Rivista Italsider, n. 2, 1963

Contenuto

Rivista Italsider, n. 2, 1963
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Alberto Savinio - "I genitori", 1928.
Seconda di copertina: evoluzione della ruota: pittura rupestre.
Terza di copertina: evoluzione della ruota: ruota motrice di locomotiva a vapore.
Quarta di copertina: portello di ghisa per valvole stradali del gas.

Immagini in evidenza:
- Rotoli a caldo provenienti dal centro siderurgico di Cornigliano, pronti alla lavorazione a freddo al treno tandem (p. 11)
- Uno sfarzoso carro da cerimonia celtico proveniente da Dejberg. Risale al 500 a. C. (p. 13)
- La laminazione di un cerchione per ruota ferroviaria (p. 18)
- Opera di René Magritte, "L'arte della conversazione" 1961 (p. 24)
- Opera di Salvador Dalì, "Persistenza della memoria (orologi molli)" - 1931 (p. 25)
- La massaia tutte le mattine, quando deve decidere cosa acquistare al mercato, deve risolvere un problema, sia pure elementare, di programmazione matematica lineare, deve usare cioè una tecnica della ricerca operativa (p. 28)
- Dovendo calcolare il numero di impiegate da assumere per un certo lavoro, è utile seguire la teoria delle "file d'attesa" (p. 29)
- La planimetria rappresenta un primo nucleo industriale dell'area di Taranto (p. 40)

Sommario:
- Vitalità della formula IRI, p. 1
- Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio: 1953-1963, p. 5
- Novi Ligure, p. 8
- La ruota, p. 12
- Il congresso dei rodeggi, p. 18
- Lo strumento della produzione, p. 19
- Casorati, p. 21
- Il surrealismo, p. 23
- Le tecniche della ricerca operativa, p. 28
- Psicologia del tifoso, p. 34
- Il piano di Taranto, p. 37
Data testuale
1963 aprile- maggio
Consistenza
pp. 44
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Cornigliano S.p.A. (1948 - 1961)
Identificativo
PER.000354/15
Collocazione
Emeroteca
contenuto
RIVISTA ITALSIDER







Que * MEVISTA FTALSIDER

la copertina: Alberto Savinio - “I genitori”,
1928 (collezione Cardazzo, Venezia).

Alberto Savinio, nato ad Atene nel 1891, morto a
Roma nel 1952, è un raro esempio di multiforme ge-
nialità creativa. Come musicista ha scritto opere, bal-
letti e composizioni di notevole valore. Come scrit-
tore ci ha lasciato molti libri di racconti, saggi, dram-
mi teatrali in cui la sua vastissima cultura è messa al
servizio di un'intelligenza ironica e di un estro poe-
tico che hanno ormai un posto nella nostra letteratura.
Come pittore, attività che iniziò nel 1927, ci ha dato
opere di grande originalità, prossime alla pittura me-
tafisica del fratello Giorgio De Chirico ma deformate
da un gusto e da un’ironia tutta particolare, che le
avvicinano ai surrealisti. Una recentissima mostra di
opere di Savinio, tenutasi a Milano, ha segnato un
po’ la riscoperta di questo singolare pittore, a pro-
posito del quale rimandiamo i lettori all’articolo di
Valsecchi sul Surrealismo.

2° e 3° di copertina: evoluzione della ruota:
pittura rupestre e ruota motrice di locomo-
tiva a vapore.

$° di copertina: portello di ghisa per valvole
stradali del gas.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 2 - aprile-maggio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO
Vitalità della formula IRI pag. I
Comunità Europea del Carbone

e dell’Acciaio: 1953-1963 » 5
Novi Ligure » 8
La ruota » 12
Il congresso dei rodeggi » 18
Lo strumento della produzione » 19
Casorati » 21
Il surrealismo » 23
Le tecniche della ricerca operativa » 28
Psicologia del tifoso » 34
Il piano di Taranto » 37

Di:

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale ha compiuto trent'anni

Vitalità della formula IRI

La grande riunione tenutasi il 25 marzo scorso a Roma per celebrare il trentennio di
vita dell’ Istituto per la Ricostruzione Industriale, ha visto radunati nel palazzo dei
congressi dell’ Eur, per la prima volta in forma così solenne, le rappresentanze dei due-
centottantottomila dipendenti che lavorano nelle aziende dell’ IRI: tutte le forze che in tre
decenni hanno contribuito alla creazione del grande Gruppo integrato, divenuto un fon-
damentale pilastro e strumento dello sviluppo economico e sociale del paese, ed uno
dei massimi complessi finanziari e industriali dell’intera Europa.

La presenza del presidente della repubblica Antonio Segni, del presidente del consiglio
on. Fanfani, del ministro per le partecipazioni statali sen. Bo, delle maggiori autorità
dello stato, dei rappresentanti dei vari poteri e delle diverse istituzioni, ha sottolineato
l’importanza che è stata giustamente attribuita a questa imponente assise del lavoro,
che si è conclusa con la consegna delle medaglie d’oro, a ricordo del trentennio, alle rap-
presentanze aziendali, composte dal presidente, dall’amministratore delegato e dal più
anziano dei dipendenti.

Nelle pagine che seguono illustriamo brevemente le caratteristiche e la struttura del-
'IRI. In altra parte della rivista riportiamo ampi stralci dei discorsi tenuti nell’occasione
dal presidente dell’ IRI prof. Petrilli e dal primo direttore generale dell’ Istituto, dr. Do-
nato Menichella.

Che cosa è I'PIRI oggi

L’ Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) è definito, dal suo stesso statuto, un ente
finanziario di diritto pubblico, con sede in Roma, che gestisce le partecipazioni e attività pa-
trimoniali in suo possesso, secondo l'indirizzo generale fissatogli dal governo nell'interesse pubblico.

Sotto questa formale definizione giuridico-amministrativa opera e si sviluppa una com-
plessa realtà economico-sociale, la cui imponente dimensione risulta da poche ma suggestive cifre :
oltre cento grandi società, industriali e di servizi, con circa 288 mila dipendenti, un fatturato di
1.400 miliardi di lire ed una massa di investimenti che si avvia a superare i 500 miliardi all'anno.

L’ IRI opera, nella sfera pubblica, come ente di gestione che controlla, col possesso azionario,
un gruppo di aziende aventi lo statuto giuridico di società per azioni. La crescente importanza
della funzione dell’ IRI e della sua opera di propulsione, coordinamento e controllo è espres-
sa nel semplice confronto fra i suoi stati patrimoniali a fine 1952 (297 miliardi di lire) e a fine
1961 (798 miliardi): un aumento del 174 per cento in nove anni.

A fine del 1961, i 741,2 miliardi di partecipazioni e finanziamenti IRI, calcolati al netto
dei decimi da versare, erano così ripartiti: 51,7% in aziende produttrici di servizi;
35,7% în aziende manifatturiere ; 7%, in aziende varie (ivi comprese talune chimiche e minerarie) ;
5,60% in aziende bancarie e finanziarie.

Con una simile mole di investimenti, a fine 196r l’ IRI controllava direttamente o indi-
rettamente un insieme di attività industriali e bancarie per un valore consolidato di circa
6.900 miliardi di lire, suddivise in parti all’incirca uguali fra il gruppo delle aziende indu-
striali, da una parte, e le banche ed altre partecipazioni minori, dall’altra.

Origini ed evoluzione dell’ IRI

L’ IRI fu fondato nel gennaio 1933 con compiti, essenzialmente, di risanamento bancario e
monetario.

Fin dall'ultimo decennio del secolo scorso, nel solco di una prassi iniziata e già consolidata
dalla banca tedesca, il sistema bancario del giovanissimo stato italiano aveva intensamente
partecipato al primo affermarsi di una moderna industria in Italia. La sua attività si svolgeva
non soltanto attraverso le normali operazioni di credito commerciale, ma altresì attraverso
operazioni di finanziamento, e financo attraverso l'assunzione di responsabilità di comando per
mezzo dell'acquisto di partecipazioni di maggioranza in aziende che a volte erano promosse dalle
banche stesse. D'altra parte le stesse industrie erano venute în certi casi ad acquistare parte-
cipazioni di controllo nelle banche finanziatrici, per modo che si era creato un sistema poco
sano di partecipazioni incrociate.

Per venti-trenta anni, fino alla fine della prima guerra mondiale, tale sistema non diede luogo a
inconvenienti tali da renderlo incompatibile con le esigenze di gestione di una banca di deposito.

Al termine delle ostilità esso si rivelò però carico di rischi, a causa dell'instabilità econo-
mica di quel periodo, cui andavano ad aggiungersi le difficoltà di riconversione delle industrie
belliche, in cui le banche si erano maggiormente impegnate, ed î finanziamenti dei rilevanti inve-
stimenti resi necessari dal progresso tecnologico.

In un primo tempo la situazione di difficoltà delle banche, ritenuta di carattere transitorio, fu



Il presidente della repubblica, on. Segni, consegna la ‘ medaglia d’
generale ing. Scotto - in rappresentanza dell’ amministratore delegato: dr.

affrontata con interventi di emergenza. Ma
quando, con la grande crisi apertasi nel 1920,
divenne del tutto palese che le banche di depo-
sito non potevano più conciliare la salvaguar-
dia dei depositi, loro affidati dai risparmiatori,
con l’assunzione dei rischi insiti nel finanziamento
industriale, fu giocoforza per lo stato disporre
un nuovo tipo d’intervento, volto non soltanto
al risanamento delle banche in crisi ma, anche,
a dare un nuovo assetto al finanziamento del-
l'industria nazionale.

Nacque così l’ IRI, come strumento di chiarifi-
cazione e di smobilizzo.

L’opera di chiarificazione fu particolarmente
impegnativa, investendo una complessa serie di
rapporti : fra le banche e le industrie, fra lo
stato e le banche, fra le banche e l’ istituto di
emissione, fra questo e gli organismi creati per
attuare î precedenti salvataggi e, infine, fra lo
stesso istituto di emissione e lo stato. La diret-
tiva fu di pervenire ad una situazione în cui :

a) i depositi bancari fossero impiegati soltanto
in operazioni di credito ordinario, in obbliga-
gioni e in titoli di stato ;

b) il capitale delle maggiori banche non fosse
più controllato da aziende industriali o da or-
ganismi dipendenti dalle banche stesse ;

c) l’ istituto di emissione fosse liberato da tut-
te le conseguenze delle operazioni di salvataggio
effettuate dopo la fine della guerra.

Se l’opera di chiarificazione, affidata all’ IRI,
fu assai complessa, quella di smobilizzo integrale

si rivelò oltremodo difficile. Le partecipazioni
assunte si riferivano, infatti, in parte ad aziende
in crisi, che il capitale privato non aveva inte-
resse a rilevare, o ad aziende, come le siderur-
giche e le armatoriali, il cui acquisto esigeva
capitali troppo rilevanti per il mercato italiano
del tempo, o ad aziende, come banche e servizi
pubblici, che sembrava opportuno mantenere
sotto pubblico controllo. Nato con compiti tem-
poranei e di emergenza, cioè per far fronte alle
passività derivanti dal risanamento bancario,
l IRI si trovò così a dover fronteggiare le impo-
nenti necessità non solo finanziarie, ma anche
tecniche e organizzative connesse con il control-
lo, ormai non più temporaneo, d’una importan-
te porzione dell'industria italiana.

Questa trasformazione — da ente di smobiliz-
zo in istituto permanente per la gestione di par-
tecipazioni azionarie dello stato ebbe for-
male consacrazione nel giugno del 1937.

La normalizzazione della situazione banca-
ria — compresa quella dell’istituto di emissione,
che era coinvolto negli immobilizzi industriali
delle banche di deposito con anticipazioni pari
a circa 500 miliardi di lire odierne — fu dun-
que conseguita, ma nel quadro d’una concezione
ben diversa da quella d'emergenza che aveva
presieduto alla fondazione dell’ IRI.

Caratteristiche strutturali e funzionali dell’IRI

Le aziende pervenute all’ IRI a seguito del-
l'operazione di salvataggio delle banche svolge-

fra le società operative e l’ IRI.

oro del trentennale dell’IRI al presidente dell' Italsider, ing. Marchesi che era accompagnato dal direttore
Redaelli Spreafico - e dall’ operaio anziano sig. Pietro Cordone dello stabilimento Italsider-Siac.

vano la propria attività nei settori più diversi.
A seguito di cessioni e di nuove assunzioni avve-
nute nel corso della vita dell’ IRI, il gruppo è
andato progressivamente concentrando la pro-
pria attività, in relazione agli obiettivi indicati
dal governo, in un certo numero di settori es-
senziali allo sviluppo economico e civile del paese.
Le aziende operanti in uno stesso settore, 0 col-
legate ad uno stesso ciclo produttivo, sono poi
state riunite sotto la guida di società finanziarie
specializzate, che si pongono come intermediarie
Are ire iste

L'Istituto ha quindi la tipica figura di una
società finanziaria capogruppo che svolge la
propria attività tramite società di diritto privato
al cui capitale esso partecipa, direttamente 0
indirettamente, in misura predominante 0 co-
munque sufficiente ad assicurargli il controllo
della gestione. La figura giuridica delle società
per azioni è stata conservata alle aziende del
gruppo con il deliberato proposito di favorire il
diretto finanziamento delle aziende sul mercato
e di facilitare il confronto con le aziende control-
late dall'iniziativa privata, stimolando così,
automaticamente, un continuo incremento della
produttività ; ne risulta altresì facilitato, ove
vengano a mancare le ragioni che hanno indotto
lo stato a darsi carico di questa 0 di quella at-
tività, il ritrasferimento eventuale di aziende
all’iniziativa privata.

L’IRI si configura, dunque, come un ente
finanziario di diritto pubblico, con personalità



giuridica propria e propri organi direttivi, di-
stinto, giuridicamente e funzionalmente, dalla
amministrazione dello stato. L'Istituto e le
società finanziarie che ne promanano non
svolgono attività industriale: questa è riser-
vata alle aziende produttrici di beni e servizi,
che, inquadrate nelle finanziarie di settore e
organizzate in società per azioni sulla base
del diritto privato, realizzano una formula per
cui i risparmiatori possono partecipare come
azionisti al capitale, e quindi ai rischi, di
aziende controllate dallo stato. Questa parte-
cipazione del risparmio privato alle imprese
operanti nella sfera pubblica avviene ad un du-
plice livello : delle società esercenti impianti e
delle finanziarie di settore che hanno anch’ esse
la forma di società per azioni. Ciò significa, in
pratica, che il ricorso al mercato finanziario,
mediante l’emissione di azioni, può essere effet-
tuato, per i singoli settori IRI, sia dalle società
industriali o di servizi vere e proprie (per esem-
pio : l° Italsider in campo siderurgico o la Teti
nel settore telefonico), sia dalle rispettive
“holding” di settore (Finsider e Stet).

Una ulteriore partecipazione del risparmio
privato al finanziamento dell'attività del grup-
po avviene sotto la forma obbligazionaria ; in
tal caso, esso finanzia non soltanto le aziende
operative e le finanziarie di settore ma anche
l’ Istituto stesso. È questo, giova insistere, un
aspetto molto importante e caratteristico del
complesso IRI.

Si può affermare che la formula IRI, pro-
muovendo un crescente afflusso di capitali dal
mercato alla sfera pubblica (nell’ordine, ormai,
di 250 miliardi annui), consente allo stato di
guidare una importante aliquota del sistema pro-
duttivo italiano impegnando risorse proprie sol-
tanto in misura minima, e precisamente nei limi-
ti degli aumenti del fondo di dotazione del-
l° Istituto-capogruppo, che l’esperienza dimostra
si son potuti mantenere nell’ultimo decennio en-
tro limiti inferiori al 10 per cento del fabbisogno
complessivo netto del gruppo.

Struttura del gruppo IRI

Il complesso IRI, come già si è accennato, è
articolato, per la maggior parte delle sue attività,
in tre diversi stadi. Alla base si trovano le so-
cietà che svolgono le attività produttive vere e
proprie ; queste, in gruppi omogenei, fanno capo
alle finanziarie di settore che, a loro volta, sono
controllate dall’ Istituto.

Esso, mano a mano che si costituivano le fi-
nanziarie di settore, trasferiva loro le proprie
partecipazioni nelle aziende operative sostituen-
dole, nel proprio portafoglio, con le azioni delle
nuove società finanziarie, ma conservando in ta-
luni casi (attività marittime, cantieristiche e
meccaniche) anche una partecipazione diretta al
capitale delle aziende di esercizio.

Le società finanziarie di settore sono oggi sei,
ciascuna con propria personalità giuridica e con
propri organi direttivi. Eccole, in ordine di fon-
dazione :

Stet, costituita fin dal 1933 per gestire le
partecipazioni dell’ IRI in campo telefonico ;

Finmare, 1936, partecipazioni armatoriali ;

Finsider, 1937, partecipazioni siderurgiche ;

Finmeccanica, mec-
caniche ;

Finelettrica, 1952, partecipazioni elettriche.
A seguito della legge di nazionalizzazione
approvata nel 1962, la Finelettrica ha ces-
sato di svolgere la sua funzione di capogrup-
po delle attività IRI nel settore elettrico. Nel
decennio di attività di questa società, creata al
fine di realizzare un coordinato esercizio degli
impianti delle società elettriche del gruppo, la
producibilità totale degli impianti stessi passava
da 7,2 miliardi di RWh a 17,3 miliardi con un
aumento del 140%, e l'incidenza del gruppo
Finelettrica sulla producibilità nazionale saliva
dal 20,6%, a fine 1952 al 24% a fine 1962.

Fincantieri, 1959, partecipazioni cantieristi-
che (distaccate dalla Finmeccanica).

La costituzione delle finanziarie di settore ha
corrisposto ad una esigenza di “specializzazio-
ne” sentita fin dall'inizio dell’attività dell’IRI e
fattasi più pressante, come è ovvio, da quando
esso si trasformò in istituto permanente. Una
tendenza imposta dalla necessità, una volta pas-
sati dalla fase di smobilizzo a quella d’una ge-
stione non più provvisoria, di decentrare ad ap-
positi organismi l’approfondimento sistematico
dei problemi di indirizzo, coordinamento e con-
trollo dei diversi settori produttivi, ciascuno con
le peculiarità tecniche e di mercato sue proprie.
Ai sei settori sopra indicati, altri se ne possono
aggiungere per la rilevanza che assumono nel
complesso IRI, anche se per essi non si è resa
necessaria la costituzione di una finanziaria di
settore : 0 per ragioni tecniche, come per il set-
tore bancario formato dalle tre banche di inte-
resse nazionale (Banca Commerciale Italiana,
Credito Italiano, Banco di Roma), da una
banca regionale (Banco di Santo Spirito), da un
istituto di credito mobiliare (Mediobanca) e da
un istituto di credito fondiario (Credito Fon-
diario Sardo); o perché rappresentati da una
sola società, come i settori radiotelevisivo (Rai-
-Tv), della navigazione aerea (Alitalia) e
quello autostradale (Autostrade), che in que-
sti ultimi anni ha richiesto un sempre crescente
apporto finanziario dell’ IRI.

I dieci settori sopra indicati assorbono più
dei nove decimi delle partecipazioni IRI. Le par-
tecipazioni în altre attività rappresentano, a fine
1961, il 7 per cento del patrimonio dell'Istituto.

A siffatto stadio di concentrazione e specia-
lizzazione l’ IRI è pervenuto attraverso un pro-
cesso di smobilizzo, che si è svolto in misura
prevalente nel primo quadriennio (1933-36) ma
che è continuato e continua anche oggi sia pure
in misura più limitata.

1948, partecipazioni

Organizzazione dell’IRI e suoi rapporti con
lo stato

L’IRI, come si è accennato in principio, ha
personalità giuridica propria ed è amministrato
da propri organi direttivi. Sono organi del-
PIstituto :

a) il presidente

b) il vicepresidente

c) il consiglio di amministrazione

d) il comitato di presidenza.

Il presidente e il vicepresidente sono nominati
con decreto del capo dello stato, durano in ca-

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rica tre anni e possono, alla scadenza, essere
confermati nella carica. Del consiglio d’ ammi-
nistrazione — oltre il presidente, il vicepresidente
e tre esperti in materia economica e finanziaria
— fanno parte: il ragioniere generale dello
stato, i direttori generali del tesoro, del dema-
nio, dell'industria, della occupazione interna al
ministero del lavoro e della previdenza sociale,
un rappresentante del ministero delle poste e
telecomunicazioni, un direttore generale del mi-
nistero della marina mercantile e un direttore
generale del ministero della difesa. Il comitato
di presidenza è composto del presidente, del vi-
cepresidente e dei tre esperti membri del consi-
glio d’amministrazione. Alle sedute del consi-
glio di amministrazione e del consiglio di pre-
sidenza partecipa con voto consultivo il diret-
tore generale che ha il compito e la responsabi-
lità di dare esecuzione alle deliberazioni assunte e
di sovraintendere al funzionamento dell'Istituto.

La determinazione delle direttive generali per
le attività IRI e l’esame dei loro risultati spet-
tano ad un comitato interministeriale perma-
nente presieduto dal presidente del consiglio —
o, per sua delega, dal ministro per le parteci-
pazioni statali — e composto, oltre che da que-
sti, dai ministri per il bilancio, per il tesoro,
per l'industria e commercio, per il lavoro e la
previdenza sociale.

Come appare chiaro da questi accenni istitu-
zionali, l’attività dell’IRI è regolata dallo
stato în sede di indirizzo generale e di valuta-
zione dei risultati conseguiti mentre, date le
modalità di finanziamento del Gruppo, la gestione
delle aziende si svolge secondo le responsabilità,
le procedure, le regole e i rischi della economia
di mercato, su un piano di parità e competitività
con la privata iniziativa.

Anche sul piano dei rapporti finanziari, i le-
gami dell’IRI con lo stato appaiono ben delimi-
tati: a parte, infatti, la fase iniziale, quando
lo stato provvide a coprire le perdite (nell’ ordine
di 500-550 miliardi di lire odierne) accollate al-
l’Istituto per ricostruire la quota dei depositi
bancari andata perduta nella crisi creditizia
precedente il 1933, î rapporti finanziari Stato-
-IRI concernono la formazione e l’accrescimen-
to del fondo di dotazione, a partire, pratica-
mente, dal 1946 : nel decennio 1952-61, nono-
stante gli aumenti registrati in cifre assolute,
l’apporto statale alla copertura del fabbisogno
finanziario netto del gruppo è stato appena del-
l 8 per cento.

Originalità e attualità della formula IRI

L’IRI, dunque, costituisce un complesso mec-
canismo diretto a realizzare, per le aziende con-
trollate, tre condizioni :

a) paragone automatico con la produttività
del capitale impiegato dalle aziende private ;
" 5) possibilità di finanziamento diretto sul mer-
cato, con equivalente alleggerimento per il te-
soro dello stato ;

c) non preclusione del ritorno di singole atti-
vità all’iniziativa privata nei limiti consentiti
dagli indirizzi di politica economica governativa.

A voler condensare in poche battute la quin-
tessenza della formula IRI, si potrebbe dire che
essa consiste nella capacità di perseguire fini eco-



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nomico-sociali d'interesse pubblico, indicati dal-
l’autorità politica, attraverso strutture e proce-
dure di diritto privato conformi all’economia di
mercato. Sul piano finanziario, questa capacità
operativa si traduce nella sperimentata attitu-
dine a mobilitare ‘‘economicamente’’ grandi
masse di capitale privato, sì che l’ IRI è in grado
di operare a fini di sviluppo nazionale — come
già varie volte si è sottolineato — con capitali
“pubblici” estremamente ridotti.

Ne costituisce una riprova il fatto che attual-
mente gli azionisti privati del gruppo sono oltre
400.000 ; dal bilancio consolidato al 31 dicem-
bre 1961 risulta inoltre che su di un totale di
1.055 miliardi di capitali e riserve del complesso
industriale del gruppo, 590,2 miliardi sono di
pertinenza di terzi azionisti.

Consuntivi e programmi

Il gruppo IRI predispone la sua attività at-
traverso programmi di massima quadriennali,
soggetti di anno in anno a revisioni e adegua-
menti in base ai consuntivi dell’anno decorso
oltre che, ovviamente, all'eventuale insorgere di
nuove esigenze e situazioni.

Bastano due dati fondamentali per dare una
idea del ritmo di espansione delle attività IRI :

a) gli investimenti del gruppo in impianti, da
una media annua di 150 miliardi di lire nel
quadriennio 1950-53 e di 291 miliardi di lire
nel quadriennio 1958-1961, saliranno nel qua-
driennio 1962-65 ad una media annua di oltre
500 miliardi di lire ;

b) nel decennio 1952-61, il fatturato globale
del gruppo ha avuto un incremento, in lire cor-
renti, di circa il 215 per cento, balzando dai
446,9 miliardi del 1951 ai 1.401,7 del 1961;
in lire costanti il saggio di incremento medio an-
nuo è stato del 12 per cento a fronte del 6 per
cento registrato nello stesso periodo dal reddito
nazionale reale.

Fatta eccezione per i trasporti marittimi, il
cui ritmo di espansione risente della concorrenza
dei trasporti aerei, tutti gli indici relativi ai
settori IRI hanno registrato, nel decennio, svi-
luppi di molto superiori a quelli della produ-
zione e del reddito nazionale : donde l'evidenza
dell’azione d’impulso svolta nel decennio stesso
dall’ IRI nei confronti dell'economia nazionale.

Questo ruolo tradizionale sarà fortemente po-
tenziato nel prossimo futuro, come risulta dal
confronto fra gli investimenti per settore effet-
tuati nel quadriennio 1958-61 e quelli previsti
per il quadriennio in corso (miliardi di lire) :

siderurgia 2I7 677
meccanica e cantieri QI 167
telefoni 28I 325
trasporti marittimi 74 95
trasporti aerei 72 7I
radiotelevisione 20 30
autostrade I3I 352
varie 35 22
930 1.739

energia elettrica 233 303
totale 1.163 2.042

Dalle cifre sopraelencate risulta che gli inve-
stimenti a suo tempo preventivati per il qua-
driennio 1962-65 (2.042 miliardi di lire) sono

quasi doppi di quelli effettuati nel precedente
quadriennio (1.163 miliardi).

Tale notevole incremento è dovuto in partico-
lare ai programmi predisposti per il settore side-
rurgico, che comporterà nel quadriennio 1962-65
investimenti pari a oltre tre volte quelli effettua-
ti nel quadriennio 1958-61, per quello autostra-
dale, i cui investimenti saranno superiori del
170 per cento circa a quelli del precedente qua-
driennio, e per il settore cantieristico-meccanico
che realizzerà investimenti quasi doppi rispetto
a quelli del 1958-61. Si deve però notare che,
a seguito della legge di nazionalizzazione del-
l’energia elettrica, è venuta a cessare la respon-
sabilità dell’IRI in questo settore; di conse-
guenza il gruppo non dovrà darsi carico della
realizzazione dei programmi predisposti per gli
ultimi tre anni del periodo 1962-65. Peraltro,
anche se si eccettuano gli investimenti previsti
per questo settore, che nel 1958-61 hanno rap-
presentato il 20 per cento del totale, gli inve-
stimenti predisposti a suo tempo per il periodo
1962-65 superano quelli del precedente quadrien-
nio, del 50 per cento e del 60 per cento se si
includono anche gli investimenti elettrici effet-
tuati dal gruppo nel 1962.

Il continuo aggiornamento dei programmi fa
sì che fin da ora può affermarsi che î programmi
qui indicati saranno ampiamente superati. Ne
conseguirà un notevole fabbisogno di personale,
per cui si prevede che l'occupazione del gruppo
IRI a fine 1965 supererà î 300 mila addetti
rispetto ai 271 mila di fine 1906I.

In considerazione di tali notevoli necessità di
nuovo personale l’IRI si è impegnato a realiz-
zare un vasto programma di formazione delle
maestranze : a tal fine ha costituito, con la
partecipazione delle finanziarie di settore, la
società IFAP (IRI - Formazione e Addestra-
mento Professionale) che provvederà, nel qua-
driennio in corso, alla costituzione di centri in-
teraziendali destinati alla preparazione di gio-
vani lavoratori ed alla riqualificazione, all’ag-
giornamento e alla promozione di adulti.

L’IFAP ha realizzato e sta realizzando
centri interaziendali a Trieste, Milano, Genova,
Terni, Napoli e Taranto.

Per la realizzazione di tali centri è prevista
una spesa complessiva di 12,2 miliardi. Per
quanto concerne î quadri, l’IRI ha creato un
apposito centro, dove si formano e si perfezio-
nano i dirigenti alle funzioni direttive. Un cen-
no a parte merita il progressivo e rilevante svi-
luppo delle attività IRI nel mezzogiorno d’Ita-
lia. Nel dodicennio 1950-1961, gli investimenti
del gruppo — escludendo i settori dei trasporti
marittimi e aerei e delle autostrade — sono am-
montati a circa 500 miliardi di lire, con una
progressione significativa dai 28 miliardi annui
(in media) del 1950-56 ai 94 miliardi circa del
1961. Nel quadriennio 1962-65, in base ai pro-
grammi approvati a fine 1Q6I, si salirà ancora
ad una media di 155 miliardi annui. Aggiungen-
do gli investimenti autostradali, la media annua
di investimenti sarà nel quadriennio di 185 mi-
liardi (107 nel 1961).

E alla luce dî queste cifre che può essere me-
glio valutato lo sforzo già compiuto e quello în
atto nel quadro della generale politica meridio-

nalistica dello stato. Raddoppiata, nel settore
siderurgico, la capacità produttiva del centro a
ciclo integrale di Bagnoli e avviata la costru-
zione del nuovo grande centro di Taranto ; li-
quidate, nel settore meccanico, le posizioni in
crisi cronica e riorganizzate e sviluppate le
aziende in complessi omogenei; costruita, nel
settore delle aziende manifatturiere varie, una
nuova cementeria a Bagnoli ; incrementati i ser-
vizi elettrici e telefonici con un saggio medio
annuo superiore a quello delle altre regioni ; mi-
gliorati e potenziati, con indici a volte clamoro-
si, i trasporti marittimi e aerei e i servizi radio-
televisivi ; l’IRI darà, nel quadriennio în corso,
un contributo essenziale allo sviluppo dell’econo-
mia meridionale.

A 616 miliardi di lire ammontano gli investi-
menti IRI nel Sud finora approvati per il qua-
driennio 1962-65 (a parte sempre i settori non
localizzabili e le autostrade).

Circa la metà di tale cifra sarà assorbita dal
settore siderurgico la cui capacità produttiva
nel Mezzogiorno salirà dal 20 al 40 per cento
del totale Finsider.

Gli investimenti nel settore cantieristico-mec-
canico raggiungeranno un livello più che doppio
di quello del trascorso quadriennio e comprende-
ranno una serie di iniziative in collaborazione
con affermati gruppi italiani ed esteri, che si
affiancheranno a quelle, in promettente sviluppo,
recentemente attuate nel settore automobilistico
ed elettronico. Con la costruzione d'una nuova
unità cementiera nell’ambito del centro side-
rurgico di Taranto, il gruppo manterrà una sua
funzione di punta anche in questo settore di base
per lo sviluppo dell'economia meridionale. In
complesso, la media annua degli investimenti in
impianti nel Sud segnerà, nel quadriennio
1962-65, un incremento di circa il 65 per cento
rispetto al 1961. Si tratta, per la maggior parte,
di investimenti che avranno un effetto moltipli-
catore e propulsore delle attività locali ; a que-
sto proposito è interessante ricordare il contri-
buto che l’IRI, attraverso l’ISAP, dà al finan-
ziamento ed alla organizzazione di imprese,
prevalentemente manifatturiere, di piccole e
medie dimensioni, nonché quello che, attraverso
VP IFAP, dà alla formazione professionale in
campo industriale, creando proprio nel Sud i
due maggiori centri d’istruzione, capaci di ad-
destrare personale in misura largamente supe-
riore al fabbisogno delle sole aziende del gruppo.
Ma gli investimenti IRI avranno anche una
funzione di spinta alle esportazioni — soprat-
tutto dei prodotti siderurgici e cementieri —
riattivando, così, un’antica tradizione di scam-
bi fra il mezzogiorno d’Italia e i paesi interes-
sati all’area mediterranea. Anche sotto questo
profilo dell'apporto IRI alla generale politica
governativa di sviluppo del Mezzogiorno, si
accentua la rilevanza europea e, più am-
piamente, internazionale del gruppo IRI e del-
la sua formula, verso la quale non a caso si
rivolge l’interesse di numerosi paesi. Ciò anche
in considerazione del fatto che, nell’ attuale
momento storico, essa si presenta sostanzial-
mente omogenea con i principi ispiratori del
Trattato di Roma ed è quindi recepibile come
tale nel Mercato Comune Europeo.



Comunità Europea

del Carbone
e dell’ Acciaio

1953-1963

Ricorre quest'anno il decimo anniversario del-
l’entrata in funzione della Comunità Europea
del Carbone e dell’ Acciaio.

In un'Europa che aveva ancora molte cicatrici
della guerra aperte, l'avvento della CECA rap-
presentò un passo avanti che non molti, allora,
seppero valutare in tutta la sua portata.
Grazie ai primi soccorsi americani e agli aiuti
Marshall, gli europei nel 1950 avevano com-
piuto una prima faticosa tappa sulla via del-
la ricostruzione. Ma i problemi più assillanti
restavano ancora da risolvere :

deficit in dollari, difficoltà delle economie chiuse,
mancanza di chiarezza delle prospettive del-
l'Europa in un mondo in piena evoluzione, ri-
nascita sempre possibile di vecchie rivalità tanto
rovinose quanto assurde. La guerra fredda an-
nunciava il sorgere di pericoli ancora maggiori.
È proprio allora che il piano Schuman introdu-
ce sulla scena internazionale un elemento nuovo
e positivo : l'Europa unita.

Ecco una cronaca degli avvenimenti che por-
tarono alla creazione della CECA, tolta da una
pubblicazione edita nella ricorrenza del decennio
dal servizio del portavoce dell’ Alta Autorità e dal
servizio informazione della Comunità Europea.

Come è nata la CECA

<

16. Robert Schuman, ministro degli esteri
francese, apre una conferenza stampa, di cui
nessuno prevede la portata, leggendo ai gior-
nalisti presenti una dichiarazione solenne:
« Non si tratta di vane parole, ma di un atto
ardito, di un atto costruttivo. La Francia ha a-
gito, e le conseguenze della sua azione possono

ere immense. Noi speriamo che lo siano... ».

iene così reso pubblico il progetto da cui

è nata la CECA, presentato il giorno ste
so dal governo francese agli altri paesi euro-
pei. La sorpresa è totale. Nessuno si aspetta
un'iniziativa di questo genere che rappresen-
ta, dichiara immediatamente il cancelliere
Adenauer, «un progresso considerevole nel-
le relazioni franco-tedesche ». Per quale mo-
tivo il governo francese ha deciso di formu-
lare queste proposte e quale scopo persegue
presentandole?

Agli inizi del 1950, nonostante il successo
del piano Marshall, l’ Europa è inquiet:

Parigi, Q d’Orsay, 9 maggio 1950, ore



6

co fiduciosa ancora nelle proprie forze e nel
proprio avvenire. L’ OECE e il Consiglio
d’ Europa sono le prime manifestazioni di un
nuovo spirito di collaborazione, ma i loro
obiettivi e i loro mezzi sono limitati. I setto-
ri di base dell’ economia europea, sostenuti
dall’aiuto americano, danno prova di un no-
tevole dinamismo, ma gli investimenti dei
vari paesi sono ancora poco coordinati, i si-
derurgici incontrano difficoltà per conoscere
i bisogni del consumo e, benché producano
soltanto la metà dei quantitativi ottenuti nel
1962, temono già una crisi di sovrapprodu-
zione. Infine, i rapporti franco-tedeschi, tan-
to decisivi per l’intera Europa, sono tempe-
stosi e tesi: essi incontrano questioni irritanti
come il controllo della Ruhr ed il problema
della Sarre.

In Francia, due uomini politici osservano
con particolare inquietudine il pericolo di ri-
cadere nei particolarismi nazionali che incom-
be sull’ Europa convalescente: il ministro Ro-
bert Schuman ed il commissario al Piano
Jean Monnet.

Il 28 aprile 1950, il secondo fa pervenire
al primo una nota che propone l’istituzione
di un pool europeo del carbone e dell’acciaio.
L’accordo è immediato. Si tratta ormai di
far presto, allo scopo di beneficiare di un ef-
fetto di sorpresa e di colpire l’opinione pub-
blica. Nel suo ufficio della rue de Martignac,
sede del Commissariat au Plan, Jean Monnet
prepara il lancio delle proposte francesi, con
l’aiuto dei suoi più vicini collaboratori.

L’idea di base è essenzialmente politica, e
di politica internazionale, che supera il sem-
plice ambito europeo. Si tratta di rafforzare
la coesione tra i paesi europei e di ispirar loro
fiducia in un destino comune. La tensione
est-ovest, ossessiva ai primi del 1950, dif-
fonde nel mondo un’atmosfera di guerra im-
minente. Per consentire all’ Europa di svolge-
re in modo migliore la funzione di pilastro del
mondo libero, gli autori del piano Schuman
giudicano necessario introdurre sulla scena in-
ternazionale un elemento nuovo e positivo:
l' Europa unita. È questo il senso di un pas-
saggio essenziale della dichiarazione pronun-
ciata il 9 maggio 1950: « La pace mondiale
non può essere salvaguardata senza sforzi
creativi pari ai pericoli che la minacciano. Il
contributo che un’ Europa organizzata e vi-
tale può recare alla civiltà è indispensabile al
mantenimento di relazioni pacifiche ».

Per realizzare questa Europa unita, biso-
gna mostrare ai paesi associati gli interessi
comuni che li avvicinano, sottolineare tutto
ciò che li lega profondamente affinché essi di-
mentichino ciò che li separa, spesso artificial-
mente. In questo ordine di idee, la realizza-
zione di un grande complesso economico deve
assumere la funzione di un eccellente rivelatore.
Un mercato comune sarà una pietra angolare
su cui si potrà basare un giorno una costru-
zione politica, assai più difficile da realizzare.

Ma fin dall’inizio occorre creare istituzioni
comuni, fortemente strutturate, poiché la sem-
plice cooperazione dei governi è spesso bloc-
cata dallo scontro degli interessi nazionali e

del diritto di ciascun governo di opporre il
proprio veto a qualsiasi proposta. Si manife-
sta così l’idea della soprannazionalità. Essa si
tradurrà in istituzioni, capaci di porre in ri-
lievo l’interesse generale europeo e di agire
in suo nome. Secondo un filosofo svizzero,
spesso citato dal futuro primo presidente del-
l’Alta Autorità, «l’esperienza di ogni uomo
costituisce sempre un nuovo inizio: solo le
istituzioni diventano più sagge; esse accumu-
lano l’esperienza collettiva e, da questa espe-
rienza e da questa saggezza, gli uomini sot-
toposti alle stesse regole vedranno non già
cambiare la loro natura, bensì trasformarsi
gradualmente il loro comportamento ».

Sul piano pratico, infine, è meglio iniziare
con la messa in comune di un piccolo nume-
ro di settori essenziali, anziché unificare in
una sola volta le economie europee, nel loro
complesso. Quali settori scegliere? La situa-
zione dell’ Europa nel 1950 dà subito una
risposta: devastati dalla guerra, i paesi occi-
dentali sono ancora in fase di ricostruzione.
Per essi non si tratta di godere del superfluo,
ma di acquistare il necessario. L'acciaio ed il
carbone sono i due alimenti di base degli sta-
bilimenti che bisogna moltiplicare. Inoltre,
questi due prodotti posseggono un valore
simbolico, dopo la rivoluzione industriale.

Questa è la genesi del piano Schuman e si
comprende come l’idea di un’ Europa unita,
modellata dalle necessità del momento, sboc-
chi nella dichiarazione del 9 maggio 1950.
Sotto i fregi dorati del Quai d’Orsay, il mi-
nistro degli esteri continua il proprio discor-
so: «L’ Europa non potrà essere fatta in una
sola volta né in una costruzione d’ insieme:
essa si farà attraverso realizzazioni concrete
che creeranno anzitutto una solidarietà di
fatto... A questo scopo, il governo francese
propone immediatamente l’azione su un pun-
to limitato, ma decisivo ».

Subito, il cancelliere Adenauer dà il pro-
prio appoggio all’iniziativa del ministro fran-
cese degli affari esteri. Il conte Sforza si
compiace con Robert Schuman per la sua
“audace iniziativa” e dichiara che l’ Italia sot-
toscrive interamente. Belgio, Lussemburgo e
Paesi Bassi reagiscono essi pure favorevol-
mente. Da parte sua, la Gran Bretagna si
mostra reticente: tenuto conto della sua si-
tuazione particolare nei confronti degli Stati
Uniti e della sua funzione preminente in seno
al Commonwealth, essa rifiuta l’idea, alla ba-
se delle proposte accettate dai Sei, di mettere
in comune la sovranità e non crede di potersi
unire ai sei paesi del continente. Con ramma-
rico questi ultimi si decidono a continuare
senza di essa l’attuazione del piano Schuman.
Il 20 giugno 1950, i loro rappresentanti si
riuniscono a Parigi. Durante una quindicina
di giorni, essi affrontano i problemi essenziali
e tracciano le prime soluzioni; saranno in se-
guito necessari vari mesi per elaborare i par-
ticolari del trattato, della convenzione e dei
protocolli allegati.

Il 18 aprile 1951, tutti questi documenti so-
no firmati dai ministri: Adenauer per la Ger-
mania federale, van Zeeland e Meurice per il



Belgio, Schuman per la Francia, Sforza per
l’Italia, Bech per il Lussemburgo, Stikker e
van den Brink per i Paesi Bassi. Più di un
anno dopo, in seguito alle ratifiche parlamen-
tari di ciascuno dei sei paesi, la CECA vede
ufficialmente la luce il 25 luglio 1952. Le varie
istituzioni entrano in funzione nei mesi successivi
e preparano l'apertura del mercato comune; il via
è dato il 10 febbraio 1953 per il carbone, il mine-
rale di ferro ed il rottame; il 1 maggio dello
stesso anno è la volta dell’acciaio.

I risultati dopo dieci anni

A dieci anni di distanza da quei memora-
bili avvenimenti, il bilancio della CECA
è estremamente positivo.

La Comunità del Carbone e dell’Acciaio
costituisce oggi uno dei pilastri più solidi
della Comunità Europea.

Smentendo clamorosamente quanto anda-
vano predicendo i profeti di sventura, la
CECA non solo ha vissuto ed agito, con l’aiu-
to dei governi, dei produttori e dei consu-
matori dei sei paesi, ma si è affermata come
un meccanismo fondamentale per lo sviluppo
dell’ Europa.

Sul piano economico, essa ha realizzato fra
i sei paesi membri un primo mercato europeo,
quello del carbone, del minerale di ferro, del
rottame e dell’acciaio, retto da regole comuni
di funzionamento e di orientamento a lunga
scadenza che si è rivelato estremamente vitale.

Oltre all’instaurazione di un mercato co-
mune, nel quale fossero eliminate distorsioni
e privilegi che ne falsavano il giuoco, la comu-
nità si era posta altri due scopi: assicurare il
buon funzionamento delle regole di concor-
renza e guidare le industrie del carbone e del-
l’acciaio stabilendo previsioni a lunga sca-
denza di cui esse hanno interesse a tener con-
to per gli investimenti.

La CECA ha dimostrato di poter assolvere
in modo egregio a questi scopi. Ha consentito
agli utilizzatori di acquistare al di là delle
vecchie frontiere, eliminando le sovvenzioni
e gli oneri incompatibili con le condizioni
normali di concorrenza, allo scopo di resti-
tuire ai prezzi (i cui listini sono stati resi ob-
bligatoriamente pubblici) il loro effettivo va-
lore ed ai consumatori libertà di scelta. Ha
portato all'adozione definitiva di tariffe di-
rette internazionali nel campo dei trasporti.
Ha instaurato un controllo effettivo sulle in-
tese e le concentrazioni delle imprese della
Comunità, per impedire che il giuoco della
concorrenza sia falsato dal formarsi di unità
economiche troppo potenti.

Anche la funzione di orientamento del mer-
cato viene svolta dalla CECA assai efficace-
mente, con un’azione consistente essenzial-
mente nella fissazione di obiettivi generali,
con i quali l’Alta Autorità valuta i futuri bi-
sogni di carbone e d’acciaio e analizza i mezzi
idonei a fronteggiarli, collaborando stretta-
mente, per definirli, con governi, industriali,
consumatori e lavoratori. Sono previsioni che
non hanno carattere obbligatorio per le im-
prese, ma forniscono elementi informativi e

di decisione particolarmente utili a tutti co-
loro che partecipano alla vita economica. Per
Alta Autorità, tali previsioni costituiscono
l’elemento fondamentale dei criteri della sua a-
zione d’orientamento del mercato, in particola-
re nel settore degli investimenti e della ricerca.

L’Alta Autorità svolge in questo campo
un’azione ancor più diretta: può infatti con-
tribuire al finanziamento di investimenti che
presentano un interesse notevole per la Co-
munità. Essa ha potuto concedere in tal mo-
do facilitazioni di finanziamento che ammon-
tano a 400 milioni di dollari, che hanno con-
sentito investimenti per un valore globale di
un miliardo e mezzo di dollari.

Esercitando la sua influenza sugli investi-
menti la CECA ha potuto, ad esempio, mi-
gliorare le condizioni di approvvigionamento
dell’industria siderurgica, favorendo in par-
ticolare lo sviluppo della produzione di ghisa
ed equilibrando il mercato del rottame.

La CECA ha inoltre messo in opera un
sistema europeo di riadattamento dei lavora-
tori. Essa ha infatti non solo la missione di
contribuire all’espansione economica, ma anche
quella di operare per il mantenimento del
pieno impiego. Per questo la Comunità, ac-
canto alla sua politica di sviluppo, persegue
una politica di riadattamento dei lavoratori
in difficoltà e di riconversione delle zone de-
presse e delle imprese vittime della logica
evoluzione economica.

In dieci anni l'Alta Autorità ha approvato
progetti di riadattamento riguardanti più di
150.000 operai, di cui 115.000 nell’industria
del carbone. Il suo contributo in questo set-
tore ammonta ad oltre 52 milioni di dollari
ed i governi, da parte loro, hanno devoluto
un importo equivalente. Grazie alle inden-
nità corrisposte a mezzo di queste somme, i
lavoratori licenziati possono continuare a per-
cepire temporaneamente il loro salario o be-
neficiare di una formazione gratuita. Altre
indennità assicurano loro, durante due o più
anni, un reddito equivalente a quello che essi
percepivano in precedenza, qualora il loro
nuovo salario sia inferiore. Se desiderano
emigrare verso un’altra regione, le spese di tra-
sporto e di trasloco vengono loro rimborsate.

Quali sono oggi i risultati di questa azione
d’insieme, organizzata dalla CECA?

Gli scambi intercomunitari hanno compiu-
to un balzo in avanti e corrispondono meglio
agli imperativi economici, la concorrenza è sta-
ta stimolata, gli investimenti sono aumentati,
le oscillazioni della congiuntura sono state sen-
sibilmente ridotte per i prodotti dell’industria
siderurgica, ma le difficoltà strutturali han-
no fortemente scosso il mercato del carbone.

Infine, la produzione è aumentata nell’in-
dustria siderurgica e nelle miniere di ferro,
mentre l’estrazione di carbone, dopo essere
regolarmente aumentata fino al 1957, è da
allora diminuita. I paesi terzi hanno a loro
volta beneficiato dei progressi compiuti.

Dopo l’apertura del mercato comune, gli
scambi fra i Sei hanno cominciato ad aumentare
a macchia d’olio. In dieci anni essi sono pas-
sati, per i prodotti CECA, dall’indice 100

all'indice 268. Ciò indica che l’interpenetra-
zione dei mercati si è fortemente accresciuta.

I prezzi medi della CECA sono aumen-
tati soltanto del 3% in dieci anni, contro il
16% in Gran Bretagna ed il 24% negli Sta-
ti Uniti. Questa regolarità delle tariffe ha per-
messo di sopportare gli urti della congiuntura.
Questo elemento moderatore assume il suo
vero valore ove si tenga conto dell’ influenza
dei prezzi dell’acciaio sul livello generale dei
prezzi industriali.

Inoltre, la regolarità dei prezzi ha creato
un clima di sicurezza favorevole allo sviluppo
degli investimenti mei paesi della Comunità.
Nelle industrie CECA il livello annuo di
questi ultimi è oggi superiore del 60% a
quello registrato agli inizi del mercato comune.

La produzione di acciaio è passata da 42
milioni di tonnellate nel 1952 a 73 milioni di
tonnellate nel 1962.

Particolare rilievo assume lo sviluppo acce-
lerato dell’industria siderurgica italiana la qua-
le, alla nascita del pool carbone-acciaio, era
meno sviluppata di quella dei suoi cinque
associati: dopo dieci anni, i suoi progressi in
questo settore sono due volte più rilevanti
di quelli osservati negli altri paesi della CECA.

Successo analogo si è registrato per il mi-
nerale di ferro, la cui estrazione nella Comu-
nità è passata da 65 milioni di tonnellate a
96 milioni di tonnellate. A sua volta la rac-
colta di rottame è salita da 21 milioni di ton-
nellate a 35 milioni di tonnellate.

Per contro, come la maggior parte dei paesi
occidentali, i Sei hanno visto diminuire la
loro produzione di carbone. Da 238 milioni
di tonnellate nel 1952, l’estrazione è salita a
249 milioni di tonnellate nel 1956, ma è poi
scesa regolarmente a partire da tale anno per
raggiungere attualmente i 227 milioni di ton-
nellate. Data la struttura in evoluzione del
mercato dell’energia, bisogna considerare que-
sta diminuzione come un adattamento delle
miniere allo stato di fatto di questi ultimi anni.

In armonia con l’economia generale de-
gli stati membri, la CECA deve contribuire
non solo all’espansione economica e allo svi-
luppo dell’ occupazione ma anche al miglio-
ramento del livello di vita nei sei paesi. Va
ricordato anzitutto che, con i produttori e i
consumatori, anche i lavoratori sono rappre-
sentati nel comitato consultivo che assiste
l’Alta Autorità. Pertanto essi partecipano alla
preparazione delle decisioni fondamentali da
cui dipendono, almeno in parte, il loro avve-
nire ed il loro benessere.

