisogna esaminare
e valutare i fatti con totale libertà di spirito, con limpida lealtà e
obiettività ; e se i fatti sono tali da smentire i luoghi comuni
e smantellare le comode convinzioni prefabbricate che tutti, chi più
chi meno, abbiamo ‘accumulato dentro di noî — prenderne corag-
giosamente atto ed accogliere liberamente una realtà nuova.

Per chi sarà riuscito ad affrontare questa fatica, assumeranno
un significato singolarmente importante le fotografie che pubblichiamo
ormai per consuetudîne in ogni numero di questa Rivista e che mostra-
no macchinari dello stabilimento, precisando, come dicono le didasca-
lie, il loro costo totale e il loro costo (in oneri più ammortamento ecc.)
per ogni ora che passa, Sotto l’azione narcotizzante dei preconcetti,
questo peso ci lascierà perfettamente indifferenti, come destinato ad
altre spalle; ma, liberi da tale azione, lo sentiremo gravare su noi
stessi in quanto siamo e sappiamo di essere parte viva, elemento at-
tivo e corresponsabile della vita aziendale,

La collaborazione, vedete, non è un semplice atto di rassegnata
“buona volontà” : è prima di tutto una leale e decisa assunzione dî
responsabilità. Dipende da ciascuno di noi se la spesa fatta per l'ac-
quisto di quel macchinario risulterà, o meno, produttiva, se il suo
rendimento riuscirà a sopravanzarne il costo: dipende dal modo in
cui la sappiamo adoperare, dall'intensità e razionalità del suo sfrut-
tamento, dalla maggiore o minore usura cui la sottoponiamo, dalla
conoscenza più o meno approfondita che ne abbiamo acquisita. Di-
pende da noi. E il risultato, positivo 0 negativo che sia, si riverbera
sull'azienda che è cosa nostra, fondamento della nostra vita presente,
garanzia del futuro nostro e dei nostri figli. Ogni nostra azione, per
insignificante che possa apparire, è un fatto economico che direttamen-
te contribuisce alla prosperità o alla decadenza dell'azienda, cioè
alla nostra personale prosperità o decadenza.

È cosa essenziale per noi che l'azienda prosperi, che il rendimento
economico dei suoi macchinari superi largamente il loro costo e il
valore degli oneri correlativi ; è una cosa essenziale che il bilancio
aziendale sia attivo e registri il maggior margine possibile di utile.

Questo degli utili, lo so bene, è uno degli scogli più acuminati e
duri. Che cosa sono, infatti, gli utili se non l'equivalente dello sfrut-
tamento ‘dell’uomo sull’uomo”, che va ad impinguare la cassa priva-
ta del capitalista? Il vecchio cliché non lascia dubbi in proposito, è di
una chiarezza cristallina.

Ebbene, bisogna arrivare a sbriciolarlo e a distruggerlo. In una
azienda nata per servire l’intera comunità degli italiani, gli utili
non impinguano nessuno ma non pertanto sono indispensabili : ser-
vono a compensare l'inevitabile usura degli impianti, servono a ri-
munerare il capitale impiegato nella costruzione dello stabilimento e
che nessuno a/ mondo dà gratis, per i begli occhi nostri ; servono, se
possibile, ad elevare le paghe e a svolgere una politica sociale di
più ampio respiro ; servono infine (il che è di fondamentale impor-
tanza) a realizzare quel continuo aggiornamento e rinnovo degli
impianti senza il quale la fabbrica invecchierebbe fino a restar
sommersa dalla crescente marea della concorrenza.

Nonostante e contro il “dogma” insito nel vecchio cliché otto-
centesco, l'utile ha da esserci e occorre far di tutto perchè sia il più
abbondante possibile : esso si traduce proporzionalmente e direttamente
in benessere e sicurezza per voi, in benessere e sicurezza per l'intera
nazione.



+

Parola d’ordine: qualità



Il laboratorio

Sul tavolo del dott. Giovanni Odone,
capo della Sezione QUA (Controllo qua-
lità) della “Cornigliano”, c'è un curioso
disegno, ben in mostra per il visitatore.
Si vedono due somari legati ad una stessa
cotda che allungano il muso in opposte
direzioni verso appetitosi mucchi di fieno.

Un somaro vuol andare da una parte e
l’altro dall’altra, e così nessuno dei due
riesce a raggiungere il fieno, poichè la
corda che li unisce è troppo corta. Ma
ecco che le due bestie hanno un’idea, gra-
zie alla quale risolvono brillantemente la
situazione: assieme mangiano il fieno del

mucchio di destra e poi passano a mangia-
re, sempre d’amore e d'accordo, quello
del mucchio di sinistra. Il titolo del dise
gno è: “collaborazione”.

Con questa rustica esemplificazione, che
illustra una celebre favola di Esopo, il
dott. Odone, chimico, piemontese, intende





Occhi

nostri

controllano

prodotti in ogni fase, analizzando pezzo per pezzo

attenti la qualità dei

nostro stabilimento.

produzione del

l'intera

mettere subito in chiaro le cose con il vi
sitatore, e fargli capire che quando si parla
di “Controllo qualità”, non si deve pen-
sare ad una sorta di organizzazione poli-
ziesca, sempre in caccia di sbagli, ma di
anismo che ha compiti
mente “di aiuto”, e il cui lavoro si svolge

un or esclusiva-





all'insegna della collaborazione. Lo scopo
principale della Sezione “Controllo qua
lità” è di soddisfare i clienti della “Corni-
gliano” fornendo loro prodotti della più
alta qualità a basso costo, Si tratta dunque
di un settore proiettato verso il Cliente,
delle cui esigenze deve tener conto per
farsene interprete presso l'Azienda, natu
ralmente tenendo sempre presenti le possi-
bilità della “Cornigliano” e i costi.

Collaborazione, pertanto, con l'esterno
(il Cliente), con l’interno (la Direzione e
le altre Sezioni) e all’interno della Sezione
(tra i vari reparti in cui essa si articola).

Chi visita lo stabilimento della
gliano, difficilmente avverte la presenza
di una complessa e capillare organizzazione
di controllo della produzione. Eppure la
Sezione che dirige e coordina questi con
trolli occupa un fabbricato di quattro piani,
estende su un’area di circa 700
metri quadrati, a fianco della centrale ter-
moelettrica (e che ospita, oltre agli uffici,
il laboratorio chimico, ed i laboratori
di ricerche), dispone di laboratori distac-
cati, ha una rete di telescriventi e una posta
pneumatica proprie.

Corni

che si

Tenteremo di fornire una descrizione
dei compiti che spettano alla Sezione QUA,
cosa non facile, perchè si tratta di una or-
ganizzazione così complessa e basata su
un sistema così fitto di rapporti di colla
borazione tra settore e settore, da scorag
giare un poco chi abbia la ventura di porsi
a tracciare una visione panoramica di que-
sto servizio essenziale.

Innanzitutto, bisogna premettere che i
controlli di qualità vengono effettuati su
tutta la produzione dello stabilimento, in
ogni sua fase, e sui materiali che hanno
influenza su di essa,
“Cornigliano” produce, come è noto,
lamierini e lamiere di acciaio ‘dolce’ al
carbonio. Tale produzione importa un
problema di qualità, in quanto è necessa
rio disporre di un acciaio molto puro. Tre
sono i tipi “standard” di acciaio prodotti
nei forni ‘“ Martin” della “Cornigliano”.

La

Vi sono gli acciai “effervescenti” (così
chiamati per la caratteristica ebollizione
nella fase di solidificazione nelle lingottiere,
provocata dall’ossigeno che, combinandosi
con il carbonio, esce sotto forma di ossido
di carbonio). Sono acciai che accoppiano
il vantaggio di una superficie molto pura
a quello di una grande plasticità. Servono
per lamiere medie e sottili a caldo, per
lamierini e nastro a freddo, per latta e
zincati,

Gli acciai “calmati” (che cioè non ribol-
lono, essendo stato aggiunto un elemento
facilmente ossidabile, come ad esempio

l'alluminio, per cui si ha la formazione di
un ossido che viene assorbito dalla scoria),
sono pure prodotti dalla ‘Cornigliano”’,
In questi acciai “tranquilli” non conta
tanto la purezza della superficie, quanto la
costanza delle caratteristiche in ogni punto
e nel tempo. Servono per produrre lamie-
rino a freddo per stampaggi extra speciali
e lamiere per bombole, per le quali occorre
un materiale con caratteristiche uguali in
tutti i punti e direzioni, e permanenti con
il trascorrere del tempo. Sono, in definitiva,
‘invecchiano”’.

acciai che non

Infine, il nostro stabilimento produce
acciai ‘“semicalmati” per lamiere grosse e
medie, ad esempio per tubi, dove occorro-
no certe particolari caratteristiche mecca

niche.

I tre tipi descritti si dividono in vari
sottotipi, pure “standard”, che la Corni.
gliano produce. Sono sfumature di qualità,
derivanti da una controllata selezione della
produzione, intesa a far convergere i pro-
dotti migliori verso gli impieghi più dif-
ficili.

Tra questi tipi e sottotipi il Cliente ha
modo di trovare quanto fa per lui, grazie
alla collaborazione della QUA.
Questa riceve infatti dalla Sezione Vendite
tutti gli ordini che arrivano all'azienda da
parte dei Clienti. Gli ordini vengono at-
tentamente esaminati dall’ufficio cicli e re-
clami (CLI) che è una delle quattro bran-
che in cui si divide la sezione, e che ha il
compito di stabilire il tipo di acciaio da

sezione

fornire al richiedente e il conseguente ciclo
di lavorazione. Tipo e ciclo relativo sono
i due elementi che caratterizzano, dal punto
di vista tecnologico, il prodotto finito.

Per stabilire il tipo e il ciclo è necessario
compiere una minuziosa indagine, vaglian-
do tutti i fattori a disposizione e cioè
i dati forniti dal Cliente nella sua richiesta,
le informazioni avute dalla Sezione Ven-
dite, quelle assunte direttamente dal CLI
o raccolte confrontando altre forniture ana-
loghe. Della massima importanza è poi la
conoscenza dell'impiego del prodotto ri-
chiesto. Questo elemento assume un va-
lore determinante quando il Cliente do-
manda un materiale che deve rispondere a
particolari requisiti (come uno stampaggio
difficile che richieda qualità speciali del-
l’acciaio).

Per esempio, il CLI, appreso che un
Cliente desidera delle lamiere per farne
portiere stampate d’'automobile o altre parti
che dovranno subire particolari stampaggi,
richiede al committente, tramite la Sezione
Vendite, disegni e descrizioni delle parti
e tutti gli altri dati che interessano. Poi
prepara una campionatura che viene data
al Cliente affinchè effettui, alla presenza di
un tecnico della “Cornigliano”, se è possi-
bile, delle prove. Può darsi, sempre per
fare un esempio, che in una portiera d’auto
stampata vi sia un solo punto in cui sono
richieste, per una piega difficile, una spor-
genza, una rientranza, qualità speciali della



lamiera. Le prove tendono allora ad accer-
tare se si può dare al Cliente un materiale
che resista e dia soddisfacenti risultati “in
quel determinato punto”, il più importan-
te agli effetti del rendimento.

