Rivista Italsider, n. 5, 1964

Contenuto

Rivista Italsider, n. 5, 1964
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Joe Tilson: "Ziggurat-box", 1963.
Seconda di copertina: centro siderurgico Italsider di Taranto, l'altoforno numero 2.
Terza di copertina: centro siderurgico Italsider di Taranto, quadro sinottico della preparazione minerali.
Quarta di copertina: Collecchio - insegna in ferro battuto che segnava l'ultimo posto per il cambio dei cavalli prima di Parma.

Immagini in evidenza:
- Una veduta esterna dell'acciaieria LD di Taranto (p. 3)
- Lucio Fontana: "Concetto spaziale", 1952 - ferro smaltato (p. 9)
- Visione di una delle maggiori zone industriali giapponesi (p. 11)
- Il palazzo per uffici della Pirelli a Milano (p. 15)
- Un landeau di gala su cinghie (p. 19)
- Banderuole italiane, il leone rampante sulla torre del Bargello in Firenze (p. 22)
- Incisione di Chodowiecki dell'opera "Cabala e amore" di Schiller (p. 25)
- La copertina di un romanzo di Salgari nella quale vediamo raffigurato il capo irochese Uttagori (p. 29)

Sommario:
- Taranto, 19 novembre 1964: acciaieria LD, p. 2
- Le macchine per decidere, p. 4
- Sculture in metallo a Torino, p. 8
- L'industria giapponese, p. 10
- Un architetto italiano: Gio Ponti, p. 14
- Ferro dal cielo, p. 16
- Il museo delle carrozze, p. 18
- Giovinezza, Giovinezza..., p. 20
- Ferro in città, p. 21
- Banderuole italiane, p. 22
- Nascita del teatro moderno - 2, p. 23
- Fiere Italsider, p. 26
- Esposizione nazionale svizzera di Losanna, p. 27
- Gli irochesi funamboli dell'acciaio, p. 28
- Met 64, p. 30
- Due interventi al Met 64, p. 31
Data testuale
1964 ottobre- novembre
Consistenza
pp. 36
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/23
Collocazione
Emeroteca
contenuto
5 1964 RIVISTA ITALSIDER









Bass. È È CA RIVISTA ITALSIDER

la copertina: Joe Tilson: “ Ziggurat-box”, 1963

nelle controcopertine: centro siderurgico Italsider
di Taranto

2° di copertina: l’altoforno numero 2

3° di copertina: quadro sinottico della prepa-
razione minerali

4° di copertina: Collecchio - insegna in ferro
battuto che segnava l’ultimo posto per il
cambio dei cavalli prima di Parma

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d° informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - Anno V - n. 5 -
ottobre-novembre 1964

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di: E. Carmi, Ge-
nova - M. Castellano, Bari - Centro Eco-
nomico Scambi Italo Nipponici, Roma -
Civilini, Piombino - H. Claussen, Kassel -
S. Degipo, Genova - Farabola, Milano - Foto
Giacomelli, Venezia - Fototeca Italsider -
Publifoto, Genova e Milano - Laboratorio
Fotografico Rampazzi, Torino - O. Restaldi,
Roma - Vaghi, Parma - Villani, Milano

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte

Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n. 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo.

All’età di trentacinque anni Joe Tilson è considerato uno dei più promettenti artisti inglesi della nuova gene-
razione. Egli è passato attraverso gli stadi della pittura astratta, dei collages di legno impiallacciato, delle
costruzioni di legno liscio e durante gli ultimi tre anni ha costruito e dipinto rilievi dimensionali che allu-
dono agli oggetti e ai segni di una città in un giorno qualunque: i fatti artificiali dell’uomo contemporanco
che sono allo stesso tempo oggetti utilitari e oggetti legati ai giuochi e ai divertimenti.

Il lavoro illustrato in copertina, “Ziggurat”, contiene una delle più strane parole del dizionario e l’imma-
gine di una piramide a gradini che per Tilson evoca lo spirito di un movimento epico.

Un'altra sua opera, intitolata ‘“ Look”, è costituita non soltanto da un occhio con due occhiali, ma anche da
uno schermo televisivo; e la grande serratura (in un altro quadro, “ Key”), è la sintesi di un foro di ser-
ratura senza la chiave. Tutti questi tre lavori sono la trasposizione di oggetti reali che ci circondano in altri
oggetti non meno reali della creazione dell’artista.

Nel dizionario, “Ziggurat” è descritta come la torre di un tempio di antichi assiri e babilonesi avente la forma
di una piramide a terrazze con ogni piano più piccolo di quello inferiore. ‘“Ziggurat” non è soltanto una stra-
na romantica parola che prende la carica dall'immagine di un passato distante, ma è anche un volume formal-
mente interessante. La parola “Ziggurat” nella pittura di Tilson ha la qualità di rivelare un titolo. La sua im-
magine interna suggerisce un’esperienza più grande della vita, come ci viene offerta attraverso la loro opera
da alcune case cinematografiche sulla celluloide. (Jasia Reichardt)

IN QUESTO NUMERO

Taranto, 19 novembre 1964: acciaieria LD 2

Le macchine per decidere

I nuovi centri di calcolo elettronico nei vari stabilimenti dell’ Italsider.

di Alberto Mondini 4

Sculture in metallo a Torino di Luigi Carluccio 8
Un’interessante mostra artistica organizzata dalla galleria civica d’arte moderna di Torino.

L’ industria giapponese di Gino Terra 10
Un sintetico panorama della situazione e degli sviluppi dell'industria giapponese da questo
dopoguerra ad oggi.

Un architetto italiano: Gio Ponti di Vincenzo Lacorazza 14

Il primo di una serie di «ritratti» di architetti e designer italiani che presenteremo via via ai
nostri lettori.

Ferro dal cielo di Dante Pariset 16

Una meteorite, un blocchetto metallico perfettamente sferico, posseduto a Roma da Giuseppe
Ceccarelli.

Il museo delle carrozze di Luciano Rebuffo 18
Una interessante rassegna di carrozze ottocentesche conservate dall’ente fiera di Verona.

Giovinezza, Giovinezza... di lr. 206
Una recensione del libro di A. M. Fabbri (on. Luigi Preti) edito recentemente da Mondadori.

Ferro in città 21

Banderuole italiane di Lucio Boggano 22
Banderuole «segnavento » in ferro battuto, opera di sconosciuti quanto bravi artigiani del ferro,
che ancora resistono sui tetti delle case italiane.

Nascita del teatro moderno - 2 di Luciano Lucignani 23
Seconda puntata della storia del teatro moderno: teatro romantico e teatro commerciale.

Fiere Italsider 26

Esposizione nazionale svizzera di Losanna
Un interessante impiego della lamiera zincata nel settore «Educare e creare».

di Margit Staber 27

Gli irochesi funamboli dell’acciaio di Aldo Rossi 28

I discendenti dei « pellirosse» di Salgari hanno lavorato alla costruzione delle più grandi opere in
acciaio degli Stati Uniti.

Met 64 di Giovanni Lo Pinto 30

Il salone europeo della metallurgia e della tecnica e le dieci giornate di studio sui metalli a Torino.

Due interventi al Met 64
- La comunità ed i problemi finanziari della siderurgia.

di Ernesto Mannelli 31
di Mario Marchesi 34

- Un nuovo capitolo della siderurgia italiana: da Cornigliano a Taranto.

TARANTO, 19 NOVEMBRE 1964: ACCIAIERIA LD





Con l’avvìo dell’acciaieria LD di Taranto, avvenuto il 19 novembre
alla presenza del presidente del consiglio, onorevole Aldo Moro, il quarto
grande centro siderurgico dell’Italsider, uno dei maggiori d'Europa, ha
conseguìto la piena autosufficienza nel campo della produzione dell'acciaio.

Il centro di Taranto, dove anche tutti gli altri impianti stanno entrando
gradualmente în funzione, produrrà come è noto, nella fase iniziale, oltre
due milioni e mezzo di tonnellate di acciaio, trasformate in laminati piani
a caldo (rotoli e lamiere) e in tubi saldati. Esso si affianca così agli altri
centri siderurgici Italsider a ciclo integrale nel grandioso sforzo volto ad
aumentare la produzione di acciaio del nostro paese e a contribuire al
miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno.

Alla suggestiva cerimonia dell’inaugurazione dell’acciaieria, di cui

3

nel prossimo numero daremo un ampio resoconto, hanno presenziato, oltre
al presidente del consiglio, i ministri delle partecipazioni statali senatore
Bo, del bilancio onorevole Pieraccini, del tesoro onorevole Colombo, della
ricerca scientifica senatore Arnaudi, il sottosegretario alla difesa onorevole
Guadalupi, il presidente dell’ Irî professor Petrilli, il presidente della
Finsider professor Manuelli. Per l’Italsider erano presenti il presidente
ingegner Marchesi, l'amministratore delegato dottor Redaelli Spreafico,
i direttori generali ingegner Scotto ingegner Pescatori e dottor Osti. Erano
inoltre presenti oltre un migliaio di persone tra cui molti operai di Ta-
ranto con le famiglie, rappresentanze delle commissioni interne e degli
anziani di tutti gli stabilimenti Italsider, una comitiva di lavoratori di
Bagnoli e numerosissimi invitati.

Una veduta esterna dell’acciaieria LD di Taranto.





4

LE MACCHINE

di Alberto Mondini

11.01 FUNZ. IRREGOLARE SONDA
11.02 MISURA 25 IRREG,

11.02 MISURA 30 IRREG,

11.02 LIVELLO CARICA BASSO

11,07 FUNZ. IRREGOLARE SONDA

PER DECIDERE

PIOMBINO . 25.09.64 RILIEVI METALLURGICI AFO 3
PRODUZIONE GHISA GIORN, TONN 956
PROGRESSIVO MENSILE TONN 25266
PROGRESSIVO ANNUALE TONN 291790
PROGRESSIVO. CAMPAGNA TONN 1611607
COLATE N 2
TEMPERATURA SOPRA 1490 N 0
TEMPERATURA SOTTO 1440 N 0
CARICHE N 121
SUCCESSIONE CARICHE CMMMMCC
RAPPORTO C0/C02 1,57
ANALISI MEDIA GAS
“co 24,93

c02 15,85

‘H2 3,25
PORTATA VENTO RICHIESTA NMC/H 85000
PORTATA VENTO EFFETTIVA NMC/H 68969
TEMPERATURA VENTO

MAX Cc 1186

I NUOVI CENTRI DI CALCOLO ELETTRONICO DELL’ I TALSIDER

Nella nostra azienda sono entrati e continuano ad entrare calco-
latori elettronici di grande potenza; sono macchine completamente
diverse da quelle che siamo abituati a vedere e ad usare, quali gli alti-
forni, i forni Martin-Siemens, i treni blooming e i laminatoi. La loro
produzione non è tangibile e visibile come quella dell’altoforno o del-
l’acciaieria; non ne esce ghisa né acciaio, ma informazioni. E di infor-
mazioni si nutrono. Eppure sono, e soprattutto saranno, di grandissi-
mo aiuto per fare la ghisa e l’acciaio meglio, più presto e a minor costo.

A Piombino c’è un centro di calcolo il cui fulcro è un calcolatore
IBM 1410; lo stesso può dirsi per la Siac, mentre il centro siderurgico
Oscar Sinigaglia si serve di una Univac 490; sono macchine impo-
nenti e un po” misteriose, non aperte ed evidenti come gli altri con-
gegni e macchinari che siamo abituati a vedere in siderurgia. La do-
manda che può sorgere spontanea in un siderurgico è quindi: « cosa
ci fanno? »

Servono per l’altoforno e l’acciaieria, per il laminatoio e per la
direzione amministrativa, e infine aiutano a formulare la programma-
zione e la politica aziendale. Ma in quale modo?

Per rispondere a questa domanda abbiamo cominciato con l’andare,
a Piombino, in altoforno, così come in guerra quando si vuol rendersi
conto di una situazione si comincia col visitare le truppe in prima
linea, e soltanto dopo si vedono le retrovie e infine i comandi. L’al-
toforno è veramente la prima linea sul fronte siderurgico; il movi-
mento continuo di uomini e di cose che ha intorno, il respiro pos-

sente delle soffianti, la visione drammatica delle colate danno a chi lo
veda, anche non per la prima volta, la sensazione della durezza e della
difficoltà del còmpito di farlo marciare continuamente e di farlo mar-
ciare bene.

Fra le sue caratteristiche l’altoforno ha anche quella di essere un
po’ misterioso; si introduce il minerale e se ne ricava la ghisa, si sanno
tante cose sulla sua “marcia”, un po’ dalla teoria e molto dalla pra-
tica; ma che cosa vi accada dentro, nei suoi particolari, ancora non è
ben chiaro. La “marcia” dell’altoforno viene seguìta e regolata se-
condo una specie di istinto, il che potrà essere bello e forse anche
poetico, ma a volte non dà proprio i risultati che si attendevano.

Come mai in un’èra tecnica che ha trovato modo di regolare feno-
meni complessi come la messa in orbita dei satelliti artificiali non si
riesce ancéra a regolare con metodo strettamente scientifico la “mar-
cia” di un altoforno? Perché il numero di variabili da prendere in
considerazione è troppo elevato, e con i mezzi di cui si disponeva
fino a poco fà non si sarebbe riusciti a calcolare in tempo le misure
da prendere. Cerchiamo di spiegarci subito più chiaramente, perché
alla parola “variabili” molti lettori avranno storto la bocca, e con ra-
gione, pensando che cominciavamo a lasciar da parte la chiarezza e
a rifugiarci nelle parole difficili. Facciamo un esempio familiare, quello
di un motore d’automobile: per vedere come va, noi abbiamo alcuni
semplici strumenti sul cruscotto: il tachìmetro che ci dice la velocità
della vettura in chilometri l’ora, il contagiri che dà il numero di giri
del motore, il termòmetro dell’acqua che ci avverte se la temperatura







materiali ferriferi

l

A N
AoAN



loppa



coke, minerale e "i

agglomerato, altri

gas

polverino

Î



vento

€ vapore

idrocarbatri

>» ghisa





2 - introduzione manuale
dei dati




3 - telescriven
di uscita




4 - elaboratore centrale





he (1) e v

inseriti I

5 - strumentazione

SCHEMA DI CONTROLLO DELL’ALTOFORNO NUMERO 3 DI PIOMBINO - Alcuni dati pervengono al calcolatore (4) direttamente dagli strumenti di misura dell’impianto (5),
altri provengono d. lisi chimi

nell’elaboratore (2). I risultati del controllo vengono evidenziati dal calcolatore su una telescrivente (3).



La “consolle” di comando del calcolatore Univac 490 installato presso il centro
siderurgico “Oscar Sinigaglia” di Cornigli I dati aziendali vi v elaborati
alla velocità di milioni di operazioni al secondo.

ia

sale pericolosamente oppure se il motore è troppo freddo, le lampa-
dine spia dell’olio e della dinamo, che si accendono se l’olio non cir-
cola a dovere e se la dinamo non carica. Conoscendo questi dati, o
paràmetri, noi possiamo regolare la marcia della vettura, agendo prin-
cipalmente sul pedale dell’acceleratore e sul cambio, per proporzio-
nare la quantità di gas che va nei cilindri e il rapporto degli ingra-
naggi allo sforzo che richiediamo alla macchina.

In altoforno, se conosciamo i paràmetri giusti, possiamo anche
trarre un quadro della situazione, e in vista del tipo di ghisa che vo-
gliamo ricavarne, ossia della prestazione che chiediamo alla nostra
macchina, possiamo regolarne la “marcia” agendo su certi paràmetri,
come la temperatura delle soffianti, le inezioni alle tubiere eccetera.
Il problema, oggi, è raccogliere e vagliare le informazioni che si pos-
sono prendere nella macchina, ad esempio la percentuale di ossido
di carbonio che c’è in un dato punto, la percentuale di anìdride carbo-
nica che c’è in un altro punto, dati utili per comprendere come pro-
cede la combustione; e poi studiare quali sono i “pedali”, le “leve”,
insomma i comandi su cui si può agire.

La quantità di queste informazioni da un lato, e la complessità
dei comandi dall’altro, impediscono di agire senza l’aiuto di un ela-
boratore; ma questo elaboratore deve essere rapido, altrimenti noi
interveniamo quando la situazione è già mutata e non corrisponde
più al quadro che ce ne siamo fatto partendo dalle informazioni prima
raccolte. E se vogliamo che sia rapido non ci resta che ricorrere agli
elettroni, i quali come è noto viaggiano alla velocità della luce: un
elaboratore elettronico guiderà l’altoforno numero 3 di Piombino.

Tutto questo ben s’inquadra in quel clima di rinnovamento e di
ampliamento delle prospettive che c'è a Piombino; il direttore, inge-
gner Adani ci diceva: « Qui si sta facendo un salto di vent'anni come
sviluppo sociale e come sviluppo tecnologico; siamo in piena fase di
trasformazione della manodopera. Il personale sta assumendo còm-
piti di supervisione riguardo alle macchine; anche nel nuovo tubificio la
rilevazione elettronica apporterà una piccola rivoluzione. I dati rilevati
passeranno automaticamente sulla scheda perforata, da questa al cal-

Il centro di elaborazione dello stabilimento Italsider-Siac, a Genova-Campi, dotato
di un calcolatore IBM 1401. Con questi mezzi si eseguono con limitatissimo inter-
vento dell’uomo operazioni su enormi volumi di informazioni.

colatore, che darà automaticamente tutte le notizie sull’avanzamento
della produzione. Noi dell’ Italsider siamo fra i pochi fortunati che
stanno vivendo questa fase della rivoluzione industriale, e io sono
contento di viverla da questo posto di lavoro, qui a Piombino, dove
sono le migliori maestranze che abbia mai visto lavorare ».

AI centro elettronico la IBM 1410 lavora rapidissima con ticchettii,
soffi, pacifici mitragliamenti della stampatrice veloce; le lampadine si
accendono e si spengono sui quadri-controllo con una rapidità tale
che l’occhio avverte appena uno sfarfallamento della luce. Nelle me-
morie a nastro e nel Ramac (la memoria a dischi dove si può pronta-
mente registrare e reperire una informazione senza passare per quelle
precedenti), dati e informazioni si muovono ad una velocità supe-
riore a quella del pensiero umano.

IL PROBLEMA DEI COSTI STANDARD

Al centro siderurgico Oscar Sinigaglia di Cornigliano il centro
elettronico ha per fulcro una Univac 490; anche qui i còmpiti della
macchina partiranno dalla prima linea, cioè dall’altoforno e dall’ac-
ciaieria. In particolare l’ingegner Giribaldi ci parla del controllo di
qualità; questa dizione, che è la traduzione fonetica di quality control,
vuol dire una cosa tutta diversa da ciò che sembra a prima vista. Contro!
vuol dire regolazione; cioè si regola la qualità del prodotto che esce
da una certa lavorazione. E come si fa a regolarlo? Osservando, misu-
rando, giudicando ciò che esce e decidendo ciò che si deve fare per
togliere i difetti e migliorare quello che si sta ancora lavorando; una
volta deciso, applicando immediatamente le decisioni in modo che il
prodotto esca per quanto possibile immune da difetti. Due sono i
requisiti che rendono possibile il controllo di qualità; la rapidità di
valutazione e la rapidità di applicazione delle correzioni. Onde anche
qui l'opportunità di usare mezzi elettronici.

Un altro problema che la modernizzazione delle aziende rende
attuale è la determinazione dei costi standard; cosa siano ce lo ha detto
il vice-direttore amministrativo dello stabilimento, ragionier Figari; i





Il calcolatore scientifico IBM 1620 del Centro Sperimentale Metallurgico di Geno.
va-Campi. È utilizzato per lo studio sperimentale dei processi e dei fenomeni
siderurgici.

costi standard sono i costi che il prodotto “dovrebbe avere”, tenendo
conto di quello che costa la materia prima, il lavoro e i trasporti. Il
costo vero del prodotto non deve discostarsi, e in particolare non
deve superare il costo standard: si ha così un preventivo precalcolato
(costo standard) e un consuntivo rilevato successivamente. Dal raf-

“fronto di questi due elementi scaturisce la variazione operativa dalla
cui analisi derivano i provvedimenti da adottare perché il consuntivo
non superi il preventivo.

« Con un calcolatore più modesto — conclude il ragionier Figari —
si dovevano seguire le procedure tradizionali; con questo calcolatore
si debbono cambiare addirittura i sistemi di lavoro e ci si organizza
in maniera sempre più moderna; ad esempio, le rilevazioni dei dati
che prima non si facevano neppure, perché i dati non si sarebbero
potuti elaborare per mancanza di tempo, oggi si fanno e, rapidamen-
te elaborate in funzione delle diverse necessità dello stabilimento, ci
aiutano in una quantità di cose ».

FINE DEI MAGAZZINI ?

Sulle conseguenze che le nuove macchine hanno sulla program-
mazione ci parla l’ingegner Giribaldi. Il mercato va assumendo un tono
più dinamico; gli utilizzatori di acciaio hanno ridotto al minimo le
scorte di magazzino. Quando hanno bisogno di una certa quantità
di acciaio per una certa data, non fanno che interpellare il produttore
di acciaio: « Quando me lo potete dare? » chiedono. E per dare la
risposta bisogna conoscere tutto il lavoro già programmato, le dispo-
nibilità delle linee di produzione, le possibilità di sostituire un ele-
mento guasto se un guasto si verifica e via dicendo. La risposta deve
essere rapida, e deve essere precisa, perché il cliente, data la scar-
sezza delle sue scorte, rischia di dover fermare la sua produzione se
c'è un ritardo nelle consegne da parte del fabbricante di acciaio.
Ma per dare una risposta rapida non c’è che la macchina elettronica.

Questa rapidità, che consente di decidere, di intervenire pronta-
mente su situazioni che prima richiedevano mesi per essere valutate

-

e corrette, ha trovato una espressione nuova; si chiama “elaborazione
in tempo reale”. Cosa vuol dire “tempo reale?” Vuol dire la possi-
bilità di elaborare dei dati e di dare la risposta in tempo utile perché
si possano correggere gli eventi che si stanno verificando o che si sono
verificati immediatamente prima. In uno stabilimento a ciclo integrale,
avendo le informazioni dai reparti che producono, si segue la marcia
del materiale attraverso tutte le fasi, e ad esempio se vi sono degli
scarti il “tempo reale” ci permette di reintegrare il materiale scartato
in tempo utile per non avere dei cali di produzione.

«In certi casi — conclude l’ingegner Giribaldi — si può dire che il
calcolatore non solo aiuta la direzione dell’azienda a prendere deci-
sioni, ma il calcolatore stesso, secondo quanto sarà in esso predispo-
sto, prende le decisioni ».

I programmatori, cioè coloro che trasformano il linguaggio umano
nel linguaggio macchina, sono guidati dal dottor Ragazzoni; con l’as-
sistenza del dottor Bosio della divisione Univac della Remington,
questi giovani compiono un lavoro di interpreti molto singolare, in
quanto non si tratta di tradurre da un linguaggio umano in un altro
linguaggio umano, perché uno degli interlocutori è la macchina.
Vero è, ci dice il dottor Ragazzoni, che i moderni calcolatori hanno
una capacità di comprendere molto superiore a quella dei calcolatori
di una volta, e si possono introdurre in essi comandi in uno speciale
gergo inglese che essi fulmineamente comprendono e sul quale agiscono.

ALLA SIac

Senza abbandonare Cornigliano andiamo alla Siac, dove pure è
stato installato un centro di calcolo: « Con l’inizio del 1964 — ci dice
il dottor De Grossi — è cominciata nello stabilimento l’applicazione
dei costi standard, prima parzialmente, e poi, con la compilazione dei
budget del laminatoio avvenuta in ottobre, totalmente ».

Il centro di calcolo della Siac, dotato di una IBM 1401, è in piena
attività; le ragazze perforano schede, le schede vengono immesse nelle
macchine. Anche qui la maggiore rapidità di elaborazione dei dati
trasforma l’azienda.

« Per fare un paragone a tutti accessibile — ci diceva un operatore —
è come se alla balilla si fosse sostituita la seicento ».

« Ma che seicento! — ha interrotto un altro deponendo sul tavolo
un pacco di schede — questa è una Maserati! ». In realtà la potenza
del mezzo meccanico, come tutti i giorni sperimentiamo, cambia in-
teramente le nostre possibilità, non si limita a permetterci di fare me-
glio e più rapidamente ciò che facevamo prima.

Fianco a fianco con il calcolatore della Siac c'è un calcolatore IBM
scientifico, del Centro Sperimentale Metallurgico, che studia problemi
scientifici ed aziendali ad alto livello.

Tornati in via Corsica, alla sede dell’ Italsider, ascoltiamo due con-
clusioni dall’ingegner Boni e dall’ingegner Corso. I problemi azien-
dali oggi sono molto complessi, e investono diverse competenze;
l’uomo universale tipo Leonardo da Vinci che le possieda tutte al
giorno d’oggi non può più esistere. È necessario un lavoro d’as-
sieme, un /ea7 work; il team, o squadra che dir si voglia, sarà di
specialisti, e applicherà la ricerca operativa. Essa consiste nel consi-
derare il problema, individuare le decisioni da prendere, scartare quel-
le impossibili, valutare quelle possibili, e scegliere la linea di azione.
In casi particolarmente complessi questo può richiedere che elementi
nascosti per così dire nelle pieghe del fenomeno vengano fatti emer-
gere per mezzo di elaborazioni matematiche.

In generale il capo di un’azienda ha sotto controllo alcuni fattori
della produzione; altri sorgono improvvisi e recano disturbi non pre-
vedibili, e in questo caso può essere utile assoggettare il fenomeno a
ricerca statistica, avvalendosi del calcolo delle probabilità, e integrare
poi con il calcolo infinitesimale, con quello delle matrici, la teoria dei
grafi, la programmazione dinamica, e tutti gli altri trovati recenti
della matematica, sostenuti da quel formidabile strumento di rileva-
zione ed elaborazione che è un calcolatore elettronico.

Dalla trincea del frowpier al quartier generale del comandante in
capo il calcolatore è quindi l’arma migliore, lo strumento più adatto
per vincere la battaglia della produzione. Nel nostro giro attraverso
altri stabilimenti del Gruppo ne vedremo altri impieghi, ed esplore-
remo la vasta gamma dei suoi possibili usi in campo siderurgico.

SCULTURE IN METALLO A TORINO





La mostra “Sculture in metallo”, che la galleria civica d’arte mo-
derna di Torino ha presentato in concomitanza con il “I salone della
metallurgia” e col patrocinio, appunto, e la collaborazione attiva della
associazione metallurgici italiani, non pone, col suo titolo, una di-
stinzione semplicemente merceologica, ma una distinzione che opera
nell’interno di un settore antico quasi quanto l’uomo e che controlla
la sua validità e la sua verità nel quadro delle nuove relazioni che
l’uomo ha instaurato con l’opera d’arte. Questo tipo di relazioni richia-
ma da vicino, anzi attrae l’attenzione delle industrie primarie. Se ne è
già avuta una testimonianza nella mostra ‘Sculture nella città” rea-
lizzata con la collaborazione dell’Italsider al “festival dei due mondi”
di Spoleto, che è stata una testimonianza difficilmente ripetibile per
ampiezza di visione e per qualità di partecipazioni sia dello spirito
di mecenatismo sia di collaborazione tra industria ed arte.

La mostra di Torino fa un passo avanti, rispetto alla presa di co-
scienza attuata a Spoleto. Difatti la siderurgia e la metallurgia non vi
figurano come fornitrici accreditate di materie prime che saranno mo-
dificate nel calore della fusione, assumendo forme elaborate a priori;
ma come produttrici di elementi di linguaggio plastico, che conten-
gono risposte già concretamente formulate agli interrogativi incal-
zanti della immaginazione fantastica degli artisti.

Per questo l’interesse maggiore della mostra non è dato da opere
come la Ragazza seduta, in piombo e bronzo di Manzù o il Cavallino
di Marini, che pure sono esempi altissimi di una tradizione che dura
con straordinari effetti di suggestione plastica da secoli, nonostante
le riserve espresse da Michelangelo nei confronti di ogni scultura che
non obbedisce alla legge “del togliere”, che non sia cioè ricavata a
colpi di martello, a forza di braccia, affrontando direttamente il legno
la pietra o il marmo per togliere alla massa informe il superfluo e met-
tere in luce, “liberare”, la forma imprigionata.

Anche se un occhio rimane aperto sulla loro sostanziale merceologia:
piombo, ferro, acciaio, alluminio, rame, ottone; non sono ancora le
opere, del resto eccellenti, di Garelli, Perez, Mastroianni, Minguzzi,
Cherchi, Calò, Arnaldo e Giò Pomodoro e Teshigahara a cristalliz-
zare lo spirito dell’iniziativa, ma quelle che come i Dioscuri di Ettore
Colla trapassano la banalità intrinseca delle forme meccaniche, in
questo caso le balestre delle automobili, spostano all’infinito il limite
che divide l’utile dal non utile e sovvertono profondamente lo stesso
concetto d’uso.

Lucio Fontana, per esempio, squarcia un lamierino lucido a maz-
zate; procurando nuove varianti dei suoi famosissimi “buchi” oppure,
nel caso di Concetto spaziale, fraziona una grande piastra rotonda
in nitide zone euclidee, come per un giuoco d’incastro; rivelando l’abi-
lità di un maestro tagliatore o di un artigiano del cuoio. Questa lastra
tinta di vernice gialla uniforme, veduta su un tappeto di zolle verdi
si anima; le sue sezioni divergono, s’impuntano, come squame, evo-
cando figure di mostri preistorici.

Clara Falkenstein, con garbo tutto femminile, organizza squisiti
labirinti di filo di ferro, oppure costruisce, con tante trance di cavetto

di Luigi Carluccio

di rame, una sfera che sembra possedere la forza d’espansione e di
crescita di un organismo vivo: una fluorescenza corallina, una spùgnola,
una fragile rosa del deserto. Il colore simpatico del rame mescolandosi
con le macchie della saldatura si spegne infatti nei grigi delle ceneri
e delle sabbie.

Zoltan Kemeny, lo svizzero di Transilvania, che ha vinto il gran
premio di scultura della Biennale, presenta dei veri e propri quadri
in rilievo di metallo, come fanno Burri ed Eugenio Carmi. Con la
differenza che mentre Burri e Carmi domandano alle lamiere intagliate
di diventare colore e perciò le scelgono nei toni rugginosi, di presenza
opaca o traslucida, e le incidono, e le accostano seguendo un’idea di
disegno contornato, Kemeny cerca di suggerire il rilievo attraverso
gli effetti cangianti del colore delle materie usate. Fili, anche qui, di
ferro o di rame di vario spessore e tondini, cavetti, spezzoni, chiodi.
Un repertorio di materie prime aperto ad ogni possibilità; come del
resto è aperta ad ogni possibilità, nell'àmbito delle tecniche moderne,
l’azione creativa, che in molti di questi casi sembra tesa a farci dimen-
ticare l’autore, a diventare macchina anonima. C’è chi ha scritto, a
proposito delle sculture d’oggi, che bisogna guardarle come si guar-
dano le macchine. Macchine inutili e sublimi, come i bilanceri aerei
di Alexander Calder, che si inseriscono nello spazio vivo come una
ruspa, una gru, un trattore. Quando guardiamo una ruspa o una gru
non ci interessa, infatti, la mentalità, olo stato affettivo, dei loro autori.
La meraviglia e l’ammirazione sorgono da sole davanti ai capolavori
della tecnica. Con l’aggiunta di quel tanto di estro e di irrazionalità
associativa che l’artista finisce sempre col rendere evidente nella sua
opera, i documenti di “Sculture in metallo” sono davvero dei capo-
lavori di tecnica; realizzati con la forgia, il saldatore autògeno, il mar-
tello pneumatico, la trancia, la filiera, il tornio, le cesoie, i punzoni.

Il romano Mannucci tratta la materia metallica con delicatezze da
orefice, ma nei ferri dello spagnuolo Chillida, degli americani David
Smith e Beverly Pepper, in E/ogio del fuoco come in Voltri XII e in Sa-
lute to Genoa, avverti ancora vivo il calore della forgia e senti l’eco
dell’incudine di una mascalcìa di campagna. Il pugliese Cosimo Car-
lucci sventaglia prospettive vorticanti, a cannocchiale, di làmine sot-
tilissime di alluminio anodizzato, che brillano come lame di luce, ma
gli acciai di Francesco Somaini sembrano lacerati dallo scoppio di
una carica dirompente, nell’attimo della loro massima tensione.

Siamo così di fronte a forme che nascono come un atto continuo
dell’autore sull’oggetto trovato. Forme che non si vuole, né è possi-
bile ripetere in serie attraverso il calco aderente a un primo modello.
Siamo cioè nel vivo di una situazione nuova, che respinge le raffina-
tezze delle tecniche consumate dai secoli. Per questo gli scultori cer-
cano volentieri le Joro materie nel grande repertorio della metallurgia,
nell'inventario dei magazzini delle grandi industrie meccaniche e fab-
bricano strutture meccaniche, “macchine”, che riscattano l’incongruo
della loro presenza attraverso la pressione di una fatica artigiana, ed
acquisiscono un’anima attraverso la concitazione tipica delle eleganze
matematiche.




IO

L'INDUSTRIA GIAPPONESE

di Gino Terra

Le olimpiadi di Tokyo hanno polarizzato l’attenzione del mondo sul
Giappone. Molti ne hanno descritto in questa occasione costumi, paesaggi,
aspetti caratteristici. Meno si è parlato dell’industria giapponese. Ne
diamo qui un sintetico panorama.

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale l’economia giappo-
nese ha fatto registrare un ritmo di sviluppo sensazionale ed un cam-
biamento radicale nella sua struttura. Come risultato il reddito na-
zionale che nel 1955 era di 6.700.000 milioni di Yen (18.610 milioni di
dollari) nel 1962 era già aumentato di 2,1 volte arrivando a 14.100.000
milioni di Yen (39.170 milioni di dollari). In questo periodo il reddito
pro capite era salito da 209 a 459 dollari. Il Giappone aveva allora
raggiunto, quindi, il quinto posto nel mondo nel reddito nazionale
ed il ventesimo nel reddito pro capite.

La produzione delle industrie primarie ha registrato una flessione
e le industrie terziarie non hanno avuto cambiamenti. In contrasto,
la proporzione delle industrie secondarie, rispetto alla produzione
totale, è aumentata di circa un 30 per cento.

L’industria meccanica ha registrato i progressi più spettacolari. Parti-
colarmente notevoli i risultati dell’industria automobilistica che ha regi-
strato un aumento di produzione di ben quattordici volte e le sue vendite
— comprendendo le forniture fatte alle forze armate americane in Giap-
pone — sono aumentate di circa venti volte in poco più di sette anni.

Storicamente l'incremento della produzione automobilistica è le-
gato strettamente all’espansione del reddito nazionale ed allo sviluppo
dell’industria pesante. In altre parole, l'espansione del reddito nazio-
nale stimola l’indirizzo dell’attività economica verso l’industria della
lavorazione del ferro, consentendo alla popolazione di godere un più





L’industria meccanica giapponese si è posta alla testa del notevole sviluppo economico
nazionale. Ecco l’interno di un reparto di un grandioso stabilimento a Osaka, la
maggiore città industriale del Giappone.

alto livello di vita. Uno dei risultati, come da constatazioni evidenti,
la domanda maggiore di mezzi di trasporto. Di conseguenza in Giap-
pone si è incentivata la produzione automobilistica. Questa è stata
stimolata anche da una maggiore domanda dall’estero. Nel 1961 era
già la quinta nel mondo con una produzione di 813.879 autoveicoli.
Nel 1963 la produzione è salita a 1.400.723 unità.

La mostra dell’automobile che a Tokyo, dal 1954, viene allestita
ogni anno, ci rende conto del fenomenale sviluppo dell’industria au-
tomobilistica. Tra i maggiori produttori ricordiamo la Fuji H. I,
la Toyota Motor, la Hino Motors, la Mitsubishi N.H.I., la Nissan
Motor, la Prince Motor eccetera.

Con i cambiamenti avvenuti nell’industria pesante la produzione
della stessa è progressivamente aumentata. Non va dimenticato che
essa nel 1962 aveva raggiunto il più alto rapporto proporzionale nel
mondo. Del fatto ne ha risentito la struttura industriale del paese con
un crescendo di produzione notevole in ogni settore.

LA METALLURGIA

La rapidità con la quale la produzione è aumentata nell’ultimo de-
cennio è anche il coronamento dello sforzo sviluppato dall’industria
giapponese del ferro e dell’acciaio che, assumendosi il ruolo di guida
nel processo di trasformazione economica del paese, ha fatto sì che
il Giappone, da nazione eminentemente dedita all’agricoltura e alla
produzione di manufatti leggeri, si portasse in breve tempo all’avan-
guardia anche dei settori chimici e dell’industria pesante.

Oltre al sostenuto ritmo di sviluppo dell’industria del ferro e del-

l’acciaio, è stato raggiunto un notevole livello di perfezione tecnica,



Una indicazione stradale a Tokyo.

II



Visione di una delle maggiori zone industriali giapponesi. Nel campo dei
prodotti petrolchimici i fabbricanti hanno dovuto arrestare la produzio-
ne data la tendenza dell’offerta a superare la domanda causando inde-
bolimento del mercato.

tanto che i prodotti giapponesi del settore sono tenuti in alta consi-
derazione in tutto il mondo: prova ne è la cifra record nelle esporta-
zioni del 1963 (5.638.000 tonnellate metriche di ferro e acciaio, 36%
in più del 1962).

La più alta produzione di ferro ed acciaio in Giappone, prima del-
la fine della guerra, si ebbe nel 1943 con 7.650.000 tonnellate.

Alla fine della guerra, le industrie giapponesi erano in uno stato
di quasi completa distruzione. Nel 1946 la produzione totale di
acciaio fu di sole 560.000 tonnellate. Ma grazie agli sforzi sostenuti,
all’assistenza degli Stati Uniti e alla crescente domanda, durante la
guerra in Corea si iniziò il periodo di riabilitazione e di sviluppo,
così che nel 1953 la produzione di acciaio registrò 7.660.000 tonnel-
late superando il record del 1943.

Nel 1961 la produzione di acciaio grezzo ha raggiunto 28.268.000
tonnellate, cifra che pose il Giappone al quarto posto fra i grandi pro-
duttori mondiali, dopo gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Germa-
nia federale.

Nel 1962, a causa della ristretta politica monetaria imposta dal
governo, la produzione scese di 722.000 tonnellate pari al 2,5%, ma
l’anno successivo con 31.501.000 tonnellate di acciaio grezzo, e cioè
con il 14% in più del 1962, il Giappone riuscì a conquistare il terzo
posto eguagliando la Germania federale e nei primi mesi del 1964
è riuscito a superarla con un lieve margine.

Non va dimenticato che il Giappone deve far ricorso all’importa-
zione di materia prima nella misura di circa il 60 per cento.

La produzione di ghisa è salita a 15.821.000 tonnellate nel 1961
e quella dell’acciaio laminato a 21.860.000 tonnellate.

Tokyo: uno stabilimento per l’ind himica, R la strut»
tura di questo settore ha subìto alcuni significativi mutamenti. La pro-
duzione maggiore è passata dai fertilizzanti chimici e dalla soda indu-
striale alla resina sintetica ed ai prodotti chimici organici e sintetici.

Uno sviluppo degno di nota è quello dell'industria dell’acciaio
inossidabile. Fra il 1951 ed il 1960 la sua produzione di lavorato a
caldo è aumentata di 27,5 volte, da 6.427 tonnellate nel 1951 a 176.752
tonnellate nel 1960, portando il Giappone al terzo posto nel mondo
anche in questo settore. Nel 1961, la produzione è salita a 199.463
tonnellate.

Per i metalli non ferrosi, il Giappone ha prodotto 277.000 tonnel-
late di rame e 153.000 tonnellate di alluminio, 291.000 tonnellate di
zinco e 83.000 tonnellate di piombo nel 1961. Fra i nuovi metalli,
bisogna menzionare il titanio, la cui produzione è quasi completa-
mente esportata negli Stati Uniti ed in Inghilterra.

L’ INDUSTRIA MECCANICA

Dopo la guerra come abbiamo accennato, anche l’industria mec-
canica si è posta alla testa del notevole sviluppo economico giappone-
se. Nel 1962 l’indice di produzione era di dodici volte quello del 1950.

Le navi costruite nei cantieri nipponici (nel 1962, 1280 unità dei
vari tipi) navigano per tutti i mari. Gli apparecchi fotografici (nel
1962 ne sono stati prodotti 2.934.000) e del campo ottico; i telefoni,
orologi, radio a valvole ed a transistor (produzione del 1962, 15 mi-
lioni di unità); gli apparecchi televisivi (ne sono stati prodotti 5 milioni
di unità); le macchine utensili e quelle per cucire (produzione del 1962,
3.270.000 unità per uso domestico e per quello industriale) godono
fama di qualità ottima. La forte richiesta su tutti i mercati ne in-
centiva la produzione.

In fase di massima espansione nell’industria meccanica è anche il
settore delle macchine elettriche.

12

L'INDUSTRIA ELETTRONICA

Per l’industria elettronica, che da molti anni è alla base delle in-
novazioni tecniche di maggiore rilievo, notevoli misure di incoraggia-
mento sono state prese in considerazione dell’alto valore connesso,
ed i risultati raggiunti sono stati davvero rimarchevoli come risulta
dalla produzione di questi ultimi anni.

Il piano quinquennale ed il piano di produzione basati sulla “pro-
motion law” dell’industria elettronica sono stati modificati quasi ogni
anno allo scopo di ottenere un sostanziale aumento della produzione
ed anche per migliorare il livello tecnico e rafforzare la struttura del-
l’industria.

L’orientamento dell’industria elettronica (una tra le prime in Giap-
pone) sarà verosimilmente basato sul più assoluto realismo, come già
risulta dal piano degli investimenti per il 1964; ed in vista del raffor-
zamento del suo potere di concorrenza sui mercati internazionali,
essa non sarà sostenuta come altre industrie quali la petrolchimica,
l’automobilistica, la cartaria, del cemento e l’industria dei metalli non
ferrosi.

La produzione dell’industria elettronica per il 1963 è ammontata
a 691,6 miliardi di Yen, 22,7 miliardi in più, pari al 3,4% in più del-
l’anno precedente. (1 yen = 1,76 lire).

Vi è stato un incremento di 322,8 miliardi di Yen (2%) per i beni
di consumo, 184,4 miliardi di Yen (8%) per apparecchiature industriali,
mentre per le parti i dati sono rimasti fermi a 182,6 miliardi di Yen.
I beni di consumo non hanno fatto registrare progressi sensibili a
causa di una flessione del 5% nella produzione di televisori.

‘Tra le apparecchiature industriali vi è stato un rialzo di 18,7 mi-
liardi di Yen, le calcolatrici quasi il doppio dell’anno precedente, mentre
i telefoni e gli strumenti di misura per l’industria sono scesi rispetti-
vamente del 3% e del 5 per cento. Le parti sono rimaste pressoché
invariate, con un aumento del 17% per le resistenze ed una diminu-
zione dell’ 8% per i tubi elettronici. Le previsioni di produzione per
il 1964 sono brillanti nel campo TV e radio. Anche le previsioni del-
l’esportazione sono brillanti, con un milione di apparecchi TV, cioè
un incremento dal 12% al 18%. Ci si attende anche un aumento del
24%, nella produzione dei registratori e radiogrammofoni stereofonici.

Per quanto riguarda le calcolatrici elettroniche, la previsione è
ottimistica, con un aumento del 36% che è convalidato dalla domanda
crescente da parte delle varie organizzazioni pubbliche e private. Per
i tubi elettronici ed i semi conduttori, che generalmente marciano in
parallelo con la produzione delle radio e dei televisori, si prevede
un aumento rispettivamente del 12% e del 20%. Anche gli altri com-
ponenti aumenteranno del 20% a causa di un aumento di produzione
ed esportazione di materiale elettronico in generale.

Pertanto, la produzione totale per il 1964 dovrebbe salire del 20%
raggiungendo la cifra di 834,2 miliardi di Yen. Tra le maggiori pro-
duttrici del settore sono: la Tokyo Shibour Electric Ind. (Toshibo),
la Mitsubishi Electric, la National Electric Company eccetera.

LE COSTRUZIONI NAVALI

In fatto di costruzioni navali il Giappone è e continuerà ad essere
lo stato più importante. Il suo successo è stato veramente meravi-
glioso. Tuttavia la situazione non è priva di problemi: c’è lo scarso
profitto sulle navi esportate e la pressione dell’ Europa a raggiungere
una convenzione euro-giapponese sulle costruzioni navali.

Il Giappone negli ultimi otto anni, a partire dal 1956, ha varato
navi per un tonnellaggio superiore a qualsiasi altra nazione. Nel 1963
si trattava del 27,8% di quanto era stato varato in tutto il mondo:
2.404.872 tonnellate su un totale di 8.675.624.

Il Giappone non aveva mai ricevuto maggior numero di ordina-
zioni nell'immediato passato. Fin dall’ultimo periodo del 1962 afflui-
rono in Giappone ordinazioni da oltremare per costruzioni navali.
Nell’anno fiscale 1963 (aprile 1963 - marzo 1964) gli ordini da oltre-
mare avevano raggiunto un totale di 4.439.920 tonnellate.

Dietro lo straordinario incremento e la grande prosperità appaiono
due fenomeni che preoccupano l’industria giapponese.

Uno di questi è la bassa percentuale di profitto sulle navi d’espor-
tazione; l’altro, la recente mossa europea di indurre il Giappone ad
accettare una convenzione internazionale in modo da frenarne l’attività.

L’INDUSTRIA CHIMICA

Anche l’industria chimica è diventata una delle maggiori del paese.
La produzione di alcuni prodotti essenziali si è sviluppata ad una
media dal 14 al 20% annuo in questi ultimi tempi. Il Giappone si
trova attualmente fra i tre maggiori produttori mondiali di prodotti
chimici di base, come l’acido solforico, la soda caustica ed il carburo,
ed è al tempo stesso un notevole produttore di solfato di ammonio,
vetro, tessili chimici e cemento.

Nonostante la mancanza di materie prime, come il sale, il potassio,
i minerali di fosfato, gli olii ed i grassi, che debbono essere importati,
questa industria ha registrato un’espansione straordinariamente ra-
pida. Recentemente, la struttura dell’industria chimica ha subìto al-
cuni significativi mutamenti. La produzione maggiore è passata dai
fertilizzanti chimici e dalla soda industriale alla resina sintetica ed ai
prodotti chimici organici e sintetici.

Nel 195; è stato varato un piano quinquennale con un bilancio
di 82 miliardi di Yen per gettare le fondamenta dell’industria petrol-
chimica. La produzione salì rapidamente, passando da 1 miliardo e 739
milioni di Yen nel 1957, a 84 miliardi e 67 milioni nel 1961. Un se-
condo piano di sviluppo è entrato nella fase di realizzazione nel 1960
e, allo scadere del programma decennale nel 1970, i prodotti pe-
trolchimici rappresenteranno il 50%, della produzione chimica nippo-
nica. Si calcola che la vendita totale dei prodotti petrolchimici rag-
giungerà, nel 1969, i 770 miliardi di Yen.

L'INDUSTRIA TESSILE

Anche l’industria tessile continua ad essere uno dei più importanti
fattori dell'economia nipponica.

Per quanto si debba ricorrere all'importazione al completo del cotone
greggio e della lana greggia necessari all’industria, il Giappone è comun-
que uno dei primi paesi produttori di tessili. Infatti esso è al quarto
posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti, l'Inghilterra e l’Italia. Alcuni dati
ci dicono che nel 1961 si ebbe una produzione di filati di lana pari a
144.000 tonnellate e di tessuti di lana pari a 325 milioni di metri quadrati.

Nel 1963 tale produzione è aumentata di circa il 6 per cento.

L’industria tessile, comunque, ha visto scemare la propria impor-
tanza economica a causa del sopravvento che l’industria pesante ha
preso su quella leggera. Dopo la guerra, i tessili sintetici hanno assunto
una notevole importanza economica e il Giappone, con la sua produ-
zione di fibre chimiche, che costituisce circa un terzo della produzione
mondiale, si piazza al secondo posto nel mondo. Ricordiamo tra i mag-
giori produttori la Teijin Ltd., la Toyo rayon, la Mitsubishi eccetera.