In secondo luogo il trattato affida all’Alta
Autorità la missione di raccogliere le infor-
mazioni necessarie per valutare le possibilità
di aumentare il tenore di vita reale dei lavo-
ratori. A questo scopo, l’Alta Autorità ha
intrapreso studi complessi ed ha svolto un’in-
dagine presso duemila famiglie della Comunità,
le quali hanno registrato, durante un anno, i
loro redditi e le loro spese.

Un altro esempio dell’azione comunitaria,
sia pure limitato ma importante in quanto rap-
presenta un’esperienza, è /a /ibera circolazione
dei lavoratori qualificati. Essi possono sce-

-

gliere a loro piacimento qualsiasi paese della
CECA, per esercitarvi il loro mestiere. Due ac-
cordi, firmati dai Sei nel 1957, assicurano loro
le garanzie necessarie: una “carta di lavoro”
valida su tutto il territorio della Comunità
ed un regime speciale di previdenza sociale.

Per assicurare agli operai carbonieri e side-
rurgici decorose condizioni di vita, l’Alta
Autorità compie uno sforzo particolare nel set-
tore degli alloggi. Essa ha fissato innanzitutto
programmi sperimentali per determinare il
tipo di costruzione meglio corrispondente ai
bisogni dei lavoratori nelle varie regioni della
CECA. Poi l'Alta Autorità ha finanziato la
costruzione di un numero importante di al-
loggi. Il valore delle costruzioni supera i
600 milioni di dollari. Alla quota-parte ini-
ziale dell'Alta Autorità, 160 milioni di dollari,
si aggiungono le quote provenienti da varie
fonti degli stati membri. Dal 1954, 75.000
case o appartamenti sono stati costruiti o
sono in corso di costruzione. Si prepara la
realizzazione di un nuovo programma di cir-
ca 25.000 alloggi, in particolare allo scopo di
contribuire al riadattamento dei minatori,
creando alloggi destinati a quelli di essi che,
in seguito all’evoluzione economica, vorreb-
bero spostarsi da un bacino all’altro.

Ma non è possibile, in questa nota che
vuol essere soltanto un sintetico panorama,
esaurire l’illustrazione della multiforme atti-
vità della CECA. C'è il settore delle ricer-
che, ad esempio, al quale essa ha devoluto in
dieci anni 37 milioni di dollari, non sosti-
tuendosi agli istituti specializzati ma favorendo
la loro collaborazione, al di là delle frontiere.

La CECA ha dimostrato in questo decen-
nio la vitalità e la funzionalità di un comples-
so di meccanismi che è servito di modello al-
le altre comunità di cui essa prepara il sor-
gere e che contengono in embrione gli organi
di una futura federazione europea.

Sulla soglia del 1963, due fatti sono al
vertice delle preoccupazioni della CECA:
l’istituzione di un vero mercato comune del-
l’energia e la domanda della Gran Bretagna
di aderire alla Comunità.

Quanto al primo, occorre considerare che
il carbone è colpito da una crisi strutturale.
I suoi problemi non possono essere regolati
indipendentemente dalle soluzioni adottate
per le altre forme di energia. L’azione della
Comunità è, in questo settore, rivolta oggi
alla elaborazione e realizzazione di una poli-
tica comunitaria dell’energia.

Quanto al secondo problema, è noto co-
me i negoziati per l'adesione della Gran Bre-
tagna all’integrazione europea, iniziatisi il
4 ottobre 1962, siano stati interrotti in se-
guito alle vicende della conferenza di Bruxelles
del 20 gennaio 1963, quando non erano an-
cora stati discussi alcuni problemi essenziali
dell’inserimento del Regno Unito nella CECA.

L’augurio da formulare è, ci sembra, che
queste difficoltà possano trovare rapidamente
una soluzione, che la Comunità possa allar-
gare ulteriormente il suo raggio di azione,
gettando muovi ponti tra i paesi europei de-
cisi ad unirsi, per il benessere comune.





Novi Ligure

Appena tre estati orsono, nel 1960, a Novi Li-
gure, nei campi su cui ora sorge il nuovo gran-
de laminatoio a freddo dell’ Italsider, i conta-
dini trebbiavano il grano.

Oggi il prodotto di queste campagne è cam-
biato : al frumento si sono sostituiti grandi ro-
toli e pile di lamierino che escono incessantemente
dall’immenso duomo d’acciaio luccicante nella
pianura.

Una nuova fonte di sicurezza e di benessere è
venuta ad arricchire il panorama economico e so-
ciale di una piccola città attiva e intraprendente.

In questa terra, che si divide tra Piemonte e
Liguria, che guarda un po’ a Genova e un po

ur

a Torino, senza dimenticare Milano, lavorare
l’acciaio non è una novità, ma una tradizione,
nata cinquant'anni fa, con il sorgere della
“ferriera”, nel 1912, quando il novese Costante
Girardengo era ancora un ciclista sconosciuto
di diciannove anni.

Nella “ferriera” hanno lavorato i nonni e poi
i padri. Sono passate due guerre mondiali.
Adesso è venuto il tempo dei figli.

Senza più spazio a Genova dove espandere
ancora gli impianti dell’ “Oscar Sinigaglia” per
tener testa alle prospettive dei consumi e avendo
a Novi, giusto al centro del triangolo industriale,
un vecchio stabilimento cui attingere uomini di
tradizione siderurgica, l’Italsider vide bene che
qui era il luogo ideale per creare un nuovo centro
produttivo. Ne è uscito il più moderno e anche
il più bell’impianto di laminazione a freddo.

Questa sezione del centro siderurgico di Cor-
nigliano è stata inaugurata il 16 marzo scorso,
presenti il ministro Bo, il sottosegretario Martino,
il presidente dell’Iri, Petrilli e il vicepresidente
della Finsider, Carafa D'Andria. Perl’ Italsider
c'erano il presidente Marchesi, l'amministratore
delegato Redaelli, î direttori generali, molti di-
rigenti e maestranze di Novi con le famiglie.

Novi è un esempio delle concezioni e delle

finalità che caratterizzano la siderurgia Iri-Fin-

sider”, ha detto l’ing. Marchesi nel suo discorso.
A questo nuovo impianto guardano con orgoglio
e fiducia i giovani come i vecchi. Perché questa
gigantesca costruzione di acciaio dalle linee ni-
tide ed essenziali è una certezza per il pre-
sente e anche per l'avvenire. Pubblichiamo nelle
pagine che seguono una parte dell’articolo di
Arrigo Ortolani per la monografia dedicata
alla sezione di I.

Entrano qui, grezzi e bruni di ossido, i
rotoli di acciaio laminati a caldo che vengo-
no direttamente da Cornigliano. Nati in riva
al mare, alle porte di Genova, si trasformano
a Novi, nell’entroterra, in uno dei prodotti
più raffinati dell’ Italsider.

Qui si lavora sul capello, sulle tolleranze
dei centesimi e dei millesimi, per la clientela
più esigente, quella che vuole lamierini sotti-
lissimi, lisci, elastici, compatti e lucenti come
specchi da salotto.

E proprio come un salotto è tenuto il la-

minatoio a freddo. Ordine e pulizia non sono
una regola dettata soltanto da ragioni esteti-
che, non sono la vetrina per i giorni delle
cerimonie, ma costituiscono una esigenza co
stante e assoluta. I prodotti che si lavorano
al “freddo” hanno un valore molto elevato,



un’alta qualità di superficie e caratteristiche
meccaniche speciali. Senza esagerazione (avre-
mo modo di constatarlo) un bruscolo grande
come la testa di uno spillo può creare seri
inconvenienti nella lavorazione.

Uno per uno, a ritmo continuo, i rotoli
sono agganciati dalle gru e portati all’entrata
della “linea di decapaggio” (questa parola
barbarica, tutto sommato, vuol dire soltanto
ripulitura delle superfici). È la prima opera-
zione obbligata alla quale devono sottoporsi
le grandi bobine di acciaio per potersi tra-
sformare in lamierini a freddo.

La superficie del nastro è ricoperta da una
sottile “scaglia” di ossido di ferro formatosi
durante il raffreddamento. Se il metallo venisse
laminato direttamente, l’ossido duro e fragile
vi resterebbe incorporato e non sarebbe pos-
sibile ottenere le superfici lisce e compatte che
chiedono i clienti.

Il primo rotolo viene svolto e comincia la
sua odissea; e subito si fa sotto il secondo che
viene saldato elettricamente ed automatica-
mente al primo (e così il terzo al secondo ed
il quarto al terzo); sicché non sono rotoli
isolati che corrono lungo questa prima “li-
nea” di lavorazione, ma un continuo, inter-
minabile tappeto d’acciaio nel quale le giun-
te tra pezzo e pezzo, levigate da una pialla-
trice, si riconoscono appena.

Il nastro che passa viene sottoposto ad
una prima operazione meccanica che ne di-
stacca parte delle scaglie ed è poi investito
da scrosci d’acqua fredda per una prima la-
vatura; poi è immesso in quattro vasche
chiuse dove una soluzione d’acido solforico,
riscaldata a vapore e di vasca in vasca sem-
pre più forte, ne morde la superficie ossidata.
All’uscita dalle vasche, ancora acqua fredda,
e poi acqua calda, e poi aria caldissima. E
infine il mastro, ora argenteo e pulitissimo,
viene rifilato, oliato, riavvolto, pesato e ta-
gliato in rotoli molto più grandi di quelli
standard del laminatoio a caldo.

Ogni rotolo si porta dietro per tutto il
suo viaggio la propria scheda di riconosci-
mento ove sono indicate minutamente tutte
le lavorazioni ed i controlli necessari.

La linea di decapaggio è lunga quasi tre-
cento metri, ma rappresenta appena l’inizio
di un lungo cammino. Entra infatti in azione
a questo punto il “signore” dello stabilimen-
to, il gigantesco treno laminatore a quattro
gabbie chiamato “tandem”, servito con puntua-
lità matematica da perfetti strumenti di auto-
controllo e manovrato da pochi giovani operai
dall’aria assorta e distaccata di professorini.

Sotto i cilindri di questa macchina perfetta
il rotolo di lamierino (che ha ancora lo spes-
sore datogli dalla laminazione a caldo) potrà
ridursi fino a raggiungere uno spessore mi-
nimo di sei decimi di millimetro.

L’operazione è apparentemente semplicissi-
ma: il rotolo di lamierino a caldo viene svolto
una seconda volta, passa docilmente attra-
verso la poderosa stretta delle quattro coppie
successive di cilindri che ne riducono lo
spessore dal cinquanta al settanta per cento,
esce friggendo e sibilando dall’ultima morsa

e l’aspo ne afferra il capo e lo riavvolge. Man
d’uomo non l’ha toccato; tutti i complicati
ed esatti movimenti di accostamento al tre-
no, la laminazione, la partenza, poi, verso i
forni di ricottura sono opera di congegni che
afferrano, stringono, alzano, abbassano, spo-
stano i pesantissimi rotoli (trentadue tonnel-
late, talvolta) con tale delicatezza e facilità
da farli sembrare nastri di seta argentea av-
volti intorno a cilindri di cartone.

Gli uomini, i pochi giovani operai dall’aria
distaccata ed assorta, distribuiti lungo le
quattro gabbie, seguono su pannelli gremiti
di manopole e strumenti indicatori le oscil-
lazioni degli aghi che rivelano le tensioni del
nastro, la velocità dei cilindri, diversa per
ogni gabbia, i “carichi” ai motori, lo spessore,
regolato affinché si mantenga entro i limiti
di tolleranza richiesti.

Il “tandem” è la macchina che più di tutte,
forse, in un centro di laminazione, esige un
lavoro di squadra, a catena, e un affiatamento
assoluto tra i vari uomini, da quello addetto
all'imboccatura del nastro a quello che con-
trolla l’aspo avvolgitore.

Ben poco viene lasciato all’iniziativa del sin-
golo, per quanto tale iniziativa, in determi-
nate circostanze, abbia la sua importanza. In-
fatti, anche al “tandem”, anzi direi, soprat-
tutto qui, non si può fare a meno dell’espe-
rienza dell’uomo.

Gli strumenti di controllo sono tanti e so-
no tutti indispensabili, d’accordo, ma vi sono
situazioni in cui l’abilità, l’ “occhio”, la pron-
tezza di riflessi e l’accordo tra i vari lamina-
tori sono altrettanto necessari. Il nastro corre
veloce (può superare il chilometro al minuto!)
e bisogna intervenire con la massima rapidità
per non rovinare decine ed anche centinaia
di metri di materiale pregiato.

Un compito particolarmente delicato degli
operai al tandem è il controllo della superficie
del nastro, specialmente nel caso degli spes-
sori minimi. Talvolta basta un corpo estraneo
di dimensioni piccolissime, una scaglia d’ac-
ciaio staccatasi da una saldatura che, durante
la laminazione, segna la levigata superficie di un
cilindro. Solo l’esperto laminatore può ricono-
scere l'inconveniente e provvedere in tempo.

Al visitatore profano tutto invece appare
semplice. Questo senso di lievità e di ovvietà
si avverte in tutti i reparti ed in tutte le fasi
della lavorazione: ogni cosa sembra facile e
chiara e l’acciaio senza peso e quasi senza
corpo. Dio mi perdoni, ma quando alla fine
della visita vidi i pacchi di lamierini tagliati e
pronti per la spedizione (con quell’imballaggio
che, a forza d’essere accurato, diventa per-
sino elegante) ebbi l’impressione di poterme-
ne portar via uno sotto il braccio, come una
scatola di canditi.

E torniamo al rotolo e alla sua tortura.

Uscito dal grande treno di laminazione,
dunque, lo si spedisce alla “ricottura”, ch'è
un’operazione complessa e delicata, destinata
a ridare certe caratteristiche meccaniche alla
lamina diventata troppo dura, fragile e “cru-
da” nella spietata stretta dei cilindri. È neces-
sario ripristinare la sua struttura, renderla

9

nuovamente duttile e malleabile, eliminando
le tensioni interne che si sono create sotto i
cilindri del treno tandem.

Nel reparto ricottura grandi campane mo-
bili incapsulano i rotoli disposti l’uno sull’al-
tro in pile, e nelle camere ermetiche così
formatesi i nastri sono prima riscaldati con-
venientemente in una speciale atmosfera inerte
per impedirne l’ossidazione, e poi raffreddati.

Ma non è finita. Dopo la ricottura, all’op-
posto di prima, l’acciaio è diventato troppo
molle, privo di elasticità, rilassato. Per con-
ferirgli la rigidità necessaria, senza ridurne la
duttilità, occorre dare al nastro un piccolo
allungamento, con una nuova leggera ridu-
zione a freddo.

Il rotolo viene nuovamente svolto e ridot-
to da un altro treno di laminazione ad una

. sola gabbia, detto “temper”. I cilindri ‘sab-

biati” danno alla superficie della lamina una
determinata ruvidità, a seconda del suo im-
piego definitivo.

Da questa macchina il nastro esce sensibil-
mente diverso: la sua superficie ha acquistato
compattezza e lucore di materia nobile; a
vederlo sfrecciare fulmineo intorno all’aspo
che lo riavvolge, si direbbe che abbia captato
per via, e strettamente incorporato, un rag-
gio di luna.

Ecco, l’operazione può essere finita qui. Ma
se il committente, come spesso avviene, ha
richiesto il lamierino in fogli di una determi-
nata misura, allora il rotolo dovrà venir seg-
mentato dalle macchine tagliatrici. Appilate
poi, ed imballate, le lastre di acciaio partono
finalmente verso luoghi lontani, ciascuna con
il suo piccolo raggio di luna che ne addolcirà
il destino.

La complessità delle lavorazioni, che ho
tentato di descrivere, e l'ampiezza della pro-
duzione esigevano grande disponibilità di
spazio. Così il “centro a freddo” novese ha
finito per occupare un’area di 780.000 metri
quadrati, di cui 70.000 coperti dal complesso
dei capannoni metallici e quasi 10.000 dagli
edifici in muratura. Nel loro insieme i capan-
noni sono lunghi più di un chilometro, alti
trentadue metri e larghi fino a quaranta.

Tutto ciò basterebbe a dare un’idea abba-
stanza precisa delle proporzioni, veramente
inusitate, del laminatoio. Ma, poiché ci siamo,
convien citare ancora qualche cifra.

Per le fondazioni dello stabilimento sono
state impiegate 12.250 tonnellate di tondo
d’acciaio e 4.600 pali di cemento. Il montag-
gio dei capannoni metallici, che hanno un
volume di quasi 1.600.000 metri cubi, ha ri-
chiesto oltre 17.000 tonnellate di carpenteria,
compresi i carriponte. Per livellare il terreno
si è dovuto ricorrere all'impiego di due mi-
lioni di metri cubi di terra di riporto, rica-
vata da cave distanti otto chilometri. Sono
stati costruiti, per le comunicazioni interne
dello stabilimento, diciotto chilometri e mez-
zo di binario ferroviario, sessantamila metri
quadrati di strade e piazzali asfaltati.

Il macchinario installato pesa complessiva-
mente circa 14.000 tonnellate.

La realizzazione di un complesso che, nel



sopra: una veduta del grande edificio del centro di laminazione a freddo di Novi Ligure - nella pagina a fianco: rotoli
a caldo provenienti dal centro siderurgico di Cornigliano, pronti per la lavorazione a freddo al treno tandem.

suo genere, è uno dei più potenti e perfezio-
nati d’Europa, ha comportato logicamente
una vasta serie di problemi. Basti pensare, a
questo proposito, alle principali caratteristi
che del laminatoio tandem e del treno temper
nei quali vengono impiegati i più moderni
sistemi di regolazione elettrica semiautomatica
ed automatica.

I controlli di spessore del nastro al treno tan-
dem vengono effettuati con misurazione a raggi
X le cui segnalazioni sono automaticamente
trasmesse ai motori di comando del treno.

Anche negli altri impianti sono ampiamen-
te diffusi i sistemi di regolazione automatica:
ad esempio al decapaggio per il dosaggio del-
l’acido solforico, alle linee di taglio per la
regolazione di velocità e per il controllo del-
lo spessore.

Altro difficile problema affrontato è stato
quello della purificazione di tutti i liquidi di
ricupero dello stabilimento per evitare qua-
lunque inquinamento delle acque pubbliche.
Gli impianti di neutralizzazione di acque acide
e di depurazione di acque contenenti olii co-
stituiscono nel loro insieme una testimonianza
di come ci si sia preoccupati della salute pub
blica, in una misura ben raramente riscontra-
bile in altri complessi del genere.

Le non lievi difficoltà connesse ai problemi
che ho portato come esempio sono state af
frontate e risolte dalla Cosider (la società cui
sono delegati i compiti di progettazione e di
esecuzione dei programmi di muovi impianti
nell’ambito delle aziende Finsider) con la col-
laborazione della CMF (Costruzioni Metalli
che Finsider) e degli uffici tecnici dell’Italsider.

Quel che ho detto fin qui riguarda ciò che
“si vede” andando in giro per lo stabilimento.
Ma vi è una parte invisibile, ed è l'enorme re
te di gallerie e di cunicoli (quattro chilometri
di lunghezza) che corrono sottoterra e ospi
tano centottantacinque chilometri di tubature

per fluidi ed oltre settecentoventicinque chi-
lometri di cavi elettrici: le catacombe dell’ac-
ciaio. Per fare tutto ciò ci sono volute oltre
630.000 giornate di lavoro, distribuite nello
spazio di poco più di due anni. Ma le misu-
re e i pesi, le superfici e le cubature dicono
la grandiosità dell'impianto, non ne dicono la
bellezza. E questo di Novi non è soltanto uno
dei più moderni e funzionali laminatoi d’Euro-
pa, è anche verosimilmente il più bello; co-
munque è straordinariamente bello in senso
assoluto. Poteva esserci, nell’interno dei ca-
pannoni, una luce qualsiasi, non quella stu-
penda luce argentea che piove dall’alto e si
diffonde, blanda e consolatrice, su ogni pa-
rete e in ogni angolo.

Potevano esserci delle strutture portanti
qualsiasi, non quelle sottili colonne d’acciaio
e quelle aeree capriate, di una eleganza che
sfugge decisamente al dominio della mera fun-
zionalità per entrare in quello dell’arte. Avreb-
be potuto essere soltanto un ambiente ideale per
le macchine; invece è fatto anche per la vita
dell’uomo, per una vita compiutamente civile.

Le ragioni di Novi

Le ragioni che hanno spinto l’Italsider a
costruire a Novi Ligure un grande centro di
laminazione a freddo, del
centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cor-
nigliano, sono di chiara evidenza. Mentre dal
1954 al 1962 il consumo italiano d’acciaio è
aumentato del 150%, quello di lamiere sottili
laminate a freddo, pur non tenendo conto dei
notevoli quantitativi sottoposti a stagnatura
e a zincatura, è aumentato del 450%, pas-
sando da 215.000 a 1.180.000 tonnellate.

Quali sono i motivi dell’affermazione del
consumo delle lamiere sottili laminate a fred-
do che ha richiesto, specie negli ultimi anni,

sezione staccata

un ampio ricorso all’importazione? Essi sono

dovuti logicamente ai vantaggi riscontrati



dai settori di utilizzazione e allo sviluppo che
tali settori hanno assunto. La lamiera sottile
a freddo sta inoltre gradualmente soppian-
tando nell’uso l’utilizzazione della lamiera sot-
tile laminata a caldo, ancora indubbiamente
per i vantaggi da essa offerti.

Tra questi vantaggi i principali sono: su-
perficie brillante, esente da ossidi, con grado
di finitura regolabile in relazione agli impie-
ghi specifici; imbutibilità e stampabilità deci-
samente superiori alla lamiera sottile a caldo,
con possibilità di ottenere grossi pezzi con
un unico sviluppo ed un’unica operazione;
gradi di durezza e di rigidità ottenibili in un
campo molto vasto; uniformità delle proprie-
tà e quindi possibilità di impiego in lavora-
zioni di serie a frequenza elevata; adattabilità
a qualsiasi rivestimento protettivo, senza par-
ticolari trattamenti; saldabilità in. qualsiasi
condizione; possibilità di ottenere spessori
molto sottili e quindi di minor peso; tolle-
ranze dimensionali più ristrette e uniformi.

Le prospettive di un’ulteriore affermazione
del consumo delle lamiere sottili a freddo si
presentano molto favorevoli.

Secondo stime relative agli ultimi due-tre
anni, tale prodotto è stato assorbito nella
misura del 40% dal settore degli autoveicoli
e per circa il 12% da quello degli elettrodo
mestici. Si valuta inoltre che circa il 79
stato impiegato nel settore degli arredamenti
metallici e il 10-15% nel settore della mecca-
nica varia. La parte rimanente si fraziona in
molteplici settori, quali le costruzioni ferro-
viarie, la carpenteria e l’edilizia.

La lamiera sottile a freddo è quindi diretta
a settori in cui è certo uno sviluppo sempre
più accentuato, e la sua utilizzazi
dendosi ancora a molti altri.

Tenendo conto di questi fatti si valuta che
intorno al 1966 il consumo italiano di lamie
re sottili a freddo, escludendo i quantitativi

i sia

zione sta esten-



destinati alla stagnatura o alla zincatura, do-
vrebbe raggiungere 1.800.000 tonnellate an-
nue con un incremento di oltre il 50%, rispetto
al livello raggiunto nel 1962. Per far fronte
a questo considerevole aumento dovevano es-
sere notevolmente potenziate le attrezzature
attualmente inadeguate.

Fattore basilare di questa espansione pro-
duttiva è il nuovo centro di laminazione Ital-
sider che produce lamiere sottili a freddo de-
stinate alla vendita, cioè i prodotti di cui ab-
biamo delineato il prevedibile aumento di
consumo. A Novi
laminati a caldo prodotti a Cornigliano e vi
affluiranno domani anche rotoli che saranno
prodotti dal nuovo centro siderurgico di
Taranto, attualmente in costruzione.

Già nel 1964 la produzione del nuovo cen-
tro di laminazione raggiungerà il ritmo di
850.000 tonnellate annue.

affluiscono oggi rotoli

Perché a Novi Ligure la localizzazione del
nuovo complesso industriale?

Novi Ligure non è soltanto il naturale sboc-
co delle imprese industriali genovesi ma è anche
punto di incontro delle iniziative torinesi e
milanesi. A Novi inoltre l’Italsider possedeva
già uno stabilimento siderurgico che avrebbe
dato la possibilità di avere in loco maestranze
addestrate alle lavorazioni siderurgiche.

Il vecchio stabilimento, fondato nel 1912
dalla Società Anonima “Ferriere di Novi Li-
gure”, si basava sulla produzione di acciaio
Martin-Siemens e su una sezione di laminatoi
per vari tipi di lavorazione (tondi, profilati
per carpenteria, lamiere grosse, lamiere sottili
a caldo e a freddo). Nel 1955 aveva raggiunto
il record produttivo di 200.000 tonnellate
di acciaio e 183.000 tonnellate di laminati,
Tuttavia l’obsolescenza degli impianti, nono-
stante le trasformazioni e le innovazioni, aveva
indotto la Finsider a concentrare le varie pro-
duzioni in altri stabilimenti della società, spe-
cializzati e più moderni. Adesso, con il nuovo
laminatoio a freddo, Novi Ligure possiede
uno dei complessi più attrezzati di questo tipo
esistenti in Europa.

La sezione staccata del centro siderurgico
“Oscar Sinigaglia”, a Novi Ligure, impiega
attualmente oltre duemilatrecento lavoratori
nel nuovo laminatoio e nelle lavorazioni del
vecchio stabilimento mantenute in funzione.

Si è reso necessario naturalmente addestrare
gli operai ai nuovi processi produttivi. A
questo scopo un centinaio di essi sono stati
inviati negli Stati Uniti ove hanno soggior-
nato per tre mesi. Altri duecento lavoratori
sono stati impiegati, per periodi varianti da
due a sedici mesi, nel laminatoio a freddo di
Cornigliano. Nello stesso tempo si è svolto
l’intenso lavoro di addestramento necessario
per adeguare la preparazione tecnica degli ad-
detti alle lavorazioni del vecchio stabilimento
alle esigenze più complesse del laminatoio a
freddo.

L’Italsider ha subito affrontato il problema
del rinnovo tecnologico delle maestranze per
impedire qualsiasi squilibrio determinato dal
mutamento delle mansioni.

E chiaro che l'economia novese non potrà



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non trarre notevoli vantaggi dall’entrata in
funzione del laminatoio a freddo. Si può in-
tanto affermare che, con la nuova sezione del-
l’ “Oscar Sinigaglia”, comprendente anche il
vecchio stabilimento, si è posto fine al pro-
gressivo esaurimento della siderurgia novese.

Inoltre, mentre le produzioni del vecchio
stabilimento non erano idonee ad essere fa-
cilmente trasformate dalla piccola e media



industria, il lamierino a freddo, per il suo fa-
cile e duttile impiego, può far sorgere, nei
pressi del centro produttivo, numerose indu-
strie di trasformazione.

Con il nuovo stabilimento Italsider le tra-
dizioni della piccola e media impresa indu-
striale novese, oggi floride e presenti con
molte iniziative, dovrebbero dunque essere
maggiormente rinvigorite ed accresciute.

12

La ruota

Tra le relazioni presentate al primo congres-
so internazionale dei rodeggi (di cui parliamo
più diffusamente a pagina 18), quella dell’ inge-
gnere O. H. Lehmann della società siderurgica
tedesca “ Oberhausen A. G.”, che pubblichia-
mo per gentile concessione dell’ autore, interes-
serà certamente i lettori della nostra rivista.






La relazione, nellà sua prima parte, traccia
una storia della ruota. Nella seconda parte,
Lehmann si occupa dell'evoluzione della tecnica
e dei problemi costruttivi delle ruote ferroviarie,
fino ai giorni nostri. Anche le illustrazioni
sono state messe a nostra disposizione dal-
l’ ing. Lehmann.

a sinistra: il più antico esempio di ruota che sia giunto
intatto fino a noi. Si tratta di una ruota di legno a
disco trovata in Germania, nella palude di Federsee.
Si calcola risalga a circa tremila anni orsono (Museo
di Federsee, Buchau).

Il primo «congresso internazionale sui ro-
deggi» si occupa di un elemento strutturale
inerente alla costruzione dei veicoli, la cui
importanza è per lo più sconosciuta, o al mas-
simo conosciuta soltanto dai tecnici. Si trat-
ta della ruota, che scorre invisibile sotto il
veicolo e che con la sua presenza porta un
contributo quanto mai importante a quello
che viene comunemente chiamato traffico.
Chi esamini l’evoluzione della ruota attraver-
so i tempi, resta sorpreso nel constatare at-
traverso quante e così diverse vie si sia svolta
tale evoluzione e quali ampie prospettive ri-
servi il futuro.

Come tecnici, è possibile delineare, anche
senza essere storici o archeologi, uno studio
esatto e sistematico dello sviluppo della ruo-
ta individuando tutti gli avvenimenti passati
di cui si può disporre onde poterli giustamente
valutare.

Alla domanda: « Cosa si intende per ruota? »
ha risposto il fisico tedesco J. S. T. Gehler
nel 1843, nel suo dizionario di fisica, con
questa esatta definizione: « Per ruota si deve
intendere in genere un disco rotondo che può
essere massiccio o munito di raggi, che pre-
senta un perimetro piano o rigato e che è





nella pagina accanto: raffigurazione rupestre del
1200 circa a.C. con carri da caccia e da guerra
muniti di ruote a raggi, scoperta da Lhote sui
monti Tassili, nel nord del Sahara presso Agefu.
(H. Lhote, pitture rupestri).



in costante correlazione con un asse passante
attraverso il suo punto mediano, perpendi-
colare al suo piano, fisso o mobile nel disco
Stesso ».

Da questa chiara e precisa definizione si
arriva presto ad una seconda domanda: « Qua-
l’è l’origine della ruota? Come è stata creata? »
Nella sua ricerca storica E. Wahle afferma
che esistono sull’argomento due opinioni
contrastanti. Negli ambienti tecnici si pro-
pende per l’opinione secondo la quale l’ori-
gine della ruota è da ricercare in un tronco
rotondo; secondo l’altra opinione, sostenu-
ta dagli studiosi Hahn e Forestier, il modello
della ruota più antica sarebbe stato un piccolo
disco forato simile a quello adoperato in fi-
latura.

Quanto alla prima opinione, che vedrebbe
nascere la ruota dai grossi carichi che veni-
vano spostati per mezzo di rulli sottostanti,
ci si può chiedere se nei tempi primordiali
nei quali la ruota sarebbe stata creata venis-
sero già spostati carichi del genere. Inoltre è
discutibile che i primi veicoli realizzati in
questo modo possedessero comunque la ne-
cessaria capacità di trasporto. È supponibile
che vi sia stato uno spontaneo sviluppo da
veicoli piccoli e leggeri a quelli grandi.

L’ipotesi secondo la quale la ruota sarebbe
derivata dal tronco d’albero si basa sul fatto
che il suo sviluppo si sarebbe verificato nei
punti più diversi del globo e indipendente
mente dai più diversi centri di civiltà. Tutta-
via, per quanto la ruota sia stata diffusa co-
me parte di veicolo, e per quanto la croce a
forma di ruota sia stata largamente adoperata
dovunque come ornamento o simbolo, si de-

sotto a sinistra: uno sfarzoso carro da cerimonia celtico pro-
veniente da Dejberg (Jiitland occidentale). Risale al 500 a.C.
(Museo Nazionale, Copenaghen).

sotto a destra: carro vichingo proveniente dalla nave di Ose-
berg e risalente all'800-850 d.C. (Museo dell'Università, Oslo).

ve notare che il carro con ruote rimase scono-
sciuto sul continente americano sino all’ar-
rivo degli europei, secondo quanto risulta
dalle ricerche finora compiute. Sia nella civiltà
anteriore ai Maja che in quella anteriore agli
Incas, non sono state scoperte fino ad oggi
rappresentazioni di ruote o di carri né nelle
immagini di pietra né nelle statue, per quanto
anche qui risulti che si trasportassero carichi
di pietre particolarmente grossi.

Tutto sembra indicare che nel vecchio
mondo il carro abbia avuto, inizialmente, solo
una limitata diffusione, ciò che può essere
spiegato dal fatto che la sua invenzione e la
sua libera creazione abbiano avuto un inizio
unico. Ma è certamente dubbio che la ruota
sia stata inventata come fine a se stessa O pri-
ma di un suo impiego utilitario determinato.

Il 1922 riveste particolare importanza per
la storia della ruota; fu infatti in quell’anno
che il prof. Leonard Woolley, nel corso dei
suoi scavi in Mesopotamia, scoprì una necro-
poli dei re Sumeri presso la città di Ur. Ri-
cerche successive e la scoperta di tombe del-
l’anno 2800 prima di Cristo, hanno consentito
di ritrovare molti oggetti di uso comune tra
cui timoni di carri, anelli per redini e altre
parti appartenenti all’equipaggiamento di carri.
Fu anche portata alla luce una raffigurazione
in conchiglie, lapislazzoli e calcare rosso, il
cui significato non è ancora stato bene chia-
rito e che ritrae scene di guerra e di pace dei
Sumeri. Si tratta del cosiddetto ‘emblema a
mosaico” di Ur, che contiene la rappresen-
tazione più antica fino ad oggi conosciuta di
una ruota, già impiegata in un veicolo utilitario.
Questa immagine, vecchia di quasi cinquemila



13



anni, mostra la ruota costituita da tre parti di
legno collegate l’una all’altra mediante quat-
tro coppie di cunei. Una figura molto simile
si trova su una placca votiva proveniente
anch’essa dalle tombe dei re di Ur.

Sembra quasi certo, studiando questa ruo-
ta già largamente sviluppata, che il suo im-
piego nel culto e poi nei carri da caccia e da
battaglia risalga ad un’epoca ancora anteriore.
La forma del carro e la sua esecuzione tec-
nica sono in relazione con le capacità e co-
gnizioni del periodo, con il compito della
ruota e con il tipo di veicolo sotto il quale
la ruota doveva scorrere.

Anche nei periodi di civiltà successivi la
ruota compare dapprima sotto i carri sacri,
poi sotto il carro del conquistatore, sotto i
carri da caccia e da guerra, prima di trovare
impiego come mezzo di trasporto per veicoli
utilitari. In base ai risultati finora conosciuti
delle ricerche, dai Sumeri la ruota passò
agli Assiri, ai Fenici e poi agli Egiziani, se-
guendo una via da oriente verso occidente.
Altra ruota appare in un dono votivo, più
precisamente un tiro a quattro, ritrovato nel
tempio di Sciara, presso Tell Agrab, circa
2600 anni prima di Cristo. In un periodo suc-
cessivo, ossia 1500-2000 anni più tardi, nella
stessa zona, la ruota ha perso la forma a di-
sco: compare la ruota a raggi su carri da caccia
e da combattimento. Ecco ancora la ruota
in una stupenda pittura a smalto di Babilonia,
di un periodo tra il dodicesimo e l’ottavo se-
colo prima di Cristo.Nel museo di Ankara
è conservata la ‘Caccia al leone” di Aslan
Tepe, goo anni circa prima di Cristo. Mostra
una robusta ruota a raggi di un carro da

14

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caccia, che trecento anni dopo assumerà di-
mensioni ancora maggiori, nella raffigurazio-
ne del carro di Assurbanipal, nel palazzo di
Kuiundcick, presso Ninive (669-626 a.C.).

Tuttavia già settecento anni prima gli Egizi
erano padroni dell’arte della costruzione del-
la ruota nella sua forma finale. La scoperta
della tomba di Tutankamen (1358-1350 a.C.)
ci portò elementi preziosi riguardo alla strut-
tura della ruota, nelle immagini di due carri
da caccia di questo re. Numerosi lavori in
rilievo dei templi di Karnak e Luxor ci pre-
sentano belle raffigurazioni di ruote degli
anni intorno al 1300 a.C.

Nelle sue spedizioni nella regione di Tassili,
nel Sahara del nord, H. Lhote trovò raffi-
gurazioni rupestri con carri da caccia e da
guerra muniti di ruote a raggi, la cui origine
sembra rimontare al 1200 circa a.C.

Negli ultimi secoli prima di Cristo furono
eseguite centinaia di rappresentazioni di carri
e ruote presso i Greci, mentre presso gli
Etruschi nell’ Italia centrale e settentrionale
si trovano raffigurazioni su vasi e in quadri
murali di tombe. Il Metropolitan Museum
di New York possiede tra i suoi tesori l’ori-
ginale di un carro da guerra etrusco. Dal pe-
riodo romano ci provengono innumerevoli
raffigurazioni di carri e di ruote; menzione-
remo qui soltanto gli altorilievi della colonna
di Traiano a Roma e del mausoleo di Traia-
no ad Adamklissi nella Dobrugia.

A nord delle Alpi fu scoperto in Germania,
presso le paludi di Federsee, nella regione di
Buchau, il più antico esempio di ruota: una
ruota di legno a disco, la cui età è stimata a
circa tremila anni. Come nel caso delle ruote
dei Sumeri, si tratta qui di una ruota a disco
in tre parti di legno, di costruzione notevole.
Si possono citare esempi di ruote bellissime
delle regioni nordiche, come il carro sfarzoso
dei Celti proveniente da Dejberg (Jiitland

AL



Pa bi
i Ai

VS

sopra: (a sinistra) i Sumeri conosce-
vano la ruota cinquemila anni fa.
Lo prova l'emblema a mosaico” di
Ur che contiene la rappresentazione
fino ad oggi conosciuta di una ruo-
ta di legno (British Museum, Londra).

(a destra) una ruota a raggi nel
carro da caccia assiro del re Assur-
banipal. Risale ad oltre 600 anni a.C.
(British Museum, Londra).

a fianco: ruote di carri da guerra
negli altorilievi della colonna di Tra-
iano a Roma.

occidentale) del 500 circa a.C. e il carro de!
Vichinghi proveniente dalla nave di Oseberg,
degli anni 800-850 d.C.

Trattando della ruota e del suo sviluppo
attraverso i secoli, ci si deve allontanare dal
suo concetto di elemento strutturale di veicolo
per rivolgersi alla sua rappresentazione quale
simbolo. Sin dai tempi più antichi si usò
raffigurare la ruota, e si può supporre che la
concezione primitiva della sua immagine fos-
se appunto quella di simbolo. Come simbolo
del sole e dell’eternità essa si presentò per la
prima volta agli uomini nel disce circolare,
che percorreva giorno per giorno il firma-
mento. L’uomo lo adottò nel suo culto, nel-
la sua religione. Dovunque, nelle credenze
degli uomini ci imbattiamo in questo segno
dell’essere supremo. Le tombe gigantesche del-
l’età della pietra più recente sono adornate con
raffigurazioni di ruote; ne abbiamo esempi
particolarmente belli nel carro del sole di
Trundholm, la cui origine risale al quattor-
dicesimo secolo prima di Cristo. Sul capitello





di una colonna di Sarnath sul Gange (250
circa a.C.) incontriamo una raffigurazione di
ruota, la ruota buddistica della legge, che dal
1947 è stata adottata come emblema di so-
vranità dalla Repubblica Indiana. Già agli
inizi del cristianesimo la ruota è simbolo del
divino e dell’eterno. Si trova spesso su pie-
tre tombali e sarcofaghi, come nella Basilica di
Sant’ Apollinare in Classe presso Ravenna, del
sesto secolo d.C.

Con la costruzione di chiese, il periodo ro-
manico tra l’ 800 e il 1200 ci offre belle rap-
presentazioni del simbolo della ruota nell’ar-
chitettura: in particolare i grandi rosoni sulle
entrate principali delle chiese. Lo stile gotico,
che appare successivamente, trasforma in
maggiore o minore misura il rosone in ro-
setta.

Con questa breve incursione nel campo
dell’architettura e della rappresentazione della
ruota quale simbolo, ci siamo allontanati dal
concetto di ruota come elemento di trasporto,
che, dopo gli anni 1000 d.C., non ha raggiun-



sopra: uno sfarzoso carro di Tutankamen,
La scoperta della tomba del grande re
egiziano (1358-1350 a. C.), ricca di pre-
ziose suppellettili perfettamente conser-
vate, ci portò elementi interessanti ri-
guardo alla struttura della ruota nel-
l’antichità (Museo del Cairo).

a destra in alto: stupenda pittura a smal-
to su mattonelle di Babilonia,

a fianco: originale di un carro etrusco
da battaglia, custodito fra i tesori del
Metropolitan Museum di New York.



16

Carro solare votivo degli scandinavi dell’età del bron-
zo trovato a Trundholm (Danimarca) e risalente a quat-
a.C. (Museo

tordici secoli Nazionale,

Copenaghen),



to in genere un ulteriore sviluppo, per quan-
to riguarda il suo impiego come ruota per
carri o vagoni.

Ora pesante ora leggera, con armature di
ferro, di bronzo e d’argento, in realizzazioni
ed esecuzioni pesanti per carri da trasporto
e affusti di cannone durante il Medio Evo,
la ruota rimane sempre di legno.

Ancora nel sedicesimo secolo le ruote dei
carrelli da miniera sono interamente di legno.
In Germania vengono introdotte per la prima
volta nel 1775 ruote e rotaie di ghisa nell’eser-
cizio in miniera; e così la ruota di ferro in-
comincia la sua marcia vittoriosa. In un ca-
talogo della Gutehoffnungshiitte del 1820 si
offrono ruote di ghisa con e senza bor-
dino.

Ma la ruota di ghisa non è abbastanza re-
sistente in esercizio. L’idea di munire la ruota
di ghisa di un cerchione di acciaio fucinato
viene attuata nel 1827 in Inghilterra. Il pro-
filato, che era stato laminato in un normale
laminatoio e secondo un adeguato profilo,
veniva tagliato alla lunghezza appropriata e
l’elemento ottenuto veniva piegato per poi
saldare l’una contro l’altra le due estremità.
Questo procedimento è stato conservato fino
alla metà del diciannovesimo secolo, ossia
ben dopo l’invenzione della ferrovia (1825),
benché sorgessero continuamente difficoltà
nei punti di saldatura e rotture in esercizio.

Nel 1849 fu rilasciato a Germain Morel
un brevetto francese secondo il quale si av-
volgevano l’una intorno all’altra, ad anello,
asticelle di ferro da puddellaggio che poi si la-
voravano col martello e a caldo. Era un no-
tevole passo avanti, in quanto questa tecnica
eliminava il più possibile le incrinature del
cerchione.

Frattanto Alfred Krupp inventava l’acciaio
colato e studiava assiduamente la possibilità

La «caccia al leone” di Aslan Tepe
(circa 900 anni a.C.) presso Mala-
tia (Museo Archeologico di Ankara).

di utilizzarlo anche per i cerchioni. La sua
invenzione del cerchione completamente pri-
vo di punti di saldatura risale al 1853, dopo
molti tentativi da lui compiuti di produrre
cerchioni di acciaio colato adoperando addi-
rittura la colata centrifuga. Krupp riuscì a
portare a termine la sua invenzione a prezzo
di grandi sforzi e di molta pazienza. Questo
procedimento fu abbandonato da lui solo
dopo il 1870. Il processo di fucinatura e per-
forazione, ancora in uso al giorno d’oggi,
venne messo a punto nel 1865 dalla Cammel e
Co. di Sheffield.

Nella prima metà del secolo scorso il di-
sco per ruota dominante era quello in ghisa
grigia, fino a che, nel 1850, Jacob Mayer di
Bochum riuscì a colare l’acciaio col sistema
della formatura. Nel 1854 si cominciò a cola-
re l’acciaio in anelli, e le prime ruote mono-
blocco, ossia le ruote con profilo del cerchio-
ne ottenuto per colata, videro la luce nello
stesso anno.

Con lo sviluppo sempre crescente delle
ferrovie, le prestazioni ottenute mediante la
fucinatura nel campo del materiale rotabile
diventano via via insufficienti. Dall’ Inghil-
terra e dalla Francia giungono proposte di
nuovi laminatoi per cerchioni. In Germania
vengono presentati apparecchi speciali di
martellatura per la fucinatura a profilo di
cerchioni. Benché la ruota di acciaio colato si
sia già affermata, vengono fatte nuove prove
per realizzare una ruota particolarmente si-
cura, prove che si estendono sia alle ruote
avvolte sia alla fabbricazione della ruota di
Losh. Questo capolavoro della tecnica di fu-
cinatura compare alla metà del secolo scorso
sotto forma della cosiddetta “ruota a raggi
doppi”. Questa ruota fu prodotta fino al
1935 circa ed è ancora parzialmente in uso

oggi.



La fabbricazione costosa e molto difficolto-
sa di questo tipo di ruota non ha resistito al-
la concorrenza della ruota in acciaio colato,
particolarmente in acciaio duro, della ruota
monoblocco in acciaio laminato e del disco
per ruota laminato.

La ruota ferroviaria con cerchione, costi-
tuita da un disco elastico tenero e da un cer-
chione più duro, resistente all’usura, si af-
fermò ben presto, mentre la ruota monobloc-
co laminata in un solo pezzo incominciò a
competere con la ruota di ghisa dura solo
molto lentamente. Ad esclusione degli Stati
Uniti, si dovette aspettare fino al 1930 circa
prima che la ruota monoblocco fosse impie-
gata in misura notevole nel resto del mondo.
In questo periodo il disco semplice con cer-
chione “calettato” (cioè montato a forza
su di esso) si è affermato a tal punto
che si è potuto parlare di grandi progressi
nella costruzione delle ruote basandosi su
questo tipo, che offriva principalmente i van-
taggi della diminuzione del peso non mol.
leggiato e dello smorzamento del rumore in
esercizio. Già alla fine del secolo scorso si
era tentato negli Stati Uniti d'America, in
Svezia e in Germania di calettare cerchioni
su dischi di legno di tek. Questa idea si af-
fermò nella prima guerra mondiale per moti-
vi di economia dell’acciaio; furono anche fab-
bricate ruote cerchiate di legno e di carta
pressata, che tuttavia non erano adatte per
un esercizio prolungato.

All’inizio degli anni trenta, nel tentativo di
diminuire il peso dei vagoni, si propose di
impiegare un disco per ruota leggero, prodot-
to con il normale processo di laminazione e
munito di una doppia nervatura dopo la la-
vorazione. In questa forma esso si conquistò
un posto nella costruzione di vagoni. Sem-
pre nel quadro dell’evoluzione verso strut-



Altre ruote di veicoli bellici nel mauso-
leo dell’imperatore Traiano ad Adam-
klissi (Museo di stato, Bucarest ).



ture leggere furono anche introdotti metalli
non ferrosi, preferibilmente leghe di allu-
minio, che venivano modellati a disco con
il processo di fucinatura.

La ruota monoblocce che viene fucinata e
laminata parzialmente in un solo pezzo, in-
cluso il cerchione, ha incominciato a sosti-
tuirsi negli ultimi quindici anni alla ruota
cerchiata, benché in diversi paesi essa si trovi
in aspra concorrenza con la ruota fusa in ac-
ciaio duro che, grazie alle migliorate possibi-
lità di colata, sta affermandosi maggiormente
sul mercato. La ruota laminata monoblocco
viene oggi impiegata per lo più in treso-
luzioni

a) ruota con raffreddamento controllato
entro differenti limiti di resistenza mec-
canica;

b) ruota con sezioni completamente trat-
tate termicamente entro differenti limiti di
resistenza meccanica;

c) ruota con la parte di cerchione trattata
termicamente sulla superficie di scorrimento,
dove il trattamento può estendersi a valori di
durezza elevati sulla superficie di scorrimento
e sulle cavità del bordino, come pure ad un
trattamento termico più profondo della parte
di cerchione.

Le vicende della ruota e il suo sviluppo
fino alla ruota monoblocco, che hanno po-
tuto essere presentati in questa relazione in
forma molto sommaria, ci portano a chiederci:
«È giunto al suo termine lo sviluppo della
ruota monoblocco fucinata? » Benché negli
ultimi venticinque anni il traffico si sia spostato
in forte misura dalla rotaia alla strada, non si
deve trascurare il fatto che il trasporto su rotaia
conserverà anche nel futuro una particolare im-
portanza. Per i direttissimi internazionali, per il
traffico urbano con ferrovie sotterranee e per
le linee con trasporti di massa, che verranno

Le ruote dei carrelli da miniera erano ancora interamente
in legno nel sedicesimo secolo. Nella foto, un carrello delle
miniere degli Erzgebirge in Germania (Siebenbiirgen).

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ASA

forse esercite un giorno con scartamenti mag-
giori, si utilizzeranno ancora per decenni le
ruote monoblocco fucinate. E qui conviene
notare gli sforzi delle ferrovie germaniche
per realizzare un parco di veicoli destinati a
raggiungere una velocità massima di 200 e
addirittura 250 km all’ora. Siamo anche al cor-
rente dei tentativi delle ferrovie francesi,
che hanno dato per risultato elevate velocità
di viaggio.

Per tutti questi motivi non si possono con-
siderare esaurite le questioni di fabbricazione,
di materiale e di costruzione delle ruote per
ferrovia.

Distinguiamo in linea generale due tipi di
ruota al giorno d’oggi: un tipo contro l’usura
semplice ed uno contro l’usura multipla, che
vengono ottenuti mediante rafforzamento del
cerchione oppure mediante trattamento ter-
mico del medesimo.

La questione dell’ usura della ruota, non
disgiunta dall’usura della rotaia, della mag-
giore sollecitazione della ruota dovuta a mag-
giori pressioni sugli assali e maggiori velocità
dei mezzi di trasporto, esige caratteristiche
speciali degli acciai, caratteristiche che non
sono state ancora sufficientemente studiate op-
pure che sono ancora scarsamente conosciute
a causa della laboriosità e complessità delle
ricerche. Inoltre occorre accennare qui anche
all'influenza del limite di snervamento nel
caso della sollecitazione della ruota dovuta
alla pressione sugli assali e alla velocità pe-
riferica.

Occorrono ulteriori studi riguardo alla strut-
tura e alla forma delle ruote, ma specialmente
riguardo alla loro normalizzazione. Si potrebbe
in questo campo svolgere un lavoro fruttuoso
su un piano internazionale. Con la determina-
zione della misura delle ruote normalizzate per
grandi settori di impiego verrebbero anche

17

Rafligurazione del-
la ruota in un mo-
indiano.

numento



fornite ai laminatoi per ruote maggiori pos-
sibilità di giungere ad una laminazione più
precisa, laminazione che al giorno d’oggi ri-
chiede un elevato impiego di lavoro con molti
difetti, dato il basso numero dei pezzi pro-
dotti. Rientra in questo campo anche la rea-
lizzazione di una ruota monoblocco leggera
laminata, ottenibile con un minimo -impiego
di lavorazione al tornio.