Tutto ciò esige la fiducia del Cliente e
l'affiatamento reciproco. La “Cornigliano”
può ormai dire di aver raggiunto l'una e
l’altro. C'è voluto, come per tutto a questo
mondo, del tempo, ma alla fine i Clienti
si sono resi conto che era nel loro inte-
resse collaborare con la nostra Azienda
nel senso che sopra abbiamo illustrato.

Il lavoro da certosini dell'Ufficio Cicli
non va perduto. Al contrario, tutto viene
ordinato e catalogato, archiviato mecca-
nicamente. Ogni ordinazione fatta alla
“Cornigliano” di laminati destinati ad im-
pieghi particolari, viene registrata su una
“scheda di ciclo”, un rettangolo di carton-
cino fitto di annotazioni. Vi viene segnato
l'impiego, le dimensioni, il tipo di acciaio,
il ciclo di ricottura, eventuali caratteristiche
e tolleranze particolari richieste, il ciclo
di lavorazione che effettuerà il cliente, le
condizioni di impiego ed altri dati ancora.
La scheda reca infine un chiaro disegno del
particolare che il Cliente ricaverà dalla la-
miera ordinata (una portiera di automobile
o di frigorifero, il carter’ di un motore,
una scatola di latta e infinite altre cose).

Sulla scheda si registra insomma tutto
ciò che occorre per dare sempre al Cliente
la stessa qualità di prodotto nelle successi-
ve eventuali ordinazioni che esso avesse a
fare. Se, da un controllo delle schede, ri-
sulta per esempio che il cliente ha improv-
visamente cambiato le misure del materia-
le ordinato, ci si informa immediatamente
del motivo di tale cambiamento: potrebbe
darsi che, per un nuovo impiego, servisse
al Cliente un materiale con caratteristiche
diverse, che la “Cornigliano” potrebbe for-
nirgli, con vantaggio di entrambi.

Le stesse schede illustrano poi dettaglia-
tamente ogni ciclo di lavorazione; esse pre-
vedono e stabiliscono tutto quello che deve
compiersi nello Stabilimento per ottenere
un prodotto che sia perfettamente rispon-
dente a quanto richiesto da un Cliente.
Quindi, oltre alla descrizione del ciclo,
con i tipi di acciaio da impiegare, tutte le
varie fasi di lavorazione necessarie e la
percentuale di riduzione a freddo, le tem-
petature e le durate di ricottura, il grado
di riduzione al “temper”, lo stato super-
ficiale e i collaudi da effettuare, la scheda
comprenderà anche le avvertenze trasmesse
ai reparti di controllo sulla produzione e
ai collaudi.

Sulle schede dunque “nasce la qualità”,
sintesi di caratteristiche, pratiche di fab-
bricazione, cicli ecc,



L’ufficio cicli è anche un “ufficio recla-
mi” al quale arrivano le eventuali lamentele
di un cliente. Un reclamo dà luogo ad una
serie di indagini per scoprire l'origine, la
causa del difetto lamentato. Poichè esistono

informazioni e controlli accuratissimi di
ogni fase di lavorazione, ogni pezzo
di lamiera, ogni rotolo, ha il suo “pedi-
gree’, cioè il suo albero genealogico, come
un cane di razza, e si conosce senza possi-
bilità di errore tutta la sua storia, da quan-
do è entrato nello stabilimento come ma-
teria prima informe fino al numero ed al-
la data della colata d'acciaio; partendo dalla
bramma da cui è nato, si può risalire fino
al momento preciso in cui si verificò nella
sua gestazione “qualcosa” di anormale, di
non previsto, di sbagliato.

Il CLI è diretto dall'ing. Pietro Timossi.

I controlli più importanti sono dunque
quelli che vengono effettuati nell’acciaie-
ria, poichè è qui che il metallo acquista le
doti che formeranno la sua “personalità”,
ed è qui pertanto che maggiormente si
appuntano i mille occhi del QUA, e più
precisamente quelli molto acuti del MET
(Reparto Controlli Metallurgici), con a
capo l'ingegnere chimico Franco Ambro-
setti, altro piemontese, che è anche ‘vice’
del dott. Odone.

Il MET è ripartito in sette settori : labo-
ratorio chimico, materie prime, altiforni, ac-
ciaieria, laminazione, rivestimenti e collaudi.

Ciascuno di questi settori ha compiti
ben precisi e, come si vede, tutti insieme
“coprono” ogni fase produttiva.

Per le materie prime, al molo Nino
Ronco si lavora su tre turni agli ordini
del perito chimico Luigi Baldi, prelevando
campioni per ogni arrivo di minerali e car-
bone, da sottoporre nel laboratorio chi-
mico ad una serie di esami.

Le materie prime vengono tenute sotto
continuo controllo statistico. Si tratta
qui di classificare la bontà delle materie
prime e di determinare se un materiale ha
tendenza a migliorare o peggiorare la qua-
lità del prodotto, allo scopo di poter, con
opportuni dosaggi, mantenere inalterato
e per quanto possibile, migliore, lo “stan-
dard” produttivo.

Agli altiforni e cokeria troviamo un’al-
tra pattuglia di controllori distaccata dal
MET, con a capo il perito chimico Mi-
chele Conti. Il loro compito è di sorvegliare
la marcia degli altiforni, la qualità dei mi-
nerali impiegati, la composizione delle ca-
riche, le temperature di esercizio, i processi
di agglomerazione e le rese, attraverso
controlli diretti e analisi chimiche e spet-
trografiche. Per ogni colata di ghisa, si
controllano composizione e temperatura,
che devono corrispondere a quelle stabi-
lite. Viene prelevato ogni volta un campio-
ne di ghisa che è portato al laboratorio
chimico per rapide ma accurate analisi al
“quantometro”, di cui parleremo più avanti.

In cokeria il controllo si esercita sulla
produzione del coke (che deve soddisfare
alle esigenze dell’altoforno) come pure
sulla marcia dei forni a coke e sul carbon
fossile infornato (mediante cotture speri-
mentali) e sulla resa e qualità dei sotto-
prodotti,



La struttura dell'acciaio viene attentamente esami -
mata al microscopio. Mediante questi accurati con-
trolli è spesso possibile non solo correggere even-

tuali errori, ma sopratutto prevenirli.

In acciaieria, come abbiamo visto, il
controllo diretto e mediante analisi chimi-
che si fa strettissimo e continuo, Il MET
ha qui un settore di controllo distaccato,
con a capo il perito chimico Giorgio Anelli.

I controlli sono esercitati sulle cari-
che, sulla marcia dei forni e sulle co-
late. Tutte le operazioni devono avvenire
secondo quanto stabiliscono le pratiche
standard. L’osservatore deve controllare ad
esempio la carica del materiale e in parti-
colare deve accertarsi della qualità della
ghisa, del rottame, del minerale e del cal-
care. Deve ancora tener nota dei tempi di
carica e della successione con cui i mate-
riali vengono immessi nei forni.

Durante la marcia del forno, l’osserva-
tore deve controllare la qualità e il tempo
in cui vengono fatte le cosidette ‘“aggiun-
te”, che sono quegli ingredienti attraverso
i quali si ottiene l’affinazione dell’acciaio.
Altro compito dell'osservatore in questa
fase è quello di sorvegliare la scoria che
galleggia sul metallo liquido e che ha la
principale funzione di trattenere le impu-
rità.

Quando il rottame e la ghisa liquida
hanno raggiunto lo stato di fusione, viene
prelevato dal forno un campione. Subito
raffreddato, il provino di acciaio è intro-
dotto in una capsula della posta pneuma-
tica collegata al laboratorio chimico e ar-
riva in un batter d'occhio al reparto ana-
lisi rapide, dove il quantometro ne sco-
prirà con facilità i segreti.

Il quantometro è uno strumento assai
importante, e incute molto rispetto. Oc-
cupa da solo una stanza del laboratorio
chimico ed è fatto oggetto delle più amo-
revoli cure. La camera in cui esso opera
con estrema rapidità le sue analisi automa-
tiche, è mantenuta a 22 gradi di tempera-
tura e con umidità costante, affinchè i
suoi delicatissimi e preziosi organi non ab-
biano a subire alterazioni. Ha un aspetto
misterioso, poichè il profano non riesce
a capir bene come sia fatto, come funzioni,
tutto chiuso com'è in grandi armadi d’ac-
ciaio, dai quali spuntano solo i quadranti
dei suoi indicatori.





Il suo compito è quello di fornire dati
sulle percentuali dei metalli contenuti nel
campione sottoposto al suo esame. I pro-
vini che arrivano pneumaticamente dal
l’acciaicria, vengon tagliati a metà rapida-
mente e una loro faccia lucidata. Su que
sta superficie il quantometro, con un ru-
more acutissimo, lancia una scarica clet-
trica della potenza di circa 20.000 volts per
la durata di un minuto. Si forma così uno
“spettro” che lo strumento capta e trasfor
ma all'istante in grafici, sui quali è possi-
bile leggere le percentuali dei vari clemen-
ti contenuti nel campione d'acciaio.

I risultati vengono subito comunicati
mediante una telescrivente all’acciaieria, che
provvede ad eventuali correzioni del “ba-
gno”, ai forni a pozzo in cui finiranno i
lingotti e all'ufficio programmazioni che
deve sapere tutto quello che succede.

In base ai risultati dell’analisi, alla con-
dotta dei forni e al comportamento in lin-
gottiera, l'acciaio viene “classificato”’. Quel-
lo non corrispondente agli “standard”
stabiliti, viene inesorabilmente deviato e
non potrà essere utilizzato per materiali
destinati a speciali prestazioni.

Con questi controlli si mira ad interve-
nire il più presto possibile per fermare o
correggere eventuali errori. Se si riesce a
“bloccare” un errore in acciaieria, ad esem-
pio, si ottiene il vantaggio di ritardare la
consegna al cliente interessato di una sola
settimana, al massimo, mentre se l'errore
si individua quando l’acciaio è già stato
trasformato in lamiera, bisogna ricomin-
ciare dall'inizio e il ritardo sulla data pre-
vista per la consegna sale a duc mesi
(che appunto è il tempo medio occorren-
te per dar corso ad un’ordinazione).

Come più sopra abbiamo avuto occa-
sione di accennare, anche i campioni di
ghisa, prelevati all'atto della colata dal.
l'altoforno, vengono sottoposti all'esame
del quantometro, per accertare il contenuto
di silicio, cromo, nickel, molibdeno, ecc.
I risultati sono comunicati, sempre per
telescrivente, all’altoforno, al laboratorio
e all’acciaieria.

Il reparto analisi rapide, che funziona
giorno e notte con tre turni effettua anche
altri controlli chimici richiesti nel corso
della lavorazione.

Compito degli osservatori dell’acciaieria
è anche quello di eseguire le prove al
“carbometro”, uno strumento grazie al
quale è rapidamente possibile conoscere
il tenore di carbonio nell’acciaio.