L’INDUSTRIA DEL CEMENTO

L’industria del cemento, in Giappone, ha una lunga storia che
risale a più di novanta anni fa, ai primi tempi dell’epoca Meiji, quando
la nazione rinasceva dal feudalesimo ad uno stato moderno.

La causa principale del suo sviluppo è dovuta al fatto che fra le
tante industrie è una delle poche ad essere autosufficiente nelle ma-
terie prime. Negli ultimi dieci anni il Giappone ha fatto grandi pro-
gressi in questo settore, arrivando nel 1962 a sostituire la repubblica
federale tedesca al terzo posto nella produzione mondiale, con
28.786.000 tonnellate. Nel 1961 aveva prodotto 24.632.000 tonnel-
late. L’incremento di questa produzione deve attribuirsi alla forte
domanda per i progetti di riparazioni stradali, la costruzione di nuove
dighe ed abitazioni civili ed il continuo progresso dell’esportazione.

Attualmente vi sono ventun società che operano in cinquanta
stabilimenti, delle quali tredici con trentanove stabilimenti esclusi-
vamente dediti alla produzione del cemento, mentre i rimanenti un-
dici stabilimenti producono cemento in linea secondaria, dopo l’ac-
ciaio, il carbone, la soda, l’amianto.

Dopo quanto detto, consideriamo ora la situazione al primo trime-
stre 1964 statisticamente e ad un tempo più vicino a noi.

Iniziamo dalla trattazione dell’industria mineraria che, in questa
sede, ci sembra di certo rilievo. Notevoli sono le imprese nel campo
specifico e grossi gruppi finanziari ed industriali sono impegnati in
esso, quali, per esempio, la Mitsui e Co. che comprende circa cin-
quanta tra le ditte manifatturiere più importanti del Giappone e che



per la ricerca e l’utilizzo delle risorze naturali si prodiga con una at-
trezzatura formidabile sotto ogni aspetto; la Mitsubishi, la Sumitomo,
la Nissho eccetera che sono altrettanto potenti. La Mitsui e Co., tra
l’altro, acquista e distribuisce alle industrie siderurgiche giapponesi
minerali di ferro estratto dalle miniere di Goa, in India, gestite
dalla Sesagoa (gruppo Finsider), che riforniscono anche l’Italsider.

Prendendo come base il 1960, l’indice della produzione manifat-
turiera relativa ai prodotti minerari è stato nel trimestre predetto circa
162,2. Il 6,1% cioè più del trimestre precedente e il 21,5% più del
corrispondente periodo dell’anno scorso. Secondo l’andamento sta-
gionale ha segnato un aumento del 4,1% sul trimestre precedente.

Secondo l’andamento stagionale gli indici degli ultimi trimestri
relativi alla produzione manifatturiera-mineraria sono i seguenti:
nel primo trimestre 1963: 102,2%; nel secondo trimestre: 104,5%;
nel terzo trimestre: 107,3%; nel quarto trimestre: 103,9%; nel primo
trimestre 1964: 104,1 per cento.

È evidente che il ritmo della produzione, in notevole ascesa al-
l’inizio dello scorso anno, verso la fine cominciò a rallentare. Tale
riduzione evidentemente va attribuita alle forti restrizioni monetarie
applicate fin dal dicembre scorso, incluso l’aumento delle riserve.
Ora, con riferimento agli indici stagionali, cerchiamo di esaminare la
tendenza della produzione industriale.

Nell’industria dell’acciaio, dei metalli non ferrosi e delle macchine da
trasporto si sono notati aumenti della produzione tutti superiori all’ 8%.
Anche la produzione di macchinari elettrici, di macchinari di precisione e
di materiale chimico industriale è stata in ascesa, in media, del 5% nel
trimestre considerato La produzione tuttavia è diminuita, seppure leg-
germente, riguardo alle industrie dei petrolchimici, del catrame e della
gomma. Se si considera “l’indice dei gruppi speciali”, classificati secon-
do l’uso dei beni, la produzione dei beni di consumo, ossia delle merci
dell’industria manifatturiera-mineraria acquistate dai consumatori, ha
registrato un aumento del 3%; mentre l'aumento delle merci inter-
mediarie, dei prodotti, cioè, dell’industria manifatturiera - mineraria
consumati dalle industrie come materie prime, ha superato il 5 per cen-
to. "Tra le prime, la produzione dei beni di investimento è aumentata
del 4,9%, mentre i beni di consumo hanno segnato appena il passo.

Il rapido aumento della produzione manifatturiera-mineraria nel
1963 fu dovuto principalmente al forte aumento delle merci interme-
diarie per la produzione, soprattutto, dell’acciaio dei metalli non fer-
rosi e dei prodotti chimici. Gli indici trimestrali relativi alla produ-
zione di merci intermediarie, in confronto a quelli relativi ai trimestri
precedenti, sono: nel terzo trimestre 1963: 106%; nel quarto trimestre:
105%; nel primo trimestre 1964: 105 per cento.

Nel mercato dell’acciaio è andata aumentando la tendenza al ri-
basso, risultato evidente delle restrizioni monetarie. Per l’industria
dei metalli non ferrosi la diminuzione della produzione va attribuita
a scioperi sporadici che l’hanno resa inevitabile ed inoltre al fatto che
gli industriali hanno ridotto la produzione dato il costo elevato dei
materiali e la difficoltà ad ottenere gli stessi. Quanto all’industria chi-
mica, il mercato è apparso in generale fermo, ad eccezione, a causa
della forte domanda, per i prodotti chimici bàsici.

Ma se consideriamo esatto che l’aumento del ritmo di produzione
sia rallentato, tuttavia deve registrarsi alla base della produzione una
spinta verso l’aumento. Riassumendo, le merci intermediarie hanno
presentato livelli diversi di produzione. Ma potrebbe verificarsi per
alcuni settori una battuta di arresto.

Intanto gli indici trimestrali di produzione dei beni di consumo
in confronto a quelli dei trimestri precedenti sono: nel terzo trimestre
1963: 107,3%; nel quarto trimestre: 103,9%; nel primo trimestre 1964:
103 per cento.

La percentuale di aumento è, quindi, diminuita ogni trimestre,
causando a sua volta un rallentamento nella produzione complessiva
manifatturiera-mineraria.

Tra i beni di consumo, la produzione di quelli più importanti,
di base, è progredita, incoraggiata sia dalla forte domanda, interna ed
estera, di macchinario da trasporto per esempio, sia dall’aumento
degli investimenti per le attrezzature, a cominciare dalla fine dell’an-
no scorso, in seguito al rapido slancio verso l’incremento della pro-
duzione su quasi tutti i fronti. Secondo le statistiche relative agli or-

13

dini di macchinario, statistiche approntate dall’ “agenzia per il piano
economico”, considerata come un termometro per la produzione delle
macchine e che si occupa della produzione di tutte le merci più impor-
tanti, il volume degli ordini che registrava un drastico cedimento
nel 1962 risalì per qualche tempo l’anno scorso per poi livellarsi di
nuovo e diminuire in seguito leggermente con il passare del tempo.

L’aumento notevole degli ordini verificatosi nella seconda metà
dello scorso anno che al momento consentì un ristagno nell’accetta-
zione degli ordini per poter far fronte al completamento dei prodotti
da consegnare, ebbe all’inizio di quest'anno un riflesso nella produ-
zione. Parimenti la diminuzione degli ordini verificatasi durante l’an-
no potrebbe ben presto incidere sulla produzione del macchinario,
rallentando eventualmente il ritmo della manifattura di tutte le merci
di maggiore importanza. Nel caso dei prodotti petrolchimici i fabbri-
canti hanno dovuto arrestare la produzione data la tendenza dell’of-
ferta a superare la domanda, causando un indebolimento del mercato.

L’industria mineraria, quella dell’acciaio, quella ancòra dei pro-
dotti chimici, del cuoio e dei tessili hanno denunziato la loro produ-
zione superiore alle spedizioni. La produzione mineraria era del 2,7%
mentre la percentuale delle consegne era dell’1,5%. Ma nelle altre
industrie non c’è stato un divario così notevole. La produzione di
ventilatori da tavolo, di frigoriferi e di altre “merci estive” ha conti-
nuato a svolgersi bene durante tutto l’anno, ma le consegne raggiun-
sero il massimo nel periodo considerato.

CAPACITÀ PRODUTTIVA

L’indice della capacità produttiva dell’industria manifatturiera nel
periodo esaminato è stato 163,8 (1960 = 100), ossia il 2,5% in più
del trimestre precedente. In confronto al periodo corrispondente del
1963 l’aumento è stato del 10,8%.

L’industria petrolchimica ha segnato un notevole aumento (del 18,3%)
sul periodo precedente mentre l’industria dei prodotti chimici e quella
della pasta da carta hanno raggiunto una media del 5%. La capacità del-
l’industria del catrame è stata invece inferiore dell’1,8% e tale diminuzio-
ne va addebitata principalmente al passaggio, nelle città, dal gas di carbone
al petrolio e al gas LPG (il cambiamento delle fonti di calore ha causato
l'arresto di lavoro in alcune fornaci di carbon coke). In confronto allo
stesso periodo dell’anno scorso, la capacità dell’industria petrolchimica è
salita fino a raggiungere il 43,3%. Anche l’industria della ceramica, quella
della gomma, e quelle dei prodotti chimici e delle macchine industriali
hanno fatto un balzo, superando la media dell’industria manifatturiera.

L’indice delle operazioni nell’industria manifatturiera è stato 100,2
ossia l’ 1,3% più di quello del trimestre precedente e 1’ 11,2% più
di quello del corrispondente periodo dell’anno scorso. Le industrie
dell’acciaio e dei metalli non ferrosi hanno segnato un vantaggio su-
periore al 5% sul periodo precedente.

Tuttavia, la produzione industriale giapponese nel suo complesso
continua ad aumentare e, in confronto al corrispondente periodo
dell’anno scorso, in tutti i campi tale tendenza all’aumento è chiara-
mente manifesta. Specialmente l’industria dell’acciaio e quella dei
metalli non ferrosi hanno raggiunto records superiori al 25%. Le
vendite e la capacità produttiva ne sono l’incentivo.

Le altezze massime del dopoguerra furono raggiunte dall’industria
chimica e da quella del catrame nel terzo trimestre del 1963, e dal-
l’industria tessile nel trimestre precedente.

L’industria delle macchine e quella della pasta da carta si sono
avvicinate entrambe alla punta massima, mentre le industrie della
ceramica e quelle dei prodotti chimici e della gomma hanno segnato
un indice percentuale piuttosto basso.

Dall’esame di cui sopra gli attuali andamenti della produzione
giapponese possono essere riassunti come segue: in complesso la
produzione industriale — mentre in certi settori, come quelli delle
macchine utensili, dei prodotti petrolchimici e lamiere d’acciaio sem-
bra aver rallentato il ritmo di vantaggio, continuando la domanda ad
essere forte — per il macchinario da trasporto, per i prodotti chimici,
le fibre sintetiche, la pasta da carta, i pneumatici per automobili eccetera
continua ad essere in ascesa. Così che si può dire che la nota domi-
nante della produzione industriale giapponese rimane ferma e solida.

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UN ARCHITETTO ITALIANO: GIO PONTI

di Vincenzo Lacorazza

Gio Ponti è indubbiamente, tra gli architetti che non fanno capo
a grosse organizzazioni, tra i maestri, quello che continua a girare di
più, a progettare, a inaugurare, a firmare col suo nome rapido e mne-
monico come uno slogan.

L’architettura moderna italiana senza Gio Ponti appare pressoché
inconcepibile. Il grattacielo più alto, il Pirelli, l’ha disegnato lui, il pa-
lazzo per uffici più imponente, quello della Montecatini, a Milano, è
suo. La nota e più diffusa rivista di arredamento, la “Domus”, l’ha
fondata lui, e si sa che ogni suo intervento a favore di una scuola, di
un artista, di un prodotto costituisce un vero e proprio collaudo. Non
c'è famiglia della borghesia milanese che non possieda d’altra parte un
bagno con i lavandini disegnati da Gio Ponti o che non desideri farselo
quanto prima, non c’è tavola senza le sue posate di acciaio, non c’è
camera da letto senza il suo letto organizzato, un letto cioè dove si può
trovare la mensola per il telefono, lo scaffale per i giornali, il comodino
peri libri.

Vien fatto di pensare e di chiedersi se tante soddisfazioni, tanto
successo, tanto lavoro, siano solo effetto della sua instancabile, affa-
scinante, concreta personalità, o non piuttosto di una formula acces-
sibile a tutti, di una qualche scoperta elementare, di un segreto pro-
fessionale. Senza pretendere di rubare il mestiere al maestro milanese,
vediamo allora in che cosa è consistito e consiste questo segreto.

Quante volte abbiamo visto sulle pagine di “Domus” la casa di
Gio Ponti e quante volte abbiamo ammirato alla Triennale come
dev’essere una casa moderna. Ebbene, si può cominciare col ricordare
che la casa di Gio Ponti è la casa di uno che lavora ed è anche la casa
di uno che non si vergogna di mostrarsi qual è. Un uomo moderno
lo si immagina in una casa funzionale, col televisore al posto del pia-
noforte, con pochi libri a portata di mano, col ritratto della moglie e
dei figli sul tavolo. La casa di Gio Ponti è proprio così. Prima di ven-
derlo agli altri, egli ha sperimentato il suo stile su se stesso, come Sabin
sperimenta i vaccini sulla sua pelle. Egli è uno dei pochi, fortunati
professionisti che può circondarsi, usare e vivere negli oggetti dise-
gnati da lui o, al massimo, da uno dei dodici amici e collaboratori del
suo studio, legati a lui dalle stesse tendenze o dallo stesso credo.

Gio Ponti non abita in un castello o in una soffitta, come tanti
altri architetti più giovani di lui, ma nell’appartamento di un agiato
signore che, per il semplice fatto di essere anche designer, mangia
con le sue posate, dorme nel suo letto, si siede sulle sue sedie.
Unica eccezione alla regola, il ritratto della sua bella famiglia,
che non è una fotografia a colori, ma un celebre quadro di Campigli.

Lo stile Ponti è uno stile che evoluzioni, rivoluzioni, involuzioni,

hanno continuamente modificato, ma mai sostanzialmente intaccato.
I suoi predecessori non sono stati né Gropius né Wright, quanto la
produzione, la moda, il mercato. E il suo successo è dovuto con molta
probabilità al fatto che si è tenuto ugualmente distante tanto dalla
povertà quanto dal lusso.

In che cosa consista il cattivo gusto per Ponti è presto detto. « Un
esempio di comune cattivo gusto — ebbe a dichiarare tempo fa — è
quello di rendere un letto troppo effeminato. Il letto non rappresenta
solo un luogo di voluttà. È un luogo nel quale si ha bisogno di dor-
mire profondamente e pesantemente, il che stabilisce un contrasto con
la delicatezza. Alle volte vi capita di dovervi giacere ammalati, si ha
bisogno allora di comodità e non di raffinatezze. È un luogo dove si
può morirvi un giorno, quando cioè si desidererà essere circondati
da una atmosfera di maestosità e non di civetteria. Qual è quella donna,
degna dell’appellativo che porta, che vorrà vedere il proprio marito
tra i merletti? »

Come nasca poi questo stile è stato chiarito più di una volta. « Un
progetto — afferma l’architetto — deve avere uno stile proprio, det-
tato dalle proprie funzioni, e non uno stile copiato dal passato. Errore
frequente è quello di progettare una camera da bagno con criteri trop-
po lussuosi. Nel bagno ogni cosa deve funzionare perfettamente.
Quando mi lavo le mani, gli avambracci convergono in avanti verso
il centro del lavandino. Quello che voglio allora non è la vista di un
rettangolo, sia pure àureo, ma un posto su cui appoggiare il sapone
e lo spazzolino per le unghie. Ecco perché progetto lavandini che
convergono verso i rubinetti ».

Ponti ha settantadue anni, ma continua ad alzarsi tuttora alle sei,
a far colazione con uova e prosciutto, a sfornare idee dall’alba al tra-
monto. Quanto si è venuto producendo in questi cinquant’anni ha
trovato nel suo studio puntuale e contagioso impiego. Cemento, al-
luminio, pani di vetro, ceramiche, smalti, materie plastiche, compen-
sati, gommapiuma, stoffe, non ne hanno fatto però un mostro della
tecnica, ma solo uno sperimentatore, sempre pronto a dimostrare che
l’ultimo di essi, il più recente, era il migliore per il suo stile, il più
adatto alla bisogna, il più conveniente per il suo cliente.

I rapporti tra nuovi materiali e stile moderno non sono mai stati
in lui così impellenti da diventare preclusivi. Se non volevano il ce-
mento armato: benissimo, diceva Gio Ponti, mettiamo il marmo,
è lo stesso. Il vetro costa troppo, lo sostituiamo col perspex. Il grat-
tacielo ha bisogno di spazio: ottimamente, assottigliamo le strutture.
Quello a cui non ha rinunciato mai non sono stati gli ingredienti,
i contorni, le guarnizioni, ma il disegno appunto, la mano, l’arte.





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Posate in iaio i idabile prod su di di Gio Ponti (1953).

©

Il palazzo per uffici della Pirelli a Milano, Costruito nel 1959 è opera di una equipe
formata dagli studi “Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli” e “Giuseppe Val-
tolina, Egidio dell’Orto”.

Fin dal 1930 Ponti aveva teorizzato una via italiana nella produ-
zione di serie: la casa all’italiana, come la chiamava. Per anni nei suoi
discorsi, nelle sue lezioni, nei suoi esempi, questo è stato un suo chiodo
fisso, finché effettivamente non siamo riusciti a produrre architetture,
mobili, suppellèttili, che per forma, colore, presentazione, ben si
allineavano, tra gli spaghetti e le canzoni, con la tradizione italiana.
Ora, è passato il periodo delle improvvisazioni. Tuttavia Gio Ponti
è rimasto sinonimo di gusto moderno anche fuori d’Italia. Ci sono
già suoi importanti edifici a Bagdad, a New York, a Caracas, a Stoccol-
ma. È probabile che altri se ne aggiungano in altre importanti parti
del mondo. Quello che il maestro va esportando è l’unica merce a
buon mercato che ancora ci resta: l’eleganza.

L’eleganza, sì. La parola che gli ingegneri, un Eiffel per esempio,
aborrono e che gli stessi architetti pronunciano con sospetto, quando
sono più vicini agli ingegneri e ai tecnici in genere, dice subito, in
questo caso, della natura artistica, simbolica, rappresentativa della
miriade di esempi lasciati da Gio Ponti ed esprime abbastanza bene
la portata del suo intervento su prodotti d’uso comune, o quotidiano
o comunque di immediato consumo. La funzionalità del marmo,
del ferro, delle materie plastiche, non è tutto evidentemente. Ci vuole
anche la linea, lo stile, il mito, e ci pare appunto che Ponti sia riu-
scito più di tutti in Italia ad accreditare il mito della bellezza più che
della necessità dell’oggetto industriale. Essere lussuosi, l’abbiamo
visto, equivale per questo architetto a essere immorali. Ma essere
eleganti non solo significa essere tecnicamente a posto, ma anche e
più essere costantemente aggiornati.

Per concludere, nessuno ha avuto più di lui tanta influenza sul
gusto di Milano. E se Milano coi suoi venti grattacieli tende ad as-
somigliare oggi a New York ciò si deve certamente a ragioni eco-
nomiche, ma anche a quello spirito di emulazione, di concorrenza,
di iniziativa che è sempre stato così bene capìto e convogliato da
Gio Ponti e per il quale egli ha contribuito a fare, della capitale eco-
nomica d’Italia, il centro d’irradiazione del gusto italiano moderno
nel mondo, com’era già accaduto in altre epoche e per opera di altri
artisti ad altre città italiane, a Firenze, ad esempio, col suo Brunel-
leschi o a Roma col suo Borromini.

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FERRO DAL CIELO

Che la luna sia abitata, o che sia l’opposto del sole, questa massa
gassosa che è tutto un fuoco d’artificio ininterrotto, inavvicinabile
e grandioso, lo si saprà fra non molti anni. Per ora è certo che a la-
pidare il nostro sfortunato satellite sono stati i bolidi e le meteoriti,
cioè i corpuscoli cosmici che nella prima quindicina d’agosto, divor-
ziando dalle comete, si fanno chiamare “lacrime di san Lorenzo”
dagli abitanti della terra. Scno lacrime che alle volte si convertono
in pietre e in pezzi di ferro scaraventati anche verso il nostro globo
terracqueo e, altre volte, si dissipano in pulviscolo. Parecchia pol-
vere cosmica è stata rilevata sulle nevi eterne del Monte Bianco e
del Monte Rosa. Le meteoriti, esaminate nel loro interno, non hanno
denotato tracce di materia organica e pertanto dovrebbero prove-
nire da astri, o soli, in cui v’è assenza di vita, così vegetale come ani-
male. Una delle traiettorie più frequenti del fiammeggiante strascico
di materiale cosmico che d’improvviso brilla nel cielo notturno e a
lungo andare si estingue, sembra scaturire dalla costellazione di Per-
seo, per cui alle stelle che cadono si è soliti attribuire il classico nome
di Perseidi, un nome da tragedia greca. In più, si concede loro un
pensiero, un voto, una speranza. Quei frammenti di luce, quelle fug-
genti apparizioni che abbagliano il firmamento stellato, forse appar-
tennero a mondi scomparsi, a piccoli pianeti disintegratisi. È un fatto
che bolidi e meteoriti, cadendo sulla terra, ogni anno l’appesantisco-
no di ben cinque milioni di tonnellate; ma per buona sorte non ce
n’accorgiamo, se non in rare circostanze. Ne riferiamo una.

Una gigantesca meteorite, del peso valutabile intorno al milione
di tonnellate, si abbatté nei paraggi di Tunguska (Siberia) nella mat-
tinata del 30 giugno 1908. Migliaia di persone videro scendere a 70
chilometri al secondo quel corpo incandescente, più abbagliante del



di Dante Pariset



Giuseppe Ceccarelli (Ceccarius) mostra le due
parti della meteorite di ferro di cui si parla
in questo articolo.

sole. I cronisti narrarono che fu possibile scorgere a centinaia di chi-
lometri dal punto di caduta un'altissima colonna di fumo. Il terre-
moto provocato dal rimbombante atterraggio si propagò su una su-
petficie di un milione di metri quadrati e fu registrato da sismografi
di lontanissimi paesi. Un’intera foresta, su un raggio di quaranta chi-
lometri, rimase calcinata. Successivamente, dato il carattere paludoso
della regione, i crateri formati dal bolide si colmarono d’acqua ed
un’abbondante vegetazione li mascherò così bene che non fu più
possibile trovare neppure un frammento della colossale meteorite.
Un altro cratere meteorico si spalancò all’estremo nord del Canada:
ampio due miglia e denominato Chubb, quel cratere è adesso pieno
d’acqua. Giace tuttora nel suo luogo di caduta, a Bacubirito nel Mes-
sico, una meteorite di circa ventimila chili.

Peserebbe intorno alle seicento tonnellate un’altra delle grosse
masse di origine cosmica precipitate sul nostro globo. Si trova infissa
in un cratere quadrangolare che essa ha scavato in un baleno, dalle
parti dell’Africa sud-occidentale, nel distretto di Grootfontein. Eccone
le dimensioni: metri 2,99 x 2,08 x 1,22. Leggermente diverse sono
le dimensioni della meteorite di Ranchito (Messico): metri 3,5 x 2 x 1,5.
Ma quanto grandi saranno i bolidi che — a quanto si afferma — rag-
giungono il sole, e devono appunto essere enormi, altrimenti non
hanno diritto alla gloriosa immersione nel mare di fuoco?

Fra le meteoriti imprigionate nei musei, fredde e forse tristi, ec-
celle quella che il commodoro Peary trasportò dalla Groenlandia.
Pesa 36 tonnellate e si trova nel museo di storia naturale di New
York, dove egualmente si possono ammirare la meteorite del Capo
York, del peso di 33,313 chilogrammi, e la cosiddetta Willamette,
che pesa 14 chili e 110 grammi. Nel museo dell’istituto di mineralogia





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La meteorite, come doveva apparire prima della sua spaccatura. Essa è grande quanto
una mela e pesa 290 grammi.

dell’università di Roma, diretto dal professore Ettore Onorato, è
conservato un magnifico esemplare di aerolite-olosiderite rinvenuto nel
1921 a Uegit nell’ex Somalia italiana, e descritto dal professore F.
Millosevich. Nella medesima Somalia, e precisamente a Bur Ghelani,
se non facciamo confusione, nel distretto di Bur Hacaba, si rinvenne
un’acrolite-condrite. Oltre alla bellissima collezione del predetto mu-
seo romano, una piccola raccolta di meteoriti si trova pure presso
l'istituto di metallurgia dell’università della capitale. Nei musei di
Rio de Janeiro, di Parigi e di Vienna, è possibile vedere le meteoriti
di Bendegò (kg. 5,360), di Charcas (7,800) e di Penkarring Rock (9,090).

Ancòra un interrogativo: dove sarà andata a finire la pietra meteo-
rica che si venerava nel tempio di Ermesa quale immagine del dio
Sole e poi portata a Roma dall’imperatore Eliogabalo, dal nome pari-
menti solare? Scomparsa. Un’altra pietra, di color nero e denominata
Ka’bal, era oggetto di venerazione nella Mecca. Che sia proprio quel-
la che ora è in Messico, pesa dieci chili e un etto, e l’hanno battezzata
“El Morito?” Ricco di sorprese, il Messico detiene la meteorite di
Chupaderos, che è divisa in due parti perfettamente combacianti.
Una parte pesa 14,114 e l’altra 7,070 chilogrammi. Fatto strano, la
medesima separazione in due è capitata alla meteorite, piccolina ma
carica di colori e di enigma, di cui è proprietario il nostro caro
commendatore Giuseppe Ceccarelli, già autorevole siderurgico e
tuttora sulla breccia quale romanista insigne, autore di testi fonda-
mentali con lo pseudonimo notissimo di Ceccarius.

La biblioteca di Ceccarius nella sua bella casa sull’ Aventino oc-
cupa tre ampi locali e forse qualche ripostiglio riservato. Pile di ri-
viste si affiancano, ordinatissime, a scaffali ricolmi di volumi vari, di
“pratiche” impacchettate, di classificatori e di ninnoli e soprammobili



Le due parti della meteorite come si presentano nell’ interno, con le evidenti tracce
di ferro.

d’eccezione. Appeso a una parete, un angioletto dorato elargisce una
lunga indulgenza plenaria. Vorremmo profittarne. Ampie gabbie affra-
tellano uccellini di multiforme foggia, provenienza e tinta.

Andammo da Ceccarius per toccare con mano la sua meteorite.
È della grandezza di una mela ed è spaccata in due... come una mela.
Ci trasferimmo in cucina con la meteorite, non certo per mangiarla,
ma perché Ceccarius non ne aveva mai controllato il peso. Sulla bi-
lancia, l’invidiabile antica valicatrice degli spazi interplanetari pesa,
con le sue due parti, 290 grammi. È bella. La foto a colori ci rivela
tutto il suo spento splendore. Ora che ha raggiunto la terra e la pace,
riposa in silenzio su un mobile del nostro amico, forse paga di non
aver fatto male ad anima viva. Non deve aver avuto il tragico destino
di quella pietra meteorica che nel 1550 uccise un frate a Milano. Si disse
che quel pio uomo fu soppresso da un’australite, oggetto di vetro di
sicura provenienza cosmica.

Il piccolo tesoro di Ceccarius è un’olosiderite, cioè non una pietra,
ma un blocchetto metallico, e la sua superficie è ricoperta da una spe-
cie di vernice, o vitrificazione. In genere, le olosideriti contengono in
prevalenza ferro quasi puro ed anche nichelio combinato a zolfo e @
fosforo, oltreché cobalto e idrocarburi, con tracce di silicati. Talvolta
le olosideriti includono tracce di stagno, piombo, manganese, arse-
nico, antimonio e platino. Quanto dire che le specie minerali delle
meteoriti corrispondono alle specie telluriche. All’opposto delle olosi-
deriti, le asideriti non sono che pietre, sprovviste o quasi di ingredienti
metallici, con presenza nella massa litoidea di quantità non trascura-

bili di sostanze carboniose. È verosimile che, nella vertiginosa caduta,
le asideriti consumino pressoché tutto il loro carbonio, bruciato dal-
l’attrito con la nostra atmosfera.

18

IL MUSEO DELLE CARROZZE

di Luciano Rebuffo

Ricordate la splendida scena del film di Visconti “Senso” nella
quale la contessa Serpieri in una carrozza lanciata a piena velocità
cerca di raggiungere il suo amante a Verona durante la guerra del
1866? Avrete certamente notato come, nel realismo tipico di Vi-
sconti, tutto fosse perfettamente a posto. Ma la carrozza non era
un rifacimento, magari perfetto, bensì un autentico landeau dell’Ot-
tocento prestato per l’occasione dal museo delle carrozze di Verona.

Tutti conoscono la magnifica città scaligera con i suoi monumenti
imponenti, le sue chiese, la stagione dell’opera all’Arena e persino
cose immaginarie come la casa e la tomba di Giulietta, visitate da
milioni di turisti. Pochi però sanno che Verona ha il vanto di ospi-
tare un museo unico nel suo genere, di un interesse veramente ec-
cezionale: il museo, appunto, delle carrozze ottocentesche.

Nel mondo si possono incontrare varie esposizioni di carrozze
(notissima quella di Lisbona); due esemplari sono anche al museo di
san Martino a Napoli, ma si tratta delle dorate e barocche carrozze
di gala dei secoli precedenti. La carrozza invece che ha raggiunto il
massimo del suo splendore e della sua perfezione, oltre alla quale
fatalmente non si poteva andare quando giunse l’epoca del motore
(così come le navi a vela avevano raggiunto il massimo splendore e
la maggior perfezione tecnica quando giunse il vapore), è quella ot-
tocentesca, costruita pezzo per pezzo da artigiani provetti, ed im-
ponente nella sua apparenza specialmente quando era-lanciata in corsa
trainata da focosi cavalli.

Chi si fosse trovato a Verona durante la fiera del 1948, che segnava
appunto il cinquantenario della fiera dei cavalli, e alla quale presie-
dette il presidente della repubblica, avrebbe visto passare per le strade
alcune di queste carrozze trainate da magnifiche quadriglie o da cop-
pie di cavalli al trotto. Si trattava, per così dire, dell’atto di nascita
del museo, anche se purtroppo di museo vero e proprio non si può
ancora parlare mancando la sede che però è già prevista e progettata
nella zona appunto della fiera. Da allora ogni anno in occasione della
“fiera zootecnica e dell’agricoltura” (che è una delle maggiori in Europa
nel suo campo), sfilano per la città queste romantiche carrozze con i
più bei cavalli che si possano trovare sul mercato veneto. Nel resto
dell’anno le carrozze sono conservate in un grande deposito, nei locali
della fiera, e possono essere visitate, data la squisita cortesia dei diri-
genti. Il materiale è tenuto in ottimo stato, allineato lungo le due
pareti alle quali sono appesi i relativi finimenti. Indubbiamente non
dovette essere facile mettere insieme una simile raccolta. Questa fu
la fatica del defunto commendatore Giorgio Giorgio che era stato
incaricato di preparare una sezione delle carrozze per quella che do-
veva essere l’esposizione di Roma del 1942 e che non avvenne per
cause belliche. Nel 1948 la raccolta fu generosamente donata al co-
mune di Verona, perché ne facesse un museo, dal figlio, il cavaliere
del lavoro Antonio Giorgio.

Questi veicoli hanno il fàscino romantico di tutte le cose ottocen-
tesche, accresciuto direi dal nervosismo e dal peso che nei nostri mo-
vimentati giorni esercitano le loro discendenti, cioè le automobili.

Le carrozze sono comodissime, contrariamente a quanto si po-
trebbe pensare, e noi lo abbiamo personalmente provato. L’interno

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è solitamente addobbato con sfarzo, e coi sedili imbottiti, i cuscini
eccetera fornisce veramente il conforto di un salotto. I problemi tec-
nici naturalmente erano seri, come quello del molleggio, ma specie
negli esemplari della seconda metà del secolo il problema fu brillan-
temente risolto con sòlide balestre, timone maggiormente snodabile
eccetera. Dobbiamo pensare, oltre alla nobiltà e alla borghesia che
di questo veicolo si avvalevano non solo come mezzo di trasporto a
lunga distanza ma anche come mezzo di passeggio per la città così
come vediamo nelle celebri stampe e nei primi dagherrotipi, anche
all’artigianato che le produceva e che era suddiviso secondo precise
specializzazioni. V’erano coloro che costruivano a caldo le ruote di
legno con i relativi raggi, verano coloro che costruivano diciamo così
lo chassy, eppoi gli amatori che provvedevano ad incidere sul legno
lavori di indiscutibile valore decorativo. Poi v’erano, a parte coloro
che costruivano i vetri mobili dei finestrini, i fabbri che costruivano
le parti in ferro come le balestre, l’attacco del timone eccetera. Quindi,
i produttori di altri accessori come il freno e le lanterne. Queste
ultime splendide di ottone. Il predellino era un campione di praticità
(che potrebbe insegnare qualcosa ai predellini di certi nostri treni).
Esso si ripiegava contro la portiera senza sporgerne, quando la car-
rozza era in corsa, ma poteva essere aperto diciamo così a soffietto
e costituire tre gradini comodissimi che giungevano fino a terra.

Naturalmente il termine carrozza è un termine molto vago, come
dire automobile, perché i tipi erano i più diversi ed avevano nomi
del tutto particolari. La raccolta veronese, veramente bella nella va-
rietà dei suoi tipi e dei suoi colori, possiamo dire che contenga quasi
ogni esemplare di carrozza ottocentesca, dal semplice sediolino (trotter)
fino alla vera e propria diligenza postale. Le carrozze sono in nu-
mero di quarantatré (per la precisione due sono bighe romane rico-
struite, prive di qualsiasi valore, le altre quarantuna sono tutte origi-
nali, perfettamente conservate e, come ripetiamo, con tutti i relativi
finimenti in cuoio, compresi il collare per i cavalli, le redini eccetera).
‘Tra i tipi più importanti di carrozze presenti (ma si può fare una
casistica di importanza in questo caso?), ricordiamo un magnifico
landeau di gala, una “vittoria”, una victoria a coupé, quattro dog
cart, un break, un brougham, una daumont, un fiacre, un coche, un
char à bancs, due landeau, due sulki, un dos à dos, un dos à dos per
pariglia, un duo de dame, un’americana, due americane a quattro
posti, una berlina a quattro vetri.

I colori prevalenti sono, com'era nell’uso del tempo, il nero
e il rosso.

Che dirvi della fiera di Verona, proprietaria ed ospite di questo
magnifico patrimonio? Essa, come si disse, ebbe origine nel 1898
come fiera dei cavalli che si svolgeva in piazza Brà, lungo le mura del
Pallone. Poi, data la sua crescente importanza, fu trasferita nel
quartiere di Borgo Roma dove tuttora esistono le sue numerose co-
struzioni e dove sorgerà il museo delle carrozze con accesso diretto
dall’esterno. Va dunque ricordato che una manifestazione ormai nota
come quella della fiera di Verona può offrire al visitatore colto o
semplicemente amante delle cose passate una magnifica occasione
per trascorrere un’ora in pieno Ottocento.

















Quattro delle carrozze conservate dall’ente fiera di Verona: qui sopra, un phaeton per
tre cavalli. Il phaeton (che prende il nome da Fetonte, il personaggio mitologico che
volle guidare il carro del sole) era una vettura signorile a quattro ruote, scoperta.

Un esemplare di barouche alla Daumont. Questa vettura veniva solitamente trainata
da quattro cavalli guidati da postiglioni. Erano costoro cocchieri che nelle famiglie
signorili guidavano cavalcando un cavallo della pariglia.

















Uno stage di fabbricazione francese. Accanto al titolo nella pagina accanto, una sfila-
ta delle vetture in occasione della fiera di Verona. I colori prevalenti in queste carrozze
sono, com'era nell’uso del tempo, il nero e il rosso.

Un landeau di gala su cinghie. Si tratta di una carrozza elegante, larga, a quattro ruote
e due mantici che si aprono e si chiudono a piacere. Il nome deriva dalla città bavarese
Landau dove si fabbricarono le prime vetture di questo tipo.

20

GIOVINEZZA, GIOVINEZZA...

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1

I vari referendum organizzati da editori di libri e di riviste hanno sempre rive-
lato, nelle risposte, un aspetto comune. La richiesta cioè di pubblicazioni sulla storia
contemporanea.

Questo è un fatto altamente positivo poiché dimostra la volontà del pubblico
di informarsi, di prepararsi su un periodo storico che pur essendo così vicino, anzi
essendo stato da noi vissuto, è così mal conosciuto data la censura della dittatura
prima, la confusione della guerra dopo, e successivamente la difficoltà di lettura
di alcuni testi squisitamente ideologici o politici riservati quindi ad una minoranza
di studiosi.

La storia, infatti, può essere scritta e studiata in due modi : o con saggi che
ci indurrebbero a scrivere la parola “storia” con la esse maiuscola, quella cioè che
riguarda i grandi personaggi, le loro storiche decisioni, i documenti di archivio ;
e la piccola storia di ogni giorno, dei piccoli protagonisti cioè, la storia che ci dice
come il popolo ha sentito, vissuto, sofferto quella storia maggiore.

Appartengono a questo secondo tipo alcune opere narrative che sono uscite ulti-
mamente, e tra queste una, edita da Mondadori, scritta dal ministro Luigi Preti
con lo pseudonimo di A. M. Fabbri : “Giovinezza, Giovinezza...”.

Quest'opera di narrativa ha il pregio di rivelare, in un campo che lascia qua e
là intravedere l'impostazione squisitamente autobiografica, l’esperienza dei figli
della borghesia di una città di provincia padana, una piccola città circondata dalla
campagna. Si tratta infatti delle esperienze che i giovani universitari nati tra il
1910 e il 1920 hanno vissuto nelle piccole università, all’interno dei famigerati Guf.

Lo sfondo di una media borghesia di provincia, con dietro delle proprietà ter-
riere, è ben avvertibile nel libro (vogliamo dire, ad esempio, che l’esperienza nelle
grandi metropoli operaie è stata diversa, anche per gli appartenenti ai Guf), ed è
del resto esplicita nei maggiori personaggi che si incontrano via via, come Giulio
Govoni, Giordano Cavallari e tutti gli altri compreso Piero Cavalieri d'Oro detto
“Cagnara”.

Essi uscivano da famiglie borghesi che avevano visto il fascismo come una sal-
vezza della proprietà privata contro i sovversivi e avevano digerito benissimo anche
l'assassinio di Matteotti. Questi giovani erano dunque impregnati di fascismo e tro-
vavano nei Guf il modo di fondere la spigliatezza, l'iniziativa, la virilità predicata
dal regime con le intemperanze goliardiche. L'ambiente ne esce colto sul vivo, at-
traverso un’abilissima capacità letteraria che ci introduce direttamente in quei
tempi, in quelle tragicomiche circostanze.

Ecco così che la riunione di piazza cominciata col discorso di “Lui” che annun-
ciava la fondazione dell'impero (« Ne sarete Voi degni?» — «Sìiùiù» grida la folla),
è terminata dai guffini facendo mezzanotte sulla piazza al canto di « osteria nu-
mero uno — paraponzi ponzi po’ — una ganza per ciascuno — paraponzi ponzi po’ »
e, dopo, nella casa ospitale della Franca. Così passano gli anni di Nizza e Savoia,
del “libro e moschetto”, di Nuvolari, di “parlami d’amore, o Mariù”. Tra gli
entusiasmi suscitati dai capisquadra, con i facili ‘sfottò’ verso Starace, con i tronfi
gerarchetti, continua la vita di questi studenti dal crescente entusiasmo. Nella cit-
tadina solo pochi osano ogni tanto mostrare con questi giovani il loro antifascismo.



Solo un vecchio avvocato, un umile barbiere, il barbiere Arlotti che aveva capito
da solo, con l’esperienza, quello che tutti loro non avevano capito perché non si in-
segnava nelle università.

Piano piano incomincia ad accendersi qualche luce nell'animo di questi gio-
vani: dopo l'impero viene la Spagna, l'avvicinamento e l'alleanza con la
Germania, le leggi contro gli ebrei; ed ecco allora una lenta presa di coscienza
che fa loro toccare con mano di che cosa sia fatto il fascismo, e che cosa si celi vera-
mente dietro la facciata. Così come in altri la presa di coscienza avviene sui campi
di battaglia (vedi il libro di Nuto Revelli ‘La guerra dei poveri”), in questi gio-
vani avviene continuando la pigra vita di provincia e constatando l'incapacità
dei gerarchi, l’improntitudine degli sbruffoni, la realtà dei contadini che vivono
nella campagna. Così viene descritta la maturazione di un gruppo che può sinte-
tizzare benissimo l’esperienza di tutti i giovani figli della borghesia nati tra il 1910
e il 1920.

Il fallimento della campagna di Grecia comincia a dare il colpo di grazia e le
giornate al ‘“‘caffè Torino”, così vivacemente descritte, dove si ritrova ogni giorno
tutta la cittadinanza per bene, si intessono di più animate discussioni ed anche di
battute, come questa « perdiamo la Grecia ma ai gerarchi basta salvare la greca».

Dopo la presa di coscienza rinforzata dalle esperienze di coloro che prendono
parte alla tragica guerra, viene un’ulteriore maturazione che si svolge anche attra-
verso le prime letture per così dire proibite e quindi la prima conoscenza diretta
del liberalismo, del marxismo e delle altre teorie politiche. Intanto si avvicina il
crollo, l’Africa è perduta, avviene lo sbarco in Sicilia, tutti sono sgomenti, fino al
giorno del 25 luglio e poi del tragico sfasciamento dell’esercito nelle giornate di
settembre. I dubbi, le incertezze, i propositi di giovani ufficiali provenienti dai Guf
che si trovano per la prima volta a dover scegliere secondo coscienza vengono resi,
sia pure sinteticamente, con rara efficacia attraverso i colloqui di Giulio e Giordano,
mentre già iniziavano l’azione giovani come Gianni Carrettieri e Mario Salatini.
Di fronte alla tragica farsa della repubblica sociale, al ritorno del più torvo squa-
drismo, ai delitti più infami che insanguinano le strade della cittadina, (vedi “La
lunga notte del *43” di Giorgio Bassani) avviene l’incontro tra questi giovani ed
i vecchi antifascisti del periodo precedente la marcia su Roma, e con i contadini
in genere. Nasce così il movimento partigiano la cui storia dà vita alla parte terza
del libro, con atti di vero eroismo raccontati semplicemente, lontano dalla più pic-
cola retorica, come fossero fatti scontati. Anche quella del proclama di Alexander
ai partigiani è una pagina di una verità toccante (noi, che l’abbiamo vissuta, l’ab-
biamo sentita di un verismo commovente). Dopo la ritirata tedesca e la tragedia
sul fiume il libro termina « ... in piazza, come dieci anni prima ».

Esso contiene dei seri insegnamenti che dovrebbero essere utili a tutti e special-
mente alle nuove generazioni, così poco informate sui fatti che sono di capitale im-
portanza non solo per l'avvenire del nostro paese ma per la creazione di una sana
coscienza individuale. Esso, oltre ai non trascurabili pregi letterari, ha la forza
delle cose vere, vissute e sofferte, narrate con profonda coscienza perché gli altri
le imparino e non abbiamo a viverle e a soffrirle di nuovo. (l.r.)



FERRO IN CITTÀ

All’esposizione nazionale svizzera di Losanna, della quale parliamo
in altra parte della rivista, vi era un’area conquistata sul lago e di note-
vole interesse, oltreché estetico anche tecnico. Si voleva in tal modo riser-
vare il porto al riposo, alla distrazione, allo svago dei visitatori, al ristoro
e ai giuochi. Pur tenendo conto della provvisorietà, le costruzioni dovevano
evitare il falso folclore e dare un tono unitario e moderno al complesso.

Da una parte vi era il desiderio di inserirsi nell'ambiente del lago,
dall’altra la volontà di esprimere un’idea di diporto : queste due esigenze
hanno portato alla creazione di vastissimi ‘‘ombrelli” sotto ai quali, divisi
da muretti, vi erano vari ristoranti e relativi servizi; questi ristoranti
dovevano rappresentare gli ambienti e le cucine di ogni diversa regione
svizzera e per questo offrivano poi al loro interno decorazioni di carattere
speciale.

Gli “ombrelli” erano dunque delle vere e proprie vele policrome,
molto suggestive, tenute ad un'altezza che arrivava fino a venticinque

21

fotografia di Eugenio Carmi

metri che costituivano dei paraboloidi iperbolici in tela, rafforzati
da un reticolo di sottili cavi, ancorati in tre punti e sostenuti al centro da
un albero metallico di oltre sedici metri di altezza. I punti di ancoraggio,
uno dei quali è qui pubblicato, erano costruiti nel modo seguente : i cavi di
acciaio erano fissati a terra a blocchi di cemento armato e în acqua a fasci
di pali metallici di trazione e compressione infitti a circa venti metri di
profondità nel fondo del lago. La sfera di cemento pesava circa due tonnel-
late, trazione sessanta tonnellate per palo ; il numero dei cavi di acciaio
variava da sei a dodici per ancoraggio. Si trattava di cavi del diametro
da diciannove a ventidue millimetri. Le tende erano rinforzate da una
rete di altri cavi di acciaio del diametro di nove millimetri.

Questa è stata una delle realizzazioni tecniche più ardite e più sugge-
stive anche nei particolari come si può notare dalla foto pubblicata.

La superficie costruita coperta è risultata di 9500 metri quadrati,
mentre la superficie costruita non coperta era di 25.900 metri quadrati.

N
N

ITALIANE

BANDERUOLE



Pinacoteche, musei, chiese, campanili, palazzi costituiscono in Italia
un patrimonio artistico ben noto ai cultori di tutto il mondo. Sono l’espres-
sione della nostra arte maggiore. O bene o male (qualche volta più male
che bene), si sono conservati dal dilagare del cemento armato e delle altre
brutture della nostra epoca. O bene o male sono tutelati dalla soprinten-
denza ai monumenti e quindi possono continuare a vivere. Quella che
invece scompare, purtroppo, è l’arte minore, sono le piccole sensibili cose
che rappresentano la vita pratica di un tempo e che oggi, ‘‘grazie” anche
alla speculazione degli antiquari, vanno facendosi sempre più rare.

Prendiamo ad esempio le banderuole segnavento. Spesso bellissime,
opera di artigiani quasi sempre anonimi, esse dominavano i tetti delle
case 0 le cùspidi dei campanili per indicare la direzione del vento. Oggi
le abbiamo dimenticate, tanto che non vi facciamo nessun caso anche quando
ne incontriamo qualcheduna. È per questo che noi abbiamo compiuto un giro
alla ricerca di queste banderuole così delicate e semplici ricavate con estrema
perizia sfruttando tutte le particolarità tecniche del materiale, cioè del ferro.

Di solito la banderuola consiste in una figura di lamiera ritagliata,
rinforzata a tergo da una o più bande di ferro e sostenuta da una astic-
ciuola intorno alla quale può ruotare. Ecco così venirci incontro (ma biso-
gna guardare in alto verso il cielo), angeli che suonano la tromba, santi,
animali di vario genere, stemmi araldici, semplici bandiere con iniziali
del padrone di casa eccetera.

di Lucio Bozzano



Naturalmente le banderuole, essendo di ferro, hanno il loro principale
nemico nella ruggine ed è questa un’altra ragione per la quale è difficile
trovarne di intatte. Tra gli esemplari che abbiamo rintracciato ve ne sono
alcuni di mano evidentemente maggiore, cioè direttamente legati alla no-
stra arte rinascimentale e ciò accade specialmente in Toscana. Mentre
altri, ed in particolare quelli liguri, sono di mano più rozza, direttamente
apparentati quindi all’arte popolare. Tra le più belle banderuole vanno
segnalate indubbiamente il leone rampante, fiero e guerresco, che sta sulla
torre del Bargello in Firenze e il sant’ Antonio di Voltaggio che costituisce
un esempio molto raro : un santo con l’aureola è inginocchiato su una nu-
vola. Ma un fresco sapore, l’àlito ingenuo dell’arte popolare ci viene
nel caso dell’angelo con la tromba in Modena, un elaboratissimo angelo
di un movimento tutto barocco, che sembra lanciato in avanti quasi ad
atterrare le mitiche mura di Gérico ; nel gallo piacentino che porta le ini-
ziali F. B. che erano probabilmente quelle del padrone di casa ; e soprat-
tutto nell’incredibile san Lorenzo di Bobbio che ci appare con la graticola
in una mano e in una forma che lo apparenta all’arte dei popoli primitivi.