Esistono oggi circa trenta laminatoi per ruo-
te o per ruote monoblocco; ne sono stati co-
struiti quattro nuovi dopo il 1945. In diversi
stabilimenti più antichi sono stati portati signi-
ficativi perfezionamenti alle macchine, così che
è possibile lavorare con prestazioni sensibil-
mente più elevate. Si deve accennare al fatto
che gli stabilimenti fino ad oggi esistenti
hanno potuto soddisfare alla richiesta com-
plessiva di ruote da parte delle ferrovie. La
prestazione dei nuovi stabilimenti supera qua-
si del cento per cento quella degli impianti più
antichi, data la forte meccanizzazione della la-
vorazione. È noto che una meccanizzazione dei
processi di lavorazione porta ad una sensibile
facilitazione dei singoli lavori, e d’altra parte
sappiamo che, nonostante l’uniformità, quasi
ogni ruota da fabbricare richiede un tratta-
mento individuale. Da quanto è stato detto
sopra è da presumere che lo sviluppo della
ruota monoblocco non sia ancora arrivato al
suo termine. Gli stabilimenti più antichi che
fabbricano materiale rotabile, con la loro
esperienza di decenni, hanno ancora oggi una
posizione di vantaggio rispetto agli stabili-
menti nuovi o che iniziano solo ora la loro
attività. Con un lavoro comune su tutti i pro-
blemi riguardanti la ruota ferroviaria, i suoi
processi di fabbricazione e le macchine neces-
sarie, ci si deve sforzare non solo di mantenere
questa posizione di vantaggio ma addirittura
di migliorarla.







Il congresso

Dal 7 al 12 aprile si è svolto a Bergamo il primo
congresso internazionale dei rodeggi con la parteci-
i nenti personalità nel campo tecnico,
ale e scientifico e di oltre centocinquanta si-
derurgici specializzati, appartenenti a sedici nazioni.
Il congresso, il primo del genere che si teneva,
intendeva fare il punto sui diversi aspetti connessi
direttamente o indirettamente alla fabbricazione dei
cerchioni ferroviari, centri ruota, ruote monoblocco,
assili, sale montate eccetera.

Sono state esposte e discusse ventidue memorie

elaborate da autori di dive nazionalità. Il livello
degli studi e delle personalità degli autori hanno dato
a questo conv rattere altamente tecnico-
scientifico. Questioni di grande importanza per il
settore, quale la progettazione, la fabbricazione, la
lavorazione a caldo e meccanica, i controlli e gli studi
relativi alla qualità e al comportamento in es i
sono state esaminate e dibattute con gran
fondimento dei temi e con la partecipazione d
produttori e consumatori.

A Bergamo sono stati passati in rasse;
mezzi e materiali adottati fino ad oggi dalle pri
industrie produttrici ed è stata compiuta una valu-

dei

tazione critica dei risultati conseguiti. Oltre a ciò, lo
scambio reciproco di informazioni tecniche fra i par-
tecipanti è servito ad inquadrare molti problemi
cora insoluti e a rivolgere una particolare attenzione
alle prospettive del futuro.

Riferire qui in particolare dei lavori del convegno
non è possibile dato anche, come si è detto, il loro
carattere specificatamente tecnico. Basterà qualche ci-
tazione. Sono stati sperimentati cerchioni ir
tipi di materiale (acciai non legati, particolarmente
bassi di carbonio e manganese) che sopporterebbero
meglio le sollecitazioni termiche che si originano
all'atto delle frenature, causa prima di rotture per
fatica.

È stato riferito anche sulle macchine di prc da
laboratorio ed apparecchiature speciali che simulano
le reali condizioni di esercizio, approntate e realizzate
in diversi laboratori. Le cause delle rotture e dei di
fetti verificatisi in servizio, accuratamente classificate,
permetteranno nuovi tentativi per ovviare sempre più
agli inconvenienti fino ad oggi riscontrati.

L'avvento ed il prodigioso sviluppo di calcolatori
elettronici possono permettere oggi, ndo quanto è
stato esposto dallo svede Jonhsonn, la progetta-

rodeggi

nuovi



Una immagine di Lovere: la laminazione di un cer-
chione per ruota ferroviaria.

zione di nuovi tipi di ruote adatte a sopportare cari-
chi maggiori che in passato ed a studiare le deforma-
zioni sotto carico e le sollecitazioni termiche e mec-
caniche di esercizio; impostando le variabili sulla mac
china, il computo di un intero programma può essere
effettuato in circa due ore.

Il 9 aprile i partecipanti al congresso hanno visi-
tato lo stabilimento Italsider di Lovere, uno dei mag-
giori impianti in Europ alizzato nella produ-
zione di materiale rotabile

L’indirizzo produttivo dello stabilimento è stato
di recente confermato, nel quadro dei programmi di
sviluppo della siderurgia Iri-Finsider, con la predispo-
sizione di un piano di finanziamento atto ad indiriz-
zare ancora più marcatamente l’attività di Lovere nel
settore in cui è specializzato. Di conseguenza è attual-
mente allo studio e verrà prossimamente realizzato un
piano per la ristrutturazione e l'ammodernamento degli
impianti in modo che essi possano far fronte alle
nuove esigenze del mercato.

Con l’attuazione di questi programmi lo stabili-
mento di Lovere assumerà una ancor più precisa fisio-
nomia, adatta alle maggiori dimensioni e alle « -
teristiche strutturali richieste dal Mercato Comune.





ie ___



Lo strumento
della

produzione

Nel corso del 1961 l’economista americano
John Kennet Galbraith, uno dei consulenti
più vicini al presidente Kennedy e attualmen-
te ambasciatore degli Stati Uniti in India,
tenne in alcune università indiane cinque con-
ferenze sui problemi dello sviluppo econo-
mico. Raccolte in volume, esse sono ora usci-
te anche in Italia nelle edizioni di Comunità
(J. K. Galbraith - “Il progresso economico in
prospettiva” - Comunità, pagine 84, lire 600).

In queste sue cinque “lezioni”, l’autore di
“Economia e benessere” esamina il complesso
problema dello sviluppo economico dei paesi
arretrati con quella spregiudicata acutezza e
con quella rara capacità di guardare le cose
da prospettive nuove che costituiscono insie-
me con la chiarezza dell'esposizione le sue
doti più singolari e affascinanti.

Così, egli dimostra, in termini chiarissimi
contro l’opinione corrente, che l’intervento nei
paesi poveri con capitali e assistenza tecnica
può rivelarsi in alcune circostanze contropro-
ducente; che è necessario, in tali paesi, una
“strategia” del progresso economico e una
considerazione a lungo termine degli obiettivi
dello sviluppo industriale che richiedono un
qualche tipo di pianificazione (correlativamen-
te, egli aveva dimostrato nella “Società opu-
lenta” che nei paesi ricchi non è sufficiente
produrre ma occorre anche una strategia dei
consumi).

Galbraith esamina molto brillantemente le
diverse esigenze che possono presentarsi nei
diversi paesi sottosviluppati: non c’è una re-

Edizioni di Comunità

gola che valga per tutti: può essere più impor-
tante in un caso dare la priorità ai problemi
delle infrastrutture politiche, in un altro caso
all’istruzione, in un terzo alle tecniche impren-
ditoriali. È necessario, in conclusione, basarsi
soprattutto sull’esperienza pratica, quell’espe-
rienza — dice Galbraith citando Oscar Wilde
— che è una maestra notevole anche se spesso
non è che il nome che diamo ai nostri errori.

Nell’ultima “lezione”, di cui pubblichiamo
qui un ampio stralcio, Galbraith illustra come
si deve impiegare in un paese in via di svi-
luppo il principale strumento della produzio-
ne industriale, cioè l’impresa sociale.

Egli pone innanzitutto l’accento sulla con-
statazione che, dovunque si debba svolgere
un’attività produttiva, in India come in In-
ghilterra, in URSS come negli USA, l’azien-
da è “inevitabile”. La ragione di tale inevita-
bilità è semplice:

La moderna attività produttiva — la pro-
duzione di acciaio, alluminio, concimi, autocarri
o macchine utensili — richiede una complessa
fusione di abilità e ingegni in un complicato
mosaico di compiti e funzioni. Abilità e inge-
gnosità non sono di per sé rare, esoteriche 0 ec-
cezionali. Se per l’attività economica occorresse
il genio, la nostra situazione sarebbe grave,
perché il genio è sempre raro e la sua provvista
terribilmente imprevedibile. Il merito peculiare
dell'azienda industriale consiste nel combinare
gli ingegni comunemente disponibili in modo da
compiere ciò che l'individuo isolato non potrebbe
assolutamente. Essa ha una personalità sintetica,



19

in cui sono combinate molte personalità reali, e
il risultato della sua azione è più che la semplice
somma dei contributi individuali isolati.

L'organizzazione societaria non è necessaria
per la normale produzione su piccola scala come
per lo più avviene nell’agricoltura. Non è ne-
cessaria neppure per la maggioranza delle atti-
vità statali — per l’amministrazione della giu-
stizia, l’esazione delle imposte o l'istruzione
pubblica. Esse si prestano infatti allo svolgi-
mento nell’ambito di norme ampie e stabili. Ma
gli aspetti più caratteristici dell'industria mo-
derna sono l'enorme scala delle sue unità, la
complessità della sua tecnologia, le complesse esi-
genze che il mercato moderno vanta nei suoi
confronti. In questo caso non ci possono essere
norme predeterminate per ogni eventualità. Oc-
corre, al contrario, un adattamento continuo del-
le circostanze sempre mutevoli, e il successo del-
l'adattamento dipenderà dalla fusione dell’in-
finita varietà di conoscenze tecniche ed esperien-
ze possedute da tutta una schiera d’individui.
Tale fusione viene compiuta dall'impresa sociale,
che per l'adempimento di complicate funzioni è
una personalità competente e versatile, anche se
sintetica e artificiale.

La concezione dell'impresa sociale come per-
sonalità fornisce la prima chiave per la compren-
sione della sua amministrazione. La personalità
individuale o naturale si realizza soltanto in
condizioni di libertà. Assoggettare il comporta-
mento di un individuo alla minuziosa sorveglian-
sa di un altro significa assicurarne l’avvilimento
e una prestazione inferiore. L'attività di un
individuo raggiunge l’ottimo quando egli ha di
fronte a sé una serie precisa di obiettivi e i mez-
si, ivi inclusa logicamente la preparazione, con
cui perseguirli sotto lo stimolo della propria vo-
lontà. Quanto vale per la personalità individuale
vale pure per la personalità societaria. L’auto-
nomia, l'indipendenza nel proseguimento di obiet-
tivi specifici, è altrettanto importante per la so-
cietà produttiva. Lo stesso dicasi della chiara
specificazione degli obiettivi. Invero, questa è
più che importante; è l’unica disposizione am-
ministrativa che sia conforme a un'effettiva esi-
stenza societaria.

Più specificamente, la personalità sintetica a
cui diamo il nome di azienda 0 impresa sociale
implica un intricato problema di cooperazione e
coordinamento fra le sue parti. In misura no-
tevole, cooperazione e coordinamento avvengo-
no automaticamente : sono frutto della familia-
rità e della fiducia esistenti fra i partecipanti.
Un tecnico integra le sue conoscenze ricorrendo
a un altro ; egli sa bene a chi rivolgersi e quanta
fiducia accordare alla preparazione e al giudi-
sio dell’interpellato. Analogamente, l’operaio
specializzato cerca aiuto in altri quando il suo
lavoro lo porta al di là dei limiti della sua com-
petenza personale ; è una cosa che fa di propria
spontanea volontà. Il direttore deve sapere quan-
do e come venire in aiuto ; ma nessun direttore,
da solo, dirige mai nel senso di prender tutte le
decisioni. Nella società coronata da successo,
l’atto della decisione è profondamente connesso
all'esistenza societaria.

Nell’azienda industriale ci sono problemi al-
trettanto numerosi e intricati di coordinamento



20

nella dimensione temporale. I moderni processi
industriali sono strettamente interdipendenti ; il
ritardo în un luogo causerà normalmente un ri-
tardo altrove con un effetto cumulativo. Di con-
seguenza, un enorme vantaggio è costituito da
una decisione tempestiva. La caratteristica più
spiccata dell'impresa industriale, in confronto
del tradizionale ente statale, è forse la dipen-
denza dalla capacità di decidere tempestiva-
mente. Nell’azienda industriale, una cattiva de-
cisione presa in tempo non sarà normalmente co-
stosa come una buona decisione presa troppo tardi.
La cattiva decisione può spesso venir revocata
a un prezzo modesto. Il tempo perso in attesa
della buona decisione non può mai venir recu-
perato.

L’azienda sociale, aggiunge Galbraith, ha
bisogno di autonomia e mal sopporta influ-
enze esterne. $

Una forma comune d’intervento esterno è Ta
revisione di certi tipi di decisioni : sugli acquisti,
sul disegno del prodotto, sulle tecniche produt-
tive, sui prezzi e simili. Inevitabilmente tale re-
visione richiede del tempo. Ne viene a soffrire
il coordinamento nella dimensione temporale.
Nell’intento di evitare decisioni mediocri, si fa
in modo di avere decisioni tardive e quindi più
costose.

Ci tengo a far rilevare che la personalità socie-
taria è danneggiata sia dall'intervento benin-
tenzionato che da quello malintenzionato. C'è
poco da scegliere fra i due.

Nell’organizzazione moderna americana come
in quella sovietica si è fatto posto a una buona
dose di adeguamento alle esigenze di autonomia
proprie della personalità societaria. La grossa
società americana moderna gode un’indipenden-
za quasi completa dai suoi azionisti, che sono la
principale fonte di interferenza esterna. Mentre
si rende sempre un omaggio formale al controllo
democratico da parte dei proprietari, si ricono-
sce în pratica che questa interferenza estesa ed
effettiva nella direzione da parte degli azionisti
sarebbe eccessivamente dannosa. (Un'azione giu-
diziaria è ora in corso contro il principale pro-
prietario di una delle nostre grandi aviolinee per
impedirgli di interferire nella direzione della
compagnia da lui posseduta). Così ogni effettiva
autorità per quanto concerne la decisione produtti-
va si trova all’interno della società. Tale autori-
tà è gelosamente difesa anche contro lo stato.

Non parlo con eguale confidenza delle econo-
mie di tipo sovietico. Ma certo nessun tema ha
recentemente avuto più rilievo di quello relativo
alla necessità di accordare al dirigente economi-
co l'indipendenza e l’autonomia che gli consen-
tano di svolgere il proprio lavoro. I direttori in-
dustriali sovietici, un gruppo di uomini straor-
dinariamente capaci, come ha modo di osser-
vare il visitatore, insistono logicamente sull’im-
portanza di tale autonomia per un efficace svol-
gimento delle loro mansioni.

Nel paese in via di sviluppo, peraltro, l’auto-
nomia dell'impresa sociale incontra una diffi-
coltà di natura particolare. In parte ciò è do-
vuto al fatto che non si è ancora manifestata
l'urgenza di tale protezione della personalità
societaria. Ma, in misura maggiore, è dovuto
al fatto che la scelta e le circostanze impongono

che molti operino in tali paesi sotto la direzione
dello stato e nelle democrazie sotto l'occhio del-
l'autorità parlamentare.

L’impresa pubblica nella democrazia parla-
mentare è proprietà pubblica per un determinato
scopo. Uno scopo evidente è l'esercizio di una
certa misura di controllo democratico sull’im-
presa. Il controllo è inteso ad assicurare che le
attività e le decisioni di questa rispondano al-
l’interesse pubblico, che le sue decisioni siano
buone e sensate e servano al bene generale. Se
non ci si sforza di esercitare tale controllo,
qualcuno tutt'al più dirà che non c'è alcuno
scopo per la proprietà pubblica. Ma, per quan-
to innocente e plausibile ciò sembri, specialmente
quando si inserisce nel dibattito l’espressione
magica “controllo democratico”, ci si trova qui
in presenza di una contraddizione grave e spes-
so insospettata. Se gli individui operanti al-
l’interno dell’organizzazione societaria sono di-
pendenti da una forza esterna ad essa, essi non
penseranno più automaticamente agli obiettivi
dell’organizzazione. Essi hanno infatti, come
minimo, un duplice dovere : verso l'azienda per
cui lavorano e verso l'autorità esterna. Un oc-
chio è rivolto all’organizzazione ; l’altro al par-
lamento o a un'autorità pubblica diversa. Non
si cerca più automaticamente di armonizzare la
folla delle decisioni da prendere con le esigenze
dell'impresa sociale. Insomma, il duplice dovere
è incompatibile con le necessità della personali-
tà societaria, che richiede un impegno assoluto
di molte persone al perseguimento dell’obiettivo
comune.

L’autorità esterna ha un effetto ancora più
dannoso sulla dimensione temporale dell’atto di
decisione. Ho messo in risalto l’importanza della
tempestività în confronto della precisione nelle
decisioni economiche. Ma l’uomo che deve ri-
spondere a una commissione parlamentare, 0
informare un ministro, si riserverà sempre il di-
ritto di rivedere le decisioni che deve in seguito
difendere. Per di più, i ministeri e il parlamento
si occupano ordinariamente non delle decisioni
tardive, ma di quelle sbagliate. È su queste che
un politico può segnare al suo attivo un buon
punteggio. Il risultato è una decisione accentrata
e quindi tardiva. E il ritardo è accompagnato,
come sempre, dallo spreco. Tutto ciò ha un ef-
fetto dannoso per la personalità societaria, che
dovrebbe distribuire l'autorità di decidere al li-
vello in cui essa può essere esercitata con la com-
binazione ottima di accuratezza e celerità. An-
che se si criticano, le decisioni lente non si cor-
reggono tanto facilmente. Resterà prevalente
l’esigenza di proteggersi dalla decisione sbaglia-
ta anziché da quella intempestiva, anche se
quest'ultima può essere intrinsecamente la più
dannosa.

Non si tratta, ripeto, di distinguere fra in-
terventi più o meno saggiamente motivati. Si
tratta piuttosto di fare attenzione a tutto ciò
che ostacola, deforma e annulla l’impresa, la
personalità societaria. È un problema di straor-
dinaria importanza perché l'influenza esterna
con la sua menomazione dell’autonomia si di-
fenderà sempre adducendo a giustificazione la
saggezza 0 la sincerità dell’intento. Ma questa
non è una difesa valida.

Ho già sottolineato che l’ente sociale, al pari
dell'individuo, è veramente efficiente soltanto se
ha la libertà di perseguire specifici obiettivi.
Ciò consente la piena manifestazione della sua
personalità. Il secondo grande problema del-
l’impresa pubblica in una democrazia parlamen-
tare concerne gli obiettivi. Il paradosso è che,
mentre sussiste il grave pericolo che il parlamen-
to o un’altra autorità pubblica circoscriva il
processo della decisione e quindi menomi la per-
sonalità dell'impresa, c'è sempre anche l’altro
pericolo che non si sia abbastanza aggressivi e
fermi nel precisare gli obiettivi. In questo caso
i criteri di giudizio per i risultati dell'impresa
di proprietà pubblica non sarebbero sufficiente-
mente chiari.

Dopo aver osservato che gli obiettivi del-
l’impresa industriale sono chiari sia negli Stati
Uniti e nell’Europa occidentale (buon profitto
e buon saggio di incremento) sia in URSS
(raggiungere e superare gli obiettivi fissati dai
piani), Galbraith afferma che non altrettanta
chiarezza vi è generalmente negli obiettivi del-
l’impresa pubblica nei paesi in via di sviluppo.
La massimizzazione dei profitti sembra somiglia-
re in modo sospetto al capitalismo di vecchia
maniera, che molti dei nuovi paesi respingono.
Il dovere di crescere ed espandersi è stato rara-
mente preciso e fermo. Gli scopi soggettivi, come
ad esempio la prestazione di un buon servizio
alla collettività o la cura dei dipendenti, sono
stati comuni in tale caso. Essi hanno però lo
svantaggio della loro soggettività — è possibile
a chiunque sostenere che essi sono o non sono
conseguiti. I responsabili trovano spesso perso-
nalmente vantaggioso impiegare più tempo ad
affermare la bontà della loro prestazione che a
curarne l’effettività nella pratica.

Non avrete alcun dubbio su quella che è la
soluzione da me indicata. L'impresa industriale,
con una designazione o con un’altra, è inevita-
bilmente fatta per lo sviluppo industriale. Essa
ha una personalità esigente; la maggiore esi-
genza è un'autonomia nel quotidiano processo
di decisione che sia pressoché assoluta. Tale auto-
nomia si estende fino al diritto di commettere
errori, perché l’errore sarà spesso il prezzo, il
modesto prezzo, della tempestività. Il bisogno di
autonomia nella condotta delle operazioni mili-
tari è altrettanto grande; la si accorda come
cosa ovvia. Né si può negare che i generali han-
no esercitato in pieno il loro privilegio di com-
mettere errori. Nella dottrina militare il ri-
tardo che esclude l’errore è proprio l’errore im-
perdonabile. Negli Stati Uniti, qualche anno fa,
una nostra grossa fabbrica d’automobili si mise
a produrre un modello che era gravemente sba-
gliato. Si fecero grosse spese nella supposizione
che il pubblico desiderasse una macchina molto
grande con qualcosa della fisionomia di una ra-
na stupita. Il pubblico non ne fu assolutamente
attratto. Se si fosse trattato di una società a
capitale statale, le critiche sarebbero state aspre.
Indubbiamente esse avrebbero portato alla richie-
sta che tutti i mutamenti da apportare al dise-
gno delle auto venissero d'allora in poi sotto-
posti a un comitato di revisori pubblici. Il risul-
tato sarebbe forse stato quello di evitare il ri-
petersi di errori simili. Si suppone però che un

e



altro risultato sarebbe stato quello di causare
ritardi ricorrenti e alla fine molto costosi, in at-
tesa che il comitato risolvesse i problemi dell’este-
tica automobilistica. Il bisogno di autonomia non
è peculiare del nostro sistema o di un altro. È
dato dalla natura dell’impresa sociale in tutti

i sistemi.

L'autonomia deve includere, subordinatamen-
te soltanto al rispetto delle norme dirette a pre-
venire gli abusi, l'assunzione e il licenziamento
del personale. È la flessibilità che rende possibile
il completamento di un'abilità con un’altra, di
una preparazione con un’altra, e che dà vita
alla personalità sintetica, che chiamiamo impre-
sa, per compiere ciò che per l’individuo è irrea-
lizzabile. L’intrusione della politica e del favo-
ritismo nell'impresa pubblica sovverte profon-
damente la sottile rete di relazioni da cui di-
pende l'effettivo sviluppo di questa personalità
sintetica. Ma altrettanto sovvertitrice sarà la
intrusione delle procedure e dei metodi abitudi-
nari della burocrazia statale. Sono procedure e
metodi forse mirabilmente elaborati per assicu-
rare eguaglianza di trattamento a tutti i dipen-
denti. Ma l’effetto da essi derivante può esser
quello di distruggere gli agevoli accomodamenti
interpersonali e il coordinamento automatico da
cui dipende l'efficienza dell’attività. Il mondo è
pieno di scelte ingrate, e nel moderno industria-
lismo una scelta ingrata si impone fra norme
perfettamente giuste e prestazione ragionevol-
mente soddisfacente.

Peraltro, se l'impresa sociale deve essere pro-
tetta nella sua personalità dall’ingerenza del-
l’autorità esterna nelle sue decisioni, l'autorità
esterna deve essere spietatamente ferma in ciò
che essa chiede all'impresa. Gli obiettivi da es-
sa posti devono essere chiari e assolutamente
espliciti. Il successo in tutte le società è in note-
vole misura merito suo, ma non ci deve esser
mai alcun dubbio su ciò che costituisce il successo.

Se dovessi stabilire un criterio di giudizio per
i risultati dell'impresa di proprietà pubblica in
un paese sottosviluppato, indicherei gli utili rea-
lizzati da immettere nell'espansione di se stessa.
Tale espansione, nel campo che le è proprio 0
in uno connesso, e nella cornice del piano, do-
vrebbe essere considerata il primo obiettivo del-
l'impresa del settore pubblico. L’impresa che ha
più successo è quella che, grazie alla sua effi-
cienza e alla sua spinta dinamica, riesce a pro-
curarsi gli utili che le consentono il massimo in-

cremento. Forse ci sono anche altri obiettivi
da raccomandare. Ma d’importanza vitale
è che l’obiettivo, qualunque esso sia, sia

specifico, misurabile, noto a tutti, e ferma-
mente imposto.

La società dovrebbe essere estremamente tol-
lerante verso gli errori commessi nell’ambito del
successo, ma dovrebbe essere assolutamente in-
tollerante verso l'incapacità di raggiungere gli
obiettivi specificati. In effetti, il mancato rag-
giungimento degli obiettivi, non il singolo errore,
è il significato del fallimento. Autonomia non
vuol dire minore responsabilità pubblica. Al con-
trario, vuol dire maggiore responsabilità pubbli-
ca. Ma è una responsabilità che concerne non
il metodo, la procedura 0 l’azione singola, bensì
il risultato.



Casorati

La scomparsa di Felice Casorati chiude una
pagina felicissima della pittura italiana del
novecento.

Di questo artista, uno dei nostri maggiori
contemporanei, traccia un breve profilo il critico
d’arte torinese Luigi Carluccio.

Felice Casorati: “ Giuseppina” - 1930 - (em. 100x65)

- Torino, collezione privata,

Casorati è morto nella notte sul 1 marzo
di quest'anno, nello studio in fondo al cor-
tile di via Mazzini 52
senza interruzioni dal suo arrivo a Torino,
avvenuto nell’ottobre del 1918. Aveva poco
meno di ottant'anni. Era infatti nato a No-
vara il 4 dicembre del 1883, da famiglia d’ori-
gine pavese che, per gli impegni del padre
ufficiale in servizio attivo, si era trasferita
più volte qua e là durante l’adolescenza e la
giovinezza di Felice; sostando più a lungo a
Padova, a Napoli e a Verona negli anni cru-
ciali della formazione.

L’incontro di Casorati con la pittura fu

dove aveva vissuto

22



Felice Casorati: “Lo studio,, (cm, 200x200)
1936 - rifacimento con alcune varianti nei
particolari e nei colori del dipinto del 1922-"23
bruciato nel 1931 nell'incendio del Glaspalast

di Monaco - Genova, collezione privata.

casuale, durante una convalescenza sui Colli
Euganei, intrapresa per ricostituire le energie
logorate dall’intensa applicazione ai testi uni-
versitari (Casorati si laureò in legge nel 1907,
lo stesso anno in cui un suo dipinto fu accet-
tato alla Biennale) ed allo studio della musica,
cui, del resto, rimase fedele tutta la vita. La
pittura fu, in principio, un'alternativa quasi
artigianale, uno svago manuale offerto al ri-
piegamento tutto interiore ed allo sforzo ri-
chiesto dagli esercizi al piano. L’apprendistato
padovano e, dopo l’esperienza napoletana tra
il 1908 e il 1911, la brillante conferma vero-
nese degli anni che precedettero la guerra si
svolsero in un ambiente di cultura nel quale,
come è sempre accaduto nel corso della sto-
ria dell’arte italiana, confluiscono molti ele-
menti nordici, di curiosità analitica, di gusto
grafico, di stravolgimento simbolico, allego-
rico o emblematico e di raffinate eleganze.
Dentro, anche, un’idea dell’assoluto alla qua-
le le esperienze museali e la profonda dispo-
sizione alla musica conferiscono un sapore
antico, ritmi e cadenze sicure e quel senti-
mento misterioso dello spazio della finzione
pittorica che Casorati cristallizzò nel suo

motto: « Numerus, Mensura, Pondus » e, pri-
ma ancora, nella sua opera forse più famosa:
Le uova sul cassettone che è del 1922 ed
in altre ad essa vicine: Lo studio e Ritratto
della sorella, distrutti nell’incendio del Glaspa-
last di Monaco durante la mostra della Se-
cessione del 1931; Silvana Cenni, Le sorelle,
La donna e l'armatura, Meriggio del museo,
Revoltella di Trieste.

In queste opere la suggestione lontana di
Kandinsky (il Kandinsky dei primi anni del
secolo, del folclore slavo, della favola mistica)
e l’amore per i pittori nordici e medioeuropei

e in particolare per Klimt, che aveva avu-
to una grande sala alla Biennale del 1910 -
cioè la sensibilità esemplificata in opere come
Le vecchie del Museo di Verona, Le signorine
della Galleria d’Arte Moderna di Roma e
La via lattea, appare già interamente consu-
mata e si afferma invece, nitida, la visione ti-
pica del Casorati della maturità. Una visione
che è caratterizzata da una profonda rielabo-
razione degli elementi realistici dell’ispirazio-
ne. Ogni cosa, nell’opera di Casorati, appare
immersa in un metafisico silenzio, chiusa nelle
linee di una architettura degli spazi le cui

relazioni sono prevalentemente mentali; in
una atmosfera che è stata opportunamente an-
che se incompiutamente definita “platonica”,
perché esprime un vigile distacco dall’emozio-
ne immediata.

Questo apparente, anzi appariscente disim-
pegno dall’urgere dei problemi del momento,
anche quando l’opera si ispira a problemi del
momento (quando, per esempio, riflette, nel-
le opere degli anni ’20, l’opposizione tra la
raffinata società borghese di Torino e la nuo-
va realtà industriale e quindi proletaria della
città); la fedeltà ai valori di comunicazione
della figura umana; il bisogno di chiarezza
espresso prima di tutto come accettazione dei
fondamenti del vero; la sottomissione costan-
te ad un’ideale di bellezza desunto da canoni
classici, hanno tenuto Casorati lontano dal-
l’attività delle avanguardie del suo tempo.
Ne hanno fatto un artista isolato, che talvol-
ta è stato considerato addirittura come un
reazionario. Bisognava che si spegnessero i
fuochi dell'avanguardia per riconoscere ciò
che rimaneva intatto sotto le ceneri; così,
proprio negli ultimi anni l’opera di Casorati
ha incontrato l’adesione del gusto dei suoi
contemporanei dopo l’adesione, più rapida,
della loro intelligenza.

All’isolamento dello spirito creativo Caso-
rati ha sempre affiancato come un contrap-
punto, per tutta la sua vita, un fervore intel-
lettuale che ha pochi riscontri tra i suoi com-
pagni. Nel 1914 fondò con alcuni amici ve-
ronesi una rivistina, La via lattea, che uscì
due volte. Nel 1920 tornò a proporre a Bar-
bantini, che lo amava tra i partecipanti alle
mostre di Cà Pesaro, un giornale per artisti;
mentre a Torino, dove si era legato d’amici-
zia con Piero Gobetti, primo dei suoi ese-
geti, proprio per concorrere attivamente a
svecchiare il gusto ottocentesco, apriva il suo
studio ai giovani più avventurosi. Si interessò
di architettura e di arredamento con Alberto
Sartoris e progettò con lui il piccolo teatro
di casa Gualino. Fondò la “Società Antonio
Fontanesi” per proporre una nuova lettura
dei migliori artisti del nostro Ottocento:
Fontanesi, Delleani, Mancini, i Macchiaioli, i
napoletani della “Scuola di Posillipo” e quelli
del nostro tempo; da Tosi ad Hofer, ai primi
astrattisti italiani. Aprì o patrocinò gallerie
d’arte che presentarono a Torino per la pri-
ma volta artisti giovani come Afro o poco
conosciuti. Partecipò attivamente a commis-
sioni di mostre e giurie di premi, difendendo
con accanimento testardo i princìpi della
buona pittura e i diritti dei giovani. Ha in-
segnato per molti anni all’Albertina, di cui
è stato l’ultimo presidente. Il tumulto quoti-
diano, tenuto lontano dalle opere del pittore,
rientrava, pieno, attraverso l’opera dell’uomo
di cultura, manifestando una precisa continua
volontà di intervento e un desiderio quasi
apostolico di aiutare gli altri a fare. E’ questo
duplice aspetto della sua vita, in ogni caso
sincero e illimitato, che fa di Casorati uno
dei casi più affascinanti ed esemplari della
società artistica italiana della prima metà del
secolo ventesimo.



II surrealismo

Il rapido panorama della pittura e dei movi-
menti artistici della prima metà del secolo, di-
segnato da Marco Valsecchi, si avvicina ai
nostri giorni. È la volta dei surredlisti : entria-
mo, attraverso le loro tele, nel regno ossessivo
dell’inconscio.

Dopo aver indicato nei capitoli precedenti
i termini entro cui lavorano i pittori metafi-
sici, cioè una inquietante meditazione ironica
e magica sui miti culturali della cultura uma-
nistica; e dopo aver esaminato le ragioni di
rivolta, prima morale che estetica, dei dadaisti,
credo risulti più chiara anche la genesi del
Surrealismo. L’arte Metafisica e Dadà ne sono
infatti le premesse obbligate. Si spiegano tutte
col problema di fondo dell’arte moderna fra i
due secoli: col rigetto, cioè, di una realtà og-
gettiva e il prevalere generale di una posizio-



Yves Tanguy: «Moltiplicazione degli archi” (1954 - New York, Museum of
Modern Art).
Il francese Tanguy evoca nelle sue tele paesaggi angosciosi e deserti lunari
disseminati di oggetti informi e indefiniti, oppure di sassi o fossili antidilu-
viani bruciati da qualche misterioso e terribile evento cosmico.

ne strettamente soggettiva dinanzi al mondo
e all'esistenza. La Metafisica apre lo spiraglio
sul regno conturbante del traslato di fantasia;
Dadà è il moto ribelle della protesta e della di-
struzione; il Surrealismo è un’esplicita afferma-
zione dei valori irrazionali dell’essere umano.

Il problema di fondo era la conquista di una
libertà dello spirito contro i limiti chiusi e og-
gettivi dell’esperienza realistica. Questa liber-
tà del pensiero di fronte a un mondo e a una
struttura di consuetudini morali e sociali che
la prima guerra mondiale rivelò minati da
una crisi profonda, prese in Dadà, come ab-
biamo visto, una funzione provocatoria e di
ribellione polemica; nel Surrealismo, che pro-
cedeva sulle rovine e gli scardinamenti provo-
cati dall’irruenza dadaista, quella libertà dive-
niva un atto di ricerca sempre più profonda
e fiduciosa del mondo irrazionale contro la
logica, dell’intuito e dell’illuminazione inte-
riore contro la regola fissa. Lo scopo finale era
di compiere una nuova rigenerazione dell’a-
nima umana. Dadà aveva spalancato le porte;
i surrealisti avevano ormai dinanzi il vasto e

ancora intatto regno dell’inconscio, della vita
irriflessiva e automatica, il folto spessore della
sfera dei sogni. Difatti avrebbero usato le
figure e le prospettive del mondo reale solo
se dilatate o spiazzate verso altri significati e
trasformazioni dall’ambiguità del sogno e del-
le allucinazioni, persino dai deliri o dalla fol-
lia, a costo di provocarli anche artificialmente
con l’uso di medicine, di narcotici e di alcool.
Gli esperimenti e le scoperte della psicanalisi
freudiana sull’esistenza di una verità profon-
damente intuitiva della vita inconscia, li con-
fermava nella certezza che la vera libertà to-
tale dello spirito è “altrove”, fuori dalle par-
venze del mondo reale, in una dimensione
tutta interiore, nel profondo dell’anima, lad-
dove non giunge la luce della coscienza e il
controllo della ragione, nella prescienza pri-
mordiale dell’essere e dei suoi istinti. L’espe-
rienza realistica aveva accumulato un immen-
so capitale di riferimenti figurativi, di aspetti
esteriori della natura; ma aveva man mano
chiuso la via all’ascolto delle realtà interiori,
ai moti originali dello spirito; li aveva anzi





Due opere di René Ma-
gritte: (in alto) “Il tera-
peuta,, - 1937; (in basso)
“L’arte della conversazio-
ne” . 1961.

Il belga Magritte è, tra i
pittori surrealisti, uno dei
pochi che non abban-
donino al delirio e al-
l’allucinazione, C'è nelle
sue opere un'aria di in-
nocenza primordiale e le
trasformazioni della realtà
che vi si compiono, per
quanto sorprendenti e as-
surde, non assumono mai
gli aspetti dell'angoscia e
della morbosità.



seppelliti sotto uno strato sempre più alto di
detriti realistici.

Dopo i primi avvertimenti della Metafisica
e le deflagrazioni di Dadà, il Surrealismo getta
appunto scandagli profondi dentro questa sfe-
ra dell’inconscio e cerca di provocare urti di
emozioni illogiche e disparate tramite l’asso-
ciazione improvvisa di oggetti e di figure tra
di loro eterogenei, appunto per svelare sensi
remoti, tentare interpretazioni più vicine alle
verità essenziali, mella speranza dichiarata
(anche se non sempre realizzata) che qual-
cuno riesca a individuare una nuova mi-
sura più vera dell’uomo e dell’esistenza.

Di fronte alle simbologie sempre più com-
plesse dell’esperienza surrealista, dove accanto
a un autentico spirito di rinnovamento poetico
sono tradite la nevrosi, l’angoscia, il senso di
un’indicibile catastrofe o il limite del ‘‘paradi-
so artificiale”, si è voluto da parte di qualche
critico paragonare la pittura surrealistica a
quel tipico momento della “pittura teologica”
del tardo Quattrocento europeo, con i dia-
voli di Bosch e di Brueghel, le piaghe incre-
dibili di Gruenewald, i deliri malinconici del
Duerer, e scorgere affinità tra questi pittori
d’oggi e quei pittori del passato, pur contem-
poranei del “divino Raffaello” e del suo mon-
do armonioso e perfetto. Si è tentato di re-
cuperare al paragone i rovelli geometrici di
Bracelli e di Cambiaso, i trompe-l’ocil vege-
tali dell’Arcimboldi. Ma se le opere di questi
manieristi cinquecenteschi, sul declino del
Rinascimento o straniti dalle vicende del pri-
mo Barocco, restano, senza pretese di altre
intenzioni, in chiave di divertimento o di
stranezza intellettuale, i più vecchi “pittori
teologici” si richiamavano di continuo a una
didascalia liturgica o a un’interpretazione dei
testi sacri, da cui l’esperienza surrealista è vi-
stosamente lontana; anche se lo spagnuolo
Dalì, in questi ultimi anni e in singolare deri-
vazione, abbia cercato di recuperare pure in
questa dimensione le figurazioni religiose.
Più esatti semmai sono i riferimenti ai silenzi
stupefatti e alle vaganti combinazioni di vi-
sionarietà e di sogno della Metafisica di De
Chirico o dei “racconti” evocativi di Chagall
del suo primo esilio berlinese e parigino; che
difatti i surrealisti riconoscono come i ‘pro-
feti” della nuova poetica.

La cronaca del primo tempo surrealista è
ancora piuttosto confusa. Dopo le mostre zu-
righesi del 1916-18, il centro del dadaismo si
sposta a Colonia e a Berlino, dove sono af-
fluiti gli artisti smobilitati dai fronti. Le de-
lusioni, le amarezze, il caos della Germania
sconfitta e disordinata aiutano la diffusione di
quelle idee ribelli. A Berlino si forma un grup-
po intorno a Huelsenbeck, e Georg Grosz
mette in caricatura quel mondo corrotto di
approfittatori. A Colonia si forma un altro
gruppo con Max Ernst, Hans Arp e Johannes
Baargeld. Mentre a New York le
di Picabia e di Duchamp danno origine al
gruppo “291°” attorno alla rivista dall’eguale
titolo, con Picabia, De Zayas,
Man Ray, il poeta Tristan Tzara raggiunge nel
1919 Parigi e si accosta agli scrittori della ri-

opere

Arensberg e



vista “Littérature”: Breton, Soupault, Eluard,
Aragon, Ribemont-Dessaignes, Péret, con i
quali organizzerà una mostra collettiva nel
1922, cioè il primo “Salon Dadà” alla galle-
ria Montaigne, chiamando a parteciparvi tutti
i dadaisti sparsi per il mondo. Le discussioni
cui diede origine tale mostra misero in evi-
denza il limite ormai insufficiente dell’azione
distruttiva del dadaismo. André Breton rac-
coglie quel senso di insoddisfazione, avverte
le possibilità di un muovo sviluppo poetico
€ pittorico, e riassume la situazione nel pri-
mo ‘Manifesto surrealista” pubblicato a Pa-
rigi nel 1924, al quale farà seguito un secondo
manifesto nel 1929.





In questi documenti sono dichiarate le que-
stioni fondamentali del Surrealismo: forzare
le porte di ciò che fino ad allora si era consi-
derato ermetico, fare tabula rasa della visione
razionale delle cose e sostituirle con una cono-
scenza irrazionale, in un certo senso prima-
ria degli oggetti. Max Ernst, nel suo “Trat-
tato della pittura surrealista” specifica che
“nessun controllo mentale, cosciente, di ra-
gione, di gusto e di volontà è ammesso per
la realizzazione di un’opera meritevole della
qualifica di surrealista”.

Il fondo dell’anima è scoperto quindi come
una grande caverna dove sono depositati te-
sori infiniti, stratificazioni remote dell’essere,
dei ricordi e della fantasia. Da questo fondo
nascono le “foreste” dipinte da André Masson,
la fauna strana di Max Ernst e le sue ondu-
lanti immagini dell’incubo che si scatenano
come un’orda di fantasmi. La percezione si
affina, tra oggetti diversissimi si rintracciano
somiglianze e repellenze improvvise; l’univer-
so si appalesa come un grande spettacolo che
vive una sua esistenza allucinante. Si pensi ai
viluppi vegetali, ai tortuosi cunicoli di una con-
crezione rocciosa, ai labirinti intricati di una
foglia. Max Ernst li esplora con il suo occhio
radiografico e inventa mezzi pittorici per co-
gliere quelle sottili percezioni, o anche per
suggerirli in una creazione ipnotica, lussureg-
giante di misteriose relazioni. Ecco i deserti
lunari, i totem notturni, il brulicare di una
materia organica che si compone in figure
subito disfatte e ripetute in altra dimensione.
“La vita leggendaria di Max Ernst”, la defini-
sce Breton. Un sogno, un incubo, un messag-
gio misterioso e magico? Ecco raggiunta la
liberazione della fantasia nei casi soggettivi
della vita inconscia. Parrebbe una distruzione
e una rielaborazione fine a se stessa. È la fa-
tica per riconoscere, pur fra le esasperazioni
della polemica, un ordine diverso da quello
delle razionalità teoriche, dei principi filosofi-
ci, delle visualità fisiche. Sia pure in un altro
senso, si cerca di realizzare l’aspirazione espres-
sa da Klee: esprimere l’infinito e l’inesprimi-
bile, il giuoco continuamente cangiante della
vita immaginativa, la concretezza delle visioni
interiori, le dimensioni allucinanti della vita fan-
tastica. Fantastica, o in altra maniera più vera
del vero? I temi forniti dall’inconscio, dalla
follia, dagli incubi, dalle repressioni scatenate,
dal delirio, dall’ironia, sono infiniti e in ciascu-
no di essi si riflette con una luce più tesa e lu-





Due opere di Salvador Dalì
ra civile” - 1936.

Intelligenza, straordinaria perizia tecnica e fertilità creativa, oppure mistificazione, esibizionismo, buffoneria? Il giu-
dizio sullo spagnolo Dalì spazia tra questi poli opposti. Ma forse entrambi i giudizi sono esatti. C'è in lui, calcolato e
manifesto, un morboso compiacimento per la falsificazione, l'equivoco, il bluff. Sulle opere dei surrealisti, e in par-
ticolare di Dalì, si sono esercitati gli psicologi, alla ricerca delle motivazioni e dei simboli che vi sono disseminati a pie-
ne mani,

Nel quadro in basso, dipinto sei mesi prima dello scoppio della guerra civile spagnuola, sono evidenti i simboli del dolore,
della distruzione, della morte. La piccola figura umana in basso a sinistra, sulla mano in decomposizione, è un simbolo
dell’impotenza dell'individuo davanti alla immane tragedia. Altro simbolo ricorrente in Dalì sono gli orologi in disso-
luzione, a significare la morte del tempo e l’inutilità di sperare nel rinnovamento dell'esperienza,

(in alto) “Persistenza della memoria (orologi molli)” - 1931; (in basso) “Presagio di guer-











cida la vita. Già Rimbaud aveva avvertito,
tanti anni prima, che “la vera vita è altrove”.

Yves Tanguy era un ufficiale della marina
francese, che giunse alla pittura non dirò per
caso ma per attrazione repentina. Visitando
nel 1926 una mostra di De Chirico, la sua
vocazione venne a galla prorompente e di lì
a poco tempo, smessi i galloni, espose i suoi
primi dipinti alla Galleria Surrealista di Pari-
gi. Come tutti i suoi colleghi, Tanguy, una
volta accantonata la razionalità, puntò sul
mondo intuitivo, sul paesaggio interiore con-
servato nell’intimità primordiale, e vi applicò
una rara facoltà di autosuggestione. A diffe-
renza di Max Ernst e di Masson, che estrae-
vano da quel fondo viluppi di vegetali semi-
nati d’occhi o di membra umane, portò alla
luce un paesaggio deserto, rarefatto, di ghiac-
cio o di vetro non si sa bene, disseminato
di fossili e ciottoli antidiluviani, disperata-
mente azzurro, con ombre lunghe e atempo-
rali come quelle profilate dagli acrocori lu-
nari. Un paesaggio intuito più che visto di
là dalla smerigliata linea dell’orizzonte terre-
stre, in un’aria rarefatta, senza leggi di gravità,
dove il piombo potrebbe dondolare leggero
nell’aria, in un giorno non ancora comincia-
to a defluire verso la cronaca del mondo, op-
pure arenato sopra una distesa amorfa, dove
l’esistenza sia stata bruciata per sempre da
qualche evento del cosmo.

Alberto Savinio, tra i surrealisti, resta il più
prossimo alla metafisica di suo fratello, Gior-
gio De Chirico: le spiagge greche, gli idoli, i
personaggi mitologici con le teste d’animale,
la mistione di scena antica e di spettacolo mo-
derno. C'è nelle sue opere il gonfiore cultu-
rale di un neoclassico. Savinio è una specie
di Pindemonte della pittura, che si esercita
però sui temi odissei con una forte vena iro-
nica e col gusto per la sorpresa da melodramma.
Dove finisce ad esempio il gusto della pittura
e del tema da museo antico, e lo scandalo
ironico della deformazione contemporanea?
E nel tempo della sorpresa ci si accorge che
nemmeno l’ironia dissolve il senso inquieto,
l'accento infido della metamorfosi, per cui
crolla tutta insieme l’impalcatura dei miti.
Pensiamo a Max Ernst, e dietro a questi
crolli si scatenano i fantasmi paurosi. Con
Savinio, malgrado lo spavento di quelle rovi-
ne, resta sempre salva un'atmosfera civile,
persino una nostalgia di tempi andati, che

qui a sinistra: Man Ray “«All’ora del-
l'osservatorio - gli innamorati” -

1932-1934,

al centro: Marcel Duchamp “La
sposa” - 1912,

in basso: Francis Picabia “Flirt? -

1920.

impedisce all’immagine di assumere un tono
drammatico troppo nero.

Fabrizio Clerici è più prossimo invece al-
l'ambiguità preziosa del barocco. La sua fan-
tasia si nutre di spettacoli archeologici, del
mistero degli eventi mistici, di un gusto ma-
cabro vestito di eleganze. Alita nell’aria dei
suoi dipinti la malinconia del Tasso e la ci-
nica disinvoltura di un Peyrefitte. I legni sono
trapanati dai tarli, le tende si stracciano e
dalle fenditure spiano le mummie dei certo-
sini. Tutta l’esistenza è in questo recupero di
vecchie testimonianze di civiltà scomparse;
siamo noi stessi fatti della cenere dei secoli.
Eppure nulla è gelido nelle sue figurazioni;
anche quando una morgana sinistra scopre
le palafitte scoperchiate di Venezia messa al-
l’asciutto da un cataclisma, il ribrezzo è vinto
dalla grazia, l’ombra cede il passo a una luce
intellettuale di prezioso alambicco.

I dipinti del belga René Magritte consen-
tono di accertare che esiste un Surrealismo
estraneo al delirio e all’allucinazione. Le rap-
presentazioni tentate dal pittore avvengono in
un’aria da miracolo laico, ma non obbligato-
riamente contro la figura reale degli oggetti.
Avvengono in un’aria d’innocenza primor-
diale; la sorpresa si produce con un rigore
razionale così lucido, da rendere persuasiva
ogni inattesa metamorfosi della realtà. Questa
lucentezza deriva anch’essa dalla pittura me-
tafisica; ma ne evita il gusto del museo, accet-
ta invece la vita quotidiana e i suoi familiari
accadimenti. E se nelle sue rappresentazioni
Magritte sfiora l’inquieta perplessità dei fatti
assurdi, l’artista interviene prontamente con
un'intelligenza ironica e candida a sfoltire il sen-
so d’angoscia o di morboso, che invece impre-
gna le immagini di tanti altri suoi colleghi.