Gli uomini del settore controllo acciaie-
ria curano, oltre alla classificazione delle
colate, anche quella delle bramme. Gli os-
servatori incaricati di questo servizio, di-
slocati presso il “blooming”, hanno il
compito di controllare che le operazioni
di rimozione dei lingotti dall’acciaieria, la
loro estrazione dalle lingottiere e l’intro-
duzione nei forni a pozzo siano eseguite
entro i prescritti termini di tempo per evi.
tare irregolarità di solidificazione ed altri
inconvenienti. Inoltre vigilano sul tempo
di riscaldo dei lingotti, sulla temperatura
massima raggiunta e sulle bramme ottenute
dal treno sbozzatore, rilevando la tempe-
ratura di uscita ed eventuali difetti, quali
cricche, paglie bruciature, che individuati
a tempo possono essere ridotti efficace-
mente, e la perfezione della spuntatura pra-
ticata dalla cesoia.

Dopo la scriccatura si esamina ancora la
qualità della superficie delle bramme per

Una prova di trazione sulle lamiere durante la fase del collaudo.



vedere se essa corrisponde a quanto pre
scritto dal CLI e in base a tutti questi
clementi, le bramme vengono classificate.

Poi il controllo passa al settore lamina-
zione del MET, sotto la guida del perito
industriale Silvano Gilioli.

La “cartella clinica” che ogni bramma
ha avuto dall’acciaieria non abbandona
più il blocco d’acciaio nelle sue varie tra-
sformazioni, lungo tutta la fase della la-
minazione a caldo e a freddo. Osservatori
tengono sotto particolare controllo la tem-
peratura finale della laminazione in lamiere
e nastri, pronti a deviare quel prodotto che
presenti valori diversi da quelli stabiliti.
Altro controllo attende l'acciaio al treno
finitore.

Poichè è essenziale che per ogni ordine
venga laminato acciaio della qualità più
adatta, secondo quanto specifica il relativo
ciclo, l'osservatore, che ha il suo posto di
lavoro accanto all’avvolgitore, esamina
ognuno dei rotoli usciti fumanti dagli aspi
e legge sugli strumenti le temperature re-
gistrate al termine del treno finitore e al-
l’avvolgitore stesso. Confronta i valori
ottenuti con quelli richiesti dal ciclo e,
devia inesorabilmente i rotoli che non
siano in regola.

AI termine della laminazione a caldo si
ha già, in tal modo, una selezione rigorosa
della produzione. Tale selezione continua
nella fase di laminazione a freddo, con un
succedersi di controlli di ogni fase, e spe-
cialmente delle temperature e delle durate
di ricottura e sul grado temper, che devono
corrispondere sempre a quelle prescritte
dai cicli e stabilite dalle pratiche standard.
Il prodotto deve avere tutte le caratteri-
stiche fisiche richieste dal Cliente. Presso
il laminatoio a freddo funziona un labo-
ratorio di controllo con perfezionate mac-
chine. Per i laminati di qualità si fanno le
prove di resistenza e di snervamento e al-
lungamento, di piegamento, di durezza €
di imbutitura. Queste prove servono a
stabilire il limite al quale può giungere il
prodotto nello stampaggio.

Le prove, a seconda del tipo di prodotto
c dell'impiego presso il Cliente, sono ef-
fettuate su prescritte percentuali di la-
miere. Per esempio, per il controllo dei
lamierini ricavati dai rotoli a freddo, de-
stinati a operazioni di profondo stampaggio,
per ogni lotto di 10 tonn. si prelevano cam-
pioni che debbono subire le sei prove so-
pra indicate. Per le qualità meno impe-
gnative, il controllo viene reso meno pe-
sante e costoso, impiegando la metodologia
statistica.

Si tratta di controlli che la “Cornigliano”
fa spontaneamente, su tutta la sua produ-
zione. Quando invece i collaudi sono ri-
chiesti da Enti esterni, se ne occupa un
settore speciale del MET, il Collaudo, gui-
dato dal perito industriale Aldo Repetto. Il
settore dispone di un’attrezzata officina, che
è una vera e propria camera di tortura per
l’acciaio, in cui carnefici indossanti severi ca-



ITALIA - FONTI D'APPROVVIGIONAMENTO DELLE PRINCIPALI MATERIE PRIME SIDERURGICHE NEL 1956

9000 tonnellate

carbone

da coke
mercato nazionale —
Francia e Sarre —

C.E.C.A. Cerimania Occidentale 1.149

totale 1.149
Algeria _
Brasile —
Canadà —
Cile —
Cuba —
Grecia L
paesi terzi India —
India Portoghese -
Libia —
Libano —

Stati Uniti 3.164
Svezia _
Tunisìa =—
Turchia _
Venezuela —
altri —

totale 3.164

TOTALE GENERALE 4.313

(1) comprese 642.000 tonn. di ceneri di pirite.
(3) comprese 1.424.000 tonn, di ricuperi siderurgici.

mici neri infliggono alle lamiere senza pie-
tà tutti i “tratti di corda” necessari a pro-
vocarne la rottura, tutte le più crudeli pie-
gature di fibre che fanno gemere l'acciaio
come un prigioniero nelle segrete dell’In-
quisizione.

Un'altra sezione del MET è quella ad-
detta al controllo dei “rivestimenti”. Il
perito chimico Umberto Gemelli, tiene
sotto osservazione l'andamento della sta-
gnatura ad immersione ed elettrolitica,
e della zincatura continua. Si tratta di con-
trolli assai delicati sul peso e aderenza dei
rivestimenti, la composizione dei bagni,
le temperature di normalizzazione e, da
ultimo, ancora le caratteristiche fisiche del
laminato rivestito.

Si potrebbe credere che la “Cornigliano”
si ritenga paga di tutti questi controlli,
ma non è così. C'è ancora una branca della
sezione QUA che si cccupa specificamente
di effettuare il controllo di tutta la produ-
zione per quanto si riferisce non alle qualità
chimiche e fisiche, ma alle sue dimensioni
ed ai difetti. È la ILA (‘ispezione laminati”),
un reparto con un’organizzazione capilla-
re e dotata di un vasto organico agli or-
dini dell'ing. Mirko Marchi, aiutato dai
periti Giuliano ‘Terreni ed Attilio Rossini.

Di questi ispettori noi ne possiamo tro-
vare sempre qualcuno al varco con gli

occhi ben aperti nei ‘punti strategici”
accanto alle macchine che compiono l’ul-
tima operazione di finitura di un prodotto.
Essi provvedono a rilevare, con i calibri
spessori e dimensioni, confrontandoli con
le tolleranze prescritte, e a classificare le
lamiere c la latta secondo i difetti riscon-
trati, sempre tenendo conto delle caratte-
ristiche di superficie richieste dal prodotto in
riferimento all'impiego da parte dei clienti.

Dopo queste ispezioni la produzione ri-
sulta divisa in: prima scelta (rispondente
totalmente alle caratteristiche richieste dal-
l'ordine); seconda scelta (materiali con di-
fetti superficiali); ricupero (materiali che
vengono ulteriormente lavorati e quindi
sottoposti a nuove ispezioni per la classi-
ficazione).

L'ultima operazione è la stampigliatura
su ogni foglio e rotolo di acciaio del tim-
bro che reca, oltre alla scritta ““Corniglia-
no”, i mumeri della colata, del lingotto,
dell’ordine interno e del “lotto”. È il tim-
bro che costituisce l'attestato di laurea del
prodotto che esce dal nostro stabilimento,
e insieme l'albero genealogico attraverso
il quale può esserne, ove occorra, ricostruita
intera la storia.

C'è ancora un settore di QUA da vedere,
un settore che opera un po’ appartato dal
resto dell’organizzazione, in un'atmosfera

minerale rottame
di ferro di ferro
2.281 (') 2.366 (*)
DS 374
2 474
2 848
98 32
33 =
20 101
20 —
_ 12
93 —
22 E—
353 —
= 22
— 16
—_ 1.130
205 —
77 26
207 —
122 —
28 62
128 — 1.401
3.561 4.615

idealmente più tranquilla, perchè in parte
svincolata dalle necessità contingenti della
produzione. È il reparto STU, “Studi e
prove”, che potremmo indicare come quel-
la parte del QUA che è proiettata verso il
futuro.

È diretta dal Dott. Vincenzo Berruti,
specializzato in metallografia, coadiuvato
dal fisico dott. Bruno Sommacal e dal
chimico dott. Giovanni Milanese, Qui,
sempre sotto la direzione coordinatrice
del dott. Odone, si compiono studi e
prove con lo scopo di indicare allo sta-
bilimento nuovi procedimenti di lavo-
razione per diminuire le cause di scarto
e i costi, e nuove possibilità aperte ai la-
minati prodotti dalla “Cornigliano”. Qui,
ancora, vengono studiati i prodotti delle
aziende concorrenti e qui, infine, appro-
dano, per la parte che interessa gli esami
di laboratorio, i reclami dei clienti.

Basterà, ad indicare l’importanza dei
compiti di questo “ufficio studi‘’ nel nostro
stabilimento, dire che da esso è uscito la
formula per la produzione del lamierino
di altissima qualità con particolari proprie-
tà magnetiche, destinato al gigantesco pro-
tosincrociclotrone a protoni di 25 miliardi
di elettro volts che l’Ansaldo San Giorgio
sta costruendo per il Centro Europeo di
Ricerche Nucleari (CERN) di Meyrin,

l’organizzazione alla quale partecipano do-
dici paesi europei, tra cui l’Italia. La mac-
china, destinata ad analizzare le più piccole
particelle della natura, sarà la più grande
del genere costruita nel mondo.

Lo STU sta realizzando un altro tipo
speciale di lamierino invidiatoci dalle a-
ziende siderurgiche italiane ed estere, per
la produzione di bombole per gas liquido,
ed ha recentemente brevettato un rivolu-
zionario procedimento di ricottura per i
lamierini da profondo stampaggio.

Chi compie una pur rapida visita ai la-
boratori, nel grande edificio in cui ha sede
il QUA, può rendersi conto della ricchezza
di mezzi e attrezzature a disposizione dei
chimici, fisici e periti che vi lavorano si-
lenziosamente.

Nel laboratorio chimico del repato MET,
diretto dal dott. Michele Audezzano, che
ha alle sue dipendenze anche il laboratorio
analisi rapide, la dotazione di strumenti
consente di compiere in breve tempo qual-
siasi tipo di analisi richiesta.

Complessivamente, ogni mese, si ese-
guono qui quasi 20.000 determinazioni ana-
litiche, una ogni due minuti circa in media!
Dispone pure dello spettrografo, che viene
usato specialmente per fotografare e ana-
lizzare lo spettro della loppa e delle scorie
d’acciaieria.

Nel laboratorio di ricerca in cui vengono
effettuati gli esami strutturali dei metalli,
modernissimi strumenti sono a disposizione
dei ricercatori, tra cui vari tipi di microscopi
metallografici, dilatometri, fotometri, raggi
X, impianti pilota, macchine di prove, ecc.