Tutte le banderuole qui pubblicate si trovano tuttora collocate nel posto
originale. I pochi esemplari rimasti costituiscono dunque (assieme alle in-
segne di negozio che sono ancora più rare), l’esempio di un artigianato del
ferro che ebbe epoche di grande splendore, e seppe raggiungere risultati
veramente positivi e, qualche volta, sfiorare addirittura l’arte.



NASCITA DEL TEATRO

2. TEATRO ROMANTICO E TEATRO COMMERCIALE

Con la sua fiducia nella ragione e nel progresso e con la sua cer-
tezza nel decadere di quelle condizioni storiche che allora determi-
navano l’infelicità dell’uomo, l’Illuminismo non poteva, evidente-
mente, trovare la sua espressione più compiuta nella tragedia. Essa
pone, infatti, alternative inesorabili circa i problemi fondamentali del-
l’esistenza: periodi favorevoli al suo sorgere, perciò, sono quelli che
vedono il verificarsi di grandi rivolgimenti sociali e politici purché
siano visti, però, dalla parte di coloro che soccombono. L’alto rango
degli eroi tragici, generalmente giustificato dalla necessità che la loro
caduta per risultare impressionante deve avvenire da un’alta posizione,
si spiega assai meglio se si considera la circostanza che la tragedia,
sia quella della Grecia dell’età di Pèricle, come quella dell’Inghilterra
di Elisabetta Tudor, o quella della Francia di Luigi XIV, è sempre
stata il riflesso del glorioso, ma inevitabile, tramonto delle aristocrazie.
Un nuovo ordine in ascesa, una classe che si afferma e che crede nel
proprio futuro non si porranno mai scelte così ineluttabili, a meno che
non le riferiscano al vecchio ordine in decadenza, alla vecchia classe,
battuta o in procinto di esserlo. Quando Eschilo volle celebrare, a
teatro, la vittoria di Salamina, scrisse una tragedia sull’avvenimento,
ma lo rappresentò dalla parte di chi aveva subìto la sconfitta, e infatti
il suo titolo è Z Persiani. La tragedia insomma è l’opposto dell’utopìa,
e la coscienza culturale europea del Settecento è, invece, essenzialmente
utopistica: anche per questo il documento teatrale più rappresentativo
del secolo è, come abbiamo detto nel capitolo precedente, la comme-
dia di Figaro.

L’ottimismo razionalistico ha in Rousseau, contemporaneo di
Voltaire e di Diderot, il suo critico più intransigente. Le tesi di Rous-
seau, che l’uomo civile è un fenomeno di degenerazione, tutta la civiltà
storica un tradimento del suo originario destino e la fede nel progresso
non un’utopìa ma una superstizione, per i teorici dell’Illuminismo sono
delle aberrazioni. La nuova Eloisa e Le confessioni furono i vangeli
dei romantici, ma il Contratto sociale e l’Origine della disuguaglianza con-
tenevano, secondo Marx, alcune delle idee che il socialismo scientifico
avrebbe poi sviluppato. Elementi romantici sono quindi già presenti
nel pensiero illuminista, allo stesso modo che il sentimento così esal-
tato dai poeti della generazione del 1830 è già alla base del romanzo
borghese del Settecento, da Richardson a Prévost. Come e più dei
precedenti, il secolo XVIII fu un tempo ricco di contraddizioni, una
delle quali è appunto quella fra Illuminismo e Romanticismo. Lo Str
und Drang, per esempio, il movimento così chiamato dal titolo del
dramma di Klinger (7empesta ed assalto), è certo un annuncio del Ro-

MODERNO

23

di Luciano Lucignani



Friedrich Schiller (1759-1805). La sua prima esperienza letteraria rivelerà presto idee
e sogni accarezzati nel suo spirito ma senza nessuna rispondenza con la realtà poiché
il giovane scrittore non ha alcuna esperienza della vita, Nel 1787 si trasferisce a Weimar
dove la sua esistenza trova finalmente ordine e quiete. Qui s’incontra con Goethe al
quale si lega d’amicizia: l’influenza è reciproca e benefica per entrambi. Dopo un pe-
riodo di astensione durante il quale insegna come professore all’università di Jena,
torna al teatro, e la sua maturità è ben altra: ogni sua prima rappresentazione è consa-
crata dal pieno successo. Da Schiller nasce il nuovo dramma germanico.

manticismo; ma è da considerare come vorrebbero alcuni una reazione
anti-illuministica, oppure una crisi del razionalismo, ma una crisi dia-
lettica, determinata cioè dalla necessità di passare ad un grado supe-
riore del pensiero? Vecchio e nuovo, com’è noto, non si contrappon-
gono come bianco e nero: il vecchio ha già in sé i motivi che il nuovo
poi svilupperà, così come il nuovo non potrà fare a meno di accogliere
almeno in parte l’eredità del vecchio. Le due opere più importanti
dello Sturm und Drang, il romanzo di Goethe, / dolori del giovane Wer-
ther, e il dramma di Schiller, / zzasnadieri, non si possono certo consi-
derare conservatrici rispetto alla rivoluzione operata dall’Illuminismo,
anche se da un punto di vista formale il loro carattere preromantico
è fuori discussione. « Le dichiarazioni del capo avversario definiscono
l’importanza reale delle grandi opere dello Sturm und Drang molto
meglio delle dichiarazioni apologetiche della storia della letteratura
borghese » dice Gyòrgy Luk4cs e riferisce il giudizio che un principe
tedesco aveva dato a Goethe sul dramma di Schiller: « Se io fossi
stato Dio in procinto di creare il mondo e avessi preveduto che sareb-
bero stati scritti / zzasnadieri di Schiller, non avrei più creato il mon-
do ». (Eckermann, Co/loqui con Goethe, Firenze 1947, pagina 169).

Il dramma che Schiller scrisse appena ventenne e che, rappresen-
tato a Mannheim, lo costrinse a scegliere tra la fuga e l’oppressione,
pone con chiarezza il problema che sarà al centro della letteratura ro-
mantica e di quella del realismo borghese: il problema dell’eroe posi-
tivo. Ed è sintomatico che questo dramma, il più tipico d’un movimento
che ambiva a rivalutare, nei confronti del “borghese” posto dagli
illuministi sull’altare del nuovo teatro, l’individuo eccezionale, “l’eroe”
nel senso moderno del termine (come, nella lirica, la stessa epoca
vedrà esaltato il “genio”), sia proprio l’esaltazione della libertà nel
suo momento negativo, come distruzione d’un ordine ingiusto, rea-
lizzata mediante il ricorso ad una violenza ribelle a qualsiasi freno,
qual è, appunto, quella che ispira l’azione di Karl Moor, il giovane
conte fattosi fuorilegge, protagonista de / mrasnadieri. Eccone un esem-
pio; Karl e i suoi compagni sono nella foresta di Boemia e stanno per
essere attaccati dalle forze governative. Un frate è venuto a parlamen-
tare perché s’arrendano, ed ecco come gli risponde Karl Moor:
KARL — Scostatevi! Che nessuno osi toccarlo! (.A/ frate, estraendo la spada) Vedete,

padre, qui ci sono settantanove uomini, di cui io sono il capo; nessuno di essi

è in grado di manovrare ad alcun comando, nessuno di essi è abituato alla mu-

sica del cannone; e là, fuori, ci sono settecento uomini invecchiati sotto le armi.

Ascoltatemi tuttavia. Questo adesso vi dice Moor, il comandante degli incen-

diari: è vero, sono stato io ad uccidere il conte vostro signore, sono stato io

ad incendiare e saccheggiare la chiesa di san Domenico, ad appiccare incendi
alla vostra bigotta città, a scaraventare la polveriera sul capo di buoni cristiani.

24



qui sopra: figurino di Eugène Delacroix per “Amy Robsart” di P.
Foucher e Victor Hugo.
Nel campo della pittura Delacroix rappresentò il maggior esponente del

R ici il compl movi culturale e artistico sorto alla
fine del Settecento e affermatosi nel secolo successivo. Nato in Germania
come reazione al predominio della cultura francese, illuministica e clas-
sicheggiante, il Romanticismo si estende poi in tutta Europa pervadendo
ogni campo della cultura con aspetti vari e diversi. Nel campo delle
arti figurative, specie in pittura, gli artisti vi cercano una immediatezza
di stile che permetta la più diretta espressione dei sentimenti. A Victor
Hugo, innovatore della poesia, spetta invece il titolo di capo della scuola
romantica francese. Sia in verso che in prosa egli fu un inesauribile
creatore di figure umane, alcune delle quali veramente vive.

nella pagina accanto: incisioni di Chodowiecki dell’opera “Cabala e
amore” di Schiller, terzo dramma dell’epoca giovanile del poeta.
Una già più efficace pittura della realtà, dove il conflitto è fra onesta
borghesia e corrotta aristocrazia, si trova in quest'opera in cui si
sente che il poeta ha avuto a modello la vita di una piccola capitale
tedesca del suo tempo. È possibile che l’opera, ancor dopo un secolo
e mezzo amata e applaudita specie nei paesi nordici, al nostro gusto
latino appaia fatta di contrasti esagerati con abuso di pathos melo-
drammatico e di crudo macchiettismo. Ma essa è un frutto maturo
del suo tempo; audace battaglia a favore della virtù umana calpestata
da sovrani incontrollati e funzionari corrotti, già annuncia la vigilia
della rivoluzione francese e realizza quel “dramma borghese” che
trionferà sulla scena di tutto l’Ottocento.

Ma non basta: ho fatto di peggio. (Stende /a destra) Guardate i preziosi anelli
che porto alle dita; e andate e comunicate al senato per la vita e per la morte
ciò che udrete e vedrete! Questo rubino lo presi al dito d’un ministro che io,
inseguendolo, stesi ai piedi del principe. Venuto dalla plebe era diventato, a
forza di adulazione, il favorito; la rovina del prossimo era lo sgabello della sua
ascesa, il pianto degli orfani lo aveva portato così in alto. Questo diamante,

invece, lo presi a un consigliere della finanza che vendeva cariche onorifiche e

uffici al maggior offerente, e cacciava dalla sua porta i patrioti in lutto. Quest’àgata

la porto in onore d’un prete del vostro calibro, strozzato con le mie mani, men-
tre dal pùlpito lamentava l’indebolirsi del potere della Santa Inquisizione. Potrei
raccontarvi altre storie dei miei anelli, se non fossi già pentito delle parole sciu-
pate con voi. (Atto secondo, scena terza).
Il sinistro avvertimento di tempesta che lo Sw nd Drang in-
troduce nell’ottimismo utopistico degli illuministi si spiega con le
condizioni politiche e sociali della Germania alla fine del Settecento,
così diverse da quelle della Francia nella stessa epoca. Dovunque, in
Europa, le lotte di classe del feudalesimo conducono, attraverso la
monarchìa assoluta alla creazione dell’unità nazionale; in Germania
invece la guerra dei contadini (1525) conclusasi con la vittoria dei
principi significa il perpetuarsi e l’irrigidirsi dello smembramento
feudale della nazione tedesca, e tale evoluzione ha ritardato per lungo
tempo il sorgere d’una cultura borghese. «In Occidente si combat-
tono già le prime battaglie della lotta della classe operaia che tende
ad emanciparsi, quando in Germania nel 1848 sorgono per la prima
volta in forma concreta i problemi della rivoluzione borghese». (Gyòrgy
Lukacs, Goezbe e il suo tempo, Milano 1949). Che cosa poteva farsene
dunque la miseria tedesca dei “lumi” che la cultura d’avanguardia
europea le metteva a disposizione? Come poteva il “borghese”, cioè
un'entità astratta per la maggior parte della popolazione tedesca, as-
sumere il carattere d’eroe nazionale? Quale fiducia nella ragione e nel
progresso potevano avere scrittori come Schiller vissuto, fino al-
l'epoca di Weimar e per i suoi ideali di libertà, in mezzo agli stenti;
come Forster, morto esule a Parigi; come Herder, cappellano a Wei-
mar; o infine come Moser e Schubart, che scontarono con lunghi
anni di prigionìa il coraggio di essersi espressi liberamente? Era na-
turale che in una situazione simile nascesse un movimento come lo
Sturm und Drang, una specie di Espressionismo “ante-litteram”, il
quale non si contentasse di poeti ma chiedesse geni, e non ponesse
sulla scena individui che accettavano l’ordine sociale esistente, ma eroi
che fossero in grado di abbatterlo, o almeno di agire disperatamente
in una condizione che era disperata. Quella che Schiller esaltava ne
I masnadieri era la sola libertà in grado di dar frutti nell'atmosfera op-
primente del principato di Wiirttemberg; come del resto il poeta indi-
cava chiaramente, ponendo il motto “In tyrannos” sul frontespizio
della sua seconda edizione. Singolare coincidenza: / masnadieri fu
stampato nel 1781 (ma rappresentato l’anno dopo); nel 1777 in Italia,
Vittorio Alfieri che potrebbe essere considerato il maggiore rappre-
sentante dello Sr und Drang italiano, scriveva un trattato intitolato
Della tirannide, che pubblicava però nel 1789. L’Italia non è la Germania
e Alfieri, senza dubbio, non è Schiller: ma le analogie storiche, sociali,
politiche e poetiche sono tuttavia notevoli, e chiarissime. Il passato
rimane oscuro soltanto per chi non vuole arrendersi alla sua luce.

Il carattere di classe del dramma borghese è già implicito, pos-
siamo dire, nel suo atto di nascita; quando Diderot dichiara che la
condizione sociale dei personaggi è più importante della loro psico-
logia individuale, stabilisce, di fatto, un’identità fra conflitto dram-
matico e conflitto di classe. Diderot e gli illuministi esprimevano gli
ideali d’una borghesia rivoluzionaria, cioè d’una classe portatrice di
libertà; quella che, appena un secolo più tardi, sconvolta dalle rivolu-
zioni liberali del 1848, è riuscita, a prezzo di sacrifici assai duri, a con-
servare il potere, è una borghesia molto diversa e naturalmente meno
incline al dibattito sociale. Quando, perciò, negli ultimi decenni del
secolo XIX, Ibsen comincerà a suonare la campana a morto, le posi-
zioni almeno apparentemente sembreranno rovesciate: al centro del
dramma ora c’è l’individuo e il conflitto si accende tra la sua volontà
di realizzarsi compiutamente (ossia di essere un uomo, non un borghese)
e le meschine convenzioni della società. Tra il dramma che accompagna
la sua ascesa e quello che annunzia il suo declino, la borghesia si è
espressa sostanzialmente in due forme di teatro: una, che è nata con
lo Sturz und Drang e si estenderà poi fino al melodramma, è il dram-
ma romantico; l’altra, artisticamente meno rilevante ma molto impor-
tante socialmente, è il teatro commerciale, vero e proprio genere di

consumo, riassunto nella formula della pièce-bien-faite (cioè dell’opera
costruita come una perfetta macchina teatrale). Questo genere as-
sume valore per il fatto che la borghesia ha portato, in certo senso,
il teatro su un piano industriale; da questo momento infatti comincia
l’autorità di quell’entità astratta che si è convenuto di chiamare “pub-
blico”. Sarcey, il più rappresentativo fra i critici teatrali del tempo,
afferma senza reticenza alcuna che la sostanza del teatro è il pubblico
e che nella rappresentazione di un dramma è possibile prescindere da
tutto ma non dagli spettatori; per farsi una idea del peso che assume
l'opinione di questi spettatori basta osservare lo sviluppo dei teatri
in una città come Parigi: il decreto di Napoleone (1807), aveva ridotto
ad otto soltanto, da diciotto, le sale di spettacolo della capitale francese,
ma appena mezzo secolo dopo esse sono già più di trenta, senza tener
conto degli edifici di più antica fondazione come l’Opéra, l’Opéra
Comique, la Comédie Frangaise, la Comédie Italienne e i vari teatri
della foire, i jardins publics e così via. Parliamo di Parigi perché il teatro
francese del secondo impero è in realtà il teatro europeo del tempo:
Scribe, Augier e Dumas figlio portano la tecnica della pièce-bien-faite
ad una tale perfezione che essa praticamente diventa il modello di
ogni forma di teatro commerciale e tale resta per almeno un secolo.
Lo stesso Ibsen, quando abbandona i temi del folclore scandinavo e
il verso, scrive drammi concepiti sul modello di quella tecnica; la rot-
tura avverrà poi solo con Cechov, che nella storia del dramma rap-
presenta l’equivalente dell’Impressionismo nella storia della pittura.
Tuttavia non si deve pensare che Scribe, Augier e Dumas figlio fab-
brichino delle semplici macchine da teatro, senza alcun rapporto con
le questioni vive nella coscienza sociale della loro epoca. Anzi, si può
dire che l’ideologia borghese si esprima in esse con tutti i suoi tratti
caratteristici, senza neppure il velo che un’interpretazione più profon-
da avrebbe certo posto fra loro e il pubblico. I temi fondamentali
dell’ideologìa borghese, l’onore, l’amore, il denaro, vengono ridotti
sulla scena ad un unico denominatore comune: la famiglia. Per la bor-
ghesia la famiglia è la società, e i diritti e i doveri nei confronti della
famiglia sono i diritti e i doveri sociali, l’ordine, la compattezza e
la prosperità familiari garantiscono la tranquillità e il benessere sociale.

L’amore, per esempio, è un argomento che Scribe tratta in modo assai
significativo; in tre commedie rispettivamente intitolate // zz4trizzonio
di ragione, Il matrimonio d'interesse e Il matrimonio d’amore (1826, °27 €
?28), discute le diverse ipotesi di soluzione della questione e non solo
esalta il matrimonio dettato dalle necessità inerenti alla posizione so-
ciale (quello “di ragione’), ma condanna anche quello d'interesse e
quello d’amore che sono, a suo avviso, fonti di disordine sociale.

L’amore, del resto, è anche il tema di Dumas figlio e di Augier: alla
Signora dalle camelie, con la quale il giovane Dumas pagava il suo de-
bito agli ideali romantici, disegnando quella figura che poi sarebbe
diventata così convenzionale, della prostituta redenta dall’amore,
Augier oppose // matrimonio di Olimpia, nel quale si scagliava contro
« queste sciocchezze dell’amore che redime e della verginità dell’ani-
ma », come dice uno dei personaggi. Augier passa in rivista tutti i
feticci dell’epoca: i veri protagonisti delle sue commedie sono appunto il
Denaro, il Lusso, la Dote, il Divorzio eccetera; la preoccupazione prin-
cipale dell’autore è che l’ordine non venga turbato, che la compàgine
familiare non subisca scosse e che in definitiva le regole del giuoco, cioè
le norme sulle quali si regge l’equilibrio sociale, siano sempre rispet-
tate. Con Dumas figlio il carattere programmatico di questo teatro
diventa ancora più esplicito; nel Derzi-Monde, che è un’altra delle sue
commedie più famose, il protagonista dopo esser riuscito a salvarsi
dal matrimonio con una donna non precisamente rispettabile, dichiara
i motivi della propria legittima soddisfazione in questi termini: « La
ragione, la giustizia e la legge sociale vogliono che un uomo onesto
prenda per moglie soltanto una donna onesta ». Di sentimenti non se
ne parla neppure, perché essi rappresentano appunto quell’elemento
di disgregazione dal quale è necessario guardarsi, se, come dirà acuta-
mente poi Zola, non si vuole finire con una bancarotta. Il carattere
antiromantico di questo teatro si giustifica soprattutto con questa
necessità di non andare incontro a delle incognite, e praticamente di
adeguare la condotta individuale alle esigenze sociali. Esattamente il
contrario dunque, di quello che di lì a poco chiederà Ibsen, quando
inizierà il suo processo alla borghesia europea.

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26

FIERE ITALSIDER





Tre diversi aspetti del padiglione Italsider alla ventottesima fiera del levante di Bari.
Nel padiglione erano esposti campioni di prodotti realizzati da aziende utilizzatrici me-
ridionali con acciaio Italsider, prevalentemente zincato. Sono stati pure esposti spezzoni
di tubi di acciaio saldato e di travi HE ad ali larghe parallele che rappresentano le tipi-
che produzioni dei due centri siderurgici di Taranto e di Bagnoli. Un pannello fotogra-
fico che illustrava le fasi principali della costruzione dello stabilimento di Taranto e
una serie di diapositive che pr ava suggestiv te alcuni tipici profilati rica-
vati da acciaio zincato completavano lo stand allestito dal grafico Mimmo Castellano.





L’Italsider alla prima fiera internazionale di Algeri, inaugurata il 26 settembre scorso.
Lo stand, oltre a numerosi pannelli e grafici, esibiva un tubo saldato prodotto dallo
stabilimento di Taranto il quale ha fornito recentemente un importante quantitativo di
tubi per un impianto algerino, L’allestimento è stato curato dal grafico Sergio Degipo.





BECRITL

CRITICO



Alla diciannovesima mostra delle conserve e degli imballaggi tenuta a Parma nel set-
tembre scorso, l’Italsider ha partecipato con uno stand allestito dall’architetto Marco
Loi e dal grafico Umberto Piombino nel quale erano illustrate le possibilità, oggi pra-
ticamente illimitate, di inscatolare le bevande in genere e la birra in particolare. Su una
grande parete era stata sviluppata, facendo ricorso all'animazione, una breve “storia
del barattolo”. Un’altra parete era dedicata all’illustrazione, sempre ani del pro-
cesso di i I di al b de. Completava lo stand una serie di pannelli
che documentavano l’apporto dell’Italsider alla produzione italiana di latta. Nel corso
della manifestazione si è svolta, a cura dell’Italsider, la giornata della banda stagnata
organizzata allo scopo di fare il punto sullo stato attuale degli studi e delle ricerche nel
campo dell’inscatolamento. Nelle due foto, una delle pareti animate e i curiosi aggeggi
che sono serviti ad animarle.









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L'ESPOSIZIONE NAZIONALE SVIZZERA DI LOSANNA

di Margit Staber

IL SETTORE ‘EDUCARE E CREARE” DELL'ARCHITETTO Max BILL

L'esposizione nazionale svizzera che si ripete ogni venticinque anni
ha avuto luogo quest'anno a Losanna. La zona dell’esposizione, di 550 000
metri quadrati, sta immediatamente sulla riva del lago di Ginevra. Si
tratta di un parco alberato ottenuto con il riempimento dello specchio
acqueo. Il visitatore poteva farsi un'idea del complesso espositivo con un
viaggio su una monorotaia appositamente allestita.

I sette architetti dei diversi settori avevano ricevuto l’incarico dal
capo-architetto Alberto Camenzind di concepire i loro fabbricati nel senso
cosiddetto ‘‘multicellulare’’. Vale a dire partendo da una costruzione
volumetrica unitaria pluricellulare aggiungendo e variando corrisponden-
temente alle esigenze dei singoli temi. Max Bill aveva l’incarico di pro-
grammare i problemi culturali nel quadro del tema ‘““L’arte del vivere”
e di configurare i fabbricati a questo scopo. Il suo settore ‘Educare e creare”
conteneva la rappresentazione delle arti, scienza, ricerca, pianificazione
regionale e cantonale, come pure problemi generali della configurazione
del mondo circostante. Superficie fabbricata circa 20 000 metri quadrati.

I fabbricati costituivano, assieme all’entrata orientale dell’esposizione,
una unità architettonica e stavano direttamente sulla riva del lago. Essi
constavano di padiglioni cubici sistemati intorno ad una ‘‘corte delle arti”
centrale fiancheggiata da venti plastici di colore dureo. In questa corte
vi erano il teatro e la sala da concerti, una libreria, uno studio radio,
un'esposizione d’arte, bar e ristorante, e da qui si dipartivano î singoli
viali dell’esposizione. Così si è creato il settore ‘Educare e creare”, una
specie di centro culturale modello riservato ai visitatori, coi centri di for-
mazione e artistici nonché di divertimento situati all’intorno. Quasi l’in-
tera superficie aveva una copertura di tre metri e mezzo cosicché il visi-
tatore veniva a trovarsi sotto ad un tetto che lo proteggeva dalle intemperie
come în un bosco di colonne trasparenti. Le zone espositive vere e proprie
erano alte il doppio in modo che attraverso alla copertura generale la luce
incideva sugli oggetti esposti.

Il principio costruttivo sviluppato da Max Bill per i suoi fabbricati
si basava su un modulo (un autentico meccano) di metri 5 x 5 dal quale
era stata ricavata mediante suddivisione la massa per le pareti. Ciò ha
în pratica una serie di vantaggi. Prima di tutto una grande flessibilità
nella disposizione della pianta. Poi il fatto che si dovettero produrre solo
pesi relativamente piccoli e che mediante la minuta diramazione della
costruzione i carichi sulle singole fondazioni poterono essere ridotti di molto,
cosa che comportò notevoli risparmi di costo se si pensa al cattivo terreno
fabbricabile. Alla fine dell’esposizione l’intero impianto poté essere smon-
tato con possibilità, perciò, di reimpiego altrove.

La struttura constava di appoggi in tubo e lamiera d’acciaio-travi a
gola. Queste avevano, con i capannoni più grandi, lunghezze di luce di
IO, I5, 20, 0 25 metri, coperte da rete a tubo posata superiormente.
La testa degli appoggi era formata in maniera che da tutte le parti le travi
a gola o gli elementi d’irrigidimento della copertura di contorno potevano
essere avvitati. Gli appoggi erano immersi nelle fondazioni e queste con-
tenevano le canalizzazioni per l’acqua piovana. Su questo sistema di
travi a gola erano fissati profilati a gola di eternit di 5 metri di lunghezza,
autoportanti. Mediante la combinazione dei profilati a gola di eternit,
delle travi a gola, degli appoggi in tubo e delle connessioni delle fondazioni
era regolata tutta la protezione contro la pioggia. Le pareti esterne e la
maggior parte di quelle interne erano fatte di compensato di legno rive-
stito di fogli PVC. Per le pareti trasparenti era stato sviluppato un ele-
mento in polyster.

Per la costituzione tematica interna Max Bill scelse metodi possibil-
mente semplici che dovevano impressionare senza troppo artificio grafico.
La situazione della Svizzera veniva illustrata o dagli stessi oggetti esposti
o attraverso i temi realizzati in forma di prestazioni culturali come il
cinema, la biblioteca, il teatro e la sala dei concerti.

Appoggi in acciaio zincato a fuoco con
funzioni anche di smaltimento dell’acqua
(travi a gola), con le teste di appoggio
formate su quattro lati.



Piede dell'appoggio prima dell’affoga-
mento nella fondazione. Questa contiene
lo scarico dell’acqua del sistema di ca-
nalizzazioni.

ii



costruttivo: la
testa di appoggio con le travi a gola
(guarnizione piastra in materia sintetica
- gomma sintetica),

Importante particolare



Capannone espositivo del reparto ‘ edu-
care e creare”. La parte destra del-
l’edificio appartiene al capannone per le
arti grafiche. A sinistra, invece, il foyer
e il caffè della stampa. Il fronte verso
il lago è vetrato nella parte inferiore.

28

GLI IROCHESI FUNAMBOLI DELL'ACCIAIO

di Aldo Rossi

Di un gruppo di Mohawk di sangue misto — chiamati Caughna-
waga dal nome della loro riserva sulle rive del fiume san Lorenzo,
a Quebec — ci vengono illustrate, in un interessante saggio di Joseph
Mitchell, le particolari, straordinarie capacità di ‘“funamboli dell’ac-
ciaio”. Quella dei Mohawk è una tribù di indiani Irochesi, il grande
popolo dell’America settentrionale, del quale crediamo opportuno
dare qualche cenno: l’impero irochese esisteva e andava sempre più
espandendosi già all’epoca dello sbarco dei primi europei nel nord-
America; aveva il suo fulcro in quello che oggi è lo stato di New York,
nel territorio compreso tra il lago Erie ed il fiume Hudson; e, nel XVII
e XVIII secolo, conquistò un territorio che andava dal Mississippi
fin dentro i confini della Nuova Inghilterra, e dal san Lorenzo al Ten-
nessee. La confederazione, o lega degli Ircchesi, formata dalle tribù
dei Mohawk, dei Seneca, degli Onondaga, degli Oneida, dei Cayuga,
a cui si aggiunsero, in un secondo tempo, i Muscarora, fu fondata
— pare — verso il 1570, e viene considerata come l’unico risultato
durevole raggiunto dagli indiani dell’est, nel tentativo di unire e dare
un solo governo alle tribù disperse. Divenne, verso il 1715, la grande
intermediaria tra bianchi e indiani, legandosi con rapporti commer-
ciali ad inglesi ed olandesi; e conservò e sviluppò sempre, nel corso
di questi contatti, e col trascorrere degli anni (a differenza di altre
popolazioni indiane) gli elementi della sua cultura tradizionale: sino
ai giorni nostri, si può dire, malgrado le varie traversìe subite, gli
smembramenti e le emigrazioni. La storia dei Caughnawaga è, ap-
punto, una storia di emigrazioni: del trasferimento, avvenuto verso
il 1668, a Quebec, lungo il corso del san Lorenzo, di centinaia di fa-
miglie irochesi che vivevano sparse nella zona settentrionale e oc-
cidentale dello stato di New York, convinte a partire da alcuni mis-
sicnari gesuiti venuti dalla Francia; ai successivi altri quattro sposta-
menti, compiuti sempre risalendo il corso del fiume, e acquisendo
nuove terre, fino alla sistemazione definitiva, nel 1719, là dove è l’at-
tuale Caughnawaga.

Nei primi anni dell’esistenza di Caughnawaga, gli uomini conti-
nuarono ad esercitare le attività tradizionali degli antichi Irochesi,
malgrado i gesuiti cercassero di trasformarli in agricoltori: pescavano
d’estate, e andavano a caccia di cervi, alci, orsi in autunno e inverno.
Verso il 1700, però, alcuni giovani iniziarono un nuovo tipo di lavoro:
entrarono nel giro del traffico di pellicce e divennero guidatori delle
canoe che, in piccole flotte, trasportavano merci varie ai lontani de-
positi del san Lorenzo e degli affluenti, ritornandone con il carico di





page

Ri





Una maschera di viso falso degli irochesi. Questa maschera grottesca viene indos-
sata nelle danze dai membri di una associazione segreta derivata dai “volti falsi” che
sono, nella concezione degli irochesi, dei folletti dei boschi.

pellicce. Un mestiere duro, ma gradito agli indiani, che vi si dedi-
carono in massa fino a quando, declinato tra il 1830-50 il commercio
delle pellicce, non furono costretti a cercarsi altre occupazioni; alcuni
divennero guidatori di immense zattere cariche di legname attraverso
le cascate di Lachine, altri si decisero a fare gli agricoltori, o i fab-
bricanti di mocassini e scarpe da neve, o i venditori ambulanti di
fàrmaci estratti da radici, erbe e semi; altri ancora, mèmori della tra-
dizionale arte mohawk della danza, entrarono a far parte di circhi
equestri; molti, poi, si dispersero per Montreal, lavorando occasional-
mente, o passando le giornate nell’ozio, a bere brandy del più scadente.
Fu nel 1886 che avvenne un fatto nuovo: la Dominion Bridge Company,
la più grande impresa costruttrice di strutture in ferro ed acciaio del
Canada, iniziò a costruire, per la compagnia ferroviaria Canadian Pacific
Railroad, un ponte sospeso sul fiume san Lorenzo che, sulla riva me-
ridionale, raggiungeva un punto proprio a valle di Caughnawaga.
Le due compagnie, in cambio del diritto sul territorio della riserva,
per l’erezione del ponte, si impegnarono ad impiegare nei lavori il
maggior numero possibile di Caughnawaga. Come manovali, nello
scarico dei materiali, secondo gli accordi... « Ma gli indiani — e
qui lasciamo la parola ad un funzionario della D.B.C., che narra i
fatti in una lettera — non parevano molto soddisfatti di tale occu-
pazione e coglievano ogni occasione per avventurarsi sul ponte, tanto
che divenne impossibile tenerli lontani dalle opere. Progredendo la
costruzione, apparve chiaro ai dirigenti che gli indiani possedevano
una straordinaria qualità: ossia non dimostravano paura alcuna delle
grandi altezze. Se riuscivano a sfuggire alla sorveglianza, si arram-
picavano lungo gli archi del ponte e camminavano lassù, calmi e
impassibili come i più incalliti tra i nostri operai specializzati, la
maggior parte dei quali era allora costituita di vecchi lupi della ma-
rina a vela scelti proprio per la loro capacità di lavorare sospesi
a grandi altezze ».

« Gli indiani erano agili come capre. Camminavano sulle travi sottili
lanciati nel vuoto sopra il fiume, che è in quel punto particolarmente
impetuoso, orrido a vedersi così dall’alto, ed era come se facessero
una passeggiata in campagna. Il fragore della ribattitura, così assor-
dante da trapassare i timpani e capace da solo di dare nausea e vertigini
ai novellini del mestiere, li lasciava assolutamente indifferenti. Fa-
cevano continue domande sulla tecnica della ribattitura e non davano
pace ai capi: volevano provarsi personalmente in quel lavoro che è,
nel campo delle costruzioni, il più pericoloso, e il più rimunerato.





La copertina di un romanzo di Salgari nella quale vediamo raf-
figurato il capo irochese Uttagori: così la fantasia di genera-
zioni di ragazzi ha sempre visto l’indiano, indomito e feroce.

il loro ©

29



Gli indiani oggi: operai irochesi intenti alla costru-

zione dell’Empire State Building. Importante è stato
alla costruzi dei

i in

acciaio della nostra più recente civiltà.

È difficile trovare chi sia disposto a farlo e ancor più chi sappia farlo,
e ci sono momenti in cui non si dispone di un numero sufficiente di
operai specializzati. Decidemmo dunque che sarebbe stato un van-
taggio per tutti mettere alla prova gli indiani, ne scegliemmo alcuni,
li addestrammo, e non tardammo a scoprire che indiani e chiodi erano
fatti gli uni per gli altri. In altre parole erano costruttori di ponti nati.
Non risulta dai nostri archivi quanti esattamente si siano fatte le
ossa lavorando a quel ponte. Corre voce nella compagnia che si
trattasse di dodici, il numero sufficiente a formare tre squadre di
ribattitori ».

Nell’erezione di strutture di acciaio agiscono, inizialmente, i mon-
tatori, che hanno il còmpito di mettere in posizione l’acciaio, già
tagliato e lavorato, unendone i vari pezzi con un certo numero di
bulloni provvisori; successivamente i carpentieri, che congiungono
i pezzi dopo averli messi a piombo, ed inseriscono altri bulloni prov-
visori: a questo punto del lavoro entrano in azione le squadre, di
quattro persone, dei ribattitori. Uno dei quali sta su una piattaforma
di legno, con un fornello portatile a carbone, dove arroventa i chiodi,
mentre gli altri tre si calano, con i loro attrezzi, su una piccolissima
impalcatura di legno sospesa con funi alle strutture dove devono la-
vorare. L’addetto alla forgia lancia il chiodo arroventato ad uno degli
uomini sul ponte, l’inseritore, che lo raccoglie al volo in un recipiente
metallico, lo afferra con le pinze e lo inserisce, facendone aderire la
testa al piano della struttura d’acciaio, in uno dei fori della struttura
stessa, liberato nel frattempo, da uno dei due compagni, del bullone
provvisorio. Applicato, per assicurare la aderenza, un controstampo,
entra in azione il terzo compagno, il ribattitore che, con il martello
pneumatico, preme il gambo sporgente del chiodo, ancora arroventato,
sagomandolo a forma di capocchia. E così via, migliaia di volte, sul-
l’esiguo ponte sospeso ad un’altezza vertiginosa, scambiandosi di
tanto in tanto i còmpiti, e sostituendo — più spesso che gli altri —
il ribattitore, il cui lavoro è il più estenuante.

Gli indiani Caughnawaga, terminato il lavoro sul san Lorenzo,
passarono sùbito alla costruzione di un nuovo ponte ed ogni squadra
portò con sé un apprendista, superato il periodo di addestramento
del quale, un altro ancora ne giungeva dalla riserva: sicché fu possi-
bile creare nuove squadre e, attraverso adeguati spostamenti di uomini,
mantenere in esse un buon equilibrio fra vecchi e giovani. Nell’agosto
del 1907, una arcata di un ponte in costruzione a Quebec crollò, ucciden-
do novantasei uomini, trentacinque dei quali Caughnawaga. Racconta

Jacobs, il patriarca della comunità, anch’ egli, in gioventù, ribattitore:
« Si pensò che il disastro potesse impaurire gli indiani, e allontanarli una
volta per sempre dalle strutture d’acciaio. Ma invece non fece che au-
mentare il fàscino di questo strano mestiere. Lavorare nel pericolo
era per loro un motivo d’orgoglio. In seguito al disastro tutti » ... « vole-
vano in massa divenire carpentieri sulle strutture d’acciaio. Il disastro
fu un colpo terribile per le donne » ... « si opposero violentemente a
che tutte le squadre lavorassero insieme a un unico ponte: in caso di
disgrazia metà delle giovani spose della riserva sarebbero rimaste
vedove in un solo colpo. Ma presto i ponti in costruzione non basta-
rono più, e le squadre cercarono lavoro in altre opere » ... « Nel giro
di qualche anno non c’era in Canada struttura d’acciaio grande o
piccola a cui non lavorassero gli indiani. Poi il Canada non bastò
più e cominciarono a varcare il confine. Cominciarono a cercar lavoro
a Buffalo, a Cleveland, a Detroit »... Ed a New York, aggiungiamo,
dove parteciparono alla costruzione del George Washington Bridge,
dell’ R.C.A. Building, dell’ Empire State Building, del Daily News
Building, e di decine e decine di altre grandi strutture d’acciaio; e
dove contano — a Brooklyn — la loro più numerosa colonia. E qui
viene alla luce un’altra loro curiosa caratteristica: solo un terzo dei
componenti la colonia ha un lavoro fisso in città, la maggior parte
ha un’atàvica; irresistibile vocazione per il vagabondaggio. Si avven-
turano da una costa all’altra, di solito in automobile, in cerca di im-
pieghi. Spesso, mentre stanno lavorando ad ottime condizioni, di-
ventano improvvisamente, per qualche giorno, nervosi ed irritabili,
poi, di punto in bianco, consegnano gli arnesi, magari all’ora di co-
lazione, magari a metà settimana, e se ne vanno senza neppure ritirare
la busta paga: si è sparsa tra di loro, non si sa come, la voce che in
qualche altra località, lontanissima, stanno iniziandosi nuovi impo-
nenti lavori, e loro vi si precipitano, per mettere ancora una volta
alla prova la loro abilità di “funamboli dell’acciaio”, evidente retag-
gio del loro antico sistema di vita, quando si aprivano il varco attra-
verso le foreste, e scalavano le montagne, e discendevano in canoa
le rapide di fiumi impetuosi. Quell’abilità che — lo testimonia un
volume inglese dei primi del 700 — li faceva attraversare torrenti e
fiumi profondi su pali sottilissimi, camminare sull’orlo del tetto di
un granaio o di una casa, e guardar giù dalla cima e sputare con la
stessa indifferenza che se avessero la terra sotto i piedi; e che, nel XIX
e XX secolo, ha reso così importante il loro contributo alla costru-
zione dei monumenti in acciaio alla nuova civiltà.

30

MET 64

L’onorevole Dino Del Bo, presidente del-
l'alta autorità della Ceca, durante il suo
intervento.



Si è svolto a Torino, dal 19 al 30 settembre scorso, organizzato dall’ Associa-
zione Italiana di Metallurgia, il MET 64, un complesso di manifestazioni e di ini-
ziative, il fulcro delle quali era costituito dal ‘primo salone europeo della metal-
lurgia”, in concomitanza con il ‘quattordicesimo salone internazionale della tec-
nica”, e da dieci giornate di studio sui metalli. Si è trattato di una specie di lungo
e grosso congresso durante il quale sono stati affrontati e discussi moltissimi pro-
blemi di grande interesse. Di alcuni cercheremo di dar conto qui, sia pur brevemente.

Va segnalato anche, tra una serie di manifestazioni collaterali tenute in oc-
casione del ‘MET 64”, un “incontro con l’ Italsider” tenutosi il giorno 28 presso
l’Unione industriali. Il presidente ingegner Mario Marchesi ha parlato ad un udi-
torio numerosissimo e assai qualificato sul tema « Un nuovo capitolo della side-
rurgia italiana: da Cornigliano a Taranto ». Riportiamo più avanti il testo della
conversazione, alla quale ha fatto seguito la proiezione del documentario “Acciaio
sul mare”.

LE GIORNATE DI STUDIO

Tecnici di diciassette nazioni hanno partecipato alle giornate di studio sui me-
talli organizzate dall’Associazione Italiana di Metallurgia. Ben novantadue erano
le memorie presentate e non è possibile qui segnalarle tutte. Ci limiteremo quindi
a seguire qui la voce dell’acciaio lungo la via delle diciotto sezioni dei lavori delle
giornate e dei vari incontri che hanno registrato complessivamente la presenza di
oltre tremiladuecento intervenuti.

La giornata di apertura dei lavori ha visto riuniti alcuni dei massimi esponenti
nel campo siderurgico della Ceca. Il presidente dell’alta autorità della comunità,
onorevole Dino Del Bo, ha illustrato nella sua prolusione le linee della politica
siderurgica della Ceca, nata, come egli ha ricordato, con un programma ben preciso:
accelerare il processo di ricostruzione sulle rovine del secondo conflitto mondiale
e fare in modo che gli stati che la compongono possano essere sempre maggior-
mente provvisti di minerali di ferro e di carbone coke, strumenti indispensabili
per lo sviluppo della produzione siderurgica.

Accennando alla politica commerciale della Ceca, cioè ai trasporti fra gli stati
comunitari e gli stati terzi, l'onorevole Del Bo ha ricordato che il trattato di Pa-
rigi del 1952 non si poneva questi problemi perché in quegli anni non si trattava
di stabilire i termini di un’equa concorrenza fra la produzione siderurgica della
comunità e quella degli stati terzi, come invece avviene oggi: allora si trattava di
far sì che la produzione venisse incrementata al massimo; erano talmente intese
le esigenze di assorbimento del mercato comunitario, da non porre sul tappeto
il quesito di eventuali esportazioni e tanto meno di importazioni da paesi terzi.
Dal 1962, invece, si tratta di un problema di difesa dei prezzi di fronte alle massic-
ce importazioni dai paesi terzi. La produzione siderurgica della Comunità dal 1952
al 1961 era stata caratterizzata da un’esigenza di incremento quantitativo: si tratta-
va cioè di far luogo ad investimenti che facessero fronte a questa esigenza. « Si
può pertanto affermare — ha detto ancora l'onorevole Del Bo — che gli investi-

di Giovanni Lo Pinto

menti effettuati nel settore siderurgico dal 1952 al 1961 siano stati interamente de-
dicati all’incremento della produzione nella Comunità. Questi investimenti, che
possono genericamente essere individuati come “aggiuntivi”, per una cifra rela-
tiva di 17 dollari per tonnellata, hanno prodotto dal 1951 al 1962 un forte incre-
mento nella produzione siderurgica. Per quanto si riferisce all’acciaio grezzo, essa
è passata dai 51 milioni di tonnellate nel 1952 ai 73 milioni attuali; mentre la produ-
zione degli acciai speciali è passata da 3 milioni e 100 mila tonnellate a 6 milioni e
100 mila tonnellate, nello stesso periodo; la produzione è pressoché raddoppiata
per quanto riguarda i prodotti finiti ».

L’Alta Autorità ha costantemente fatto presente agli operatori economici la
necessità di una maggiore evoluzione strutturale per far fronte, in futuro, alla ine-
vitabile concorrenza. I paesi terzi, negli ultimi anni, hanno incrementato la loro
produzione di acciaio, anche avvalendosi di minerali di ferro prodotti in altre re-
gioni del mondo, con costi minori e più alto tenore di minerale. La Comunità
ha sùbito rilevato questo pericolo ed ha avvertito che sul piano della produzione
mondiale si sarebbe andati incontro a certi squilibri che si stanno attualmente pro-
ducendo. A ciò bisogna aggiungere come i costi della produzione e della mano-
dopera dei paesi comunitari, nei confronti dei paesi terzi, siano più elevati; è perciò
necessario portare la produzione tariffaria, sostanzialmente debole, ad un livello
tale da permettere la salvaguardia dei sei paesi della comunità europea del carbone
e dell’acciaio. L’oratore ha ancora fatto rilevare come gli sviluppi della produzione
tra i paesi della Comunità ed i paesi terzi siano completamente diversi. « Coloro
i quali sono convinti — ha proseguito l’onorevole Dino Del Bo — che l’Europa
è destinata a giocare nel mondo un ruolo ancora preminente, non possono non ap-
poggiare l’iniziativa dell'Alta Autorità, cioè quella di richiedere nuove misure pro-
tettive per salvaguardare l’industria siderurgica dei sei paesi della Comunità, anche
per evitare che gli investimenti produttivi si avvicinino allo zero ». L’onorevole
Del Bo ha concluso la sua prolusione trattando della probabile fusione dei tre ese-
cutivi comunitari in un unico organismo che racchiuda tutte le fonti di energia,
in modo che sia possibile coordinare maggiormente le più importanti produzioni
dei sei stati della Comunità.

I temi economici lumeggiati dal presidente della Ceca sono stati ulteriormente
approfonditi dall’onorevole Hans Dichgans, del parlamento europeo, che ha par-
lato appunto dei rapporti tra l’altissima istituzione, di cui egli è membro, e l’in-
dustria europea. La solidità di un’economia è condizionata non già dal volume
della produzione ma da quello delle vendite, ha premesso l’oratore richiamandosi
ai pricipi keynesiani. Di qui la necessità di sviluppare, nei limiti consentiti dai costi
di produzione, una politica che promuova redditi e salari di massa elevati, al fine
di veder favorita la collocazione sul mercato dell’aumentata capacità produttiva.
Occorre stimolare il risparmiatore a scambiare la sua capacità monetaria contro
beni che rendano la sua esistenza più gradevole, creando naturalmente quei fattori
psicologici favorevoli per influenzarne le decisioni. L'onorevole Dichgans ha quindi
messo in evidenza gli effetti positivi di una politica economica stabile, atta a creare
fiducia negli operatori come nei cittadini, ma ha lamentato la scarsa influenza che
il mondo economico, contrariamente a quanto si crede, ha non solo nei parlamenti

europei, ma anche in quello della comunità. Egli ne ha attribuito la causa alla scarsa
rappresentanza di personalità del mondo economico nei vari consessi, nei quali
tali uomini potrebbero portare il contributo delle loro brillanti esperienze. « Gli
uomini di valore dell’economia sono un arricchimento per le assemblee politiche »,
ha affermato l’oratore. ‘Tale necessità è avvertibile in special modo nel parlamento
europeo, dove le varie comunità sono in primo luogo comunità economiche. Scarsa
conoscenza vicendevole e mancanza di contatti personali sono, secondo l’onorevole
Dichgans, la ragione prima dei molti attriti che si riscontrano tra economici e po-
litici, ai quali ultimi, egli ha concluso, spetta il compito di indicare i grandi obiet-
tivi verso i quali occorre orientare lo sviluppo.

La struttura e gli obiettivi generali della siderurgia francese nell’àmbito della
comunità sono stati illustrati dall’onorevole Albert Denis, della divisione siderur-
gica del ministero francese dell’industria. Dopo aver esaminato lo sviluppo geo-
grafico e l'incremento produttivo nel suo paese in questi ultimi anni, il relatore ha
parlato dei metodi seguiti per definire il “piano francese della siderurgia” che ogni
cinque anni viene riesaminato per stabilire la politica degli investimenti nel settore.
Per il 1964 la Francia prevede una produzione di 19,5 milioni di tonnellate di ac-
ciaio, che dovrebbero salire a 20,5 nel 1965.