Vediamo le opere di Paul Delvaux: l’arti-
sta giuoca su un terreno di attrazioni e in-
quietudini erotiche. I treni passano fischian-
do nella notte davanti alle stazioni con i fa-
nali a gas e dentro le sale d’aspetto donne
nude sono sdraiate sui divani di cuoio; oppu-
re un albero, all’improvviso, rivela un gon-
fiore simile a un seno col capezzolo; i si-
lenzi delle ‘piazze metafisiche” non sono
più resi emblematici dalla presenza di muti
manichini, ma popolati da lunari appari-
zioni di veneri scoperte. Un dolce stupo-
re che diventa ossessione, e sul fondo di
questi dipinti resta sempre qualcosa di

umido anche nel colore, una bava traslucida.
Se per le opere di Salvador Dalì parlo di

“spettacolo”, ci si intenderà meglio sul sen-
so della sua invenzione di capricci, diverti-
menti, piccoli orrori, ambigue relazioni di
sensi, che nella particolare tensione visiva dei
suoi dipinti possono apparire a taluni delle
acclaranti illuminazioni di verità segrete, op-
pure, ad altri, delle madornali bugie. O tutte
e due le cose insieme: e si ha forse qui la
prima chiave per intendere questo clamoroso
caso di intelligenza, di sottile perizia tecnica,
di incredibile fertilità figurativa; ma anche di
prodigiosa mistificazione. È vero, in ogni
opera d’arte è possibile rintracciare un pizzi-
co di gusto mistificatorio, se non altro per
intensificare il significato e la vita di un’im-
magine poetica. Ma in Dalì essa prende aspetti
predominanti, aggressivi e quasi vessatori.
Anche quando sembra più tranquillo e nor-
male, intento a riprodurre fedelmente una co-
sa, paesaggio di mare o una sedia, una natura
morta, un profilo di città sul filo del deserto
o una conchiglia fossile, la sua particolare
esasperazione visiva si insinua con tale evi-
denza, che quell’oggetto diventa tutt’un’altra
cosa, quasi per effetto di una diavoleria. Sic-
ché dove c’è il vero si insinua come un tarlo
subitaneo anche il falso, o lo stravolto. È
questa una condizione inscindibile della vi-
sione di Dalì, di cui il pittore si compiace per
il primo, anzi vi si crogiola. Alla fine questo
piacere dell’ambiguo, del contraffatto, del-
l’amorfo vitalizzato sul piano di un artificio,
di ambivalenze spesso anche viziose e ma-
cabre è difficile da sostenere oltre il virtuo-
sismo. Ed infatti sembra che Dalì ne sia pri-
gioniero, come il morfinomane che non possa
più sottrarsi al suo veleno.

Questi non sono che alcuni esempi dei
diversi aspetti del Surrealismo. Col tempo il
movimento si trasformò: gli artisti che vi
aderirono mutarono o volsero le spalle.
Ma è giusto riconoscere che l’influenza del
Surrealismo, a partire dagli anni eroici del
suo apparire, è stata enorme, In effetti si può
dire che ormai non si possa più fare a meno
della luce che ha proiettato sulla psicologia
e sullo slancio immaginativo dell’uomo
contemporaneo. Ma di passo in passo e col
manifestarsi di una regola entro un campo
irregolabile per sua stessa natura, col sorgere
di una teorica poetica determinata dalle
clausole contenute nei vari manifesti, nelle
“scomuniche” o nelle assolvenze di Breton ai
diversi adepti, nell’imporgli infine una tematica
sempre più strettamente politica (1931: «le
Surréalisme au service de la Révolution»), si
ha ragione di dire che il Surrealismo abbia
alla fine disperso le domande essenziali in
una fitta rete di eccitazioni gratuite, di sonni
ipnotici, di automatismi esteriori, sfociando
in un delirio di immagini che si stringono
come un labirinto doloroso a imprigionare
ancor più l’uomo alla sua servitù ancestrale.
Come previde André Gide, il Surrealismo si
lasciò travolgere dallo stesso movimento che
aveva provocato e dal fervore delle speranze
che aveva suscitato.

Balthus “La strada” - 1933.

Max Ernst “Testa d'uomo disturbata dal volo di una mosca non euclidea” » 1947.



27



28

Le tecniche

della

ricerca operativa

Dopo aver illustrato, nell'ultimo numero del-
la rivista, che cos'è la ricerca operativa, diamo
ai nostri lettori, attraverso questo secondo ar-
ticolo dell'ing. Armando Corso, una idea del-
le principali tecniche di cui ci si serve per
tale tipo di ricerca.

(Disegni di Riccardo Manzi).

Come abbiamo detto nell’articolo prece-
dente, le tecniche, i ‘modelli classici” della
ricerca operativa, vanno sotto nomi strani ed
evocativi di ‘programmazione dinamica”,
“programmazione lineare”, “teoria dei giuo-
chi di strategia”, “teoria delle file d’attesa”’,
“tecnica della simulazione”, “grafi”’; oppure si
nascondono sotto sigle di sapore vagamente
diplomatico-internazionale come il “PERT”.

Per dare un'idea del loro contenuto ci ser-
viremo di esempi tratti dalla vita di tutti i
giorni, e poiché ogni “modello” di ricerca
operativa non è, in ultima analisi, che un
modo di simulare la realtà, potremmo dire
che, basandoci su esempi pratici per illustrare
le tecniche di ricerca operativa, in effetti non
facciamo altro che applicare alla descrizione
di questa branca della scienza uno dei suoi
strumenti fondamentali.

La programmazione lineare

Per spiegare in che cosa consista questa
tecnica, ricorreremo ad un esempio culinario.

La massaia al mercato tutte le mattine si
trova di fronte a una serie di dilemmi. Essa
viene a sapere che:

- le uova costano 50 lire l’una

— il formaggio 140 lire all’etto

- il burro 140 lire all’etto

gli ortaggi, non ne parliamo
l’olio 1.000 lire al litro

— la pasta 250 lire al chilo

i fagioli Go lire al chilo eccetera.

I

Inoltre sa quanto ci vuole dei vari ingre-
dienti per fare la pastasciutta, la frittata, la
torta, le stracciatelle, il minestrone, i contor-
ni; e sa inoltre che ci sono degli altri vincoli:

- dopo la frittata deve pulire la padella per
un quarto d’ora (lavoro massaia a 300 lire
all’ora) = 75 lire in più rispetto agli altri
piatti;

— se il marito trova in tavola sempre il solito
minestrone sbotta e lo butta dalla finestra
(probabile rottura del piatto, 100 lire una
volta su venti) = 100:20 = 5 lire in più;

— non può fare frittata e torta insieme perché
le mancano i fornelli;

- la bambina non può mangiare uova perché
ha preso i sulfamidici;
non ha molto tempo perché dovrà andare
anche a far la coda al municipio.

La brava massaia risolverà ad intuito il pro-






a sinistra: la massaia tutte le
mattine, quando deve decidere
cosa acquistare al mercato, de-
ve risolvere un problema, sia
pure elementare, di program-
mazione matematica lineare,
deve usare cioè una tecnica
della ricerca operativa.

nella pagina accanto: doven-
do calcolare il numero di
impiegate da assumere per
un certo lavoro, è utile seguire
la teoria delle “file d’attesa”.

blema, avvalendosi dell’infallibile “algoritmo
della fantesca”, e scegliendosi anche, a se-
conda della giornata, un obiettivo che può
essere:

— tenersi più bassa possibile con la spesa;

- far più contenta possibile la famiglia;

— perdere meno tempo possibile.

E dopo tutto questo lavoro mentale, final-
mente farà i suoi acquisti al mercato. Ebbene,
sia pure inconsciamente ed in modo approssi-
mativo, ella avrà dovuto risolvere un proble-
ma di programmazione matematica.

Immaginate ora che il menu sia il program-
ma di carica di un forno, o l'utilizzazione di un
gruppo di macchine per fabbricare diversi tipi
di prodotti, e simili; nel caso più semplice le
relazioni che intervengono sono /ineari (ossia
le attività impegnano proporzionalmente le
risorse) come nel caso della massaia: una frit-
tata tre uova; due frittate = sei uova
eccetera. Solo che tali relazioni, anziché tre
o quattro sono cinquanta, cento, trecento O
più. Stabilito un metodo per confrontare le
alternative (cioè una funzione obiettivo, e sia
anch'essa lineare) si ha un problema di “pro-
grammazione lineare” o, per essere più terra
terra, un “calcolo della fantesca” un po’ più
esteso, ma concettualmente identico, anche
se occorreranno la statistica e la competenza
tecnica e metodologica per impostarlo ed il
calcolatore elettronico per risolverlo, anche
se la soluzione e l’interpretazione dei risultati
avranno tutt’altra portata.





File d’attesa

Chi non s'è mai trovato in coda ad uno
sportello, dal dentista, ad una fermata, ad un
semaforo, alzi la mano.

Qualsiasi flusso di uomini, materiali, prati-
che su una scrivania, informazioni, chiamate
telefoniche, può dar luogo a strozzature o
“colli di bottiglia”. Sono quei punti nei quali
il “ritmo di servizio” del dentista, dell’impie-
gato allo sportello o alla scrivania, di una gru
di scarico eccetera, è inadeguato rispetto al “rit-
mo di arrivo” dei “clienti” (i pazienti, le prati-
che, le chiamate, le navi da scaricare eccetera).

La “teoria delle file d’attesa”’ studia, dal
punto di vista probabilistico, la capacità di
servizio ed il ritmo di arrivo o di intervallo
fra gli arrivi; dato il numero di “stazioni di
servizio” e le regole di precedenza per la
clientela o i serventi, la teoria deduce il tem-
po medio d’attesa, la coda media che si avrà,
le probabilità che si abbiano o, 1, 2, 3, 0 più
clienti in coda.

Se si stabilisce un obiettivo (ad esempio:
il costo del servizio più il costo della perdita
di tempo dei clienti) si possono dimensionare
nel modo migliore i serventi (numero e poten-
zialità) ed indicare alcune regole di precedenza.

Facciamo un esempio. Immaginate di do-
ver decidere quante commesse assumere in
un reparto di un grande magazzino. Dovete
fare uno studio per alcune alternative (quattro
commesse, cinque, sei,... dieci), compilando
la tabella che segue:





A- numero commesse 4 s | 6 7 8 9 10
B- numero medio clienti/giorno

serviti 6I 70 | 81 90 95 98 100
C- 400 B - utile lordo lire/giorno 24.400 | 28.000 | 32.400 | 36.000 | 38.000 | 39.200 | 40.000
D- 3000 A - costo servizio lire/giorno 12.000 | 15.000 | 18.000 | 21.000 | 24.000 | 27.000 | 30.000
E,C,D- utile netto lire/giorno 12.400 | 13.000 | 14.400 | 15.000 | 14.000 | 12.200 | 10.000

La riga A identifica le alternative di deci-
sione di fronte alle quali vi trovate, e le ri-
ghe C, D ed E sono facilmente ricavabili
dalle precedenti. Il problema difficile è di
ottenere i dati della riga B: la teoria delle
code aiuta a farlo, sulla base di informazioni,
statistiche, rilievi, analogie con altri casi, os-
servazioni sull’impazienza dei clienti eccetera.

Nel nostro esempio abbiamo messo i nu-
meri un po’ ad occhio, ma in realtà si dovreb-
bero usare formule complesse di cui faccia-
mo grazia al lettore. La risposta è di assegna-
re al reparto sette commesse con un utile di
15.000 lire al giorno, e naturalmente la teo-
ria non può tener conto del fatto che l’ottava
è raccomandata o particolarmente carina e
volete assumerla lo stesso. Può però dirvi la
conseguenza dell’assunzione: una perdita di
1.000 lire al giorno di utile, che può essere
compensata da altri vantaggi non inseriti nel
conto...

Programmazione dinamica

Entro un mese dovete acquistare il regalo
per il compleanno di vostra moglie: potete
farlo solo di sabato, mancano cinque sabati
e lei vuole la pelliccia, se no minaccia una
tragedia. D'altro canto l’avevate promessa.

Il modello che le piace è esposto in una
vetrina al prezzo di 330.000 lire, ma voi
avete notato che c’è una tendenza oscillante
dei prezzi. Un vostro amico ben informato vi
dice che vi sono oscillazioni di 30.000 lire in
più o in meno da una settimana all’altra: quan-
to più il prezzo è alto, tanto più è probabile

che ribassi, e viceversa. Più precisamente la
probabilità di ribasso è pari al prezzo in corso
diviso 600.000 lire (per es. 330.000 : 600.000 =
0,55 = 55% di probabilità che ribassi di
30.000 lire), mentre la probabilità di rialzo è
il saldo al 100% (nell’esempio, 45%).

In questo caso vi serve una linea di prezzi
minimi di confronto che vi consenta di fare
al meglio l’acquisto.

Il primo sabato che vedrete il prezzo sotto
al minimo, comprerete.

Il calcolo delle regole di decisione per que-
sto processo decisorio a cinque stadi sarebbe
complesso, ma viene semplificato dalla pro-
grammazione dinamica facendo una specie di
conto alla rovescia, grazie al quale il com-
portamento futuro è chiarito per ogni stadio.

Il conto alla rovescia, cominciando cioè
dall’ultimo sabato disponibile prima del com-
pleanno di vostra moglie, dà il seguente ri-
sultato:

I

quinto sabato: comprare a qualsiasi prezzo
quarto sabato: comprare se il prezzo non
supera le 300.000 lire
terzo sabato: comprare se il prezzo non
supera le 270.000 lire
— secondo sabato: non comprare (perché il prez-
zo non può scendere a 270.000 lire)
— primo sabato: non comprare (essendo il
prezzo a 330.000 lire)
La politica da seguire è allora:
— primo e secondo sabato: non comprare
— terzo sabato: comprare se il prezzo è a
270.000 lire

I

I







— quarto sabato: comprare se il prezzo è a
300.000 lire 0 270.000
— quinto sabato: comprare comunque.

Si può dimostrare che così facendo spen-
derete probabilmente qualcosa di meno del
prezzo esposto inizialmente.

Grafi

Il grafo (insieme di punti collegati da seg-
menti orientati) si presta a rappresentare di-
verse situazioni logiche. Una carta automobili-
stica od una rete ferroviaria possono essere
schematizzate in un grafo, che può tenere
conto dei sensi unici, e si presta a varie con-
siderazioni, per esempio di minimo percorso
o di capacità di flusso. Un caso particolare
è il “PERT” (Project Evaluation and Review
Technique “tecnica per la valutazione e re-
visione di un progetto”’),o “programmazione
reticolare”, che si applica a singoli lavori ed
è utile quando le operazioni elementari sono
legate da precedenze.

Facciamo un esempio. La vostra auto fora
davanti ad un’autorimessa ben fornita di
personale e servizi: poiché il tempo è danaro,
decidete di approfittare per far fare contem-
porancamente:

- il cambio della ruota forata con quella di
scorta

— la riparazione della ruota forata
— la pulizia delle candele
- il cambio dell’olio.

Se indichiamo tali operazioni con segmenti
orientati che ne indichino le precedenze e le
durate in minuti, si ottiene il grafo che il
pittore Manzi ha tracciato, trasformandolo
destramente in un’automobile.

Esso dimostra che la durata totale del la-
voro sarà di 26 minuti ed è determinata dal-
le operazioni segnate in grosso (sollevare
auto, smontare ruota, ripararla, metterla a
scorta) che vengono dette critiche. Le altre
operazioni hanno dei margini di tempo.

Il PERT è usato per analizzare grossi pro-
grammi di lavori con molte migliaia di ope-
razioni elementari. Per esempio la costruzio-
ne di una nave, di un altoforno, di un im-
pianto chimico. È necessario in tali casi va-
lersi dell’elaboratore elettronico.

Simulazione

Abbiamo detto all’inizio che ogni modello
di ricerca operativa è in fondo un modo di
simulare la realtà, ma sotto il nome di sim-
lazione si comprendono più in particolare al-
cuni procedimenti per ricostruire artificial-
mente l’influenza delle “variabili di disturbo”
su un sistema.

Si cerca cioè di ricostruire artificialmente il
caso nella situazione che interessa per valu-
tare più correttamente le alternative.

Per esempio, supponiamo che vogliate cal-
colare a che ora dovete mettere la sveglia per
arrivare puntuali in ufficio, con la tolleranza
di un ritardo su venti mattine.

Avete fatto una statistica di tre mesi e più,
e notato che in casa impiegate, dalla sveglia
all’uscita:

TABELLA A
tempo che
impiegate frequenza Cogo
dalla sveglia progressiva
all’uscita
30' una volta su novanta I
32' cinque su novanta | 2 a 6
34' dieci su novanta | 7 (i. 16
36‘ diciotto su novanta |17 a 34
38° ventidue su novanta | 35 a 56
40' quindici su novanta | 57 a 71
42' nove su novanta 72 a 80
44' sei su novanta 81 a 86
46' due su novanta 87 a 88
48° una su novanta 89
5$o' una su novanta | 90



D’altro canto il traffico cittadino è tale che
dall’uscita fino al momento in cui timbrate
il cartellino passano:

TABELLA B

tempo che |
impiegate dal-| frequenza
l’uscita di ca-|in 90 casi
sa all’ufficio

frequenza progressiva



10 I I
12° ov, 2a 8
14' 12 9 a 20
16” 25 21 2 45
18' 20 46 a 65
20' 13 66 a 78
2a) 5 79 a 83
24' 3 84 a 86
26” 2 87 a 88
28' I 89
30' I 90
90

Supponete che il tempo trascorso in casa
non influenzi quello impiegato fuori, cioè che
i due tempi siano fra loro indipendenti. Se
voleste essere prudentissimi, mettereste la
sveglia 50° + 30° = 1h 20’ prima delle 8,30,
e cioè alle 7,10.

Ciò equivarrebbe ad indossare cintura e
bretelle contemporaneamente, cioè al noto
colmo del pessimismo.

Se invece volete dormire un po’ di più, vi
occorre fare un calcolo. In questo caso si
potrebbe fare anche in altri modi, ma per
restare nella simulazione dovreste riuscire a
sorteggiare molte coppie di tempi, sommarle
e fare la statistica della somma. Vi ricordate
allora di avere alcune copie arretrate del quo-

nella pagina accanto: la tec-
nica della programmazione
dinamica può servire anche ad
acquistare al prezzo più con-
veniente una pelliccia,

sotto: con la tecnica della “simulazione”,
consultando a scopo statistico le estrazioni
del lotto, potrete stabilire fino a che ora
restare a letto senza arrivare in ritardo
in ufficio.



3I





tidiano preferito, in cui potrete trovare gli
elenchi dei numeri estratti al lotto.

Sono tutti compresi fra 1 e 90 ed i primi
estratti sono sorteggiati a caso. Osservate al-
lora il primo estratto della prima ruota.
Poniamo sia il 35. Consultiamo ora la tabella
A pubblicata qui sopra. Nell’ultima colonna
(frequenza progressiva), il numero 35 risulta
alla quinta riga. Ad esso corrisponde, nella
prima colonna, il tempo di 38 minuti.

Prendete adesso il primo estratto della secon-
da ruota (per esempio 84) e dalla tabella B rica-
verete in modo analogo il tempo di 24 minuti.
Sommando 38’+ 24° = 62’, avrete simulato
la prima mattina.

Continuate con la terza ruota del lotto: se
per esempio il primo estratto è 22, dalla tabel-
la A ricaverete il tempo di 36’; alla quarta
ruota il primo estratto è, poniamo, 12.

Dalla tabella B ricaverete il tempo di 14’;
36°+ 14° = 50’, che sarà il tempo simulato
nella seconda mattina.

Continuate così fino a trascrivere un cen-
tinaio di risultati o mattine simulate (vi ci
vorranno duecento numeri del lotto, cioè venti
sabati di estrazione).

Alla fine riordinateli in una statistica: essa
non dovrebbe essere molto diversa dalla se-
guente:

tempo totale | |
che i

dalla sveglia frequenza | frequenza progressiva



all’ufficio |
40° —_ a
42' I I
44° — I
46° | 2 | 3
48° 5 | 8
so’ 9 | 17
52' 14 | 31
54' 16 47
56° 16 63
58° 12 75
60' 9 84
62' 6 90
64' 4 94
66° 3 97
68° I 98
70° I 99
72° = 99
74' I 100
76' | n 100
78° ss 100
80' | — 100
| 100

La simulazione vi dice che per restare entro
la tolleranza di un ritardo su venti, cioè cin-

que su cento, potrete mettere la sveglia alle
7,23 anziché alle 7,10.

La simulazione è considerata da molti la
tecnica più importante di ricerca operativa;
abbiamo anche noi riscontrato che interviene
in un grande numero di problemi.

Qualcuno, riferendosi alle estrazioni casua-
li, la chiama ‘metodo Monte Carlo”, etichetta
che richiama l’atmosfera fascinosa del tavolo
verde o del banco della roulette.

Teoria dei giuochi di strategia
Già che siamo in atmosfera, restiamoci, con
un cenno a quest’ultima tecnica, che ha va-
lore più che altro concettuale, per lo studio
delle situazioni a carattere competitivo.
Poniamo che due venditori ambulanti si fac-
ciano concorrenza in un quartiere. Ogni mat-
tina essi espongono contemporaneamente il
prezzo della merce. Si sono accordati per
lasciarlo poi inalterato per tutto il giorno e

sceglierlo ciascuno fra due possibilità:
- Astuti ha due prezzi: 100 lire e 150 lire.

- Dritti (favorito dalla posizione) ha due
prezzi: 120 lire e 160 lire.

Il potere d’acquisto del mercato è sempre
lo stesso, quindi ciò che ricava l’uno è come

32

%



La teoria dei “giuochi di strategia” è utile nelle situazioni a carattere competitivo.

se lo perdesse l’altro. Essi hanno notato che:
— se A. espone 100 e D. 160, A. e D. sono
in pareggio
— se A. espone
gia su A. di
— se A. espone
gia su A. di 5.000 lire
— se A. espone 150 e D. 120, A. s’avvantag-
gia su D. di 7.000 lire.
Mettiamoci nei panni di A. Egli penserà:

100 e D. 120, D. s’avvantag-
3.000 lire
150 e D. 160, D. s’avvantag-

se metto sempre 100, dopo un po’ D. se ne
accorge e mi batte con 120. Se metto sempre
150, D. risponde con 160.
È perciò necessario che io salti a caso da
un prezzo all’altro di giorno in giorno.
Anche D. si trova nella stessa situazione.
Si può dimostrare che in questo semplicis-
simo esempio conviene:
— ad A. esporre a caso 100 in modo che a
lungo andare figuri 3 volte su 4

- ad A, esporre a caso 150 in modo che a

lungo andare figuri 1 volta su 4
- a D. esporre a caso 120 in modo che a

lungo andare figuri 1 volta su 3
- a D. esporre a caso 160 in modo che a

lungo andare figuri 2 volte su 3.

Inoltre si trova che, alla distanza, A ci ri-
metterà, perché mediamente perderà circa
900 lire al giorno, pur comportandosi per il
meglio.

Le due “strategie” di A. e di D. si dicono
“miste”, e la loro coesistenza di compromesso
è un “punto di sella” del giuoco, perché rap-
presenta il meglio per tutti e due, come il
centro di una sella che nelle due direzioni tra-
sversali (cioè vista da A.) scende e in quelle
longitudinali (cioè vista da D.) sale.

Se riflettiamo un istante, troviamo che an-
che il nostro comportamento di tutti i gior-
ni è una serie di compromessi per mantenerci
a cavallo alla meglio. In fondo anche questo
articolo è un compromesso fra il desiderio di
esporre con semplicità e quello di riversarvi
il contenuto di intere biblioteche.

È cioè anch’esso un “punto di sella” ben
lungi, ahimè, dall’essere un ottimo.

In tutto quanto precede abbiamo voluto
esemplificare alcuni dei modelli classici della
ricerca operativa. Essi null’altro sono che
schemi di astrazione molto generali, in cui è
possibile far rientrare situazioni reali, pro-
blemi di gestione.

Lavoro di squadra

Vogliamo però accennare, per concludere,
anche al modo pratico di operare, cioè al
concetto di “lavoro di squadra”, che è fon-
damentale in questo campo di attività.

Un esempio di lavoro di squadra? Questo
articolo, scritto con la collaborazione di tutti
i tecnici della sezione ricerca operativa e la
consulenza, in materia di generi alimentari e di
vestiario, di alcune gentili signore e signorine.





GRAFO DELLE « DIPENDENZE CONCETTUALI ”
E GLOSSARIO ESSENZIALE DELLA RICERCA OPERATIVA

SIMBOLOGIA

un elenco di simboli e defi-
nizioni, utili per sintetizzare e
snellire le esposizioni, i calcoli

ALGORITMO

procedura di calcolo; si av-
vale in genere di una sim-
bologia




PARAMETRO
una variabile di disturbo sul
cui valore si faranno diverse
ipotesi

ELABORAZIONE
conteggio che parta da certi
dati per ricavarne risultati
intermedi o finali

VETTORE

entità matematica: un insie-
me ordinato di un certo nu-
mero di componenti, per il
quale hanno significato la
somma con altri vettori ed
il prodotto per un numero,
soggetti a certe proprietà.

ISTOGRAMMA
rappresentazione grafica del-
la frequenza con cui si osser-
vano 0 prevedono diversi va-
lori di una variabile



OPERAZIONALITÀ
concetto distintivo della scien-
za, che deve poggiare sul.
l'esperienza ed ottenere da
questa un continuo controllo
delle meteorie

VARIABILI DI DISTURBO
caratteristiche di un sistema,
non dominabili (Ono



STATO DEL SISTEMA
l'insieme dei valori assunti
dalle voriobili di un sistema
in un certo istante

POLITICHE
regole d'azione di carattere
più generale ed elastico ri-
spetto alle strategie: esse in-
segnano infatti come compor-
tarsi anche al variare delle
variabili di disturbo



















33

Questo grafo ha due funzioni. Elenca innanzitutto i termini che maggiormente
ricorrono nel gergo dei ricercatori operativi spiegandone, sia pure sommariamente,
il significato. I vari termini sono poi disposti in modo che, leggendo per righe il
grafo cominciando dall’alto e seguendo le frecce, si abbia un'idea’ delle dipendenze
tra i diversi concetti. Tutte le parole scritte in corsivo sono spiegate in un punto
precedente, collegato da una freccia.

INSIEME
concetto primitivo, che non
si definisce (un insieme di
oggetti, di macchine, animali,
alberi...)

r
SISTEMA
l'insieme di uomini, macchine,
materiali, denaro che costi-
tuisce oggetto dello studio.

v
DECISIONE
la scelta di una fra le alter-
native possibili nella gestione
el sistema

v

OPERATORE
colui che prende le decisioni
relative ad un sistema





VARIABILI DI DECISIONE
icolari istiche dei
componenti del sistema, sulle
quali l'operatore può agire,
scegliendo quale valore at-
tribuire a ciascuna di esse

STRATEGIA

un insieme di valori attribuiti
ciascuno ad una variabile di
decisione

MODELLO

una rappresentazione sempli-
ficata del sistema che si li-
miti a considerare la possibi
lità di diverse strategie ed il
loro effetto sull'obiettivo

DETERMINISTICO

un modello che suppone fissi
e noti i valori delle variabili
di disturbo

STOCASTICO
un modello che tiene conto an-







\ ‘

che di fattori incerti e di
probabilità, come ad esempio
istogrammi di variabili di di-
sturbo; da contrapporre a de-
terministico

nella pagina a fianco: il tempo necessario
per compiere alcune riparazioni all’au-
tomobile può essere facilmente calcolato
ricorrendo alla tecnica dei grafi,

SEMANTICA
studio del linguaggio, dei si.
guificati

CASUALIZZARE

estrarre a sorte clementi da
un insieme (esempio: gettoni
numerati dal sacchetto della
tombola)

GRUPPO 0 SQUADRA DI
LAVORO

insieme di persone interessate
ad un sistema e specializzate
in campi differenti; ciascuno
arreca la sua competenza per
lo studio del sistema

OBIETTIVO

la conseguenza che si consi.
dera più importante della de-
cisione da prendere; se espres-
sa in forma misurabile si
parla di “funzione obiettivo”

OTTIMIZZARE
A :

di conseguimento dell'obiettivo

SOLUZIONE
la strategia ottimizzante



Y

SENSITIVITÀ

studio di come la soluzione
di un problema potrebbe es-
sere influenzata da errori nei
dati di base

UTILITÀ

valore effettivo totale o mar-
ginale (ossia di una unità in
più) in una somma di denaro,
In genere la utilità marginale
decresce aumentando la som-
ma, perchè i primi quattrini
sono più utili: la utilità to-
tale è quindi men che pro-
porzionale all'ammontare di
denaro

EURISTICA
soluzione di un problema con
l'uso, prevalentemente, del
senso comune

34

Psicologia
del tifoso

Quest’articolo l'avevamo chiesto allo psico-
logo prof. Antonio Miotto molto prima che si
verificassero le invasioni di campo a Napoli e

a Salerno. Alla luce di così gravi episodi di
iasinii e di malcostume sportivo (un mor-
to e vari feriti, macchine incendiate, danni per
centinaia di milioni alle attrezzature degli sta-
di), questo breve saggio acquista un partico-
lare significato.

x



Se qualcuno vi dicesse che anche voi cor-
rete il rischio dello sdoppiamento della per-
sonalità quando assistete a una partita di cal-
cio, vi mettereste a ridere pensando alle so-
lite esagerazioni degli innamorati della psico-
logia che vedono un po’ dovunque complessi
e complicazioni morbose. Ma se andate a
una partita di calcio con il fermo proposito
di osservare con freddezza il comportamento
degli spettatori, ecco che il sorriso vi scom-
pare dalle labbra: molti degli individui nello
stadio cominciano a comportarsi in un modo
perlomeno strano, si agitano più di quanto
lo facciano nella vita quotidiana, urlano an-
che se di solito parlano sottovoce alla moglie
e ai figli, minacciano l’arbitro con una ag-
gressività che nessuno avrebbe sospettato. I
timidi riprendono coraggio, i depressi alzano
la voce, i sentimentali diventano furibondi,
gli apatici diventano passionali, i tristi ab-
bracciano l’allegria: che cos’è successo nel-
l’intimo di queste persone? Il pallone og-
getto magico — non si comporta forse come
la pallina della row/efte che elettrizza i gioca-
tori e che fa svenire gli appassionati? Come
davanti al tavolo verde tutto diventa “pro-
blematico”, così nello stadio tutto diventa
strano. E perché allora respingere quella in-
sinuazione sullo sdoppiamento della perso-
nalità se anche voi (e noi che stiamo scriven-
do) potete rivelare un Io molto curioso men-
tre state assistendo a un incontro calcistico?

Il ritratto psicologico del tifoso

È piccolo-grande-magro-grasso-vecchio-gio-
vane-biondo-bruno-triste o allegro: riflette
tutte le caratteristiche possibili che incontria-
mo nella realtà, messuna esclusa. Quando
parla di calcio, non può fare a meno di sen-
tirsi sinceramente importante: guardatelo men-
tre discute, mentre difende un calciatore-mo-
dello o mentre accusa l’arbitro-venduto. È
assolutamente sicuro di quello che sta dicen-
do, non tollera contraddizioni o critiche, fa
lega con i simpatizzanti e si distacca subito
dagli ‘eretici’ o dai “cretini” che la pensano
diversamente.

Non chiede mai spiegazioni, non si
lia aspettando commenti da parte di
ne sa più di lui. Perché? Semplice:
ché nessuno ne sa più di lui sugli
menti sportivi.

Non ditegli mai di essere in fondo uno
spettatore passivo, uno che “ ” alla par-
tita. Egli replicherà subito che non è vero,
che egli partecipa attivamente al giuoco. E, se
non fosse così, perché urlerebbe, perché si
agiterebbe, perché perderebbe il fiato, perché
rischierebbe l’infarto o la denuncia per ingiu-
rie, percosse o anche peggio, se fosse davvero
un “passivo”? proprio da questa appas-
sionata testimonianza che lo psicologo trae
una prima conclusione: il tifoso mobilita un
potente sentimento di partecipazione affiva
che lo elettrizza, che lo fa sentire importante,

umi-

chi
per-

argo-

assiste

che “aumenta la temperatura” della sua per-
sonalità.

Il “tifo” è in decadenza ?

Prima dell'avvento dei
nicazione di massa (radio,
stampa periodica a grande
spettacolo sportivo era in fondo l’unico
“sfogo” per le parentesi libere dopo lo
studio e dopo il lavoro. Ma oggi? I giovani
leggono, ballano, ascoltano dischi, vanno a
sciare, vanno al mare. E dopo la parentesi
lavorativa? Vanno al cinema o guardano la
TV. Verissimo, ma non per questo possiamo
concludere sul probabile tramonto degli sports
spettacolari (calcio o pugilato, non importa).
Perché? Proprio per quella ragione adottata
dallo psicologo: perché sono questi spetta-
coli passionali che fanno vivere e rivivere
quel sentimento di partecipazione attiva, quel
sentimento di essere importanti, impegnati e
determinanti. Davanti allo schermo televisivo
o davanti a un giornale illustrato è difficile
sentirsi importanti, mentre nello stadio “in
ebollizione” tutti noi diventiamo realmente
personaggi importanti (e lo gridiamo forte
per proclamarlo davanti a tutti). Ecco perché
il “tifo” non è affatto in decadenza. E i gio-
vani? È vero che il loro potenziale entusiasmo
viene “diluito” in altre forme di svago, ma
anche per loro il grande spettacolo sportivo
conserva il fascino che non scomparirà tanto
facilmente.

mezzi di comu-
cinema, TV,
tiratura), lo

Rapporti con la cultura

Le persone colte, istruite o titolate sono
refrattarie al “tifo calcistico”? Oppure: allo sta-
dio ci vanno solo gli “ignoranti’’? Tesi idiota,
diciamolo subito. Ci vanno medici, dirigenti,
avvocati, psichiatri e sacerdoti, studenti in fi-
losofia e ragazze timide e sentimentali.

Può darsi benissimo che una persona col-
ta si senta indifferente o addirittura contraria
al calcio e che trovi stimoli e soddisfazioni
più in biblioteca che nello stadio, ma non
dimentichiamo che spesso questi refrattari
“esplodono” quando si lasciano trascinare
una volta nello stadio. Certo: l’uomo colto,
generalmente, non lancia le bottigliette di
coca-cola in direzione dello spettatore che fi-
schia quando si dovrebbe applaudire (secondo
il suo insindacabile giudizio), non invade il
campo, non aggredisce l’arbitro-venduto, o i
giocatori della squadra avversaria. Ma in de-
finitiva lo spettacolo sportivo ha per tutti un
fascino che sarebbe ingenuo prendere alla
leggera.

Si tratta forse di un banale “sfogo di tensione”?

E se anche tosse così? Lo studente che si
impegna tutta la settimana (o che si stanca
al solo pensiero che “dovrebbe” impegnarsi),
l'operaio che lavora tutta la settimana e che
rincasa stanco, l'impiegato che lotta sei gior-
ni con i possibili capricci del capo-ufficio, il
pensionato che per sei giorni attende che ac-
cada qualcosa di interessante nella vita —
tutti questi personaggi hanno o non hanno



diritto di “sfogarsi” il settimo giorno della
settimana?

Non occorre consultare testi di psicolo-
gia o di psichiatria per apprendere che la
vita in fabbrica, in ufficio o in scuola im-
plica fatalmente un certo grado di tensione e
non occorre consultare lo specialista per sa-
pere che ogni stato di tensione si orienta ver-
so la ricerca della distensione. Se questo è
vero, allora lasciate che i nostri personaggi si
appassionino dello sport e che realizzino que-
sta benedetta distensione psicologica. Al lu-
nedì torneranno sorridenti — specie se la
loro squadra ha vinto — al lavoro e affron-
teranno coraggiosamente i compiti. Lo psi-
cologo aggiunge con una certa malizia: non
sono forse le stesse direzioni aziendali che
incoraggiano la costituzione di squadre spor-
tive e che istituiscono gare e premi per le com-
petizioni tra i dipendenti? C’è da scrivere un
nuovo capitolo sullo ‘sport come fattore di
distensione sociale”.

Tutti i “tifosi” sono gelosi
g

Di che cosa? Della /oro squadra, beninteso.
Se volete perdere l’amicizia di qualcuno, par-
lategli male della sua squadra. Se volete con-
quistare un uomo difficile, mostratevi entu-
siasti dei giocatori che egli adora. Ma perché
questo attaccamento geloso? Lo psicologo
non può fare a meno di parlare di processi di

35



identificazione e di proiezione e così forse in-
quadreremo meglio tutta la questione. In pri-
mo luogo c’è l’identificazione con i modelli
che vincono quasi sempre, che superano tutte
le difficoltà, che sanno arrangiarsi nelle si-
tuazioni più impensate. Tutti noi abbiamo
bisogno di uno ‘schema di riferimento”
e così gli eroi singoli o la squadra diven-
tano il modello superiore con il quale ci
identifichiamo.

Talvolta può accadere che proviamo l’esi-
genza di riversare su qualcuno i nostri desi-
deri o le nostre passioni: ecco che proieftiazio
sul calciatore o sulla squadra queste nostre
esigenze.

Ma può verificarsi un fenomeno più cu-
rioso. Possiamo identificarci con un calcia-
tore 0 con una squadra che vinceva we/ pas-
sato, che era forte, che era invincibile e che
adesso conosce una parentesi oscura. Qui
scattano i meccanismi psicologici che stanno
alla base dell’attaccamento alla tradizione, al-
l’onore, alla dignità o al rifiuto del compro-
messo. Più gli avversari glorificano le squa-
dre “nuove” e maggiore può essere la fedeltà
alle squadre “vecchie e gloriose”. Mentre i
giovani idolatrano una squadra, gli anziani o
i fedeli conservano la loro stima alle “vecchie
squadre”, Ci si identifica con un modello che
rifiuta il compromesso e la facile vittoria.

C'è ancora un tipo di identificazione e di
proiezione: quando scegliamo come “oggetto

di amore” la squadra sfortunata, o addirittura
“tradita”, la squadra o il calciatore “perse-

guitato dalla cattiva sorte”. Siamo roi che
giustifichiamo una nostra insicurezza emotiva
aggrappandcci a questi modelli e siamo sem-
pre noi che inconsciamente sogniamo la ri-
vincita e la vittoria.

In altre parole: la “gelosia” per un deter-
minato tipo di squadra è in diretto rapporto
con le profonde esigenze psicologiche del
“tifoso”.

L’ambivalenza può fare brutti scherzi

Durante la gara siete certi di essere cor-
retti al cento per cento? Non correte ri-
spondendo sì. Perché state zitti se l’arbitro
non vede e non registra un fallo compiu-
to dal vostro beniamino? Perché non riu-
scite a controllare il vostro entusiasmo quando
l’arbitro sbaglia attribuendo la punizione in-
giusta alla squadra avversaria? Mettete una
mano sul cuore e rispondete con calma alla
nostra domanda iniziale.

Vi siete mai chiesti a che cosa serve l’arbi-
tro se tutti gli sportivi sono per definizione
dei gentiluomini, impegnati nel fair play? Ma
se l’arbitro è necessario, è perché il giuoco è
sempre un affare “pericoloso”: implica, cioè,
un complesso di norme e la tentazione di in-
frangerle. Implica la disciplina e il tentativo
di superarla ed è proprio in questa altalena
di motivi opposti che sta forse il fascino dello
spettacolo sportivo.

Il pensiero magico

Ma perché siamo esposti alla tentazione
quando assistiamo a una partita di calcio,
perché saremmo disposti a inveire contro
l’arbitro, a imprecare contro gli avversari e
contro tutti quelli che non hanno le nostre
idee sui giocatori? Perché — quando assistia-



mo con passione al giuoco — noi non siamo
in rapporto soltanto con i giocatori delle due
squadre.

C'è un misterioso personaggio in più: il
pallone. Potrà sembrare strano, ma noi sia-
mo più a contatto con il pallone che con
i nostri beniamini. Dubitate? Ma che cosa
fate quando il pallone viene lanciato verso
la porta dell’avversario? Voi vi protendete
in avanti, guidate il pallone con il pensiero,
soffrite se devia, esultate se continua imper-
territo la sua corsa. Se rallenta la corsa, voi
lo spingete con il pensiero e fate il gesto sim-
bolico con la mano, come se vi fosse possi-
bile imprimere al pallone un movimento sup-
plementare. Fate come il giocatore di bocce
o di biliardo che si contorce seguendo l’evo-
luzione della bilia, che si ferma in bilico quan-
do la bilia appare indecisa e che segue con
la mimica facciale e con i gesti del corpo
ogni movimento. Lo psicologo scopre qui il
riflesso del pensiero magico, di quel tipo di
pensiero primitivo che già il bambino mobi-
litava per impossessarsi del mondo (il bam-
bino che vuole afferrare con la manina la
luna o il tram). E anche voi fate lo stesso:
volete guidare il pallone verso le mète che a
voi fanno comodo, volete fargli percorrere
la strada che porta alla vosfra vittoria o che
porta alla sconfitta del nemico. È la stessa
situazione della row/efte: i desideri di vincere
alimentano il pensiero magico e instaurano
il colloquio tra il giocatore e la pallina.

Ecco perché abbiamo detto che il pallo-
ne è un vero e proprio personaggio che
compare sul campo e con il quale bisogna
fare i conti.

L’aggressività quindi esplode quando il
pallone-personaggio misterioso non ha fatto
il suo dovere, quando non ha “ubbidito” al
nostro pensiero magico, quando si è ribella-
to alle nostre richieste. Quando invece il pal-
lone lavora in perfetta armonia con il gioca-
tore, ecco che il giocatore diventa il nostro

Le fotografie pubblicate in queste pa-
gine sono state scattate durante le
invasioni di campo avvenute a Napoli
e a Salerno il 28 aprile scorso.

modello o il nostro eroe perché corrisponde
alla nostra esigenza: il nostro giocatore fa
quello che noi vorremmo fare e quindi non
possiamo non amarlo. E l’avversario è per
forza un “brutto nemico” proprio perché im-
pedisce al pallone di fare quello che noi vor-
remmo che facesse. E l’arbitro è “bravo” se
concede al pallone quei percorsi che fanno
comodo a noi, mentre è “venduto” se lascia
al pallone quelle libertà che fanno comodo ai
nostri avversari. Lo psicologo coglie di nuo-
vo la curiosa ambivalenza dei sentimenti che
sta alla base di molti giuochi e soprattutto
del calcio.

Conclusione

Non vi spaventate se abbiamo parlato di
pensiero magico o di atteggiamenti infantili.
Non è detto che l’adulto debba rimanere ven-
tiquattro ore al giorno una creatura raziona-
le, riflessiva, calma e perfettamente equili-
brata.

Anche di notte, quando sogna, cade vit-
tima dello stesso pensiero magico. Ma —
vi preghiamo di concludere da soli — altro
è gioire sinceramente dello spettacolo sportivo
e altro è credere che il pensiero magico ci
autorizzi a bestemmiare, a inveire, a lanciare
bottigliette di coca-cola sulle teste di coloro
che non amano disperatamente i nostri be-
niamini o le nostre squadre o a commettere
intemperanze anche più gravi. Non dimentica-
te mai che i vostri presunti avversari obbe-
discono allo stesso tipo di pensiero magico e
agli stessi meccanismi psicologici della iden-
tificazione e della proiezione. In altre parole:
essi pure avrebbero lo stesso diritto di trat-
tarvi allo stesso modo. Conclusione: gridate
sì, gioite sì, urlate sì... ma concedete lo stesso
diritto ai vostri avversari, perché si trovano
nella vostra identica situazione psicologica.
Dovremmo ricordarlo tutti: la democrazia
deve regnare anche negli stadi sportivi.

Il piano
di Taranto

Il Consorzio per l’area di sviluppo industriale
di Taranto, nel quale è rappresentato anche
PIRI, ha incaricato a suo tempo la Tekne di
Milano, una società specializzata in consulenze e
programmazioni tecnico-organizzative, di redige-
re il piano regolatore industriale dell’ area stessa.

Un gruppo di lavoro della Tekne, guidato
dall’ing. Roberto Guiducci, direttore della socie-
tà milanese, ha portato a termine l’impegnativo
compito, avvalendosi anche della consulenza di
due specialisti: i professori Giovanni Astengo
per la parte urbanistica e Giorgio Fuà per la
parte economica.

Sulla base delle risultanze di una serie di
complesse indagini socio-economiche, condotte in
modo analitico, che tendevano ad accertare le
condizioni esistenti e le concrete possibilità di
sviluppo futuro di ogni settore economico, in
relazione al prevedibile sviluppo demografico,
l’equipe ha formulato il piano regolatore della
zona. Esso è già stato approvato dal Consorzio
di Taranto ed è attualmente in corso di appro-
vazione definitiva da parte del Comitato dei
Ministri per il Mezzogiorno.

La presenza dell’Italsider con un grande im-
pianto siderurgico ha costituito naturalmente uno
degli elementi di base di cui si è tenuto conto
nell’elaborazione del piano e in particolare nel-
la formulazione delle ipotesi di sviluppo indu-
striale dell’area di Taranto.

Il piano inoltre, tenendo conto che il processo
di industrializzazione în corso, con l'aumento

dell'occupazione e del reddito, richiederà un cor-
redo di nuove attrezzature residenziali e provo-
cherà un aumento della domanda di abitazioni,
indica le linee direttrici e l'ubicazione dei nuovi
nuclei residenziali dell’area.

A questo proposito va sottolineato come la
nostra società abbia tempestivamente affrontato,
mentre proseguono con ritmo intenso i lavori di
costruzione del centro siderurgico, il problema
della realizzazione di alloggi per il personale.
Alla Tekne è stato infatti affidato anche l’inca-
rico di studiare la sistemazione urbanistica del
quartiere residenziale Italsider ed il suo inseri-
mento nel più vasto quadro degli insediamenti
residenziali previsti dal piano industriale.

In questo studio si è tenuto conto di alcuni
requisiti che l’Italsider ritiene fondamentali per
insediamenti di una certa consistenza : l'essere
cioè dotati delle necessarie infrastrutture, situati
ad una certa distanza dal posto di lavoro, ubi-
cati sulle linee direttrici del prevedibile futuro
sviluppo della città e articolati in modo da faci-
litare sia l’integrazione del personale aziendale
con altri nuclei di popolazione, sia il collega-
mento dei nuovi quartieri con l’abitato esistente.

Solo una soluzione che risponda a questi re-
quisiti può permettere infatti di evitare lo
squallido livello urbanistico caratteristico dei
quartieri periferici delle città industriali e non
rispondente ai moderni postulati dell’edilizia
economica e popolare.

Il nuovo quartiere studiato dalla Tekne si
uniforma appunto ai criteri sopra delineati.
Esso verrà realizzato entro un’area di circa
trecento ettari, di cui il piano regolatore del-
l’area di sviluppo industriale prevede la destina-
zione residenziale, e contigua a quelle prescelte dal
comune di Taranto per la realizzazione dei pro-
grammi edilizi previsti dalla recente legislazione.

La creazione degli allacciamenti studiati dal
piano regolatore consentirà un veloce collega-
mento dei quartieri con le zone industriali e con
la città nuova.



Il coordinamento del programma dell’Italsider
con le iniziative di altri enti pubblici e privati
(Comune, Gestione case per i lavoratori, I.A.C.P.,
altre aziende) permetterà di realizzare in co-
mune le attrezzature necessarie.

In conformità ai più moderni criteri urbani-
stici, sì prevede di realizzare un insediamento
con una densità territoriale di circa cento abi-
tanti per ettaro, caratterizzato da ampi spazi
verdi. Saranno ugualmente poste immediata-
mente allo studio le necessarie infrastrutture ci-
vili e culturali (mercati, scuole, chiese, centri
sociali) che, in collaborazione con i vari enti
competenti, dovranno essere realizzate simulta-
neamente ai diversi nuclei di alloggi.

I 370 alloggi di cui si inizierà prossimamente
la costruzione rappresentano il primo lotto del
programma, che prevede complessivamente la
costruzione di almeno 2.500 alloggi. Nel nuovo
centro risiederanno pertanto oltre dodicimila per-
sone, se si tiene conto soltanto dei lavoratori
Italsider e delle loro famiglie, ma questo nume-
ro va notevolmente aumentato, in considerazio-
ne della popolazione di diversa provenienza che
si integrerà con il personale aziendale.

Una mostra degli studi del piano del nuovo
centro residenziale che forniva una chiara vi-
sione delle premesse urbanistiche e delle linee di-
rettrici di impostazione del nuovo insediamento
urbano a nord del Mar Piccolo, è stata allestita
recentemente a Taranto în occasione di una visi-
ta dell'on. Fanfani, del ministro Bo, del prof. Pe-
trilli, presidente dell’IRI, e di altre personalità.

Le tavole riportate in queste pagine riprodu-
cono appunto il plastico dell’ intero comprensorio
di Taranto, e alcuni aspetti del progetto del pia-
no regolatore dell’area di sviluppo che visualiz-
zano le varie connessioni geografiche del nuovo
insediamento urbano rispetto ai centri di lavoro
e agli insediamenti preesistenti.

Riteniamo che i nostri lettori siano interessati
a conoscere, almeno nelle linee essenziali, il pia-
no regolatore di Taranto e le sue premesse so-
ciali ed economiche.

38

L’articolo che segue è stato elaborato per la
Rivista dal dr. Umberto Dragone e dall'ing.
Paolo Radogna, della Tekne, responsabili ri-
spettivamente per la parte economica ed urbani-
stica del piano che costituisce, per la concezione
con cui è stato elaborato, un esempio per ora
unico in Italia.

Se è vero che Taranto solo ora sta raggiun-
gendo il livello di sviluppo normale, esso può,
tuttavia, usufruire dei criteri più avanzati per
le sue realizzazioni, portandosi così immediata-
mente al massimo livello delle migliori comuni-
tà civili del nostro tempo.

La storia economica di Taranto inizia, co-
me per molte altre città italiane, nei suoi ter-
mini moderni, all'indomani dell’unità d’Italia,
quando la città, uscendo da un lungo periodo
di isolamento, riprende il ruolo già svolto in
passato, di centro commerciale e di mercato
di transito di un vasto entroterra agricolo e,
nel contempo, diventa il centro di un grosso
complesso militare e produttivo, la marina,
che ne condizionerà tutto lo sviluppo futuro
in termini sia economici che sociali.

La piazza militare, l’arsenale e i cantieri
navali, infatti, che a partire dall’ultimo ven-
tennio del secolo scorso costituiscono gli
aspetti più salienti del processo di sviluppo
tarantino, se, da un lato, fanno della città
un centro industriale di ragguardevoli dimen-
sioni, soprattutto rispetto alla povertà di ini-
ziative del Mezzogiorno, dall’altro, conferi-
scono a questo sviluppo industriale ed econo-
mico un carattere “artificiale”, legato, cioè,
alle vicende politico-militari del paese, senza
una vera base economica locale, con poche
probabilità di suscitare un tessuto connettivo
di medie e piccole industrie, che non fossero
complementari o di servizio alle preminenti
attività cantieristico-militari. Lo stesso avvie-
ne anche per la classe imprenditoriale locale
che non trova in questa situazione possibilità
di sviluppo autonomo, che finisce pertanto
per concentrare i propri sforzi in settori eco-
nomici dove gli investimenti sono modesti e
soprattutto a breve termine (edilizia, forniture
ai cantieri eccetera).