Qui vi può capitare di veder uscire da
un cassetto, impressa su lastre fotografiche,
la più stupefacente pittura “astratta”. La
microfotografia a colori di una sezione di
un lamierino a basso tenore di carbonio,
ad esempio, con le sue armoniose sfuma-
ture di giallo, rosso e blu potrebbe fornire
preziose ispirazioni a molti pittori.

L'orgoglio con cui, al ‘“metallografico”’,
vi mostrano questi mirabili giochi composti
dalla natura (giochi per il profano, poichè
questi disegni, questi colori hanno un sen-
so ben preciso per l'esperto) non è inferiore
a quello di un pittore che mostri al visita-
tore le sue opere...

Oltre alla ricerca sperimentale con gli
esami di laboratorio, tutto il personale di
QUA viene impegnato nella cosiddetta “ri-
cerca operativa”, Poniamo che dai controlli
risulti un aumento preoccupante di soffia
ture per un dato tipo di lamierino. Quale
ne è stata l’origine e la causa? Ecco allora
entrare in funzione il centro meccanogra-
fico della “Cornigliano”, con i suoi cer-
velli elettronici che, opportunamente in-
terrogati con speciali schede perforate, at-
traverso una serie successiva di indagini sui
vari fattori che possono provocare le sof-
fiature, giungono per eliminazione a indi-
viduare la causa dell’errore specifico.

La nostra Azienda è l’unica in Europa
continentale ad effettuare in forma così com-

plessa, organica e sistematica, il controllo
di qualità, per stabilire gli “standards,, di
qualità e aiutare l’Esercizio affinchè tali
“standards” possano essere rispettati.

Al termine di ogni giornata di lavoro,
tutti i reparti mandano un rapporto alla
direzione di QUA, in cui sono annotate
tutte le osservazioni effettuate. Sono così
tredici rapporti ogni giorno che vengono
studiati attentamente per trarne una sin-
tesi da presentare, una volta alla settimana,
alla Direzione dello stabilimento. E il gio-
vedi, nel corso di una riunione con la Di-
rezione, si esaminano i risultati ottenuti,
si formulano eventualmente proposte di
modifiche alle pratiche di fabbricazione, si
discute di procedimenti, di qualità, di costi



e, in conclusione, si migliora sempre qual-
COSA,

È uno sforzo continuo di coordinamento
e di correlazione tra le varie attività azien
dali sotto il duplice aspetto della qualità
e del costo, tenendo a far si che la qualità
sia sempre migliore e i costi contenuti.

La garanzia che questa tendenza sia co
stantemente rispettata risiede proprio in
un’organizzazione come la sezione “Con-
trollo qualità”, che ha nervature profonde
in ogni settore dell'azienda, che dell’a-

zienda costituisce una sorta di ‘‘coscienza”
collettiva, alla quale ciascuno porta il con-
tributo della sua esperienza, con quello
spirito di collaborazione che tanti frutti
può dare in una moderna industria.



Il giorno 14 agosto è stato dato inizio all'operazione di riscaldo della terza batteria
dei forni a cohe. La breve cerimonia ha segnato la prima fase del processo attraverso il
quale in un periodo di circa due mesi l'impianto entrerà completamente in funzione incre-
mentando la produzione di coke del nostro stabilimento del 50%, vale a dire dalle attuali

30.000 tonn. alle 45.000 tonn. mensili.

Attraverso l'entrata in funzione di questa batteria (anch'essa dotata come le prece-
denti due dei necessari impianti per il recupero dei sottoprodotti : benzolo, catrame, ecc.),
la Cornigliano sarà in grado di poter disporre di tutto il coke necessario alla produ-
zione dei suoi altoforni ed avrà inoltre a disposizione un maggior quantitativo di gas

da utilizzare per î suoi forni siderurgici.

Premio alla Cornigliano in campo anti-infortunistico

L’ Istituto Nazionale per l’ Assicurazione contro gli infortuni del lavoro ha consegnato
alla nostra Società un premio speciale di L. 500.000. Tale ambito riconoscimento ci è
stato assegnato «per la modernissima quanto efficiente attrezzatura antinfortunistica» con
la quale il nostro Stabilimento può felicemente perseguire lo scopo altamente sociale della

sicurezza sul lavoro.



Record mensili

produzioni

coke

ghisa

acciaio

laminati a caldo

laminati a freddo

materie prime scaricate

al molo Nino Ronco:

* nuovo record assoluto.

luglio
1957

tonn. 34.261

» 56.330
» 92.696*
» 74.615
» 27.111

tonn. 140.293

agosto
1957
34.468
48.600
92.212
58.415
22.986

146.077



precedenti punte
massime mensili

35.663
57.630
89.740
81.581
29.305

196.518

Gli automobilisti che devono recarsi al nostro stabilimento, avranno
notato con piacere due cartelli stradali posti in modo da indicare ai
visitatori provenienti da Genova ed a quelli provenienti da Savona, in
maniera moderna e funzionale, la via S. Giovanni d'Acri per giungere
al nestro stabilimento. (Nella foto: il cartello indicatore che segnala lo
stabilimento al traffico proveniente da Genova).

Sì monta in stabilimento il mostro cinema-teatro,
Dotato di ogni confort più moderno e capace di
ospitare oltre 400 spettatori, esso sarà presto in
funzione.



die. 1956
mag. 1957
giu. 1957
mag. 1957
mag. 1957

mag. 1957





Storia del ferro



dalle origini
al g1orni nostri



Non abbiamo voluto scrivere una sto-
ria “tecnica”, specializzata, con abbon-
danza di dati e formule del resto ritrovabili
in qualunque enciclopedia; nè d'altra parte
prendere a pretesto il ferro per un gratuito
esercizio storico letterario. Perciò accanto
alla precisione dei pochi dati tecnici, (ne-
cessari allo stretto scrupolo documentario)
si affianca il tentativo di inserire il ferro
nella storia più generale dell'umanità, nel
suo svolgimento più vasto di idee, di co-
stumi, di pensiero sociale e politico.

Le citazioni di fonti antiche (e che ri-
portano a quei classici del liceo, ormai
quasi dimenticati!) non sono fatte per
sfoggio di erudizione ma per ancorare la

narrazione a fresche fonti dirette, che han-
no di volta in volta sapore di conferma,
di satira, di poesia.

Per questo lavoro sono state consultate
le principali opere specializzate più valide
e, data la... pesantezza dell'argomento, si
è cercato di snellire il testo in modo da
non opprimere il lettore, ma allettarlo con
una prosa scorrevole, facile, attraente. Se
il testo non sarà riuscito del tutto nell’in-
tento, lo aiuteranno sicuramente le tavole
del pittore Manzi, che ha saputo guardare
ai fatti da noi esposti col raffinato umori-
smo di un artista dei nostri tempi.

Il ferro
nella preistoria

A raccontarvi la storia del ferro ci sa-
rebbe da passare le mille e una notte. Anche
perchè se vi dico che il ferro venne “dopo”
devo spiegarvi che cosa c'era prima : le lente
conquiste dell'umanità, come quelle della na-
tura, sono messe una dentro l'altra, come
scatole cinesi. Anche gli uccelli, prima di vo-
lare, strisciavano per terra, e se dovessi rac-
contarvi la loro storia dovrei cominciare coi
rettili.

Si arrivò ad estrarre e a lavorare il ferro
mediante una metallurgia che era già assai
sviluppata, attraverso l'età del bronzo, che
seguì a sua volta quella del rame, primo
metallo scoperto e utilizzato dall'uomo, sal-
vo il favoloso oro. Il rame fu adoperato per
sostituire ed imitare gli armesi di pietra, che
furono i soli strumenti a disposizione dell’uo-
mo per milioni di anni. Prima degli strumenti
di pietra era l’uomo, solo, disarmato, asse-
diato dai ghiacci dentro la sua caverna.

In origine, dunque, era l'uomo. Alla base
dell'impiego degli attrezzi sta l'osservazione
e l'imitazione : l’uomo guarda se stesso, guar-
da la natura, aguzza l'ingegno. I primi at-
trezzi non sono che appendici staccate ed
aggiunte del corpo. Dove non arriva il brac-
cio, arriva una canna. Con un processo ele-
mentare, che dev'essere lo stesso dell’uomo
primitivo, anche certi animali arrivano a
costruirsi attrezzi: lo shimpanzè, per giun-
gere ad un frutto lontano, più lontano della
lunghezza di una canna di bambù, infila
una canna di diametro minore in una di dia-
metro maggiore, e costruisce così un attrezzo
composto. Il cactospiza, un uccellino, adopera
una spina di cactus tenuta nel becco per
scovar fuori gli insetti dalla corteccia degli
alberi: uno strumento per cavar ragni dal
buco. Già la superiorità iniziale dell’uomo
stava nell'aver coordinato tali movimenti e
nell’averli sistematizzati e migliorati, “‘pre-
vedendo”, come diceva Aristotele, ‘‘il risul-
tato che si otterrà mediante una certa rea-
lizzazione materiale”.

Se infatti negli strati del secondo inter-
glaciale, con tipi umani come il sinantropo

di Chu Ku Tien (Pechino) e l'uomo di
Heidelberg si trovano raschiatoi scheggiati su
una sola faccia e rudimentali asce a mano
quadrangolari, nelle tombe del Musteriano,
con l’uomo di Neanderthal, si trovano punte
e raschiatoi anche bifacciali, frammenti ossei
lavorati come fermagli e punte di giavellotto,
lance di legno con punta indurita dal fuoco.

Il fuoco, la prima e, per centinaia di mi-
gliaia di anni, la sola operazione chimica
dell'uomo. La base indispensabile della me-
tallurgia. Nella mitologia greca Prometeo,
per aver donato il fuoco agli uomini, fu legato
da Giove ad una rupe, dove un'aquila gli
straziava continuamente il fegato: «e tale
fu il frutto dell’amor dei mortali ».

L’ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli dice
che il fuoco non solo brucia e disgrega, ma
stringe e coniuga : a dar vita alle macchine
non sarebbe bastato il sole.

Anche per il fuoco, comunque, si procedette
per gradi. Dopo aver imparato a conservare
il fuoco prodotto da cause naturali, l’uomo
scoprì certo per caso che battendo assieme
certi tipi di pietre si ottenevano delle scintille :
l’uomo, del resto, batteva spesso le pietre una
contro l'altra perchè i primi strumenti li
otteneva appunto per percussione. Processo
di percussione che a sua volta può esser co-
minciato per caso, quando un uomo battendo
assieme due pietre, magari soltanto per fare
del rumore, si accorse che una si era scheg-
giata ed aveva assunto una forma a punta,
o tagliente, che poteva servire come arma di
difesa, o di caccia, 0 come strumento per
lavorare altre pietre 0 ossi 0 corna.