Un esponente della siderurgia belga, Pierre van der Rest, presidente del “group-
ment hauts fourneaux et aciéries belges”, ha poi espresso il punto di vista degli
industriali nei confronti dei problemi della siderurgia comunitaria, auspicando che
la Ceca attui sempre più perfetti strumenti per il suo funzionamento, ma racco-
mandando, per il momento, che essa attui una politica che tenga conto di un pro-
gressivo allineamento alla Cee.

A conclusione della prima giornata di lavori, ha preso la parola il professor
Ernesto Manuelli, presidente della Finsider, che ha parlato sul tema « La comu-
nità ed i problemi finanziari della siderurgia ». Pubblichiamo qui accanto il testo
completo del suo intervento.

ÌL GIUOCO DELLE PREVISIONI

Anche nei lavori della seconda giornata la voce dell’acciaio ha dominato in-
contrastata il colloquio; si trattava di discutere le metodologie per l’accertamento
dei consumi siderurgici attuali e per la previsione dei fabbisogni futuri illustrando
e discutendo le esperienze fatte nei rispettivi paesi.

Il membro dell’alta autorità monsieur Roger Reynaud ha aperto la discussione
con una brillante prolusione sui metodi e sui risultati applicati all’elaborazione degli
obiettivi generali dell’acciaio nella Ceca. Dopo alcune precisazioni sulla program-
mazione e sul sistema previsionale, in base ai quali vengono stabiliti tali obiettivi
generali, l'onorevole Reynaud ha accennato alla polemica esistente fra i sosteni-
tori delle due tesi, del metodo settoriale e del metodo globale; ha esposto poi l’opi-
nione dell’alta autorità in proposito, rilevando la necessità di conoscere la doman-
da industriale di materie prime. « La parola acciaio — ha detto monsieur Reynaud -
è un termine generico; in effetti ciò che ha importanza è il mercato dei prodotti
dell’acciaio; è dunque la domanda di prodotti siderurgici, sia interna che esterna,
che va presa in considerazione ». Dopo aver accennato al problema fondamentale
della manodopera, l’oratore è passato a parlare su come e da chi vengono posti
in essere gli obiettivi generali. « Gli obiettivi generali dell’acciaio — egli ha detto —
costituiscono una guida per gli operatori economici e non si può trovare in essi
nessuna intenzione di pianificare o di forzare il comportamento economico degli
operatori )).

Nelle successive giornate di studio sui metalli i lavori hanno assunto un ca-
rattere spiccatamente tecnico e scientifico. Sarebbe troppo lungo e difficile riassu-
mere qui in breve gli argomenti trattati. Essi meritano un discorso a parte, che ci
ripromettiamo di riprendere in un prossimo numero.

PROBLEMI ECONOMICI INTERNAZIONALI

Il ciclo delle giornate di studio si è concluso con una conferenza di estremo
interesse del reverendo Hogan, direttore delle ricerche all’università Fordham di
New York, sul tema « Problemi economici internazionali del ferro e dell’acciaio ».
Le previsioni di produzione dell’acciaio per il 1964, egli ha detto, sono di oltre
400 milioni di tonnellate, con un aumento di circa 30 milioni, rispetto al 1963. Da
sottolineare che parecchi dei paesi nuovi, in via di sviluppo, entrati da poco nel
nòvero dei produttori, nel giro di dieci anni hanno triplicato la loro produzione.
Questa tendenza all'aumento ha creato situazioni nuove per quanto riguarda le ri-
sorse di minerali di ferro e di carbone necessari per produrre acciaio: paesi altamente
industrializzati, una volta ritenuti autosufficienti, oggi dipendono da paesi in via
di sviluppo per il rifornimento delle materie prime, dal quale fatto deriva una si-
tuazione anch’essa molto interessante. I paesi nuovi per l’acciaio, ricchi di ma-
terie prime, ritengono che la costruzione di un’acciaieria sia per loro simbolo di
prestigio e tutto questo si riflette sul difficile giuoco dei prezzi di mercato e delle
importazioni o esportazioni. Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e persino
il Belgio e il Lussemburgo nel giro di due anni hanno visto aumentare le proprie
importazioni. « Tutti, ormai, stanno comperando e vendendo acciaio l’uno all’altro »,
ha detto il reverendo Hogan. Lo studioso americano, dopo aver tracciato un pano-
rama dell’industria dell’acciaio statunitense, ha così concluso: «I profitti dell’indu-
stria siderurgica, negli Stati Uniti, sono molto più bassi di quelli dell’industria au-
tomobilistica e questo è un fenomeno interessante. Per cui, signori, dovremo af-
frontare nei prossimi anni un’aumentata concorrenza attraverso tutto il mondo.
Non credo che si debba essere pessimisti per questo motivo: la concorrenza ha i
suoi lati buoni, ma, signori, la battaglia sarà molto dura ».

A noi sia permesso chiudere questa rapida rassegna sulle giornate torinesi di-
chiarando che l’Associazione Italiana di Metallurgia è orgogliosa di aver dato vita
a tante voci, a tanti incontri, a tanto scambio di conoscenza ed esperienze.

3I

DUE INTERVENTI AL MET 64



Il professor Ernesto Manuelli, presidente della Finsider, durante il suo intervento
nella prima giornata dei lavori del MET 64.

LA COMUNITÀ ED I
SIDERURGIA

PROBLEMI FINANZIARI DELLA

di Ernesto Manuelli

1. ELEVATEZZA DEGLI INVESTIMENTI NELLA SIDERURGIA

La siderurgia è un settore industriale a forte intensità di capitali. Lo
sviluppo del consumo, sia sui mercati tradizionali che su quelli dei paesi
in via di sviluppo, comporta l'espansione delle capacità produttive con la
installazione di nuovi impianti e l'ammodernamento di quelli esistenti.

Per avere un'idea dell’impegno richiesto per gli investimenti, basti con-
siderare che dal 1954 a tutto il 1963 le siderurgie comunitarie hanno in-
vestito 8 miliardi di dollari, con una media annua di oltre 1,2 miliardi
di dollari, negli ultimi tre anni. Particolare rilevanza tra questi hanno
attualmente i programmi dell’Italia che con la sola Italsider sta attualmente
investendo più di tutta la Francia.

La Comunità mantiene un altissimo ritmo di investimenti, perché le
produzioni possano soddisfare economicamente la domanda interna, în evo-
luzione quantitativa e qualitativa, e per far fronte alla concorrenza sui
mercati dell’esportazione.

Una delle caratteristiche principali della siderurgia comunitaria è in-
fatti quella di essere la più importante esportatrice del mondo : anche se
il livello è ridotto rispetto agli anni precedenti, si tratta sempre di un mo-
vimento di oltre to milioni di tonnellate di acciaio grezzo l’anno.

Se queste correnti di esportazioni non fossero mantenute, la siderurgia
comunitaria si troverebbe in grave situazione, in quanto le capacità sono
largamente eccedenti il consumo interno.

D'altra parte, la moderna struttura siderurgica, che comporta grossi
stabilimenti del: valore anche di. 600-700 milioni di dollari e produzioni
di 3-4 milioni di tonnellate ciascuno, non renderebbe neppure agevole
una riduzione di capacità ed un rinserramento nel solo mercato comunitario.



32

Anzi, più gli impianti aumentano nelle singole dimensioni, più è neces-
saria una elasticità nei mercati di collocamento.

Sottolineata in questa rapida premessa la necessità per l’industria si-
derurgica comunitaria — come del resto per quelle maggiori del mondo —
di effettuare una notevole massa di investimenti, mi sia consentito di accen-
nare brevemente ai principali problemi di natura finanziaria che questi in-
vestimenti pongono, richiamando dapprima le principali fonti di finanzia-
mento a disposizione delle imprese.

2. FINANZIAMENTI INTERNI ALL’ IMPRESA

Una delle principali fonti di finanziamento interno delle imprese è
costituita dagli ammortamenti. È ampiamente noto che, per un impianto
già esistente, la quota di ammortamento è un recupero graduale di costi
anticipati e quindi una fonte di finanziamento.

Infatti le quote di ammortamento vengono destinate sia al rimborso dei
mutui per impianti già realizzati sia al finanziamento di nuove iniziative.

Sotto questo aspetto si presentano problemi di vario genere :

— occorre considerare anzitutto l’entità della quota di ammortamento :
la siderurgia europea ammortizza ad un tasso medio effettivo del 4-5
per cento annuo. Questa percentuale è oggi scarsamente idonea a garantire
la ricostituzione del patrimonio impiantistico, caratterizzato, tra l’altro,
da un crescente pericolo di obsolescenza. Sarebbe pertanto necessaria una
quota di ammortamenti superiore, il che è ostacolato dall'andamento del
mercato siderurgico caratterizzato da prezzi estremamente bassi ;

— un altro importante problema è quello del regime fiscale dell’ammorta-
mento. Dobbiamo riconoscere che oggi in Italia — come negli altri paesi
comunitari — vi sono molte possibilità per ammortamenti anticipati ed in
esenzione. Ad esempio, in Italia la legge fiscale, nei primi due anni di vita
dell'impianto, consente di effettuare ammortamenti complessivi fino anche
al 50 per cento del valore originario. Questa possibilità è però soltanto
teorica, limitata come è ad un periodo in cui l'investimento non può dare
tutti i suoi frutti.

Per renderla veramente operante, sarebbe necessario estenderla ad un
periodo più lungo, o addirittura non fissare quote annuali, ma lasciare li-
bere le industrie di effettuare gli ammortamenti nella misura desiderata e
quindi con la possibilità di massimalizzarli negli anni di congiuntura fa-
vorevole.

Nessun danno ne verrebbe al fisco perché un céspite ammortizzato non
può esserlo una seconda volta, mentre per gli imprenditori si realizzerebbe
una elasticità che ben si armonizza con la tendenza alla concezione plurien-
nale del bilancio sociale.

Accanto agli ammortamenti, vi è un secondo gruppo di fonti interne di
finanziamento delle imprese, che possiamo genericamente chiamare auto-
finanziamento, e che presentano portata e problemi ancora più vasti.

Anzitutto, in questa categoria rientrano — come è noto — partite eco-
nomiche quali le riserve, palesi ed occulte, ed altre di natura patrimoniale
costituite da veri e propri debiti differiti, quali i fondi per indennità di li-
quidazione del personale e simili.

Nel passato, la quota di autofinanziamento delle imprese ha rappre-
sentato una parte notevole nella copertura delle spese per impianti. Con
l’accresciuta concorrenza, a séguito dell’instaurazione del mercato comune,
con l’abbassamento dei dazi doganali verso i paesi terzi e con le pratiche
di dumping, che talvolta sono predominanti sul mercato internazionale,
si è determinata una forte caduta dei profitti ; l’autofinanziamento è quindi
divenuto, in tutta la Comunità — ed in particolare in Italia — un ele-
mento trascurabile.

In altri paesi, per contro — come in America — la siderurgia, grazie
ad un sistema di prezzi più stabili e ad una concorrenza meglio disciplinata,
riceve dall’autofinanziamento la parte principale delle risorse necessarie
agli investimenti. Basti considerare che nel 1963 le dieci maggiori società
siderurgiche hanno potuto accantonare 857 milioni di dollari di ammorta-
menti — pari al 10,6 per cento del valore delle immobilizzazioni — contro
SII milioni di dollari di investimenti.

Ciò ha permesso una forte riduzione dell’indebitamento, con una con-
trazione degli esborsi per interessi dai 101,8 milioni di dollari nel 1962 a
96,3 milioni di dollari nel 1963.



È auspicabile che anche in Europa una maggiore disciplina del mercato
ed un rispetto più leale delle regole di concorrenza facciano sì che le quote
di autofinanziamento tornino ad avere un'importanza significativa.

3. I FINANZIAMENTI ESTERNI ED IL LORO COSTO

a) Le fonti di finanziamento comunitarie. Dato l'elevato livello degli
investimenti e data l'insufficienza delle fonti interne all'impresa, crescente
importanza riveste in Europa il ricorso alle fonti esterne, costituite dai
mercati finanziari e mobiliari.

È anzitutto da osservare che investimenti così imponenti, come quelli
siderurgici, debbano ricorrere a tutte le forme attraverso le quali il capitale
disponibile è disposto a correre i rischi dell'impresa — ed in genere questa
ricerca è fatta sui mercati internazionali oltre che su quelli nazionali.

È ovvio che il capitale proprio — in genere azionario — deve costituire
la premessa di ogni investimento e la garanzia per i mezzi che — sotto
altre forme — si confidano all’azienda.

Non è però generalmente possibile — sia per le dimensioni sia per le
differenziazioni richieste dal mercato finanziario — che tutto o la maggior
parte dell’investimento sia fatto con questo capitale.

Sorge quindi — in misura ragguardevole — la necessità di ricorrere a
prestiti a lungo ed a medio termine (in genere destinati ad investimenti),
ed a operazioni a breve (in genere destinate ai capitali di esercizio).

Fra tutte queste forme ci limitiamo qui a considerare quella dei prestiti
a lungo ed a medio termine, non solo perché è la più delicata del finanzia-
mento inteso nel suo complesso, ma perché con l'istituzione del mercato co-
mune carbosiderurgico prima e della Cee poi, fonti del genere sono state
poste a disposizione delle imprese comunitarie dalla Ceca stessa e dalla Bei.

A ben considerare non si tratta però di un aumento delle disponibilità
in cerca di investimento che comunque sarebbero esistite, ma di nuovi ca-
nali — almeno per la Ceca — capaci di meglio convogliarle nella dire-
zione carbosiderurgica.

Ceca - Secondo il dettato dell’articolo 54 del trattato, l’ Alta Autorità
promuove gli investimenti industriali delle imprese comunitarie attraverso
la concessione di mutui. Sino a tutto il dicembre 1963 la Ceca ha accordato
alle imprese comunitarie mutui per 450 milioni di dollari, ivi compresi gli
investimenti per case operaie, riconversione, ricerca tecnica e così via.

Se si considera che all’industria siderurgica propriamente detta di
questa cifra sono pervenuti poco meno di 160 milioni di dollari, non si
può sottacere la modesta rilevanza dell’intervento della Comunità, pari
ad appena il 2 per cento del totale investito.

Bei - La Bei, organismo costituito dalle comunità europee per favorire
gli investimenti — con le limitazioni di cui all’articolo 130 del trattato —
dalla sua creazione (1958) ha concesso prestiti per 360 milioni di dollari,
di cui appena 28 alle industrie siderurgiche.

È però da tenere presente che l’aver rivolto la propria attenzione alla
siderurgia è titolo di merito per la Bei in quanto la preesistenza di un
organismo comunitario come la Ceca avrebbe potuto indurla a destinare
tutte le sue risorse ad altri settori non diversamente assistiti.

b) Finanziamenti agevolati. Per la carenza del mercato finanziario ri-
spetto alle esigenze notevoli della siderurgia e per un non dichiarato ma
generico atteggiamento dei vari governi — come sùbito vedremo — a favo-
rire lo sviluppo di questo settore di base dell'economia industriale, le im-
prese non sono fuori dalla realtà allorché pensano di coprire una parte
del loro fabbisogno con altri fondi non reperiti sul normale mercato dei
capitali. In effetti, gli interventi dei governi o di organizzazioni ad essi
collegate per assicurare alla siderurgia una parte dei finanziamenti neces-
sari e una adeguata riduzione degli oneri relativi non costituiscono casi
isolati. Questi interventi si attuano con la concessione di mutui senza in-
teresse, a bassissimo tasso di interesse ovvero concorrendo a sostenere gli
òneri relativi ai prestiti che l’impresa siderurgica contrae.

Ad esempio, negli Stati Uniti, le principali imprese siderurgiche espon-
gono in bilancio mutui a tassi dal 2,65 per cento ad un massimo del 4,5
per cento, ed è noto — anche se è molto difficile ottenere informazioni pre-

eitia

cise al riguardo — che speciali agevolazioni governative sono state concesse
per nuovi stabilimenti di grande dimensione ; in Francia lo stato ha ga-
rantito mutui a favore della siderurgia e sembra che agevolazioni siano
state concesse per nuovi stabilimenti ; così in Inghilterra, alcune imprese
siderurgiche espongono in bilancio mutui governativi, ed in Giappone
l’industria siderurgica gode di eccezionali condizioni di favore.

In Italia, ove sono note le difficoltà del mercato finanziario, l’unico
mutuo agevolato che sia stato concesso alla siderurgia è nel caso di Taranto,
per un importo di 80 miliardi di lire, per il quale non è ancora stato sta-
bilito il tasso di interesse. Si tratta però di un beneficio marginale, quando
si consideri che l’investimento per il centro siderurgico è superiore ai 320
miliardi di lire, e che il totale degli investimenti della Finsider per il piano
di ammodernamento e di espansione delle capacità supera i 1.000 miliardi
di lire.

4. CONSEGUENZA DEL PROBLEMA FINANZIARIO (PROVVISTA E COSTO) SUGLI
ASPETTI CONCORRENZIALI

Per inquadrare questo aspetto del problema è forse opportuno conside-
rare, sia pure con molta approssimazione, la struttura dei costi di uno
stabilimento moderno, della capacità, ad esempio, di 2 milioni di tonnellate.

Le materie prime, per produrre 2 milioni di tonnellate di acciaio, han-
no un peso che si aggira sui 65 milioni di dollari. Il costo del personale
non dovrebbe superare, se lo stabilimento è sufficientemente automatizzato,
i 27 milioni di dollari. Il fatturato per i prodotti piani conseguenti, com-
presa la laminazione a freddo, dovrebbe oscillare fra i 220 ed i 240 mi-
lioni di dollari.

Poiché uno stabilimento del genere richiede investimenti dell’ordine di
700 milioni di dollari, l’ammortamento di questo importo in venti anni
rappresenta, ad un tasso di interesse del 7 per cento circa, un ònere annuo
di 70 milioni di dollari ; se si tiene conto che oggi il costo del denaro in
Italia è nettamente superiore all’ 8 per cento, possiamo considerare anche
un ònere di 80 milioni di dollari.

In altre parole, il costo finanziario — ammortamento ed interesse —
è nettamente superiore a quello delle materie prime ; rappresenta circa i
due terzi del totale del costo industriale e si aggira intorno ad un terzo
del fatturato.

Queste cifre ripetiamo, largamente approssimative, dànno però un’idea
della importanza del problema del finanziamento nel settore siderurgico.

È ovvio quindi che la soluzione del problema in un senso o nell'altro
costituisce la vera base dell’aspetto concorrenziale nella siderurgia.

Infatti, se uno stabilimento venisse finanziato anche solo per una per-
centuale del costo a tassi agevolati, esso si troverebbe in condizione da ef-
fettuare ribassi di prezzo anche di importanza notevole.

L’altro aspetto — anch'esso molto importante — è quello della ten-
denza dell’industria siderurgica a rimodernare, fin quando è possibile, i
vecchi impianti per evitare appunto òneri finanziari così imponenti. In
effetti, uno stabilimento completamente ammortizzato avrà costi del per-
sonale e di esercizio certamente maggiori, ma il fatto che non debba sop-
portare òneri di ammortamento e di interesse lo mette in una condizione
concorrenziale nettamente migliore di quella di uno stabilimento nuovo.

Queste osservazioni conducono a tre importanti rilievi :

I) è necessario che il fattore finanziario sia anch'esso considerato in tut-
ta la sua importanza agli effetti di una concorrenza leale ;

2) se non si vuole arrestare lo sviluppo dei nuovi e moderni impianti che
nel lungo periodo sono l’unica soluzione capace di risolvere i problemi pro-
duttivi e quelli economici, bisogna che la siderurgia sia posta in condizione
di avvalersi di finanziamenti a basso tasso di interesse ; altrimenti — nel
breve periodo — le possibilità competitive di uno stabilimento nuovo nei
confronti di quelli vecchi sono molto limitate ;

3) una politica di prezzi dei prodotti che consideri una aliquota destinata
ad autofinanziamento non solo non è criticabile, ma dovrebbe rappresentare
un sistema di generalizzata applicazione anche a sollievo dei mercati fi-
nanziari ai quali — altrimenti — Pindustria siderurgica deve massiccia-
mente ricorrere.

33
5. CONCLUSIONI

In linea generale bisogna sottolineare che il problema finanziario è
elemento essenziale della politica siderurgica di tutti i paesi. Possiamo ri-
levare che nell’ area comunitaria questo problema non ha invece avuto il
rilievo che merita. Anzitutto, in linea quantitativa, perché la Ceca — le
cui benemerenze anche in questo campo non vanno sottaciute — ha finan-
ziato, come abbiamo visto, all’incirca solo il 2 per cento del totale degli
investimenti ; in secondo luogo, da un punto di vista concorrenziale, in
quanto la Ceca, poco ha potuto operare nel senso di eguagliare i tassi
di interesse o di rendere gli scostamenti meno rilevanti. Qui il discorso do-
vrebbe allargarsi alla Cee ed ai suoi fini, in quanto nel campo finanziario
non solo non si è pervenuti ad un mercato comune, ma i sei mercati della
Comunità sono rimasti nettamente differenziati fra di loro, con tassi di
interesse che variano quasi da uno a due.

È auspicabile quindi che per la preminente importanza del problema
finanziario nel settore siderurgico si possa in avvenire attuare una politica
di più largo intervento che, con il trasferimento di fondi da alcuni paesi
ad altri, tenda a rendere meno elevato il divario di costo del finanziamento :
altrimenti, le basi stesse sulle quali poggia il principio della concorrenza
leale vengono ad essere fortemente intaccate.

Tanto più ciò sembra auspicabile in quanto il mercato comune ha
portato ad un tendenziale livellamento dei prezzi, da una parte, e degli
altri elementi di costo, ivi compresa la manodopera, dall’altra.

Se finora le imprese comunitarie sono le più indebitate della scena si-
derurgica mondiale — se si eccettua il Giappone, il quale costituisce però
un caso tutto particolare — una soluzione efficace del problema può essere
data dall’ Alta Autorità che, avendo ampie possibilità di finanziarsi sui
principali mercati, può a sua volta più consistentemente finanziare le im-
prese siderurgiche, evitando sperequazioni nei tassi, valutando i singoli
progetti in relazione ai criteri di ammodernamento, razionalizzazione e
specializzazione (anche in forme consortili) che la situazione siderurgica
mondiale oggi impone.

Se ora allarghiamo le nostre conclusioni ai paesi extra-comunitari,
dobbiamo fare una distinzione fra quelli in via di sviluppo e quelli invece
che hanno già un elevato grado di industrializzazione. Per questi ultimi
le considerazioni non sono molto differenti da quelle che si possono fare
per la Ceca, nel senso cioè che î governi dovrebbero consentire autofi-
nanziamenti più importanti, attraverso un aumento delle quote di ammor-
tamento e la possibilità di mantenere prezzi remunerativi. Ricavi adeguati
sî possono assicurare anzitutto con la battaglia contro il dumping, batta-
glia giusta per qualsiasi settore, ma che assume — per l’entità dei costi
fissi già citati — una rilevanza tutta particolare in siderurgia ; in secondo
luogo, mantenendo un livello elevato di domanda attraverso opportuni
interventi nei periodi di bassa congiuntura.

Per quanto riguarda i paesi sottosviluppati, ho già espresso il mio pa-
rere in altre occasioni, nel senso di raccomandare ad essi prudenza, special-
mente nella costruzione di impianti troppo complessi che non troverebbero
le condizioni di preparazione necessarie per il loro sfruttamento e non tro-
verebbero un mercato di consumo sufficiente. Ho invece considerato in ma-
niera favorevole la costruzione, in tali paesi, di piccoli impianti che richie-
dono un investimento di capitale limitato. In siderurgia tuttavia, anche
quando si parla di capitale limitato, si fà riferimento a cifre di milioni di
dollari : esiste quindi per qualsiasi paese, anche in rapporto alle scarse
disponibilità di capitali, un rilevante problema di finanziamento.

I grandi organismi internazionali — quali ad esempio la Birs e gli
istituti associati, come anche i paesi industrializzati con bilancia valutaria
strutturalmente attiva — dovrebbero guardare con particolare simpatia a
questi progetti e finanziarli a tassi tali da consentire una produzione com-
petitiva. Il problema non è di difficile soluzione : si tratta piuttosto di una
priorità per i progetti siderurgici, specialmente per quelli che sono in grado
di costituire un impulso decisivo per economie în corso di avviamento.

In conclusione, il problema finanziario per la siderurgia ha bisogno di
una impostazione di carattere generale ed entro certi limiti internazionale
che possa dare soluzioni eque per tutti i paesi e garantire quindi quella
comparabilità delle situazioni di partenza che è il presupposto dei mercati
aperti.

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UN NUOVO CAPITOLO DELLA SIDERURGIA ITALIANA:
DA CORNIGLIANO A TARANTO

di Mario Marchesi



L’ingegner Mario Marchesi, presidente della nostra società, a colloquio con il professor
Vittorio Valletta presidente della Fiat, in occasione dell’ “incontro con l’Italsider”
al MET 64.

L’amico ingegner Anselmetti ha sottolineato un po’ troppo, nella sua
presentazione, il nome di Marchesi. È vero che stiamo per portare a com-
pimento realizzazioni molto impegnative e che ci sono costate molta fatica ;
ma esse sono il frutto di un'azione collettiva, e tanto più io tengo a dirlo
in quanto vedo qui molti dei protagonisti del grande, multiforme lavoro
che la loro attuazione ha implicato.

Un lavoro che — come ha accennato l’ingegner Anselmetti — è comin-
ciato all’epoca dell’ingegner Sinigaglia, è stato poi via via completato e
perfezionato con una continua opera di coordinamento, ed è arrivato oggi
ad un punto tale di maturazione che ci è permesso, ormai, di fare îl punto
e di trarne le prime conclusioni.

L’idea ispiratrice del piano Sinigaglia, ch'è praticamente il piano di
ricostruzione della siderurgia a partecipazione statale dopo la guerra, è
stata naturalmente sviluppata nel corso del tempo ed ha portato a nuove
realizzazioni che non erano prevedibili dieci o quindici anni fa. Non in-
tendo soffermarmi sulla storia della nostra siderurgia, che tutti conoscono
perfettamente. Ricorderò soltanto che il “nuovo capitolo della siderurgia
italiana” ha i suoi poli a Cornigliano e a Taranto, i nostri due massimi
centri produttivi. È un capitolo che racchiude un breve ma intensissimo
periodo di sviluppo della nostra siderurgia. Nell'arco di soli dieci anni si
è assistito ad una storica trasformazione di questa industria di base, che
per la prima volta, in modo determinante, ha potuto essere l’elemento pro-
pulsivo dello sviluppo economico e industriale italiano.

Cornigliano rappresentò la piena e vittoriosa attuazione del “piano
Sinigaglia”, che rivoluzionò in Italia la concezione corrente in campo si-
derurgico ; Taranto è il logico sviluppo di quel piano in un quadro econo-
mico e sociale che rispecchia la rapidissima evoluzione delle condizioni di
vita del paese.

È un'evoluzione che può essere rappresentata da questi pochi dati :
il consumo di acciaio in Italia è passato da 4 milioni di tonnellate nel 1953
a oltre 13 milioni e mezzo nel 1963. Ad un così eccezionale sviluppo dei
consumi siderurgici, cui il ‘“piano Sinigaglia” aveva dato l’avvìo, la Fin-
sider ha fatto fronte progettando e realizzando un poderoso ampliamento
dei propri impianti, che l’ha portata nel 1963 a produrre 5 milioni e mezzo
di tonnellate di acciaio e che la porterà a produrne, nel 1967, oltre 10
milioni di tonnellate.

Vi sono certamente note anche le caratteristiche fondamentali, le basti

della siderurgia IRI-Finsider :

— centri produttivi di sempre più grande mole a ciclo integrale, cui è
dovuto già ora il 66 per cento della produzione complessiva d’acciaio del
Gruppo (Cornigliano, Piombino, Bagnoli ed ora Taranto) ;

— dislocazione costiera dei centri stessi necessaria per l’approvvigiona-
mento delle materie prime.

Il punto focale del nostro programma consisteva e consiste appunto
nel rifornimento delle materie prime, poiché una grande industria dell’ac-
ciato non può nascere ove non sia convenientemente assicurato un regolare
afflusso di minerale e di carbone. Questa è stata la nostra prima costante
preoccupazione ; e riteniamo di non aver sbagliato, perché oggi, nel quadro
dell’economia siderurgica, l’importanza delle materie prime si è venuta
accentuando. A suo tempo è stato formulato un piano per il reperimento
delle materie prime e per il loro trasporto fino agli stabilimenti. Tale piano
ci ha condotto ad assumere partecipazioni in molte miniere sparse nel
mondo e a stipulare accordi con organizzazioni industriali e commerciali,
allo scopo di assicurarci, per î prossimi dieci o quindici anni, un riforni-
mento regolato delle materie prime ; regolato, dico, sia quanto alla qualità
che quanto al prezzo. Ad un certo punto ci siamo convinti che dovevamo
disporre di una flotta nostra ; ed oggi questa flotta — che è gestita dalla
Finsider e di cui fanno parte navi di proprietà e anche navi a “time charter”
con contratti a tempo per dieci-quindici anni, per î periodi corrispondenti
cioè a quelli delle utilizzazioni dei contratti di fornitura dei minerali —
ha una consistenza di oltre mezzo milione di tonnellate di portata lorda
(più del 15 per cento della flotta italiana per carichi secchi) ed è destinata ad
aumentare ulteriormente nel giro dei prossimi anni. Il movimento maritti-
mo globale dei centri siderurgici a ciclo integrale, che è stato di 10 milioni
di tonnellate nel 1963 (22 per cento del movimento portuale italiano di
merci solide), salirà a 20 milioni di tonnellate nel 1967 (30 per cento
circa del movimento italiano di merci solide), comprendendo anche l’intenso
interscambio di prodotti e semiprodotti tra i vari stabilimenti.

Ci siamo dunque assicurati il carbone e il minerale di ferro, materie
prime fondamentali, a prezzi veramente internazionali.

Come si sia potuto ottenere un tal risultato, è presto detto. Notoria-
mente, anche nei paesi più industrializzati e ricchi di materie prime è raro
il caso che i migliori minerali siano localizzati nel modo più economico.
Accade così che il carbone americano che viene dalla Virginia — ed è
trasportato per ferrovia ad Hampton Road e per nave a Genova — ha
un costo molto più basso di quello estratto nei paesi della comunità europea ;
esso costa infatti alla miniera 4,5-5 dollari, un terzo circa del carbone
europeo. Ciò è dovuto al fatto determinante che le miniere della Virginia
sono in superficie, a cielo aperto come si usa dire, mentre quelle dei paesi
comunitari sono în profondità.

Bisogna tener conto, è vero, del costo del trasporto ; ma noi abbiamo
potuto ottenere tariffe preferenziali per il trasporto ferroviario grazie ad
un accordo stipulato con il governo degli Stati Uniti; e, quanto al tra-
sporto oceanico, esso non supera — se compiuto da navi da 35-45 mila
tonnellate — il costo di tre dollari. Per quanto concerne il carbone, dunque,
ci troviamo su un piano pienamente competitivo con la migliore siderurgia
europea.

Non diversa è la situazione circa il minerale. La Finsider ha assunto
partecipazioni o stipulato contratti a lungo termine in Canada, Brasile,
Venezuela e Africa occidentale. In India abbiamo miniere nostre al cento
per cento. Anche il minerale può essere trasportato, con navi di grande
tonnellaggio, ad un prezzo che non varia sensibilmente nelle diverse parti
del mondo. Il nolo più alto supera di poco i cinque dollari, quello più basso
è di un dollaro e mezzo.

Tutto ciò dimostra che le basi sulle quali abbiamo fondato la nostra
industria siderurgica sono solide e sane ; possiamo dire tranquillamente che
ci siamo portati su un livello europeo.

Ma la misura dello sforzo che abbiamo dovuto compiere dai giorni
della ricostruzione della nostra industria dell’acciaio fino ad oggi non è
data solo dalle difficoltà dei rifornimenti, bensì anche dalla rapidità con
cui si è andata evolvendo la tecnica siderurgica : una rapidità che ha mes-
so a dura prova la perizia dei nostri tecnici.

Stiamo stati tra i primissimi — se non i primi — in Europa a dar la
massima importanza al problema di ottenere il miglior rendimento possi-
bile dalle materie prime.

È questo un problema di fondamentale rilievo. Si può dire che in Europa,
dal 1946 ad oggi, il consumo di coke per tonnellata di ghisa si è quasi di-



mezzato. Ma già si intravedono possibilità di sfruttamento che rasentano,
o addirittura oltrepassano, i limiti delle attuali esperienze tecniche.

Per esempio, esistono al mondo dieci altiforni — dodici, contando quelli
di Taranto, che entreranno prossimamente in marcia — che hanno la
possibilità di produrre 4.000 tonnellate al giorno di ghisa ; ma nessuno di
essi è ancora în grado di raggiungere effettivamente una produzione così
elevata. Si tratta di impianti giganteschi che, per così dire, non sono nati
“completi” : infatti, o non sono dotati di un ciclo completo di preparazione
delle materie prime, o non dispongono di un minerale così ricco da poter
dare risultati tanto elevati ; oppure, infine, il loro rendimento è stato in
pratica limitato da obiettive difficoltà di carattere tecnico.

E quest’ultimo è il caso più grave. Si parla oggi infatti di inviare al-
l’altoforno aria riscaldata a 1.200 gradi ; ma per arrivare a tanto bisogna
prima riscaldare l’ aria a temperature ben maggiori ; per far questo è ne-
cessario far appello a tutte le conoscenze che abbiamo oggi circa le carat-
teristiche e le possibilità di impiego dei refrattari ; le valvole che devono
regolare il passaggio dell’aria a siffatte temperature ricevono sollecitazioni
eccezionali e la loro costruzione richiede accorgimenti tecnici particolaris-
simi. Il fatto è che, fino ad oggi, nessuno ha ancora raggiunto questi risultati.
Non gli americani ; e neppure i russi, che sono arrivati a riscaldare l’aria
fino a 1.000 - 1.050 gradi.

Perché questa faticosa ricerca? Per limitare il consumo di carbone,
che costituisce il principale elemento di costo. Forse tra poco il consumo di
coke potrà aggirarsi sui 400 chilogrammi per tonnellata (e già esiste negli
Stati Uniti un impianto sperimentale dove è stato raggiunto un consumo
di 300 chilogrammi per tonnellata). Si noti che prima della guerra la media
europea era di 1.000 chilogrammi a tonnellata. E questo dà la misura del
progresso tecnologico che si è ottenuto in questo periodo ; un progresso che
ha impegnato tutti nella continua ricerca di nuovi mezzi di produzione e
di controllo.

Naturalmente, per arrivare a produzioni così forti, si sono dovuti ab-
bandonare anche i tradizionali sistemi di carica dell’altoforno. Oggi infatti
si ricorre ai nastri trasportatori regolati da apparecchiature elettroniche.
E non sarebbe possibile fare altrimenti, se si tien conto del fatto che, per
produrre 4.000 tonnellate al giorno di ghisa, bisogna introdurre nell’alto-
forno ben 7.000 tonnellate tra minerale e coke.

Da questi pochi accenni è facile dedurre che l’avvenire della siderurgia
è în mano a chi riuscirà — sfruttando a fondo i mezzi che ho detto — a
produrre la ghisa a costo più basso.

Tra le più importanti novità tecnologiche che hanno caratterizzato
quest’ultimo periodo è da annoverare, inoltre, il processo di produzione del-
l’acciaio designato con la sigla “LD”. Si dovrebbe definirlo un processo
rivoluzionario : in realtà è molto semplice e lo si conosceva da tempo, ma
soltanto l’impiego di ossigeno a bassissimo costo — fatto recente — ha
fatto sì che si potesse utilizzarlo. Oggi si afferma che prima del 1970 la
produzione mondiale di acciaio LD sarà di 100 milioni di tonnellate ; ciò
significa che fra pochi anni il nuovo sistema raggiungerà forse una posizione
di preminenza rispetto a tutti gli altri sistemi finora în uso.

Con il processo LD, pur trattandosi di un sistema a soffiaggio di ossi-
geno, si può utilizzare îl 70 per cento di ghisa purissima e solo il 30 per
cento di rottame raggiungendo livelli qualitativi con una facilità sconosciuta
fino ad oggi nell'industria siderurgica.

Il passo successivo è quello della colata continua. Si tratta di un sistema
già sperimentato, che permette di eliminare una parte delle operazioni di
laminazione. Anche noi quindi non possiamo fare'a meno di prenderlo sin
d’ora în considerazione.

In conclusione, si può ben essere d'accordo con il presidente dell’ United
States Steel il quale, in una conferenza tenuta qualche mese fa a Pittsburg,
ha affermato che nei prossimi dieci anni la siderurgia farà progressi mag-
giori di quanti non ne abbia fatto negli ultimi cinquanta. Questo significa
che i tecnici dovranno impegnarsi sempre più o fondo nella ricerca di so-
luzioni via via più economiche, le quali valgono a valorizzare sul piano
pratico î nuovi procedimenti.

In questa corsa al progresso, l’Italia è certamente in buona posizione,
anche se noi non ci troviamo nella situazione della Germania, della Fran-
cia o degli Stati Uniti, che possedevano da tempo una robusta industria
siderurgica e che, pertanto, possono limitarsi alla sostituzione degli impianti
vecchi e obsolèti nonché ad un graduale potenziamento produttivo. Dopo la
guerra, noi siamo partiti praticamente da zero, dato che tutti gli stabili-

35

menti a ciclo integrale erano stati distrutti. Siamo partiti ricostruendo su
nuove basi quel centro di Cornigliano che adesso è stato ingrandito, ulte-
riormente modernizzato e completato, particolarmente nella parte che ri-
guarda la preparazione del minerale e l’utilizzazione degli altiforni. Siamo
infatti convinti che per avere, nella nostra attività, una base solida e sicura,
bisogna che la ghisa — cioè l’utilizzazione delle materie prime — sia ot-
tima. E questo è diventato, per noi tutti della Finsider e dell’Italsider, uno
slogan.

Né la nostra situazione è più facile per quel che concerne il settore della
laminazione. Anche qui la siderurgia italiana, non avendo impianti impor-
tanti su cui basare la propria esperienza, ha dovuto affrontare ex novo
tutti i problemi, e si è trovata, nella costruzione o ricostruzione dei propri
stabilimenti, a dover divinare, in un certo senso, l'avvenire, tenendo conto
delle probabili e possibili evoluzioni della tecnica nel prossimo futuro. Ab-
biamo cercato di farlo, evitando, ovviamente, di correre troppi rischi.

Oggi, condividendo l’opinione di molti tecnici stranieri (non di tutti,
logicamente, poiché esistono scuole diverse — la russa, l'americana, la
tedesca — ognuna delle quali ha una propria concezione del problema), noi
pensiamo che i laminati piani siano destinati ad assumere un peso prepon-
derante nella produzione siderurgica dei prossimi anni. Questo soprattutto
perché le unità che li producono sono le sole che si prestino alle grandis-
sime produzioni di massa, e quindi all'adozione di comandi elettronici ;
apparati, questi ultimi, costosissimi, difficili da applicare (in qualche caso
occorrono anni per la loro messa a punto), ma d’importanza veramente
determinante : non tanto perché consentono riduzioni di personale, quanto
perché inseriscono nel fatto produttivo un elemento nuovo, vale a dire la
costanza della produzione e un aumento medio del livello qualitativo del-
l’acciaio comune. Dirò per inciso, a questo proposito, che oggi qualche
tecnico, esagerando un poco, pensa addirittura che il miglioramento quali-
tativo dei prodotti commerciali finirà per provocare una riduzione del tasso
d’aumento dell'importanza degli acciai speciali. Con i laminati piani,
praticamente, si può far tutto, a cominciare dai profilati.

I piccoli profilati, che fino a qualche anno fa uscivano tutti dai lami-
natoi, oggi sono în gran parte soppiantati da quelli sagomati a freddo,
cui è possibile dare dimensioni, sagome, spessori assolutamente inottenibili
attraverso la laminazione normale. Questo nuovo tipo di produzione si è
sviluppato ormai con tale ampiezza da indurci a cancellare dai nostri
programmi un laminatoio tradizionale per piccoli profilati.

Lo stesso problema si è affacciato ultimamente nei confronti dei grandi
profilati e dei relativi laminatoi.

Ci si è cominciati a chiedere come si potesse rendere la produzione dei
profilati altrettanto economica di quella dei laminati piani, che ormai,
com'è noto, sono prodotti da impianti modernissimi e molto efficienti. La
risposta dei tecnici americani è stata netta : non si costruiranno più lami-
natoî per grandi profilati (l’ultimo impianto di questo tipo è stato costruito
tre o quattro anni fa). Non soltanto si tratta di impianti più difficili da
regolare che non siano quelli per la produzione dei laminati, ma altri incon-
ventienti sono ad essi imputabili. Per esempio, una trave ad ali larghe non
dovrebbe avere, nella maggior parte dei casi, le flange delle stesse dimen-
sioni e della stessa qualità di acciaio : ma îl laminatoio non può farla che
in quel dato modo. Usando invece il laminato piano per fabbricare la trave
saldata, è possibile fare la costola di un determinato tipo di acciaio, una
flangia di un altro tipo e la seconda flangia di un altro tipo ancora. Queste
nuove possibilità vengono ora dovunque prese in considerazione e valutate ;
e la conclusione è che l’acciaio, impiegato secondo il nuovo sistema, diventa
molto più economico. Un ponte, ad esempio, può pesare il 30 per cento di
meno se per la sua costruzione si impiegano, anziché travi di tipo comune,
travi studiate e fabbricate apposta per quel ponte. Le stesse considerazioni
valgono per le costruzioni civili di una certa importanza.

Rimane il campo delle medie dimensioni in cui, per ragioni tecniche,
non si possono ottenere vantaggi così rilevanti. Resta il fatto, però, che il
poter studiare e programmare l’utilizzazione dell'acciaio apre nuove e
migliori prospettive produttive ed economiche.

L'Europa non ha seguìto finora l’esempio americano e continua a fab-
bricare laminatoi che producono direttamente î profilati. Lo stesso, ancor
più accentuatamente, fa la Russia.

Considerando poi la produzione siderurgica nel suo complesso, il fatto
che la Russia e l'America siano arrivate a risultati tecnici abbastanza
equivalenti è il frutto di sforzi che sono stati compiuti partendo da conce-

36

zioni diametralmente opposte. Gli americani hanno fatto il possibile per
produrre tutto ciò che serve alla fabbricazione dei beni di consumo al mi-
nor prezzo ; i russi, fino a poco tempo fa, hanno invece puntato su una
produzione atta ad incrementare i beni strumentali. Da questo profondo
divario di finalità nascono le differenze strutturali fra le due siderurgie.
Nei punti comuni, ad esempio l’altoforno, i risultati raggiunti sembrano
equivalersi, sebbene nulla si possa affermare in linea generale perché non è
ovviamente possibile disporre di tutte le informazioni.

Ma torniamo all’Italia. Ho già detto come, dopo la guerra, si sia do-
vuto partire da zero. Nel 1946 il consumo nazionale era di 26 chilogrammi
per abitante ; nel 1963 era salito a 270 chilogrammi. Un lungo cammino,
dunque, che è stato compiuto in parte potenziando gli impianti esistenti,
specialmente nell’àmbito della media industria (e a questo proposito bisogna
dire che molti piccoli impianti basati sull’utilizzazione del rottame hanno
retto bene alla prova e probabilmente continueranno a “tenere” il mercato),
e principalmente costruendo nuovi impianti a ciclo integrale, che sono stati,
come ho detto, progettati e realizzati tenendo conto non soltanto della
realtà presente, ma anche e soprattutto delle previsioni circa l'evoluzione
della tecnica e circa gli sviluppi del mercato. È quest'ultimo aspetto del
problema che ci ha dato, naturalmente, le maggiori preoccupazioni. Adesso
siamo finalmente arrivati al compimento della nostra fatica, e i nuovi im-
pianti stanno per entrare in azione.

A Bagnoli ha già iniziato la sua attività la prima acciaieria LD del-
l’Italsider, che sostituisce la vecchia acciaieria Martin, già spenta da
qualche mese, e quella Thomas che si fermerà definitivamente entro una
quindicina di giorni.

A Taranto, entro il mese di ottobre o al massimo entro il mese di no-
vembre, si comincerà a produrre acciaio LD in misura maggiore che a
Bagnoli. Verso la metà di ottobre entrerà in funzione il primo altoforno,
entro novembre il secondo. Lo stabilimento di Bagnoli è praticamente,
fino ai laminatoi, uno stabilimento nuovo, ricostruito previa demolizione di
tutti gli impianti esistenti.

Quello di Cornigliano è stato ampliato e rimodernato in ogni settore.

Il momento attuale presenta, per la siderurgia IRI-Finsider (come, io
credo, per tutta la siderurgia italiana), qualche difficoltà, ma non direi che
sia molto preoccupante. Per la Finsider le difficoltà sono forse maggiori
in quanto l’entrata in attività dei nuovi impianti dell’Italsider coincide
con una fase di mercato piuttosto debole. La nostra produzione è attual-
mente di 250/270 mila tonnellate di prodotti finiti al mese ; salirà a 350 mila
alla fine dell’anno e a 450 mila nel corso del 1965.

Bisogna tener conto del fatto che questa maggiore produzione andrà
a sostituire in buona parte l’importazione. Dei circa 5 milioni di tonnellate
di acciaio entrati in Italia dall’estero nel 1963, infatti, una parte era rap-
presentata da semiprodotti che la Finsider ha dovuto importare, non es-
sendo ancora in esercizio Taranto. Anche per questa ragione, quindi, non
vi è alcun motivo di preoccuparsi troppo per il massiccio aumento di pro-
duzione che si verificherà l’anno prossimo.

Per far fronte, comunque, alle innegabili difficoltà del momento, abbiamo
cercato, come si suole fare in questi casi, di puntare sulla esportazione.
L’abbiamo prima raddoppiata e poi triplicata, e ciò naturalmente, senza
danno economico. Tengo a sottolinearlo per chiarire che la nostra produ-
zione — seppure non abbia ancora raggiunto î prezzi che pensiamo di rea-
lizzare nel 1967 e che la metteranno in grado di sostenere anche una for-
tissima concorrenza internazionale — è già in condizioni di battersi con
successo. E questo è per noi e per tutti un elemento di grande tranquillità.

Del resto, noi non abbiamo previsto e non prevediamo di dover insistere
a lungo sull’esportazione. Nel nostro piano generale, in tempi normali,
l’esportazione entra soltanto nella misura del 15 per cento ; funge cioè da
valvola di sicurezza, proprio come in questo momento.

In conclusione noi ci siamo preoccupati essenzialmente del mercato na-
zionale e pensiamo di poter contribuire validamente allo sviluppo sano ed
equilibrato dell’industria italiana. Pensiamo che le prospettive di espan-
sione della siderurgia italiana possano realizzarsi appieno.