Si determina così una situazione in cui
l’intiera economia locale è strettamente con-
dizionata alle alterne vicende dei complessi
maggiori (in particolare, l’arsenale e i cantieri
navali Tosi), subendo di conseguenza periodi
di crisi accanto a fasi di sviluppo rapido, fino
alla decadenza attuale che ha provocato un
ridimensionamento delle unità maggiori, con
una concentrazione nella manodopera occu-
pata di oltre il quaranta per cento dal 1949
al 1960.

Nello stesso periodo, di riflesso, entravano
in crisi le unità minori, che erano sorte intor-
no ai grossi complessi, mentre non sorgevano
nuove iniziative industriali di rilievo in altri
settori (ove si eccettui un certo sviluppo del-
l’attività edilizia).

Pertanto, al momento in cui l’Italsider deci-
deva l’insediamento del centro siderurgico,
l’economia tarantina era caratterizzata da
forti squilibri: a quello dimensionale, di cui

si è fatto cenno, tra i due maggiori com-
plessi navalmeccanici e il resto della struttu-
ra industriale, si aggiungeva quello creato dal-
l’accentramento nel capoluogo della maggior
parte delle attività industriali, che aveva pro-
vocato, con la mancanza di una articolazione
a livello regionale e di una distribuzione ter-
ritoriale adeguata, il perpetuarsi di una con-
dizione di arretratezza nell’ interno, pressoché
esclusivamente agricolo, ma ad un certo li-
vello di produttività solo nella zona del Me-
taponto, e per di più carente di industrie di
lavorazione e trasformazione dei prodotti e
mancante di adeguate attrezzature distribu-
tive.

A lato di questo, un sistema creditizio poco
duttile, una capacità imprenditoriale modesta
e concentrata nei settori tradizionali, attrez-
zature commerciali residenziali e sociali ina-
deguate alle esigenze presenti: tutti questi
fattori fissavano la staticità di una situazione
con poche possibilità di sviluppo.

Si giustificano così gli obiettivi fondamen-
tali del piano regolatore industriale che ha
voluto, per queste ragioni, comprendere una
problematica più vasta ed articolata; essi pos-
sono essere sintetizzati nel modo seguente:

a) frenare e riassorbire totalmente la disoc-
cupazione e la sottoccupazione locale,
l’emigrazione della zona verso l’Italia set-
tentrionale, offrendo, nel contempo, ade-
guate occasioni di lavoro;

b) annullare il dislivello di reddito tra il set-
tore agricolo e il settore industriale;

c) garantire, nell’ambito di uno sviluppo so-
cio-economico equilibrato, la migliore uti-
lizzazione del territorio e delle sue risorse,
evitare pericolose concorrenzialità tra il
settore agricolo e il settore turistico-resi-
denziale con quello industriale, massimiz-
zando in tal modo i benefici del processo
di concentrazione industriale e riducendo-
ne al minimo gli inconvenienti.

La definizione in termini tecnici ed opera-
tivi di questi obiettivi non è stata agevole.
L’agricoltura tarantina, ad esempio, era ca-
ratterizzata nella zona orientale da un’alta
densità di addetti (0,64 addetti per ettaro), da
un eccessivo frazionamento della proprietà e
delle aziende contadine e dall’arretratezza col-
turale, il che comportava dei livelli particolar-
mente bassi di reddito; dall’altro lato, nella
zona occidentale, da una minor densità (0,31
addetti per ettaro) con colture specializzate
e modernamente impostate (agrumi, vite, frut-
teto, olivo, coltivazioni industriali eccetera) in
grado di garantire una elevata produttività e
una più soddisfacente remunerazione della
manodopera occupata.

Occorreva pertanto diversificare le indagini
e le proposte operative, tenendo conto di
tutti questi fattori e calcolando, nel contem-
po, l’eccedenza globale di manodopera agri-
cola (circa diecimila unità lavorative) alla quale
si dovranno fornire nuove occasioni di la-
voro nei settori secondario e terziario.

Per quanto concerne, più in generale, il
futuro assetto dell'economia locale, il piano,
sulla base di previsioni demografiche condot-

te per l’intero comprensorio, e tenendo conto

degli obiettivi di sviluppo per l’ intero ter-

ritorio meridionale, ha previsto al 1981 una
occupazione in Taranto e negli altri diciotto

comuni di oltre 191.000 unità, di cui 34.000

circa (pari al 18%) in agricoltura, 83.000 circa

(43,5%) nell’industria, 73.000 (38,5%) nei

servizi e attività terziarie.

I nuovi posti di lavoro da creare nell’in-
dustria ammontano nel ventennio 1961-81
a circa 53.000 unità. Ad essi possono essere
aggiunti altri 13.000 posti di lavoro destinati
a contribuire all’assorbimento della immigra-
zione dalle zone contermini.

Sulla base di questi primi dati quantitativi
si sono definiti i settori industriali che, in
concreto, dovranno fornire i nuovi posti di
lavoro. Possiamo anche in questo caso sinte-
tizzarli brevemente:

a) attività industriali connesse al centro si-
derurgico (imprese di forniture di servizi,
di manutenzione degli impianti, di imbal-
laggio, officine elettromeccaniche, fonde-
rie eccetera), oppure in grado di utilizzare
i prodotti del centro siderurgico (cantieri
navali, carpenteria metallica, automobili e
loro parti staccate, macchine utensili,
motocicli e motoscooters eccetera);

b) industrie di trasformazione agricola, in
grado di utilizzare i prodotti dell’agricol-
tura locale (industria enologica, lavorazione
e trasformazione dei prodotti ortofrutti-
coli e lattiero-caseari, industria olearia
eccetera);

c) industrie che utilizzano produzioni legate
agli impianti petrolchimici di materie pla-
stiche e meccanici localizzati in compren-
sori circostanti (Brindisi, Bari, Valle del
Basento), rispetto ai quali Taranto può
costituire, con il porto e le adeguate at-
trezzature commerciali e di servizio, un
punto di naturale concentrazione;

d) settori in grande sviluppo, per i quali
sia conveniente una produzione localiz-
zata nell’area meridionale o il cui mer-
cato tende ad espandersi nell’area sud
(abbigliamento, birra, gomma, calzature
eccetera);

e) settori che hanno forti aliquote di com-
mercio con l’estero ed in modo particolare
con le regioni mediterranee (tessili e ab-
bigliamento, materie plastiche, industria
meccanica eccetera).

Come si vede, il piano, nelle sue componenti
socio-economiche, è partito dal presupposto
di inserire l’intervento industriale in tutto il
contesto economico locale, di utilizzarlo per
valorizzare e potenziare tutti i settori produt-
tivi in una scala ed in una articolazione regio-
nale, di avviare a soluzione, infine, tutte le
carenze strutturali, vecchie e nuove di Taranto.

Le ipotesi di sviluppo industriale, le previ-
sioni di sviluppo demografico, e gli obiettivi
di piena occupazione per la popolazione resi-
dente nell’area hanno definito le dimensioni,
le caratteristiche e le fasi di attuazione della
nuova struttura economica e sociale nel pe-
riodo 1961-1981 ed hanno quindi fornito i
termini generali necessari per la impostazione



Schema del piano regolatore dell’area industriale di Taranto. La zona verde sulla
sinistra comprende l’area della riforma fondiaria del Metaponto in cui è inserita,
in rosso, la futura zona industriale di Massafra. Al centro, intorno al Mar Piccolo,
sono posti, oltre la città di Taranto, il primo nucleo industriale e la zona resi.

del problema della distribuzione territoriale
di progetto. Con questo si sono definiti tutti
gli elementi urbanistici, e cioè zone industriali,
quartieri residenziali, attrezzature dei servizi,
infrastrutture di trasporto, fasce agricole,
parchi pubblici eccetera, che caratterizzeranno
i nuovi modi di vita della popolazione dell’area
di Taranto nelle sue attività di lavoro, di re-
sidenza, di tempo libero eccetera.

Il piano ha escluso l’ipotesi di un’unica mas-
siccia concentrazione industriale su "Taranto
che avrebbe determinato, così come gli esempi
di città industriali tradizionali stanno ad in-
dicare, un accrescimento urbano continuo,
amorfo e promiscuo ed una congestione sem-
pre crescente, e altresì l’ipotesi di una diffu-
sione frazionata delle zone industriali sui cen-
tri abitati esistenti secondo un sistema di
nuclei satelliti autosufficienti che avrebbe im-

plicato un assetto urbanistico poco efficiente
ed alti costi di impianto e di gestione.

Il piano si è proposto di attuare una strut-
tura urbanistica decentrata ed integrata, se-
condo la quale le zone industriali, residenziali,
e dei servizi, immerse nel verde ricreativo,
naturale ed agricolo, sono distaccate le une
dalle altre e sono in un rapporto funzionale
assai intenso, in quanto sedi di attività quoti-
diane. Si realizza così una unità sociale che
consente al suo interno il più alto grado di
interscambi sociali, economici e produttivi
tipici di una grande città, ma che richiede per
il suo funzionamento un'estensione alla scala
dell’intero territorio e pertanto un’elevata
mobilità. ‘Tale unità, chiamata città-regione,
si articola da un lato su Taranto ed in via
subordinata su Massafra, Grottaglie e San Gior-
gio Jonico che costituiranno i nuovi poli di



denziale (indicata in maggiori dimensioni nel plastico a pag. 41). Le due aree
verdi sulla destra in basso indicano zone di notevole sviluppo agricolo, mentre le
piccole aree rettangolari in rosso indicano i futuri insediamenti industriali e quelle
in blu le zone di espansione residenziale.

sviluppo residenziale e dei servizi, e dall’al-
tro su tre agglomerati industriali ubicati in
aperta campagna ed inclusi nel territorio così
definito. Mentre l’agglomerato industriale di
Taranto è destinato prevalentemente alle in-
dustrie di base ed è compreso tra il centro si-
derurgico ed il porto industriale, gli altri due
collocati a breve distanza dal primo sono de-
stinati ad accogliere le industrie a grande e
media dimensione caratterizzate da maggiore
libertà ubicativa. Complessivamente le zone
industriali offrono una possibilità di 45.950
posti di lavoro nelle industrie manufatturiere
superiori a dieci addetti e coprono una esten-
sione di 1.785 ettari.

In questo modo si predispone, secondo i
più moderni concetti urbanistici, una struttu-
ra che assicurerà nel futuro il perfetto funzio-
namento del territorio rispondendo alle esi-

piano regolatore dell’area
di sviluppo industriale di Taranto





NS

MON

SETA





genze di iniziative industriali di grandiose
dimensioni, di sviluppi sociali ed economici
sempre più accelerati e di un modo di vita
totalmente nuovo rispetto a quello esistente.

La popolazione prevista al 1981 nel terri-
torio sopra detto è di 500.000 persone circa.
Nello stesso tempo il piano si è proposto di
attuare tale trasformazione strutturale nel mo-
do più flessibile e graduale e di favorire uno
sviluppo economico e sociale equilibrato ed
al massimo diffuso sul territorio, tenendo ben
conto della situazione urbanistica di partenza
e della necessità di risoluzione di tutti i suoi
problemi esistenti. Infatti, la collocazione dei
due agglomerati industriali all’esterno della
città di Taranto è compatibile con la distri-

La planimetria rappresenta un primo nucleo industriale dell’area di Taranto. Al
centro in bianco, l’area dello stabilimento siderurgico. Sotto di essa, in rosa, la zona
delle grandi industrie in cui si localizzeranno la Cementir, la Sanac, la Shell e la
Lamel, Ancora più in basso, si osservano i moli del porto in corso di costruzione.

buzione della futura popolazione sui centri
abitati esistenti, e nello stesso tempo la scelta
dei due poli abitativi di Massafra e di Grot-
taglie consente di modificare detta distribu-
zione in un modo limitato, concentrando ai
margini della città-regione l'eventuale flusso
immigratorio teso sul capoluogo. Ciò vale ad
irrobustire l'economia agricola degli agri ru-
rali, dotandoli anche di vicini centri di servizi
efficienti. In particolare, come è stato già
detto, la distribuzione degli agglomerati in-
dustriali e delle nuove zone residenziali ha
tenuto conto delle conclusioni degli studi del-
l'economia agricola evitando ogni interferen-
za con le fasce agricole e turistiche in grande
trasformazione o di più elevata potenzialità,









La zona a destra dello stabilimento, colorata in blu e giallo, indica i medi e
piccoli insediamenti industriali in progetto, Sulla destra, tra lo stabilimento e il Mar
Piccolo, il quartiere dei pescatori e degli operai. Delineate in verde, sono le proget-
tate arterie di scorrimento del traffico automobilistico.

preferendo a parità di condizioni i terreni ste-
rili o a basso reddito.

Il piano ha preordinato dettagliate soluzio-
ni infrastrutturali per l’attrezzatura dei vari
agglomerati industriali, quali gli allacciamenti
ferroviari e stradali, i convogliatori meccanici,
le discariche di acque reflue eccetera, ed in par-
ticolare modo il porto industriale e l’approv-
vigionamento idrico, così da attuare gli schemi
urbanistici più efficienti ed i costi minimi.

La forma della città-regione è lineare, con
al centro Taranto e ai due estremi Massafra
e Grottaglie e costituisce il presupposto per
la formazione di una direttrice di sviluppo re-
gionale che unisce in senso oriente-occidente
l’area di Taranto, quella di Brindisi ed il

:

taranto .

o schema utbuaristico del Nuovo imedamnento
pressori dei temtonuie 100.000) pe
med 1000
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prosa



L’area blu-azzurra sulla sinistra rappresenta lo stabilimento Italsider (su fondo bianco)
e la progettata zona industriale a lato della quale, più in basso, è posta la città di
Taranto, La zona verde-bianco-marrone al centro della foto, rappresenta schematica»
mente il progetto urbanistico della nuova Taranto destinato ad un insediamento di circa



centomila persone su un’area di 1.000 ettari. In questa zona sarà inserito anche il cen-
tro residenziale dell’ Italsider il cui programma edilizio prevede la costruzione, su
un’area di 300 ettari, di almeno 2.500 alloggi per circa dodicimila persone. Sulla
destra in alto (in azzurro), il progetto della futura zona industriale di Grottaglie.



della Valle del Basento.

Il piano ha previsto che le prime trasforma-
zioni urbanistiche a grande scala riguarderan-
no la città di Taranto. Questa, finora costret
ta per un complesso di vincoli a contenere i
più recenti ampliamenti entro il tessuto ur-
bano di antica formazione e a servirsi di un
sistema di comunicazione disagevole ed ina-
deguato, potrà usufruire di larghissime por-
zioni di terreni vicini, sgombri e di scarso va-
lore agricolo, non appena sia stato realizzato
il nuovo sistema di infrastrutture, primo fra
tutte il Ponte di Punta Penna, ed assumerà
un’ampia forma circolare articolata attorno
al Mare Piccolo.

Gli studi, in parte compiuti ed in parte in

nucleo industriale

corso, hanno accertato che la popolazione da
insediare nella nuova Taranto a nord del Mare
Piccolo ammonterà a circa 100.000 persone.
Essi si propongono di caratterizzare già i
primi nuclei residenziali, destinati agli addetti
industriali e per i quali esiste un programma
di immediati interventi, con una elevata in-
tegrazione sociale e vanno definendo le ubi-
cazioni e le caratteristiche delle attrezzature dei
servizi, e cioè grandi magazzini, centri sanitari
di istruzione e culturali, fiere-mercato eccetera,
così da renderle disponibili per la intera po-
polazione della provincia di Taranto ed oltre.

In particolare, saranno organizzate vaste
zone verdi, interne ed esterne alla città, affore-
state ed attrezzate con campi di giuoco; saran-

no realizzate reti di comunicazioni destinate
al traffico veicolare con ampi spazi per par-
cheggi, separate da quelle pedonali; saranno
predisposti interventi edilizi per la residenza
e le attrezzature collettive, bene adeguate - an-
che dal punto di vista architettonico e figura-
tivo-al ruolo urbano e alle dimensioni indu-
striali che Taranto va assumendo.

Esistono quindi vari presupposti di cui la
provincia di ‘Taranto dovrà pienamente avva-
lersi per dare forma in modo razionale e mo-
derno alle trasformazioni ambientali che l’inse-
diamento del centro siderurgico ha già avviato,
così che essa possa rappresentare un effettivo
modello di rinnovamento morale e materiale
e di pianificazione scientifica e democratica.



I 30 anni dell’IRI

Menichella: una gelida giornata del gennaio ?33

Riportiamo un’ampia parte del discorso tenuto
a Roma, in occasione delle celebrazioni del tren-
tennio del’IRI, dal dr. Donato Menichella, ex
governatore della Banca d’Italia e primo diret-
tore generale dell’IRI. E° la storia della nascita
dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Quando |’ IRI nacque, nessun nastro di letizia fu
appeso al portone di via Versilia 2, dove l’ente in-
stallò gli scarni uffici e dove, in locali in affitto, li
conserva tuttora,

Era una gelida giornata del gennaio 1933; ma gelido
cera soprattutto a quel tempo il vento della depre:
ne che da oltre tre anni squassava l’economia del
mondo occidentale.

In particolare, dal maggio 1931, in quella tremenda
depressione, che doveva causare la disoccupazione di
decine di milioni di uomini, che doveva contrarre il
livello medio della produzione industriale mondiale,
esclusa l'Unione Sovietica, al 60%, e che doveva ri-
durre di un terzo il volume e di due terzi il valore
oro del commercio internazionale, si innestò una crisi
bancaria di dimensioni paurose e di alta drammaticità,

Quella crisi è ben nota agli uomini della mia ge-
nerazione; ma non ritengo superfluo rammentarne, sia
pure sommariamente, le fasi salienti, perché esse si
connettono direttamente con le origini dell’ IRI e il
loro richiamo consente ai giovani e ne vedo tanti
in questa sala — di rendersi conto agevolmente dei
gravi problemi che l’IRI fu chiamato a risolvere.

La crisi bancaria investi, in Europa, le tre nazioni
(Austria, Germania, Italia) nelle quali, forse anche
come una conseguenza della loro lunga vicinanza po-
litica nella “triplice alleanza”, lo sviluppo industriale
era stato promosso o favorito col largo appoggio del
sistema bancario cosiddetto “misto”, cioè quello in
cui le banche, soprattutto le grandi, utilizzavano i de-
positi per fornire all’industria non soltanto i capitali
di esercizio, ma, e in ampia misura, i capitali di im-
pianto, e spesso assumevano la proprietà di impor-
tanti quote azionarie delle industrie assistite, non di
rado la maggioranza.

Questo sistema aveva reso grandi servigi anche al
nostro paese. Senza il largo intervento delle banche
miste, infatti, e in mancanza di un consistente mercato
finanziario che solo in epoca più recente ha trovato
un apprezzabile sviluppo anche per effetto della crea-
zione dell’ IMI, nato anch’esso dalla crisi degli anni
’30, e di altri importanti istituti per il credito a media









Il prof. Petrilli parla nel corso della celebrazione del
trentennio dell’IRI. (da sinistra, il direttore generale
e il vice presidente dell’ Istituto, Sernesi e Visentini, il
sen. Bo, l’on. Fanfani, il dr, Menichella e l'operaio
Figel, uno dei più anziani del Gruppo).

e lunga scadenza all’industria e alle opere pubbliche,
l’Italia non avrebbe potuto trasformarsi, come inve-
ce si trasformò nell'ultima parte del secolo scorso e
nei primi decenni di quello attuale, da paese essenzial-
mente agricolo a paese abbastanza industrializzato.

Ma il sistema era fortemente vulnerabile, e la sua
resistenza alle avversità dei periodi di grave depres-
sione economica era scarsa, come era stato del resto
provato nello stesso nostro paese dalla caduta dei due
colossi bancari, il Credito Mobiliare e la Banca Gene-
rale, verificatasi quaranta anni prima degli avveni-
menti che portarono alla nascita dell’ IRI.

Il fulmine, che nel maggio 1931 scatenò il tempo-
rale bancario, scoppiò a Vienna e travolse il ‘Credi-
tanstalt”, di gran lunga la maggiore banca austriaca,
già orgoglio della monarchia degli Asburgo e che,
anche a cagione degli interessi che in essa aveva la
casa Rotschild, un membro della quale la presiedeva
da oltre dieci anni, godeva di largo credito interna-
zionale.

Questo credito fu scosso quando venne annunzia-
to il progetto di unione doganale dell’Austria con la
Germania, e i ritiri si intensificarono allorché si seppe
di grosse perdite che la crisi di molte industrie river-
sava sulla banca che vi era largamente interessata,

Dopo vari tentativi di salvataggio non riusciti, pre-
giudicati anche dalla situazione internazionale tesa in
conseguenza della progettata unione doganale, la banca
finì nelle braccia dello stato che ne assunse la maggio-
ranza azionaria e se ne addossò le gravissime perdite,

Da Vienna la crisi bancaria rimbalzò a Berlino do-
ve, nel fragore delle polemiche condotte in partico-
lar modo dai nazionalsocialisti che nell'ottobre del
’30 avevano avuto un grosso successo elettorale e
pretendevano a gran voce la revisione del trattato di
pace e la fine delle riparazioni, due grandi banche
(la Danat e la Dresdner) finivano anch'esse nelle brac-
cia dello stato, che fece assorbire la prima dalla se-
conda e di questa assunse la maggioranza azionaria.

La Germania si era ripresa dalla sconfitta e dalla
terribile inflazione del 1923 solo in virtù dei larghi
crediti esteri che vi erano affluiti. Ad oltre quattro
miliardi di dollari del tempo si stimava che essi am-
montassero nel 1930. Il congelamento di questi cre-
diti, seguito alla crisi bancaria, si ripercosse allora
gravemente su Londra data l’importanza di quelli
che la City aveva concesso a banche e a industrie te-
desche. Si determinò così un richiamo da Londra dei
molti depositi di banche straniere e di privati capita-
listi, che avevano ritenuto di aver trovato nella seco-
lare validità di quelle istituzioni finanziarie un sicuro
rifugio. In presenza della rapida tendenza all’esauri-
mento delle riserve auree, il 21 settembre 1931 la
Banca di Inghilterra dovette essere sciolta dall'obbligo
di cambiare in oro la sterlina alla parità dell’anteguer-
ra, a cui una orgogliosa determinazione, attuata da
Churchill, Cancelliere dello Scacchiere, la aveva rian-
corata nel 1925. Così la sterlina progressivamente si
svalutò giungendo a stabilizzarsi a circa il 60% del-
l’antico valore aurco.

Dall’uragano bancario non fu risparmiata, infine,
l'America, Dopo una moria di numerose piccole
banche, la crisi si estese nel febbraio-marzo 1933, cioè
quasi contemporaneamente alla nascita dell’ IRI, alle
grandi. Il 3 marzo dovette essere sospeso l'obbligo
della copertura al 40% della circolazione monetaria e
degli impegni a vista e il giorno successivo, un sa-
bato, mentre il nuovo presidente Roosevelt ascen-
deva le scale del Campidoglio per prestare giuramento
di fedeltà alla Costituzione, cadeva perfino la fortezza
bancaria di New York, sicché il primo atto del nuovo
presidente dovette essere l'ordine di chiusura, emanato
al mattino del lunedì 6 marzo, di tutte le banche del
paese, verificandosi così, come fu scritto, il paradosso
dell'America senza banche.

Questo uragano bancario non fu certo l’ultima
delle ragioni che portarono anche l'America, nell’apri-
le del 1933, a staccare il dollaro dall’antica parità aurea
e a svalutarlo in breve di circa il 40 per cento.

La crisi bancaria non fu, dunque, un fatto parti-







colare al nostro paese. Per ricordare l’intensità di
quella che ci colpì può essere sufficiente, mi sembra,
rilevare che ad un anno di distanza dall’ingorgo del
Creditanstalt di Vienna, cioè al maggio 1932, la Ban-
ca d’ Italia aveva dovuto quasi raddoppiare la sua as-
sistenza al mercato elevando il complesso delle ope-
razioni di sconto di anticipazioni e di finanziamenti
all’ istituto di liquidazioni di circa 4 miliardi di lire.
Nel contempo le riserve diminuivano di circa 2,3
miliardi, e questo calo veniva ad aggiungersi a quello
di 2,7 miliardi verificatosi dal dicembre 1927, cioè
dall'epoca della fissazione della nuova parità della lira,
alla quale epoca le riserve ammontavano a circa 12
miliardi alla nuova parità, equivalenti a poco meno
di 650 milioni di dollari del tempo.

Sorgeva quindi anche il pericolo, allora grave-
mente temuto, che presto non si avessero riserve a
sufficienza per rispettare l'obbligo della copertura al
40% della circolazione e degli impegni a vista. E per
quanto riguarda in particolare la situazione dell’indu-
stria e quella patrimoniale delle maggiori banche, mi
basta ricordare che alla stessa epoca l'indice delle
quotazioni azionarie, che, fatto 100 il 1913, si era
tenuto ad oltre 200 nella media degli anni 1924 e
1925, e a circa 170 nella media degli anni 1928 e 1929,
era precipitato a meno di 70; le banche, quindi, per-
devano largamente sulla maggior parte dei titoli pos-
seduti, a qualunque prezzo li avessero acquistati o
sottoscritti non solo dopo la guerra, ma anche duran-
te e prima di essa (cioè oltre 20 anni prima). Per la
generalizzazione del fenomeno di crisi, inoltre, e data
l'impossibilità da parte delle banche di prestare al-
l'industria l’assistenza finanziaria allora più che mai
necessaria, appariva certo che, senza l’intervento dello
stato, 0 se l’intervento medesimo si fosse fermato a
metà strada, un largo settore della nostra economia,
che comprendeva tra l’altro le più essenziali industrie
di base, si sarebbe trasformato in un immenso cumulo
di rottami.

Le forme che assunse quell’intervento e i modi
secondo i quali si svolse costituiscono una storia ben
nota, scritta, fra l’altro, con assoluto rigore e con
molto dettaglio, nei volumi dello studio sull’ IRI
pubblicato nel 1956 dal Ministero dell’ Industria e
del Commercio.

A me, che per le ragioni indicate ho rievocato le
gravi condizioni nelle quali versavamo quando l’ IRI
fu costituito, sia lecito soltanto di trarre la confor-
tante conclusione che da tanto male nacque il gran
bene di un ordinamento creditizio che trovò il suo
assetto nella legge bancaria del 1936 e che ha fatto
le sue prove in questo dopoguerra essendo stato, cer-
to, di valido e insostituibile aiuto per promuovere e
sostenere quel prodigioso sviluppo economico che il
nostro paese ha registrato e continua a registrare.

A quello sviluppo ha contribuito in misura note-
vole il settore industriale dell’ IRI, che ogni giorno
di più si rivela strumento agile, flessibile ed aperto a
tutti i progressi della tecnica. Ed è esemplare il rigore
col quale l’Istituto mantiene viva nelle sue aziende
l'esigenza di una gestione equilibrata e rispettosa dei
diritti di coloro che ad esse partecipano, in veste di
azionisti o di creditori, sicché non è venuta mai meno
la calda simpatia con la quale i risparmiatori sottoscri-
vono agli appelli di nuovi capitali che le aziende e
l'IRI stesso loro rivolgono per lo svolgimento dei
propri compiti.







Petrilli: una costante ispirazione solidaristica

Dal discorso del prof. Petrilli, presidente del-
PIRI, riportiamo la parte in cui egli ha illu-
strato le successive fasi di evoluzione dell’Isti-
tuto e le caratteristiche dei suoi interventi, pun-
tualizzandone le funzioni.

È appena necessario ricordare che, in Italia come
altrove, la progressiva estensione della sfera econo-
mica pubblica non fu motivata da una volontà poli-
tica volta al compimento di un preordinato disegno
ideologico, ma ebbe origini eminentemente empiri-
che. La formazione del sistema delle partecipazioni
statali e la nascita dell’ IRI costituirono infatti la na-



turale conseguenza della politica di salvataggio svolta
dallo stato nei confronti del sistema bancario nazio-
nale, nel periodo culminato con la grande crisi eco-
nomica mondiale degli anni trenta. Come è noto, tale
politica non fu del resto che un caso - limite, matura-
to in una congiuntura eccezionale, della funzione di
“supplenza” svolta dallo stato in tutto lo sviluppo
economico post unitario, per complesse ragioni
strutturali, tra cui particolarmente interessano qui
quelle inerenti ad una accentuata penuria di capitali
di rischio e di capacità imprenditoriali. Furono pro-
prio queste ragioni di fondo a giustificare, fin dal
lontano 1937, la decisione di trasformare l’ IRI, sorto
con funzioni temporanee di risanamento di determi-
nate situazioni aziendali in vista dello smobilizzo delle
relative partecipazioni, in ente con finalità permanenti
di gestione industriale.

Sarebbe tuttavia impossibile valutare obiettiva-
mente l'eccezionale crescita, quantitativa e qualitativa,
registrata dal nostro Gruppo negli anni più recenti,
senza tener conto del grande fatto nuovo verificatosi
nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale
quando, sotto la guida illuminata e lungimirante della
nuova classe dirigente democratica, si avviò una po-
litica economica intesa a rendere possibile una cre-
scente partecipazione dell’Italia agli scambi interna-
zionali. Questa politica ebbe il merito di rompere
l'equilibrio malthusiano, al di sotto della piena valo-
rizzazione dei fattori produttivi, che aveva caratte-
rizzato in passato l'economia nazionale, operando una
rapida e rivoluzionaria trasformazione della struttura
economica e sociale del paese, un progressivo allar-
gamento del mercato interno e un graduale riassorbi-
mento delle situazioni di disoccupazione e sottoccu-
pazione esistenti a livello di zona e di settore. In que-
sta prospettiva mutata, l’azione dell’ IRI si venne
qualificando attraverso un deciso orientamento degli
investimenti verso i settori ad alta intensità di capi-
tale e le tecniche ad elevata produttività, Era un’evo-
luzione che comportava, da un lato, il definitivo su-
peramento di ogni residua concezione assistenziali-
stica del pubblico intervento — retaggio di una po-
litica sociale intimamente legata ai limiti di una eco-
nomia protetta — e, dall’altro, una più moderna vi-
sione del rapporto di sussidiarietà attribuito all’ini-
ziativa pubblica rispetto all'iniziativa privata. Tale
sussidiarietà veniva infatti intesa sempre più come
sinonimo di orientamento dello sviluppo economico
secondo obiettivi conformi all’interesse generale.

Proprio per tale complessa esperienza storica la
formula IRI — che suscita anche all’estero interesse
crescente — costituisce oggi la più organica e matura
forma di gestione pubblica indiretta di attività impren-
ditoriali. Il nostro sistema consente infatti una vasta
partecipazione del risparmio privato alle iniziative sta-
tali, in particolare attraverso la presenza di azionisti
privati di minoranza in numerose aziende ed un largo
ricorso al mercato finanziario, esigendo peraltro, per
motivi strutturali, una gestione aziendale ispirata a
criteri di economicità. Ho avuto occasione di sotto-
lineare molte volte come, appunto per questo, la for-
mula IRI si adegui perfettamente alle attuali condi-
zioni di una economia “aperta”, come la nostra, sal-
vaguardando l'autonomia decisionale dell’imprenditore
pubblico e stimolandone la competitività, in un mer-
cato caratterizzato da una concorrenza crescente. Non
è difficile comprendere come, in questo contesto, eco-
nomicità di gestione sia per noi sinonimo di massi-
mizzazione dell’efficacia moltiplicatrice dell’intervento
economico dello stato e pertanto contributo ad un
crescente dinamismo di tutto il sistema. Mi sia lecito
ricordare qui, con legittimo compiacimento, come
l’attività di produzione svolta dal Gruppo sia siste-
maticamente finanziata per almeno il novanta per
cento con capitali forniti dal mercato, e come il mec-
canismo finanziario attuato dall’ IRI consenta oggi
allo stato di realizzare, nella sfera industriale pubbli-
ca, un investimento giornaliero di un miliardo e mezzo,
coprendo altresì il fabbisogno finanziario di una at-
tività che dà luogo ad un fatturato globale di o/tre
quattro miliardi al giorno.

Inseparabile da queste caratteristiche è la struttu-
ra di “gruppo polisettoriale integrato”, propria del-
l'IRI, Tale struttura, lungi dal costituire — come
taluno ha preteso — un mero “accidente storico”, è
il risultato di un processo pluriennale, durante il qua-
le si è avuta una progressiva ristrutturazione delle

partecipazioni detenute dall’ Istituto nell’ambito di
settori merceologici omogenei, sotto il controllo di
società finanziarie, cui sono stati attribuiti altresì
compiti di coordinamento operativo. Per le sue ca-
ratteristiche, l' IRI si adegua del resto all’intervenuto
accrescimento della dimensione ottimale delle attività
imprenditoriali, non soltanto attraverso l’estensione
delle proprie iniziative a più fasi di un determinato
ciclo produttivo, secondo criteri di affinità merceo-
logica, ma anche in termini di ripartizione finanziaria
del rischio e di complementarità organizzativa e im-
prenditoriale tra attività diverse. La struttura di grup-
po integrato costituisce quindi una connotazione es-
senziale della formula IRI, senza la quale verrebbe
meno l’equilibrio di tutto il sistema, tanto dal punto
di vista finanziario quanto da quello organizzativo.
È pertanto legittimo affermare che — pur potendosi
ovviamente prospettare una evoluzione nel tempo
della composizione dei singoli gruppi pubblici, IRI
compreso — l’attuale struttura del nostro Gruppo ri-
fletta una concezione organizzativa ben rispondente
ai fini permanenti perseguiti dallo stato nella sfera
industriale pubblica. È infatti questa struttura — pie-
namente compatibile con le regole della concorrenza,
previste dal Trattato di Roma — il vero segreto del
dinamismo che ha caratterizzato la più recente storia
dell’ IRI, portandolo, secondo una classifica elaborata
dalla CECA, al quarto posto tra le maggiori imprese
della Comunità Europea e del Regno Unito.

Si è parlato di una nuova concezione del rapporto
di sussidiarietà tra iniziativa a partecipazione statale
e iniziativa privata. A questa concezione, l’ IRI si è
attenuto con rigorosa fedeltà, interpretando una co-
stante direttiva politica dei governi democratici. Val-
ga anzitutto a questo riguardo l’esempio delle mag-
giori iniziative assunte dall’ Istituto in settori aventi
carattere propulsivo rispetto allo sviluppo economico
generale, che richiedevano investimenti di ingente
entità e a redditività differita. Si pensi, per non citare
che il fatto più macroscopico, all'importanza avuta
dallo sviluppo di una siderurgia a ciclo integrale e
a lavorazione continua, che si è valsa di impianti
ubicati in regioni litoranee e riforniti di materie pri-
me via mare, nel promuovere condizioni di mercato
in cui tutta l’industria, a cominciare dalla meccanica
e dall’edilizia, potesse finalmente disporre di acciaio
a prezzi internazionali. In una analoga prospettiva si
pone del resto l’azione svolta dall’ IRI nel campo
dei servizi pubblici e segnatamente di una vasta parte
del sistema delle comunicazioni e telecomunicazioni.
Attraverso l’assunzione, avvenuta nello scorso de-
cennio, di nuove responsabilità nei settori dei telefo-
ni, dell’aviazione commerciale e delle autostrade, e
attraverso la creazione di una rete televisiva, l’ IRI
ha dato un contributo essenziale alla soddisfazione
di quei bisogni collettivi che l’automatismo del mer-
cato tende spesso a trascurare e alla formazione di
quelle economie esterne che sono la premessa per
l’ulteriore sviluppo di tutto il sistema economico.
Altrove, il nostro intervento ha assolto poi ad una
funzione particolarmente delicata, nel superamento
delle situazioni di rigidità esistenti in taluni settori eco-
nomici, talora in connessione con le stesse caratteristi-
che tecnologiche di determinate produzioni e servizi.

L’IRI ha dato infine un contributo decisivo al-
l’opera di contenimento degli squilibri di settore e
di zona, che è stata in questi anni uno degli obiettivi
essenziali della politica di sviluppo. Per quanto ri-
guarda in particolare gli squilibri geografici, mi limi-
terò a ricordare come circa la metà dei complessivi
investimenti previsti per le aziende manifatturiere del
Gruppo per il prossimo quadriennio siano localizzati
nel Mezzogiorno. Il nostro impegno investirà tanto
le produzioni e i servizi di base, tra i quali sarà premi-
nente il ruolo della siderurgia e delle autostrade, come
un vasto contesto di iniziative minori, assunte so-
prattutto nel settore meccanico, e destinate a contri-
buire alla diversificazione della struttura economica
delle regioni meridionali, evitando il rischio di isola-
mento delle maggiori iniziative.

Questi brevi cenni ai diversi ordini di interventi
operati dall’ IRI devono comunque tener conto di un
altro ordine di responsabilità, che esula dall'ambito
tradizionale della problematica aziendale. In proposi-
to, mi riferisco soprattutto all'importanza. crescente
assunta dalla formazione professionale, tanto per la
funzione di sostegno dell'espansione economica svolta

43

dal progressivo assorbimento delle residue riserve di
manodopera, quanto per la necessità di una larga ri-
qualificazione della manodopera già occupata, in rap-
porto ad una sempre più rapida evoluzione tecnologica
ed organizzativa, Per la sua struttura di Gruppo in-
tegrato, l’IRI ha potuto affrontare un problema come
questo in una prospettiva che trascende l'ambito azien-
dale, creando centri di formazione del personale a
diversi livelli, centri di cui potranno valersi gli stessi
operatori privati e ponendo l’azione da svolgersi in
questo campo nel debito rapporto con un complesso
di interventi concomitanti, quali un’attiva partecipa-
zione ai consorzi delle aree di sviluppo, un’opera di
promozione di nuove iniziative imprenditoriali e una
sempre più articolata attività di relazione svolta dalle
maggiori aziende nei confronti dell'ambiente sociale.

Sulla stessa linca si colloca infine una nuova ini-
ziativa, che abbiamo voluto legare all'odierna ricor-
renza, e che andrà sotto il nome di “progetto IARD-
Sud”. Come dicono le sue iniziali, questo progetto
(che fa propria un’impostazione tecnico-scientifica di
un analogo programma promosso dal Rotary Club
di Milano), si propone l’identificazione e l’assistenza
di ragazzi dotati dal punto di vista intellettuale, indi-
pendentemente dalla loro condizione sociale. I giovani
individuati con le prime indagini e rilevazioni saran-
no seguiti per qualche anno durante le scuole medie
inferiori, per essere poi inclusi nel gruppo degli in-
tellettualmente dotati, oggetto di speciale osservazio-
ne, e, nei casi di dimostrato bisogno familiare, nel
sottogruppo degli stabilmente assistiti, tramite ade-
guate provvidenze economiche. La prima esperienza
in questo campo verrà svolta nella zona di Taranto
nei prossimi due anni: nonostante la difficoltà di re-
perire personale qualificato al quale affidarla, ci ri-
promettiamo di estenderla maggiormente in futuro.

L'esperienza acquisita dagli uomini dell’ IRI, nel-
l'ambito di iniziative imprenditoriali di proporzioni
talora gigantesche, circa i compiti incombenti all’ini-
ziativa pubblica nell’avvio di un processo di sviluppo
autonomo di singole aree geografiche, processo im-
plicante il superamento di numerosi fattori di resi-
stenza — economici, sociali e culturali, — propri di
ogni ambiente che affronti per la prima volta i pro-
blemi della industrializzazione, spiega altresì l’interes-
se con cui, proprio da parte dei paesi in via di svilup-
po, si guarda alla nostra attività. Venendo incontro a
tale interesse, nella consapevolezza dell'oggettiva cor-
relazione esistente tra il progresso economico e so-
ciale dei paesi in via di sviluppo, da una parte e, dal-
l’altra, l'ulteriore evoluzione delle stesse nazioni in-
dustriali verso livelli sempre superiori di vita, 1’ IRI
ha iniziato nel 1962 un’opera di assistenza tecnica, at-
traverso l’attuazione di corsi di tirocinio e perfezio-
namento, destinati a tecnici e quadri aziendali di pae-
si in corso di industrializzazione.

Da quanto si è detto fin qui emerge un’obiettiva
coincidenza tra le finalità perseguite dall’ IRI nella
sua fase storica più recente e le finalità che l’autorità
di governo ha attribuito fin d'ora ad una program-
mazione economica generale. ‘Tutta l’azione dell’ IRI
— nel quadro delle direttive indicate dal Ministero
delle Partecipazioni Statali, al quale desidero rivol-
gere anche in questa occasione il più caloroso rin-
graziamento per la cordiale comprensione con cui
segue la nostra fatica — tutta l’azione dell’ IRI, di-
cevo, si è proposta di condizionare lo sviluppo, quan-
titativo e qualitativo, del sistema economico, senza
tuttavia alterare l'assetto proprietario e restituendo
anzi al meccanismo di un mercato concorrenziale pie-
na funzionalità. L’opera dell’ Istituto è stata caratte-
rizzata da una costante ispirazione solidaristica, volta
non già a mortificare, ma ad esaltare l’iniziativa per-
sonale ed associata, attraverso la rimozione degli ele-
menti suscettibili di ostacolare la crescita equilibrata
del sistema economico. L'affermarsi di un settore pub-
blico nella nostra economia, la crescita dell’ IRI quale
si è andata svolgendo durante questi trent'anni, la de-
finizione, ormai avviata, di un piano economico na-
zionale, mi appaiono prospettive convergenti di una
generale ascesa della società verso più ampi orizzonti
solidaristici e più mature forme di socializzazione.
L’avvento di queste nuove prospettive rappresenta
altresì la condizione per una integrale affermazione
degli individui e dei gruppi e per un definitivo supe-
ramento di quella antinomia tra persona e comunità, che
costituisce il retaggio di un ambiente storico superato.





EE



Un particolare del padiglione Italsider alla 4la Fiera Internazionale di Milano.

Panorama siderurgico

Situazione internazionale

Sul mercato mondiale dell’acciaio è tuttora
prevalente l’offerta sulla richiesta con conse-
guente spinta concorrenza.

Per quanto concerne le due maggiori aree
siderurgiche del mondo occidentale, è da ri-
levare che quella statunitense ha beneficiato
negli ultimi mesi di un notevole risveglio
della domanda nazionale, determinato anche
dalla tendenza dei consumatori a rifornire
gli stocks per il timore di uno sciopero dei
lavoratori siderurgici mella prossima estate.
Gli stabilimenti dovrebbero, secondo le pre-
visioni, mantenere un alto tasso di sfrutta-
mento della potenzialità produttiva fino a
metà anno, soprattutto nel campo dei lami-
nati piani.

Nella Comunità Carbosiderurgica il mer-
cato dell’acciaio non manifesta sintomi di ef-
fettiva ripresa e la produzione del primo qua-
drimestre è stata pari a 23.970.000 tonnella-
te, segnando una diminuzione dello 0,6%, nei
confronti del risultato raggiunto nello stesso
periodo del 1962. In aprile produzioni ed
ordinazioni sono comunque state superiori a
quelle del corrispondente mese dello scorso
anno,



uazione nazionale

La siderurgia italiana prosegue nell’attua-
zione del programmato sviluppo, asseconda-
ta dall'aumento del consumo sul mercato in-

RIVISTA
via Corsica
Stampa :

ITALSIDER - segreteria di
4 - Genova - telefono 5999.
AGIS - Stringa - Genova. Clic




redazione:
La riproduzione
s: Ceriale - Genova,

terno che è però oggetto di una sempre più
vasta concorrenza e penetrazione di prodotti
esteri in conseguenza della situazione di esu-
beranza dell’offerta su scala internazionale.
Nel periodo gennaio-aprile la produzione
d’acciaio si è elevata a 3.400.000 tonnellate,
con un aumento del 6,7% rispetto a quella
totalizzata nel primo quadrimestre del 1962.

Le produzioni dell’Italsider

Nel primo quadrimestre dell’anno in corso
l’ Italsider ha prodotto t 792.589 di coke
metallurgico, t 1.108.338 di ghisa, t 1.421.358
di acciaio, t 1.078.771 di laminati a caldo,
t 247.258 di laminati a freddo e t 176.000
di prodotti di seconda lavorazione siderurgi-
ca, di cui 75.000 tonnellate di tubi saldati del
complesso di Taranto.

L'aumento rispetto ai risultati conseguiti
nello stesso periodo del 1962 è stato del 17,7%
per il coke, del 16% per la ghisa e di oltre
il 9% per l’acciaio e i laminati a caldo. Nel
settore dei laminati a freddo l’incremento ha
raggiunto il 58% ed è stato determinato dal-
l’entrata in esercizio del nuovo centro di la-
minazione di Novi Ligure.

Le spedizioni, tenuto conto della spinta
concorrenza che determina un sempre mag-
giore aumento delle importazioni in relazione
allo sviluppo del consumo interno, hanno re-
gistrato un andamento in complesso soddi-
sfacente.

pubbliche relaz Italsider -
è subordinata alla citazione della fonte.
Denz - Berna. Carta Solex Burgo.

ufticio

italsider

sede e direzione generale
Genova via Corsica 4 - telefono 5999 -
telex 27039 Italsid

centri siderurgici a ciclo integrale

Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
telefono 302024 - telex 71039 Italsid

tondo - vergella - bordione - nastri stretti laminati
a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella

Oscar Sinigaglia - Genova-Cornigliano
via San Giovanni d’Acri 6 - telefono 4107
laminati piani a caldo e a freddo - lamierini zincati

- banda stagnata elettrolitica e ad immersione

Piombino (Livorno) - corso Italia 218 - telefono 22041
- telex diretta
rotaie - barre e profilati - materiali per armamento

ferroviario fisso

Taranto - via Statte 1 - telefono 28492 -
telex 81039 Italsid

tubi di acciaio saldati di grande e medio diametro

Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -
telex 46039 Italsid

ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere grosse

stabilimenti di produzioni speciali

Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10

rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio

Savona - corso Giuseppe Mazzini 3 - telefono 27941

getti e tubi di ghisa

Siae - Genova-Campi - corso F. M. Perrone 15 -
telefono 469091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e placcate

stabilimenti di rilavorazioni

Marghera (Venezia) - via del Commercio 5 -
telefono 50334
profilati

San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza Giacomo

Matteotti 7 - telefono 92041
profilati - materiali per armamento ferroviario
uffici vendite

Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a - telefono 269865
telex 51039 UVEBO

Genova, via Luigi Garaventa 2 - telefono 592831

Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889 -
telex 31039 UVEMI

Napoli, via Guglielmo Marconi 55 - telefono 312448

Padova, galleria Porte Contarine 4 - telefono 51644

telex 41039 UVEPD

Palermo, via di Villa Trabia 3/A - telefono 291



telex 91044 UVEPA

Roma, via Barberini 50 - telefono 464444
telex 61039 UVERO

Torino, corso Sebastopoli 35 telefono 673918

telex 21039 UVETO

rappresentanza

Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 484516
4



Poul. ee






extracted text
RIVISTA ITALSIDER







Que * MEVISTA FTALSIDER

la copertina: Alberto Savinio - “I genitori”,
1928 (collezione Cardazzo, Venezia).

Alberto Savinio, nato ad Atene nel 1891, morto a
Roma nel 1952, è un raro esempio di multiforme ge-
nialità creativa. Come musicista ha scritto opere, bal-
letti e composizioni di notevole valore. Come scrit-
tore ci ha lasciato molti libri di racconti, saggi, dram-
mi teatrali in cui la sua vastissima cultura è messa al
servizio di un'intelligenza ironica e di un estro poe-
tico che hanno ormai un posto nella nostra letteratura.
Come pittore, attività che iniziò nel 1927, ci ha dato
opere di grande originalità, prossime alla pittura me-
tafisica del fratello Giorgio De Chirico ma deformate
da un gusto e da un’ironia tutta particolare, che le
avvicinano ai surrealisti. Una recentissima mostra di
opere di Savinio, tenutasi a Milano, ha segnato un
po’ la riscoperta di questo singolare pittore, a pro-
posito del quale rimandiamo i lettori all’articolo di
Valsecchi sul Surrealismo.

2° e 3° di copertina: evoluzione della ruota:
pittura rupestre e ruota motrice di locomo-
tiva a vapore.

$° di copertina: portello di ghisa per valvole
stradali del gas.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 2 - aprile-maggio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO
Vitalità della formula IRI pag. I
Comunità Europea del Carbone

e dell’Acciaio: 1953-1963 » 5
Novi Ligure » 8
La ruota » 12
Il congresso dei rodeggi » 18
Lo strumento della produzione » 19
Casorati » 21
Il surrealismo » 23
Le tecniche della ricerca operativa » 28
Psicologia del tifoso » 34
Il piano di Taranto » 37

Di:

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale ha compiuto trent'anni

Vitalità della formula IRI

La grande riunione tenutasi il 25 marzo scorso a Roma per celebrare il trentennio di
vita dell’ Istituto per la Ricostruzione Industriale, ha visto radunati nel palazzo dei
congressi dell’ Eur, per la prima volta in forma così solenne, le rappresentanze dei due-
centottantottomila dipendenti che lavorano nelle aziende dell’ IRI: tutte le forze che in tre
decenni hanno contribuito alla creazione del grande Gruppo integrato, divenuto un fon-
damentale pilastro e strumento dello sviluppo economico e sociale del paese, ed uno
dei massimi complessi finanziari e industriali dell’intera Europa.

La presenza del presidente della repubblica Antonio Segni, del presidente del consiglio
on. Fanfani, del ministro per le partecipazioni statali sen. Bo, delle maggiori autorità
dello stato, dei rappresentanti dei vari poteri e delle diverse istituzioni, ha sottolineato
l’importanza che è stata giustamente attribuita a questa imponente assise del lavoro,
che si è conclusa con la consegna delle medaglie d’oro, a ricordo del trentennio, alle rap-
presentanze aziendali, composte dal presidente, dall’amministratore delegato e dal più
anziano dei dipendenti.

Nelle pagine che seguono illustriamo brevemente le caratteristiche e la struttura del-
'IRI. In altra parte della rivista riportiamo ampi stralci dei discorsi tenuti nell’occasione
dal presidente dell’ IRI prof. Petrilli e dal primo direttore generale dell’ Istituto, dr. Do-
nato Menichella.

Che cosa è I'PIRI oggi

L’ Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) è definito, dal suo stesso statuto, un ente
finanziario di diritto pubblico, con sede in Roma, che gestisce le partecipazioni e attività pa-
trimoniali in suo possesso, secondo l'indirizzo generale fissatogli dal governo nell'interesse pubblico.