Circa cinquantamila anni fa comincia il
paleolitico superiore : gli uomini, organizzati
in tribù patriarcali, vivono di caccia. Nelle
grotte dove artisti-stregoni dipingono, forse
come un voto per la buona caccia, magni,
figure di animali, con diretto naturalismo,
come a Lascaux o ad Altamira, si lavora
alla luce fioca e fumosa di lanterne che non
sono che coppe di pietra, dove brucia il grasso
animale. Gli strumenti sono di pietra: ac-
cette levigate per strofinio contro pietre più
dure; punte di pietra per incidere l'osso ;
punte di freccia triangolari, picconi, martelli,
scalpelli. In Liguria basta pensare alle ca-
verne di Grimaldi e a quelle del Finale: le
tombe sono state ricostruite col materiale
originale nel Museo Archeologico di Villa
Pallavicini a Pegli : î cadaveri vi sono ran-
nicchiati, provvisti di utensili e di ornamenti
(collane di conchigliette, code di scoiattolo)
spesso dipinti con ocra rossa.

Gli attrezzi di pietra hanno già forme ben
identificabili : mortai per triturare, martelli
per battere, accette taglienti, affinate in punta.

Abbiamo detto che i primi attrezzi si creano
per imitazione : infatti, siccome il moto ro-
tatorio non esiste în natura, il trapano arriva
per ultimo. Lo possiamo considerare il primo
congegno meccanico, nel tipo cosiddetto ‘“ad
arco”: la punta è fatta ruotare con moto
alternativo a mezzo di una fune. Con lo
stesso sistema nacque il ‘trapano focaio” nel
quale la punta, invece di forare, aveva il



compito di produrre una scintilla. Primo
esperimento, comunque, di concentrazione di
calore.

Come armi, appaiono dopo le asce, l'arco
e la balestra. L'arco è la prima macchina ad
accumulazione di energia, anche se chi l'ado-
perava non lo sapeva. La balestra è un'ap-
plicazione del principio della leva come esten-
sione del braccio umano.

Come noto, dopo la vita primitiva dî sola
caccia si ha, contemporanea se non preceden-
te alla pastorizia, l'agricoltura.

L'agricoltura organizzata è la grande ri-
voluzione del mesolitico : si dissoda il terreno
con zappe di legno, dapprima costituite dalla
biforcazione naturale di un ramo; poi fal-
cioli di legno con lama di selce per mietere,
e macine per triturare. Ma tutto ciò richie-
deva attrezzi di lavoro più accurati, più
complessi, quali l’uomo riuscì via via a co-
struire, con sempre maggiore abilità. Intanto,
se la selvaggina poteva essere arrostita diret-
tamente sul fuoco, i cereali richiedevano una
cottura graduale e lenta in un recipiente.
L'uomo scopre come lavorare l'argilla e ot-

tiene î primi recipienti di terracotta. Una
grande invenzione, a quel tempo, paragona-
bile forse a quella delle materie plastiche ai
nostri giorni : era la prima volta, infatti, che
st potevano ottenere oggetti di una forma
liberamente prestabilita dall'uomo.

Ma se tutta la tecnica del tempo poggiava
sulla pietra, è chiaro come l'uomo fosse
spinto a discernere ben presto fra le diverse
qualità di pietra, e a cercarne le più dure
anche nelle viscere della terra, fino ai quarzi,
coi quali fabbricare punte durissime. I quarzi
erano l’acciaio rapido dell'antichità. Con essi
si potevano fare punte di lancia, punte di
trapano, scalpelli per spaccare e lavorare le
altre pietre. Ma alla pietra, comunque, si
potevano levare delle schegge ; si poteva le-
vigarla, affilarla, ma non sî poteva darle
la forma desiderata. E l'argilla, che poteva
assumere qualunque forma, era troppo fragile.

Perciò si capisce quale fosse la portata di
una scoperta sensazionale : c'era una pietra
(per loro appariva all'inizio come una pietra)
molto resistente che si poteva ridurre alla
forma voluta, battendola. Fra il rame.

Poco dopo il 5.000 a.C. l'uomo impara a

fondere il primo metallo, appunto il rame.

Ciò pone le basi di un grande mutamento
sociale, una rivoluzione addirittura. È chiaro
innanzitutto che ciò poteva avvenire solo ad
un livello civile già sviluppato : bisognava
che l'agricoltura producesse abbastanza per
mantenere della gente non direttamente pro-
duttiva : cioè i primi metallurgici. Si ha in-
somma una prima suddivisione di compiti
e chi fabbrica gli strumenti non è più chi li
usa, come accadeva prima. Qualcuno ha
chiamato tale periodo la prima rivoluzione
industriale. L'uomo impara a porre i fini-
menti agli animali, inventa l'aratro, il carro
a ruote, l'imbarcazione a vela (sistema di
navigare, che sia pur con tanti mutamenti,
dura fino al battello di Fulton).

Forse la scoperta del rame fu fatta in
Mesopotamia o nelle regioni vicine, attorno
al 4.000 a.C. (naturalmente d'ora in avanti
le date citate senza altra precisazione s'in-
tendono “avanti Cristo"): riscaldando certi
tipi di “pietra col carbone di legna si otte-
neva una sostanza malleabile e resistente.

Ci si accorse poi che tale sostanza (il rame,
appunto) poteva essere liquefatta in un forno
adatto e colata in uno stampo del quale,
solidificandosi, assumeva la forma. Si in-
ventava così il processo di colata.

Per ottenere il rame, che fu il primo og-
getto dî lusso ed ornamento a diventare su-
bito una necessità, è chiaro che occorsero
molte invenzioni, e molte circostanze favore-
voli. Forse la scoperta fu fatta casualmente
lasciando cadere della malachite (minerale
contenente del rame e usato comunemente
per tingere gli occhi) in un braciere di carbone
di legna, e osservando che qualche pallottola
di rame scorreva sul fondo. Forse tale sco-
perta fu fatta per tempo da molti, ma restò
inutile ed oziosa per secoli e secoli, appunto
a causa delle condizioni sociali esistenti,
che non consentivano di sfruttarla. Forse
qualcuno ci giocava, con tali pallottoline,
prima di recarsi al suo lavoro agricolo 0 a
caccia, come fanno ancora adesso in Lucania
i ragazzini, col piombo fuso.

Per sfruttare il rame sistematicamente,
com'è ovvio, si dovettero creare cave, miniere,
shancamenti, fonderie, trasporti ecc., tutta
una vera rivoluzione, come si vede, che creò
le premesse per una organizzazione sociale
totalmente nuova. I trasporti assunsero grande
importanza, per portare il minerale nei posti
ventosi dove dovevano sorgere i pozzi di fu-
sione : divennero di uso comune, in Sumeria,
i veicoli a ruote intorno al 3.500, in Meso-
potamia, Caldea, Siria attorno al 3.000.

È certo che fu l’arte di fondere i metalli
l'elemento determinante dell'antica civiltà del
Tigri, dell'Eufrate e del Nilo. Quegli antichi
imperi, in sostanza, si fondavano sul rame.

Poi si provò a rendere più resistente il

rame mescolandolo con lo stagno, ottenendo
il bronzo, mediante il primo vero esperimento
metallurgico della storia. Ma una coscienza
metallurgica comportava l'applicazione di una
tecnica di sintesi, il controllo di un processo
completo che non poterono essere raggiunti
che lentamente. La prima fase del progresso
metallurgico consistè nel concentrare il ca-
lore sulla massa metallica da fondere, il che
significava costruire il forno e attivare il pro-
cesso di combustione. L'uso delle leghe pare si
possa attribuire all’ Egitto, nel periodo del Nuo-
vo Impero (1.560-1.100) ma rimane incerta
l'origine dell'impiego dello stagno che sembra
noto in Mesopotamia e Persia fin dal 2.000.

È facile capire che la sostituzione di stru-
menti di pietra con quelli di rame, e poi con
quelli di bronzo, e giù giù fino al ferro furono
tappe fondamentali nella storia della civiltà.
Ma non si deve credere che all'inizio il van-
taggio dei metalli apparisse subito così grande.
Per zappare, raccogliere il grano, lavorare il
cuoîo, gli utensili di pietra andavano benissimo.
Tanto più che i primi attrezzi metallici imi-
tavano esattamente, nella forma, quelli di
pietra. Ci sarà stato sicuramente un periodo
in cui il produttore di attrezzi di rame avrà
detto: « Guardate che belli, sembrano di
pietra!» e l’altro, a sua volta: « Guardate
che belle, queste accette di pietra, sembrano
di rame! ». Intanto il solito compassato si-
gnore avrà osservato: « Diira minga, mon
dura mica! Vuol mettere, la pietra? ».

Tanto è vero che nel vicino oriente, mal-
grado la metallurgia fosse ormai vastamente
praticata, gli oggetti di pietra furono esauto-
rati assai lentamente, e ancor più lentamente
in Europa, dove resistettero a fianco al me-
tallo fino alla civiltà etrusca.

Ma per le armi di guerra, comunque, il
metallo segnava un vantaggio enorme, perchè
non si rompeva al momento critico. Come gli
studi di elettronica e di energia atomica sono
stati favoriti e sviluppati dalla guerra, così
anche l'avvio e l'espansione della civiltà dei
metalli, pare, dovettero esser dati da eventi
bellici.

Ed è naturale : la rottura della spada po-
teva significare la morte o la prigionia a vita
nelle miniere, appunto... di rame.

L’Assiria, ad esempio, praticò per lungo
tempo l'autarchia della pietra, ma dovette
introdurre le armi di bronzo di fronte alla
minaccia babilonese. A Troia, la gloriosa ed
epica città d'Ilio, si usavano ancora fino alla
fine asce e accette di pietra. Invece quando
Omero fa vestire dell'armi l'eroe acheo da
Vulcano, lo fa vestire di metallo :

e(Vulcano)... lasciò la Dea, ciò detto, e

[impaziente
ai mantici tornò, li volse al fuoco,

e comandò suo moto a ciascheduno.

Eran venti da dentro la fornace

per venti bocche ne venian soffiando

e al fiato, che mettean dal cavo seno,

or gagliardo, or leggier, come il bisogno

chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,
sibilando prendea spirto la fiamma.

In un commisti allor gittò nel fuoco

argento ed auro e stagno

ed indomito rame. Indi sul toppo

locò la dura risonante incude

di pesante martello armò la dritta

di tenaglie la manca...»

e ci dà questa magnifica descrizione di una
primitiva officina di fabbro.

Ma il metallo segnò un grande progresso
anche per la lavorazione della pietra: gli



egizi, nella costruzione delle piramidi, levi-
gavano la superficie delle pietre con le sgorbie
metalliche. Se avessero avuto anche carrucole
di metallo (che importarono solo molto più
tardi dall’Assiria) certo per costruire la pi-
ramide di Cheope avrebbero risparmiato quelle
maledizioni che secondo Erodoto inviarono
copiose all'indirizzo del Faraone.

Si capisce che con la produzione, il com-
mercio, i bazar, si divide il lavoro professio-
nale dall'economia domestica, sorgono le città
e i mercati. Il mestiere diviene così dominio
dei maschi : non si tratta, come vorrebbe far
credere la leggenda di Ercole all'arcolaio di
Onfale, di un aspetto dell’asservimento ma-
schile, ma di una rivoluzionaria separazione
del mestiere dalla casa, dell’inizio del domi-
nio del maschio nel maneggio degli strumenti.
Sulla scia di tutto ciò già in Babilonia, all'ini-
zio del terzo millennio (come dice il codice
di Hammarubi) commercio e artigianato, con-
tabilità e gestione del credito avevano rag-
giunto un notevole sviluppo, tanto che si
praticavano quelle che noi chiameremmo tran-
sazioni bancarie complicate, come pagamento
a terzi e mutuo conguaglio dei conti.