È in questa fiducia che si sta lavorando nei complessi siderurgici più
importanti della Finsider, per ultimare la costruzione e il potenziamento
degli impianti, al fine di dare al paese, nella quantità e nella qualità di
cui ha bisogno, quell’acciaio che è alla base della nostra attività industriale
e che esercita una funzione determinante sulle sorti dell'intera economia
italiana.





italsider

sede e direzione generale

Genova via Corsica 4 - telefono 5999
telex 27039 Italsid

centri siderurgici a ciclo integrale
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
telefono 302024 - telex 71039 Italsid

tondo - vergella - bordione - nastri stretti laminati
a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella

Oscar Sinigaglia - Genova-Cornigliano
via San Giovanni d’Acri 6 - telefono 4107 -
telex 27243 Italsid

laminati piani a caldo e a freddo - lamierini zincati
- banda stagnata elettrolitica e ad immersione
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 - telefono 22041
- telex 27039 Italsid

rotaie - barre e profilati - materiali per armamento
ferroviario fisso

Taranto - via Appia - telefono 91001 -

telex 81039 Italsid

tubi di acciaio saldati di grande e medio diametro
Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -

telex 46039 Italsid

ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere grosse

stabilimenti di produzioni speciali

Lovere (Bergamo) - via Giorgio Paglia - telefono 10
telex 31659 Italsid

rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio
- ferroleghe

Savona - corso Giuseppe Mazzini 3 - telefono 27941
carpenteria metallica - getti e tubi di ghisa - lingottiere
Siac - Genova-Campi - corso F. M. Perrone 15 -
telefono 469091 - telex 27072 Italsid

fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e placcate

stabilimenti di rilavorazioni

Marghera (Venezia) - via del Commercio 5 -
telefono 50334 - telex 41043 Italsid

profilati

San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza Giacomo
Matteotti 7 - telefono 92041

profilati - materiali per armamento ferroviario

uffici vendite

Bologna, via Guglielmo Marconi 29a - telefono 269865
telex 51039 UVEBO

Genova, via Lorenzo Garaventa 2 - telefono 592831 -
telex 27038 UVEGE

Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889
telex 31039 UVEMI

Napoli, via Flavio Gioia 4 - telefono 312448 -
telex 71073 UVENA

Padova, galleria Porte Contarine 4 - telefono 51644
telex 41039 UVEPD

Palermo, via di Villa Trabia 3-a - telefono 291540
telex 91044 UVEPA

Roma, via Barberini so - telefono 464444
telex 61039 UVERO

Torino, corso Vittorio Emanuele 3 - telefono 655065
telex 21039 UVETO

rappresentanza

Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 484516
















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5 1964 RIVISTA ITALSIDER









Bass. È È CA RIVISTA ITALSIDER

la copertina: Joe Tilson: “ Ziggurat-box”, 1963

nelle controcopertine: centro siderurgico Italsider
di Taranto

2° di copertina: l’altoforno numero 2

3° di copertina: quadro sinottico della prepa-
razione minerali

4° di copertina: Collecchio - insegna in ferro
battuto che segnava l’ultimo posto per il
cambio dei cavalli prima di Parma

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d° informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - Anno V - n. 5 -
ottobre-novembre 1964

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di: E. Carmi, Ge-
nova - M. Castellano, Bari - Centro Eco-
nomico Scambi Italo Nipponici, Roma -
Civilini, Piombino - H. Claussen, Kassel -
S. Degipo, Genova - Farabola, Milano - Foto
Giacomelli, Venezia - Fototeca Italsider -
Publifoto, Genova e Milano - Laboratorio
Fotografico Rampazzi, Torino - O. Restaldi,
Roma - Vaghi, Parma - Villani, Milano

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte

Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n. 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo.

All’età di trentacinque anni Joe Tilson è considerato uno dei più promettenti artisti inglesi della nuova gene-
razione. Egli è passato attraverso gli stadi della pittura astratta, dei collages di legno impiallacciato, delle
costruzioni di legno liscio e durante gli ultimi tre anni ha costruito e dipinto rilievi dimensionali che allu-
dono agli oggetti e ai segni di una città in un giorno qualunque: i fatti artificiali dell’uomo contemporanco
che sono allo stesso tempo oggetti utilitari e oggetti legati ai giuochi e ai divertimenti.

Il lavoro illustrato in copertina, “Ziggurat”, contiene una delle più strane parole del dizionario e l’imma-
gine di una piramide a gradini che per Tilson evoca lo spirito di un movimento epico.

Un'altra sua opera, intitolata ‘“ Look”, è costituita non soltanto da un occhio con due occhiali, ma anche da
uno schermo televisivo; e la grande serratura (in un altro quadro, “ Key”), è la sintesi di un foro di ser-
ratura senza la chiave. Tutti questi tre lavori sono la trasposizione di oggetti reali che ci circondano in altri
oggetti non meno reali della creazione dell’artista.

Nel dizionario, “Ziggurat” è descritta come la torre di un tempio di antichi assiri e babilonesi avente la forma
di una piramide a terrazze con ogni piano più piccolo di quello inferiore. ‘“Ziggurat” non è soltanto una stra-
na romantica parola che prende la carica dall'immagine di un passato distante, ma è anche un volume formal-
mente interessante. La parola “Ziggurat” nella pittura di Tilson ha la qualità di rivelare un titolo. La sua im-
magine interna suggerisce un’esperienza più grande della vita, come ci viene offerta attraverso la loro opera
da alcune case cinematografiche sulla celluloide. (Jasia Reichardt)

IN QUESTO NUMERO

Taranto, 19 novembre 1964: acciaieria LD 2

Le macchine per decidere

I nuovi centri di calcolo elettronico nei vari stabilimenti dell’ Italsider.

di Alberto Mondini 4

Sculture in metallo a Torino di Luigi Carluccio 8
Un’interessante mostra artistica organizzata dalla galleria civica d’arte moderna di Torino.

L’ industria giapponese di Gino Terra 10
Un sintetico panorama della situazione e degli sviluppi dell'industria giapponese da questo
dopoguerra ad oggi.

Un architetto italiano: Gio Ponti di Vincenzo Lacorazza 14

Il primo di una serie di «ritratti» di architetti e designer italiani che presenteremo via via ai
nostri lettori.

Ferro dal cielo di Dante Pariset 16

Una meteorite, un blocchetto metallico perfettamente sferico, posseduto a Roma da Giuseppe
Ceccarelli.

Il museo delle carrozze di Luciano Rebuffo 18
Una interessante rassegna di carrozze ottocentesche conservate dall’ente fiera di Verona.

Giovinezza, Giovinezza... di lr. 206
Una recensione del libro di A. M. Fabbri (on. Luigi Preti) edito recentemente da Mondadori.

Ferro in città 21

Banderuole italiane di Lucio Boggano 22
Banderuole «segnavento » in ferro battuto, opera di sconosciuti quanto bravi artigiani del ferro,
che ancora resistono sui tetti delle case italiane.

Nascita del teatro moderno - 2 di Luciano Lucignani 23
Seconda puntata della storia del teatro moderno: teatro romantico e teatro commerciale.

Fiere Italsider 26

Esposizione nazionale svizzera di Losanna
Un interessante impiego della lamiera zincata nel settore «Educare e creare».

di Margit Staber 27

Gli irochesi funamboli dell’acciaio di Aldo Rossi 28

I discendenti dei « pellirosse» di Salgari hanno lavorato alla costruzione delle più grandi opere in
acciaio degli Stati Uniti.

Met 64 di Giovanni Lo Pinto 30

Il salone europeo della metallurgia e della tecnica e le dieci giornate di studio sui metalli a Torino.

Due interventi al Met 64
- La comunità ed i problemi finanziari della siderurgia.

di Ernesto Mannelli 31
di Mario Marchesi 34

- Un nuovo capitolo della siderurgia italiana: da Cornigliano a Taranto.

TARANTO, 19 NOVEMBRE 1964: ACCIAIERIA LD





Con l’avvìo dell’acciaieria LD di Taranto, avvenuto il 19 novembre
alla presenza del presidente del consiglio, onorevole Aldo Moro, il quarto
grande centro siderurgico dell’Italsider, uno dei maggiori d'Europa, ha
conseguìto la piena autosufficienza nel campo della produzione dell'acciaio.

Il centro di Taranto, dove anche tutti gli altri impianti stanno entrando
gradualmente în funzione, produrrà come è noto, nella fase iniziale, oltre
due milioni e mezzo di tonnellate di acciaio, trasformate in laminati piani
a caldo (rotoli e lamiere) e in tubi saldati. Esso si affianca così agli altri
centri siderurgici Italsider a ciclo integrale nel grandioso sforzo volto ad
aumentare la produzione di acciaio del nostro paese e a contribuire al
miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno.

Alla suggestiva cerimonia dell’inaugurazione dell’acciaieria, di cui

3

nel prossimo numero daremo un ampio resoconto, hanno presenziato, oltre
al presidente del consiglio, i ministri delle partecipazioni statali senatore
Bo, del bilancio onorevole Pieraccini, del tesoro onorevole Colombo, della
ricerca scientifica senatore Arnaudi, il sottosegretario alla difesa onorevole
Guadalupi, il presidente dell’ Irî professor Petrilli, il presidente della
Finsider professor Manuelli. Per l’Italsider erano presenti il presidente
ingegner Marchesi, l'amministratore delegato dottor Redaelli Spreafico,
i direttori generali ingegner Scotto ingegner Pescatori e dottor Osti. Erano
inoltre presenti oltre un migliaio di persone tra cui molti operai di Ta-
ranto con le famiglie, rappresentanze delle commissioni interne e degli
anziani di tutti gli stabilimenti Italsider, una comitiva di lavoratori di
Bagnoli e numerosissimi invitati.

Una veduta esterna dell’acciaieria LD di Taranto.





4

LE MACCHINE

di Alberto Mondini

11.01 FUNZ. IRREGOLARE SONDA
11.02 MISURA 25 IRREG,

11.02 MISURA 30 IRREG,

11.02 LIVELLO CARICA BASSO

11,07 FUNZ. IRREGOLARE SONDA

PER DECIDERE

PIOMBINO . 25.09.64 RILIEVI METALLURGICI AFO 3
PRODUZIONE GHISA GIORN, TONN 956
PROGRESSIVO MENSILE TONN 25266
PROGRESSIVO ANNUALE TONN 291790
PROGRESSIVO. CAMPAGNA TONN 1611607
COLATE N 2
TEMPERATURA SOPRA 1490 N 0
TEMPERATURA SOTTO 1440 N 0
CARICHE N 121
SUCCESSIONE CARICHE CMMMMCC
RAPPORTO C0/C02 1,57
ANALISI MEDIA GAS
“co 24,93

c02 15,85

‘H2 3,25
PORTATA VENTO RICHIESTA NMC/H 85000
PORTATA VENTO EFFETTIVA NMC/H 68969
TEMPERATURA VENTO

MAX Cc 1186

I NUOVI CENTRI DI CALCOLO ELETTRONICO DELL’ I TALSIDER

Nella nostra azienda sono entrati e continuano ad entrare calco-
latori elettronici di grande potenza; sono macchine completamente
diverse da quelle che siamo abituati a vedere e ad usare, quali gli alti-
forni, i forni Martin-Siemens, i treni blooming e i laminatoi. La loro
produzione non è tangibile e visibile come quella dell’altoforno o del-
l’acciaieria; non ne esce ghisa né acciaio, ma informazioni. E di infor-
mazioni si nutrono. Eppure sono, e soprattutto saranno, di grandissi-
mo aiuto per fare la ghisa e l’acciaio meglio, più presto e a minor costo.

A Piombino c’è un centro di calcolo il cui fulcro è un calcolatore
IBM 1410; lo stesso può dirsi per la Siac, mentre il centro siderurgico
Oscar Sinigaglia si serve di una Univac 490; sono macchine impo-
nenti e un po” misteriose, non aperte ed evidenti come gli altri con-
gegni e macchinari che siamo abituati a vedere in siderurgia. La do-
manda che può sorgere spontanea in un siderurgico è quindi: « cosa
ci fanno? »

Servono per l’altoforno e l’acciaieria, per il laminatoio e per la
direzione amministrativa, e infine aiutano a formulare la programma-
zione e la politica aziendale. Ma in quale modo?

Per rispondere a questa domanda abbiamo cominciato con l’andare,
a Piombino, in altoforno, così come in guerra quando si vuol rendersi
conto di una situazione si comincia col visitare le truppe in prima
linea, e soltanto dopo si vedono le retrovie e infine i comandi. L’al-
toforno è veramente la prima linea sul fronte siderurgico; il movi-
mento continuo di uomini e di cose che ha intorno, il respiro pos-

sente delle soffianti, la visione drammatica delle colate danno a chi lo
veda, anche non per la prima volta, la sensazione della durezza e della
difficoltà del còmpito di farlo marciare continuamente e di farlo mar-
ciare bene.

Fra le sue caratteristiche l’altoforno ha anche quella di essere un
po’ misterioso; si introduce il minerale e se ne ricava la ghisa, si sanno
tante cose sulla sua “marcia”, un po’ dalla teoria e molto dalla pra-
tica; ma che cosa vi accada dentro, nei suoi particolari, ancora non è
ben chiaro. La “marcia” dell’altoforno viene seguìta e regolata se-
condo una specie di istinto, il che potrà essere bello e forse anche
poetico, ma a volte non dà proprio i risultati che si attendevano.

Come mai in un’èra tecnica che ha trovato modo di regolare feno-
meni complessi come la messa in orbita dei satelliti artificiali non si
riesce ancéra a regolare con metodo strettamente scientifico la “mar-
cia” di un altoforno? Perché il numero di variabili da prendere in
considerazione è troppo elevato, e con i mezzi di cui si disponeva
fino a poco fà non si sarebbe riusciti a calcolare in tempo le misure
da prendere. Cerchiamo di spiegarci subito più chiaramente, perché
alla parola “variabili” molti lettori avranno storto la bocca, e con ra-
gione, pensando che cominciavamo a lasciar da parte la chiarezza e
a rifugiarci nelle parole difficili. Facciamo un esempio familiare, quello
di un motore d’automobile: per vedere come va, noi abbiamo alcuni
semplici strumenti sul cruscotto: il tachìmetro che ci dice la velocità
della vettura in chilometri l’ora, il contagiri che dà il numero di giri
del motore, il termòmetro dell’acqua che ci avverte se la temperatura







materiali ferriferi

l

A N
AoAN



loppa



coke, minerale e "i

agglomerato, altri

gas

polverino

Î



vento

€ vapore

idrocarbatri

>» ghisa





2 - introduzione manuale
dei dati




3 - telescriven
di uscita




4 - elaboratore centrale





he (1) e v

inseriti I

5 - strumentazione

SCHEMA DI CONTROLLO DELL’ALTOFORNO NUMERO 3 DI PIOMBINO - Alcuni dati pervengono al calcolatore (4) direttamente dagli strumenti di misura dell’impianto (5),
altri provengono d. lisi chimi

nell’elaboratore (2). I risultati del controllo vengono evidenziati dal calcolatore su una telescrivente (3).



La “consolle” di comando del calcolatore Univac 490 installato presso il centro
siderurgico “Oscar Sinigaglia” di Cornigli I dati aziendali vi v elaborati
alla velocità di milioni di operazioni al secondo.

ia

sale pericolosamente oppure se il motore è troppo freddo, le lampa-
dine spia dell’olio e della dinamo, che si accendono se l’olio non cir-
cola a dovere e se la dinamo non carica. Conoscendo questi dati, o
paràmetri, noi possiamo regolare la marcia della vettura, agendo prin-
cipalmente sul pedale dell’acceleratore e sul cambio, per proporzio-
nare la quantità di gas che va nei cilindri e il rapporto degli ingra-
naggi allo sforzo che richiediamo alla macchina.

In altoforno, se conosciamo i paràmetri giusti, possiamo anche
trarre un quadro della situazione, e in vista del tipo di ghisa che vo-
gliamo ricavarne, ossia della prestazione che chiediamo alla nostra
macchina, possiamo regolarne la “marcia” agendo su certi paràmetri,
come la temperatura delle soffianti, le inezioni alle tubiere eccetera.
Il problema, oggi, è raccogliere e vagliare le informazioni che si pos-
sono prendere nella macchina, ad esempio la percentuale di ossido
di carbonio che c’è in un dato punto, la percentuale di anìdride carbo-
nica che c’è in un altro punto, dati utili per comprendere come pro-
cede la combustione; e poi studiare quali sono i “pedali”, le “leve”,
insomma i comandi su cui si può agire.

La quantità di queste informazioni da un lato, e la complessità
dei comandi dall’altro, impediscono di agire senza l’aiuto di un ela-
boratore; ma questo elaboratore deve essere rapido, altrimenti noi
interveniamo quando la situazione è già mutata e non corrisponde
più al quadro che ce ne siamo fatto partendo dalle informazioni prima
raccolte. E se vogliamo che sia rapido non ci resta che ricorrere agli
elettroni, i quali come è noto viaggiano alla velocità della luce: un
elaboratore elettronico guiderà l’altoforno numero 3 di Piombino.

Tutto questo ben s’inquadra in quel clima di rinnovamento e di
ampliamento delle prospettive che c'è a Piombino; il direttore, inge-
gner Adani ci diceva: « Qui si sta facendo un salto di vent'anni come
sviluppo sociale e come sviluppo tecnologico; siamo in piena fase di
trasformazione della manodopera. Il personale sta assumendo còm-
piti di supervisione riguardo alle macchine; anche nel nuovo tubificio la
rilevazione elettronica apporterà una piccola rivoluzione. I dati rilevati
passeranno automaticamente sulla scheda perforata, da questa al cal-

Il centro di elaborazione dello stabilimento Italsider-Siac, a Genova-Campi, dotato
di un calcolatore IBM 1401. Con questi mezzi si eseguono con limitatissimo inter-
vento dell’uomo operazioni su enormi volumi di informazioni.

colatore, che darà automaticamente tutte le notizie sull’avanzamento
della produzione. Noi dell’ Italsider siamo fra i pochi fortunati che
stanno vivendo questa fase della rivoluzione industriale, e io sono
contento di viverla da questo posto di lavoro, qui a Piombino, dove
sono le migliori maestranze che abbia mai visto lavorare ».

AI centro elettronico la IBM 1410 lavora rapidissima con ticchettii,
soffi, pacifici mitragliamenti della stampatrice veloce; le lampadine si
accendono e si spengono sui quadri-controllo con una rapidità tale
che l’occhio avverte appena uno sfarfallamento della luce. Nelle me-
morie a nastro e nel Ramac (la memoria a dischi dove si può pronta-
mente registrare e reperire una informazione senza passare per quelle
precedenti), dati e informazioni si muovono ad una velocità supe-
riore a quella del pensiero umano.

IL PROBLEMA DEI COSTI STANDARD

Al centro siderurgico Oscar Sinigaglia di Cornigliano il centro
elettronico ha per fulcro una Univac 490; anche qui i còmpiti della
macchina partiranno dalla prima linea, cioè dall’altoforno e dall’ac-
ciaieria. In particolare l’ingegner Giribaldi ci parla del controllo di
qualità; questa dizione, che è la traduzione fonetica di quality control,
vuol dire una cosa tutta diversa da ciò che sembra a prima vista. Contro!
vuol dire regolazione; cioè si regola la qualità del prodotto che esce
da una certa lavorazione. E come si fa a regolarlo? Osservando, misu-
rando, giudicando ciò che esce e decidendo ciò che si deve fare per
togliere i difetti e migliorare quello che si sta ancora lavorando; una
volta deciso, applicando immediatamente le decisioni in modo che il
prodotto esca per quanto possibile immune da difetti. Due sono i
requisiti che rendono possibile il controllo di qualità; la rapidità di
valutazione e la rapidità di applicazione delle correzioni. Onde anche
qui l'opportunità di usare mezzi elettronici.

Un altro problema che la modernizzazione delle aziende rende
attuale è la determinazione dei costi standard; cosa siano ce lo ha detto
il vice-direttore amministrativo dello stabilimento, ragionier Figari; i





Il calcolatore scientifico IBM 1620 del Centro Sperimentale Metallurgico di Geno.
va-Campi. È utilizzato per lo studio sperimentale dei processi e dei fenomeni
siderurgici.

costi standard sono i costi che il prodotto “dovrebbe avere”, tenendo
conto di quello che costa la materia prima, il lavoro e i trasporti. Il
costo vero del prodotto non deve discostarsi, e in particolare non
deve superare il costo standard: si ha così un preventivo precalcolato
(costo standard) e un consuntivo rilevato successivamente. Dal raf-

“fronto di questi due elementi scaturisce la variazione operativa dalla
cui analisi derivano i provvedimenti da adottare perché il consuntivo
non superi il preventivo.

« Con un calcolatore più modesto — conclude il ragionier Figari —
si dovevano seguire le procedure tradizionali; con questo calcolatore
si debbono cambiare addirittura i sistemi di lavoro e ci si organizza
in maniera sempre più moderna; ad esempio, le rilevazioni dei dati
che prima non si facevano neppure, perché i dati non si sarebbero
potuti elaborare per mancanza di tempo, oggi si fanno e, rapidamen-
te elaborate in funzione delle diverse necessità dello stabilimento, ci
aiutano in una quantità di cose ».

FINE DEI MAGAZZINI ?

Sulle conseguenze che le nuove macchine hanno sulla program-
mazione ci parla l’ingegner Giribaldi. Il mercato va assumendo un tono
più dinamico; gli utilizzatori di acciaio hanno ridotto al minimo le
scorte di magazzino. Quando hanno bisogno di una certa quantità
di acciaio per una certa data, non fanno che interpellare il produttore
di acciaio: « Quando me lo potete dare? » chiedono. E per dare la
risposta bisogna conoscere tutto il lavoro già programmato, le dispo-
nibilità delle linee di produzione, le possibilità di sostituire un ele-
mento guasto se un guasto si verifica e via dicendo. La risposta deve
essere rapida, e deve essere precisa, perché il cliente, data la scar-
sezza delle sue scorte, rischia di dover fermare la sua produzione se
c'è un ritardo nelle consegne da parte del fabbricante di acciaio.
Ma per dare una risposta rapida non c’è che la macchina elettronica.

Questa rapidità, che consente di decidere, di intervenire pronta-
mente su situazioni che prima richiedevano mesi per essere valutate

-

e corrette, ha trovato una espressione nuova; si chiama “elaborazione
in tempo reale”. Cosa vuol dire “tempo reale?” Vuol dire la possi-
bilità di elaborare dei dati e di dare la risposta in tempo utile perché
si possano correggere gli eventi che si stanno verificando o che si sono
verificati immediatamente prima. In uno stabilimento a ciclo integrale,
avendo le informazioni dai reparti che producono, si segue la marcia
del materiale attraverso tutte le fasi, e ad esempio se vi sono degli
scarti il “tempo reale” ci permette di reintegrare il materiale scartato
in tempo utile per non avere dei cali di produzione.

«In certi casi — conclude l’ingegner Giribaldi — si può dire che il
calcolatore non solo aiuta la direzione dell’azienda a prendere deci-
sioni, ma il calcolatore stesso, secondo quanto sarà in esso predispo-
sto, prende le decisioni ».

I programmatori, cioè coloro che trasformano il linguaggio umano
nel linguaggio macchina, sono guidati dal dottor Ragazzoni; con l’as-
sistenza del dottor Bosio della divisione Univac della Remington,
questi giovani compiono un lavoro di interpreti molto singolare, in
quanto non si tratta di tradurre da un linguaggio umano in un altro
linguaggio umano, perché uno degli interlocutori è la macchina.
Vero è, ci dice il dottor Ragazzoni, che i moderni calcolatori hanno
una capacità di comprendere molto superiore a quella dei calcolatori
di una volta, e si possono introdurre in essi comandi in uno speciale
gergo inglese che essi fulmineamente comprendono e sul quale agiscono.

ALLA SIac

Senza abbandonare Cornigliano andiamo alla Siac, dove pure è
stato installato un centro di calcolo: « Con l’inizio del 1964 — ci dice
il dottor De Grossi — è cominciata nello stabilimento l’applicazione
dei costi standard, prima parzialmente, e poi, con la compilazione dei
budget del laminatoio avvenuta in ottobre, totalmente ».

Il centro di calcolo della Siac, dotato di una IBM 1401, è in piena
attività; le ragazze perforano schede, le schede vengono immesse nelle
macchine. Anche qui la maggiore rapidità di elaborazione dei dati
trasforma l’azienda.

« Per fare un paragone a tutti accessibile — ci diceva un operatore —
è come se alla balilla si fosse sostituita la seicento ».

« Ma che seicento! — ha interrotto un altro deponendo sul tavolo
un pacco di schede — questa è una Maserati! ». In realtà la potenza
del mezzo meccanico, come tutti i giorni sperimentiamo, cambia in-
teramente le nostre possibilità, non si limita a permetterci di fare me-
glio e più rapidamente ciò che facevamo prima.

Fianco a fianco con il calcolatore della Siac c'è un calcolatore IBM
scientifico, del Centro Sperimentale Metallurgico, che studia problemi
scientifici ed aziendali ad alto livello.

Tornati in via Corsica, alla sede dell’ Italsider, ascoltiamo due con-
clusioni dall’ingegner Boni e dall’ingegner Corso. I problemi azien-
dali oggi sono molto complessi, e investono diverse competenze;
l’uomo universale tipo Leonardo da Vinci che le possieda tutte al
giorno d’oggi non può più esistere. È necessario un lavoro d’as-
sieme, un /ea7 work; il team, o squadra che dir si voglia, sarà di
specialisti, e applicherà la ricerca operativa. Essa consiste nel consi-
derare il problema, individuare le decisioni da prendere, scartare quel-
le impossibili, valutare quelle possibili, e scegliere la linea di azione.
In casi particolarmente complessi questo può richiedere che elementi
nascosti per così dire nelle pieghe del fenomeno vengano fatti emer-
gere per mezzo di elaborazioni matematiche.

In generale il capo di un’azienda ha sotto controllo alcuni fattori
della produzione; altri sorgono improvvisi e recano disturbi non pre-
vedibili, e in questo caso può essere utile assoggettare il fenomeno a
ricerca statistica, avvalendosi del calcolo delle probabilità, e integrare
poi con il calcolo infinitesimale, con quello delle matrici, la teoria dei
grafi, la programmazione dinamica, e tutti gli altri trovati recenti
della matematica, sostenuti da quel formidabile strumento di rileva-
zione ed elaborazione che è un calcolatore elettronico.

Dalla trincea del frowpier al quartier generale del comandante in
capo il calcolatore è quindi l’arma migliore, lo strumento più adatto
per vincere la battaglia della produzione. Nel nostro giro attraverso
altri stabilimenti del Gruppo ne vedremo altri impieghi, ed esplore-
remo la vasta gamma dei suoi possibili usi in campo siderurgico.

SCULTURE IN METALLO A TORINO





La mostra “Sculture in metallo”, che la galleria civica d’arte mo-
derna di Torino ha presentato in concomitanza con il “I salone della
metallurgia” e col patrocinio, appunto, e la collaborazione attiva della
associazione metallurgici italiani, non pone, col suo titolo, una di-
stinzione semplicemente merceologica, ma una distinzione che opera
nell’interno di un settore antico quasi quanto l’uomo e che controlla
la sua validità e la sua verità nel quadro delle nuove relazioni che
l’uomo ha instaurato con l’opera d’arte. Questo tipo di relazioni richia-
ma da vicino, anzi attrae l’attenzione delle industrie primarie. Se ne è
già avuta una testimonianza nella mostra ‘Sculture nella città” rea-
lizzata con la collaborazione dell’Italsider al “festival dei due mondi”
di Spoleto, che è stata una testimonianza difficilmente ripetibile per
ampiezza di visione e per qualità di partecipazioni sia dello spirito
di mecenatismo sia di collaborazione tra industria ed arte.

La mostra di Torino fa un passo avanti, rispetto alla presa di co-
scienza attuata a Spoleto. Difatti la siderurgia e la metallurgia non vi
figurano come fornitrici accreditate di materie prime che saranno mo-
dificate nel calore della fusione, assumendo forme elaborate a priori;
ma come produttrici di elementi di linguaggio plastico, che conten-
gono risposte già concretamente formulate agli interrogativi incal-
zanti della immaginazione fantastica degli artisti.

Per questo l’interesse maggiore della mostra non è dato da opere
come la Ragazza seduta, in piombo e bronzo di Manzù o il Cavallino
di Marini, che pure sono esempi altissimi di una tradizione che dura
con straordinari effetti di suggestione plastica da secoli, nonostante
le riserve espresse da Michelangelo nei confronti di ogni scultura che
non obbedisce alla legge “del togliere”, che non sia cioè ricavata a
colpi di martello, a forza di braccia, affrontando direttamente il legno
la pietra o il marmo per togliere alla massa informe il superfluo e met-
tere in luce, “liberare”, la forma imprigionata.

Anche se un occhio rimane aperto sulla loro sostanziale merceologia:
piombo, ferro, acciaio, alluminio, rame, ottone; non sono ancora le
opere, del resto eccellenti, di Garelli, Perez, Mastroianni, Minguzzi,
Cherchi, Calò, Arnaldo e Giò Pomodoro e Teshigahara a cristalliz-
zare lo spirito dell’iniziativa, ma quelle che come i Dioscuri di Ettore
Colla trapassano la banalità intrinseca delle forme meccaniche, in
questo caso le balestre delle automobili, spostano all’infinito il limite
che divide l’utile dal non utile e sovvertono profondamente lo stesso
concetto d’uso.

Lucio Fontana, per esempio, squarcia un lamierino lucido a maz-
zate; procurando nuove varianti dei suoi famosissimi “buchi” oppure,
nel caso di Concetto spaziale, fraziona una grande piastra rotonda
in nitide zone euclidee, come per un giuoco d’incastro; rivelando l’abi-
lità di un maestro tagliatore o di un artigiano del cuoio. Questa lastra
tinta di vernice gialla uniforme, veduta su un tappeto di zolle verdi
si anima; le sue sezioni divergono, s’impuntano, come squame, evo-
cando figure di mostri preistorici.

Clara Falkenstein, con garbo tutto femminile, organizza squisiti
labirinti di filo di ferro, oppure costruisce, con tante trance di cavetto

di Luigi Carluccio

di rame, una sfera che sembra possedere la forza d’espansione e di
crescita di un organismo vivo: una fluorescenza corallina, una spùgnola,
una fragile rosa del deserto. Il colore simpatico del rame mescolandosi
con le macchie della saldatura si spegne infatti nei grigi delle ceneri
e delle sabbie.

Zoltan Kemeny, lo svizzero di Transilvania, che ha vinto il gran
premio di scultura della Biennale, presenta dei veri e propri quadri
in rilievo di metallo, come fanno Burri ed Eugenio Carmi. Con la
differenza che mentre Burri e Carmi domandano alle lamiere intagliate
di diventare colore e perciò le scelgono nei toni rugginosi, di presenza
opaca o traslucida, e le incidono, e le accostano seguendo un’idea di
disegno contornato, Kemeny cerca di suggerire il rilievo attraverso
gli effetti cangianti del colore delle materie usate. Fili, anche qui, di
ferro o di rame di vario spessore e tondini, cavetti, spezzoni, chiodi.
Un repertorio di materie prime aperto ad ogni possibilità; come del
resto è aperta ad ogni possibilità, nell'àmbito delle tecniche moderne,
l’azione creativa, che in molti di questi casi sembra tesa a farci dimen-
ticare l’autore, a diventare macchina anonima. C’è chi ha scritto, a
proposito delle sculture d’oggi, che bisogna guardarle come si guar-
dano le macchine. Macchine inutili e sublimi, come i bilanceri aerei
di Alexander Calder, che si inseriscono nello spazio vivo come una
ruspa, una gru, un trattore. Quando guardiamo una ruspa o una gru
non ci interessa, infatti, la mentalità, olo stato affettivo, dei loro autori.
La meraviglia e l’ammirazione sorgono da sole davanti ai capolavori
della tecnica. Con l’aggiunta di quel tanto di estro e di irrazionalità
associativa che l’artista finisce sempre col rendere evidente nella sua
opera, i documenti di “Sculture in metallo” sono davvero dei capo-
lavori di tecnica; realizzati con la forgia, il saldatore autògeno, il mar-
tello pneumatico, la trancia, la filiera, il tornio, le cesoie, i punzoni.

Il romano Mannucci tratta la materia metallica con delicatezze da
orefice, ma nei ferri dello spagnuolo Chillida, degli americani David
Smith e Beverly Pepper, in E/ogio del fuoco come in Voltri XII e in Sa-
lute to Genoa, avverti ancora vivo il calore della forgia e senti l’eco
dell’incudine di una mascalcìa di campagna. Il pugliese Cosimo Car-
lucci sventaglia prospettive vorticanti, a cannocchiale, di làmine sot-
tilissime di alluminio anodizzato, che brillano come lame di luce, ma
gli acciai di Francesco Somaini sembrano lacerati dallo scoppio di
una carica dirompente, nell’attimo della loro massima tensione.

Siamo così di fronte a forme che nascono come un atto continuo
dell’autore sull’oggetto trovato. Forme che non si vuole, né è possi-
bile ripetere in serie attraverso il calco aderente a un primo modello.
Siamo cioè nel vivo di una situazione nuova, che respinge le raffina-
tezze delle tecniche consumate dai secoli. Per questo gli scultori cer-
cano volentieri le Joro materie nel grande repertorio della metallurgia,
nell'inventario dei magazzini delle grandi industrie meccaniche e fab-
bricano strutture meccaniche, “macchine”, che riscattano l’incongruo
della loro presenza attraverso la pressione di una fatica artigiana, ed
acquisiscono un’anima attraverso la concitazione tipica delle eleganze
matematiche.




IO

L'INDUSTRIA GIAPPONESE

di Gino Terra

Le olimpiadi di Tokyo hanno polarizzato l’attenzione del mondo sul
Giappone. Molti ne hanno descritto in questa occasione costumi, paesaggi,
aspetti caratteristici. Meno si è parlato dell’industria giapponese. Ne
diamo qui un sintetico panorama.

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale l’economia giappo-
nese ha fatto registrare un ritmo di sviluppo sensazionale ed un cam-
biamento radicale nella sua struttura. Come risultato il reddito na-
zionale che nel 1955 era di 6.700.000 milioni di Yen (18.610 milioni di
dollari) nel 1962 era già aumentato di 2,1 volte arrivando a 14.100.000
milioni di Yen (39.170 milioni di dollari). In questo periodo il reddito
pro capite era salito da 209 a 459 dollari. Il Giappone aveva allora
raggiunto, quindi, il quinto posto nel mondo nel reddito nazionale
ed il ventesimo nel reddito pro capite.

La produzione delle industrie primarie ha registrato una flessione
e le industrie terziarie non hanno avuto cambiamenti. In contrasto,
la proporzione delle industrie secondarie, rispetto alla produzione
totale, è aumentata di circa un 30 per cento.

L’industria meccanica ha registrato i progressi più spettacolari. Parti-
colarmente notevoli i risultati dell’industria automobilistica che ha regi-
strato un aumento di produzione di ben quattordici volte e le sue vendite
— comprendendo le forniture fatte alle forze armate americane in Giap-
pone — sono aumentate di circa venti volte in poco più di sette anni.

Storicamente l'incremento della produzione automobilistica è le-
gato strettamente all’espansione del reddito nazionale ed allo sviluppo
dell’industria pesante. In altre parole, l'espansione del reddito nazio-
nale stimola l’indirizzo dell’attività economica verso l’industria della
lavorazione del ferro, consentendo alla popolazione di godere un più





L’industria meccanica giapponese si è posta alla testa del notevole sviluppo economico
nazionale. Ecco l’interno di un reparto di un grandioso stabilimento a Osaka, la
maggiore città industriale del Giappone.

alto livello di vita. Uno dei risultati, come da constatazioni evidenti,
la domanda maggiore di mezzi di trasporto. Di conseguenza in Giap-
pone si è incentivata la produzione automobilistica. Questa è stata
stimolata anche da una maggiore domanda dall’estero. Nel 1961 era
già la quinta nel mondo con una produzione di 813.879 autoveicoli.
Nel 1963 la produzione è salita a 1.400.723 unità.

La mostra dell’automobile che a Tokyo, dal 1954, viene allestita
ogni anno, ci rende conto del fenomenale sviluppo dell’industria au-
tomobilistica. Tra i maggiori produttori ricordiamo la Fuji H. I,
la Toyota Motor, la Hino Motors, la Mitsubishi N.H.I., la Nissan
Motor, la Prince Motor eccetera.

Con i cambiamenti avvenuti nell’industria pesante la produzione
della stessa è progressivamente aumentata. Non va dimenticato che
essa nel 1962 aveva raggiunto il più alto rapporto proporzionale nel
mondo. Del fatto ne ha risentito la struttura industriale del paese con
un crescendo di produzione notevole in ogni settore.

LA METALLURGIA

La rapidità con la quale la produzione è aumentata nell’ultimo de-
cennio è anche il coronamento dello sforzo sviluppato dall’industria
giapponese del ferro e dell’acciaio che, assumendosi il ruolo di guida
nel processo di trasformazione economica del paese, ha fatto sì che
il Giappone, da nazione eminentemente dedita all’agricoltura e alla
produzione di manufatti leggeri, si portasse in breve tempo all’avan-
guardia anche dei settori chimici e dell’industria pesante.

Oltre al sostenuto ritmo di sviluppo dell’industria del ferro e del-

l’acciaio, è stato raggiunto un notevole livello di perfezione tecnica,



Una indicazione stradale a Tokyo.

II



Visione di una delle maggiori zone industriali giapponesi. Nel campo dei
prodotti petrolchimici i fabbricanti hanno dovuto arrestare la produzio-
ne data la tendenza dell’offerta a superare la domanda causando inde-
bolimento del mercato.

tanto che i prodotti giapponesi del settore sono tenuti in alta consi-
derazione in tutto il mondo: prova ne è la cifra record nelle esporta-
zioni del 1963 (5.638.000 tonnellate metriche di ferro e acciaio, 36%
in più del 1962).

La più alta produzione di ferro ed acciaio in Giappone, prima del-
la fine della guerra, si ebbe nel 1943 con 7.650.000 tonnellate.

Alla fine della guerra, le industrie giapponesi erano in uno stato
di quasi completa distruzione. Nel 1946 la produzione totale di
acciaio fu di sole 560.000 tonnellate. Ma grazie agli sforzi sostenuti,
all’assistenza degli Stati Uniti e alla crescente domanda, durante la
guerra in Corea si iniziò il periodo di riabilitazione e di sviluppo,
così che nel 1953 la produzione di acciaio registrò 7.660.000 tonnel-
late superando il record del 1943.

Nel 1961 la produzione di acciaio grezzo ha raggiunto 28.268.000
tonnellate, cifra che pose il Giappone al quarto posto fra i grandi pro-
duttori mondiali, dopo gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Germa-
nia federale.

Nel 1962, a causa della ristretta politica monetaria imposta dal
governo, la produzione scese di 722.000 tonnellate pari al 2,5%, ma
l’anno successivo con 31.501.000 tonnellate di acciaio grezzo, e cioè
con il 14% in più del 1962, il Giappone riuscì a conquistare il terzo
posto eguagliando la Germania federale e nei primi mesi del 1964
è riuscito a superarla con un lieve margine.

Non va dimenticato che il Giappone deve far ricorso all’importa-
zione di materia prima nella misura di circa il 60 per cento.

La produzione di ghisa è salita a 15.821.000 tonnellate nel 1961
e quella dell’acciaio laminato a 21.860.000 tonnellate.

Tokyo: uno stabilimento per l’ind himica, R la strut»
tura di questo settore ha subìto alcuni significativi mutamenti. La pro-
duzione maggiore è passata dai fertilizzanti chimici e dalla soda indu-
striale alla resina sintetica ed ai prodotti chimici organici e sintetici.

Uno sviluppo degno di nota è quello dell'industria dell’acciaio
inossidabile. Fra il 1951 ed il 1960 la sua produzione di lavorato a
caldo è aumentata di 27,5 volte, da 6.427 tonnellate nel 1951 a 176.752
tonnellate nel 1960, portando il Giappone al terzo posto nel mondo
anche in questo settore. Nel 1961, la produzione è salita a 199.463
tonnellate.

Per i metalli non ferrosi, il Giappone ha prodotto 277.000 tonnel-
late di rame e 153.000 tonnellate di alluminio, 291.000 tonnellate di
zinco e 83.000 tonnellate di piombo nel 1961. Fra i nuovi metalli,
bisogna menzionare il titanio, la cui produzione è quasi completa-
mente esportata negli Stati Uniti ed in Inghilterra.

L’ INDUSTRIA MECCANICA

Dopo la guerra come abbiamo accennato, anche l’industria mec-
canica si è posta alla testa del notevole sviluppo economico giappone-
se. Nel 1962 l’indice di produzione era di dodici volte quello del 1950.

Le navi costruite nei cantieri nipponici (nel 1962, 1280 unità dei
vari tipi) navigano per tutti i mari. Gli apparecchi fotografici (nel
1962 ne sono stati prodotti 2.934.000) e del campo ottico; i telefoni,
orologi, radio a valvole ed a transistor (produzione del 1962, 15 mi-
lioni di unità); gli apparecchi televisivi (ne sono stati prodotti 5 milioni
di unità); le macchine utensili e quelle per cucire (produzione del 1962,
3.270.000 unità per uso domestico e per quello industriale) godono
fama di qualità ottima. La forte richiesta su tutti i mercati ne in-
centiva la produzione.

In fase di massima espansione nell’industria meccanica è anche il
settore delle macchine elettriche.

12

L'INDUSTRIA ELETTRONICA

Per l’industria elettronica, che da molti anni è alla base delle in-
novazioni tecniche di maggiore rilievo, notevoli misure di incoraggia-
mento sono state prese in considerazione dell’alto valore connesso,
ed i risultati raggiunti sono stati davvero rimarchevoli come risulta
dalla produzione di questi ultimi anni.

Il piano quinquennale ed il piano di produzione basati sulla “pro-
motion law” dell’industria elettronica sono stati modificati quasi ogni
anno allo scopo di ottenere un sostanziale aumento della produzione
ed anche per migliorare il livello tecnico e rafforzare la struttura del-
l’industria.

L’orientamento dell’industria elettronica (una tra le prime in Giap-
pone) sarà verosimilmente basato sul più assoluto realismo, come già
risulta dal piano degli investimenti per il 1964; ed in vista del raffor-
zamento del suo potere di concorrenza sui mercati internazionali,
essa non sarà sostenuta come altre industrie quali la petrolchimica,
l’automobilistica, la cartaria, del cemento e l’industria dei metalli non
ferrosi.

La produzione dell’industria elettronica per il 1963 è ammontata
a 691,6 miliardi di Yen, 22,7 miliardi in più, pari al 3,4% in più del-
l’anno precedente. (1 yen = 1,76 lire).

Vi è stato un incremento di 322,8 miliardi di Yen (2%) per i beni
di consumo, 184,4 miliardi di Yen (8%) per apparecchiature industriali,
mentre per le parti i dati sono rimasti fermi a 182,6 miliardi di Yen.
I beni di consumo non hanno fatto registrare progressi sensibili a
causa di una flessione del 5% nella produzione di televisori.

‘Tra le apparecchiature industriali vi è stato un rialzo di 18,7 mi-
liardi di Yen, le calcolatrici quasi il doppio dell’anno precedente, mentre
i telefoni e gli strumenti di misura per l’industria sono scesi rispetti-
vamente del 3% e del 5 per cento. Le parti sono rimaste pressoché
invariate, con un aumento del 17% per le resistenze ed una diminu-
zione dell’ 8% per i tubi elettronici. Le previsioni di produzione per
il 1964 sono brillanti nel campo TV e radio. Anche le previsioni del-
l’esportazione sono brillanti, con un milione di apparecchi TV, cioè
un incremento dal 12% al 18%. Ci si attende anche un aumento del
24%, nella produzione dei registratori e radiogrammofoni stereofonici.

Per quanto riguarda le calcolatrici elettroniche, la previsione è
ottimistica, con un aumento del 36% che è convalidato dalla domanda
crescente da parte delle varie organizzazioni pubbliche e private. Per
i tubi elettronici ed i semi conduttori, che generalmente marciano in
parallelo con la produzione delle radio e dei televisori, si prevede
un aumento rispettivamente del 12% e del 20%. Anche gli altri com-
ponenti aumenteranno del 20% a causa di un aumento di produzione
ed esportazione di materiale elettronico in generale.

Pertanto, la produzione totale per il 1964 dovrebbe salire del 20%
raggiungendo la cifra di 834,2 miliardi di Yen. Tra le maggiori pro-
duttrici del settore sono: la Tokyo Shibour Electric Ind. (Toshibo),
la Mitsubishi Electric, la National Electric Company eccetera.

LE COSTRUZIONI NAVALI

In fatto di costruzioni navali il Giappone è e continuerà ad essere
lo stato più importante. Il suo successo è stato veramente meravi-
glioso. Tuttavia la situazione non è priva di problemi: c’è lo scarso
profitto sulle navi esportate e la pressione dell’ Europa a raggiungere
una convenzione euro-giapponese sulle costruzioni navali.

Il Giappone negli ultimi otto anni, a partire dal 1956, ha varato
navi per un tonnellaggio superiore a qualsiasi altra nazione. Nel 1963
si trattava del 27,8% di quanto era stato varato in tutto il mondo:
2.404.872 tonnellate su un totale di 8.675.624.

Il Giappone non aveva mai ricevuto maggior numero di ordina-
zioni nell'immediato passato. Fin dall’ultimo periodo del 1962 afflui-
rono in Giappone ordinazioni da oltremare per costruzioni navali.
Nell’anno fiscale 1963 (aprile 1963 - marzo 1964) gli ordini da oltre-
mare avevano raggiunto un totale di 4.439.920 tonnellate.

Dietro lo straordinario incremento e la grande prosperità appaiono
due fenomeni che preoccupano l’industria giapponese.

Uno di questi è la bassa percentuale di profitto sulle navi d’espor-
tazione; l’altro, la recente mossa europea di indurre il Giappone ad
accettare una convenzione internazionale in modo da frenarne l’attività.

L’INDUSTRIA CHIMICA

Anche l’industria chimica è diventata una delle maggiori del paese.
La produzione di alcuni prodotti essenziali si è sviluppata ad una
media dal 14 al 20% annuo in questi ultimi tempi. Il Giappone si
trova attualmente fra i tre maggiori produttori mondiali di prodotti
chimici di base, come l’acido solforico, la soda caustica ed il carburo,
ed è al tempo stesso un notevole produttore di solfato di ammonio,
vetro, tessili chimici e cemento.

Nonostante la mancanza di materie prime, come il sale, il potassio,
i minerali di fosfato, gli olii ed i grassi, che debbono essere importati,
questa industria ha registrato un’espansione straordinariamente ra-
pida. Recentemente, la struttura dell’industria chimica ha subìto al-
cuni significativi mutamenti. La produzione maggiore è passata dai
fertilizzanti chimici e dalla soda industriale alla resina sintetica ed ai
prodotti chimici organici e sintetici.

Nel 195; è stato varato un piano quinquennale con un bilancio
di 82 miliardi di Yen per gettare le fondamenta dell’industria petrol-
chimica. La produzione salì rapidamente, passando da 1 miliardo e 739
milioni di Yen nel 1957, a 84 miliardi e 67 milioni nel 1961. Un se-
condo piano di sviluppo è entrato nella fase di realizzazione nel 1960
e, allo scadere del programma decennale nel 1970, i prodotti pe-
trolchimici rappresenteranno il 50%, della produzione chimica nippo-
nica. Si calcola che la vendita totale dei prodotti petrolchimici rag-
giungerà, nel 1969, i 770 miliardi di Yen.

L'INDUSTRIA TESSILE

Anche l’industria tessile continua ad essere uno dei più importanti
fattori dell'economia nipponica.

Per quanto si debba ricorrere all'importazione al completo del cotone
greggio e della lana greggia necessari all’industria, il Giappone è comun-
que uno dei primi paesi produttori di tessili. Infatti esso è al quarto
posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti, l'Inghilterra e l’Italia. Alcuni dati
ci dicono che nel 1961 si ebbe una produzione di filati di lana pari a
144.000 tonnellate e di tessuti di lana pari a 325 milioni di metri quadrati.

Nel 1963 tale produzione è aumentata di circa il 6 per cento.

L’industria tessile, comunque, ha visto scemare la propria impor-
tanza economica a causa del sopravvento che l’industria pesante ha
preso su quella leggera. Dopo la guerra, i tessili sintetici hanno assunto
una notevole importanza economica e il Giappone, con la sua produ-
zione di fibre chimiche, che costituisce circa un terzo della produzione
mondiale, si piazza al secondo posto nel mondo. Ricordiamo tra i mag-
giori produttori la Teijin Ltd., la Toyo rayon, la Mitsubishi eccetera.

L’INDUSTRIA DEL CEMENTO

L’industria del cemento, in Giappone, ha una lunga storia che
risale a più di novanta anni fa, ai primi tempi dell’epoca Meiji, quando
la nazione rinasceva dal feudalesimo ad uno stato moderno.

La causa principale del suo sviluppo è dovuta al fatto che fra le
tante industrie è una delle poche ad essere autosufficiente nelle ma-
terie prime. Negli ultimi dieci anni il Giappone ha fatto grandi pro-
gressi in questo settore, arrivando nel 1962 a sostituire la repubblica
federale tedesca al terzo posto nella produzione mondiale, con
28.786.000 tonnellate. Nel 1961 aveva prodotto 24.632.000 tonnel-
late. L’incremento di questa produzione deve attribuirsi alla forte
domanda per i progetti di riparazioni stradali, la costruzione di nuove
dighe ed abitazioni civili ed il continuo progresso dell’esportazione.