Sotto questa formale definizione giuridico-amministrativa opera e si sviluppa una com-
plessa realtà economico-sociale, la cui imponente dimensione risulta da poche ma suggestive cifre :
oltre cento grandi società, industriali e di servizi, con circa 288 mila dipendenti, un fatturato di
1.400 miliardi di lire ed una massa di investimenti che si avvia a superare i 500 miliardi all'anno.

L’ IRI opera, nella sfera pubblica, come ente di gestione che controlla, col possesso azionario,
un gruppo di aziende aventi lo statuto giuridico di società per azioni. La crescente importanza
della funzione dell’ IRI e della sua opera di propulsione, coordinamento e controllo è espres-
sa nel semplice confronto fra i suoi stati patrimoniali a fine 1952 (297 miliardi di lire) e a fine
1961 (798 miliardi): un aumento del 174 per cento in nove anni.

A fine del 1961, i 741,2 miliardi di partecipazioni e finanziamenti IRI, calcolati al netto
dei decimi da versare, erano così ripartiti: 51,7% in aziende produttrici di servizi;
35,7% în aziende manifatturiere ; 7%, in aziende varie (ivi comprese talune chimiche e minerarie) ;
5,60% in aziende bancarie e finanziarie.

Con una simile mole di investimenti, a fine 196r l’ IRI controllava direttamente o indi-
rettamente un insieme di attività industriali e bancarie per un valore consolidato di circa
6.900 miliardi di lire, suddivise in parti all’incirca uguali fra il gruppo delle aziende indu-
striali, da una parte, e le banche ed altre partecipazioni minori, dall’altra.

Origini ed evoluzione dell’ IRI

L’ IRI fu fondato nel gennaio 1933 con compiti, essenzialmente, di risanamento bancario e
monetario.

Fin dall'ultimo decennio del secolo scorso, nel solco di una prassi iniziata e già consolidata
dalla banca tedesca, il sistema bancario del giovanissimo stato italiano aveva intensamente
partecipato al primo affermarsi di una moderna industria in Italia. La sua attività si svolgeva
non soltanto attraverso le normali operazioni di credito commerciale, ma altresì attraverso
operazioni di finanziamento, e financo attraverso l'assunzione di responsabilità di comando per
mezzo dell'acquisto di partecipazioni di maggioranza in aziende che a volte erano promosse dalle
banche stesse. D'altra parte le stesse industrie erano venute în certi casi ad acquistare parte-
cipazioni di controllo nelle banche finanziatrici, per modo che si era creato un sistema poco
sano di partecipazioni incrociate.

Per venti-trenta anni, fino alla fine della prima guerra mondiale, tale sistema non diede luogo a
inconvenienti tali da renderlo incompatibile con le esigenze di gestione di una banca di deposito.

Al termine delle ostilità esso si rivelò però carico di rischi, a causa dell'instabilità econo-
mica di quel periodo, cui andavano ad aggiungersi le difficoltà di riconversione delle industrie
belliche, in cui le banche si erano maggiormente impegnate, ed î finanziamenti dei rilevanti inve-
stimenti resi necessari dal progresso tecnologico.

In un primo tempo la situazione di difficoltà delle banche, ritenuta di carattere transitorio, fu



Il presidente della repubblica, on. Segni, consegna la ‘ medaglia d’
generale ing. Scotto - in rappresentanza dell’ amministratore delegato: dr.

affrontata con interventi di emergenza. Ma
quando, con la grande crisi apertasi nel 1920,
divenne del tutto palese che le banche di depo-
sito non potevano più conciliare la salvaguar-
dia dei depositi, loro affidati dai risparmiatori,
con l’assunzione dei rischi insiti nel finanziamento
industriale, fu giocoforza per lo stato disporre
un nuovo tipo d’intervento, volto non soltanto
al risanamento delle banche in crisi ma, anche,
a dare un nuovo assetto al finanziamento del-
l'industria nazionale.

Nacque così l’ IRI, come strumento di chiarifi-
cazione e di smobilizzo.

L’opera di chiarificazione fu particolarmente
impegnativa, investendo una complessa serie di
rapporti : fra le banche e le industrie, fra lo
stato e le banche, fra le banche e l’ istituto di
emissione, fra questo e gli organismi creati per
attuare î precedenti salvataggi e, infine, fra lo
stesso istituto di emissione e lo stato. La diret-
tiva fu di pervenire ad una situazione în cui :

a) i depositi bancari fossero impiegati soltanto
in operazioni di credito ordinario, in obbliga-
gioni e in titoli di stato ;

b) il capitale delle maggiori banche non fosse
più controllato da aziende industriali o da or-
ganismi dipendenti dalle banche stesse ;

c) l’ istituto di emissione fosse liberato da tut-
te le conseguenze delle operazioni di salvataggio
effettuate dopo la fine della guerra.

Se l’opera di chiarificazione, affidata all’ IRI,
fu assai complessa, quella di smobilizzo integrale

si rivelò oltremodo difficile. Le partecipazioni
assunte si riferivano, infatti, in parte ad aziende
in crisi, che il capitale privato non aveva inte-
resse a rilevare, o ad aziende, come le siderur-
giche e le armatoriali, il cui acquisto esigeva
capitali troppo rilevanti per il mercato italiano
del tempo, o ad aziende, come banche e servizi
pubblici, che sembrava opportuno mantenere
sotto pubblico controllo. Nato con compiti tem-
poranei e di emergenza, cioè per far fronte alle
passività derivanti dal risanamento bancario,
l IRI si trovò così a dover fronteggiare le impo-
nenti necessità non solo finanziarie, ma anche
tecniche e organizzative connesse con il control-
lo, ormai non più temporaneo, d’una importan-
te porzione dell'industria italiana.

Questa trasformazione — da ente di smobiliz-
zo in istituto permanente per la gestione di par-
tecipazioni azionarie dello stato ebbe for-
male consacrazione nel giugno del 1937.

La normalizzazione della situazione banca-
ria — compresa quella dell’istituto di emissione,
che era coinvolto negli immobilizzi industriali
delle banche di deposito con anticipazioni pari
a circa 500 miliardi di lire odierne — fu dun-
que conseguita, ma nel quadro d’una concezione
ben diversa da quella d'emergenza che aveva
presieduto alla fondazione dell’ IRI.

Caratteristiche strutturali e funzionali dell’IRI

Le aziende pervenute all’ IRI a seguito del-
l'operazione di salvataggio delle banche svolge-

fra le società operative e l’ IRI.

oro del trentennale dell’IRI al presidente dell' Italsider, ing. Marchesi che era accompagnato dal direttore
Redaelli Spreafico - e dall’ operaio anziano sig. Pietro Cordone dello stabilimento Italsider-Siac.

vano la propria attività nei settori più diversi.
A seguito di cessioni e di nuove assunzioni avve-
nute nel corso della vita dell’ IRI, il gruppo è
andato progressivamente concentrando la pro-
pria attività, in relazione agli obiettivi indicati
dal governo, in un certo numero di settori es-
senziali allo sviluppo economico e civile del paese.
Le aziende operanti in uno stesso settore, 0 col-
legate ad uno stesso ciclo produttivo, sono poi
state riunite sotto la guida di società finanziarie
specializzate, che si pongono come intermediarie
Are ire iste

L'Istituto ha quindi la tipica figura di una
società finanziaria capogruppo che svolge la
propria attività tramite società di diritto privato
al cui capitale esso partecipa, direttamente 0
indirettamente, in misura predominante 0 co-
munque sufficiente ad assicurargli il controllo
della gestione. La figura giuridica delle società
per azioni è stata conservata alle aziende del
gruppo con il deliberato proposito di favorire il
diretto finanziamento delle aziende sul mercato
e di facilitare il confronto con le aziende control-
late dall'iniziativa privata, stimolando così,
automaticamente, un continuo incremento della
produttività ; ne risulta altresì facilitato, ove
vengano a mancare le ragioni che hanno indotto
lo stato a darsi carico di questa 0 di quella at-
tività, il ritrasferimento eventuale di aziende
all’iniziativa privata.

L’IRI si configura, dunque, come un ente
finanziario di diritto pubblico, con personalità



giuridica propria e propri organi direttivi, di-
stinto, giuridicamente e funzionalmente, dalla
amministrazione dello stato. L'Istituto e le
società finanziarie che ne promanano non
svolgono attività industriale: questa è riser-
vata alle aziende produttrici di beni e servizi,
che, inquadrate nelle finanziarie di settore e
organizzate in società per azioni sulla base
del diritto privato, realizzano una formula per
cui i risparmiatori possono partecipare come
azionisti al capitale, e quindi ai rischi, di
aziende controllate dallo stato. Questa parte-
cipazione del risparmio privato alle imprese
operanti nella sfera pubblica avviene ad un du-
plice livello : delle società esercenti impianti e
delle finanziarie di settore che hanno anch’ esse
la forma di società per azioni. Ciò significa, in
pratica, che il ricorso al mercato finanziario,
mediante l’emissione di azioni, può essere effet-
tuato, per i singoli settori IRI, sia dalle società
industriali o di servizi vere e proprie (per esem-
pio : l° Italsider in campo siderurgico o la Teti
nel settore telefonico), sia dalle rispettive
“holding” di settore (Finsider e Stet).

Una ulteriore partecipazione del risparmio
privato al finanziamento dell'attività del grup-
po avviene sotto la forma obbligazionaria ; in
tal caso, esso finanzia non soltanto le aziende
operative e le finanziarie di settore ma anche
l’ Istituto stesso. È questo, giova insistere, un
aspetto molto importante e caratteristico del
complesso IRI.

Si può affermare che la formula IRI, pro-
muovendo un crescente afflusso di capitali dal
mercato alla sfera pubblica (nell’ordine, ormai,
di 250 miliardi annui), consente allo stato di
guidare una importante aliquota del sistema pro-
duttivo italiano impegnando risorse proprie sol-
tanto in misura minima, e precisamente nei limi-
ti degli aumenti del fondo di dotazione del-
l° Istituto-capogruppo, che l’esperienza dimostra
si son potuti mantenere nell’ultimo decennio en-
tro limiti inferiori al 10 per cento del fabbisogno
complessivo netto del gruppo.

Struttura del gruppo IRI

Il complesso IRI, come già si è accennato, è
articolato, per la maggior parte delle sue attività,
in tre diversi stadi. Alla base si trovano le so-
cietà che svolgono le attività produttive vere e
proprie ; queste, in gruppi omogenei, fanno capo
alle finanziarie di settore che, a loro volta, sono
controllate dall’ Istituto.

Esso, mano a mano che si costituivano le fi-
nanziarie di settore, trasferiva loro le proprie
partecipazioni nelle aziende operative sostituen-
dole, nel proprio portafoglio, con le azioni delle
nuove società finanziarie, ma conservando in ta-
luni casi (attività marittime, cantieristiche e
meccaniche) anche una partecipazione diretta al
capitale delle aziende di esercizio.

Le società finanziarie di settore sono oggi sei,
ciascuna con propria personalità giuridica e con
propri organi direttivi. Eccole, in ordine di fon-
dazione :

Stet, costituita fin dal 1933 per gestire le
partecipazioni dell’ IRI in campo telefonico ;

Finmare, 1936, partecipazioni armatoriali ;

Finsider, 1937, partecipazioni siderurgiche ;

Finmeccanica, mec-
caniche ;

Finelettrica, 1952, partecipazioni elettriche.
A seguito della legge di nazionalizzazione
approvata nel 1962, la Finelettrica ha ces-
sato di svolgere la sua funzione di capogrup-
po delle attività IRI nel settore elettrico. Nel
decennio di attività di questa società, creata al
fine di realizzare un coordinato esercizio degli
impianti delle società elettriche del gruppo, la
producibilità totale degli impianti stessi passava
da 7,2 miliardi di RWh a 17,3 miliardi con un
aumento del 140%, e l'incidenza del gruppo
Finelettrica sulla producibilità nazionale saliva
dal 20,6%, a fine 1952 al 24% a fine 1962.

Fincantieri, 1959, partecipazioni cantieristi-
che (distaccate dalla Finmeccanica).

La costituzione delle finanziarie di settore ha
corrisposto ad una esigenza di “specializzazio-
ne” sentita fin dall'inizio dell’attività dell’IRI e
fattasi più pressante, come è ovvio, da quando
esso si trasformò in istituto permanente. Una
tendenza imposta dalla necessità, una volta pas-
sati dalla fase di smobilizzo a quella d’una ge-
stione non più provvisoria, di decentrare ad ap-
positi organismi l’approfondimento sistematico
dei problemi di indirizzo, coordinamento e con-
trollo dei diversi settori produttivi, ciascuno con
le peculiarità tecniche e di mercato sue proprie.
Ai sei settori sopra indicati, altri se ne possono
aggiungere per la rilevanza che assumono nel
complesso IRI, anche se per essi non si è resa
necessaria la costituzione di una finanziaria di
settore : 0 per ragioni tecniche, come per il set-
tore bancario formato dalle tre banche di inte-
resse nazionale (Banca Commerciale Italiana,
Credito Italiano, Banco di Roma), da una
banca regionale (Banco di Santo Spirito), da un
istituto di credito mobiliare (Mediobanca) e da
un istituto di credito fondiario (Credito Fon-
diario Sardo); o perché rappresentati da una
sola società, come i settori radiotelevisivo (Rai-
-Tv), della navigazione aerea (Alitalia) e
quello autostradale (Autostrade), che in que-
sti ultimi anni ha richiesto un sempre crescente
apporto finanziario dell’ IRI.

I dieci settori sopra indicati assorbono più
dei nove decimi delle partecipazioni IRI. Le par-
tecipazioni în altre attività rappresentano, a fine
1961, il 7 per cento del patrimonio dell'Istituto.

A siffatto stadio di concentrazione e specia-
lizzazione l’ IRI è pervenuto attraverso un pro-
cesso di smobilizzo, che si è svolto in misura
prevalente nel primo quadriennio (1933-36) ma
che è continuato e continua anche oggi sia pure
in misura più limitata.

1948, partecipazioni

Organizzazione dell’IRI e suoi rapporti con
lo stato

L’IRI, come si è accennato in principio, ha
personalità giuridica propria ed è amministrato
da propri organi direttivi. Sono organi del-
PIstituto :

a) il presidente

b) il vicepresidente

c) il consiglio di amministrazione

d) il comitato di presidenza.

Il presidente e il vicepresidente sono nominati
con decreto del capo dello stato, durano in ca-

3

rica tre anni e possono, alla scadenza, essere
confermati nella carica. Del consiglio d’ ammi-
nistrazione — oltre il presidente, il vicepresidente
e tre esperti in materia economica e finanziaria
— fanno parte: il ragioniere generale dello
stato, i direttori generali del tesoro, del dema-
nio, dell'industria, della occupazione interna al
ministero del lavoro e della previdenza sociale,
un rappresentante del ministero delle poste e
telecomunicazioni, un direttore generale del mi-
nistero della marina mercantile e un direttore
generale del ministero della difesa. Il comitato
di presidenza è composto del presidente, del vi-
cepresidente e dei tre esperti membri del consi-
glio d’amministrazione. Alle sedute del consi-
glio di amministrazione e del consiglio di pre-
sidenza partecipa con voto consultivo il diret-
tore generale che ha il compito e la responsabi-
lità di dare esecuzione alle deliberazioni assunte e
di sovraintendere al funzionamento dell'Istituto.

La determinazione delle direttive generali per
le attività IRI e l’esame dei loro risultati spet-
tano ad un comitato interministeriale perma-
nente presieduto dal presidente del consiglio —
o, per sua delega, dal ministro per le parteci-
pazioni statali — e composto, oltre che da que-
sti, dai ministri per il bilancio, per il tesoro,
per l'industria e commercio, per il lavoro e la
previdenza sociale.

Come appare chiaro da questi accenni istitu-
zionali, l’attività dell’IRI è regolata dallo
stato în sede di indirizzo generale e di valuta-
zione dei risultati conseguiti mentre, date le
modalità di finanziamento del Gruppo, la gestione
delle aziende si svolge secondo le responsabilità,
le procedure, le regole e i rischi della economia
di mercato, su un piano di parità e competitività
con la privata iniziativa.

Anche sul piano dei rapporti finanziari, i le-
gami dell’IRI con lo stato appaiono ben delimi-
tati: a parte, infatti, la fase iniziale, quando
lo stato provvide a coprire le perdite (nell’ ordine
di 500-550 miliardi di lire odierne) accollate al-
l’Istituto per ricostruire la quota dei depositi
bancari andata perduta nella crisi creditizia
precedente il 1933, î rapporti finanziari Stato-
-IRI concernono la formazione e l’accrescimen-
to del fondo di dotazione, a partire, pratica-
mente, dal 1946 : nel decennio 1952-61, nono-
stante gli aumenti registrati in cifre assolute,
l’apporto statale alla copertura del fabbisogno
finanziario netto del gruppo è stato appena del-
l 8 per cento.

Originalità e attualità della formula IRI

L’IRI, dunque, costituisce un complesso mec-
canismo diretto a realizzare, per le aziende con-
trollate, tre condizioni :

a) paragone automatico con la produttività
del capitale impiegato dalle aziende private ;
" 5) possibilità di finanziamento diretto sul mer-
cato, con equivalente alleggerimento per il te-
soro dello stato ;

c) non preclusione del ritorno di singole atti-
vità all’iniziativa privata nei limiti consentiti
dagli indirizzi di politica economica governativa.

A voler condensare in poche battute la quin-
tessenza della formula IRI, si potrebbe dire che
essa consiste nella capacità di perseguire fini eco-



4

nomico-sociali d'interesse pubblico, indicati dal-
l’autorità politica, attraverso strutture e proce-
dure di diritto privato conformi all’economia di
mercato. Sul piano finanziario, questa capacità
operativa si traduce nella sperimentata attitu-
dine a mobilitare ‘‘economicamente’’ grandi
masse di capitale privato, sì che l’ IRI è in grado
di operare a fini di sviluppo nazionale — come
già varie volte si è sottolineato — con capitali
“pubblici” estremamente ridotti.

Ne costituisce una riprova il fatto che attual-
mente gli azionisti privati del gruppo sono oltre
400.000 ; dal bilancio consolidato al 31 dicem-
bre 1961 risulta inoltre che su di un totale di
1.055 miliardi di capitali e riserve del complesso
industriale del gruppo, 590,2 miliardi sono di
pertinenza di terzi azionisti.

Consuntivi e programmi

Il gruppo IRI predispone la sua attività at-
traverso programmi di massima quadriennali,
soggetti di anno in anno a revisioni e adegua-
menti in base ai consuntivi dell’anno decorso
oltre che, ovviamente, all'eventuale insorgere di
nuove esigenze e situazioni.

Bastano due dati fondamentali per dare una
idea del ritmo di espansione delle attività IRI :

a) gli investimenti del gruppo in impianti, da
una media annua di 150 miliardi di lire nel
quadriennio 1950-53 e di 291 miliardi di lire
nel quadriennio 1958-1961, saliranno nel qua-
driennio 1962-65 ad una media annua di oltre
500 miliardi di lire ;

b) nel decennio 1952-61, il fatturato globale
del gruppo ha avuto un incremento, in lire cor-
renti, di circa il 215 per cento, balzando dai
446,9 miliardi del 1951 ai 1.401,7 del 1961;
in lire costanti il saggio di incremento medio an-
nuo è stato del 12 per cento a fronte del 6 per
cento registrato nello stesso periodo dal reddito
nazionale reale.

Fatta eccezione per i trasporti marittimi, il
cui ritmo di espansione risente della concorrenza
dei trasporti aerei, tutti gli indici relativi ai
settori IRI hanno registrato, nel decennio, svi-
luppi di molto superiori a quelli della produ-
zione e del reddito nazionale : donde l'evidenza
dell’azione d’impulso svolta nel decennio stesso
dall’ IRI nei confronti dell'economia nazionale.

Questo ruolo tradizionale sarà fortemente po-
tenziato nel prossimo futuro, come risulta dal
confronto fra gli investimenti per settore effet-
tuati nel quadriennio 1958-61 e quelli previsti
per il quadriennio in corso (miliardi di lire) :

siderurgia 2I7 677
meccanica e cantieri QI 167
telefoni 28I 325
trasporti marittimi 74 95
trasporti aerei 72 7I
radiotelevisione 20 30
autostrade I3I 352
varie 35 22
930 1.739

energia elettrica 233 303
totale 1.163 2.042

Dalle cifre sopraelencate risulta che gli inve-
stimenti a suo tempo preventivati per il qua-
driennio 1962-65 (2.042 miliardi di lire) sono

quasi doppi di quelli effettuati nel precedente
quadriennio (1.163 miliardi).

Tale notevole incremento è dovuto in partico-
lare ai programmi predisposti per il settore side-
rurgico, che comporterà nel quadriennio 1962-65
investimenti pari a oltre tre volte quelli effettua-
ti nel quadriennio 1958-61, per quello autostra-
dale, i cui investimenti saranno superiori del
170 per cento circa a quelli del precedente qua-
driennio, e per il settore cantieristico-meccanico
che realizzerà investimenti quasi doppi rispetto
a quelli del 1958-61. Si deve però notare che,
a seguito della legge di nazionalizzazione del-
l’energia elettrica, è venuta a cessare la respon-
sabilità dell’IRI in questo settore; di conse-
guenza il gruppo non dovrà darsi carico della
realizzazione dei programmi predisposti per gli
ultimi tre anni del periodo 1962-65. Peraltro,
anche se si eccettuano gli investimenti previsti
per questo settore, che nel 1958-61 hanno rap-
presentato il 20 per cento del totale, gli inve-
stimenti predisposti a suo tempo per il periodo
1962-65 superano quelli del precedente quadrien-
nio, del 50 per cento e del 60 per cento se si
includono anche gli investimenti elettrici effet-
tuati dal gruppo nel 1962.

Il continuo aggiornamento dei programmi fa
sì che fin da ora può affermarsi che î programmi
qui indicati saranno ampiamente superati. Ne
conseguirà un notevole fabbisogno di personale,
per cui si prevede che l'occupazione del gruppo
IRI a fine 1965 supererà î 300 mila addetti
rispetto ai 271 mila di fine 1906I.

In considerazione di tali notevoli necessità di
nuovo personale l’IRI si è impegnato a realiz-
zare un vasto programma di formazione delle
maestranze : a tal fine ha costituito, con la
partecipazione delle finanziarie di settore, la
società IFAP (IRI - Formazione e Addestra-
mento Professionale) che provvederà, nel qua-
driennio in corso, alla costituzione di centri in-
teraziendali destinati alla preparazione di gio-
vani lavoratori ed alla riqualificazione, all’ag-
giornamento e alla promozione di adulti.

L’IFAP ha realizzato e sta realizzando
centri interaziendali a Trieste, Milano, Genova,
Terni, Napoli e Taranto.

Per la realizzazione di tali centri è prevista
una spesa complessiva di 12,2 miliardi. Per
quanto concerne î quadri, l’IRI ha creato un
apposito centro, dove si formano e si perfezio-
nano i dirigenti alle funzioni direttive. Un cen-
no a parte merita il progressivo e rilevante svi-
luppo delle attività IRI nel mezzogiorno d’Ita-
lia. Nel dodicennio 1950-1961, gli investimenti
del gruppo — escludendo i settori dei trasporti
marittimi e aerei e delle autostrade — sono am-
montati a circa 500 miliardi di lire, con una
progressione significativa dai 28 miliardi annui
(in media) del 1950-56 ai 94 miliardi circa del
1961. Nel quadriennio 1962-65, in base ai pro-
grammi approvati a fine 1Q6I, si salirà ancora
ad una media di 155 miliardi annui. Aggiungen-
do gli investimenti autostradali, la media annua
di investimenti sarà nel quadriennio di 185 mi-
liardi (107 nel 1961).

E alla luce dî queste cifre che può essere me-
glio valutato lo sforzo già compiuto e quello în
atto nel quadro della generale politica meridio-

nalistica dello stato. Raddoppiata, nel settore
siderurgico, la capacità produttiva del centro a
ciclo integrale di Bagnoli e avviata la costru-
zione del nuovo grande centro di Taranto ; li-
quidate, nel settore meccanico, le posizioni in
crisi cronica e riorganizzate e sviluppate le
aziende in complessi omogenei; costruita, nel
settore delle aziende manifatturiere varie, una
nuova cementeria a Bagnoli ; incrementati i ser-
vizi elettrici e telefonici con un saggio medio
annuo superiore a quello delle altre regioni ; mi-
gliorati e potenziati, con indici a volte clamoro-
si, i trasporti marittimi e aerei e i servizi radio-
televisivi ; l’IRI darà, nel quadriennio în corso,
un contributo essenziale allo sviluppo dell’econo-
mia meridionale.

A 616 miliardi di lire ammontano gli investi-
menti IRI nel Sud finora approvati per il qua-
driennio 1962-65 (a parte sempre i settori non
localizzabili e le autostrade).

Circa la metà di tale cifra sarà assorbita dal
settore siderurgico la cui capacità produttiva
nel Mezzogiorno salirà dal 20 al 40 per cento
del totale Finsider.

Gli investimenti nel settore cantieristico-mec-
canico raggiungeranno un livello più che doppio
di quello del trascorso quadriennio e comprende-
ranno una serie di iniziative in collaborazione
con affermati gruppi italiani ed esteri, che si
affiancheranno a quelle, in promettente sviluppo,
recentemente attuate nel settore automobilistico
ed elettronico. Con la costruzione d'una nuova
unità cementiera nell’ambito del centro side-
rurgico di Taranto, il gruppo manterrà una sua
funzione di punta anche in questo settore di base
per lo sviluppo dell'economia meridionale. In
complesso, la media annua degli investimenti in
impianti nel Sud segnerà, nel quadriennio
1962-65, un incremento di circa il 65 per cento
rispetto al 1961. Si tratta, per la maggior parte,
di investimenti che avranno un effetto moltipli-
catore e propulsore delle attività locali ; a que-
sto proposito è interessante ricordare il contri-
buto che l’IRI, attraverso l’ISAP, dà al finan-
ziamento ed alla organizzazione di imprese,
prevalentemente manifatturiere, di piccole e
medie dimensioni, nonché quello che, attraverso
VP IFAP, dà alla formazione professionale in
campo industriale, creando proprio nel Sud i
due maggiori centri d’istruzione, capaci di ad-
destrare personale in misura largamente supe-
riore al fabbisogno delle sole aziende del gruppo.
Ma gli investimenti IRI avranno anche una
funzione di spinta alle esportazioni — soprat-
tutto dei prodotti siderurgici e cementieri —
riattivando, così, un’antica tradizione di scam-
bi fra il mezzogiorno d’Italia e i paesi interes-
sati all’area mediterranea. Anche sotto questo
profilo dell'apporto IRI alla generale politica
governativa di sviluppo del Mezzogiorno, si
accentua la rilevanza europea e, più am-
piamente, internazionale del gruppo IRI e del-
la sua formula, verso la quale non a caso si
rivolge l’interesse di numerosi paesi. Ciò anche
in considerazione del fatto che, nell’ attuale
momento storico, essa si presenta sostanzial-
mente omogenea con i principi ispiratori del
Trattato di Roma ed è quindi recepibile come
tale nel Mercato Comune Europeo.



Comunità Europea

del Carbone
e dell’ Acciaio

1953-1963

Ricorre quest'anno il decimo anniversario del-
l’entrata in funzione della Comunità Europea
del Carbone e dell’ Acciaio.

In un'Europa che aveva ancora molte cicatrici
della guerra aperte, l'avvento della CECA rap-
presentò un passo avanti che non molti, allora,
seppero valutare in tutta la sua portata.
Grazie ai primi soccorsi americani e agli aiuti
Marshall, gli europei nel 1950 avevano com-
piuto una prima faticosa tappa sulla via del-
la ricostruzione. Ma i problemi più assillanti
restavano ancora da risolvere :

deficit in dollari, difficoltà delle economie chiuse,
mancanza di chiarezza delle prospettive del-
l'Europa in un mondo in piena evoluzione, ri-
nascita sempre possibile di vecchie rivalità tanto
rovinose quanto assurde. La guerra fredda an-
nunciava il sorgere di pericoli ancora maggiori.
È proprio allora che il piano Schuman introdu-
ce sulla scena internazionale un elemento nuovo
e positivo : l'Europa unita.

Ecco una cronaca degli avvenimenti che por-
tarono alla creazione della CECA, tolta da una
pubblicazione edita nella ricorrenza del decennio
dal servizio del portavoce dell’ Alta Autorità e dal
servizio informazione della Comunità Europea.

Come è nata la CECA

<

16. Robert Schuman, ministro degli esteri
francese, apre una conferenza stampa, di cui
nessuno prevede la portata, leggendo ai gior-
nalisti presenti una dichiarazione solenne:
« Non si tratta di vane parole, ma di un atto
ardito, di un atto costruttivo. La Francia ha a-
gito, e le conseguenze della sua azione possono

ere immense. Noi speriamo che lo siano... ».

iene così reso pubblico il progetto da cui

è nata la CECA, presentato il giorno ste
so dal governo francese agli altri paesi euro-
pei. La sorpresa è totale. Nessuno si aspetta
un'iniziativa di questo genere che rappresen-
ta, dichiara immediatamente il cancelliere
Adenauer, «un progresso considerevole nel-
le relazioni franco-tedesche ». Per quale mo-
tivo il governo francese ha deciso di formu-
lare queste proposte e quale scopo persegue
presentandole?

Agli inizi del 1950, nonostante il successo
del piano Marshall, l’ Europa è inquiet:

Parigi, Q d’Orsay, 9 maggio 1950, ore



6

co fiduciosa ancora nelle proprie forze e nel
proprio avvenire. L’ OECE e il Consiglio
d’ Europa sono le prime manifestazioni di un
nuovo spirito di collaborazione, ma i loro
obiettivi e i loro mezzi sono limitati. I setto-
ri di base dell’ economia europea, sostenuti
dall’aiuto americano, danno prova di un no-
tevole dinamismo, ma gli investimenti dei
vari paesi sono ancora poco coordinati, i si-
derurgici incontrano difficoltà per conoscere
i bisogni del consumo e, benché producano
soltanto la metà dei quantitativi ottenuti nel
1962, temono già una crisi di sovrapprodu-
zione. Infine, i rapporti franco-tedeschi, tan-
to decisivi per l’intera Europa, sono tempe-
stosi e tesi: essi incontrano questioni irritanti
come il controllo della Ruhr ed il problema
della Sarre.

In Francia, due uomini politici osservano
con particolare inquietudine il pericolo di ri-
cadere nei particolarismi nazionali che incom-
be sull’ Europa convalescente: il ministro Ro-
bert Schuman ed il commissario al Piano
Jean Monnet.

Il 28 aprile 1950, il secondo fa pervenire
al primo una nota che propone l’istituzione
di un pool europeo del carbone e dell’acciaio.
L’accordo è immediato. Si tratta ormai di
far presto, allo scopo di beneficiare di un ef-
fetto di sorpresa e di colpire l’opinione pub-
blica. Nel suo ufficio della rue de Martignac,
sede del Commissariat au Plan, Jean Monnet
prepara il lancio delle proposte francesi, con
l’aiuto dei suoi più vicini collaboratori.

L’idea di base è essenzialmente politica, e
di politica internazionale, che supera il sem-
plice ambito europeo. Si tratta di rafforzare
la coesione tra i paesi europei e di ispirar loro
fiducia in un destino comune. La tensione
est-ovest, ossessiva ai primi del 1950, dif-
fonde nel mondo un’atmosfera di guerra im-
minente. Per consentire all’ Europa di svolge-
re in modo migliore la funzione di pilastro del
mondo libero, gli autori del piano Schuman
giudicano necessario introdurre sulla scena in-
ternazionale un elemento nuovo e positivo:
l' Europa unita. È questo il senso di un pas-
saggio essenziale della dichiarazione pronun-
ciata il 9 maggio 1950: « La pace mondiale
non può essere salvaguardata senza sforzi
creativi pari ai pericoli che la minacciano. Il
contributo che un’ Europa organizzata e vi-
tale può recare alla civiltà è indispensabile al
mantenimento di relazioni pacifiche ».

Per realizzare questa Europa unita, biso-
gna mostrare ai paesi associati gli interessi
comuni che li avvicinano, sottolineare tutto
ciò che li lega profondamente affinché essi di-
mentichino ciò che li separa, spesso artificial-
mente. In questo ordine di idee, la realizza-
zione di un grande complesso economico deve
assumere la funzione di un eccellente rivelatore.
Un mercato comune sarà una pietra angolare
su cui si potrà basare un giorno una costru-
zione politica, assai più difficile da realizzare.

Ma fin dall’inizio occorre creare istituzioni
comuni, fortemente strutturate, poiché la sem-
plice cooperazione dei governi è spesso bloc-
cata dallo scontro degli interessi nazionali e

del diritto di ciascun governo di opporre il
proprio veto a qualsiasi proposta. Si manife-
sta così l’idea della soprannazionalità. Essa si
tradurrà in istituzioni, capaci di porre in ri-
lievo l’interesse generale europeo e di agire
in suo nome. Secondo un filosofo svizzero,
spesso citato dal futuro primo presidente del-
l’Alta Autorità, «l’esperienza di ogni uomo
costituisce sempre un nuovo inizio: solo le
istituzioni diventano più sagge; esse accumu-
lano l’esperienza collettiva e, da questa espe-
rienza e da questa saggezza, gli uomini sot-
toposti alle stesse regole vedranno non già
cambiare la loro natura, bensì trasformarsi
gradualmente il loro comportamento ».

Sul piano pratico, infine, è meglio iniziare
con la messa in comune di un piccolo nume-
ro di settori essenziali, anziché unificare in
una sola volta le economie europee, nel loro
complesso. Quali settori scegliere? La situa-
zione dell’ Europa nel 1950 dà subito una
risposta: devastati dalla guerra, i paesi occi-
dentali sono ancora in fase di ricostruzione.
Per essi non si tratta di godere del superfluo,
ma di acquistare il necessario. L'acciaio ed il
carbone sono i due alimenti di base degli sta-
bilimenti che bisogna moltiplicare. Inoltre,
questi due prodotti posseggono un valore
simbolico, dopo la rivoluzione industriale.

Questa è la genesi del piano Schuman e si
comprende come l’idea di un’ Europa unita,
modellata dalle necessità del momento, sboc-
chi nella dichiarazione del 9 maggio 1950.
Sotto i fregi dorati del Quai d’Orsay, il mi-
nistro degli esteri continua il proprio discor-
so: «L’ Europa non potrà essere fatta in una
sola volta né in una costruzione d’ insieme:
essa si farà attraverso realizzazioni concrete
che creeranno anzitutto una solidarietà di
fatto... A questo scopo, il governo francese
propone immediatamente l’azione su un pun-
to limitato, ma decisivo ».

Subito, il cancelliere Adenauer dà il pro-
prio appoggio all’iniziativa del ministro fran-
cese degli affari esteri. Il conte Sforza si
compiace con Robert Schuman per la sua
“audace iniziativa” e dichiara che l’ Italia sot-
toscrive interamente. Belgio, Lussemburgo e
Paesi Bassi reagiscono essi pure favorevol-
mente. Da parte sua, la Gran Bretagna si
mostra reticente: tenuto conto della sua si-
tuazione particolare nei confronti degli Stati
Uniti e della sua funzione preminente in seno
al Commonwealth, essa rifiuta l’idea, alla ba-
se delle proposte accettate dai Sei, di mettere
in comune la sovranità e non crede di potersi
unire ai sei paesi del continente. Con ramma-
rico questi ultimi si decidono a continuare
senza di essa l’attuazione del piano Schuman.
Il 20 giugno 1950, i loro rappresentanti si
riuniscono a Parigi. Durante una quindicina
di giorni, essi affrontano i problemi essenziali
e tracciano le prime soluzioni; saranno in se-
guito necessari vari mesi per elaborare i par-
ticolari del trattato, della convenzione e dei
protocolli allegati.

Il 18 aprile 1951, tutti questi documenti so-
no firmati dai ministri: Adenauer per la Ger-
mania federale, van Zeeland e Meurice per il



Belgio, Schuman per la Francia, Sforza per
l’Italia, Bech per il Lussemburgo, Stikker e
van den Brink per i Paesi Bassi. Più di un
anno dopo, in seguito alle ratifiche parlamen-
tari di ciascuno dei sei paesi, la CECA vede
ufficialmente la luce il 25 luglio 1952. Le varie
istituzioni entrano in funzione nei mesi successivi
e preparano l'apertura del mercato comune; il via
è dato il 10 febbraio 1953 per il carbone, il mine-
rale di ferro ed il rottame; il 1 maggio dello
stesso anno è la volta dell’acciaio.

I risultati dopo dieci anni

A dieci anni di distanza da quei memora-
bili avvenimenti, il bilancio della CECA
è estremamente positivo.

La Comunità del Carbone e dell’Acciaio
costituisce oggi uno dei pilastri più solidi
della Comunità Europea.

Smentendo clamorosamente quanto anda-
vano predicendo i profeti di sventura, la
CECA non solo ha vissuto ed agito, con l’aiu-
to dei governi, dei produttori e dei consu-
matori dei sei paesi, ma si è affermata come
un meccanismo fondamentale per lo sviluppo
dell’ Europa.

Sul piano economico, essa ha realizzato fra
i sei paesi membri un primo mercato europeo,
quello del carbone, del minerale di ferro, del
rottame e dell’acciaio, retto da regole comuni
di funzionamento e di orientamento a lunga
scadenza che si è rivelato estremamente vitale.

Oltre all’instaurazione di un mercato co-
mune, nel quale fossero eliminate distorsioni
e privilegi che ne falsavano il giuoco, la comu-
nità si era posta altri due scopi: assicurare il
buon funzionamento delle regole di concor-
renza e guidare le industrie del carbone e del-
l’acciaio stabilendo previsioni a lunga sca-
denza di cui esse hanno interesse a tener con-
to per gli investimenti.

La CECA ha dimostrato di poter assolvere
in modo egregio a questi scopi. Ha consentito
agli utilizzatori di acquistare al di là delle
vecchie frontiere, eliminando le sovvenzioni
e gli oneri incompatibili con le condizioni
normali di concorrenza, allo scopo di resti-
tuire ai prezzi (i cui listini sono stati resi ob-
bligatoriamente pubblici) il loro effettivo va-
lore ed ai consumatori libertà di scelta. Ha
portato all'adozione definitiva di tariffe di-
rette internazionali nel campo dei trasporti.
Ha instaurato un controllo effettivo sulle in-
tese e le concentrazioni delle imprese della
Comunità, per impedire che il giuoco della
concorrenza sia falsato dal formarsi di unità
economiche troppo potenti.

Anche la funzione di orientamento del mer-
cato viene svolta dalla CECA assai efficace-
mente, con un’azione consistente essenzial-
mente nella fissazione di obiettivi generali,
con i quali l’Alta Autorità valuta i futuri bi-
sogni di carbone e d’acciaio e analizza i mezzi
idonei a fronteggiarli, collaborando stretta-
mente, per definirli, con governi, industriali,
consumatori e lavoratori. Sono previsioni che
non hanno carattere obbligatorio per le im-
prese, ma forniscono elementi informativi e

di decisione particolarmente utili a tutti co-
loro che partecipano alla vita economica. Per
Alta Autorità, tali previsioni costituiscono
l’elemento fondamentale dei criteri della sua a-
zione d’orientamento del mercato, in particola-
re nel settore degli investimenti e della ricerca.

L’Alta Autorità svolge in questo campo
un’azione ancor più diretta: può infatti con-
tribuire al finanziamento di investimenti che
presentano un interesse notevole per la Co-
munità. Essa ha potuto concedere in tal mo-
do facilitazioni di finanziamento che ammon-
tano a 400 milioni di dollari, che hanno con-
sentito investimenti per un valore globale di
un miliardo e mezzo di dollari.

Esercitando la sua influenza sugli investi-
menti la CECA ha potuto, ad esempio, mi-
gliorare le condizioni di approvvigionamento
dell’industria siderurgica, favorendo in par-
ticolare lo sviluppo della produzione di ghisa
ed equilibrando il mercato del rottame.

La CECA ha inoltre messo in opera un
sistema europeo di riadattamento dei lavora-
tori. Essa ha infatti non solo la missione di
contribuire all’espansione economica, ma anche
quella di operare per il mantenimento del
pieno impiego. Per questo la Comunità, ac-
canto alla sua politica di sviluppo, persegue
una politica di riadattamento dei lavoratori
in difficoltà e di riconversione delle zone de-
presse e delle imprese vittime della logica
evoluzione economica.

In dieci anni l'Alta Autorità ha approvato
progetti di riadattamento riguardanti più di
150.000 operai, di cui 115.000 nell’industria
del carbone. Il suo contributo in questo set-
tore ammonta ad oltre 52 milioni di dollari
ed i governi, da parte loro, hanno devoluto
un importo equivalente. Grazie alle inden-
nità corrisposte a mezzo di queste somme, i
lavoratori licenziati possono continuare a per-
cepire temporaneamente il loro salario o be-
neficiare di una formazione gratuita. Altre
indennità assicurano loro, durante due o più
anni, un reddito equivalente a quello che essi
percepivano in precedenza, qualora il loro
nuovo salario sia inferiore. Se desiderano
emigrare verso un’altra regione, le spese di tra-
sporto e di trasloco vengono loro rimborsate.

Quali sono oggi i risultati di questa azione
d’insieme, organizzata dalla CECA?

Gli scambi intercomunitari hanno compiu-
to un balzo in avanti e corrispondono meglio
agli imperativi economici, la concorrenza è sta-
ta stimolata, gli investimenti sono aumentati,
le oscillazioni della congiuntura sono state sen-
sibilmente ridotte per i prodotti dell’industria
siderurgica, ma le difficoltà strutturali han-
no fortemente scosso il mercato del carbone.

Infine, la produzione è aumentata nell’in-
dustria siderurgica e nelle miniere di ferro,
mentre l’estrazione di carbone, dopo essere
regolarmente aumentata fino al 1957, è da
allora diminuita. I paesi terzi hanno a loro
volta beneficiato dei progressi compiuti.

Dopo l’apertura del mercato comune, gli
scambi fra i Sei hanno cominciato ad aumentare
a macchia d’olio. In dieci anni essi sono pas-
sati, per i prodotti CECA, dall’indice 100

all'indice 268. Ciò indica che l’interpenetra-
zione dei mercati si è fortemente accresciuta.

I prezzi medi della CECA sono aumen-
tati soltanto del 3% in dieci anni, contro il
16% in Gran Bretagna ed il 24% negli Sta-
ti Uniti. Questa regolarità delle tariffe ha per-
messo di sopportare gli urti della congiuntura.
Questo elemento moderatore assume il suo
vero valore ove si tenga conto dell’ influenza
dei prezzi dell’acciaio sul livello generale dei
prezzi industriali.

Inoltre, la regolarità dei prezzi ha creato
un clima di sicurezza favorevole allo sviluppo
degli investimenti mei paesi della Comunità.
Nelle industrie CECA il livello annuo di
questi ultimi è oggi superiore del 60% a
quello registrato agli inizi del mercato comune.

La produzione di acciaio è passata da 42
milioni di tonnellate nel 1952 a 73 milioni di
tonnellate nel 1962.

Particolare rilievo assume lo sviluppo acce-
lerato dell’industria siderurgica italiana la qua-
le, alla nascita del pool carbone-acciaio, era
meno sviluppata di quella dei suoi cinque
associati: dopo dieci anni, i suoi progressi in
questo settore sono due volte più rilevanti
di quelli osservati negli altri paesi della CECA.

Successo analogo si è registrato per il mi-
nerale di ferro, la cui estrazione nella Comu-
nità è passata da 65 milioni di tonnellate a
96 milioni di tonnellate. A sua volta la rac-
colta di rottame è salita da 21 milioni di ton-
nellate a 35 milioni di tonnellate.

Per contro, come la maggior parte dei paesi
occidentali, i Sei hanno visto diminuire la
loro produzione di carbone. Da 238 milioni
di tonnellate nel 1952, l’estrazione è salita a
249 milioni di tonnellate nel 1956, ma è poi
scesa regolarmente a partire da tale anno per
raggiungere attualmente i 227 milioni di ton-
nellate. Data la struttura in evoluzione del
mercato dell’energia, bisogna considerare que-
sta diminuzione come un adattamento delle
miniere allo stato di fatto di questi ultimi anni.

In armonia con l’economia generale de-
gli stati membri, la CECA deve contribuire
non solo all’espansione economica e allo svi-
luppo dell’ occupazione ma anche al miglio-
ramento del livello di vita nei sei paesi. Va
ricordato anzitutto che, con i produttori e i
consumatori, anche i lavoratori sono rappre-
sentati nel comitato consultivo che assiste
l’Alta Autorità. Pertanto essi partecipano alla
preparazione delle decisioni fondamentali da
cui dipendono, almeno in parte, il loro avve-
nire ed il loro benessere.

In secondo luogo il trattato affida all’Alta
Autorità la missione di raccogliere le infor-
mazioni necessarie per valutare le possibilità
di aumentare il tenore di vita reale dei lavo-
ratori. A questo scopo, l’Alta Autorità ha
intrapreso studi complessi ed ha svolto un’in-
dagine presso duemila famiglie della Comunità,
le quali hanno registrato, durante un anno, i
loro redditi e le loro spese.

Un altro esempio dell’azione comunitaria,
sia pure limitato ma importante in quanto rap-
presenta un’esperienza, è /a /ibera circolazione
dei lavoratori qualificati. Essi possono sce-

-

gliere a loro piacimento qualsiasi paese della
CECA, per esercitarvi il loro mestiere. Due ac-
cordi, firmati dai Sei nel 1957, assicurano loro
le garanzie necessarie: una “carta di lavoro”
valida su tutto il territorio della Comunità
ed un regime speciale di previdenza sociale.

Per assicurare agli operai carbonieri e side-
rurgici decorose condizioni di vita, l’Alta
Autorità compie uno sforzo particolare nel set-
tore degli alloggi. Essa ha fissato innanzitutto
programmi sperimentali per determinare il
tipo di costruzione meglio corrispondente ai
bisogni dei lavoratori nelle varie regioni della
CECA. Poi l'Alta Autorità ha finanziato la
costruzione di un numero importante di al-
loggi. Il valore delle costruzioni supera i
600 milioni di dollari. Alla quota-parte ini-
ziale dell'Alta Autorità, 160 milioni di dollari,
si aggiungono le quote provenienti da varie
fonti degli stati membri. Dal 1954, 75.000
case o appartamenti sono stati costruiti o
sono in corso di costruzione. Si prepara la
realizzazione di un nuovo programma di cir-
ca 25.000 alloggi, in particolare allo scopo di
contribuire al riadattamento dei minatori,
creando alloggi destinati a quelli di essi che,
in seguito all’evoluzione economica, vorreb-
bero spostarsi da un bacino all’altro.

Ma non è possibile, in questa nota che
vuol essere soltanto un sintetico panorama,
esaurire l’illustrazione della multiforme atti-
vità della CECA. C'è il settore delle ricer-
che, ad esempio, al quale essa ha devoluto in
dieci anni 37 milioni di dollari, non sosti-
tuendosi agli istituti specializzati ma favorendo
la loro collaborazione, al di là delle frontiere.

La CECA ha dimostrato in questo decen-
nio la vitalità e la funzionalità di un comples-
so di meccanismi che è servito di modello al-
le altre comunità di cui essa prepara il sor-
gere e che contengono in embrione gli organi
di una futura federazione europea.

Sulla soglia del 1963, due fatti sono al
vertice delle preoccupazioni della CECA:
l’istituzione di un vero mercato comune del-
l’energia e la domanda della Gran Bretagna
di aderire alla Comunità.

Quanto al primo, occorre considerare che
il carbone è colpito da una crisi strutturale.
I suoi problemi non possono essere regolati
indipendentemente dalle soluzioni adottate
per le altre forme di energia. L’azione della
Comunità è, in questo settore, rivolta oggi
alla elaborazione e realizzazione di una poli-
tica comunitaria dell’energia.

Quanto al secondo problema, è noto co-
me i negoziati per l'adesione della Gran Bre-
tagna all’integrazione europea, iniziatisi il
4 ottobre 1962, siano stati interrotti in se-
guito alle vicende della conferenza di Bruxelles
del 20 gennaio 1963, quando non erano an-
cora stati discussi alcuni problemi essenziali
dell’inserimento del Regno Unito nella CECA.

L’augurio da formulare è, ci sembra, che
queste difficoltà possano trovare rapidamente
una soluzione, che la Comunità possa allar-
gare ulteriormente il suo raggio di azione,
gettando muovi ponti tra i paesi europei de-
cisi ad unirsi, per il benessere comune.





Novi Ligure

Appena tre estati orsono, nel 1960, a Novi Li-
gure, nei campi su cui ora sorge il nuovo gran-
de laminatoio a freddo dell’ Italsider, i conta-
dini trebbiavano il grano.

Oggi il prodotto di queste campagne è cam-
biato : al frumento si sono sostituiti grandi ro-
toli e pile di lamierino che escono incessantemente
dall’immenso duomo d’acciaio luccicante nella
pianura.

Una nuova fonte di sicurezza e di benessere è
venuta ad arricchire il panorama economico e so-
ciale di una piccola città attiva e intraprendente.

In questa terra, che si divide tra Piemonte e
Liguria, che guarda un po’ a Genova e un po

ur

a Torino, senza dimenticare Milano, lavorare
l’acciaio non è una novità, ma una tradizione,
nata cinquant'anni fa, con il sorgere della
“ferriera”, nel 1912, quando il novese Costante
Girardengo era ancora un ciclista sconosciuto
di diciannove anni.

Nella “ferriera” hanno lavorato i nonni e poi
i padri. Sono passate due guerre mondiali.
Adesso è venuto il tempo dei figli.

Senza più spazio a Genova dove espandere
ancora gli impianti dell’ “Oscar Sinigaglia” per
tener testa alle prospettive dei consumi e avendo
a Novi, giusto al centro del triangolo industriale,
un vecchio stabilimento cui attingere uomini di
tradizione siderurgica, l’Italsider vide bene che
qui era il luogo ideale per creare un nuovo centro
produttivo. Ne è uscito il più moderno e anche
il più bell’impianto di laminazione a freddo.