È chiaro come anche socialmente il metallo
dà il potere a chi lo possiede. Chi ha il rac-
colto più abbondante può scambiarne una
gran parte col commerciante che gli procura
gli attrezzi metallici, che a loro volta mol-
tiplicano il raccolto futuro, finchè chi ha
strumenti e armi di rame è un buon partito
nel paese, e se si mettono assieme due famiglie
che hanno molto rame la plutocrazia è sta-
bilita.

Se ciò per contadini e schiavi oppressi
poteva significare una dura sconfitta, per
l'umanità in generale fu un necessario passo
in avanti, una tappa obbligata dello sviluppo
sociale,

Intorno al 3.000 si hanno, sempre in Me-
sopotamia, notevoli innovazioni nella lavo-
razione dei metalli, si passa dalle pinze alle



tenaglie (non a perno, ma a molla, sfruttanti
l'elasticità del metallo), si sviluppa il getto
di fusione detto va cera perduta», si fab-
bricano ascie, accette, sgorbie, scalpelli, tra-
pani, coltelli, seghe, chiodi, aghi, rasoi,
pinze. Tutti strumenti in metallo che consen-
tono dî lavorare il legno, l'osso, la pietra ed
il metallo stesso con una precisione ed una
padronanza totalmente nuove.

Naturalmente col bronzo il progresso è
ancora maggiore, e ben più duraturo.

La pietra intanto, nel vicino oriente, va
lentamente declinando e si riduce via via a
livello domestico.

Riassumendo le tappe tecnologiche di questi
millenni che abbiamo rapidamente passati in
rassegna, si ha il quadro seguente: nel pa-
leolitico si ricercano i ciottoli e si lavora al-
l’aperto, con pezzi di pietra per scavare, 0
bastoncini di corno. I materiali sono selci,
ocra e altri pigmenti naturali. Nel neolitico,
e fino al 3.500 si estraggono pietre di cava,
lastre, con primi pozzi di lavaggio e galle-
rie, con picconi, martelli e mazze di pietra.
Ai minerali si aggiungono dioriti, calcare,
pietra arenosa. Nell'Egitto predinastico (3.500
3.000) si hanno forse i primi pozzi quadri e
circolari, con gallerie di ventilazione e î primi
strumenti di rame. Appaiono l'alabastro, il
marmo, î metalli puri (oro, argento, rame,
ferro meteorico) e minerali di rame. Si hanno
nel vicino oriente, i primi esperimenti metal-
lurgici, per martellamento, poi fusione e getto
in stampi. Nell’alta età del bronzo (3-000-
2.200) si ha il trattamento sistematico non
solo degli strati emergenti, con pozzi di estra-
zione. Per l'estrazione si generalizza l’uso
del fuoco. Appaiono ossidi e carbonati di
rame, galena, cassiterite, Sistemi metallurgici :
argento dalla galena, primo ferro grezzo
dalla magnetite, rame legato con piombo,
antimonio e stagno. Nella bassa età del
bronzo (2.200-1.200) si hanno pozzi ben
più vasti, drenaggio con secchi, si scoprono

i quarzi con oro e solfuro di rame e in metal-
lurgia si introducono î forni a pozzo con
mantici.

È molto probabile che dapprima il metallo
puro e la lega fossero adoperati indiscrimina-
tamente è senza una netta distinzione,

Certo è che si cominciò col lavare il deposito
alluvionale, e molti secoli dovettero passare
dalle prime lavorazioni sul deposito alle
estrazioni in miniera. Le prime miniere erano
nell'Armenia e nell’Elam, e furono le stesse
miniere che servirono più tardi l' Assiria. In
Egitto il rame si produceva nella penisola
del Sinai, dove la III» Dinastia organizzò
ripetute spedizioni protette dalla truppa, per
paura dei predoni. Molti dei pozzi erano
orizzontali e seguivano la vena per circa
cinquanta metri nella roccia; molti pozzi
scendevano invece nel sottosuolo. Apriamo la
Bibbia (Giobbe, XXVIII) « Ha una miniera
l'argento, e l'oro un luogo dove lo si affina.
Il ferro si cava dal suolo, e la pietra fusa
dà il rame ». Poi si narra dell'uomo che ha
scavato pozzi lontano dall'abitato, ha steso
la mano sul granito, rovesciato dalle radici
le montagne, praticato trafori per entro le
rocce e tratte alla luce le cose nascoste.

C'era anche una mano d'opera specializ-
sata, fatta venire da lontano. Ce ne parla
ancora la Bibbia (I Re, 7) « Il Re Salomone
fece venire da Tiro Hirma, figliolo d'una
vedova. Hiram lavorava il rame, era pieno
di scienza, d'intelletto, d’industria per eseguire
qualunque lavoro in rame». E apprendiamo
così che questo Hiram fece colonne di rame,
fuse capitelli in rame, festoni a guisa di
catenelle, e dieci basi di rame, dello spessore
di un palmo: tutto per il grande tempio di
Salomone. C'erano anche dieci conche per le
abluzioni, di rame tirate a pulimento. Il
Re le fece fondere nella pianura del Giordano,
in un suolo argilloso, tra Succoth e Tsartham.

Della superiorità del ferro, comunque, mi
sembra voglia invece, parlare un altro passo,





Foto di Mario Parodi che ha vinto il

concorso

per la migliore fotografia bandito dalla sezione

fotografica del nostro Dopolavoro.

Nel Consiglio di Amministrazione tenutosi
il 20 Luglio 1957 sono stati nominati diri
genti l'Ing. Luigi Madrigali, l’Ing. Gio
vanni Melioli ed il Dr. Emilio Podestà.
\d essi le più vive congratulazioni ed i
migliori auguri da tutto il personale della
nostra Società.

là dove si dice che Sedekia, figliolo di Kenaana,
s'era fatto delle corna di ferro i prese a dire ;

così dice l'Eterno: con queste corna darai
di cozzo nei Siri finchè tu li abbia comple-
tamente distrutti ».

Del resto, Sargon Il il grande sovrano as-
nel 722 sottomise la Samaria, an-
notò tra le sue prede di guerra 126 tonnellate
di rame crudo, e nel suo palazzo furono tro-

siro clu

vate dopo la sua morte circa 150 tonnellate
di barre grezze di ferro.

Esaurito ben presto il rame naturale si
dovette cercarlo nei minerali : le prime fornaci
producevano lingotti di 20, 25 cm di dia-
metro, spessore di 4 em Erano come focacce

rotonde, della stessa forma delle pelli di
bue che si usavano come moneta. Anche la
moneta subì le sue evoluzioni, e apparte

subito dopo lo scambio in natura dei prodotti,
come misura Un uomo rispettabile
era un uomo con tanto orzo. Poi si usarono
le pelli rotonde di bue. A Sparta si usò
il ferro.

Come già detto, subito all'inizio della la-
del metallo apparvero le leghe.
Dopo gli eccellenti bronzi di Ur, comunque,

d'orzo.

anche
vorazione

furono trovate in piena età sargonide ascie
di puro rame. Ciò dimostra che î depositi
di stagno si andavano esaurendo. I mercanti
allora andarono all'ovest, sperando di trovar
stagno, e ciò spiega l'introduzione di metalli
di tipo sumerico nelle regioni del Danubio.
Poi, mel 1.500 circa si scoprì che si poteva
ottenere bronzo di più costante composizione
e qualità se il minerale di stagno era ridotto
con carbone di legna, e lo stagno risultante
mischiato separatamente col rame.

Il bronzo presentava vantaggi,
tanto che diede il nome ad un'era che durò
tremila anni, e ad illustrarlo per sempre ai
posteri basterebbero i manufatti etruschi è
mesopotamici, le armi greche e romane.

Il ferro arriva tardi, arriva ultimo nella
storia dei metalli. ‘*Last but not least". Il
primo ferro apparve allo stato meteorico,
tanto è vero che i sumeri lo chiamavano
“metallo del cielo”, gli egizi ‘minerale ce-
leste” e i greci ‘‘sideros’.

enornu

(continua)

La scuola in stabilimento



(lor



di perfezionamento

«I lavoratori stavano a braccia conserte sulla piazza, sotto il sole, colla cami-
cia dall'’ampia scollatura e colle maniche rimboc



L'uomo con la cravatta.
“l’inviato”, ne osservava a lungo il torace, ne palpava i bicipiti, li faceva voltare

ate,

di spalle, quindi sceglieva i più robusti per la ferriera ». Quanta letteratura ve-
rista del secolo scorso (un secolo che. come noto, è durato fino al 1914) potrebbe
cominciare così?

I requisiti richiesti alla
“grandi e grossi’

in massa dei lavoratori, allora, erano quelli fisici:
dovevano essere, come si diceva in forma dialettale, robusti.



resistenti alle grosse fatiche, Se erano anche intelligenti, non guastava. Ma quel-
lo che sapevano non aveva grande importanza. C'erano dei padroni che ne sa-
pevano meno di loro.

I “capi” (che molto spesso erano stati mandati in Inghilterra a imparare il







mestiere) avrebbero loro detto quello
che c'era da fare, e con pazienza e buo-
na volontà avrebbero imparato sul po-
sto, a furia di fare le stesse cose, quello
che c'era da imparare. Ne conosco al-
cuni, di questi vecchi operai, oggi in
pensione: hanno imparato a svolgere la
loro mansione, con anche
somma, ma non ne saprebbero spiegare

precisione

in alto: da quando so»
no stati istituiti i corsi
di perfezionamento nel
nostro stabilimento,
centinaia di operai so-
no già passati attra-
verso le aule di studio.

a destra: l'officina per
i corsi pratici di sal.
datura, è dotata d'ogni
moderna attrezzatura.

i principi neppure a un bambir (A
sento parlare spesso oggi di
“automi”, di uomini “standard”.

tomatizzati, ‘robot’, ma i veri automi
erano gli operai di ieri, che eseguivano
appunto con la precisione di una mac-
china certi compiti per trenta o quaranta
anni, senza sapere mai esattamente “che
cosa avveniva” e “perchè avveniva”).



iroposito,
pro]

au-



Del resto, a tale situazione si accom-
pagnava un adagio popolare, fatto anche
per giustihicare a se stessi certi limiti e
‘val più la pratica che la

certe pigrizie:
grammatica”,

Il giovane, a furia di sentirselo dire.
finiva per crederci: quando era in età
da lavoro, usciva col padre o collo zio
e andava alla fabbrica, portandosi il
pasto nel fagottello. Faceva il ‘garzo-
zonetto” porgendo gli attrezzi al “*mae-
stro” che si era fatto da solo come lui.
e a furia di lavorare e aiutare e stare
a vedere, attorno al “treno” della fer-
riera o su e giù per la coperta e le stive

nei cantieri, imparava “come si fa” e
diventava operaio.