Attualmente vi sono ventun società che operano in cinquanta
stabilimenti, delle quali tredici con trentanove stabilimenti esclusi-
vamente dediti alla produzione del cemento, mentre i rimanenti un-
dici stabilimenti producono cemento in linea secondaria, dopo l’ac-
ciaio, il carbone, la soda, l’amianto.

Dopo quanto detto, consideriamo ora la situazione al primo trime-
stre 1964 statisticamente e ad un tempo più vicino a noi.

Iniziamo dalla trattazione dell’industria mineraria che, in questa
sede, ci sembra di certo rilievo. Notevoli sono le imprese nel campo
specifico e grossi gruppi finanziari ed industriali sono impegnati in
esso, quali, per esempio, la Mitsui e Co. che comprende circa cin-
quanta tra le ditte manifatturiere più importanti del Giappone e che



per la ricerca e l’utilizzo delle risorze naturali si prodiga con una at-
trezzatura formidabile sotto ogni aspetto; la Mitsubishi, la Sumitomo,
la Nissho eccetera che sono altrettanto potenti. La Mitsui e Co., tra
l’altro, acquista e distribuisce alle industrie siderurgiche giapponesi
minerali di ferro estratto dalle miniere di Goa, in India, gestite
dalla Sesagoa (gruppo Finsider), che riforniscono anche l’Italsider.

Prendendo come base il 1960, l’indice della produzione manifat-
turiera relativa ai prodotti minerari è stato nel trimestre predetto circa
162,2. Il 6,1% cioè più del trimestre precedente e il 21,5% più del
corrispondente periodo dell’anno scorso. Secondo l’andamento sta-
gionale ha segnato un aumento del 4,1% sul trimestre precedente.

Secondo l’andamento stagionale gli indici degli ultimi trimestri
relativi alla produzione manifatturiera-mineraria sono i seguenti:
nel primo trimestre 1963: 102,2%; nel secondo trimestre: 104,5%;
nel terzo trimestre: 107,3%; nel quarto trimestre: 103,9%; nel primo
trimestre 1964: 104,1 per cento.

È evidente che il ritmo della produzione, in notevole ascesa al-
l’inizio dello scorso anno, verso la fine cominciò a rallentare. Tale
riduzione evidentemente va attribuita alle forti restrizioni monetarie
applicate fin dal dicembre scorso, incluso l’aumento delle riserve.
Ora, con riferimento agli indici stagionali, cerchiamo di esaminare la
tendenza della produzione industriale.

Nell’industria dell’acciaio, dei metalli non ferrosi e delle macchine da
trasporto si sono notati aumenti della produzione tutti superiori all’ 8%.
Anche la produzione di macchinari elettrici, di macchinari di precisione e
di materiale chimico industriale è stata in ascesa, in media, del 5% nel
trimestre considerato La produzione tuttavia è diminuita, seppure leg-
germente, riguardo alle industrie dei petrolchimici, del catrame e della
gomma. Se si considera “l’indice dei gruppi speciali”, classificati secon-
do l’uso dei beni, la produzione dei beni di consumo, ossia delle merci
dell’industria manifatturiera-mineraria acquistate dai consumatori, ha
registrato un aumento del 3%; mentre l'aumento delle merci inter-
mediarie, dei prodotti, cioè, dell’industria manifatturiera - mineraria
consumati dalle industrie come materie prime, ha superato il 5 per cen-
to. "Tra le prime, la produzione dei beni di investimento è aumentata
del 4,9%, mentre i beni di consumo hanno segnato appena il passo.

Il rapido aumento della produzione manifatturiera-mineraria nel
1963 fu dovuto principalmente al forte aumento delle merci interme-
diarie per la produzione, soprattutto, dell’acciaio dei metalli non fer-
rosi e dei prodotti chimici. Gli indici trimestrali relativi alla produ-
zione di merci intermediarie, in confronto a quelli relativi ai trimestri
precedenti, sono: nel terzo trimestre 1963: 106%; nel quarto trimestre:
105%; nel primo trimestre 1964: 105 per cento.

Nel mercato dell’acciaio è andata aumentando la tendenza al ri-
basso, risultato evidente delle restrizioni monetarie. Per l’industria
dei metalli non ferrosi la diminuzione della produzione va attribuita
a scioperi sporadici che l’hanno resa inevitabile ed inoltre al fatto che
gli industriali hanno ridotto la produzione dato il costo elevato dei
materiali e la difficoltà ad ottenere gli stessi. Quanto all’industria chi-
mica, il mercato è apparso in generale fermo, ad eccezione, a causa
della forte domanda, per i prodotti chimici bàsici.

Ma se consideriamo esatto che l’aumento del ritmo di produzione
sia rallentato, tuttavia deve registrarsi alla base della produzione una
spinta verso l’aumento. Riassumendo, le merci intermediarie hanno
presentato livelli diversi di produzione. Ma potrebbe verificarsi per
alcuni settori una battuta di arresto.

Intanto gli indici trimestrali di produzione dei beni di consumo
in confronto a quelli dei trimestri precedenti sono: nel terzo trimestre
1963: 107,3%; nel quarto trimestre: 103,9%; nel primo trimestre 1964:
103 per cento.

La percentuale di aumento è, quindi, diminuita ogni trimestre,
causando a sua volta un rallentamento nella produzione complessiva
manifatturiera-mineraria.

Tra i beni di consumo, la produzione di quelli più importanti,
di base, è progredita, incoraggiata sia dalla forte domanda, interna ed
estera, di macchinario da trasporto per esempio, sia dall’aumento
degli investimenti per le attrezzature, a cominciare dalla fine dell’an-
no scorso, in seguito al rapido slancio verso l’incremento della pro-
duzione su quasi tutti i fronti. Secondo le statistiche relative agli or-

13

dini di macchinario, statistiche approntate dall’ “agenzia per il piano
economico”, considerata come un termometro per la produzione delle
macchine e che si occupa della produzione di tutte le merci più impor-
tanti, il volume degli ordini che registrava un drastico cedimento
nel 1962 risalì per qualche tempo l’anno scorso per poi livellarsi di
nuovo e diminuire in seguito leggermente con il passare del tempo.

L’aumento notevole degli ordini verificatosi nella seconda metà
dello scorso anno che al momento consentì un ristagno nell’accetta-
zione degli ordini per poter far fronte al completamento dei prodotti
da consegnare, ebbe all’inizio di quest'anno un riflesso nella produ-
zione. Parimenti la diminuzione degli ordini verificatasi durante l’an-
no potrebbe ben presto incidere sulla produzione del macchinario,
rallentando eventualmente il ritmo della manifattura di tutte le merci
di maggiore importanza. Nel caso dei prodotti petrolchimici i fabbri-
canti hanno dovuto arrestare la produzione data la tendenza dell’of-
ferta a superare la domanda, causando un indebolimento del mercato.

L’industria mineraria, quella dell’acciaio, quella ancòra dei pro-
dotti chimici, del cuoio e dei tessili hanno denunziato la loro produ-
zione superiore alle spedizioni. La produzione mineraria era del 2,7%
mentre la percentuale delle consegne era dell’1,5%. Ma nelle altre
industrie non c’è stato un divario così notevole. La produzione di
ventilatori da tavolo, di frigoriferi e di altre “merci estive” ha conti-
nuato a svolgersi bene durante tutto l’anno, ma le consegne raggiun-
sero il massimo nel periodo considerato.

CAPACITÀ PRODUTTIVA

L’indice della capacità produttiva dell’industria manifatturiera nel
periodo esaminato è stato 163,8 (1960 = 100), ossia il 2,5% in più
del trimestre precedente. In confronto al periodo corrispondente del
1963 l’aumento è stato del 10,8%.

L’industria petrolchimica ha segnato un notevole aumento (del 18,3%)
sul periodo precedente mentre l’industria dei prodotti chimici e quella
della pasta da carta hanno raggiunto una media del 5%. La capacità del-
l’industria del catrame è stata invece inferiore dell’1,8% e tale diminuzio-
ne va addebitata principalmente al passaggio, nelle città, dal gas di carbone
al petrolio e al gas LPG (il cambiamento delle fonti di calore ha causato
l'arresto di lavoro in alcune fornaci di carbon coke). In confronto allo
stesso periodo dell’anno scorso, la capacità dell’industria petrolchimica è
salita fino a raggiungere il 43,3%. Anche l’industria della ceramica, quella
della gomma, e quelle dei prodotti chimici e delle macchine industriali
hanno fatto un balzo, superando la media dell’industria manifatturiera.

L’indice delle operazioni nell’industria manifatturiera è stato 100,2
ossia l’ 1,3% più di quello del trimestre precedente e 1’ 11,2% più
di quello del corrispondente periodo dell’anno scorso. Le industrie
dell’acciaio e dei metalli non ferrosi hanno segnato un vantaggio su-
periore al 5% sul periodo precedente.

Tuttavia, la produzione industriale giapponese nel suo complesso
continua ad aumentare e, in confronto al corrispondente periodo
dell’anno scorso, in tutti i campi tale tendenza all’aumento è chiara-
mente manifesta. Specialmente l’industria dell’acciaio e quella dei
metalli non ferrosi hanno raggiunto records superiori al 25%. Le
vendite e la capacità produttiva ne sono l’incentivo.

Le altezze massime del dopoguerra furono raggiunte dall’industria
chimica e da quella del catrame nel terzo trimestre del 1963, e dal-
l’industria tessile nel trimestre precedente.

L’industria delle macchine e quella della pasta da carta si sono
avvicinate entrambe alla punta massima, mentre le industrie della
ceramica e quelle dei prodotti chimici e della gomma hanno segnato
un indice percentuale piuttosto basso.

Dall’esame di cui sopra gli attuali andamenti della produzione
giapponese possono essere riassunti come segue: in complesso la
produzione industriale — mentre in certi settori, come quelli delle
macchine utensili, dei prodotti petrolchimici e lamiere d’acciaio sem-
bra aver rallentato il ritmo di vantaggio, continuando la domanda ad
essere forte — per il macchinario da trasporto, per i prodotti chimici,
le fibre sintetiche, la pasta da carta, i pneumatici per automobili eccetera
continua ad essere in ascesa. Così che si può dire che la nota domi-
nante della produzione industriale giapponese rimane ferma e solida.

14

UN ARCHITETTO ITALIANO: GIO PONTI

di Vincenzo Lacorazza

Gio Ponti è indubbiamente, tra gli architetti che non fanno capo
a grosse organizzazioni, tra i maestri, quello che continua a girare di
più, a progettare, a inaugurare, a firmare col suo nome rapido e mne-
monico come uno slogan.

L’architettura moderna italiana senza Gio Ponti appare pressoché
inconcepibile. Il grattacielo più alto, il Pirelli, l’ha disegnato lui, il pa-
lazzo per uffici più imponente, quello della Montecatini, a Milano, è
suo. La nota e più diffusa rivista di arredamento, la “Domus”, l’ha
fondata lui, e si sa che ogni suo intervento a favore di una scuola, di
un artista, di un prodotto costituisce un vero e proprio collaudo. Non
c'è famiglia della borghesia milanese che non possieda d’altra parte un
bagno con i lavandini disegnati da Gio Ponti o che non desideri farselo
quanto prima, non c’è tavola senza le sue posate di acciaio, non c’è
camera da letto senza il suo letto organizzato, un letto cioè dove si può
trovare la mensola per il telefono, lo scaffale per i giornali, il comodino
peri libri.

Vien fatto di pensare e di chiedersi se tante soddisfazioni, tanto
successo, tanto lavoro, siano solo effetto della sua instancabile, affa-
scinante, concreta personalità, o non piuttosto di una formula acces-
sibile a tutti, di una qualche scoperta elementare, di un segreto pro-
fessionale. Senza pretendere di rubare il mestiere al maestro milanese,
vediamo allora in che cosa è consistito e consiste questo segreto.

Quante volte abbiamo visto sulle pagine di “Domus” la casa di
Gio Ponti e quante volte abbiamo ammirato alla Triennale come
dev’essere una casa moderna. Ebbene, si può cominciare col ricordare
che la casa di Gio Ponti è la casa di uno che lavora ed è anche la casa
di uno che non si vergogna di mostrarsi qual è. Un uomo moderno
lo si immagina in una casa funzionale, col televisore al posto del pia-
noforte, con pochi libri a portata di mano, col ritratto della moglie e
dei figli sul tavolo. La casa di Gio Ponti è proprio così. Prima di ven-
derlo agli altri, egli ha sperimentato il suo stile su se stesso, come Sabin
sperimenta i vaccini sulla sua pelle. Egli è uno dei pochi, fortunati
professionisti che può circondarsi, usare e vivere negli oggetti dise-
gnati da lui o, al massimo, da uno dei dodici amici e collaboratori del
suo studio, legati a lui dalle stesse tendenze o dallo stesso credo.

Gio Ponti non abita in un castello o in una soffitta, come tanti
altri architetti più giovani di lui, ma nell’appartamento di un agiato
signore che, per il semplice fatto di essere anche designer, mangia
con le sue posate, dorme nel suo letto, si siede sulle sue sedie.
Unica eccezione alla regola, il ritratto della sua bella famiglia,
che non è una fotografia a colori, ma un celebre quadro di Campigli.

Lo stile Ponti è uno stile che evoluzioni, rivoluzioni, involuzioni,

hanno continuamente modificato, ma mai sostanzialmente intaccato.
I suoi predecessori non sono stati né Gropius né Wright, quanto la
produzione, la moda, il mercato. E il suo successo è dovuto con molta
probabilità al fatto che si è tenuto ugualmente distante tanto dalla
povertà quanto dal lusso.

In che cosa consista il cattivo gusto per Ponti è presto detto. « Un
esempio di comune cattivo gusto — ebbe a dichiarare tempo fa — è
quello di rendere un letto troppo effeminato. Il letto non rappresenta
solo un luogo di voluttà. È un luogo nel quale si ha bisogno di dor-
mire profondamente e pesantemente, il che stabilisce un contrasto con
la delicatezza. Alle volte vi capita di dovervi giacere ammalati, si ha
bisogno allora di comodità e non di raffinatezze. È un luogo dove si
può morirvi un giorno, quando cioè si desidererà essere circondati
da una atmosfera di maestosità e non di civetteria. Qual è quella donna,
degna dell’appellativo che porta, che vorrà vedere il proprio marito
tra i merletti? »

Come nasca poi questo stile è stato chiarito più di una volta. « Un
progetto — afferma l’architetto — deve avere uno stile proprio, det-
tato dalle proprie funzioni, e non uno stile copiato dal passato. Errore
frequente è quello di progettare una camera da bagno con criteri trop-
po lussuosi. Nel bagno ogni cosa deve funzionare perfettamente.
Quando mi lavo le mani, gli avambracci convergono in avanti verso
il centro del lavandino. Quello che voglio allora non è la vista di un
rettangolo, sia pure àureo, ma un posto su cui appoggiare il sapone
e lo spazzolino per le unghie. Ecco perché progetto lavandini che
convergono verso i rubinetti ».

Ponti ha settantadue anni, ma continua ad alzarsi tuttora alle sei,
a far colazione con uova e prosciutto, a sfornare idee dall’alba al tra-
monto. Quanto si è venuto producendo in questi cinquant’anni ha
trovato nel suo studio puntuale e contagioso impiego. Cemento, al-
luminio, pani di vetro, ceramiche, smalti, materie plastiche, compen-
sati, gommapiuma, stoffe, non ne hanno fatto però un mostro della
tecnica, ma solo uno sperimentatore, sempre pronto a dimostrare che
l’ultimo di essi, il più recente, era il migliore per il suo stile, il più
adatto alla bisogna, il più conveniente per il suo cliente.

I rapporti tra nuovi materiali e stile moderno non sono mai stati
in lui così impellenti da diventare preclusivi. Se non volevano il ce-
mento armato: benissimo, diceva Gio Ponti, mettiamo il marmo,
è lo stesso. Il vetro costa troppo, lo sostituiamo col perspex. Il grat-
tacielo ha bisogno di spazio: ottimamente, assottigliamo le strutture.
Quello a cui non ha rinunciato mai non sono stati gli ingredienti,
i contorni, le guarnizioni, ma il disegno appunto, la mano, l’arte.





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Posate in iaio i idabile prod su di di Gio Ponti (1953).

©

Il palazzo per uffici della Pirelli a Milano, Costruito nel 1959 è opera di una equipe
formata dagli studi “Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli” e “Giuseppe Val-
tolina, Egidio dell’Orto”.

Fin dal 1930 Ponti aveva teorizzato una via italiana nella produ-
zione di serie: la casa all’italiana, come la chiamava. Per anni nei suoi
discorsi, nelle sue lezioni, nei suoi esempi, questo è stato un suo chiodo
fisso, finché effettivamente non siamo riusciti a produrre architetture,
mobili, suppellèttili, che per forma, colore, presentazione, ben si
allineavano, tra gli spaghetti e le canzoni, con la tradizione italiana.
Ora, è passato il periodo delle improvvisazioni. Tuttavia Gio Ponti
è rimasto sinonimo di gusto moderno anche fuori d’Italia. Ci sono
già suoi importanti edifici a Bagdad, a New York, a Caracas, a Stoccol-
ma. È probabile che altri se ne aggiungano in altre importanti parti
del mondo. Quello che il maestro va esportando è l’unica merce a
buon mercato che ancora ci resta: l’eleganza.

L’eleganza, sì. La parola che gli ingegneri, un Eiffel per esempio,
aborrono e che gli stessi architetti pronunciano con sospetto, quando
sono più vicini agli ingegneri e ai tecnici in genere, dice subito, in
questo caso, della natura artistica, simbolica, rappresentativa della
miriade di esempi lasciati da Gio Ponti ed esprime abbastanza bene
la portata del suo intervento su prodotti d’uso comune, o quotidiano
o comunque di immediato consumo. La funzionalità del marmo,
del ferro, delle materie plastiche, non è tutto evidentemente. Ci vuole
anche la linea, lo stile, il mito, e ci pare appunto che Ponti sia riu-
scito più di tutti in Italia ad accreditare il mito della bellezza più che
della necessità dell’oggetto industriale. Essere lussuosi, l’abbiamo
visto, equivale per questo architetto a essere immorali. Ma essere
eleganti non solo significa essere tecnicamente a posto, ma anche e
più essere costantemente aggiornati.

Per concludere, nessuno ha avuto più di lui tanta influenza sul
gusto di Milano. E se Milano coi suoi venti grattacieli tende ad as-
somigliare oggi a New York ciò si deve certamente a ragioni eco-
nomiche, ma anche a quello spirito di emulazione, di concorrenza,
di iniziativa che è sempre stato così bene capìto e convogliato da
Gio Ponti e per il quale egli ha contribuito a fare, della capitale eco-
nomica d’Italia, il centro d’irradiazione del gusto italiano moderno
nel mondo, com’era già accaduto in altre epoche e per opera di altri
artisti ad altre città italiane, a Firenze, ad esempio, col suo Brunel-
leschi o a Roma col suo Borromini.

16

FERRO DAL CIELO

Che la luna sia abitata, o che sia l’opposto del sole, questa massa
gassosa che è tutto un fuoco d’artificio ininterrotto, inavvicinabile
e grandioso, lo si saprà fra non molti anni. Per ora è certo che a la-
pidare il nostro sfortunato satellite sono stati i bolidi e le meteoriti,
cioè i corpuscoli cosmici che nella prima quindicina d’agosto, divor-
ziando dalle comete, si fanno chiamare “lacrime di san Lorenzo”
dagli abitanti della terra. Scno lacrime che alle volte si convertono
in pietre e in pezzi di ferro scaraventati anche verso il nostro globo
terracqueo e, altre volte, si dissipano in pulviscolo. Parecchia pol-
vere cosmica è stata rilevata sulle nevi eterne del Monte Bianco e
del Monte Rosa. Le meteoriti, esaminate nel loro interno, non hanno
denotato tracce di materia organica e pertanto dovrebbero prove-
nire da astri, o soli, in cui v’è assenza di vita, così vegetale come ani-
male. Una delle traiettorie più frequenti del fiammeggiante strascico
di materiale cosmico che d’improvviso brilla nel cielo notturno e a
lungo andare si estingue, sembra scaturire dalla costellazione di Per-
seo, per cui alle stelle che cadono si è soliti attribuire il classico nome
di Perseidi, un nome da tragedia greca. In più, si concede loro un
pensiero, un voto, una speranza. Quei frammenti di luce, quelle fug-
genti apparizioni che abbagliano il firmamento stellato, forse appar-
tennero a mondi scomparsi, a piccoli pianeti disintegratisi. È un fatto
che bolidi e meteoriti, cadendo sulla terra, ogni anno l’appesantisco-
no di ben cinque milioni di tonnellate; ma per buona sorte non ce
n’accorgiamo, se non in rare circostanze. Ne riferiamo una.

Una gigantesca meteorite, del peso valutabile intorno al milione
di tonnellate, si abbatté nei paraggi di Tunguska (Siberia) nella mat-
tinata del 30 giugno 1908. Migliaia di persone videro scendere a 70
chilometri al secondo quel corpo incandescente, più abbagliante del



di Dante Pariset



Giuseppe Ceccarelli (Ceccarius) mostra le due
parti della meteorite di ferro di cui si parla
in questo articolo.

sole. I cronisti narrarono che fu possibile scorgere a centinaia di chi-
lometri dal punto di caduta un'altissima colonna di fumo. Il terre-
moto provocato dal rimbombante atterraggio si propagò su una su-
petficie di un milione di metri quadrati e fu registrato da sismografi
di lontanissimi paesi. Un’intera foresta, su un raggio di quaranta chi-
lometri, rimase calcinata. Successivamente, dato il carattere paludoso
della regione, i crateri formati dal bolide si colmarono d’acqua ed
un’abbondante vegetazione li mascherò così bene che non fu più
possibile trovare neppure un frammento della colossale meteorite.
Un altro cratere meteorico si spalancò all’estremo nord del Canada:
ampio due miglia e denominato Chubb, quel cratere è adesso pieno
d’acqua. Giace tuttora nel suo luogo di caduta, a Bacubirito nel Mes-
sico, una meteorite di circa ventimila chili.

Peserebbe intorno alle seicento tonnellate un’altra delle grosse
masse di origine cosmica precipitate sul nostro globo. Si trova infissa
in un cratere quadrangolare che essa ha scavato in un baleno, dalle
parti dell’Africa sud-occidentale, nel distretto di Grootfontein. Eccone
le dimensioni: metri 2,99 x 2,08 x 1,22. Leggermente diverse sono
le dimensioni della meteorite di Ranchito (Messico): metri 3,5 x 2 x 1,5.
Ma quanto grandi saranno i bolidi che — a quanto si afferma — rag-
giungono il sole, e devono appunto essere enormi, altrimenti non
hanno diritto alla gloriosa immersione nel mare di fuoco?

Fra le meteoriti imprigionate nei musei, fredde e forse tristi, ec-
celle quella che il commodoro Peary trasportò dalla Groenlandia.
Pesa 36 tonnellate e si trova nel museo di storia naturale di New
York, dove egualmente si possono ammirare la meteorite del Capo
York, del peso di 33,313 chilogrammi, e la cosiddetta Willamette,
che pesa 14 chili e 110 grammi. Nel museo dell’istituto di mineralogia





- a È A

La meteorite, come doveva apparire prima della sua spaccatura. Essa è grande quanto
una mela e pesa 290 grammi.

dell’università di Roma, diretto dal professore Ettore Onorato, è
conservato un magnifico esemplare di aerolite-olosiderite rinvenuto nel
1921 a Uegit nell’ex Somalia italiana, e descritto dal professore F.
Millosevich. Nella medesima Somalia, e precisamente a Bur Ghelani,
se non facciamo confusione, nel distretto di Bur Hacaba, si rinvenne
un’acrolite-condrite. Oltre alla bellissima collezione del predetto mu-
seo romano, una piccola raccolta di meteoriti si trova pure presso
l'istituto di metallurgia dell’università della capitale. Nei musei di
Rio de Janeiro, di Parigi e di Vienna, è possibile vedere le meteoriti
di Bendegò (kg. 5,360), di Charcas (7,800) e di Penkarring Rock (9,090).

Ancòra un interrogativo: dove sarà andata a finire la pietra meteo-
rica che si venerava nel tempio di Ermesa quale immagine del dio
Sole e poi portata a Roma dall’imperatore Eliogabalo, dal nome pari-
menti solare? Scomparsa. Un’altra pietra, di color nero e denominata
Ka’bal, era oggetto di venerazione nella Mecca. Che sia proprio quel-
la che ora è in Messico, pesa dieci chili e un etto, e l’hanno battezzata
“El Morito?” Ricco di sorprese, il Messico detiene la meteorite di
Chupaderos, che è divisa in due parti perfettamente combacianti.
Una parte pesa 14,114 e l’altra 7,070 chilogrammi. Fatto strano, la
medesima separazione in due è capitata alla meteorite, piccolina ma
carica di colori e di enigma, di cui è proprietario il nostro caro
commendatore Giuseppe Ceccarelli, già autorevole siderurgico e
tuttora sulla breccia quale romanista insigne, autore di testi fonda-
mentali con lo pseudonimo notissimo di Ceccarius.

La biblioteca di Ceccarius nella sua bella casa sull’ Aventino oc-
cupa tre ampi locali e forse qualche ripostiglio riservato. Pile di ri-
viste si affiancano, ordinatissime, a scaffali ricolmi di volumi vari, di
“pratiche” impacchettate, di classificatori e di ninnoli e soprammobili



Le due parti della meteorite come si presentano nell’ interno, con le evidenti tracce
di ferro.

d’eccezione. Appeso a una parete, un angioletto dorato elargisce una
lunga indulgenza plenaria. Vorremmo profittarne. Ampie gabbie affra-
tellano uccellini di multiforme foggia, provenienza e tinta.

Andammo da Ceccarius per toccare con mano la sua meteorite.
È della grandezza di una mela ed è spaccata in due... come una mela.
Ci trasferimmo in cucina con la meteorite, non certo per mangiarla,
ma perché Ceccarius non ne aveva mai controllato il peso. Sulla bi-
lancia, l’invidiabile antica valicatrice degli spazi interplanetari pesa,
con le sue due parti, 290 grammi. È bella. La foto a colori ci rivela
tutto il suo spento splendore. Ora che ha raggiunto la terra e la pace,
riposa in silenzio su un mobile del nostro amico, forse paga di non
aver fatto male ad anima viva. Non deve aver avuto il tragico destino
di quella pietra meteorica che nel 1550 uccise un frate a Milano. Si disse
che quel pio uomo fu soppresso da un’australite, oggetto di vetro di
sicura provenienza cosmica.

Il piccolo tesoro di Ceccarius è un’olosiderite, cioè non una pietra,
ma un blocchetto metallico, e la sua superficie è ricoperta da una spe-
cie di vernice, o vitrificazione. In genere, le olosideriti contengono in
prevalenza ferro quasi puro ed anche nichelio combinato a zolfo e @
fosforo, oltreché cobalto e idrocarburi, con tracce di silicati. Talvolta
le olosideriti includono tracce di stagno, piombo, manganese, arse-
nico, antimonio e platino. Quanto dire che le specie minerali delle
meteoriti corrispondono alle specie telluriche. All’opposto delle olosi-
deriti, le asideriti non sono che pietre, sprovviste o quasi di ingredienti
metallici, con presenza nella massa litoidea di quantità non trascura-

bili di sostanze carboniose. È verosimile che, nella vertiginosa caduta,
le asideriti consumino pressoché tutto il loro carbonio, bruciato dal-
l’attrito con la nostra atmosfera.

18

IL MUSEO DELLE CARROZZE

di Luciano Rebuffo

Ricordate la splendida scena del film di Visconti “Senso” nella
quale la contessa Serpieri in una carrozza lanciata a piena velocità
cerca di raggiungere il suo amante a Verona durante la guerra del
1866? Avrete certamente notato come, nel realismo tipico di Vi-
sconti, tutto fosse perfettamente a posto. Ma la carrozza non era
un rifacimento, magari perfetto, bensì un autentico landeau dell’Ot-
tocento prestato per l’occasione dal museo delle carrozze di Verona.

Tutti conoscono la magnifica città scaligera con i suoi monumenti
imponenti, le sue chiese, la stagione dell’opera all’Arena e persino
cose immaginarie come la casa e la tomba di Giulietta, visitate da
milioni di turisti. Pochi però sanno che Verona ha il vanto di ospi-
tare un museo unico nel suo genere, di un interesse veramente ec-
cezionale: il museo, appunto, delle carrozze ottocentesche.

Nel mondo si possono incontrare varie esposizioni di carrozze
(notissima quella di Lisbona); due esemplari sono anche al museo di
san Martino a Napoli, ma si tratta delle dorate e barocche carrozze
di gala dei secoli precedenti. La carrozza invece che ha raggiunto il
massimo del suo splendore e della sua perfezione, oltre alla quale
fatalmente non si poteva andare quando giunse l’epoca del motore
(così come le navi a vela avevano raggiunto il massimo splendore e
la maggior perfezione tecnica quando giunse il vapore), è quella ot-
tocentesca, costruita pezzo per pezzo da artigiani provetti, ed im-
ponente nella sua apparenza specialmente quando era-lanciata in corsa
trainata da focosi cavalli.

Chi si fosse trovato a Verona durante la fiera del 1948, che segnava
appunto il cinquantenario della fiera dei cavalli, e alla quale presie-
dette il presidente della repubblica, avrebbe visto passare per le strade
alcune di queste carrozze trainate da magnifiche quadriglie o da cop-
pie di cavalli al trotto. Si trattava, per così dire, dell’atto di nascita
del museo, anche se purtroppo di museo vero e proprio non si può
ancora parlare mancando la sede che però è già prevista e progettata
nella zona appunto della fiera. Da allora ogni anno in occasione della
“fiera zootecnica e dell’agricoltura” (che è una delle maggiori in Europa
nel suo campo), sfilano per la città queste romantiche carrozze con i
più bei cavalli che si possano trovare sul mercato veneto. Nel resto
dell’anno le carrozze sono conservate in un grande deposito, nei locali
della fiera, e possono essere visitate, data la squisita cortesia dei diri-
genti. Il materiale è tenuto in ottimo stato, allineato lungo le due
pareti alle quali sono appesi i relativi finimenti. Indubbiamente non
dovette essere facile mettere insieme una simile raccolta. Questa fu
la fatica del defunto commendatore Giorgio Giorgio che era stato
incaricato di preparare una sezione delle carrozze per quella che do-
veva essere l’esposizione di Roma del 1942 e che non avvenne per
cause belliche. Nel 1948 la raccolta fu generosamente donata al co-
mune di Verona, perché ne facesse un museo, dal figlio, il cavaliere
del lavoro Antonio Giorgio.

Questi veicoli hanno il fàscino romantico di tutte le cose ottocen-
tesche, accresciuto direi dal nervosismo e dal peso che nei nostri mo-
vimentati giorni esercitano le loro discendenti, cioè le automobili.

Le carrozze sono comodissime, contrariamente a quanto si po-
trebbe pensare, e noi lo abbiamo personalmente provato. L’interno

} 3 j



è solitamente addobbato con sfarzo, e coi sedili imbottiti, i cuscini
eccetera fornisce veramente il conforto di un salotto. I problemi tec-
nici naturalmente erano seri, come quello del molleggio, ma specie
negli esemplari della seconda metà del secolo il problema fu brillan-
temente risolto con sòlide balestre, timone maggiormente snodabile
eccetera. Dobbiamo pensare, oltre alla nobiltà e alla borghesia che
di questo veicolo si avvalevano non solo come mezzo di trasporto a
lunga distanza ma anche come mezzo di passeggio per la città così
come vediamo nelle celebri stampe e nei primi dagherrotipi, anche
all’artigianato che le produceva e che era suddiviso secondo precise
specializzazioni. V’erano coloro che costruivano a caldo le ruote di
legno con i relativi raggi, verano coloro che costruivano diciamo così
lo chassy, eppoi gli amatori che provvedevano ad incidere sul legno
lavori di indiscutibile valore decorativo. Poi v’erano, a parte coloro
che costruivano i vetri mobili dei finestrini, i fabbri che costruivano
le parti in ferro come le balestre, l’attacco del timone eccetera. Quindi,
i produttori di altri accessori come il freno e le lanterne. Queste
ultime splendide di ottone. Il predellino era un campione di praticità
(che potrebbe insegnare qualcosa ai predellini di certi nostri treni).
Esso si ripiegava contro la portiera senza sporgerne, quando la car-
rozza era in corsa, ma poteva essere aperto diciamo così a soffietto
e costituire tre gradini comodissimi che giungevano fino a terra.

Naturalmente il termine carrozza è un termine molto vago, come
dire automobile, perché i tipi erano i più diversi ed avevano nomi
del tutto particolari. La raccolta veronese, veramente bella nella va-
rietà dei suoi tipi e dei suoi colori, possiamo dire che contenga quasi
ogni esemplare di carrozza ottocentesca, dal semplice sediolino (trotter)
fino alla vera e propria diligenza postale. Le carrozze sono in nu-
mero di quarantatré (per la precisione due sono bighe romane rico-
struite, prive di qualsiasi valore, le altre quarantuna sono tutte origi-
nali, perfettamente conservate e, come ripetiamo, con tutti i relativi
finimenti in cuoio, compresi il collare per i cavalli, le redini eccetera).
‘Tra i tipi più importanti di carrozze presenti (ma si può fare una
casistica di importanza in questo caso?), ricordiamo un magnifico
landeau di gala, una “vittoria”, una victoria a coupé, quattro dog
cart, un break, un brougham, una daumont, un fiacre, un coche, un
char à bancs, due landeau, due sulki, un dos à dos, un dos à dos per
pariglia, un duo de dame, un’americana, due americane a quattro
posti, una berlina a quattro vetri.

I colori prevalenti sono, com'era nell’uso del tempo, il nero
e il rosso.

Che dirvi della fiera di Verona, proprietaria ed ospite di questo
magnifico patrimonio? Essa, come si disse, ebbe origine nel 1898
come fiera dei cavalli che si svolgeva in piazza Brà, lungo le mura del
Pallone. Poi, data la sua crescente importanza, fu trasferita nel
quartiere di Borgo Roma dove tuttora esistono le sue numerose co-
struzioni e dove sorgerà il museo delle carrozze con accesso diretto
dall’esterno. Va dunque ricordato che una manifestazione ormai nota
come quella della fiera di Verona può offrire al visitatore colto o
semplicemente amante delle cose passate una magnifica occasione
per trascorrere un’ora in pieno Ottocento.

















Quattro delle carrozze conservate dall’ente fiera di Verona: qui sopra, un phaeton per
tre cavalli. Il phaeton (che prende il nome da Fetonte, il personaggio mitologico che
volle guidare il carro del sole) era una vettura signorile a quattro ruote, scoperta.

Un esemplare di barouche alla Daumont. Questa vettura veniva solitamente trainata
da quattro cavalli guidati da postiglioni. Erano costoro cocchieri che nelle famiglie
signorili guidavano cavalcando un cavallo della pariglia.

















Uno stage di fabbricazione francese. Accanto al titolo nella pagina accanto, una sfila-
ta delle vetture in occasione della fiera di Verona. I colori prevalenti in queste carrozze
sono, com'era nell’uso del tempo, il nero e il rosso.

Un landeau di gala su cinghie. Si tratta di una carrozza elegante, larga, a quattro ruote
e due mantici che si aprono e si chiudono a piacere. Il nome deriva dalla città bavarese
Landau dove si fabbricarono le prime vetture di questo tipo.

20

GIOVINEZZA, GIOVINEZZA...

fo
È
E
1

I vari referendum organizzati da editori di libri e di riviste hanno sempre rive-
lato, nelle risposte, un aspetto comune. La richiesta cioè di pubblicazioni sulla storia
contemporanea.

Questo è un fatto altamente positivo poiché dimostra la volontà del pubblico
di informarsi, di prepararsi su un periodo storico che pur essendo così vicino, anzi
essendo stato da noi vissuto, è così mal conosciuto data la censura della dittatura
prima, la confusione della guerra dopo, e successivamente la difficoltà di lettura
di alcuni testi squisitamente ideologici o politici riservati quindi ad una minoranza
di studiosi.

La storia, infatti, può essere scritta e studiata in due modi : o con saggi che
ci indurrebbero a scrivere la parola “storia” con la esse maiuscola, quella cioè che
riguarda i grandi personaggi, le loro storiche decisioni, i documenti di archivio ;
e la piccola storia di ogni giorno, dei piccoli protagonisti cioè, la storia che ci dice
come il popolo ha sentito, vissuto, sofferto quella storia maggiore.

Appartengono a questo secondo tipo alcune opere narrative che sono uscite ulti-
mamente, e tra queste una, edita da Mondadori, scritta dal ministro Luigi Preti
con lo pseudonimo di A. M. Fabbri : “Giovinezza, Giovinezza...”.

Quest'opera di narrativa ha il pregio di rivelare, in un campo che lascia qua e
là intravedere l'impostazione squisitamente autobiografica, l’esperienza dei figli
della borghesia di una città di provincia padana, una piccola città circondata dalla
campagna. Si tratta infatti delle esperienze che i giovani universitari nati tra il
1910 e il 1920 hanno vissuto nelle piccole università, all’interno dei famigerati Guf.

Lo sfondo di una media borghesia di provincia, con dietro delle proprietà ter-
riere, è ben avvertibile nel libro (vogliamo dire, ad esempio, che l’esperienza nelle
grandi metropoli operaie è stata diversa, anche per gli appartenenti ai Guf), ed è
del resto esplicita nei maggiori personaggi che si incontrano via via, come Giulio
Govoni, Giordano Cavallari e tutti gli altri compreso Piero Cavalieri d'Oro detto
“Cagnara”.

Essi uscivano da famiglie borghesi che avevano visto il fascismo come una sal-
vezza della proprietà privata contro i sovversivi e avevano digerito benissimo anche
l'assassinio di Matteotti. Questi giovani erano dunque impregnati di fascismo e tro-
vavano nei Guf il modo di fondere la spigliatezza, l'iniziativa, la virilità predicata
dal regime con le intemperanze goliardiche. L'ambiente ne esce colto sul vivo, at-
traverso un’abilissima capacità letteraria che ci introduce direttamente in quei
tempi, in quelle tragicomiche circostanze.

Ecco così che la riunione di piazza cominciata col discorso di “Lui” che annun-
ciava la fondazione dell'impero (« Ne sarete Voi degni?» — «Sìiùiù» grida la folla),
è terminata dai guffini facendo mezzanotte sulla piazza al canto di « osteria nu-
mero uno — paraponzi ponzi po’ — una ganza per ciascuno — paraponzi ponzi po’ »
e, dopo, nella casa ospitale della Franca. Così passano gli anni di Nizza e Savoia,
del “libro e moschetto”, di Nuvolari, di “parlami d’amore, o Mariù”. Tra gli
entusiasmi suscitati dai capisquadra, con i facili ‘sfottò’ verso Starace, con i tronfi
gerarchetti, continua la vita di questi studenti dal crescente entusiasmo. Nella cit-
tadina solo pochi osano ogni tanto mostrare con questi giovani il loro antifascismo.



Solo un vecchio avvocato, un umile barbiere, il barbiere Arlotti che aveva capito
da solo, con l’esperienza, quello che tutti loro non avevano capito perché non si in-
segnava nelle università.

Piano piano incomincia ad accendersi qualche luce nell'animo di questi gio-
vani: dopo l'impero viene la Spagna, l'avvicinamento e l'alleanza con la
Germania, le leggi contro gli ebrei; ed ecco allora una lenta presa di coscienza
che fa loro toccare con mano di che cosa sia fatto il fascismo, e che cosa si celi vera-
mente dietro la facciata. Così come in altri la presa di coscienza avviene sui campi
di battaglia (vedi il libro di Nuto Revelli ‘La guerra dei poveri”), in questi gio-
vani avviene continuando la pigra vita di provincia e constatando l'incapacità
dei gerarchi, l’improntitudine degli sbruffoni, la realtà dei contadini che vivono
nella campagna. Così viene descritta la maturazione di un gruppo che può sinte-
tizzare benissimo l’esperienza di tutti i giovani figli della borghesia nati tra il 1910
e il 1920.

Il fallimento della campagna di Grecia comincia a dare il colpo di grazia e le
giornate al ‘“‘caffè Torino”, così vivacemente descritte, dove si ritrova ogni giorno
tutta la cittadinanza per bene, si intessono di più animate discussioni ed anche di
battute, come questa « perdiamo la Grecia ma ai gerarchi basta salvare la greca».

Dopo la presa di coscienza rinforzata dalle esperienze di coloro che prendono
parte alla tragica guerra, viene un’ulteriore maturazione che si svolge anche attra-
verso le prime letture per così dire proibite e quindi la prima conoscenza diretta
del liberalismo, del marxismo e delle altre teorie politiche. Intanto si avvicina il
crollo, l’Africa è perduta, avviene lo sbarco in Sicilia, tutti sono sgomenti, fino al
giorno del 25 luglio e poi del tragico sfasciamento dell’esercito nelle giornate di
settembre. I dubbi, le incertezze, i propositi di giovani ufficiali provenienti dai Guf
che si trovano per la prima volta a dover scegliere secondo coscienza vengono resi,
sia pure sinteticamente, con rara efficacia attraverso i colloqui di Giulio e Giordano,
mentre già iniziavano l’azione giovani come Gianni Carrettieri e Mario Salatini.
Di fronte alla tragica farsa della repubblica sociale, al ritorno del più torvo squa-
drismo, ai delitti più infami che insanguinano le strade della cittadina, (vedi “La
lunga notte del *43” di Giorgio Bassani) avviene l’incontro tra questi giovani ed
i vecchi antifascisti del periodo precedente la marcia su Roma, e con i contadini
in genere. Nasce così il movimento partigiano la cui storia dà vita alla parte terza
del libro, con atti di vero eroismo raccontati semplicemente, lontano dalla più pic-
cola retorica, come fossero fatti scontati. Anche quella del proclama di Alexander
ai partigiani è una pagina di una verità toccante (noi, che l’abbiamo vissuta, l’ab-
biamo sentita di un verismo commovente). Dopo la ritirata tedesca e la tragedia
sul fiume il libro termina « ... in piazza, come dieci anni prima ».

Esso contiene dei seri insegnamenti che dovrebbero essere utili a tutti e special-
mente alle nuove generazioni, così poco informate sui fatti che sono di capitale im-
portanza non solo per l'avvenire del nostro paese ma per la creazione di una sana
coscienza individuale. Esso, oltre ai non trascurabili pregi letterari, ha la forza
delle cose vere, vissute e sofferte, narrate con profonda coscienza perché gli altri
le imparino e non abbiamo a viverle e a soffrirle di nuovo. (l.r.)



FERRO IN CITTÀ

All’esposizione nazionale svizzera di Losanna, della quale parliamo
in altra parte della rivista, vi era un’area conquistata sul lago e di note-
vole interesse, oltreché estetico anche tecnico. Si voleva in tal modo riser-
vare il porto al riposo, alla distrazione, allo svago dei visitatori, al ristoro
e ai giuochi. Pur tenendo conto della provvisorietà, le costruzioni dovevano
evitare il falso folclore e dare un tono unitario e moderno al complesso.

Da una parte vi era il desiderio di inserirsi nell'ambiente del lago,
dall’altra la volontà di esprimere un’idea di diporto : queste due esigenze
hanno portato alla creazione di vastissimi ‘‘ombrelli” sotto ai quali, divisi
da muretti, vi erano vari ristoranti e relativi servizi; questi ristoranti
dovevano rappresentare gli ambienti e le cucine di ogni diversa regione
svizzera e per questo offrivano poi al loro interno decorazioni di carattere
speciale.

Gli “ombrelli” erano dunque delle vere e proprie vele policrome,
molto suggestive, tenute ad un'altezza che arrivava fino a venticinque

21

fotografia di Eugenio Carmi

metri che costituivano dei paraboloidi iperbolici in tela, rafforzati
da un reticolo di sottili cavi, ancorati in tre punti e sostenuti al centro da
un albero metallico di oltre sedici metri di altezza. I punti di ancoraggio,
uno dei quali è qui pubblicato, erano costruiti nel modo seguente : i cavi di
acciaio erano fissati a terra a blocchi di cemento armato e în acqua a fasci
di pali metallici di trazione e compressione infitti a circa venti metri di
profondità nel fondo del lago. La sfera di cemento pesava circa due tonnel-
late, trazione sessanta tonnellate per palo ; il numero dei cavi di acciaio
variava da sei a dodici per ancoraggio. Si trattava di cavi del diametro
da diciannove a ventidue millimetri. Le tende erano rinforzate da una
rete di altri cavi di acciaio del diametro di nove millimetri.

Questa è stata una delle realizzazioni tecniche più ardite e più sugge-
stive anche nei particolari come si può notare dalla foto pubblicata.

La superficie costruita coperta è risultata di 9500 metri quadrati,
mentre la superficie costruita non coperta era di 25.900 metri quadrati.

N
N

ITALIANE

BANDERUOLE



Pinacoteche, musei, chiese, campanili, palazzi costituiscono in Italia
un patrimonio artistico ben noto ai cultori di tutto il mondo. Sono l’espres-
sione della nostra arte maggiore. O bene o male (qualche volta più male
che bene), si sono conservati dal dilagare del cemento armato e delle altre
brutture della nostra epoca. O bene o male sono tutelati dalla soprinten-
denza ai monumenti e quindi possono continuare a vivere. Quella che
invece scompare, purtroppo, è l’arte minore, sono le piccole sensibili cose
che rappresentano la vita pratica di un tempo e che oggi, ‘‘grazie” anche
alla speculazione degli antiquari, vanno facendosi sempre più rare.

Prendiamo ad esempio le banderuole segnavento. Spesso bellissime,
opera di artigiani quasi sempre anonimi, esse dominavano i tetti delle
case 0 le cùspidi dei campanili per indicare la direzione del vento. Oggi
le abbiamo dimenticate, tanto che non vi facciamo nessun caso anche quando
ne incontriamo qualcheduna. È per questo che noi abbiamo compiuto un giro
alla ricerca di queste banderuole così delicate e semplici ricavate con estrema
perizia sfruttando tutte le particolarità tecniche del materiale, cioè del ferro.

Di solito la banderuola consiste in una figura di lamiera ritagliata,
rinforzata a tergo da una o più bande di ferro e sostenuta da una astic-
ciuola intorno alla quale può ruotare. Ecco così venirci incontro (ma biso-
gna guardare in alto verso il cielo), angeli che suonano la tromba, santi,
animali di vario genere, stemmi araldici, semplici bandiere con iniziali
del padrone di casa eccetera.

di Lucio Bozzano



Naturalmente le banderuole, essendo di ferro, hanno il loro principale
nemico nella ruggine ed è questa un’altra ragione per la quale è difficile
trovarne di intatte. Tra gli esemplari che abbiamo rintracciato ve ne sono
alcuni di mano evidentemente maggiore, cioè direttamente legati alla no-
stra arte rinascimentale e ciò accade specialmente in Toscana. Mentre
altri, ed in particolare quelli liguri, sono di mano più rozza, direttamente
apparentati quindi all’arte popolare. Tra le più belle banderuole vanno
segnalate indubbiamente il leone rampante, fiero e guerresco, che sta sulla
torre del Bargello in Firenze e il sant’ Antonio di Voltaggio che costituisce
un esempio molto raro : un santo con l’aureola è inginocchiato su una nu-
vola. Ma un fresco sapore, l’àlito ingenuo dell’arte popolare ci viene
nel caso dell’angelo con la tromba in Modena, un elaboratissimo angelo
di un movimento tutto barocco, che sembra lanciato in avanti quasi ad
atterrare le mitiche mura di Gérico ; nel gallo piacentino che porta le ini-
ziali F. B. che erano probabilmente quelle del padrone di casa ; e soprat-
tutto nell’incredibile san Lorenzo di Bobbio che ci appare con la graticola
in una mano e in una forma che lo apparenta all’arte dei popoli primitivi.

Tutte le banderuole qui pubblicate si trovano tuttora collocate nel posto
originale. I pochi esemplari rimasti costituiscono dunque (assieme alle in-
segne di negozio che sono ancora più rare), l’esempio di un artigianato del
ferro che ebbe epoche di grande splendore, e seppe raggiungere risultati
veramente positivi e, qualche volta, sfiorare addirittura l’arte.