Questa sezione del centro siderurgico di Cor-
nigliano è stata inaugurata il 16 marzo scorso,
presenti il ministro Bo, il sottosegretario Martino,
il presidente dell’Iri, Petrilli e il vicepresidente
della Finsider, Carafa D'Andria. Perl’ Italsider
c'erano il presidente Marchesi, l'amministratore
delegato Redaelli, î direttori generali, molti di-
rigenti e maestranze di Novi con le famiglie.

Novi è un esempio delle concezioni e delle

finalità che caratterizzano la siderurgia Iri-Fin-

sider”, ha detto l’ing. Marchesi nel suo discorso.
A questo nuovo impianto guardano con orgoglio
e fiducia i giovani come i vecchi. Perché questa
gigantesca costruzione di acciaio dalle linee ni-
tide ed essenziali è una certezza per il pre-
sente e anche per l'avvenire. Pubblichiamo nelle
pagine che seguono una parte dell’articolo di
Arrigo Ortolani per la monografia dedicata
alla sezione di I.

Entrano qui, grezzi e bruni di ossido, i
rotoli di acciaio laminati a caldo che vengo-
no direttamente da Cornigliano. Nati in riva
al mare, alle porte di Genova, si trasformano
a Novi, nell’entroterra, in uno dei prodotti
più raffinati dell’ Italsider.

Qui si lavora sul capello, sulle tolleranze
dei centesimi e dei millesimi, per la clientela
più esigente, quella che vuole lamierini sotti-
lissimi, lisci, elastici, compatti e lucenti come
specchi da salotto.

E proprio come un salotto è tenuto il la-

minatoio a freddo. Ordine e pulizia non sono
una regola dettata soltanto da ragioni esteti-
che, non sono la vetrina per i giorni delle
cerimonie, ma costituiscono una esigenza co
stante e assoluta. I prodotti che si lavorano
al “freddo” hanno un valore molto elevato,



un’alta qualità di superficie e caratteristiche
meccaniche speciali. Senza esagerazione (avre-
mo modo di constatarlo) un bruscolo grande
come la testa di uno spillo può creare seri
inconvenienti nella lavorazione.

Uno per uno, a ritmo continuo, i rotoli
sono agganciati dalle gru e portati all’entrata
della “linea di decapaggio” (questa parola
barbarica, tutto sommato, vuol dire soltanto
ripulitura delle superfici). È la prima opera-
zione obbligata alla quale devono sottoporsi
le grandi bobine di acciaio per potersi tra-
sformare in lamierini a freddo.

La superficie del nastro è ricoperta da una
sottile “scaglia” di ossido di ferro formatosi
durante il raffreddamento. Se il metallo venisse
laminato direttamente, l’ossido duro e fragile
vi resterebbe incorporato e non sarebbe pos-
sibile ottenere le superfici lisce e compatte che
chiedono i clienti.

Il primo rotolo viene svolto e comincia la
sua odissea; e subito si fa sotto il secondo che
viene saldato elettricamente ed automatica-
mente al primo (e così il terzo al secondo ed
il quarto al terzo); sicché non sono rotoli
isolati che corrono lungo questa prima “li-
nea” di lavorazione, ma un continuo, inter-
minabile tappeto d’acciaio nel quale le giun-
te tra pezzo e pezzo, levigate da una pialla-
trice, si riconoscono appena.

Il nastro che passa viene sottoposto ad
una prima operazione meccanica che ne di-
stacca parte delle scaglie ed è poi investito
da scrosci d’acqua fredda per una prima la-
vatura; poi è immesso in quattro vasche
chiuse dove una soluzione d’acido solforico,
riscaldata a vapore e di vasca in vasca sem-
pre più forte, ne morde la superficie ossidata.
All’uscita dalle vasche, ancora acqua fredda,
e poi acqua calda, e poi aria caldissima. E
infine il mastro, ora argenteo e pulitissimo,
viene rifilato, oliato, riavvolto, pesato e ta-
gliato in rotoli molto più grandi di quelli
standard del laminatoio a caldo.

Ogni rotolo si porta dietro per tutto il
suo viaggio la propria scheda di riconosci-
mento ove sono indicate minutamente tutte
le lavorazioni ed i controlli necessari.

La linea di decapaggio è lunga quasi tre-
cento metri, ma rappresenta appena l’inizio
di un lungo cammino. Entra infatti in azione
a questo punto il “signore” dello stabilimen-
to, il gigantesco treno laminatore a quattro
gabbie chiamato “tandem”, servito con puntua-
lità matematica da perfetti strumenti di auto-
controllo e manovrato da pochi giovani operai
dall’aria assorta e distaccata di professorini.

Sotto i cilindri di questa macchina perfetta
il rotolo di lamierino (che ha ancora lo spes-
sore datogli dalla laminazione a caldo) potrà
ridursi fino a raggiungere uno spessore mi-
nimo di sei decimi di millimetro.

L’operazione è apparentemente semplicissi-
ma: il rotolo di lamierino a caldo viene svolto
una seconda volta, passa docilmente attra-
verso la poderosa stretta delle quattro coppie
successive di cilindri che ne riducono lo
spessore dal cinquanta al settanta per cento,
esce friggendo e sibilando dall’ultima morsa

e l’aspo ne afferra il capo e lo riavvolge. Man
d’uomo non l’ha toccato; tutti i complicati
ed esatti movimenti di accostamento al tre-
no, la laminazione, la partenza, poi, verso i
forni di ricottura sono opera di congegni che
afferrano, stringono, alzano, abbassano, spo-
stano i pesantissimi rotoli (trentadue tonnel-
late, talvolta) con tale delicatezza e facilità
da farli sembrare nastri di seta argentea av-
volti intorno a cilindri di cartone.

Gli uomini, i pochi giovani operai dall’aria
distaccata ed assorta, distribuiti lungo le
quattro gabbie, seguono su pannelli gremiti
di manopole e strumenti indicatori le oscil-
lazioni degli aghi che rivelano le tensioni del
nastro, la velocità dei cilindri, diversa per
ogni gabbia, i “carichi” ai motori, lo spessore,
regolato affinché si mantenga entro i limiti
di tolleranza richiesti.

Il “tandem” è la macchina che più di tutte,
forse, in un centro di laminazione, esige un
lavoro di squadra, a catena, e un affiatamento
assoluto tra i vari uomini, da quello addetto
all'imboccatura del nastro a quello che con-
trolla l’aspo avvolgitore.

Ben poco viene lasciato all’iniziativa del sin-
golo, per quanto tale iniziativa, in determi-
nate circostanze, abbia la sua importanza. In-
fatti, anche al “tandem”, anzi direi, soprat-
tutto qui, non si può fare a meno dell’espe-
rienza dell’uomo.

Gli strumenti di controllo sono tanti e so-
no tutti indispensabili, d’accordo, ma vi sono
situazioni in cui l’abilità, l’ “occhio”, la pron-
tezza di riflessi e l’accordo tra i vari lamina-
tori sono altrettanto necessari. Il nastro corre
veloce (può superare il chilometro al minuto!)
e bisogna intervenire con la massima rapidità
per non rovinare decine ed anche centinaia
di metri di materiale pregiato.

Un compito particolarmente delicato degli
operai al tandem è il controllo della superficie
del nastro, specialmente nel caso degli spes-
sori minimi. Talvolta basta un corpo estraneo
di dimensioni piccolissime, una scaglia d’ac-
ciaio staccatasi da una saldatura che, durante
la laminazione, segna la levigata superficie di un
cilindro. Solo l’esperto laminatore può ricono-
scere l'inconveniente e provvedere in tempo.

Al visitatore profano tutto invece appare
semplice. Questo senso di lievità e di ovvietà
si avverte in tutti i reparti ed in tutte le fasi
della lavorazione: ogni cosa sembra facile e
chiara e l’acciaio senza peso e quasi senza
corpo. Dio mi perdoni, ma quando alla fine
della visita vidi i pacchi di lamierini tagliati e
pronti per la spedizione (con quell’imballaggio
che, a forza d’essere accurato, diventa per-
sino elegante) ebbi l’impressione di poterme-
ne portar via uno sotto il braccio, come una
scatola di canditi.

E torniamo al rotolo e alla sua tortura.

Uscito dal grande treno di laminazione,
dunque, lo si spedisce alla “ricottura”, ch'è
un’operazione complessa e delicata, destinata
a ridare certe caratteristiche meccaniche alla
lamina diventata troppo dura, fragile e “cru-
da” nella spietata stretta dei cilindri. È neces-
sario ripristinare la sua struttura, renderla

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nuovamente duttile e malleabile, eliminando
le tensioni interne che si sono create sotto i
cilindri del treno tandem.

Nel reparto ricottura grandi campane mo-
bili incapsulano i rotoli disposti l’uno sull’al-
tro in pile, e nelle camere ermetiche così
formatesi i nastri sono prima riscaldati con-
venientemente in una speciale atmosfera inerte
per impedirne l’ossidazione, e poi raffreddati.

Ma non è finita. Dopo la ricottura, all’op-
posto di prima, l’acciaio è diventato troppo
molle, privo di elasticità, rilassato. Per con-
ferirgli la rigidità necessaria, senza ridurne la
duttilità, occorre dare al nastro un piccolo
allungamento, con una nuova leggera ridu-
zione a freddo.

Il rotolo viene nuovamente svolto e ridot-
to da un altro treno di laminazione ad una

. sola gabbia, detto “temper”. I cilindri ‘sab-

biati” danno alla superficie della lamina una
determinata ruvidità, a seconda del suo im-
piego definitivo.

Da questa macchina il nastro esce sensibil-
mente diverso: la sua superficie ha acquistato
compattezza e lucore di materia nobile; a
vederlo sfrecciare fulmineo intorno all’aspo
che lo riavvolge, si direbbe che abbia captato
per via, e strettamente incorporato, un rag-
gio di luna.

Ecco, l’operazione può essere finita qui. Ma
se il committente, come spesso avviene, ha
richiesto il lamierino in fogli di una determi-
nata misura, allora il rotolo dovrà venir seg-
mentato dalle macchine tagliatrici. Appilate
poi, ed imballate, le lastre di acciaio partono
finalmente verso luoghi lontani, ciascuna con
il suo piccolo raggio di luna che ne addolcirà
il destino.

La complessità delle lavorazioni, che ho
tentato di descrivere, e l'ampiezza della pro-
duzione esigevano grande disponibilità di
spazio. Così il “centro a freddo” novese ha
finito per occupare un’area di 780.000 metri
quadrati, di cui 70.000 coperti dal complesso
dei capannoni metallici e quasi 10.000 dagli
edifici in muratura. Nel loro insieme i capan-
noni sono lunghi più di un chilometro, alti
trentadue metri e larghi fino a quaranta.

Tutto ciò basterebbe a dare un’idea abba-
stanza precisa delle proporzioni, veramente
inusitate, del laminatoio. Ma, poiché ci siamo,
convien citare ancora qualche cifra.

Per le fondazioni dello stabilimento sono
state impiegate 12.250 tonnellate di tondo
d’acciaio e 4.600 pali di cemento. Il montag-
gio dei capannoni metallici, che hanno un
volume di quasi 1.600.000 metri cubi, ha ri-
chiesto oltre 17.000 tonnellate di carpenteria,
compresi i carriponte. Per livellare il terreno
si è dovuto ricorrere all'impiego di due mi-
lioni di metri cubi di terra di riporto, rica-
vata da cave distanti otto chilometri. Sono
stati costruiti, per le comunicazioni interne
dello stabilimento, diciotto chilometri e mez-
zo di binario ferroviario, sessantamila metri
quadrati di strade e piazzali asfaltati.

Il macchinario installato pesa complessiva-
mente circa 14.000 tonnellate.

La realizzazione di un complesso che, nel



sopra: una veduta del grande edificio del centro di laminazione a freddo di Novi Ligure - nella pagina a fianco: rotoli
a caldo provenienti dal centro siderurgico di Cornigliano, pronti per la lavorazione a freddo al treno tandem.

suo genere, è uno dei più potenti e perfezio-
nati d’Europa, ha comportato logicamente
una vasta serie di problemi. Basti pensare, a
questo proposito, alle principali caratteristi
che del laminatoio tandem e del treno temper
nei quali vengono impiegati i più moderni
sistemi di regolazione elettrica semiautomatica
ed automatica.

I controlli di spessore del nastro al treno tan-
dem vengono effettuati con misurazione a raggi
X le cui segnalazioni sono automaticamente
trasmesse ai motori di comando del treno.

Anche negli altri impianti sono ampiamen-
te diffusi i sistemi di regolazione automatica:
ad esempio al decapaggio per il dosaggio del-
l’acido solforico, alle linee di taglio per la
regolazione di velocità e per il controllo del-
lo spessore.

Altro difficile problema affrontato è stato
quello della purificazione di tutti i liquidi di
ricupero dello stabilimento per evitare qua-
lunque inquinamento delle acque pubbliche.
Gli impianti di neutralizzazione di acque acide
e di depurazione di acque contenenti olii co-
stituiscono nel loro insieme una testimonianza
di come ci si sia preoccupati della salute pub
blica, in una misura ben raramente riscontra-
bile in altri complessi del genere.

Le non lievi difficoltà connesse ai problemi
che ho portato come esempio sono state af
frontate e risolte dalla Cosider (la società cui
sono delegati i compiti di progettazione e di
esecuzione dei programmi di muovi impianti
nell’ambito delle aziende Finsider) con la col-
laborazione della CMF (Costruzioni Metalli
che Finsider) e degli uffici tecnici dell’Italsider.

Quel che ho detto fin qui riguarda ciò che
“si vede” andando in giro per lo stabilimento.
Ma vi è una parte invisibile, ed è l'enorme re
te di gallerie e di cunicoli (quattro chilometri
di lunghezza) che corrono sottoterra e ospi
tano centottantacinque chilometri di tubature

per fluidi ed oltre settecentoventicinque chi-
lometri di cavi elettrici: le catacombe dell’ac-
ciaio. Per fare tutto ciò ci sono volute oltre
630.000 giornate di lavoro, distribuite nello
spazio di poco più di due anni. Ma le misu-
re e i pesi, le superfici e le cubature dicono
la grandiosità dell'impianto, non ne dicono la
bellezza. E questo di Novi non è soltanto uno
dei più moderni e funzionali laminatoi d’Euro-
pa, è anche verosimilmente il più bello; co-
munque è straordinariamente bello in senso
assoluto. Poteva esserci, nell’interno dei ca-
pannoni, una luce qualsiasi, non quella stu-
penda luce argentea che piove dall’alto e si
diffonde, blanda e consolatrice, su ogni pa-
rete e in ogni angolo.

Potevano esserci delle strutture portanti
qualsiasi, non quelle sottili colonne d’acciaio
e quelle aeree capriate, di una eleganza che
sfugge decisamente al dominio della mera fun-
zionalità per entrare in quello dell’arte. Avreb-
be potuto essere soltanto un ambiente ideale per
le macchine; invece è fatto anche per la vita
dell’uomo, per una vita compiutamente civile.

Le ragioni di Novi

Le ragioni che hanno spinto l’Italsider a
costruire a Novi Ligure un grande centro di
laminazione a freddo, del
centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cor-
nigliano, sono di chiara evidenza. Mentre dal
1954 al 1962 il consumo italiano d’acciaio è
aumentato del 150%, quello di lamiere sottili
laminate a freddo, pur non tenendo conto dei
notevoli quantitativi sottoposti a stagnatura
e a zincatura, è aumentato del 450%, pas-
sando da 215.000 a 1.180.000 tonnellate.

Quali sono i motivi dell’affermazione del
consumo delle lamiere sottili laminate a fred-
do che ha richiesto, specie negli ultimi anni,

sezione staccata

un ampio ricorso all’importazione? Essi sono

dovuti logicamente ai vantaggi riscontrati



dai settori di utilizzazione e allo sviluppo che
tali settori hanno assunto. La lamiera sottile
a freddo sta inoltre gradualmente soppian-
tando nell’uso l’utilizzazione della lamiera sot-
tile laminata a caldo, ancora indubbiamente
per i vantaggi da essa offerti.

Tra questi vantaggi i principali sono: su-
perficie brillante, esente da ossidi, con grado
di finitura regolabile in relazione agli impie-
ghi specifici; imbutibilità e stampabilità deci-
samente superiori alla lamiera sottile a caldo,
con possibilità di ottenere grossi pezzi con
un unico sviluppo ed un’unica operazione;
gradi di durezza e di rigidità ottenibili in un
campo molto vasto; uniformità delle proprie-
tà e quindi possibilità di impiego in lavora-
zioni di serie a frequenza elevata; adattabilità
a qualsiasi rivestimento protettivo, senza par-
ticolari trattamenti; saldabilità in. qualsiasi
condizione; possibilità di ottenere spessori
molto sottili e quindi di minor peso; tolle-
ranze dimensionali più ristrette e uniformi.

Le prospettive di un’ulteriore affermazione
del consumo delle lamiere sottili a freddo si
presentano molto favorevoli.

Secondo stime relative agli ultimi due-tre
anni, tale prodotto è stato assorbito nella
misura del 40% dal settore degli autoveicoli
e per circa il 12% da quello degli elettrodo
mestici. Si valuta inoltre che circa il 79
stato impiegato nel settore degli arredamenti
metallici e il 10-15% nel settore della mecca-
nica varia. La parte rimanente si fraziona in
molteplici settori, quali le costruzioni ferro-
viarie, la carpenteria e l’edilizia.

La lamiera sottile a freddo è quindi diretta
a settori in cui è certo uno sviluppo sempre
più accentuato, e la sua utilizzazi
dendosi ancora a molti altri.

Tenendo conto di questi fatti si valuta che
intorno al 1966 il consumo italiano di lamie
re sottili a freddo, escludendo i quantitativi

i sia

zione sta esten-



destinati alla stagnatura o alla zincatura, do-
vrebbe raggiungere 1.800.000 tonnellate an-
nue con un incremento di oltre il 50%, rispetto
al livello raggiunto nel 1962. Per far fronte
a questo considerevole aumento dovevano es-
sere notevolmente potenziate le attrezzature
attualmente inadeguate.

Fattore basilare di questa espansione pro-
duttiva è il nuovo centro di laminazione Ital-
sider che produce lamiere sottili a freddo de-
stinate alla vendita, cioè i prodotti di cui ab-
biamo delineato il prevedibile aumento di
consumo. A Novi
laminati a caldo prodotti a Cornigliano e vi
affluiranno domani anche rotoli che saranno
prodotti dal nuovo centro siderurgico di
Taranto, attualmente in costruzione.

Già nel 1964 la produzione del nuovo cen-
tro di laminazione raggiungerà il ritmo di
850.000 tonnellate annue.

affluiscono oggi rotoli

Perché a Novi Ligure la localizzazione del
nuovo complesso industriale?

Novi Ligure non è soltanto il naturale sboc-
co delle imprese industriali genovesi ma è anche
punto di incontro delle iniziative torinesi e
milanesi. A Novi inoltre l’Italsider possedeva
già uno stabilimento siderurgico che avrebbe
dato la possibilità di avere in loco maestranze
addestrate alle lavorazioni siderurgiche.

Il vecchio stabilimento, fondato nel 1912
dalla Società Anonima “Ferriere di Novi Li-
gure”, si basava sulla produzione di acciaio
Martin-Siemens e su una sezione di laminatoi
per vari tipi di lavorazione (tondi, profilati
per carpenteria, lamiere grosse, lamiere sottili
a caldo e a freddo). Nel 1955 aveva raggiunto
il record produttivo di 200.000 tonnellate
di acciaio e 183.000 tonnellate di laminati,
Tuttavia l’obsolescenza degli impianti, nono-
stante le trasformazioni e le innovazioni, aveva
indotto la Finsider a concentrare le varie pro-
duzioni in altri stabilimenti della società, spe-
cializzati e più moderni. Adesso, con il nuovo
laminatoio a freddo, Novi Ligure possiede
uno dei complessi più attrezzati di questo tipo
esistenti in Europa.

La sezione staccata del centro siderurgico
“Oscar Sinigaglia”, a Novi Ligure, impiega
attualmente oltre duemilatrecento lavoratori
nel nuovo laminatoio e nelle lavorazioni del
vecchio stabilimento mantenute in funzione.

Si è reso necessario naturalmente addestrare
gli operai ai nuovi processi produttivi. A
questo scopo un centinaio di essi sono stati
inviati negli Stati Uniti ove hanno soggior-
nato per tre mesi. Altri duecento lavoratori
sono stati impiegati, per periodi varianti da
due a sedici mesi, nel laminatoio a freddo di
Cornigliano. Nello stesso tempo si è svolto
l’intenso lavoro di addestramento necessario
per adeguare la preparazione tecnica degli ad-
detti alle lavorazioni del vecchio stabilimento
alle esigenze più complesse del laminatoio a
freddo.

L’Italsider ha subito affrontato il problema
del rinnovo tecnologico delle maestranze per
impedire qualsiasi squilibrio determinato dal
mutamento delle mansioni.

E chiaro che l'economia novese non potrà



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non trarre notevoli vantaggi dall’entrata in
funzione del laminatoio a freddo. Si può in-
tanto affermare che, con la nuova sezione del-
l’ “Oscar Sinigaglia”, comprendente anche il
vecchio stabilimento, si è posto fine al pro-
gressivo esaurimento della siderurgia novese.

Inoltre, mentre le produzioni del vecchio
stabilimento non erano idonee ad essere fa-
cilmente trasformate dalla piccola e media



industria, il lamierino a freddo, per il suo fa-
cile e duttile impiego, può far sorgere, nei
pressi del centro produttivo, numerose indu-
strie di trasformazione.

Con il nuovo stabilimento Italsider le tra-
dizioni della piccola e media impresa indu-
striale novese, oggi floride e presenti con
molte iniziative, dovrebbero dunque essere
maggiormente rinvigorite ed accresciute.

12

La ruota

Tra le relazioni presentate al primo congres-
so internazionale dei rodeggi (di cui parliamo
più diffusamente a pagina 18), quella dell’ inge-
gnere O. H. Lehmann della società siderurgica
tedesca “ Oberhausen A. G.”, che pubblichia-
mo per gentile concessione dell’ autore, interes-
serà certamente i lettori della nostra rivista.






La relazione, nellà sua prima parte, traccia
una storia della ruota. Nella seconda parte,
Lehmann si occupa dell'evoluzione della tecnica
e dei problemi costruttivi delle ruote ferroviarie,
fino ai giorni nostri. Anche le illustrazioni
sono state messe a nostra disposizione dal-
l’ ing. Lehmann.

a sinistra: il più antico esempio di ruota che sia giunto
intatto fino a noi. Si tratta di una ruota di legno a
disco trovata in Germania, nella palude di Federsee.
Si calcola risalga a circa tremila anni orsono (Museo
di Federsee, Buchau).

Il primo «congresso internazionale sui ro-
deggi» si occupa di un elemento strutturale
inerente alla costruzione dei veicoli, la cui
importanza è per lo più sconosciuta, o al mas-
simo conosciuta soltanto dai tecnici. Si trat-
ta della ruota, che scorre invisibile sotto il
veicolo e che con la sua presenza porta un
contributo quanto mai importante a quello
che viene comunemente chiamato traffico.
Chi esamini l’evoluzione della ruota attraver-
so i tempi, resta sorpreso nel constatare at-
traverso quante e così diverse vie si sia svolta
tale evoluzione e quali ampie prospettive ri-
servi il futuro.

Come tecnici, è possibile delineare, anche
senza essere storici o archeologi, uno studio
esatto e sistematico dello sviluppo della ruo-
ta individuando tutti gli avvenimenti passati
di cui si può disporre onde poterli giustamente
valutare.

Alla domanda: « Cosa si intende per ruota? »
ha risposto il fisico tedesco J. S. T. Gehler
nel 1843, nel suo dizionario di fisica, con
questa esatta definizione: « Per ruota si deve
intendere in genere un disco rotondo che può
essere massiccio o munito di raggi, che pre-
senta un perimetro piano o rigato e che è





nella pagina accanto: raffigurazione rupestre del
1200 circa a.C. con carri da caccia e da guerra
muniti di ruote a raggi, scoperta da Lhote sui
monti Tassili, nel nord del Sahara presso Agefu.
(H. Lhote, pitture rupestri).



in costante correlazione con un asse passante
attraverso il suo punto mediano, perpendi-
colare al suo piano, fisso o mobile nel disco
Stesso ».

Da questa chiara e precisa definizione si
arriva presto ad una seconda domanda: « Qua-
l’è l’origine della ruota? Come è stata creata? »
Nella sua ricerca storica E. Wahle afferma
che esistono sull’argomento due opinioni
contrastanti. Negli ambienti tecnici si pro-
pende per l’opinione secondo la quale l’ori-
gine della ruota è da ricercare in un tronco
rotondo; secondo l’altra opinione, sostenu-
ta dagli studiosi Hahn e Forestier, il modello
della ruota più antica sarebbe stato un piccolo
disco forato simile a quello adoperato in fi-
latura.

Quanto alla prima opinione, che vedrebbe
nascere la ruota dai grossi carichi che veni-
vano spostati per mezzo di rulli sottostanti,
ci si può chiedere se nei tempi primordiali
nei quali la ruota sarebbe stata creata venis-
sero già spostati carichi del genere. Inoltre è
discutibile che i primi veicoli realizzati in
questo modo possedessero comunque la ne-
cessaria capacità di trasporto. È supponibile
che vi sia stato uno spontaneo sviluppo da
veicoli piccoli e leggeri a quelli grandi.

L’ipotesi secondo la quale la ruota sarebbe
derivata dal tronco d’albero si basa sul fatto
che il suo sviluppo si sarebbe verificato nei
punti più diversi del globo e indipendente
mente dai più diversi centri di civiltà. Tutta-
via, per quanto la ruota sia stata diffusa co-
me parte di veicolo, e per quanto la croce a
forma di ruota sia stata largamente adoperata
dovunque come ornamento o simbolo, si de-

sotto a sinistra: uno sfarzoso carro da cerimonia celtico pro-
veniente da Dejberg (Jiitland occidentale). Risale al 500 a.C.
(Museo Nazionale, Copenaghen).

sotto a destra: carro vichingo proveniente dalla nave di Ose-
berg e risalente all'800-850 d.C. (Museo dell'Università, Oslo).

ve notare che il carro con ruote rimase scono-
sciuto sul continente americano sino all’ar-
rivo degli europei, secondo quanto risulta
dalle ricerche finora compiute. Sia nella civiltà
anteriore ai Maja che in quella anteriore agli
Incas, non sono state scoperte fino ad oggi
rappresentazioni di ruote o di carri né nelle
immagini di pietra né nelle statue, per quanto
anche qui risulti che si trasportassero carichi
di pietre particolarmente grossi.

Tutto sembra indicare che nel vecchio
mondo il carro abbia avuto, inizialmente, solo
una limitata diffusione, ciò che può essere
spiegato dal fatto che la sua invenzione e la
sua libera creazione abbiano avuto un inizio
unico. Ma è certamente dubbio che la ruota
sia stata inventata come fine a se stessa O pri-
ma di un suo impiego utilitario determinato.

Il 1922 riveste particolare importanza per
la storia della ruota; fu infatti in quell’anno
che il prof. Leonard Woolley, nel corso dei
suoi scavi in Mesopotamia, scoprì una necro-
poli dei re Sumeri presso la città di Ur. Ri-
cerche successive e la scoperta di tombe del-
l’anno 2800 prima di Cristo, hanno consentito
di ritrovare molti oggetti di uso comune tra
cui timoni di carri, anelli per redini e altre
parti appartenenti all’equipaggiamento di carri.
Fu anche portata alla luce una raffigurazione
in conchiglie, lapislazzoli e calcare rosso, il
cui significato non è ancora stato bene chia-
rito e che ritrae scene di guerra e di pace dei
Sumeri. Si tratta del cosiddetto ‘emblema a
mosaico” di Ur, che contiene la rappresen-
tazione più antica fino ad oggi conosciuta di
una ruota, già impiegata in un veicolo utilitario.
Questa immagine, vecchia di quasi cinquemila



13



anni, mostra la ruota costituita da tre parti di
legno collegate l’una all’altra mediante quat-
tro coppie di cunei. Una figura molto simile
si trova su una placca votiva proveniente
anch’essa dalle tombe dei re di Ur.

Sembra quasi certo, studiando questa ruo-
ta già largamente sviluppata, che il suo im-
piego nel culto e poi nei carri da caccia e da
battaglia risalga ad un’epoca ancora anteriore.
La forma del carro e la sua esecuzione tec-
nica sono in relazione con le capacità e co-
gnizioni del periodo, con il compito della
ruota e con il tipo di veicolo sotto il quale
la ruota doveva scorrere.

Anche nei periodi di civiltà successivi la
ruota compare dapprima sotto i carri sacri,
poi sotto il carro del conquistatore, sotto i
carri da caccia e da guerra, prima di trovare
impiego come mezzo di trasporto per veicoli
utilitari. In base ai risultati finora conosciuti
delle ricerche, dai Sumeri la ruota passò
agli Assiri, ai Fenici e poi agli Egiziani, se-
guendo una via da oriente verso occidente.
Altra ruota appare in un dono votivo, più
precisamente un tiro a quattro, ritrovato nel
tempio di Sciara, presso Tell Agrab, circa
2600 anni prima di Cristo. In un periodo suc-
cessivo, ossia 1500-2000 anni più tardi, nella
stessa zona, la ruota ha perso la forma a di-
sco: compare la ruota a raggi su carri da caccia
e da combattimento. Ecco ancora la ruota
in una stupenda pittura a smalto di Babilonia,
di un periodo tra il dodicesimo e l’ottavo se-
colo prima di Cristo.Nel museo di Ankara
è conservata la ‘Caccia al leone” di Aslan
Tepe, goo anni circa prima di Cristo. Mostra
una robusta ruota a raggi di un carro da

14

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caccia, che trecento anni dopo assumerà di-
mensioni ancora maggiori, nella raffigurazio-
ne del carro di Assurbanipal, nel palazzo di
Kuiundcick, presso Ninive (669-626 a.C.).

Tuttavia già settecento anni prima gli Egizi
erano padroni dell’arte della costruzione del-
la ruota nella sua forma finale. La scoperta
della tomba di Tutankamen (1358-1350 a.C.)
ci portò elementi preziosi riguardo alla strut-
tura della ruota, nelle immagini di due carri
da caccia di questo re. Numerosi lavori in
rilievo dei templi di Karnak e Luxor ci pre-
sentano belle raffigurazioni di ruote degli
anni intorno al 1300 a.C.

Nelle sue spedizioni nella regione di Tassili,
nel Sahara del nord, H. Lhote trovò raffi-
gurazioni rupestri con carri da caccia e da
guerra muniti di ruote a raggi, la cui origine
sembra rimontare al 1200 circa a.C.

Negli ultimi secoli prima di Cristo furono
eseguite centinaia di rappresentazioni di carri
e ruote presso i Greci, mentre presso gli
Etruschi nell’ Italia centrale e settentrionale
si trovano raffigurazioni su vasi e in quadri
murali di tombe. Il Metropolitan Museum
di New York possiede tra i suoi tesori l’ori-
ginale di un carro da guerra etrusco. Dal pe-
riodo romano ci provengono innumerevoli
raffigurazioni di carri e di ruote; menzione-
remo qui soltanto gli altorilievi della colonna
di Traiano a Roma e del mausoleo di Traia-
no ad Adamklissi nella Dobrugia.

A nord delle Alpi fu scoperto in Germania,
presso le paludi di Federsee, nella regione di
Buchau, il più antico esempio di ruota: una
ruota di legno a disco, la cui età è stimata a
circa tremila anni. Come nel caso delle ruote
dei Sumeri, si tratta qui di una ruota a disco
in tre parti di legno, di costruzione notevole.
Si possono citare esempi di ruote bellissime
delle regioni nordiche, come il carro sfarzoso
dei Celti proveniente da Dejberg (Jiitland

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sopra: (a sinistra) i Sumeri conosce-
vano la ruota cinquemila anni fa.
Lo prova l'emblema a mosaico” di
Ur che contiene la rappresentazione
fino ad oggi conosciuta di una ruo-
ta di legno (British Museum, Londra).

(a destra) una ruota a raggi nel
carro da caccia assiro del re Assur-
banipal. Risale ad oltre 600 anni a.C.
(British Museum, Londra).

a fianco: ruote di carri da guerra
negli altorilievi della colonna di Tra-
iano a Roma.

occidentale) del 500 circa a.C. e il carro de!
Vichinghi proveniente dalla nave di Oseberg,
degli anni 800-850 d.C.

Trattando della ruota e del suo sviluppo
attraverso i secoli, ci si deve allontanare dal
suo concetto di elemento strutturale di veicolo
per rivolgersi alla sua rappresentazione quale
simbolo. Sin dai tempi più antichi si usò
raffigurare la ruota, e si può supporre che la
concezione primitiva della sua immagine fos-
se appunto quella di simbolo. Come simbolo
del sole e dell’eternità essa si presentò per la
prima volta agli uomini nel disce circolare,
che percorreva giorno per giorno il firma-
mento. L’uomo lo adottò nel suo culto, nel-
la sua religione. Dovunque, nelle credenze
degli uomini ci imbattiamo in questo segno
dell’essere supremo. Le tombe gigantesche del-
l’età della pietra più recente sono adornate con
raffigurazioni di ruote; ne abbiamo esempi
particolarmente belli nel carro del sole di
Trundholm, la cui origine risale al quattor-
dicesimo secolo prima di Cristo. Sul capitello





di una colonna di Sarnath sul Gange (250
circa a.C.) incontriamo una raffigurazione di
ruota, la ruota buddistica della legge, che dal
1947 è stata adottata come emblema di so-
vranità dalla Repubblica Indiana. Già agli
inizi del cristianesimo la ruota è simbolo del
divino e dell’eterno. Si trova spesso su pie-
tre tombali e sarcofaghi, come nella Basilica di
Sant’ Apollinare in Classe presso Ravenna, del
sesto secolo d.C.

Con la costruzione di chiese, il periodo ro-
manico tra l’ 800 e il 1200 ci offre belle rap-
presentazioni del simbolo della ruota nell’ar-
chitettura: in particolare i grandi rosoni sulle
entrate principali delle chiese. Lo stile gotico,
che appare successivamente, trasforma in
maggiore o minore misura il rosone in ro-
setta.

Con questa breve incursione nel campo
dell’architettura e della rappresentazione della
ruota quale simbolo, ci siamo allontanati dal
concetto di ruota come elemento di trasporto,
che, dopo gli anni 1000 d.C., non ha raggiun-



sopra: uno sfarzoso carro di Tutankamen,
La scoperta della tomba del grande re
egiziano (1358-1350 a. C.), ricca di pre-
ziose suppellettili perfettamente conser-
vate, ci portò elementi interessanti ri-
guardo alla struttura della ruota nel-
l’antichità (Museo del Cairo).

a destra in alto: stupenda pittura a smal-
to su mattonelle di Babilonia,

a fianco: originale di un carro etrusco
da battaglia, custodito fra i tesori del
Metropolitan Museum di New York.



16

Carro solare votivo degli scandinavi dell’età del bron-
zo trovato a Trundholm (Danimarca) e risalente a quat-
a.C. (Museo

tordici secoli Nazionale,

Copenaghen),



to in genere un ulteriore sviluppo, per quan-
to riguarda il suo impiego come ruota per
carri o vagoni.

Ora pesante ora leggera, con armature di
ferro, di bronzo e d’argento, in realizzazioni
ed esecuzioni pesanti per carri da trasporto
e affusti di cannone durante il Medio Evo,
la ruota rimane sempre di legno.

Ancora nel sedicesimo secolo le ruote dei
carrelli da miniera sono interamente di legno.
In Germania vengono introdotte per la prima
volta nel 1775 ruote e rotaie di ghisa nell’eser-
cizio in miniera; e così la ruota di ferro in-
comincia la sua marcia vittoriosa. In un ca-
talogo della Gutehoffnungshiitte del 1820 si
offrono ruote di ghisa con e senza bor-
dino.

Ma la ruota di ghisa non è abbastanza re-
sistente in esercizio. L’idea di munire la ruota
di ghisa di un cerchione di acciaio fucinato
viene attuata nel 1827 in Inghilterra. Il pro-
filato, che era stato laminato in un normale
laminatoio e secondo un adeguato profilo,
veniva tagliato alla lunghezza appropriata e
l’elemento ottenuto veniva piegato per poi
saldare l’una contro l’altra le due estremità.
Questo procedimento è stato conservato fino
alla metà del diciannovesimo secolo, ossia
ben dopo l’invenzione della ferrovia (1825),
benché sorgessero continuamente difficoltà
nei punti di saldatura e rotture in esercizio.

Nel 1849 fu rilasciato a Germain Morel
un brevetto francese secondo il quale si av-
volgevano l’una intorno all’altra, ad anello,
asticelle di ferro da puddellaggio che poi si la-
voravano col martello e a caldo. Era un no-
tevole passo avanti, in quanto questa tecnica
eliminava il più possibile le incrinature del
cerchione.

Frattanto Alfred Krupp inventava l’acciaio
colato e studiava assiduamente la possibilità

La «caccia al leone” di Aslan Tepe
(circa 900 anni a.C.) presso Mala-
tia (Museo Archeologico di Ankara).

di utilizzarlo anche per i cerchioni. La sua
invenzione del cerchione completamente pri-
vo di punti di saldatura risale al 1853, dopo
molti tentativi da lui compiuti di produrre
cerchioni di acciaio colato adoperando addi-
rittura la colata centrifuga. Krupp riuscì a
portare a termine la sua invenzione a prezzo
di grandi sforzi e di molta pazienza. Questo
procedimento fu abbandonato da lui solo
dopo il 1870. Il processo di fucinatura e per-
forazione, ancora in uso al giorno d’oggi,
venne messo a punto nel 1865 dalla Cammel e
Co. di Sheffield.

Nella prima metà del secolo scorso il di-
sco per ruota dominante era quello in ghisa
grigia, fino a che, nel 1850, Jacob Mayer di
Bochum riuscì a colare l’acciaio col sistema
della formatura. Nel 1854 si cominciò a cola-
re l’acciaio in anelli, e le prime ruote mono-
blocco, ossia le ruote con profilo del cerchio-
ne ottenuto per colata, videro la luce nello
stesso anno.

Con lo sviluppo sempre crescente delle
ferrovie, le prestazioni ottenute mediante la
fucinatura nel campo del materiale rotabile
diventano via via insufficienti. Dall’ Inghil-
terra e dalla Francia giungono proposte di
nuovi laminatoi per cerchioni. In Germania
vengono presentati apparecchi speciali di
martellatura per la fucinatura a profilo di
cerchioni. Benché la ruota di acciaio colato si
sia già affermata, vengono fatte nuove prove
per realizzare una ruota particolarmente si-
cura, prove che si estendono sia alle ruote
avvolte sia alla fabbricazione della ruota di
Losh. Questo capolavoro della tecnica di fu-
cinatura compare alla metà del secolo scorso
sotto forma della cosiddetta “ruota a raggi
doppi”. Questa ruota fu prodotta fino al
1935 circa ed è ancora parzialmente in uso

oggi.



La fabbricazione costosa e molto difficolto-
sa di questo tipo di ruota non ha resistito al-
la concorrenza della ruota in acciaio colato,
particolarmente in acciaio duro, della ruota
monoblocco in acciaio laminato e del disco
per ruota laminato.

La ruota ferroviaria con cerchione, costi-
tuita da un disco elastico tenero e da un cer-
chione più duro, resistente all’usura, si af-
fermò ben presto, mentre la ruota monobloc-
co laminata in un solo pezzo incominciò a
competere con la ruota di ghisa dura solo
molto lentamente. Ad esclusione degli Stati
Uniti, si dovette aspettare fino al 1930 circa
prima che la ruota monoblocco fosse impie-
gata in misura notevole nel resto del mondo.
In questo periodo il disco semplice con cer-
chione “calettato” (cioè montato a forza
su di esso) si è affermato a tal punto
che si è potuto parlare di grandi progressi
nella costruzione delle ruote basandosi su
questo tipo, che offriva principalmente i van-
taggi della diminuzione del peso non mol.
leggiato e dello smorzamento del rumore in
esercizio. Già alla fine del secolo scorso si
era tentato negli Stati Uniti d'America, in
Svezia e in Germania di calettare cerchioni
su dischi di legno di tek. Questa idea si af-
fermò nella prima guerra mondiale per moti-
vi di economia dell’acciaio; furono anche fab-
bricate ruote cerchiate di legno e di carta
pressata, che tuttavia non erano adatte per
un esercizio prolungato.

All’inizio degli anni trenta, nel tentativo di
diminuire il peso dei vagoni, si propose di
impiegare un disco per ruota leggero, prodot-
to con il normale processo di laminazione e
munito di una doppia nervatura dopo la la-
vorazione. In questa forma esso si conquistò
un posto nella costruzione di vagoni. Sem-
pre nel quadro dell’evoluzione verso strut-



Altre ruote di veicoli bellici nel mauso-
leo dell’imperatore Traiano ad Adam-
klissi (Museo di stato, Bucarest ).



ture leggere furono anche introdotti metalli
non ferrosi, preferibilmente leghe di allu-
minio, che venivano modellati a disco con
il processo di fucinatura.

La ruota monoblocce che viene fucinata e
laminata parzialmente in un solo pezzo, in-
cluso il cerchione, ha incominciato a sosti-
tuirsi negli ultimi quindici anni alla ruota
cerchiata, benché in diversi paesi essa si trovi
in aspra concorrenza con la ruota fusa in ac-
ciaio duro che, grazie alle migliorate possibi-
lità di colata, sta affermandosi maggiormente
sul mercato. La ruota laminata monoblocco
viene oggi impiegata per lo più in treso-
luzioni

a) ruota con raffreddamento controllato
entro differenti limiti di resistenza mec-
canica;

b) ruota con sezioni completamente trat-
tate termicamente entro differenti limiti di
resistenza meccanica;

c) ruota con la parte di cerchione trattata
termicamente sulla superficie di scorrimento,
dove il trattamento può estendersi a valori di
durezza elevati sulla superficie di scorrimento
e sulle cavità del bordino, come pure ad un
trattamento termico più profondo della parte
di cerchione.

Le vicende della ruota e il suo sviluppo
fino alla ruota monoblocco, che hanno po-
tuto essere presentati in questa relazione in
forma molto sommaria, ci portano a chiederci:
«È giunto al suo termine lo sviluppo della
ruota monoblocco fucinata? » Benché negli
ultimi venticinque anni il traffico si sia spostato
in forte misura dalla rotaia alla strada, non si
deve trascurare il fatto che il trasporto su rotaia
conserverà anche nel futuro una particolare im-
portanza. Per i direttissimi internazionali, per il
traffico urbano con ferrovie sotterranee e per
le linee con trasporti di massa, che verranno

Le ruote dei carrelli da miniera erano ancora interamente
in legno nel sedicesimo secolo. Nella foto, un carrello delle
miniere degli Erzgebirge in Germania (Siebenbiirgen).

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forse esercite un giorno con scartamenti mag-
giori, si utilizzeranno ancora per decenni le
ruote monoblocco fucinate. E qui conviene
notare gli sforzi delle ferrovie germaniche
per realizzare un parco di veicoli destinati a
raggiungere una velocità massima di 200 e
addirittura 250 km all’ora. Siamo anche al cor-
rente dei tentativi delle ferrovie francesi,
che hanno dato per risultato elevate velocità
di viaggio.

Per tutti questi motivi non si possono con-
siderare esaurite le questioni di fabbricazione,
di materiale e di costruzione delle ruote per
ferrovia.

Distinguiamo in linea generale due tipi di
ruota al giorno d’oggi: un tipo contro l’usura
semplice ed uno contro l’usura multipla, che
vengono ottenuti mediante rafforzamento del
cerchione oppure mediante trattamento ter-
mico del medesimo.

La questione dell’ usura della ruota, non
disgiunta dall’usura della rotaia, della mag-
giore sollecitazione della ruota dovuta a mag-
giori pressioni sugli assali e maggiori velocità
dei mezzi di trasporto, esige caratteristiche
speciali degli acciai, caratteristiche che non
sono state ancora sufficientemente studiate op-
pure che sono ancora scarsamente conosciute
a causa della laboriosità e complessità delle
ricerche. Inoltre occorre accennare qui anche
all'influenza del limite di snervamento nel
caso della sollecitazione della ruota dovuta
alla pressione sugli assali e alla velocità pe-
riferica.

Occorrono ulteriori studi riguardo alla strut-
tura e alla forma delle ruote, ma specialmente
riguardo alla loro normalizzazione. Si potrebbe
in questo campo svolgere un lavoro fruttuoso
su un piano internazionale. Con la determina-
zione della misura delle ruote normalizzate per
grandi settori di impiego verrebbero anche

17

Rafligurazione del-
la ruota in un mo-
indiano.

numento



fornite ai laminatoi per ruote maggiori pos-
sibilità di giungere ad una laminazione più
precisa, laminazione che al giorno d’oggi ri-
chiede un elevato impiego di lavoro con molti
difetti, dato il basso numero dei pezzi pro-
dotti. Rientra in questo campo anche la rea-
lizzazione di una ruota monoblocco leggera
laminata, ottenibile con un minimo -impiego
di lavorazione al tornio.

Esistono oggi circa trenta laminatoi per ruo-
te o per ruote monoblocco; ne sono stati co-
struiti quattro nuovi dopo il 1945. In diversi
stabilimenti più antichi sono stati portati signi-
ficativi perfezionamenti alle macchine, così che
è possibile lavorare con prestazioni sensibil-
mente più elevate. Si deve accennare al fatto
che gli stabilimenti fino ad oggi esistenti
hanno potuto soddisfare alla richiesta com-
plessiva di ruote da parte delle ferrovie. La
prestazione dei nuovi stabilimenti supera qua-
si del cento per cento quella degli impianti più
antichi, data la forte meccanizzazione della la-
vorazione. È noto che una meccanizzazione dei
processi di lavorazione porta ad una sensibile
facilitazione dei singoli lavori, e d’altra parte
sappiamo che, nonostante l’uniformità, quasi
ogni ruota da fabbricare richiede un tratta-
mento individuale. Da quanto è stato detto
sopra è da presumere che lo sviluppo della
ruota monoblocco non sia ancora arrivato al
suo termine. Gli stabilimenti più antichi che
fabbricano materiale rotabile, con la loro
esperienza di decenni, hanno ancora oggi una
posizione di vantaggio rispetto agli stabili-
menti nuovi o che iniziano solo ora la loro
attività. Con un lavoro comune su tutti i pro-
blemi riguardanti la ruota ferroviaria, i suoi
processi di fabbricazione e le macchine neces-
sarie, ci si deve sforzare non solo di mantenere
questa posizione di vantaggio ma addirittura
di migliorarla.







Il congresso

Dal 7 al 12 aprile si è svolto a Bergamo il primo
congresso internazionale dei rodeggi con la parteci-
i nenti personalità nel campo tecnico,
ale e scientifico e di oltre centocinquanta si-
derurgici specializzati, appartenenti a sedici nazioni.
Il congresso, il primo del genere che si teneva,
intendeva fare il punto sui diversi aspetti connessi
direttamente o indirettamente alla fabbricazione dei
cerchioni ferroviari, centri ruota, ruote monoblocco,
assili, sale montate eccetera.

Sono state esposte e discusse ventidue memorie

elaborate da autori di dive nazionalità. Il livello
degli studi e delle personalità degli autori hanno dato
a questo conv rattere altamente tecnico-
scientifico. Questioni di grande importanza per il
settore, quale la progettazione, la fabbricazione, la
lavorazione a caldo e meccanica, i controlli e gli studi
relativi alla qualità e al comportamento in es i
sono state esaminate e dibattute con gran
fondimento dei temi e con la partecipazione d
produttori e consumatori.

A Bergamo sono stati passati in rasse;
mezzi e materiali adottati fino ad oggi dalle pri
industrie produttrici ed è stata compiuta una valu-

dei

tazione critica dei risultati conseguiti. Oltre a ciò, lo
scambio reciproco di informazioni tecniche fra i par-
tecipanti è servito ad inquadrare molti problemi
cora insoluti e a rivolgere una particolare attenzione
alle prospettive del futuro.

Riferire qui in particolare dei lavori del convegno
non è possibile dato anche, come si è detto, il loro
carattere specificatamente tecnico. Basterà qualche ci-
tazione. Sono stati sperimentati cerchioni ir
tipi di materiale (acciai non legati, particolarmente
bassi di carbonio e manganese) che sopporterebbero
meglio le sollecitazioni termiche che si originano
all'atto delle frenature, causa prima di rotture per
fatica.

È stato riferito anche sulle macchine di prc da
laboratorio ed apparecchiature speciali che simulano
le reali condizioni di esercizio, approntate e realizzate
in diversi laboratori. Le cause delle rotture e dei di
fetti verificatisi in servizio, accuratamente classificate,
permetteranno nuovi tentativi per ovviare sempre più
agli inconvenienti fino ad oggi riscontrati.

L'avvento ed il prodigioso sviluppo di calcolatori
elettronici possono permettere oggi, ndo quanto è
stato esposto dallo svede Jonhsonn, la progetta-

rodeggi

nuovi



Una immagine di Lovere: la laminazione di un cer-
chione per ruota ferroviaria.

zione di nuovi tipi di ruote adatte a sopportare cari-
chi maggiori che in passato ed a studiare le deforma-
zioni sotto carico e le sollecitazioni termiche e mec-
caniche di esercizio; impostando le variabili sulla mac
china, il computo di un intero programma può essere
effettuato in circa due ore.

Il 9 aprile i partecipanti al congresso hanno visi-
tato lo stabilimento Italsider di Lovere, uno dei mag-
giori impianti in Europ alizzato nella produ-
zione di materiale rotabile

L’indirizzo produttivo dello stabilimento è stato
di recente confermato, nel quadro dei programmi di
sviluppo della siderurgia Iri-Finsider, con la predispo-
sizione di un piano di finanziamento atto ad indiriz-
zare ancora più marcatamente l’attività di Lovere nel
settore in cui è specializzato. Di conseguenza è attual-
mente allo studio e verrà prossimamente realizzato un
piano per la ristrutturazione e l'ammodernamento degli
impianti in modo che essi possano far fronte alle
nuove esigenze del mercato.