Anche un ottimo operaio, come no!,
ma soltanto con gli impianti, gli stru-
menti, il sistema e, starei per dire,
l’ambiente nei quali aveva imparato.
Bastava un piecolo cambiamento, una
macchina nuova per spaesarlo. Infatti
un giorno arrivarono delle innovazioni
tecniche, delle macchine nuove, dei gio-
vani usciti dalle scuole professionali: ed
ecco gli anziani in difficoltà, arrancanti
per mettersi al passo, spesso fatalmente
superati, rimasti a recriminare in buona
fede contro la modernità, le macchine,
i giovani, l'ingiustizia...

Questo tanto per esemplificare, e per
dire che i tempi sono cambiati con velo-
cità... supersonica, e che nell'epoca del-
l'elettronica e dell’automazione l'operaio
non si fa più da solo, per pratica, ma
con metodo, con l’apprendere certe no-
zioni teoriche fondamentali, col
scere veramente i principi e il funzio-
namento degli impianti che deve ma-

cono-

novrare.
Altra è la valutazione che si fa del-
l'uomo, oggi: altro il criterio di scelta



dell’operaio, che non vale per quello
che pesa ma per quello che sa: occorro-
no dunque altri dizionari, altri proverbi.
come “c’è sempre qualcosa da impa-
rare” e “non si sa mai abbastanza”.

La rivoluzione tecnologica incalza,
il futuro è già cominciato nel mondo
delle macchine, l'operaio non può re-
indietro, deve diventare sempre
più un “tecnico”, per restare il vero
padrone delle macchine, deve conoscerle
sempre meglio, deve saperne, sul loro

stare

conto, sempre di più.

La nostra azienda ha avvertito subito
tale esigenza, tale necessità, non solo
per un miglior andamento della produ-
zione, ma proprio per inserire più ‘*co-
scientemente” i suoi operai nel ciclo di
lavorazione, perchè ne siano più co-
scientemente partecipi, perchè si sentano
più a proprio agio nello stabilimento,
perchè siano sempre più preparati per
il presente, più sicuri per l'avvenire.

A tale scopo ha organizzato
dei corsi di ‘perfezionamento profes-
sionale” per il personale operaio, e ha



essa



potuto istatare che il personale era
già altrettanto convinto di tale necessità,
tanto da rispondere, in generale, con
tiva.





entusiasmo all’ir

Se qualche resistenza individuale si è
avuta all’inizio (voglio parlarne, anche
se si tratta di casi sporadici, perchè li
ritengo indicativi anche per il modo in
cui sono stati superati) si è dovuta ©
alla vecchia mentalità del “val più la
pratica... (*ho fatto l'operaio vent'an-
ni, il mio mestiere lo conosco, che cosa
volete insegnarmi?) o ad un malinteso
orgoglio personale (ma perchè devo
tornare a scuola? Non ho bisogno di
imparare!). Ma essa è stata subito su-
perata con l’inizio dei corsi, di fronte
alla lavagna, o alle mani dell'insegnante
che *“vivisezionavano” un meccanismo
già creduto famigliare da tanti anni, e
che rivelava invece aspetti nuovi e in-
sospettati, alla luce delle nuove spiega»
zioni. Così gli stessi elementi più “tie-
pidi” si sono fatti avanti con nuove
domande, con accresciuta curiosità, e
hanno fatto come quel tale che non
voleva cominciare... ed ora non la smet-
terebbero mai, perchè vorrebbero allar-
gare oltre i limiti programmatici i cor-

sì stessi.





Vi faccio un esempio: il programma
di insegnamento di elementi di elettro-
logia per saldatori (e quindi la relativa
dispensa che serve da testo) comincia-
va con la frase « l’elettricita è semplice-
mente una forma o una fase di energia
elettrica che può venire nuovamente
trasformata in energia meccanica, ter-
mica etc... ». Gli allievi non si sono
accontentati, hanno voluto saperne di
più, l'ingegnere che prepara le dispen-
se e dirige i corsi ha dovuto aggiungere,
cioè premettere, due o tre paginette
in cui si parla di atomi, di elettroni,
di ionizzazione, ecc,

Aperta una finestra, insomma, tutti
hanno chiesto più luce, più lumi: del
resto è naturale, perchè l’uomo che ap-
prende viene a conoscere i propri limiti
e a desiderare di superarli, apprendendo
sempre di più. Senza contare che l’ope-
raio, al proprio posto di lavoro, si rende
conto prima o poi di quanto gli siano
utili quelle nozioni che ha appreso al
corso, anche se in un primo tempo le
ha ritenute oziose,

Bisogna chiarire che i corsi contem-
plano dei binari precisi, che sono deter-
minati dal posto di lavoro dell’operaio
e dalle conoscenze ad esso connesse:
ma entro tali binari essi spaziano dal
piano teorico generale a quello pratico
particolare, in modo che le nozioni ap-
prese siano sì legate al lavoro svolto,
ma entro tale ambito siano il più lar-
ghe possibile. Ciò non solo risponde al
nostro latino “umanesimo” ma ad una
esigenza ben precisa della moderna evo-
luzione tecnologica.





I corsi, che hanno visto la partecipa-
zione di operai di età variante tra i 22
e i 58 anni, hanno avuto inizio nel no-
vembre 1954 e sono tutt'ora in fase di
svolgimento.

Bisogna però a questo punto preci-
sare che il problema generale era già
stato affrontato all’inizio, sin dalla co-
stituzione della nostra Società. inviando
negli Stati Uniti operai, tecnici e diri-
genti perchè prendessero completa co-
noscenza dei nuovi compiti inerenti al
nuovissimo macchinario appena instal-
lato in stabilimento.

Si è cominciato con corsi di formazio-
ne professionale per conduttori di cal-
daie a vapore e conduttori di locomoti-
ve all’interno dello stabilimento, che sì
sono svolti in due serie, con la parte»
cipazione totale di 37 operai, con una
media di istruzione di 250 ore, al ter-
mine delle quali tutti gli allievi hanno
ottenuto il “certificato di abilitazione”
della ANCC.

Poi si è avuto un ciclo di corsì di
perfezionamento per manovratori di
mezzi di sollevamento dei reparti LAC.
LAF, AFO, MOV, MOL, e personale
di riserva MAN (per carriponte, grù su
binari e su gomme, a motore elettrico,
a motore a scoppio ed a combustione
interna). Questi corsi sono stati fre-
quentati da 140 manovratori ed im-
partite 336 ore di lezione,





Due momenti dell’'istruzio»
me professionale: una le-
zione sui mezzi di solle-
vamento (foto in alto) ed
un'altra sulla manovra dei
carri ferroviari (foto in
basso). Durante questi cor-
si, meccanismi creduti fa-
migliari si rivelano, alla
luce di nuove spiegazioni,
complessi e insospettati,



Quindi si è svolto con 210 ore di
lezione, un corso di perfezionamento
per produttori di coke e gas del reparto
COR, indetto dall’ANCC, al quale han-
no partecipato oltre a 19 nostri operai,
9 operai dell’Ansaldo COKE e 5 del-
l'Azienda del gas Rapallo.



È stato pure ultimato il 1° ciclo di
147 ore di lezione per 47 ‘*manovratori
di carri ferroviari”.

Hanno già partecipato alla 1® serie

del Corso teorico-pratico per saldatori
di acciaio a mezzo dell'arco elettrico e
con il gas ossiacetilenico, 37 nostri sal-
datori di 17 diversi settori, con 820
ore d'istruzione impartite in quattro
turni giornalieri.
Altri 38 saldatori di 18 diversi settori,
hanno frequentato la 2% serie del Corso
teorico per un totale di 156 ore di istru-
zione.

Attualmente sono in fase di svolgi»
mento i seguenti Corsi:

1) la 28 serie del Corso pratico di
saldatori di acciaio frequentato da 35
operai di 17 diversi settori, con circa
700 ore d'istruzione.

2) la 34 serie del Corso teorico di
saldatura, frequentato da 37 saldatori
di 17 settori, con circa 170 ore d’istru-
zione.

3) la 28 serie del Corso teorico-pratico



per “manovratori di carri ferroviari”
per 59 operai con circa 150 ore di
istruzione.

Presto avranno inizio:

1) una seria di Corsi di perfeziona-
mento per un centinaio di muratori
fornellisti:

2) un Corso di specializzazione per 30
saldatori di ghisa, acciai legati, rame e
leghe, alluminio e piombo:

3) un corso per lubricisti:

4) la 4% e 54 serie di Corsi per i re-
stanti manovratori dei mezzi di solle-
vamento,

È inoltre in preparazione una serie
di corsi per imbragatori, elettricisti,
manovratori di diversi reparti di pro-
duzione, ecc.

Come si vede centinaia di operai so-
no già passati attraverso le aule dei
corsi e migliaia di ore di lezione sono
state già impartite.

Altre centinaia di operai si appresta-
no a seguire i corsi a ritmo sempre più
serrato.

Ho visto le aule dove si svolgono le

lezioni teoriche: sopra ogni banco le
ordinate cartelle nere contenenti le di-
spense ed i necessari oggetti di cancel.
leria, per ciascuno degli allievi, alle
pareti alcuni grafici e schemi disegnati,
alcune figure geometriche sulla lavagna,
vicino al tavolo dell'istruttore dei mo-
dellini in legno, funzionanti.

Ho visto l'officina per i corsi pratici
di saldatura, con un’attrezzatura mo-
dernissima e gli allievi al lavoro: qual-
cuno ancora al primo esame, consisten-
te nel saldare tre lamierini di due mil-
limetri di spessore, a piramide: qualcuno
ad esercizi avanzati consistenti in sal-
dature “sopra testa” di piastre d’acciaio
da 12. millimetri di spessore.

Va ricordato che all’inizio ed al ter-
mine di ogni corso il capo dell’ Uf-
ficio REU interviene mettendo in rilievo
l’importanza dei corsi stessi.

Durante i corsi poi, quando se ne
presenta l'opportunità, vengono date
nozioni di cultura generale attinenti
al lavoro, quali notizie sulle mate-
rie prime occorrenti allo Stabilimen-
to, illustrato il ciclo di lavorazione
e produzione dei laminati, le norme di
disciplina e di sicurezza generali, non-
chè quelle particolari per i diversi posti

di lavoro, le norme di igiene sani
taria, ecc,

AI termine dei corsi la commissione
giudicatrice, composta da due istrutto-
ri e dal dirigente dei corsi, assegna il
punteggio, la cui determinazione ri-
sulta dai seguenti fattori; presenza alle
lezioni, comportamento, partecipazione
seritta (appunti) o verbale (interrogazio-
ni, discussioni), esame teorico e pratico.
Gli esami consistono in una libera dis-
sertazione dell’allievo su di una do-
manda teorica e due pratiche estratte
a caso.

La base di sufficienza è stata elevata
al 7 anzichè al 6, il che non ha impedito
che gli insufficienti si contino sulla
punta delle dita. Per coloro che otten-
gono una votazione superiore a 8%, ci
sono dei premi in denaro. Come noto
le ore di presenza dell'operaio alla
scuola sono retribuite.