NASCITA DEL TEATRO

2. TEATRO ROMANTICO E TEATRO COMMERCIALE

Con la sua fiducia nella ragione e nel progresso e con la sua cer-
tezza nel decadere di quelle condizioni storiche che allora determi-
navano l’infelicità dell’uomo, l’Illuminismo non poteva, evidente-
mente, trovare la sua espressione più compiuta nella tragedia. Essa
pone, infatti, alternative inesorabili circa i problemi fondamentali del-
l’esistenza: periodi favorevoli al suo sorgere, perciò, sono quelli che
vedono il verificarsi di grandi rivolgimenti sociali e politici purché
siano visti, però, dalla parte di coloro che soccombono. L’alto rango
degli eroi tragici, generalmente giustificato dalla necessità che la loro
caduta per risultare impressionante deve avvenire da un’alta posizione,
si spiega assai meglio se si considera la circostanza che la tragedia,
sia quella della Grecia dell’età di Pèricle, come quella dell’Inghilterra
di Elisabetta Tudor, o quella della Francia di Luigi XIV, è sempre
stata il riflesso del glorioso, ma inevitabile, tramonto delle aristocrazie.
Un nuovo ordine in ascesa, una classe che si afferma e che crede nel
proprio futuro non si porranno mai scelte così ineluttabili, a meno che
non le riferiscano al vecchio ordine in decadenza, alla vecchia classe,
battuta o in procinto di esserlo. Quando Eschilo volle celebrare, a
teatro, la vittoria di Salamina, scrisse una tragedia sull’avvenimento,
ma lo rappresentò dalla parte di chi aveva subìto la sconfitta, e infatti
il suo titolo è Z Persiani. La tragedia insomma è l’opposto dell’utopìa,
e la coscienza culturale europea del Settecento è, invece, essenzialmente
utopistica: anche per questo il documento teatrale più rappresentativo
del secolo è, come abbiamo detto nel capitolo precedente, la comme-
dia di Figaro.

L’ottimismo razionalistico ha in Rousseau, contemporaneo di
Voltaire e di Diderot, il suo critico più intransigente. Le tesi di Rous-
seau, che l’uomo civile è un fenomeno di degenerazione, tutta la civiltà
storica un tradimento del suo originario destino e la fede nel progresso
non un’utopìa ma una superstizione, per i teorici dell’Illuminismo sono
delle aberrazioni. La nuova Eloisa e Le confessioni furono i vangeli
dei romantici, ma il Contratto sociale e l’Origine della disuguaglianza con-
tenevano, secondo Marx, alcune delle idee che il socialismo scientifico
avrebbe poi sviluppato. Elementi romantici sono quindi già presenti
nel pensiero illuminista, allo stesso modo che il sentimento così esal-
tato dai poeti della generazione del 1830 è già alla base del romanzo
borghese del Settecento, da Richardson a Prévost. Come e più dei
precedenti, il secolo XVIII fu un tempo ricco di contraddizioni, una
delle quali è appunto quella fra Illuminismo e Romanticismo. Lo Str
und Drang, per esempio, il movimento così chiamato dal titolo del
dramma di Klinger (7empesta ed assalto), è certo un annuncio del Ro-

MODERNO

23

di Luciano Lucignani



Friedrich Schiller (1759-1805). La sua prima esperienza letteraria rivelerà presto idee
e sogni accarezzati nel suo spirito ma senza nessuna rispondenza con la realtà poiché
il giovane scrittore non ha alcuna esperienza della vita, Nel 1787 si trasferisce a Weimar
dove la sua esistenza trova finalmente ordine e quiete. Qui s’incontra con Goethe al
quale si lega d’amicizia: l’influenza è reciproca e benefica per entrambi. Dopo un pe-
riodo di astensione durante il quale insegna come professore all’università di Jena,
torna al teatro, e la sua maturità è ben altra: ogni sua prima rappresentazione è consa-
crata dal pieno successo. Da Schiller nasce il nuovo dramma germanico.

manticismo; ma è da considerare come vorrebbero alcuni una reazione
anti-illuministica, oppure una crisi del razionalismo, ma una crisi dia-
lettica, determinata cioè dalla necessità di passare ad un grado supe-
riore del pensiero? Vecchio e nuovo, com’è noto, non si contrappon-
gono come bianco e nero: il vecchio ha già in sé i motivi che il nuovo
poi svilupperà, così come il nuovo non potrà fare a meno di accogliere
almeno in parte l’eredità del vecchio. Le due opere più importanti
dello Sturm und Drang, il romanzo di Goethe, / dolori del giovane Wer-
ther, e il dramma di Schiller, / zzasnadieri, non si possono certo consi-
derare conservatrici rispetto alla rivoluzione operata dall’Illuminismo,
anche se da un punto di vista formale il loro carattere preromantico
è fuori discussione. « Le dichiarazioni del capo avversario definiscono
l’importanza reale delle grandi opere dello Sturm und Drang molto
meglio delle dichiarazioni apologetiche della storia della letteratura
borghese » dice Gyòrgy Luk4cs e riferisce il giudizio che un principe
tedesco aveva dato a Goethe sul dramma di Schiller: « Se io fossi
stato Dio in procinto di creare il mondo e avessi preveduto che sareb-
bero stati scritti / zzasnadieri di Schiller, non avrei più creato il mon-
do ». (Eckermann, Co/loqui con Goethe, Firenze 1947, pagina 169).

Il dramma che Schiller scrisse appena ventenne e che, rappresen-
tato a Mannheim, lo costrinse a scegliere tra la fuga e l’oppressione,
pone con chiarezza il problema che sarà al centro della letteratura ro-
mantica e di quella del realismo borghese: il problema dell’eroe posi-
tivo. Ed è sintomatico che questo dramma, il più tipico d’un movimento
che ambiva a rivalutare, nei confronti del “borghese” posto dagli
illuministi sull’altare del nuovo teatro, l’individuo eccezionale, “l’eroe”
nel senso moderno del termine (come, nella lirica, la stessa epoca
vedrà esaltato il “genio”), sia proprio l’esaltazione della libertà nel
suo momento negativo, come distruzione d’un ordine ingiusto, rea-
lizzata mediante il ricorso ad una violenza ribelle a qualsiasi freno,
qual è, appunto, quella che ispira l’azione di Karl Moor, il giovane
conte fattosi fuorilegge, protagonista de / mrasnadieri. Eccone un esem-
pio; Karl e i suoi compagni sono nella foresta di Boemia e stanno per
essere attaccati dalle forze governative. Un frate è venuto a parlamen-
tare perché s’arrendano, ed ecco come gli risponde Karl Moor:
KARL — Scostatevi! Che nessuno osi toccarlo! (.A/ frate, estraendo la spada) Vedete,

padre, qui ci sono settantanove uomini, di cui io sono il capo; nessuno di essi

è in grado di manovrare ad alcun comando, nessuno di essi è abituato alla mu-

sica del cannone; e là, fuori, ci sono settecento uomini invecchiati sotto le armi.

Ascoltatemi tuttavia. Questo adesso vi dice Moor, il comandante degli incen-

diari: è vero, sono stato io ad uccidere il conte vostro signore, sono stato io

ad incendiare e saccheggiare la chiesa di san Domenico, ad appiccare incendi
alla vostra bigotta città, a scaraventare la polveriera sul capo di buoni cristiani.

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qui sopra: figurino di Eugène Delacroix per “Amy Robsart” di P.
Foucher e Victor Hugo.
Nel campo della pittura Delacroix rappresentò il maggior esponente del

R ici il compl movi culturale e artistico sorto alla
fine del Settecento e affermatosi nel secolo successivo. Nato in Germania
come reazione al predominio della cultura francese, illuministica e clas-
sicheggiante, il Romanticismo si estende poi in tutta Europa pervadendo
ogni campo della cultura con aspetti vari e diversi. Nel campo delle
arti figurative, specie in pittura, gli artisti vi cercano una immediatezza
di stile che permetta la più diretta espressione dei sentimenti. A Victor
Hugo, innovatore della poesia, spetta invece il titolo di capo della scuola
romantica francese. Sia in verso che in prosa egli fu un inesauribile
creatore di figure umane, alcune delle quali veramente vive.

nella pagina accanto: incisioni di Chodowiecki dell’opera “Cabala e
amore” di Schiller, terzo dramma dell’epoca giovanile del poeta.
Una già più efficace pittura della realtà, dove il conflitto è fra onesta
borghesia e corrotta aristocrazia, si trova in quest'opera in cui si
sente che il poeta ha avuto a modello la vita di una piccola capitale
tedesca del suo tempo. È possibile che l’opera, ancor dopo un secolo
e mezzo amata e applaudita specie nei paesi nordici, al nostro gusto
latino appaia fatta di contrasti esagerati con abuso di pathos melo-
drammatico e di crudo macchiettismo. Ma essa è un frutto maturo
del suo tempo; audace battaglia a favore della virtù umana calpestata
da sovrani incontrollati e funzionari corrotti, già annuncia la vigilia
della rivoluzione francese e realizza quel “dramma borghese” che
trionferà sulla scena di tutto l’Ottocento.

Ma non basta: ho fatto di peggio. (Stende /a destra) Guardate i preziosi anelli
che porto alle dita; e andate e comunicate al senato per la vita e per la morte
ciò che udrete e vedrete! Questo rubino lo presi al dito d’un ministro che io,
inseguendolo, stesi ai piedi del principe. Venuto dalla plebe era diventato, a
forza di adulazione, il favorito; la rovina del prossimo era lo sgabello della sua
ascesa, il pianto degli orfani lo aveva portato così in alto. Questo diamante,

invece, lo presi a un consigliere della finanza che vendeva cariche onorifiche e

uffici al maggior offerente, e cacciava dalla sua porta i patrioti in lutto. Quest’àgata

la porto in onore d’un prete del vostro calibro, strozzato con le mie mani, men-
tre dal pùlpito lamentava l’indebolirsi del potere della Santa Inquisizione. Potrei
raccontarvi altre storie dei miei anelli, se non fossi già pentito delle parole sciu-
pate con voi. (Atto secondo, scena terza).
Il sinistro avvertimento di tempesta che lo Sw nd Drang in-
troduce nell’ottimismo utopistico degli illuministi si spiega con le
condizioni politiche e sociali della Germania alla fine del Settecento,
così diverse da quelle della Francia nella stessa epoca. Dovunque, in
Europa, le lotte di classe del feudalesimo conducono, attraverso la
monarchìa assoluta alla creazione dell’unità nazionale; in Germania
invece la guerra dei contadini (1525) conclusasi con la vittoria dei
principi significa il perpetuarsi e l’irrigidirsi dello smembramento
feudale della nazione tedesca, e tale evoluzione ha ritardato per lungo
tempo il sorgere d’una cultura borghese. «In Occidente si combat-
tono già le prime battaglie della lotta della classe operaia che tende
ad emanciparsi, quando in Germania nel 1848 sorgono per la prima
volta in forma concreta i problemi della rivoluzione borghese». (Gyòrgy
Lukacs, Goezbe e il suo tempo, Milano 1949). Che cosa poteva farsene
dunque la miseria tedesca dei “lumi” che la cultura d’avanguardia
europea le metteva a disposizione? Come poteva il “borghese”, cioè
un'entità astratta per la maggior parte della popolazione tedesca, as-
sumere il carattere d’eroe nazionale? Quale fiducia nella ragione e nel
progresso potevano avere scrittori come Schiller vissuto, fino al-
l'epoca di Weimar e per i suoi ideali di libertà, in mezzo agli stenti;
come Forster, morto esule a Parigi; come Herder, cappellano a Wei-
mar; o infine come Moser e Schubart, che scontarono con lunghi
anni di prigionìa il coraggio di essersi espressi liberamente? Era na-
turale che in una situazione simile nascesse un movimento come lo
Sturm und Drang, una specie di Espressionismo “ante-litteram”, il
quale non si contentasse di poeti ma chiedesse geni, e non ponesse
sulla scena individui che accettavano l’ordine sociale esistente, ma eroi
che fossero in grado di abbatterlo, o almeno di agire disperatamente
in una condizione che era disperata. Quella che Schiller esaltava ne
I masnadieri era la sola libertà in grado di dar frutti nell'atmosfera op-
primente del principato di Wiirttemberg; come del resto il poeta indi-
cava chiaramente, ponendo il motto “In tyrannos” sul frontespizio
della sua seconda edizione. Singolare coincidenza: / masnadieri fu
stampato nel 1781 (ma rappresentato l’anno dopo); nel 1777 in Italia,
Vittorio Alfieri che potrebbe essere considerato il maggiore rappre-
sentante dello Sr und Drang italiano, scriveva un trattato intitolato
Della tirannide, che pubblicava però nel 1789. L’Italia non è la Germania
e Alfieri, senza dubbio, non è Schiller: ma le analogie storiche, sociali,
politiche e poetiche sono tuttavia notevoli, e chiarissime. Il passato
rimane oscuro soltanto per chi non vuole arrendersi alla sua luce.

Il carattere di classe del dramma borghese è già implicito, pos-
siamo dire, nel suo atto di nascita; quando Diderot dichiara che la
condizione sociale dei personaggi è più importante della loro psico-
logia individuale, stabilisce, di fatto, un’identità fra conflitto dram-
matico e conflitto di classe. Diderot e gli illuministi esprimevano gli
ideali d’una borghesia rivoluzionaria, cioè d’una classe portatrice di
libertà; quella che, appena un secolo più tardi, sconvolta dalle rivolu-
zioni liberali del 1848, è riuscita, a prezzo di sacrifici assai duri, a con-
servare il potere, è una borghesia molto diversa e naturalmente meno
incline al dibattito sociale. Quando, perciò, negli ultimi decenni del
secolo XIX, Ibsen comincerà a suonare la campana a morto, le posi-
zioni almeno apparentemente sembreranno rovesciate: al centro del
dramma ora c’è l’individuo e il conflitto si accende tra la sua volontà
di realizzarsi compiutamente (ossia di essere un uomo, non un borghese)
e le meschine convenzioni della società. Tra il dramma che accompagna
la sua ascesa e quello che annunzia il suo declino, la borghesia si è
espressa sostanzialmente in due forme di teatro: una, che è nata con
lo Sturz und Drang e si estenderà poi fino al melodramma, è il dram-
ma romantico; l’altra, artisticamente meno rilevante ma molto impor-
tante socialmente, è il teatro commerciale, vero e proprio genere di

consumo, riassunto nella formula della pièce-bien-faite (cioè dell’opera
costruita come una perfetta macchina teatrale). Questo genere as-
sume valore per il fatto che la borghesia ha portato, in certo senso,
il teatro su un piano industriale; da questo momento infatti comincia
l’autorità di quell’entità astratta che si è convenuto di chiamare “pub-
blico”. Sarcey, il più rappresentativo fra i critici teatrali del tempo,
afferma senza reticenza alcuna che la sostanza del teatro è il pubblico
e che nella rappresentazione di un dramma è possibile prescindere da
tutto ma non dagli spettatori; per farsi una idea del peso che assume
l'opinione di questi spettatori basta osservare lo sviluppo dei teatri
in una città come Parigi: il decreto di Napoleone (1807), aveva ridotto
ad otto soltanto, da diciotto, le sale di spettacolo della capitale francese,
ma appena mezzo secolo dopo esse sono già più di trenta, senza tener
conto degli edifici di più antica fondazione come l’Opéra, l’Opéra
Comique, la Comédie Frangaise, la Comédie Italienne e i vari teatri
della foire, i jardins publics e così via. Parliamo di Parigi perché il teatro
francese del secondo impero è in realtà il teatro europeo del tempo:
Scribe, Augier e Dumas figlio portano la tecnica della pièce-bien-faite
ad una tale perfezione che essa praticamente diventa il modello di
ogni forma di teatro commerciale e tale resta per almeno un secolo.
Lo stesso Ibsen, quando abbandona i temi del folclore scandinavo e
il verso, scrive drammi concepiti sul modello di quella tecnica; la rot-
tura avverrà poi solo con Cechov, che nella storia del dramma rap-
presenta l’equivalente dell’Impressionismo nella storia della pittura.
Tuttavia non si deve pensare che Scribe, Augier e Dumas figlio fab-
brichino delle semplici macchine da teatro, senza alcun rapporto con
le questioni vive nella coscienza sociale della loro epoca. Anzi, si può
dire che l’ideologia borghese si esprima in esse con tutti i suoi tratti
caratteristici, senza neppure il velo che un’interpretazione più profon-
da avrebbe certo posto fra loro e il pubblico. I temi fondamentali
dell’ideologìa borghese, l’onore, l’amore, il denaro, vengono ridotti
sulla scena ad un unico denominatore comune: la famiglia. Per la bor-
ghesia la famiglia è la società, e i diritti e i doveri nei confronti della
famiglia sono i diritti e i doveri sociali, l’ordine, la compattezza e
la prosperità familiari garantiscono la tranquillità e il benessere sociale.

L’amore, per esempio, è un argomento che Scribe tratta in modo assai
significativo; in tre commedie rispettivamente intitolate // zz4trizzonio
di ragione, Il matrimonio d'interesse e Il matrimonio d’amore (1826, °27 €
?28), discute le diverse ipotesi di soluzione della questione e non solo
esalta il matrimonio dettato dalle necessità inerenti alla posizione so-
ciale (quello “di ragione’), ma condanna anche quello d'interesse e
quello d’amore che sono, a suo avviso, fonti di disordine sociale.

L’amore, del resto, è anche il tema di Dumas figlio e di Augier: alla
Signora dalle camelie, con la quale il giovane Dumas pagava il suo de-
bito agli ideali romantici, disegnando quella figura che poi sarebbe
diventata così convenzionale, della prostituta redenta dall’amore,
Augier oppose // matrimonio di Olimpia, nel quale si scagliava contro
« queste sciocchezze dell’amore che redime e della verginità dell’ani-
ma », come dice uno dei personaggi. Augier passa in rivista tutti i
feticci dell’epoca: i veri protagonisti delle sue commedie sono appunto il
Denaro, il Lusso, la Dote, il Divorzio eccetera; la preoccupazione prin-
cipale dell’autore è che l’ordine non venga turbato, che la compàgine
familiare non subisca scosse e che in definitiva le regole del giuoco, cioè
le norme sulle quali si regge l’equilibrio sociale, siano sempre rispet-
tate. Con Dumas figlio il carattere programmatico di questo teatro
diventa ancora più esplicito; nel Derzi-Monde, che è un’altra delle sue
commedie più famose, il protagonista dopo esser riuscito a salvarsi
dal matrimonio con una donna non precisamente rispettabile, dichiara
i motivi della propria legittima soddisfazione in questi termini: « La
ragione, la giustizia e la legge sociale vogliono che un uomo onesto
prenda per moglie soltanto una donna onesta ». Di sentimenti non se
ne parla neppure, perché essi rappresentano appunto quell’elemento
di disgregazione dal quale è necessario guardarsi, se, come dirà acuta-
mente poi Zola, non si vuole finire con una bancarotta. Il carattere
antiromantico di questo teatro si giustifica soprattutto con questa
necessità di non andare incontro a delle incognite, e praticamente di
adeguare la condotta individuale alle esigenze sociali. Esattamente il
contrario dunque, di quello che di lì a poco chiederà Ibsen, quando
inizierà il suo processo alla borghesia europea.

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25

26

FIERE ITALSIDER





Tre diversi aspetti del padiglione Italsider alla ventottesima fiera del levante di Bari.
Nel padiglione erano esposti campioni di prodotti realizzati da aziende utilizzatrici me-
ridionali con acciaio Italsider, prevalentemente zincato. Sono stati pure esposti spezzoni
di tubi di acciaio saldato e di travi HE ad ali larghe parallele che rappresentano le tipi-
che produzioni dei due centri siderurgici di Taranto e di Bagnoli. Un pannello fotogra-
fico che illustrava le fasi principali della costruzione dello stabilimento di Taranto e
una serie di diapositive che pr ava suggestiv te alcuni tipici profilati rica-
vati da acciaio zincato completavano lo stand allestito dal grafico Mimmo Castellano.





L’Italsider alla prima fiera internazionale di Algeri, inaugurata il 26 settembre scorso.
Lo stand, oltre a numerosi pannelli e grafici, esibiva un tubo saldato prodotto dallo
stabilimento di Taranto il quale ha fornito recentemente un importante quantitativo di
tubi per un impianto algerino, L’allestimento è stato curato dal grafico Sergio Degipo.





BECRITL

CRITICO



Alla diciannovesima mostra delle conserve e degli imballaggi tenuta a Parma nel set-
tembre scorso, l’Italsider ha partecipato con uno stand allestito dall’architetto Marco
Loi e dal grafico Umberto Piombino nel quale erano illustrate le possibilità, oggi pra-
ticamente illimitate, di inscatolare le bevande in genere e la birra in particolare. Su una
grande parete era stata sviluppata, facendo ricorso all'animazione, una breve “storia
del barattolo”. Un’altra parete era dedicata all’illustrazione, sempre ani del pro-
cesso di i I di al b de. Completava lo stand una serie di pannelli
che documentavano l’apporto dell’Italsider alla produzione italiana di latta. Nel corso
della manifestazione si è svolta, a cura dell’Italsider, la giornata della banda stagnata
organizzata allo scopo di fare il punto sullo stato attuale degli studi e delle ricerche nel
campo dell’inscatolamento. Nelle due foto, una delle pareti animate e i curiosi aggeggi
che sono serviti ad animarle.









27

L'ESPOSIZIONE NAZIONALE SVIZZERA DI LOSANNA

di Margit Staber

IL SETTORE ‘EDUCARE E CREARE” DELL'ARCHITETTO Max BILL

L'esposizione nazionale svizzera che si ripete ogni venticinque anni
ha avuto luogo quest'anno a Losanna. La zona dell’esposizione, di 550 000
metri quadrati, sta immediatamente sulla riva del lago di Ginevra. Si
tratta di un parco alberato ottenuto con il riempimento dello specchio
acqueo. Il visitatore poteva farsi un'idea del complesso espositivo con un
viaggio su una monorotaia appositamente allestita.

I sette architetti dei diversi settori avevano ricevuto l’incarico dal
capo-architetto Alberto Camenzind di concepire i loro fabbricati nel senso
cosiddetto ‘‘multicellulare’’. Vale a dire partendo da una costruzione
volumetrica unitaria pluricellulare aggiungendo e variando corrisponden-
temente alle esigenze dei singoli temi. Max Bill aveva l’incarico di pro-
grammare i problemi culturali nel quadro del tema ‘““L’arte del vivere”
e di configurare i fabbricati a questo scopo. Il suo settore ‘Educare e creare”
conteneva la rappresentazione delle arti, scienza, ricerca, pianificazione
regionale e cantonale, come pure problemi generali della configurazione
del mondo circostante. Superficie fabbricata circa 20 000 metri quadrati.

I fabbricati costituivano, assieme all’entrata orientale dell’esposizione,
una unità architettonica e stavano direttamente sulla riva del lago. Essi
constavano di padiglioni cubici sistemati intorno ad una ‘‘corte delle arti”
centrale fiancheggiata da venti plastici di colore dureo. In questa corte
vi erano il teatro e la sala da concerti, una libreria, uno studio radio,
un'esposizione d’arte, bar e ristorante, e da qui si dipartivano î singoli
viali dell’esposizione. Così si è creato il settore ‘Educare e creare”, una
specie di centro culturale modello riservato ai visitatori, coi centri di for-
mazione e artistici nonché di divertimento situati all’intorno. Quasi l’in-
tera superficie aveva una copertura di tre metri e mezzo cosicché il visi-
tatore veniva a trovarsi sotto ad un tetto che lo proteggeva dalle intemperie
come în un bosco di colonne trasparenti. Le zone espositive vere e proprie
erano alte il doppio in modo che attraverso alla copertura generale la luce
incideva sugli oggetti esposti.

Il principio costruttivo sviluppato da Max Bill per i suoi fabbricati
si basava su un modulo (un autentico meccano) di metri 5 x 5 dal quale
era stata ricavata mediante suddivisione la massa per le pareti. Ciò ha
în pratica una serie di vantaggi. Prima di tutto una grande flessibilità
nella disposizione della pianta. Poi il fatto che si dovettero produrre solo
pesi relativamente piccoli e che mediante la minuta diramazione della
costruzione i carichi sulle singole fondazioni poterono essere ridotti di molto,
cosa che comportò notevoli risparmi di costo se si pensa al cattivo terreno
fabbricabile. Alla fine dell’esposizione l’intero impianto poté essere smon-
tato con possibilità, perciò, di reimpiego altrove.

La struttura constava di appoggi in tubo e lamiera d’acciaio-travi a
gola. Queste avevano, con i capannoni più grandi, lunghezze di luce di
IO, I5, 20, 0 25 metri, coperte da rete a tubo posata superiormente.
La testa degli appoggi era formata in maniera che da tutte le parti le travi
a gola o gli elementi d’irrigidimento della copertura di contorno potevano
essere avvitati. Gli appoggi erano immersi nelle fondazioni e queste con-
tenevano le canalizzazioni per l’acqua piovana. Su questo sistema di
travi a gola erano fissati profilati a gola di eternit di 5 metri di lunghezza,
autoportanti. Mediante la combinazione dei profilati a gola di eternit,
delle travi a gola, degli appoggi in tubo e delle connessioni delle fondazioni
era regolata tutta la protezione contro la pioggia. Le pareti esterne e la
maggior parte di quelle interne erano fatte di compensato di legno rive-
stito di fogli PVC. Per le pareti trasparenti era stato sviluppato un ele-
mento in polyster.

Per la costituzione tematica interna Max Bill scelse metodi possibil-
mente semplici che dovevano impressionare senza troppo artificio grafico.
La situazione della Svizzera veniva illustrata o dagli stessi oggetti esposti
o attraverso i temi realizzati in forma di prestazioni culturali come il
cinema, la biblioteca, il teatro e la sala dei concerti.

Appoggi in acciaio zincato a fuoco con
funzioni anche di smaltimento dell’acqua
(travi a gola), con le teste di appoggio
formate su quattro lati.



Piede dell'appoggio prima dell’affoga-
mento nella fondazione. Questa contiene
lo scarico dell’acqua del sistema di ca-
nalizzazioni.

ii



costruttivo: la
testa di appoggio con le travi a gola
(guarnizione piastra in materia sintetica
- gomma sintetica),

Importante particolare



Capannone espositivo del reparto ‘ edu-
care e creare”. La parte destra del-
l’edificio appartiene al capannone per le
arti grafiche. A sinistra, invece, il foyer
e il caffè della stampa. Il fronte verso
il lago è vetrato nella parte inferiore.

28

GLI IROCHESI FUNAMBOLI DELL'ACCIAIO

di Aldo Rossi

Di un gruppo di Mohawk di sangue misto — chiamati Caughna-
waga dal nome della loro riserva sulle rive del fiume san Lorenzo,
a Quebec — ci vengono illustrate, in un interessante saggio di Joseph
Mitchell, le particolari, straordinarie capacità di ‘“funamboli dell’ac-
ciaio”. Quella dei Mohawk è una tribù di indiani Irochesi, il grande
popolo dell’America settentrionale, del quale crediamo opportuno
dare qualche cenno: l’impero irochese esisteva e andava sempre più
espandendosi già all’epoca dello sbarco dei primi europei nel nord-
America; aveva il suo fulcro in quello che oggi è lo stato di New York,
nel territorio compreso tra il lago Erie ed il fiume Hudson; e, nel XVII
e XVIII secolo, conquistò un territorio che andava dal Mississippi
fin dentro i confini della Nuova Inghilterra, e dal san Lorenzo al Ten-
nessee. La confederazione, o lega degli Ircchesi, formata dalle tribù
dei Mohawk, dei Seneca, degli Onondaga, degli Oneida, dei Cayuga,
a cui si aggiunsero, in un secondo tempo, i Muscarora, fu fondata
— pare — verso il 1570, e viene considerata come l’unico risultato
durevole raggiunto dagli indiani dell’est, nel tentativo di unire e dare
un solo governo alle tribù disperse. Divenne, verso il 1715, la grande
intermediaria tra bianchi e indiani, legandosi con rapporti commer-
ciali ad inglesi ed olandesi; e conservò e sviluppò sempre, nel corso
di questi contatti, e col trascorrere degli anni (a differenza di altre
popolazioni indiane) gli elementi della sua cultura tradizionale: sino
ai giorni nostri, si può dire, malgrado le varie traversìe subite, gli
smembramenti e le emigrazioni. La storia dei Caughnawaga è, ap-
punto, una storia di emigrazioni: del trasferimento, avvenuto verso
il 1668, a Quebec, lungo il corso del san Lorenzo, di centinaia di fa-
miglie irochesi che vivevano sparse nella zona settentrionale e oc-
cidentale dello stato di New York, convinte a partire da alcuni mis-
sicnari gesuiti venuti dalla Francia; ai successivi altri quattro sposta-
menti, compiuti sempre risalendo il corso del fiume, e acquisendo
nuove terre, fino alla sistemazione definitiva, nel 1719, là dove è l’at-
tuale Caughnawaga.

Nei primi anni dell’esistenza di Caughnawaga, gli uomini conti-
nuarono ad esercitare le attività tradizionali degli antichi Irochesi,
malgrado i gesuiti cercassero di trasformarli in agricoltori: pescavano
d’estate, e andavano a caccia di cervi, alci, orsi in autunno e inverno.
Verso il 1700, però, alcuni giovani iniziarono un nuovo tipo di lavoro:
entrarono nel giro del traffico di pellicce e divennero guidatori delle
canoe che, in piccole flotte, trasportavano merci varie ai lontani de-
positi del san Lorenzo e degli affluenti, ritornandone con il carico di





page

Ri





Una maschera di viso falso degli irochesi. Questa maschera grottesca viene indos-
sata nelle danze dai membri di una associazione segreta derivata dai “volti falsi” che
sono, nella concezione degli irochesi, dei folletti dei boschi.

pellicce. Un mestiere duro, ma gradito agli indiani, che vi si dedi-
carono in massa fino a quando, declinato tra il 1830-50 il commercio
delle pellicce, non furono costretti a cercarsi altre occupazioni; alcuni
divennero guidatori di immense zattere cariche di legname attraverso
le cascate di Lachine, altri si decisero a fare gli agricoltori, o i fab-
bricanti di mocassini e scarpe da neve, o i venditori ambulanti di
fàrmaci estratti da radici, erbe e semi; altri ancora, mèmori della tra-
dizionale arte mohawk della danza, entrarono a far parte di circhi
equestri; molti, poi, si dispersero per Montreal, lavorando occasional-
mente, o passando le giornate nell’ozio, a bere brandy del più scadente.
Fu nel 1886 che avvenne un fatto nuovo: la Dominion Bridge Company,
la più grande impresa costruttrice di strutture in ferro ed acciaio del
Canada, iniziò a costruire, per la compagnia ferroviaria Canadian Pacific
Railroad, un ponte sospeso sul fiume san Lorenzo che, sulla riva me-
ridionale, raggiungeva un punto proprio a valle di Caughnawaga.
Le due compagnie, in cambio del diritto sul territorio della riserva,
per l’erezione del ponte, si impegnarono ad impiegare nei lavori il
maggior numero possibile di Caughnawaga. Come manovali, nello
scarico dei materiali, secondo gli accordi... « Ma gli indiani — e
qui lasciamo la parola ad un funzionario della D.B.C., che narra i
fatti in una lettera — non parevano molto soddisfatti di tale occu-
pazione e coglievano ogni occasione per avventurarsi sul ponte, tanto
che divenne impossibile tenerli lontani dalle opere. Progredendo la
costruzione, apparve chiaro ai dirigenti che gli indiani possedevano
una straordinaria qualità: ossia non dimostravano paura alcuna delle
grandi altezze. Se riuscivano a sfuggire alla sorveglianza, si arram-
picavano lungo gli archi del ponte e camminavano lassù, calmi e
impassibili come i più incalliti tra i nostri operai specializzati, la
maggior parte dei quali era allora costituita di vecchi lupi della ma-
rina a vela scelti proprio per la loro capacità di lavorare sospesi
a grandi altezze ».

« Gli indiani erano agili come capre. Camminavano sulle travi sottili
lanciati nel vuoto sopra il fiume, che è in quel punto particolarmente
impetuoso, orrido a vedersi così dall’alto, ed era come se facessero
una passeggiata in campagna. Il fragore della ribattitura, così assor-
dante da trapassare i timpani e capace da solo di dare nausea e vertigini
ai novellini del mestiere, li lasciava assolutamente indifferenti. Fa-
cevano continue domande sulla tecnica della ribattitura e non davano
pace ai capi: volevano provarsi personalmente in quel lavoro che è,
nel campo delle costruzioni, il più pericoloso, e il più rimunerato.





La copertina di un romanzo di Salgari nella quale vediamo raf-
figurato il capo irochese Uttagori: così la fantasia di genera-
zioni di ragazzi ha sempre visto l’indiano, indomito e feroce.

il loro ©

29



Gli indiani oggi: operai irochesi intenti alla costru-

zione dell’Empire State Building. Importante è stato
alla costruzi dei

i in

acciaio della nostra più recente civiltà.

È difficile trovare chi sia disposto a farlo e ancor più chi sappia farlo,
e ci sono momenti in cui non si dispone di un numero sufficiente di
operai specializzati. Decidemmo dunque che sarebbe stato un van-
taggio per tutti mettere alla prova gli indiani, ne scegliemmo alcuni,
li addestrammo, e non tardammo a scoprire che indiani e chiodi erano
fatti gli uni per gli altri. In altre parole erano costruttori di ponti nati.
Non risulta dai nostri archivi quanti esattamente si siano fatte le
ossa lavorando a quel ponte. Corre voce nella compagnia che si
trattasse di dodici, il numero sufficiente a formare tre squadre di
ribattitori ».

Nell’erezione di strutture di acciaio agiscono, inizialmente, i mon-
tatori, che hanno il còmpito di mettere in posizione l’acciaio, già
tagliato e lavorato, unendone i vari pezzi con un certo numero di
bulloni provvisori; successivamente i carpentieri, che congiungono
i pezzi dopo averli messi a piombo, ed inseriscono altri bulloni prov-
visori: a questo punto del lavoro entrano in azione le squadre, di
quattro persone, dei ribattitori. Uno dei quali sta su una piattaforma
di legno, con un fornello portatile a carbone, dove arroventa i chiodi,
mentre gli altri tre si calano, con i loro attrezzi, su una piccolissima
impalcatura di legno sospesa con funi alle strutture dove devono la-
vorare. L’addetto alla forgia lancia il chiodo arroventato ad uno degli
uomini sul ponte, l’inseritore, che lo raccoglie al volo in un recipiente
metallico, lo afferra con le pinze e lo inserisce, facendone aderire la
testa al piano della struttura d’acciaio, in uno dei fori della struttura
stessa, liberato nel frattempo, da uno dei due compagni, del bullone
provvisorio. Applicato, per assicurare la aderenza, un controstampo,
entra in azione il terzo compagno, il ribattitore che, con il martello
pneumatico, preme il gambo sporgente del chiodo, ancora arroventato,
sagomandolo a forma di capocchia. E così via, migliaia di volte, sul-
l’esiguo ponte sospeso ad un’altezza vertiginosa, scambiandosi di
tanto in tanto i còmpiti, e sostituendo — più spesso che gli altri —
il ribattitore, il cui lavoro è il più estenuante.

Gli indiani Caughnawaga, terminato il lavoro sul san Lorenzo,
passarono sùbito alla costruzione di un nuovo ponte ed ogni squadra
portò con sé un apprendista, superato il periodo di addestramento
del quale, un altro ancora ne giungeva dalla riserva: sicché fu possi-
bile creare nuove squadre e, attraverso adeguati spostamenti di uomini,
mantenere in esse un buon equilibrio fra vecchi e giovani. Nell’agosto
del 1907, una arcata di un ponte in costruzione a Quebec crollò, ucciden-
do novantasei uomini, trentacinque dei quali Caughnawaga. Racconta

Jacobs, il patriarca della comunità, anch’ egli, in gioventù, ribattitore:
« Si pensò che il disastro potesse impaurire gli indiani, e allontanarli una
volta per sempre dalle strutture d’acciaio. Ma invece non fece che au-
mentare il fàscino di questo strano mestiere. Lavorare nel pericolo
era per loro un motivo d’orgoglio. In seguito al disastro tutti » ... « vole-
vano in massa divenire carpentieri sulle strutture d’acciaio. Il disastro
fu un colpo terribile per le donne » ... « si opposero violentemente a
che tutte le squadre lavorassero insieme a un unico ponte: in caso di
disgrazia metà delle giovani spose della riserva sarebbero rimaste
vedove in un solo colpo. Ma presto i ponti in costruzione non basta-
rono più, e le squadre cercarono lavoro in altre opere » ... « Nel giro
di qualche anno non c’era in Canada struttura d’acciaio grande o
piccola a cui non lavorassero gli indiani. Poi il Canada non bastò
più e cominciarono a varcare il confine. Cominciarono a cercar lavoro
a Buffalo, a Cleveland, a Detroit »... Ed a New York, aggiungiamo,
dove parteciparono alla costruzione del George Washington Bridge,
dell’ R.C.A. Building, dell’ Empire State Building, del Daily News
Building, e di decine e decine di altre grandi strutture d’acciaio; e
dove contano — a Brooklyn — la loro più numerosa colonia. E qui
viene alla luce un’altra loro curiosa caratteristica: solo un terzo dei
componenti la colonia ha un lavoro fisso in città, la maggior parte
ha un’atàvica; irresistibile vocazione per il vagabondaggio. Si avven-
turano da una costa all’altra, di solito in automobile, in cerca di im-
pieghi. Spesso, mentre stanno lavorando ad ottime condizioni, di-
ventano improvvisamente, per qualche giorno, nervosi ed irritabili,
poi, di punto in bianco, consegnano gli arnesi, magari all’ora di co-
lazione, magari a metà settimana, e se ne vanno senza neppure ritirare
la busta paga: si è sparsa tra di loro, non si sa come, la voce che in
qualche altra località, lontanissima, stanno iniziandosi nuovi impo-
nenti lavori, e loro vi si precipitano, per mettere ancora una volta
alla prova la loro abilità di “funamboli dell’acciaio”, evidente retag-
gio del loro antico sistema di vita, quando si aprivano il varco attra-
verso le foreste, e scalavano le montagne, e discendevano in canoa
le rapide di fiumi impetuosi. Quell’abilità che — lo testimonia un
volume inglese dei primi del 700 — li faceva attraversare torrenti e
fiumi profondi su pali sottilissimi, camminare sull’orlo del tetto di
un granaio o di una casa, e guardar giù dalla cima e sputare con la
stessa indifferenza che se avessero la terra sotto i piedi; e che, nel XIX
e XX secolo, ha reso così importante il loro contributo alla costru-
zione dei monumenti in acciaio alla nuova civiltà.

30

MET 64

L’onorevole Dino Del Bo, presidente del-
l'alta autorità della Ceca, durante il suo
intervento.



Si è svolto a Torino, dal 19 al 30 settembre scorso, organizzato dall’ Associa-
zione Italiana di Metallurgia, il MET 64, un complesso di manifestazioni e di ini-
ziative, il fulcro delle quali era costituito dal ‘primo salone europeo della metal-
lurgia”, in concomitanza con il ‘quattordicesimo salone internazionale della tec-
nica”, e da dieci giornate di studio sui metalli. Si è trattato di una specie di lungo
e grosso congresso durante il quale sono stati affrontati e discussi moltissimi pro-
blemi di grande interesse. Di alcuni cercheremo di dar conto qui, sia pur brevemente.

Va segnalato anche, tra una serie di manifestazioni collaterali tenute in oc-
casione del ‘MET 64”, un “incontro con l’ Italsider” tenutosi il giorno 28 presso
l’Unione industriali. Il presidente ingegner Mario Marchesi ha parlato ad un udi-
torio numerosissimo e assai qualificato sul tema « Un nuovo capitolo della side-
rurgia italiana: da Cornigliano a Taranto ». Riportiamo più avanti il testo della
conversazione, alla quale ha fatto seguito la proiezione del documentario “Acciaio
sul mare”.

LE GIORNATE DI STUDIO

Tecnici di diciassette nazioni hanno partecipato alle giornate di studio sui me-
talli organizzate dall’Associazione Italiana di Metallurgia. Ben novantadue erano
le memorie presentate e non è possibile qui segnalarle tutte. Ci limiteremo quindi
a seguire qui la voce dell’acciaio lungo la via delle diciotto sezioni dei lavori delle
giornate e dei vari incontri che hanno registrato complessivamente la presenza di
oltre tremiladuecento intervenuti.

La giornata di apertura dei lavori ha visto riuniti alcuni dei massimi esponenti
nel campo siderurgico della Ceca. Il presidente dell’alta autorità della comunità,
onorevole Dino Del Bo, ha illustrato nella sua prolusione le linee della politica
siderurgica della Ceca, nata, come egli ha ricordato, con un programma ben preciso:
accelerare il processo di ricostruzione sulle rovine del secondo conflitto mondiale
e fare in modo che gli stati che la compongono possano essere sempre maggior-
mente provvisti di minerali di ferro e di carbone coke, strumenti indispensabili
per lo sviluppo della produzione siderurgica.

Accennando alla politica commerciale della Ceca, cioè ai trasporti fra gli stati
comunitari e gli stati terzi, l'onorevole Del Bo ha ricordato che il trattato di Pa-
rigi del 1952 non si poneva questi problemi perché in quegli anni non si trattava
di stabilire i termini di un’equa concorrenza fra la produzione siderurgica della
comunità e quella degli stati terzi, come invece avviene oggi: allora si trattava di
far sì che la produzione venisse incrementata al massimo; erano talmente intese
le esigenze di assorbimento del mercato comunitario, da non porre sul tappeto
il quesito di eventuali esportazioni e tanto meno di importazioni da paesi terzi.
Dal 1962, invece, si tratta di un problema di difesa dei prezzi di fronte alle massic-
ce importazioni dai paesi terzi. La produzione siderurgica della Comunità dal 1952
al 1961 era stata caratterizzata da un’esigenza di incremento quantitativo: si tratta-
va cioè di far luogo ad investimenti che facessero fronte a questa esigenza. « Si
può pertanto affermare — ha detto ancora l'onorevole Del Bo — che gli investi-

di Giovanni Lo Pinto

menti effettuati nel settore siderurgico dal 1952 al 1961 siano stati interamente de-
dicati all’incremento della produzione nella Comunità. Questi investimenti, che
possono genericamente essere individuati come “aggiuntivi”, per una cifra rela-
tiva di 17 dollari per tonnellata, hanno prodotto dal 1951 al 1962 un forte incre-
mento nella produzione siderurgica. Per quanto si riferisce all’acciaio grezzo, essa
è passata dai 51 milioni di tonnellate nel 1952 ai 73 milioni attuali; mentre la produ-
zione degli acciai speciali è passata da 3 milioni e 100 mila tonnellate a 6 milioni e
100 mila tonnellate, nello stesso periodo; la produzione è pressoché raddoppiata
per quanto riguarda i prodotti finiti ».

L’Alta Autorità ha costantemente fatto presente agli operatori economici la
necessità di una maggiore evoluzione strutturale per far fronte, in futuro, alla ine-
vitabile concorrenza. I paesi terzi, negli ultimi anni, hanno incrementato la loro
produzione di acciaio, anche avvalendosi di minerali di ferro prodotti in altre re-
gioni del mondo, con costi minori e più alto tenore di minerale. La Comunità
ha sùbito rilevato questo pericolo ed ha avvertito che sul piano della produzione
mondiale si sarebbe andati incontro a certi squilibri che si stanno attualmente pro-
ducendo. A ciò bisogna aggiungere come i costi della produzione e della mano-
dopera dei paesi comunitari, nei confronti dei paesi terzi, siano più elevati; è perciò
necessario portare la produzione tariffaria, sostanzialmente debole, ad un livello
tale da permettere la salvaguardia dei sei paesi della comunità europea del carbone
e dell’acciaio. L’oratore ha ancora fatto rilevare come gli sviluppi della produzione
tra i paesi della Comunità ed i paesi terzi siano completamente diversi. « Coloro
i quali sono convinti — ha proseguito l’onorevole Dino Del Bo — che l’Europa
è destinata a giocare nel mondo un ruolo ancora preminente, non possono non ap-
poggiare l’iniziativa dell'Alta Autorità, cioè quella di richiedere nuove misure pro-
tettive per salvaguardare l’industria siderurgica dei sei paesi della Comunità, anche
per evitare che gli investimenti produttivi si avvicinino allo zero ». L’onorevole
Del Bo ha concluso la sua prolusione trattando della probabile fusione dei tre ese-
cutivi comunitari in un unico organismo che racchiuda tutte le fonti di energia,
in modo che sia possibile coordinare maggiormente le più importanti produzioni
dei sei stati della Comunità.

I temi economici lumeggiati dal presidente della Ceca sono stati ulteriormente
approfonditi dall’onorevole Hans Dichgans, del parlamento europeo, che ha par-
lato appunto dei rapporti tra l’altissima istituzione, di cui egli è membro, e l’in-
dustria europea. La solidità di un’economia è condizionata non già dal volume
della produzione ma da quello delle vendite, ha premesso l’oratore richiamandosi
ai pricipi keynesiani. Di qui la necessità di sviluppare, nei limiti consentiti dai costi
di produzione, una politica che promuova redditi e salari di massa elevati, al fine
di veder favorita la collocazione sul mercato dell’aumentata capacità produttiva.
Occorre stimolare il risparmiatore a scambiare la sua capacità monetaria contro
beni che rendano la sua esistenza più gradevole, creando naturalmente quei fattori
psicologici favorevoli per influenzarne le decisioni. L'onorevole Dichgans ha quindi
messo in evidenza gli effetti positivi di una politica economica stabile, atta a creare
fiducia negli operatori come nei cittadini, ma ha lamentato la scarsa influenza che
il mondo economico, contrariamente a quanto si crede, ha non solo nei parlamenti

europei, ma anche in quello della comunità. Egli ne ha attribuito la causa alla scarsa
rappresentanza di personalità del mondo economico nei vari consessi, nei quali
tali uomini potrebbero portare il contributo delle loro brillanti esperienze. « Gli
uomini di valore dell’economia sono un arricchimento per le assemblee politiche »,
ha affermato l’oratore. ‘Tale necessità è avvertibile in special modo nel parlamento
europeo, dove le varie comunità sono in primo luogo comunità economiche. Scarsa
conoscenza vicendevole e mancanza di contatti personali sono, secondo l’onorevole
Dichgans, la ragione prima dei molti attriti che si riscontrano tra economici e po-
litici, ai quali ultimi, egli ha concluso, spetta il compito di indicare i grandi obiet-
tivi verso i quali occorre orientare lo sviluppo.

La struttura e gli obiettivi generali della siderurgia francese nell’àmbito della
comunità sono stati illustrati dall’onorevole Albert Denis, della divisione siderur-
gica del ministero francese dell’industria. Dopo aver esaminato lo sviluppo geo-
grafico e l'incremento produttivo nel suo paese in questi ultimi anni, il relatore ha
parlato dei metodi seguiti per definire il “piano francese della siderurgia” che ogni
cinque anni viene riesaminato per stabilire la politica degli investimenti nel settore.
Per il 1964 la Francia prevede una produzione di 19,5 milioni di tonnellate di ac-
ciaio, che dovrebbero salire a 20,5 nel 1965.

Un esponente della siderurgia belga, Pierre van der Rest, presidente del “group-
ment hauts fourneaux et aciéries belges”, ha poi espresso il punto di vista degli
industriali nei confronti dei problemi della siderurgia comunitaria, auspicando che
la Ceca attui sempre più perfetti strumenti per il suo funzionamento, ma racco-
mandando, per il momento, che essa attui una politica che tenga conto di un pro-
gressivo allineamento alla Cee.

A conclusione della prima giornata di lavori, ha preso la parola il professor
Ernesto Manuelli, presidente della Finsider, che ha parlato sul tema « La comu-
nità ed i problemi finanziari della siderurgia ». Pubblichiamo qui accanto il testo
completo del suo intervento.

ÌL GIUOCO DELLE PREVISIONI

Anche nei lavori della seconda giornata la voce dell’acciaio ha dominato in-
contrastata il colloquio; si trattava di discutere le metodologie per l’accertamento
dei consumi siderurgici attuali e per la previsione dei fabbisogni futuri illustrando
e discutendo le esperienze fatte nei rispettivi paesi.