Dietro il muro della fabbrica, dunque,
non ci sono soltanto macchinari ed uo-
mini indaffarati attorno ad essi, ma
anche queste piccole aule e degli ope-
rai che, seduti al banco, imparano ogni
giorno qualche cosa che non sapevano.

In modo che la fabbrica veramente,
e in senso compiuto, Ji rende migliori.



I 50 anni di attività
del dott. Antonio Ernesto Rossi
nella siderurgia italiana

Con una affettuosa manifestazione cui hanno par-
tecipato l'On. Fascetti, Presidente dell'IRI, i Consiglieri
di Amministrazione e i Sindaci della FINSIDER, i Di-
rigenti delle Società collegate ed i Presidenti della FIN-
MECCANICA e della FINELETTRICA, è stata fe-
steggiata presso la FINSIDER la ricorrenza dei cinquan-
t'anni di attività del Dr. Antonio Ernesto Rossi nella
siderurgia italiana.

Il Dr. Antonio Ernesto Rossi, Presidente della
FINSIDER è della nostra Società, iniziò la Sua carrie-
ra al principio del 1907 presso l'ILVA. Qui egli rag-
giunse in seguito le più alte cariche — dopo essere stato
per un certo periodo Direttore Generale della FINSIDER,
Istituto, questo, dove nel 1953 assumeva la carica di
Presidente succedendo al compianto Ing. Sinigaglia.

L'On. Fascetti nel consegnare personalmente al Dr.
Rossi una medaglia d'oro ha rievocato le tappe della
brillantissima carriera percorsa ed ha espresso l'augurio
che egli possa ancora per lungo tempo continuare a diri-
gere la siderurgia italiana. A questo augurio si associa
in modo particolare la Cornigliano che ha nel Dr. Rossi
il proprio Presidente e che conta — sotto la Sua guida
— di continuare quel cammino che ha già portato la no-
stra società a divenire un elemento fondamentale della
siderurgia itali nell'ambito della C. ità Europea
del carbone e dell'acciaio.



I risultati del Premio Cornigliano

Sono stati resi noti, nelle scorse settimane, i risultati del
“ Premio Cornigliano” bandito dalla nostra Società in colla-
borazione con la Siderurgica Commerciale Italiana.

Il concorso, come noto, si proponeva di divulgare l’applica-
sione del lamierino d'acciaio nell’architettura, promuovendo nuovi
interessi tecnici ed estetici al fine di creare prototipi atti alla
produzione su vasta scala industriale.

Al concorso, aperto ad architetti, ingegneri, disegnatori
industriali, tecnici ed artisti residenti in Italia, hanno parteci-
pato numerose opere, tutte di notevole livello tecnico ed estetico.

Dopo una prima accurata selezione dei progetti di maggior
interesse, la giuria — riunita in un nuovo esame — ha infine
deciso di assegnare i seguenti premi :

— primo premio ex-aequo del valore di Lit. 1.500.000 ai
Signori: Geom. Marcello Aquilina di Bolzano e Ferruccio
Bergomi di Milano ;

— quattro rimborsi spese di Lit. 250.000 ciascuno ai Signori :
Andrea Colli; architetti Giorgio Madini-Moretti ed Emilia
Sala ; architetti Sergio Fasani, Roberto Gottardi e Roberto
Menghi di Milano ; architetto Carlo Maspes di Sondrio.

I progetti vincenti sono esposti, a partire dal 10 settembre,
in una delle mostre temporanee allestite presso l' XI Triennale
di Milano a cura della nostra Società.

19

L’'Iri e la Finsider nel 1956



Fra i settori dell’IRI che nell’anno trascorso hanno registrato
progressi superiori alla media della produzione industriale si ri-
trovano accanto all'industria estrattiva (-+29,5%), metallurgica
(49,4%), chimica (-+9,4%), meccanica (4-8,3%) e dei materiali
da costruzione (-+8,2%) anche i settori della carta (-+-11,2%),
tessile (-+7,5%) e dell’abbigliamento (+7,5%).

Un cenno particolare meritano i progressi dei settori siderur-
gico e meccanico, che occupano un posto di forte rilievo nell’at-
tività del gruppo. La siderurgia ha aumentato la sua attività del
10,4%, risultato che supera quelli realizzati nel 1956 da tutti gli
altri paesi della CECA. AI progresso della produzione meccanica
hanno contribuito in particolare i settori automobilistico, cantie-
ristico, delle macchine motrici, macchine utensili, per ufficio e
grafiche.

Sia per la siderurgia che per la meccanica è da segnalare il
significativo aumento dell’esportazione; nel 1956 sono aumen-
tate di poco meno dell’80% le vendite all’estero dei prodotti
siderurgici e di un buon quarto quelle di prodotti meccanici.
Giova sottolineare che nel 1956 la sola meccanica ha fornito il
23,5% delle esportazioni italiane, ponendosi così al primo posto
fra i settori di esportazione, davanti agli alimentari ed ai tessili
che ancora nel 1954-55 detenevano il primato delle nostre vendite
all’estero.

Il complesso industriale dell’IRI ha registrato nel 1956 un
fatturato di 835,6 miliardi di lire. Rispetto all'esercizio precedente
si è registrato quindi un incremento di circa 130 miliardi di lire.

Il maggior contributo all'espansione del fatturato nel 1956
proviene dal settore meccanico che ha segnato un aumento del
24,6%, quasi triplo di quello realizzato nel 1953. ‘Tale progresso
è soprattutto dovuto al forte incremento del fatturato navale, al
quale si accompagna un’apprezzabile espansione in altri sottoset-
tori, in particolare quello delle costruzioni automobilistiche.

Il settore siderurgico, con un aumento del fatturato del 18,3%,
ha compiuto nel 1956 soddisfacenti progressi. Giova sottolineare
che a fine d’anno il carico d’ordini di laminati a caldo delle aziende
del gruppo, pari a circa cinque mesi di spedizioni al ritmo del
1956, superava del 45% quello registrato a fine 1955.

Le dimensioni dell'attività dell'IRI sono messe in evidenza
dai nuovi impianti realizzati nel 1956: essi hanno richiesto investi-
menti per il complessivo importo di 155 miliardi.

Nel settore armatoriale gli investimenti si riferiscono in par-
te alle costruzioni previste dal programma avviato nel 1955 ed
in parte all'impostazione della nuova turbonave da 30.000 t.s.l.
destinata a sostituire l' “Andrea Doria”. Nel settore siderurgico
ì nuovi impianti realizzati rientrano nei programmi di adegua-
mento delle capacità produttive esistenti alle esigenze di una do-
manda in costante sviluppo.

Un particolare rilievo è stato dato quest'anno dall’IRI ai pro-
blemi del lavoro. Si può constatare che nel 1956 si è registrato un

aumento di occupazione, in misura più o meno accentuata, in
tutti i settori controllati, eccettuato l’armatoriale.

I problemi che al riguardo si sono posti all'attenzione del-
l’IRI sono stati quelli della condotta del personale e delle rela-
zioni tra le direzioni e le maestranze, non soltanto nei rapporti
con le organizzazioni sindacali, ma altresì nel campo della pre-
venzione anti-infortunistica, dell'igiene del lavoro, dell’ istruzione
e della formazione professionale.

La FINSIDER, ricalcando le linee dell'andamento della pro-
duzione siderurgica nazionale, ha segnato aumenti in tutti i
settori produttivi, con particolare riguardo per la ghisa. Fattore
determinante di ciò è stata l’entrata in funzione dell’altoforno
ILVA di Piombino che ha sensibilmente cooperato alla produzione
di tonnellate 1.504.177 di ghisa, produzione che nel 1955 era stata
di tonnellate 1.257.449, consentendo un notevole miglioramento
del rapporto ghisa-acciaio. Si è rilevato inoltre quanto mai op-
portuno, per il previsto maggior consumo d’acciaio, il programma
di nuovi impianti per effetto del quale la capacità produttiva
del gruppo sarà verso il 1960 di 4.200.000 tonn. per l’acciaio e
2.400.000 tonn. per la ghisa.

Un valido apporto è stato dato dalla FINSIDER alle esporta-
zioni che per la prima volta nella siderurgia italiana hanno supe-
rato in quantità ed in valore le importazioni; tale apporto può
essere valutato intorno al 60% del totale nazionale.

Per gli approvvigionamenti, la FINSIDER ha acquistato dal-
l’estero 1.268.000 tonn. di minerale. Tra le provenienze più im-
portanti vanno indicate: l'India Portoghese, il Nord Africa, la
Svezia, la Turchia ed il Venezuela. La FINSIDER inoltre preve-
dendo che in relazione al maggior incremento della produzione
vi sarà un crescente fabbisogno di materie prime, sta assicurandosi
la partecipazione nello sfruttamento di alcuni giacimenti esteri.
Il notevole aumento delle importazioni di carbone e minerale di
ferro su rotte oceaniche ha reso poi indispensabile anche per le
Società del Gruppo FINSIDER l'adozione del trasporto in
proprio e con navi a time-charter. In relazione a queste direttive
sono state varate ed entreranno in attività entro l’anno le prime tre
navi da 15.800 tonn. mentre una quarta sarà varata ed approntata
nel prossimo anno.

La produzione di energia elettrica che con la produzione del
cemento e dei fertilizzanti fa parte dell’attività non siderurgica
della FINSIDER, è passata da 2.612,9 a 2.941,3 milioni di kWh.
Un aumento si è registrato pure nella produzione del ce-
mento della ‘Terni e della Cementir, la prima passando da
184.212 a 190.753 tonn. e la seconda da 663.734 a 673.979 tonn.

Il fatturato delle maggiori aziende FINSIDER è stato nel 1956 di
286 miliardi contro 244 miliardi nel 1955, mentre il capitale so-
ciale della Società è stato elevato da 50.490.000.000 a 70.686.000,000.





3

1.21 figli dei dipendenti della mostra Società
alla Colonia di Rovegno. Alla fine di luglio.
con l’arrivo delle bambine (foto 1) sono par-
titi i maschietti che vi hanno soggiornato per
tutto il mese di agosto (foto 2).

3 Un gruppo di soci del nostro Dopolavoro in
campeggio sulle pendici del monte Rosa a Gres-
soney la Trinité.

4 Alcuni esponenti della nostra sezione Moto.
club a Riva del Garda in occasione del XIV
Raduno Internazionale moto -alpinistico del Pa-
subio, In tale occasione il nostro Moto-club ha
conseguito una brillante affermazione conqui-
stando il primo premio assoluto tra oltre 10,000
partecipanti.

5 Un momento della festa tenutasi a bordo
della t/n Cristoforo Colombo ed alla quale ha
partecipato un folto gruppo di operai e impie-
gati della nostra Società durante la Crociera a
Napoli organizzata dal nostro Dopolavoro.

6 Una scena dell'a Anticamera » di Giovanni
Mosca rappresentata dal nostro gruppo di arte
drammatica «Pegaso» n Palazzo Bombrini e
replicata all’ ESSO.CLUB,



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