Il membro dell’alta autorità monsieur Roger Reynaud ha aperto la discussione
con una brillante prolusione sui metodi e sui risultati applicati all’elaborazione degli
obiettivi generali dell’acciaio nella Ceca. Dopo alcune precisazioni sulla program-
mazione e sul sistema previsionale, in base ai quali vengono stabiliti tali obiettivi
generali, l'onorevole Reynaud ha accennato alla polemica esistente fra i sosteni-
tori delle due tesi, del metodo settoriale e del metodo globale; ha esposto poi l’opi-
nione dell’alta autorità in proposito, rilevando la necessità di conoscere la doman-
da industriale di materie prime. « La parola acciaio — ha detto monsieur Reynaud -
è un termine generico; in effetti ciò che ha importanza è il mercato dei prodotti
dell’acciaio; è dunque la domanda di prodotti siderurgici, sia interna che esterna,
che va presa in considerazione ». Dopo aver accennato al problema fondamentale
della manodopera, l’oratore è passato a parlare su come e da chi vengono posti
in essere gli obiettivi generali. « Gli obiettivi generali dell’acciaio — egli ha detto —
costituiscono una guida per gli operatori economici e non si può trovare in essi
nessuna intenzione di pianificare o di forzare il comportamento economico degli
operatori )).

Nelle successive giornate di studio sui metalli i lavori hanno assunto un ca-
rattere spiccatamente tecnico e scientifico. Sarebbe troppo lungo e difficile riassu-
mere qui in breve gli argomenti trattati. Essi meritano un discorso a parte, che ci
ripromettiamo di riprendere in un prossimo numero.

PROBLEMI ECONOMICI INTERNAZIONALI

Il ciclo delle giornate di studio si è concluso con una conferenza di estremo
interesse del reverendo Hogan, direttore delle ricerche all’università Fordham di
New York, sul tema « Problemi economici internazionali del ferro e dell’acciaio ».
Le previsioni di produzione dell’acciaio per il 1964, egli ha detto, sono di oltre
400 milioni di tonnellate, con un aumento di circa 30 milioni, rispetto al 1963. Da
sottolineare che parecchi dei paesi nuovi, in via di sviluppo, entrati da poco nel
nòvero dei produttori, nel giro di dieci anni hanno triplicato la loro produzione.
Questa tendenza all'aumento ha creato situazioni nuove per quanto riguarda le ri-
sorse di minerali di ferro e di carbone necessari per produrre acciaio: paesi altamente
industrializzati, una volta ritenuti autosufficienti, oggi dipendono da paesi in via
di sviluppo per il rifornimento delle materie prime, dal quale fatto deriva una si-
tuazione anch’essa molto interessante. I paesi nuovi per l’acciaio, ricchi di ma-
terie prime, ritengono che la costruzione di un’acciaieria sia per loro simbolo di
prestigio e tutto questo si riflette sul difficile giuoco dei prezzi di mercato e delle
importazioni o esportazioni. Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e persino
il Belgio e il Lussemburgo nel giro di due anni hanno visto aumentare le proprie
importazioni. « Tutti, ormai, stanno comperando e vendendo acciaio l’uno all’altro »,
ha detto il reverendo Hogan. Lo studioso americano, dopo aver tracciato un pano-
rama dell’industria dell’acciaio statunitense, ha così concluso: «I profitti dell’indu-
stria siderurgica, negli Stati Uniti, sono molto più bassi di quelli dell’industria au-
tomobilistica e questo è un fenomeno interessante. Per cui, signori, dovremo af-
frontare nei prossimi anni un’aumentata concorrenza attraverso tutto il mondo.
Non credo che si debba essere pessimisti per questo motivo: la concorrenza ha i
suoi lati buoni, ma, signori, la battaglia sarà molto dura ».

A noi sia permesso chiudere questa rapida rassegna sulle giornate torinesi di-
chiarando che l’Associazione Italiana di Metallurgia è orgogliosa di aver dato vita
a tante voci, a tanti incontri, a tanto scambio di conoscenza ed esperienze.

3I

DUE INTERVENTI AL MET 64



Il professor Ernesto Manuelli, presidente della Finsider, durante il suo intervento
nella prima giornata dei lavori del MET 64.

LA COMUNITÀ ED I
SIDERURGIA

PROBLEMI FINANZIARI DELLA

di Ernesto Manuelli

1. ELEVATEZZA DEGLI INVESTIMENTI NELLA SIDERURGIA

La siderurgia è un settore industriale a forte intensità di capitali. Lo
sviluppo del consumo, sia sui mercati tradizionali che su quelli dei paesi
in via di sviluppo, comporta l'espansione delle capacità produttive con la
installazione di nuovi impianti e l'ammodernamento di quelli esistenti.

Per avere un'idea dell’impegno richiesto per gli investimenti, basti con-
siderare che dal 1954 a tutto il 1963 le siderurgie comunitarie hanno in-
vestito 8 miliardi di dollari, con una media annua di oltre 1,2 miliardi
di dollari, negli ultimi tre anni. Particolare rilevanza tra questi hanno
attualmente i programmi dell’Italia che con la sola Italsider sta attualmente
investendo più di tutta la Francia.

La Comunità mantiene un altissimo ritmo di investimenti, perché le
produzioni possano soddisfare economicamente la domanda interna, în evo-
luzione quantitativa e qualitativa, e per far fronte alla concorrenza sui
mercati dell’esportazione.

Una delle caratteristiche principali della siderurgia comunitaria è in-
fatti quella di essere la più importante esportatrice del mondo : anche se
il livello è ridotto rispetto agli anni precedenti, si tratta sempre di un mo-
vimento di oltre to milioni di tonnellate di acciaio grezzo l’anno.

Se queste correnti di esportazioni non fossero mantenute, la siderurgia
comunitaria si troverebbe in grave situazione, in quanto le capacità sono
largamente eccedenti il consumo interno.

D'altra parte, la moderna struttura siderurgica, che comporta grossi
stabilimenti del: valore anche di. 600-700 milioni di dollari e produzioni
di 3-4 milioni di tonnellate ciascuno, non renderebbe neppure agevole
una riduzione di capacità ed un rinserramento nel solo mercato comunitario.



32

Anzi, più gli impianti aumentano nelle singole dimensioni, più è neces-
saria una elasticità nei mercati di collocamento.

Sottolineata in questa rapida premessa la necessità per l’industria si-
derurgica comunitaria — come del resto per quelle maggiori del mondo —
di effettuare una notevole massa di investimenti, mi sia consentito di accen-
nare brevemente ai principali problemi di natura finanziaria che questi in-
vestimenti pongono, richiamando dapprima le principali fonti di finanzia-
mento a disposizione delle imprese.

2. FINANZIAMENTI INTERNI ALL’ IMPRESA

Una delle principali fonti di finanziamento interno delle imprese è
costituita dagli ammortamenti. È ampiamente noto che, per un impianto
già esistente, la quota di ammortamento è un recupero graduale di costi
anticipati e quindi una fonte di finanziamento.

Infatti le quote di ammortamento vengono destinate sia al rimborso dei
mutui per impianti già realizzati sia al finanziamento di nuove iniziative.

Sotto questo aspetto si presentano problemi di vario genere :

— occorre considerare anzitutto l’entità della quota di ammortamento :
la siderurgia europea ammortizza ad un tasso medio effettivo del 4-5
per cento annuo. Questa percentuale è oggi scarsamente idonea a garantire
la ricostituzione del patrimonio impiantistico, caratterizzato, tra l’altro,
da un crescente pericolo di obsolescenza. Sarebbe pertanto necessaria una
quota di ammortamenti superiore, il che è ostacolato dall'andamento del
mercato siderurgico caratterizzato da prezzi estremamente bassi ;

— un altro importante problema è quello del regime fiscale dell’ammorta-
mento. Dobbiamo riconoscere che oggi in Italia — come negli altri paesi
comunitari — vi sono molte possibilità per ammortamenti anticipati ed in
esenzione. Ad esempio, in Italia la legge fiscale, nei primi due anni di vita
dell'impianto, consente di effettuare ammortamenti complessivi fino anche
al 50 per cento del valore originario. Questa possibilità è però soltanto
teorica, limitata come è ad un periodo in cui l'investimento non può dare
tutti i suoi frutti.

Per renderla veramente operante, sarebbe necessario estenderla ad un
periodo più lungo, o addirittura non fissare quote annuali, ma lasciare li-
bere le industrie di effettuare gli ammortamenti nella misura desiderata e
quindi con la possibilità di massimalizzarli negli anni di congiuntura fa-
vorevole.

Nessun danno ne verrebbe al fisco perché un céspite ammortizzato non
può esserlo una seconda volta, mentre per gli imprenditori si realizzerebbe
una elasticità che ben si armonizza con la tendenza alla concezione plurien-
nale del bilancio sociale.

Accanto agli ammortamenti, vi è un secondo gruppo di fonti interne di
finanziamento delle imprese, che possiamo genericamente chiamare auto-
finanziamento, e che presentano portata e problemi ancora più vasti.

Anzitutto, in questa categoria rientrano — come è noto — partite eco-
nomiche quali le riserve, palesi ed occulte, ed altre di natura patrimoniale
costituite da veri e propri debiti differiti, quali i fondi per indennità di li-
quidazione del personale e simili.

Nel passato, la quota di autofinanziamento delle imprese ha rappre-
sentato una parte notevole nella copertura delle spese per impianti. Con
l’accresciuta concorrenza, a séguito dell’instaurazione del mercato comune,
con l’abbassamento dei dazi doganali verso i paesi terzi e con le pratiche
di dumping, che talvolta sono predominanti sul mercato internazionale,
si è determinata una forte caduta dei profitti ; l’autofinanziamento è quindi
divenuto, in tutta la Comunità — ed in particolare in Italia — un ele-
mento trascurabile.

In altri paesi, per contro — come in America — la siderurgia, grazie
ad un sistema di prezzi più stabili e ad una concorrenza meglio disciplinata,
riceve dall’autofinanziamento la parte principale delle risorse necessarie
agli investimenti. Basti considerare che nel 1963 le dieci maggiori società
siderurgiche hanno potuto accantonare 857 milioni di dollari di ammorta-
menti — pari al 10,6 per cento del valore delle immobilizzazioni — contro
SII milioni di dollari di investimenti.

Ciò ha permesso una forte riduzione dell’indebitamento, con una con-
trazione degli esborsi per interessi dai 101,8 milioni di dollari nel 1962 a
96,3 milioni di dollari nel 1963.



È auspicabile che anche in Europa una maggiore disciplina del mercato
ed un rispetto più leale delle regole di concorrenza facciano sì che le quote
di autofinanziamento tornino ad avere un'importanza significativa.

3. I FINANZIAMENTI ESTERNI ED IL LORO COSTO

a) Le fonti di finanziamento comunitarie. Dato l'elevato livello degli
investimenti e data l'insufficienza delle fonti interne all'impresa, crescente
importanza riveste in Europa il ricorso alle fonti esterne, costituite dai
mercati finanziari e mobiliari.

È anzitutto da osservare che investimenti così imponenti, come quelli
siderurgici, debbano ricorrere a tutte le forme attraverso le quali il capitale
disponibile è disposto a correre i rischi dell'impresa — ed in genere questa
ricerca è fatta sui mercati internazionali oltre che su quelli nazionali.

È ovvio che il capitale proprio — in genere azionario — deve costituire
la premessa di ogni investimento e la garanzia per i mezzi che — sotto
altre forme — si confidano all’azienda.

Non è però generalmente possibile — sia per le dimensioni sia per le
differenziazioni richieste dal mercato finanziario — che tutto o la maggior
parte dell’investimento sia fatto con questo capitale.

Sorge quindi — in misura ragguardevole — la necessità di ricorrere a
prestiti a lungo ed a medio termine (in genere destinati ad investimenti),
ed a operazioni a breve (in genere destinate ai capitali di esercizio).

Fra tutte queste forme ci limitiamo qui a considerare quella dei prestiti
a lungo ed a medio termine, non solo perché è la più delicata del finanzia-
mento inteso nel suo complesso, ma perché con l'istituzione del mercato co-
mune carbosiderurgico prima e della Cee poi, fonti del genere sono state
poste a disposizione delle imprese comunitarie dalla Ceca stessa e dalla Bei.

A ben considerare non si tratta però di un aumento delle disponibilità
in cerca di investimento che comunque sarebbero esistite, ma di nuovi ca-
nali — almeno per la Ceca — capaci di meglio convogliarle nella dire-
zione carbosiderurgica.

Ceca - Secondo il dettato dell’articolo 54 del trattato, l’ Alta Autorità
promuove gli investimenti industriali delle imprese comunitarie attraverso
la concessione di mutui. Sino a tutto il dicembre 1963 la Ceca ha accordato
alle imprese comunitarie mutui per 450 milioni di dollari, ivi compresi gli
investimenti per case operaie, riconversione, ricerca tecnica e così via.

Se si considera che all’industria siderurgica propriamente detta di
questa cifra sono pervenuti poco meno di 160 milioni di dollari, non si
può sottacere la modesta rilevanza dell’intervento della Comunità, pari
ad appena il 2 per cento del totale investito.

Bei - La Bei, organismo costituito dalle comunità europee per favorire
gli investimenti — con le limitazioni di cui all’articolo 130 del trattato —
dalla sua creazione (1958) ha concesso prestiti per 360 milioni di dollari,
di cui appena 28 alle industrie siderurgiche.

È però da tenere presente che l’aver rivolto la propria attenzione alla
siderurgia è titolo di merito per la Bei in quanto la preesistenza di un
organismo comunitario come la Ceca avrebbe potuto indurla a destinare
tutte le sue risorse ad altri settori non diversamente assistiti.

b) Finanziamenti agevolati. Per la carenza del mercato finanziario ri-
spetto alle esigenze notevoli della siderurgia e per un non dichiarato ma
generico atteggiamento dei vari governi — come sùbito vedremo — a favo-
rire lo sviluppo di questo settore di base dell'economia industriale, le im-
prese non sono fuori dalla realtà allorché pensano di coprire una parte
del loro fabbisogno con altri fondi non reperiti sul normale mercato dei
capitali. In effetti, gli interventi dei governi o di organizzazioni ad essi
collegate per assicurare alla siderurgia una parte dei finanziamenti neces-
sari e una adeguata riduzione degli oneri relativi non costituiscono casi
isolati. Questi interventi si attuano con la concessione di mutui senza in-
teresse, a bassissimo tasso di interesse ovvero concorrendo a sostenere gli
òneri relativi ai prestiti che l’impresa siderurgica contrae.

Ad esempio, negli Stati Uniti, le principali imprese siderurgiche espon-
gono in bilancio mutui a tassi dal 2,65 per cento ad un massimo del 4,5
per cento, ed è noto — anche se è molto difficile ottenere informazioni pre-

eitia

cise al riguardo — che speciali agevolazioni governative sono state concesse
per nuovi stabilimenti di grande dimensione ; in Francia lo stato ha ga-
rantito mutui a favore della siderurgia e sembra che agevolazioni siano
state concesse per nuovi stabilimenti ; così in Inghilterra, alcune imprese
siderurgiche espongono in bilancio mutui governativi, ed in Giappone
l’industria siderurgica gode di eccezionali condizioni di favore.

In Italia, ove sono note le difficoltà del mercato finanziario, l’unico
mutuo agevolato che sia stato concesso alla siderurgia è nel caso di Taranto,
per un importo di 80 miliardi di lire, per il quale non è ancora stato sta-
bilito il tasso di interesse. Si tratta però di un beneficio marginale, quando
si consideri che l’investimento per il centro siderurgico è superiore ai 320
miliardi di lire, e che il totale degli investimenti della Finsider per il piano
di ammodernamento e di espansione delle capacità supera i 1.000 miliardi
di lire.

4. CONSEGUENZA DEL PROBLEMA FINANZIARIO (PROVVISTA E COSTO) SUGLI
ASPETTI CONCORRENZIALI

Per inquadrare questo aspetto del problema è forse opportuno conside-
rare, sia pure con molta approssimazione, la struttura dei costi di uno
stabilimento moderno, della capacità, ad esempio, di 2 milioni di tonnellate.

Le materie prime, per produrre 2 milioni di tonnellate di acciaio, han-
no un peso che si aggira sui 65 milioni di dollari. Il costo del personale
non dovrebbe superare, se lo stabilimento è sufficientemente automatizzato,
i 27 milioni di dollari. Il fatturato per i prodotti piani conseguenti, com-
presa la laminazione a freddo, dovrebbe oscillare fra i 220 ed i 240 mi-
lioni di dollari.

Poiché uno stabilimento del genere richiede investimenti dell’ordine di
700 milioni di dollari, l’ammortamento di questo importo in venti anni
rappresenta, ad un tasso di interesse del 7 per cento circa, un ònere annuo
di 70 milioni di dollari ; se si tiene conto che oggi il costo del denaro in
Italia è nettamente superiore all’ 8 per cento, possiamo considerare anche
un ònere di 80 milioni di dollari.

In altre parole, il costo finanziario — ammortamento ed interesse —
è nettamente superiore a quello delle materie prime ; rappresenta circa i
due terzi del totale del costo industriale e si aggira intorno ad un terzo
del fatturato.

Queste cifre ripetiamo, largamente approssimative, dànno però un’idea
della importanza del problema del finanziamento nel settore siderurgico.

È ovvio quindi che la soluzione del problema in un senso o nell'altro
costituisce la vera base dell’aspetto concorrenziale nella siderurgia.

Infatti, se uno stabilimento venisse finanziato anche solo per una per-
centuale del costo a tassi agevolati, esso si troverebbe in condizione da ef-
fettuare ribassi di prezzo anche di importanza notevole.

L’altro aspetto — anch'esso molto importante — è quello della ten-
denza dell’industria siderurgica a rimodernare, fin quando è possibile, i
vecchi impianti per evitare appunto òneri finanziari così imponenti. In
effetti, uno stabilimento completamente ammortizzato avrà costi del per-
sonale e di esercizio certamente maggiori, ma il fatto che non debba sop-
portare òneri di ammortamento e di interesse lo mette in una condizione
concorrenziale nettamente migliore di quella di uno stabilimento nuovo.

Queste osservazioni conducono a tre importanti rilievi :

I) è necessario che il fattore finanziario sia anch'esso considerato in tut-
ta la sua importanza agli effetti di una concorrenza leale ;

2) se non si vuole arrestare lo sviluppo dei nuovi e moderni impianti che
nel lungo periodo sono l’unica soluzione capace di risolvere i problemi pro-
duttivi e quelli economici, bisogna che la siderurgia sia posta in condizione
di avvalersi di finanziamenti a basso tasso di interesse ; altrimenti — nel
breve periodo — le possibilità competitive di uno stabilimento nuovo nei
confronti di quelli vecchi sono molto limitate ;

3) una politica di prezzi dei prodotti che consideri una aliquota destinata
ad autofinanziamento non solo non è criticabile, ma dovrebbe rappresentare
un sistema di generalizzata applicazione anche a sollievo dei mercati fi-
nanziari ai quali — altrimenti — Pindustria siderurgica deve massiccia-
mente ricorrere.

33
5. CONCLUSIONI

In linea generale bisogna sottolineare che il problema finanziario è
elemento essenziale della politica siderurgica di tutti i paesi. Possiamo ri-
levare che nell’ area comunitaria questo problema non ha invece avuto il
rilievo che merita. Anzitutto, in linea quantitativa, perché la Ceca — le
cui benemerenze anche in questo campo non vanno sottaciute — ha finan-
ziato, come abbiamo visto, all’incirca solo il 2 per cento del totale degli
investimenti ; in secondo luogo, da un punto di vista concorrenziale, in
quanto la Ceca, poco ha potuto operare nel senso di eguagliare i tassi
di interesse o di rendere gli scostamenti meno rilevanti. Qui il discorso do-
vrebbe allargarsi alla Cee ed ai suoi fini, in quanto nel campo finanziario
non solo non si è pervenuti ad un mercato comune, ma i sei mercati della
Comunità sono rimasti nettamente differenziati fra di loro, con tassi di
interesse che variano quasi da uno a due.

È auspicabile quindi che per la preminente importanza del problema
finanziario nel settore siderurgico si possa in avvenire attuare una politica
di più largo intervento che, con il trasferimento di fondi da alcuni paesi
ad altri, tenda a rendere meno elevato il divario di costo del finanziamento :
altrimenti, le basi stesse sulle quali poggia il principio della concorrenza
leale vengono ad essere fortemente intaccate.

Tanto più ciò sembra auspicabile in quanto il mercato comune ha
portato ad un tendenziale livellamento dei prezzi, da una parte, e degli
altri elementi di costo, ivi compresa la manodopera, dall’altra.

Se finora le imprese comunitarie sono le più indebitate della scena si-
derurgica mondiale — se si eccettua il Giappone, il quale costituisce però
un caso tutto particolare — una soluzione efficace del problema può essere
data dall’ Alta Autorità che, avendo ampie possibilità di finanziarsi sui
principali mercati, può a sua volta più consistentemente finanziare le im-
prese siderurgiche, evitando sperequazioni nei tassi, valutando i singoli
progetti in relazione ai criteri di ammodernamento, razionalizzazione e
specializzazione (anche in forme consortili) che la situazione siderurgica
mondiale oggi impone.

Se ora allarghiamo le nostre conclusioni ai paesi extra-comunitari,
dobbiamo fare una distinzione fra quelli in via di sviluppo e quelli invece
che hanno già un elevato grado di industrializzazione. Per questi ultimi
le considerazioni non sono molto differenti da quelle che si possono fare
per la Ceca, nel senso cioè che î governi dovrebbero consentire autofi-
nanziamenti più importanti, attraverso un aumento delle quote di ammor-
tamento e la possibilità di mantenere prezzi remunerativi. Ricavi adeguati
sî possono assicurare anzitutto con la battaglia contro il dumping, batta-
glia giusta per qualsiasi settore, ma che assume — per l’entità dei costi
fissi già citati — una rilevanza tutta particolare in siderurgia ; in secondo
luogo, mantenendo un livello elevato di domanda attraverso opportuni
interventi nei periodi di bassa congiuntura.

Per quanto riguarda i paesi sottosviluppati, ho già espresso il mio pa-
rere in altre occasioni, nel senso di raccomandare ad essi prudenza, special-
mente nella costruzione di impianti troppo complessi che non troverebbero
le condizioni di preparazione necessarie per il loro sfruttamento e non tro-
verebbero un mercato di consumo sufficiente. Ho invece considerato in ma-
niera favorevole la costruzione, in tali paesi, di piccoli impianti che richie-
dono un investimento di capitale limitato. In siderurgia tuttavia, anche
quando si parla di capitale limitato, si fà riferimento a cifre di milioni di
dollari : esiste quindi per qualsiasi paese, anche in rapporto alle scarse
disponibilità di capitali, un rilevante problema di finanziamento.

I grandi organismi internazionali — quali ad esempio la Birs e gli
istituti associati, come anche i paesi industrializzati con bilancia valutaria
strutturalmente attiva — dovrebbero guardare con particolare simpatia a
questi progetti e finanziarli a tassi tali da consentire una produzione com-
petitiva. Il problema non è di difficile soluzione : si tratta piuttosto di una
priorità per i progetti siderurgici, specialmente per quelli che sono in grado
di costituire un impulso decisivo per economie în corso di avviamento.

In conclusione, il problema finanziario per la siderurgia ha bisogno di
una impostazione di carattere generale ed entro certi limiti internazionale
che possa dare soluzioni eque per tutti i paesi e garantire quindi quella
comparabilità delle situazioni di partenza che è il presupposto dei mercati
aperti.

34

UN NUOVO CAPITOLO DELLA SIDERURGIA ITALIANA:
DA CORNIGLIANO A TARANTO

di Mario Marchesi



L’ingegner Mario Marchesi, presidente della nostra società, a colloquio con il professor
Vittorio Valletta presidente della Fiat, in occasione dell’ “incontro con l’Italsider”
al MET 64.

L’amico ingegner Anselmetti ha sottolineato un po’ troppo, nella sua
presentazione, il nome di Marchesi. È vero che stiamo per portare a com-
pimento realizzazioni molto impegnative e che ci sono costate molta fatica ;
ma esse sono il frutto di un'azione collettiva, e tanto più io tengo a dirlo
in quanto vedo qui molti dei protagonisti del grande, multiforme lavoro
che la loro attuazione ha implicato.

Un lavoro che — come ha accennato l’ingegner Anselmetti — è comin-
ciato all’epoca dell’ingegner Sinigaglia, è stato poi via via completato e
perfezionato con una continua opera di coordinamento, ed è arrivato oggi
ad un punto tale di maturazione che ci è permesso, ormai, di fare îl punto
e di trarne le prime conclusioni.

L’idea ispiratrice del piano Sinigaglia, ch'è praticamente il piano di
ricostruzione della siderurgia a partecipazione statale dopo la guerra, è
stata naturalmente sviluppata nel corso del tempo ed ha portato a nuove
realizzazioni che non erano prevedibili dieci o quindici anni fa. Non in-
tendo soffermarmi sulla storia della nostra siderurgia, che tutti conoscono
perfettamente. Ricorderò soltanto che il “nuovo capitolo della siderurgia
italiana” ha i suoi poli a Cornigliano e a Taranto, i nostri due massimi
centri produttivi. È un capitolo che racchiude un breve ma intensissimo
periodo di sviluppo della nostra siderurgia. Nell'arco di soli dieci anni si
è assistito ad una storica trasformazione di questa industria di base, che
per la prima volta, in modo determinante, ha potuto essere l’elemento pro-
pulsivo dello sviluppo economico e industriale italiano.

Cornigliano rappresentò la piena e vittoriosa attuazione del “piano
Sinigaglia”, che rivoluzionò in Italia la concezione corrente in campo si-
derurgico ; Taranto è il logico sviluppo di quel piano in un quadro econo-
mico e sociale che rispecchia la rapidissima evoluzione delle condizioni di
vita del paese.

È un'evoluzione che può essere rappresentata da questi pochi dati :
il consumo di acciaio in Italia è passato da 4 milioni di tonnellate nel 1953
a oltre 13 milioni e mezzo nel 1963. Ad un così eccezionale sviluppo dei
consumi siderurgici, cui il ‘“piano Sinigaglia” aveva dato l’avvìo, la Fin-
sider ha fatto fronte progettando e realizzando un poderoso ampliamento
dei propri impianti, che l’ha portata nel 1963 a produrre 5 milioni e mezzo
di tonnellate di acciaio e che la porterà a produrne, nel 1967, oltre 10
milioni di tonnellate.

Vi sono certamente note anche le caratteristiche fondamentali, le basti

della siderurgia IRI-Finsider :

— centri produttivi di sempre più grande mole a ciclo integrale, cui è
dovuto già ora il 66 per cento della produzione complessiva d’acciaio del
Gruppo (Cornigliano, Piombino, Bagnoli ed ora Taranto) ;

— dislocazione costiera dei centri stessi necessaria per l’approvvigiona-
mento delle materie prime.

Il punto focale del nostro programma consisteva e consiste appunto
nel rifornimento delle materie prime, poiché una grande industria dell’ac-
ciato non può nascere ove non sia convenientemente assicurato un regolare
afflusso di minerale e di carbone. Questa è stata la nostra prima costante
preoccupazione ; e riteniamo di non aver sbagliato, perché oggi, nel quadro
dell’economia siderurgica, l’importanza delle materie prime si è venuta
accentuando. A suo tempo è stato formulato un piano per il reperimento
delle materie prime e per il loro trasporto fino agli stabilimenti. Tale piano
ci ha condotto ad assumere partecipazioni in molte miniere sparse nel
mondo e a stipulare accordi con organizzazioni industriali e commerciali,
allo scopo di assicurarci, per î prossimi dieci o quindici anni, un riforni-
mento regolato delle materie prime ; regolato, dico, sia quanto alla qualità
che quanto al prezzo. Ad un certo punto ci siamo convinti che dovevamo
disporre di una flotta nostra ; ed oggi questa flotta — che è gestita dalla
Finsider e di cui fanno parte navi di proprietà e anche navi a “time charter”
con contratti a tempo per dieci-quindici anni, per î periodi corrispondenti
cioè a quelli delle utilizzazioni dei contratti di fornitura dei minerali —
ha una consistenza di oltre mezzo milione di tonnellate di portata lorda
(più del 15 per cento della flotta italiana per carichi secchi) ed è destinata ad
aumentare ulteriormente nel giro dei prossimi anni. Il movimento maritti-
mo globale dei centri siderurgici a ciclo integrale, che è stato di 10 milioni
di tonnellate nel 1963 (22 per cento del movimento portuale italiano di
merci solide), salirà a 20 milioni di tonnellate nel 1967 (30 per cento
circa del movimento italiano di merci solide), comprendendo anche l’intenso
interscambio di prodotti e semiprodotti tra i vari stabilimenti.

Ci siamo dunque assicurati il carbone e il minerale di ferro, materie
prime fondamentali, a prezzi veramente internazionali.

Come si sia potuto ottenere un tal risultato, è presto detto. Notoria-
mente, anche nei paesi più industrializzati e ricchi di materie prime è raro
il caso che i migliori minerali siano localizzati nel modo più economico.
Accade così che il carbone americano che viene dalla Virginia — ed è
trasportato per ferrovia ad Hampton Road e per nave a Genova — ha
un costo molto più basso di quello estratto nei paesi della comunità europea ;
esso costa infatti alla miniera 4,5-5 dollari, un terzo circa del carbone
europeo. Ciò è dovuto al fatto determinante che le miniere della Virginia
sono in superficie, a cielo aperto come si usa dire, mentre quelle dei paesi
comunitari sono în profondità.

Bisogna tener conto, è vero, del costo del trasporto ; ma noi abbiamo
potuto ottenere tariffe preferenziali per il trasporto ferroviario grazie ad
un accordo stipulato con il governo degli Stati Uniti; e, quanto al tra-
sporto oceanico, esso non supera — se compiuto da navi da 35-45 mila
tonnellate — il costo di tre dollari. Per quanto concerne il carbone, dunque,
ci troviamo su un piano pienamente competitivo con la migliore siderurgia
europea.

Non diversa è la situazione circa il minerale. La Finsider ha assunto
partecipazioni o stipulato contratti a lungo termine in Canada, Brasile,
Venezuela e Africa occidentale. In India abbiamo miniere nostre al cento
per cento. Anche il minerale può essere trasportato, con navi di grande
tonnellaggio, ad un prezzo che non varia sensibilmente nelle diverse parti
del mondo. Il nolo più alto supera di poco i cinque dollari, quello più basso
è di un dollaro e mezzo.

Tutto ciò dimostra che le basi sulle quali abbiamo fondato la nostra
industria siderurgica sono solide e sane ; possiamo dire tranquillamente che
ci siamo portati su un livello europeo.

Ma la misura dello sforzo che abbiamo dovuto compiere dai giorni
della ricostruzione della nostra industria dell’acciaio fino ad oggi non è
data solo dalle difficoltà dei rifornimenti, bensì anche dalla rapidità con
cui si è andata evolvendo la tecnica siderurgica : una rapidità che ha mes-
so a dura prova la perizia dei nostri tecnici.

Stiamo stati tra i primissimi — se non i primi — in Europa a dar la
massima importanza al problema di ottenere il miglior rendimento possi-
bile dalle materie prime.

È questo un problema di fondamentale rilievo. Si può dire che in Europa,
dal 1946 ad oggi, il consumo di coke per tonnellata di ghisa si è quasi di-



mezzato. Ma già si intravedono possibilità di sfruttamento che rasentano,
o addirittura oltrepassano, i limiti delle attuali esperienze tecniche.

Per esempio, esistono al mondo dieci altiforni — dodici, contando quelli
di Taranto, che entreranno prossimamente in marcia — che hanno la
possibilità di produrre 4.000 tonnellate al giorno di ghisa ; ma nessuno di
essi è ancora în grado di raggiungere effettivamente una produzione così
elevata. Si tratta di impianti giganteschi che, per così dire, non sono nati
“completi” : infatti, o non sono dotati di un ciclo completo di preparazione
delle materie prime, o non dispongono di un minerale così ricco da poter
dare risultati tanto elevati ; oppure, infine, il loro rendimento è stato in
pratica limitato da obiettive difficoltà di carattere tecnico.

E quest’ultimo è il caso più grave. Si parla oggi infatti di inviare al-
l’altoforno aria riscaldata a 1.200 gradi ; ma per arrivare a tanto bisogna
prima riscaldare l’ aria a temperature ben maggiori ; per far questo è ne-
cessario far appello a tutte le conoscenze che abbiamo oggi circa le carat-
teristiche e le possibilità di impiego dei refrattari ; le valvole che devono
regolare il passaggio dell’aria a siffatte temperature ricevono sollecitazioni
eccezionali e la loro costruzione richiede accorgimenti tecnici particolaris-
simi. Il fatto è che, fino ad oggi, nessuno ha ancora raggiunto questi risultati.
Non gli americani ; e neppure i russi, che sono arrivati a riscaldare l’aria
fino a 1.000 - 1.050 gradi.

Perché questa faticosa ricerca? Per limitare il consumo di carbone,
che costituisce il principale elemento di costo. Forse tra poco il consumo di
coke potrà aggirarsi sui 400 chilogrammi per tonnellata (e già esiste negli
Stati Uniti un impianto sperimentale dove è stato raggiunto un consumo
di 300 chilogrammi per tonnellata). Si noti che prima della guerra la media
europea era di 1.000 chilogrammi a tonnellata. E questo dà la misura del
progresso tecnologico che si è ottenuto in questo periodo ; un progresso che
ha impegnato tutti nella continua ricerca di nuovi mezzi di produzione e
di controllo.

Naturalmente, per arrivare a produzioni così forti, si sono dovuti ab-
bandonare anche i tradizionali sistemi di carica dell’altoforno. Oggi infatti
si ricorre ai nastri trasportatori regolati da apparecchiature elettroniche.
E non sarebbe possibile fare altrimenti, se si tien conto del fatto che, per
produrre 4.000 tonnellate al giorno di ghisa, bisogna introdurre nell’alto-
forno ben 7.000 tonnellate tra minerale e coke.

Da questi pochi accenni è facile dedurre che l’avvenire della siderurgia
è în mano a chi riuscirà — sfruttando a fondo i mezzi che ho detto — a
produrre la ghisa a costo più basso.

Tra le più importanti novità tecnologiche che hanno caratterizzato
quest’ultimo periodo è da annoverare, inoltre, il processo di produzione del-
l’acciaio designato con la sigla “LD”. Si dovrebbe definirlo un processo
rivoluzionario : in realtà è molto semplice e lo si conosceva da tempo, ma
soltanto l’impiego di ossigeno a bassissimo costo — fatto recente — ha
fatto sì che si potesse utilizzarlo. Oggi si afferma che prima del 1970 la
produzione mondiale di acciaio LD sarà di 100 milioni di tonnellate ; ciò
significa che fra pochi anni il nuovo sistema raggiungerà forse una posizione
di preminenza rispetto a tutti gli altri sistemi finora în uso.

Con il processo LD, pur trattandosi di un sistema a soffiaggio di ossi-
geno, si può utilizzare îl 70 per cento di ghisa purissima e solo il 30 per
cento di rottame raggiungendo livelli qualitativi con una facilità sconosciuta
fino ad oggi nell'industria siderurgica.

Il passo successivo è quello della colata continua. Si tratta di un sistema
già sperimentato, che permette di eliminare una parte delle operazioni di
laminazione. Anche noi quindi non possiamo fare'a meno di prenderlo sin
d’ora în considerazione.

In conclusione, si può ben essere d'accordo con il presidente dell’ United
States Steel il quale, in una conferenza tenuta qualche mese fa a Pittsburg,
ha affermato che nei prossimi dieci anni la siderurgia farà progressi mag-
giori di quanti non ne abbia fatto negli ultimi cinquanta. Questo significa
che i tecnici dovranno impegnarsi sempre più o fondo nella ricerca di so-
luzioni via via più economiche, le quali valgono a valorizzare sul piano
pratico î nuovi procedimenti.

In questa corsa al progresso, l’Italia è certamente in buona posizione,
anche se noi non ci troviamo nella situazione della Germania, della Fran-
cia o degli Stati Uniti, che possedevano da tempo una robusta industria
siderurgica e che, pertanto, possono limitarsi alla sostituzione degli impianti
vecchi e obsolèti nonché ad un graduale potenziamento produttivo. Dopo la
guerra, noi siamo partiti praticamente da zero, dato che tutti gli stabili-

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menti a ciclo integrale erano stati distrutti. Siamo partiti ricostruendo su
nuove basi quel centro di Cornigliano che adesso è stato ingrandito, ulte-
riormente modernizzato e completato, particolarmente nella parte che ri-
guarda la preparazione del minerale e l’utilizzazione degli altiforni. Siamo
infatti convinti che per avere, nella nostra attività, una base solida e sicura,
bisogna che la ghisa — cioè l’utilizzazione delle materie prime — sia ot-
tima. E questo è diventato, per noi tutti della Finsider e dell’Italsider, uno
slogan.

Né la nostra situazione è più facile per quel che concerne il settore della
laminazione. Anche qui la siderurgia italiana, non avendo impianti impor-
tanti su cui basare la propria esperienza, ha dovuto affrontare ex novo
tutti i problemi, e si è trovata, nella costruzione o ricostruzione dei propri
stabilimenti, a dover divinare, in un certo senso, l'avvenire, tenendo conto
delle probabili e possibili evoluzioni della tecnica nel prossimo futuro. Ab-
biamo cercato di farlo, evitando, ovviamente, di correre troppi rischi.

Oggi, condividendo l’opinione di molti tecnici stranieri (non di tutti,
logicamente, poiché esistono scuole diverse — la russa, l'americana, la
tedesca — ognuna delle quali ha una propria concezione del problema), noi
pensiamo che i laminati piani siano destinati ad assumere un peso prepon-
derante nella produzione siderurgica dei prossimi anni. Questo soprattutto
perché le unità che li producono sono le sole che si prestino alle grandis-
sime produzioni di massa, e quindi all'adozione di comandi elettronici ;
apparati, questi ultimi, costosissimi, difficili da applicare (in qualche caso
occorrono anni per la loro messa a punto), ma d’importanza veramente
determinante : non tanto perché consentono riduzioni di personale, quanto
perché inseriscono nel fatto produttivo un elemento nuovo, vale a dire la
costanza della produzione e un aumento medio del livello qualitativo del-
l’acciaio comune. Dirò per inciso, a questo proposito, che oggi qualche
tecnico, esagerando un poco, pensa addirittura che il miglioramento quali-
tativo dei prodotti commerciali finirà per provocare una riduzione del tasso
d’aumento dell'importanza degli acciai speciali. Con i laminati piani,
praticamente, si può far tutto, a cominciare dai profilati.

I piccoli profilati, che fino a qualche anno fa uscivano tutti dai lami-
natoi, oggi sono în gran parte soppiantati da quelli sagomati a freddo,
cui è possibile dare dimensioni, sagome, spessori assolutamente inottenibili
attraverso la laminazione normale. Questo nuovo tipo di produzione si è
sviluppato ormai con tale ampiezza da indurci a cancellare dai nostri
programmi un laminatoio tradizionale per piccoli profilati.

Lo stesso problema si è affacciato ultimamente nei confronti dei grandi
profilati e dei relativi laminatoi.

Ci si è cominciati a chiedere come si potesse rendere la produzione dei
profilati altrettanto economica di quella dei laminati piani, che ormai,
com'è noto, sono prodotti da impianti modernissimi e molto efficienti. La
risposta dei tecnici americani è stata netta : non si costruiranno più lami-
natoî per grandi profilati (l’ultimo impianto di questo tipo è stato costruito
tre o quattro anni fa). Non soltanto si tratta di impianti più difficili da
regolare che non siano quelli per la produzione dei laminati, ma altri incon-
ventienti sono ad essi imputabili. Per esempio, una trave ad ali larghe non
dovrebbe avere, nella maggior parte dei casi, le flange delle stesse dimen-
sioni e della stessa qualità di acciaio : ma îl laminatoio non può farla che
in quel dato modo. Usando invece il laminato piano per fabbricare la trave
saldata, è possibile fare la costola di un determinato tipo di acciaio, una
flangia di un altro tipo e la seconda flangia di un altro tipo ancora. Queste
nuove possibilità vengono ora dovunque prese in considerazione e valutate ;
e la conclusione è che l’acciaio, impiegato secondo il nuovo sistema, diventa
molto più economico. Un ponte, ad esempio, può pesare il 30 per cento di
meno se per la sua costruzione si impiegano, anziché travi di tipo comune,
travi studiate e fabbricate apposta per quel ponte. Le stesse considerazioni
valgono per le costruzioni civili di una certa importanza.

Rimane il campo delle medie dimensioni in cui, per ragioni tecniche,
non si possono ottenere vantaggi così rilevanti. Resta il fatto, però, che il
poter studiare e programmare l’utilizzazione dell'acciaio apre nuove e
migliori prospettive produttive ed economiche.

L'Europa non ha seguìto finora l’esempio americano e continua a fab-
bricare laminatoi che producono direttamente î profilati. Lo stesso, ancor
più accentuatamente, fa la Russia.

Considerando poi la produzione siderurgica nel suo complesso, il fatto
che la Russia e l'America siano arrivate a risultati tecnici abbastanza
equivalenti è il frutto di sforzi che sono stati compiuti partendo da conce-

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zioni diametralmente opposte. Gli americani hanno fatto il possibile per
produrre tutto ciò che serve alla fabbricazione dei beni di consumo al mi-
nor prezzo ; i russi, fino a poco tempo fa, hanno invece puntato su una
produzione atta ad incrementare i beni strumentali. Da questo profondo
divario di finalità nascono le differenze strutturali fra le due siderurgie.
Nei punti comuni, ad esempio l’altoforno, i risultati raggiunti sembrano
equivalersi, sebbene nulla si possa affermare in linea generale perché non è
ovviamente possibile disporre di tutte le informazioni.

Ma torniamo all’Italia. Ho già detto come, dopo la guerra, si sia do-
vuto partire da zero. Nel 1946 il consumo nazionale era di 26 chilogrammi
per abitante ; nel 1963 era salito a 270 chilogrammi. Un lungo cammino,
dunque, che è stato compiuto in parte potenziando gli impianti esistenti,
specialmente nell’àmbito della media industria (e a questo proposito bisogna
dire che molti piccoli impianti basati sull’utilizzazione del rottame hanno
retto bene alla prova e probabilmente continueranno a “tenere” il mercato),
e principalmente costruendo nuovi impianti a ciclo integrale, che sono stati,
come ho detto, progettati e realizzati tenendo conto non soltanto della
realtà presente, ma anche e soprattutto delle previsioni circa l'evoluzione
della tecnica e circa gli sviluppi del mercato. È quest'ultimo aspetto del
problema che ci ha dato, naturalmente, le maggiori preoccupazioni. Adesso
siamo finalmente arrivati al compimento della nostra fatica, e i nuovi im-
pianti stanno per entrare in azione.

A Bagnoli ha già iniziato la sua attività la prima acciaieria LD del-
l’Italsider, che sostituisce la vecchia acciaieria Martin, già spenta da
qualche mese, e quella Thomas che si fermerà definitivamente entro una
quindicina di giorni.

A Taranto, entro il mese di ottobre o al massimo entro il mese di no-
vembre, si comincerà a produrre acciaio LD in misura maggiore che a
Bagnoli. Verso la metà di ottobre entrerà in funzione il primo altoforno,
entro novembre il secondo. Lo stabilimento di Bagnoli è praticamente,
fino ai laminatoi, uno stabilimento nuovo, ricostruito previa demolizione di
tutti gli impianti esistenti.

Quello di Cornigliano è stato ampliato e rimodernato in ogni settore.

Il momento attuale presenta, per la siderurgia IRI-Finsider (come, io
credo, per tutta la siderurgia italiana), qualche difficoltà, ma non direi che
sia molto preoccupante. Per la Finsider le difficoltà sono forse maggiori
in quanto l’entrata in attività dei nuovi impianti dell’Italsider coincide
con una fase di mercato piuttosto debole. La nostra produzione è attual-
mente di 250/270 mila tonnellate di prodotti finiti al mese ; salirà a 350 mila
alla fine dell’anno e a 450 mila nel corso del 1965.

Bisogna tener conto del fatto che questa maggiore produzione andrà
a sostituire in buona parte l’importazione. Dei circa 5 milioni di tonnellate
di acciaio entrati in Italia dall’estero nel 1963, infatti, una parte era rap-
presentata da semiprodotti che la Finsider ha dovuto importare, non es-
sendo ancora in esercizio Taranto. Anche per questa ragione, quindi, non
vi è alcun motivo di preoccuparsi troppo per il massiccio aumento di pro-
duzione che si verificherà l’anno prossimo.

Per far fronte, comunque, alle innegabili difficoltà del momento, abbiamo
cercato, come si suole fare in questi casi, di puntare sulla esportazione.
L’abbiamo prima raddoppiata e poi triplicata, e ciò naturalmente, senza
danno economico. Tengo a sottolinearlo per chiarire che la nostra produ-
zione — seppure non abbia ancora raggiunto î prezzi che pensiamo di rea-
lizzare nel 1967 e che la metteranno in grado di sostenere anche una for-
tissima concorrenza internazionale — è già in condizioni di battersi con
successo. E questo è per noi e per tutti un elemento di grande tranquillità.

Del resto, noi non abbiamo previsto e non prevediamo di dover insistere
a lungo sull’esportazione. Nel nostro piano generale, in tempi normali,
l’esportazione entra soltanto nella misura del 15 per cento ; funge cioè da
valvola di sicurezza, proprio come in questo momento.

In conclusione noi ci siamo preoccupati essenzialmente del mercato na-
zionale e pensiamo di poter contribuire validamente allo sviluppo sano ed
equilibrato dell’industria italiana. Pensiamo che le prospettive di espan-
sione della siderurgia italiana possano realizzarsi appieno.

È in questa fiducia che si sta lavorando nei complessi siderurgici più
importanti della Finsider, per ultimare la costruzione e il potenziamento
degli impianti, al fine di dare al paese, nella quantità e nella qualità di
cui ha bisogno, quell’acciaio che è alla base della nostra attività industriale
e che esercita una funzione determinante sulle sorti dell'intera economia
italiana.





italsider

sede e direzione generale

Genova via Corsica 4 - telefono 5999
telex 27039 Italsid

centri siderurgici a ciclo integrale
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
telefono 302024 - telex 71039 Italsid

tondo - vergella - bordione - nastri stretti laminati
a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella

Oscar Sinigaglia - Genova-Cornigliano
via San Giovanni d’Acri 6 - telefono 4107 -
telex 27243 Italsid

laminati piani a caldo e a freddo - lamierini zincati
- banda stagnata elettrolitica e ad immersione
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 - telefono 22041
- telex 27039 Italsid

rotaie - barre e profilati - materiali per armamento
ferroviario fisso

Taranto - via Appia - telefono 91001 -

telex 81039 Italsid

tubi di acciaio saldati di grande e medio diametro
Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -

telex 46039 Italsid

ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere grosse

stabilimenti di produzioni speciali

Lovere (Bergamo) - via Giorgio Paglia - telefono 10
telex 31659 Italsid

rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio
- ferroleghe

Savona - corso Giuseppe Mazzini 3 - telefono 27941
carpenteria metallica - getti e tubi di ghisa - lingottiere
Siac - Genova-Campi - corso F. M. Perrone 15 -
telefono 469091 - telex 27072 Italsid

fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e placcate

stabilimenti di rilavorazioni

Marghera (Venezia) - via del Commercio 5 -
telefono 50334 - telex 41043 Italsid

profilati

San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza Giacomo
Matteotti 7 - telefono 92041

profilati - materiali per armamento ferroviario

uffici vendite

Bologna, via Guglielmo Marconi 29a - telefono 269865
telex 51039 UVEBO

Genova, via Lorenzo Garaventa 2 - telefono 592831 -
telex 27038 UVEGE

Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889
telex 31039 UVEMI

Napoli, via Flavio Gioia 4 - telefono 312448 -
telex 71073 UVENA

Padova, galleria Porte Contarine 4 - telefono 51644
telex 41039 UVEPD

Palermo, via di Villa Trabia 3-a - telefono 291540
telex 91044 UVEPA

Roma, via Barberini so - telefono 464444
telex 61039 UVERO

Torino, corso Vittorio Emanuele 3 - telefono 655065
telex 21039 UVETO

rappresentanza

Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 484516
















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