Con l’attuazione di questi programmi lo stabili-
mento di Lovere assumerà una ancor più precisa fisio-
nomia, adatta alle maggiori dimensioni e alle « -
teristiche strutturali richieste dal Mercato Comune.





ie ___



Lo strumento
della

produzione

Nel corso del 1961 l’economista americano
John Kennet Galbraith, uno dei consulenti
più vicini al presidente Kennedy e attualmen-
te ambasciatore degli Stati Uniti in India,
tenne in alcune università indiane cinque con-
ferenze sui problemi dello sviluppo econo-
mico. Raccolte in volume, esse sono ora usci-
te anche in Italia nelle edizioni di Comunità
(J. K. Galbraith - “Il progresso economico in
prospettiva” - Comunità, pagine 84, lire 600).

In queste sue cinque “lezioni”, l’autore di
“Economia e benessere” esamina il complesso
problema dello sviluppo economico dei paesi
arretrati con quella spregiudicata acutezza e
con quella rara capacità di guardare le cose
da prospettive nuove che costituiscono insie-
me con la chiarezza dell'esposizione le sue
doti più singolari e affascinanti.

Così, egli dimostra, in termini chiarissimi
contro l’opinione corrente, che l’intervento nei
paesi poveri con capitali e assistenza tecnica
può rivelarsi in alcune circostanze contropro-
ducente; che è necessario, in tali paesi, una
“strategia” del progresso economico e una
considerazione a lungo termine degli obiettivi
dello sviluppo industriale che richiedono un
qualche tipo di pianificazione (correlativamen-
te, egli aveva dimostrato nella “Società opu-
lenta” che nei paesi ricchi non è sufficiente
produrre ma occorre anche una strategia dei
consumi).

Galbraith esamina molto brillantemente le
diverse esigenze che possono presentarsi nei
diversi paesi sottosviluppati: non c’è una re-

Edizioni di Comunità

gola che valga per tutti: può essere più impor-
tante in un caso dare la priorità ai problemi
delle infrastrutture politiche, in un altro caso
all’istruzione, in un terzo alle tecniche impren-
ditoriali. È necessario, in conclusione, basarsi
soprattutto sull’esperienza pratica, quell’espe-
rienza — dice Galbraith citando Oscar Wilde
— che è una maestra notevole anche se spesso
non è che il nome che diamo ai nostri errori.

Nell’ultima “lezione”, di cui pubblichiamo
qui un ampio stralcio, Galbraith illustra come
si deve impiegare in un paese in via di svi-
luppo il principale strumento della produzio-
ne industriale, cioè l’impresa sociale.

Egli pone innanzitutto l’accento sulla con-
statazione che, dovunque si debba svolgere
un’attività produttiva, in India come in In-
ghilterra, in URSS come negli USA, l’azien-
da è “inevitabile”. La ragione di tale inevita-
bilità è semplice:

La moderna attività produttiva — la pro-
duzione di acciaio, alluminio, concimi, autocarri
o macchine utensili — richiede una complessa
fusione di abilità e ingegni in un complicato
mosaico di compiti e funzioni. Abilità e inge-
gnosità non sono di per sé rare, esoteriche 0 ec-
cezionali. Se per l’attività economica occorresse
il genio, la nostra situazione sarebbe grave,
perché il genio è sempre raro e la sua provvista
terribilmente imprevedibile. Il merito peculiare
dell'azienda industriale consiste nel combinare
gli ingegni comunemente disponibili in modo da
compiere ciò che l'individuo isolato non potrebbe
assolutamente. Essa ha una personalità sintetica,



19

in cui sono combinate molte personalità reali, e
il risultato della sua azione è più che la semplice
somma dei contributi individuali isolati.

L'organizzazione societaria non è necessaria
per la normale produzione su piccola scala come
per lo più avviene nell’agricoltura. Non è ne-
cessaria neppure per la maggioranza delle atti-
vità statali — per l’amministrazione della giu-
stizia, l’esazione delle imposte o l'istruzione
pubblica. Esse si prestano infatti allo svolgi-
mento nell’ambito di norme ampie e stabili. Ma
gli aspetti più caratteristici dell'industria mo-
derna sono l'enorme scala delle sue unità, la
complessità della sua tecnologia, le complesse esi-
genze che il mercato moderno vanta nei suoi
confronti. In questo caso non ci possono essere
norme predeterminate per ogni eventualità. Oc-
corre, al contrario, un adattamento continuo del-
le circostanze sempre mutevoli, e il successo del-
l'adattamento dipenderà dalla fusione dell’in-
finita varietà di conoscenze tecniche ed esperien-
ze possedute da tutta una schiera d’individui.
Tale fusione viene compiuta dall'impresa sociale,
che per l'adempimento di complicate funzioni è
una personalità competente e versatile, anche se
sintetica e artificiale.

La concezione dell'impresa sociale come per-
sonalità fornisce la prima chiave per la compren-
sione della sua amministrazione. La personalità
individuale o naturale si realizza soltanto in
condizioni di libertà. Assoggettare il comporta-
mento di un individuo alla minuziosa sorveglian-
sa di un altro significa assicurarne l’avvilimento
e una prestazione inferiore. L'attività di un
individuo raggiunge l’ottimo quando egli ha di
fronte a sé una serie precisa di obiettivi e i mez-
si, ivi inclusa logicamente la preparazione, con
cui perseguirli sotto lo stimolo della propria vo-
lontà. Quanto vale per la personalità individuale
vale pure per la personalità societaria. L’auto-
nomia, l'indipendenza nel proseguimento di obiet-
tivi specifici, è altrettanto importante per la so-
cietà produttiva. Lo stesso dicasi della chiara
specificazione degli obiettivi. Invero, questa è
più che importante; è l’unica disposizione am-
ministrativa che sia conforme a un'effettiva esi-
stenza societaria.

Più specificamente, la personalità sintetica a
cui diamo il nome di azienda 0 impresa sociale
implica un intricato problema di cooperazione e
coordinamento fra le sue parti. In misura no-
tevole, cooperazione e coordinamento avvengo-
no automaticamente : sono frutto della familia-
rità e della fiducia esistenti fra i partecipanti.
Un tecnico integra le sue conoscenze ricorrendo
a un altro ; egli sa bene a chi rivolgersi e quanta
fiducia accordare alla preparazione e al giudi-
sio dell’interpellato. Analogamente, l’operaio
specializzato cerca aiuto in altri quando il suo
lavoro lo porta al di là dei limiti della sua com-
petenza personale ; è una cosa che fa di propria
spontanea volontà. Il direttore deve sapere quan-
do e come venire in aiuto ; ma nessun direttore,
da solo, dirige mai nel senso di prender tutte le
decisioni. Nella società coronata da successo,
l’atto della decisione è profondamente connesso
all'esistenza societaria.

Nell’azienda industriale ci sono problemi al-
trettanto numerosi e intricati di coordinamento



20

nella dimensione temporale. I moderni processi
industriali sono strettamente interdipendenti ; il
ritardo în un luogo causerà normalmente un ri-
tardo altrove con un effetto cumulativo. Di con-
seguenza, un enorme vantaggio è costituito da
una decisione tempestiva. La caratteristica più
spiccata dell'impresa industriale, in confronto
del tradizionale ente statale, è forse la dipen-
denza dalla capacità di decidere tempestiva-
mente. Nell’azienda industriale, una cattiva de-
cisione presa in tempo non sarà normalmente co-
stosa come una buona decisione presa troppo tardi.
La cattiva decisione può spesso venir revocata
a un prezzo modesto. Il tempo perso in attesa
della buona decisione non può mai venir recu-
perato.

L’azienda sociale, aggiunge Galbraith, ha
bisogno di autonomia e mal sopporta influ-
enze esterne. $

Una forma comune d’intervento esterno è Ta
revisione di certi tipi di decisioni : sugli acquisti,
sul disegno del prodotto, sulle tecniche produt-
tive, sui prezzi e simili. Inevitabilmente tale re-
visione richiede del tempo. Ne viene a soffrire
il coordinamento nella dimensione temporale.
Nell’intento di evitare decisioni mediocri, si fa
in modo di avere decisioni tardive e quindi più
costose.

Ci tengo a far rilevare che la personalità socie-
taria è danneggiata sia dall'intervento benin-
tenzionato che da quello malintenzionato. C'è
poco da scegliere fra i due.

Nell’organizzazione moderna americana come
in quella sovietica si è fatto posto a una buona
dose di adeguamento alle esigenze di autonomia
proprie della personalità societaria. La grossa
società americana moderna gode un’indipenden-
za quasi completa dai suoi azionisti, che sono la
principale fonte di interferenza esterna. Mentre
si rende sempre un omaggio formale al controllo
democratico da parte dei proprietari, si ricono-
sce în pratica che questa interferenza estesa ed
effettiva nella direzione da parte degli azionisti
sarebbe eccessivamente dannosa. (Un'azione giu-
diziaria è ora in corso contro il principale pro-
prietario di una delle nostre grandi aviolinee per
impedirgli di interferire nella direzione della
compagnia da lui posseduta). Così ogni effettiva
autorità per quanto concerne la decisione produtti-
va si trova all’interno della società. Tale autori-
tà è gelosamente difesa anche contro lo stato.

Non parlo con eguale confidenza delle econo-
mie di tipo sovietico. Ma certo nessun tema ha
recentemente avuto più rilievo di quello relativo
alla necessità di accordare al dirigente economi-
co l'indipendenza e l’autonomia che gli consen-
tano di svolgere il proprio lavoro. I direttori in-
dustriali sovietici, un gruppo di uomini straor-
dinariamente capaci, come ha modo di osser-
vare il visitatore, insistono logicamente sull’im-
portanza di tale autonomia per un efficace svol-
gimento delle loro mansioni.

Nel paese in via di sviluppo, peraltro, l’auto-
nomia dell'impresa sociale incontra una diffi-
coltà di natura particolare. In parte ciò è do-
vuto al fatto che non si è ancora manifestata
l'urgenza di tale protezione della personalità
societaria. Ma, in misura maggiore, è dovuto
al fatto che la scelta e le circostanze impongono

che molti operino in tali paesi sotto la direzione
dello stato e nelle democrazie sotto l'occhio del-
l'autorità parlamentare.

L’impresa pubblica nella democrazia parla-
mentare è proprietà pubblica per un determinato
scopo. Uno scopo evidente è l'esercizio di una
certa misura di controllo democratico sull’im-
presa. Il controllo è inteso ad assicurare che le
attività e le decisioni di questa rispondano al-
l’interesse pubblico, che le sue decisioni siano
buone e sensate e servano al bene generale. Se
non ci si sforza di esercitare tale controllo,
qualcuno tutt'al più dirà che non c'è alcuno
scopo per la proprietà pubblica. Ma, per quan-
to innocente e plausibile ciò sembri, specialmente
quando si inserisce nel dibattito l’espressione
magica “controllo democratico”, ci si trova qui
in presenza di una contraddizione grave e spes-
so insospettata. Se gli individui operanti al-
l’interno dell’organizzazione societaria sono di-
pendenti da una forza esterna ad essa, essi non
penseranno più automaticamente agli obiettivi
dell’organizzazione. Essi hanno infatti, come
minimo, un duplice dovere : verso l'azienda per
cui lavorano e verso l'autorità esterna. Un oc-
chio è rivolto all’organizzazione ; l’altro al par-
lamento o a un'autorità pubblica diversa. Non
si cerca più automaticamente di armonizzare la
folla delle decisioni da prendere con le esigenze
dell'impresa sociale. Insomma, il duplice dovere
è incompatibile con le necessità della personali-
tà societaria, che richiede un impegno assoluto
di molte persone al perseguimento dell’obiettivo
comune.

L’autorità esterna ha un effetto ancora più
dannoso sulla dimensione temporale dell’atto di
decisione. Ho messo in risalto l’importanza della
tempestività în confronto della precisione nelle
decisioni economiche. Ma l’uomo che deve ri-
spondere a una commissione parlamentare, 0
informare un ministro, si riserverà sempre il di-
ritto di rivedere le decisioni che deve in seguito
difendere. Per di più, i ministeri e il parlamento
si occupano ordinariamente non delle decisioni
tardive, ma di quelle sbagliate. È su queste che
un politico può segnare al suo attivo un buon
punteggio. Il risultato è una decisione accentrata
e quindi tardiva. E il ritardo è accompagnato,
come sempre, dallo spreco. Tutto ciò ha un ef-
fetto dannoso per la personalità societaria, che
dovrebbe distribuire l'autorità di decidere al li-
vello in cui essa può essere esercitata con la com-
binazione ottima di accuratezza e celerità. An-
che se si criticano, le decisioni lente non si cor-
reggono tanto facilmente. Resterà prevalente
l’esigenza di proteggersi dalla decisione sbaglia-
ta anziché da quella intempestiva, anche se
quest'ultima può essere intrinsecamente la più
dannosa.

Non si tratta, ripeto, di distinguere fra in-
terventi più o meno saggiamente motivati. Si
tratta piuttosto di fare attenzione a tutto ciò
che ostacola, deforma e annulla l’impresa, la
personalità societaria. È un problema di straor-
dinaria importanza perché l'influenza esterna
con la sua menomazione dell’autonomia si di-
fenderà sempre adducendo a giustificazione la
saggezza 0 la sincerità dell’intento. Ma questa
non è una difesa valida.

Ho già sottolineato che l’ente sociale, al pari
dell'individuo, è veramente efficiente soltanto se
ha la libertà di perseguire specifici obiettivi.
Ciò consente la piena manifestazione della sua
personalità. Il secondo grande problema del-
l’impresa pubblica in una democrazia parlamen-
tare concerne gli obiettivi. Il paradosso è che,
mentre sussiste il grave pericolo che il parlamen-
to o un’altra autorità pubblica circoscriva il
processo della decisione e quindi menomi la per-
sonalità dell'impresa, c'è sempre anche l’altro
pericolo che non si sia abbastanza aggressivi e
fermi nel precisare gli obiettivi. In questo caso
i criteri di giudizio per i risultati dell'impresa
di proprietà pubblica non sarebbero sufficiente-
mente chiari.

Dopo aver osservato che gli obiettivi del-
l’impresa industriale sono chiari sia negli Stati
Uniti e nell’Europa occidentale (buon profitto
e buon saggio di incremento) sia in URSS
(raggiungere e superare gli obiettivi fissati dai
piani), Galbraith afferma che non altrettanta
chiarezza vi è generalmente negli obiettivi del-
l’impresa pubblica nei paesi in via di sviluppo.
La massimizzazione dei profitti sembra somiglia-
re in modo sospetto al capitalismo di vecchia
maniera, che molti dei nuovi paesi respingono.
Il dovere di crescere ed espandersi è stato rara-
mente preciso e fermo. Gli scopi soggettivi, come
ad esempio la prestazione di un buon servizio
alla collettività o la cura dei dipendenti, sono
stati comuni in tale caso. Essi hanno però lo
svantaggio della loro soggettività — è possibile
a chiunque sostenere che essi sono o non sono
conseguiti. I responsabili trovano spesso perso-
nalmente vantaggioso impiegare più tempo ad
affermare la bontà della loro prestazione che a
curarne l’effettività nella pratica.

Non avrete alcun dubbio su quella che è la
soluzione da me indicata. L'impresa industriale,
con una designazione o con un’altra, è inevita-
bilmente fatta per lo sviluppo industriale. Essa
ha una personalità esigente; la maggiore esi-
genza è un'autonomia nel quotidiano processo
di decisione che sia pressoché assoluta. Tale auto-
nomia si estende fino al diritto di commettere
errori, perché l’errore sarà spesso il prezzo, il
modesto prezzo, della tempestività. Il bisogno di
autonomia nella condotta delle operazioni mili-
tari è altrettanto grande; la si accorda come
cosa ovvia. Né si può negare che i generali han-
no esercitato in pieno il loro privilegio di com-
mettere errori. Nella dottrina militare il ri-
tardo che esclude l’errore è proprio l’errore im-
perdonabile. Negli Stati Uniti, qualche anno fa,
una nostra grossa fabbrica d’automobili si mise
a produrre un modello che era gravemente sba-
gliato. Si fecero grosse spese nella supposizione
che il pubblico desiderasse una macchina molto
grande con qualcosa della fisionomia di una ra-
na stupita. Il pubblico non ne fu assolutamente
attratto. Se si fosse trattato di una società a
capitale statale, le critiche sarebbero state aspre.
Indubbiamente esse avrebbero portato alla richie-
sta che tutti i mutamenti da apportare al dise-
gno delle auto venissero d'allora in poi sotto-
posti a un comitato di revisori pubblici. Il risul-
tato sarebbe forse stato quello di evitare il ri-
petersi di errori simili. Si suppone però che un

e



altro risultato sarebbe stato quello di causare
ritardi ricorrenti e alla fine molto costosi, in at-
tesa che il comitato risolvesse i problemi dell’este-
tica automobilistica. Il bisogno di autonomia non
è peculiare del nostro sistema o di un altro. È
dato dalla natura dell’impresa sociale in tutti

i sistemi.

L'autonomia deve includere, subordinatamen-
te soltanto al rispetto delle norme dirette a pre-
venire gli abusi, l'assunzione e il licenziamento
del personale. È la flessibilità che rende possibile
il completamento di un'abilità con un’altra, di
una preparazione con un’altra, e che dà vita
alla personalità sintetica, che chiamiamo impre-
sa, per compiere ciò che per l’individuo è irrea-
lizzabile. L’intrusione della politica e del favo-
ritismo nell'impresa pubblica sovverte profon-
damente la sottile rete di relazioni da cui di-
pende l'effettivo sviluppo di questa personalità
sintetica. Ma altrettanto sovvertitrice sarà la
intrusione delle procedure e dei metodi abitudi-
nari della burocrazia statale. Sono procedure e
metodi forse mirabilmente elaborati per assicu-
rare eguaglianza di trattamento a tutti i dipen-
denti. Ma l’effetto da essi derivante può esser
quello di distruggere gli agevoli accomodamenti
interpersonali e il coordinamento automatico da
cui dipende l'efficienza dell’attività. Il mondo è
pieno di scelte ingrate, e nel moderno industria-
lismo una scelta ingrata si impone fra norme
perfettamente giuste e prestazione ragionevol-
mente soddisfacente.

Peraltro, se l'impresa sociale deve essere pro-
tetta nella sua personalità dall’ingerenza del-
l’autorità esterna nelle sue decisioni, l'autorità
esterna deve essere spietatamente ferma in ciò
che essa chiede all'impresa. Gli obiettivi da es-
sa posti devono essere chiari e assolutamente
espliciti. Il successo in tutte le società è in note-
vole misura merito suo, ma non ci deve esser
mai alcun dubbio su ciò che costituisce il successo.

Se dovessi stabilire un criterio di giudizio per
i risultati dell'impresa di proprietà pubblica in
un paese sottosviluppato, indicherei gli utili rea-
lizzati da immettere nell'espansione di se stessa.
Tale espansione, nel campo che le è proprio 0
in uno connesso, e nella cornice del piano, do-
vrebbe essere considerata il primo obiettivo del-
l'impresa del settore pubblico. L’impresa che ha
più successo è quella che, grazie alla sua effi-
cienza e alla sua spinta dinamica, riesce a pro-
curarsi gli utili che le consentono il massimo in-

cremento. Forse ci sono anche altri obiettivi
da raccomandare. Ma d’importanza vitale
è che l’obiettivo, qualunque esso sia, sia

specifico, misurabile, noto a tutti, e ferma-
mente imposto.

La società dovrebbe essere estremamente tol-
lerante verso gli errori commessi nell’ambito del
successo, ma dovrebbe essere assolutamente in-
tollerante verso l'incapacità di raggiungere gli
obiettivi specificati. In effetti, il mancato rag-
giungimento degli obiettivi, non il singolo errore,
è il significato del fallimento. Autonomia non
vuol dire minore responsabilità pubblica. Al con-
trario, vuol dire maggiore responsabilità pubbli-
ca. Ma è una responsabilità che concerne non
il metodo, la procedura 0 l’azione singola, bensì
il risultato.



Casorati

La scomparsa di Felice Casorati chiude una
pagina felicissima della pittura italiana del
novecento.

Di questo artista, uno dei nostri maggiori
contemporanei, traccia un breve profilo il critico
d’arte torinese Luigi Carluccio.

Felice Casorati: “ Giuseppina” - 1930 - (em. 100x65)

- Torino, collezione privata,

Casorati è morto nella notte sul 1 marzo
di quest'anno, nello studio in fondo al cor-
tile di via Mazzini 52
senza interruzioni dal suo arrivo a Torino,
avvenuto nell’ottobre del 1918. Aveva poco
meno di ottant'anni. Era infatti nato a No-
vara il 4 dicembre del 1883, da famiglia d’ori-
gine pavese che, per gli impegni del padre
ufficiale in servizio attivo, si era trasferita
più volte qua e là durante l’adolescenza e la
giovinezza di Felice; sostando più a lungo a
Padova, a Napoli e a Verona negli anni cru-
ciali della formazione.

L’incontro di Casorati con la pittura fu

dove aveva vissuto

22



Felice Casorati: “Lo studio,, (cm, 200x200)
1936 - rifacimento con alcune varianti nei
particolari e nei colori del dipinto del 1922-"23
bruciato nel 1931 nell'incendio del Glaspalast

di Monaco - Genova, collezione privata.

casuale, durante una convalescenza sui Colli
Euganei, intrapresa per ricostituire le energie
logorate dall’intensa applicazione ai testi uni-
versitari (Casorati si laureò in legge nel 1907,
lo stesso anno in cui un suo dipinto fu accet-
tato alla Biennale) ed allo studio della musica,
cui, del resto, rimase fedele tutta la vita. La
pittura fu, in principio, un'alternativa quasi
artigianale, uno svago manuale offerto al ri-
piegamento tutto interiore ed allo sforzo ri-
chiesto dagli esercizi al piano. L’apprendistato
padovano e, dopo l’esperienza napoletana tra
il 1908 e il 1911, la brillante conferma vero-
nese degli anni che precedettero la guerra si
svolsero in un ambiente di cultura nel quale,
come è sempre accaduto nel corso della sto-
ria dell’arte italiana, confluiscono molti ele-
menti nordici, di curiosità analitica, di gusto
grafico, di stravolgimento simbolico, allego-
rico o emblematico e di raffinate eleganze.
Dentro, anche, un’idea dell’assoluto alla qua-
le le esperienze museali e la profonda dispo-
sizione alla musica conferiscono un sapore
antico, ritmi e cadenze sicure e quel senti-
mento misterioso dello spazio della finzione
pittorica che Casorati cristallizzò nel suo

motto: « Numerus, Mensura, Pondus » e, pri-
ma ancora, nella sua opera forse più famosa:
Le uova sul cassettone che è del 1922 ed
in altre ad essa vicine: Lo studio e Ritratto
della sorella, distrutti nell’incendio del Glaspa-
last di Monaco durante la mostra della Se-
cessione del 1931; Silvana Cenni, Le sorelle,
La donna e l'armatura, Meriggio del museo,
Revoltella di Trieste.

In queste opere la suggestione lontana di
Kandinsky (il Kandinsky dei primi anni del
secolo, del folclore slavo, della favola mistica)
e l’amore per i pittori nordici e medioeuropei

e in particolare per Klimt, che aveva avu-
to una grande sala alla Biennale del 1910 -
cioè la sensibilità esemplificata in opere come
Le vecchie del Museo di Verona, Le signorine
della Galleria d’Arte Moderna di Roma e
La via lattea, appare già interamente consu-
mata e si afferma invece, nitida, la visione ti-
pica del Casorati della maturità. Una visione
che è caratterizzata da una profonda rielabo-
razione degli elementi realistici dell’ispirazio-
ne. Ogni cosa, nell’opera di Casorati, appare
immersa in un metafisico silenzio, chiusa nelle
linee di una architettura degli spazi le cui

relazioni sono prevalentemente mentali; in
una atmosfera che è stata opportunamente an-
che se incompiutamente definita “platonica”,
perché esprime un vigile distacco dall’emozio-
ne immediata.

Questo apparente, anzi appariscente disim-
pegno dall’urgere dei problemi del momento,
anche quando l’opera si ispira a problemi del
momento (quando, per esempio, riflette, nel-
le opere degli anni ’20, l’opposizione tra la
raffinata società borghese di Torino e la nuo-
va realtà industriale e quindi proletaria della
città); la fedeltà ai valori di comunicazione
della figura umana; il bisogno di chiarezza
espresso prima di tutto come accettazione dei
fondamenti del vero; la sottomissione costan-
te ad un’ideale di bellezza desunto da canoni
classici, hanno tenuto Casorati lontano dal-
l’attività delle avanguardie del suo tempo.
Ne hanno fatto un artista isolato, che talvol-
ta è stato considerato addirittura come un
reazionario. Bisognava che si spegnessero i
fuochi dell'avanguardia per riconoscere ciò
che rimaneva intatto sotto le ceneri; così,
proprio negli ultimi anni l’opera di Casorati
ha incontrato l’adesione del gusto dei suoi
contemporanei dopo l’adesione, più rapida,
della loro intelligenza.

All’isolamento dello spirito creativo Caso-
rati ha sempre affiancato come un contrap-
punto, per tutta la sua vita, un fervore intel-
lettuale che ha pochi riscontri tra i suoi com-
pagni. Nel 1914 fondò con alcuni amici ve-
ronesi una rivistina, La via lattea, che uscì
due volte. Nel 1920 tornò a proporre a Bar-
bantini, che lo amava tra i partecipanti alle
mostre di Cà Pesaro, un giornale per artisti;
mentre a Torino, dove si era legato d’amici-
zia con Piero Gobetti, primo dei suoi ese-
geti, proprio per concorrere attivamente a
svecchiare il gusto ottocentesco, apriva il suo
studio ai giovani più avventurosi. Si interessò
di architettura e di arredamento con Alberto
Sartoris e progettò con lui il piccolo teatro
di casa Gualino. Fondò la “Società Antonio
Fontanesi” per proporre una nuova lettura
dei migliori artisti del nostro Ottocento:
Fontanesi, Delleani, Mancini, i Macchiaioli, i
napoletani della “Scuola di Posillipo” e quelli
del nostro tempo; da Tosi ad Hofer, ai primi
astrattisti italiani. Aprì o patrocinò gallerie
d’arte che presentarono a Torino per la pri-
ma volta artisti giovani come Afro o poco
conosciuti. Partecipò attivamente a commis-
sioni di mostre e giurie di premi, difendendo
con accanimento testardo i princìpi della
buona pittura e i diritti dei giovani. Ha in-
segnato per molti anni all’Albertina, di cui
è stato l’ultimo presidente. Il tumulto quoti-
diano, tenuto lontano dalle opere del pittore,
rientrava, pieno, attraverso l’opera dell’uomo
di cultura, manifestando una precisa continua
volontà di intervento e un desiderio quasi
apostolico di aiutare gli altri a fare. E’ questo
duplice aspetto della sua vita, in ogni caso
sincero e illimitato, che fa di Casorati uno
dei casi più affascinanti ed esemplari della
società artistica italiana della prima metà del
secolo ventesimo.



II surrealismo

Il rapido panorama della pittura e dei movi-
menti artistici della prima metà del secolo, di-
segnato da Marco Valsecchi, si avvicina ai
nostri giorni. È la volta dei surredlisti : entria-
mo, attraverso le loro tele, nel regno ossessivo
dell’inconscio.

Dopo aver indicato nei capitoli precedenti
i termini entro cui lavorano i pittori metafi-
sici, cioè una inquietante meditazione ironica
e magica sui miti culturali della cultura uma-
nistica; e dopo aver esaminato le ragioni di
rivolta, prima morale che estetica, dei dadaisti,
credo risulti più chiara anche la genesi del
Surrealismo. L’arte Metafisica e Dadà ne sono
infatti le premesse obbligate. Si spiegano tutte
col problema di fondo dell’arte moderna fra i
due secoli: col rigetto, cioè, di una realtà og-
gettiva e il prevalere generale di una posizio-



Yves Tanguy: «Moltiplicazione degli archi” (1954 - New York, Museum of
Modern Art).
Il francese Tanguy evoca nelle sue tele paesaggi angosciosi e deserti lunari
disseminati di oggetti informi e indefiniti, oppure di sassi o fossili antidilu-
viani bruciati da qualche misterioso e terribile evento cosmico.

ne strettamente soggettiva dinanzi al mondo
e all'esistenza. La Metafisica apre lo spiraglio
sul regno conturbante del traslato di fantasia;
Dadà è il moto ribelle della protesta e della di-
struzione; il Surrealismo è un’esplicita afferma-
zione dei valori irrazionali dell’essere umano.

Il problema di fondo era la conquista di una
libertà dello spirito contro i limiti chiusi e og-
gettivi dell’esperienza realistica. Questa liber-
tà del pensiero di fronte a un mondo e a una
struttura di consuetudini morali e sociali che
la prima guerra mondiale rivelò minati da
una crisi profonda, prese in Dadà, come ab-
biamo visto, una funzione provocatoria e di
ribellione polemica; nel Surrealismo, che pro-
cedeva sulle rovine e gli scardinamenti provo-
cati dall’irruenza dadaista, quella libertà dive-
niva un atto di ricerca sempre più profonda
e fiduciosa del mondo irrazionale contro la
logica, dell’intuito e dell’illuminazione inte-
riore contro la regola fissa. Lo scopo finale era
di compiere una nuova rigenerazione dell’a-
nima umana. Dadà aveva spalancato le porte;
i surrealisti avevano ormai dinanzi il vasto e

ancora intatto regno dell’inconscio, della vita
irriflessiva e automatica, il folto spessore della
sfera dei sogni. Difatti avrebbero usato le
figure e le prospettive del mondo reale solo
se dilatate o spiazzate verso altri significati e
trasformazioni dall’ambiguità del sogno e del-
le allucinazioni, persino dai deliri o dalla fol-
lia, a costo di provocarli anche artificialmente
con l’uso di medicine, di narcotici e di alcool.
Gli esperimenti e le scoperte della psicanalisi
freudiana sull’esistenza di una verità profon-
damente intuitiva della vita inconscia, li con-
fermava nella certezza che la vera libertà to-
tale dello spirito è “altrove”, fuori dalle par-
venze del mondo reale, in una dimensione
tutta interiore, nel profondo dell’anima, lad-
dove non giunge la luce della coscienza e il
controllo della ragione, nella prescienza pri-
mordiale dell’essere e dei suoi istinti. L’espe-
rienza realistica aveva accumulato un immen-
so capitale di riferimenti figurativi, di aspetti
esteriori della natura; ma aveva man mano
chiuso la via all’ascolto delle realtà interiori,
ai moti originali dello spirito; li aveva anzi





Due opere di René Ma-
gritte: (in alto) “Il tera-
peuta,, - 1937; (in basso)
“L’arte della conversazio-
ne” . 1961.

Il belga Magritte è, tra i
pittori surrealisti, uno dei
pochi che non abban-
donino al delirio e al-
l’allucinazione, C'è nelle
sue opere un'aria di in-
nocenza primordiale e le
trasformazioni della realtà
che vi si compiono, per
quanto sorprendenti e as-
surde, non assumono mai
gli aspetti dell'angoscia e
della morbosità.



seppelliti sotto uno strato sempre più alto di
detriti realistici.

Dopo i primi avvertimenti della Metafisica
e le deflagrazioni di Dadà, il Surrealismo getta
appunto scandagli profondi dentro questa sfe-
ra dell’inconscio e cerca di provocare urti di
emozioni illogiche e disparate tramite l’asso-
ciazione improvvisa di oggetti e di figure tra
di loro eterogenei, appunto per svelare sensi
remoti, tentare interpretazioni più vicine alle
verità essenziali, mella speranza dichiarata
(anche se non sempre realizzata) che qual-
cuno riesca a individuare una nuova mi-
sura più vera dell’uomo e dell’esistenza.

Di fronte alle simbologie sempre più com-
plesse dell’esperienza surrealista, dove accanto
a un autentico spirito di rinnovamento poetico
sono tradite la nevrosi, l’angoscia, il senso di
un’indicibile catastrofe o il limite del ‘‘paradi-
so artificiale”, si è voluto da parte di qualche
critico paragonare la pittura surrealistica a
quel tipico momento della “pittura teologica”
del tardo Quattrocento europeo, con i dia-
voli di Bosch e di Brueghel, le piaghe incre-
dibili di Gruenewald, i deliri malinconici del
Duerer, e scorgere affinità tra questi pittori
d’oggi e quei pittori del passato, pur contem-
poranei del “divino Raffaello” e del suo mon-
do armonioso e perfetto. Si è tentato di re-
cuperare al paragone i rovelli geometrici di
Bracelli e di Cambiaso, i trompe-l’ocil vege-
tali dell’Arcimboldi. Ma se le opere di questi
manieristi cinquecenteschi, sul declino del
Rinascimento o straniti dalle vicende del pri-
mo Barocco, restano, senza pretese di altre
intenzioni, in chiave di divertimento o di
stranezza intellettuale, i più vecchi “pittori
teologici” si richiamavano di continuo a una
didascalia liturgica o a un’interpretazione dei
testi sacri, da cui l’esperienza surrealista è vi-
stosamente lontana; anche se lo spagnuolo
Dalì, in questi ultimi anni e in singolare deri-
vazione, abbia cercato di recuperare pure in
questa dimensione le figurazioni religiose.
Più esatti semmai sono i riferimenti ai silenzi
stupefatti e alle vaganti combinazioni di vi-
sionarietà e di sogno della Metafisica di De
Chirico o dei “racconti” evocativi di Chagall
del suo primo esilio berlinese e parigino; che
difatti i surrealisti riconoscono come i ‘pro-
feti” della nuova poetica.

La cronaca del primo tempo surrealista è
ancora piuttosto confusa. Dopo le mostre zu-
righesi del 1916-18, il centro del dadaismo si
sposta a Colonia e a Berlino, dove sono af-
fluiti gli artisti smobilitati dai fronti. Le de-
lusioni, le amarezze, il caos della Germania
sconfitta e disordinata aiutano la diffusione di
quelle idee ribelli. A Berlino si forma un grup-
po intorno a Huelsenbeck, e Georg Grosz
mette in caricatura quel mondo corrotto di
approfittatori. A Colonia si forma un altro
gruppo con Max Ernst, Hans Arp e Johannes
Baargeld. Mentre a New York le
di Picabia e di Duchamp danno origine al
gruppo “291°” attorno alla rivista dall’eguale
titolo, con Picabia, De Zayas,
Man Ray, il poeta Tristan Tzara raggiunge nel
1919 Parigi e si accosta agli scrittori della ri-

opere

Arensberg e



vista “Littérature”: Breton, Soupault, Eluard,
Aragon, Ribemont-Dessaignes, Péret, con i
quali organizzerà una mostra collettiva nel
1922, cioè il primo “Salon Dadà” alla galle-
ria Montaigne, chiamando a parteciparvi tutti
i dadaisti sparsi per il mondo. Le discussioni
cui diede origine tale mostra misero in evi-
denza il limite ormai insufficiente dell’azione
distruttiva del dadaismo. André Breton rac-
coglie quel senso di insoddisfazione, avverte
le possibilità di un muovo sviluppo poetico
€ pittorico, e riassume la situazione nel pri-
mo ‘Manifesto surrealista” pubblicato a Pa-
rigi nel 1924, al quale farà seguito un secondo
manifesto nel 1929.





In questi documenti sono dichiarate le que-
stioni fondamentali del Surrealismo: forzare
le porte di ciò che fino ad allora si era consi-
derato ermetico, fare tabula rasa della visione
razionale delle cose e sostituirle con una cono-
scenza irrazionale, in un certo senso prima-
ria degli oggetti. Max Ernst, nel suo “Trat-
tato della pittura surrealista” specifica che
“nessun controllo mentale, cosciente, di ra-
gione, di gusto e di volontà è ammesso per
la realizzazione di un’opera meritevole della
qualifica di surrealista”.

Il fondo dell’anima è scoperto quindi come
una grande caverna dove sono depositati te-
sori infiniti, stratificazioni remote dell’essere,
dei ricordi e della fantasia. Da questo fondo
nascono le “foreste” dipinte da André Masson,
la fauna strana di Max Ernst e le sue ondu-
lanti immagini dell’incubo che si scatenano
come un’orda di fantasmi. La percezione si
affina, tra oggetti diversissimi si rintracciano
somiglianze e repellenze improvvise; l’univer-
so si appalesa come un grande spettacolo che
vive una sua esistenza allucinante. Si pensi ai
viluppi vegetali, ai tortuosi cunicoli di una con-
crezione rocciosa, ai labirinti intricati di una
foglia. Max Ernst li esplora con il suo occhio
radiografico e inventa mezzi pittorici per co-
gliere quelle sottili percezioni, o anche per
suggerirli in una creazione ipnotica, lussureg-
giante di misteriose relazioni. Ecco i deserti
lunari, i totem notturni, il brulicare di una
materia organica che si compone in figure
subito disfatte e ripetute in altra dimensione.
“La vita leggendaria di Max Ernst”, la defini-
sce Breton. Un sogno, un incubo, un messag-
gio misterioso e magico? Ecco raggiunta la
liberazione della fantasia nei casi soggettivi
della vita inconscia. Parrebbe una distruzione
e una rielaborazione fine a se stessa. È la fa-
tica per riconoscere, pur fra le esasperazioni
della polemica, un ordine diverso da quello
delle razionalità teoriche, dei principi filosofi-
ci, delle visualità fisiche. Sia pure in un altro
senso, si cerca di realizzare l’aspirazione espres-
sa da Klee: esprimere l’infinito e l’inesprimi-
bile, il giuoco continuamente cangiante della
vita immaginativa, la concretezza delle visioni
interiori, le dimensioni allucinanti della vita fan-
tastica. Fantastica, o in altra maniera più vera
del vero? I temi forniti dall’inconscio, dalla
follia, dagli incubi, dalle repressioni scatenate,
dal delirio, dall’ironia, sono infiniti e in ciascu-
no di essi si riflette con una luce più tesa e lu-





Due opere di Salvador Dalì
ra civile” - 1936.

Intelligenza, straordinaria perizia tecnica e fertilità creativa, oppure mistificazione, esibizionismo, buffoneria? Il giu-
dizio sullo spagnolo Dalì spazia tra questi poli opposti. Ma forse entrambi i giudizi sono esatti. C'è in lui, calcolato e
manifesto, un morboso compiacimento per la falsificazione, l'equivoco, il bluff. Sulle opere dei surrealisti, e in par-
ticolare di Dalì, si sono esercitati gli psicologi, alla ricerca delle motivazioni e dei simboli che vi sono disseminati a pie-
ne mani,

Nel quadro in basso, dipinto sei mesi prima dello scoppio della guerra civile spagnuola, sono evidenti i simboli del dolore,
della distruzione, della morte. La piccola figura umana in basso a sinistra, sulla mano in decomposizione, è un simbolo
dell’impotenza dell'individuo davanti alla immane tragedia. Altro simbolo ricorrente in Dalì sono gli orologi in disso-
luzione, a significare la morte del tempo e l’inutilità di sperare nel rinnovamento dell'esperienza,

(in alto) “Persistenza della memoria (orologi molli)” - 1931; (in basso) “Presagio di guer-











cida la vita. Già Rimbaud aveva avvertito,
tanti anni prima, che “la vera vita è altrove”.

Yves Tanguy era un ufficiale della marina
francese, che giunse alla pittura non dirò per
caso ma per attrazione repentina. Visitando
nel 1926 una mostra di De Chirico, la sua
vocazione venne a galla prorompente e di lì
a poco tempo, smessi i galloni, espose i suoi
primi dipinti alla Galleria Surrealista di Pari-
gi. Come tutti i suoi colleghi, Tanguy, una
volta accantonata la razionalità, puntò sul
mondo intuitivo, sul paesaggio interiore con-
servato nell’intimità primordiale, e vi applicò
una rara facoltà di autosuggestione. A diffe-
renza di Max Ernst e di Masson, che estrae-
vano da quel fondo viluppi di vegetali semi-
nati d’occhi o di membra umane, portò alla
luce un paesaggio deserto, rarefatto, di ghiac-
cio o di vetro non si sa bene, disseminato
di fossili e ciottoli antidiluviani, disperata-
mente azzurro, con ombre lunghe e atempo-
rali come quelle profilate dagli acrocori lu-
nari. Un paesaggio intuito più che visto di
là dalla smerigliata linea dell’orizzonte terre-
stre, in un’aria rarefatta, senza leggi di gravità,
dove il piombo potrebbe dondolare leggero
nell’aria, in un giorno non ancora comincia-
to a defluire verso la cronaca del mondo, op-
pure arenato sopra una distesa amorfa, dove
l’esistenza sia stata bruciata per sempre da
qualche evento del cosmo.

Alberto Savinio, tra i surrealisti, resta il più
prossimo alla metafisica di suo fratello, Gior-
gio De Chirico: le spiagge greche, gli idoli, i
personaggi mitologici con le teste d’animale,
la mistione di scena antica e di spettacolo mo-
derno. C'è nelle sue opere il gonfiore cultu-
rale di un neoclassico. Savinio è una specie
di Pindemonte della pittura, che si esercita
però sui temi odissei con una forte vena iro-
nica e col gusto per la sorpresa da melodramma.
Dove finisce ad esempio il gusto della pittura
e del tema da museo antico, e lo scandalo
ironico della deformazione contemporanea?
E nel tempo della sorpresa ci si accorge che
nemmeno l’ironia dissolve il senso inquieto,
l'accento infido della metamorfosi, per cui
crolla tutta insieme l’impalcatura dei miti.
Pensiamo a Max Ernst, e dietro a questi
crolli si scatenano i fantasmi paurosi. Con
Savinio, malgrado lo spavento di quelle rovi-
ne, resta sempre salva un'atmosfera civile,
persino una nostalgia di tempi andati, che

qui a sinistra: Man Ray “«All’ora del-
l'osservatorio - gli innamorati” -

1932-1934,

al centro: Marcel Duchamp “La
sposa” - 1912,

in basso: Francis Picabia “Flirt? -

1920.

impedisce all’immagine di assumere un tono
drammatico troppo nero.

Fabrizio Clerici è più prossimo invece al-
l'ambiguità preziosa del barocco. La sua fan-
tasia si nutre di spettacoli archeologici, del
mistero degli eventi mistici, di un gusto ma-
cabro vestito di eleganze. Alita nell’aria dei
suoi dipinti la malinconia del Tasso e la ci-
nica disinvoltura di un Peyrefitte. I legni sono
trapanati dai tarli, le tende si stracciano e
dalle fenditure spiano le mummie dei certo-
sini. Tutta l’esistenza è in questo recupero di
vecchie testimonianze di civiltà scomparse;
siamo noi stessi fatti della cenere dei secoli.
Eppure nulla è gelido nelle sue figurazioni;
anche quando una morgana sinistra scopre
le palafitte scoperchiate di Venezia messa al-
l’asciutto da un cataclisma, il ribrezzo è vinto
dalla grazia, l’ombra cede il passo a una luce
intellettuale di prezioso alambicco.

I dipinti del belga René Magritte consen-
tono di accertare che esiste un Surrealismo
estraneo al delirio e all’allucinazione. Le rap-
presentazioni tentate dal pittore avvengono in
un’aria da miracolo laico, ma non obbligato-
riamente contro la figura reale degli oggetti.
Avvengono in un’aria d’innocenza primor-
diale; la sorpresa si produce con un rigore
razionale così lucido, da rendere persuasiva
ogni inattesa metamorfosi della realtà. Questa
lucentezza deriva anch’essa dalla pittura me-
tafisica; ma ne evita il gusto del museo, accet-
ta invece la vita quotidiana e i suoi familiari
accadimenti. E se nelle sue rappresentazioni
Magritte sfiora l’inquieta perplessità dei fatti
assurdi, l’artista interviene prontamente con
un'intelligenza ironica e candida a sfoltire il sen-
so d’angoscia o di morboso, che invece impre-
gna le immagini di tanti altri suoi colleghi.

Vediamo le opere di Paul Delvaux: l’arti-
sta giuoca su un terreno di attrazioni e in-
quietudini erotiche. I treni passano fischian-
do nella notte davanti alle stazioni con i fa-
nali a gas e dentro le sale d’aspetto donne
nude sono sdraiate sui divani di cuoio; oppu-
re un albero, all’improvviso, rivela un gon-
fiore simile a un seno col capezzolo; i si-
lenzi delle ‘piazze metafisiche” non sono
più resi emblematici dalla presenza di muti
manichini, ma popolati da lunari appari-
zioni di veneri scoperte. Un dolce stupo-
re che diventa ossessione, e sul fondo di
questi dipinti resta sempre qualcosa di

umido anche nel colore, una bava traslucida.
Se per le opere di Salvador Dalì parlo di

“spettacolo”, ci si intenderà meglio sul sen-
so della sua invenzione di capricci, diverti-
menti, piccoli orrori, ambigue relazioni di
sensi, che nella particolare tensione visiva dei
suoi dipinti possono apparire a taluni delle
acclaranti illuminazioni di verità segrete, op-
pure, ad altri, delle madornali bugie. O tutte
e due le cose insieme: e si ha forse qui la
prima chiave per intendere questo clamoroso
caso di intelligenza, di sottile perizia tecnica,
di incredibile fertilità figurativa; ma anche di
prodigiosa mistificazione. È vero, in ogni
opera d’arte è possibile rintracciare un pizzi-
co di gusto mistificatorio, se non altro per
intensificare il significato e la vita di un’im-
magine poetica. Ma in Dalì essa prende aspetti
predominanti, aggressivi e quasi vessatori.
Anche quando sembra più tranquillo e nor-
male, intento a riprodurre fedelmente una co-
sa, paesaggio di mare o una sedia, una natura
morta, un profilo di città sul filo del deserto
o una conchiglia fossile, la sua particolare
esasperazione visiva si insinua con tale evi-
denza, che quell’oggetto diventa tutt’un’altra
cosa, quasi per effetto di una diavoleria. Sic-
ché dove c’è il vero si insinua come un tarlo
subitaneo anche il falso, o lo stravolto. È
questa una condizione inscindibile della vi-
sione di Dalì, di cui il pittore si compiace per
il primo, anzi vi si crogiola. Alla fine questo
piacere dell’ambiguo, del contraffatto, del-
l’amorfo vitalizzato sul piano di un artificio,
di ambivalenze spesso anche viziose e ma-
cabre è difficile da sostenere oltre il virtuo-
sismo. Ed infatti sembra che Dalì ne sia pri-
gioniero, come il morfinomane che non possa
più sottrarsi al suo veleno.

Questi non sono che alcuni esempi dei
diversi aspetti del Surrealismo. Col tempo il
movimento si trasformò: gli artisti che vi
aderirono mutarono o volsero le spalle.
Ma è giusto riconoscere che l’influenza del
Surrealismo, a partire dagli anni eroici del
suo apparire, è stata enorme, In effetti si può
dire che ormai non si possa più fare a meno
della luce che ha proiettato sulla psicologia
e sullo slancio immaginativo dell’uomo
contemporaneo. Ma di passo in passo e col
manifestarsi di una regola entro un campo
irregolabile per sua stessa natura, col sorgere
di una teorica poetica determinata dalle
clausole contenute nei vari manifesti, nelle
“scomuniche” o nelle assolvenze di Breton ai
diversi adepti, nell’imporgli infine una tematica
sempre più strettamente politica (1931: «le
Surréalisme au service de la Révolution»), si
ha ragione di dire che il Surrealismo abbia
alla fine disperso le domande essenziali in
una fitta rete di eccitazioni gratuite, di sonni
ipnotici, di automatismi esteriori, sfociando
in un delirio di immagini che si stringono
come un labirinto doloroso a imprigionare
ancor più l’uomo alla sua servitù ancestrale.
Come previde André Gide, il Surrealismo si
lasciò travolgere dallo stesso movimento che
aveva provocato e dal fervore delle speranze
che aveva suscitato.

Balthus “La strada” - 1933.

Max Ernst “Testa d'uomo disturbata dal volo di una mosca non euclidea” » 1947.



27



28

Le tecniche

della

ricerca operativa

Dopo aver illustrato, nell'ultimo numero del-
la rivista, che cos'è la ricerca operativa, diamo
ai nostri lettori, attraverso questo secondo ar-
ticolo dell'ing. Armando Corso, una idea del-
le principali tecniche di cui ci si serve per
tale tipo di ricerca.

(Disegni di Riccardo Manzi).

Come abbiamo detto nell’articolo prece-
dente, le tecniche, i ‘modelli classici” della
ricerca operativa, vanno sotto nomi strani ed
evocativi di ‘programmazione dinamica”,
“programmazione lineare”, “teoria dei giuo-
chi di strategia”, “teoria delle file d’attesa”’,
“tecnica della simulazione”, “grafi”’; oppure si
nascondono sotto sigle di sapore vagamente
diplomatico-internazionale come il “PERT”.

Per dare un'idea del loro contenuto ci ser-
viremo di esempi tratti dalla vita di tutti i
giorni, e poiché ogni “modello” di ricerca
operativa non è, in ultima analisi, che un
modo di simulare la realtà, potremmo dire
che, basandoci su esempi pratici per illustrare
le tecniche di ricerca operativa, in effetti non
facciamo altro che applicare alla descrizione
di questa branca della scienza uno dei suoi
strumenti fondamentali.

La programmazione lineare

Per spiegare in che cosa consista questa
tecnica, ricorreremo ad un esempio culinario.

La massaia al mercato tutte le mattine si
trova di fronte a una serie di dilemmi. Essa
viene a sapere che:

- le uova costano 50 lire l’una

— il formaggio 140 lire all’etto

- il burro 140 lire all’etto

gli ortaggi, non ne parliamo
l’olio 1.000 lire al litro

— la pasta 250 lire al chilo

i fagioli Go lire al chilo eccetera.

I

Inoltre sa quanto ci vuole dei vari ingre-
dienti per fare la pastasciutta, la frittata, la
torta, le stracciatelle, il minestrone, i contor-
ni; e sa inoltre che ci sono degli altri vincoli:

- dopo la frittata deve pulire la padella per
un quarto d’ora (lavoro massaia a 300 lire
all’ora) = 75 lire in più rispetto agli altri
piatti;

— se il marito trova in tavola sempre il solito
minestrone sbotta e lo butta dalla finestra
(probabile rottura del piatto, 100 lire una
volta su venti) = 100:20 = 5 lire in più;

— non può fare frittata e torta insieme perché
le mancano i fornelli;

- la bambina non può mangiare uova perché
ha preso i sulfamidici;
non ha molto tempo perché dovrà andare
anche a far la coda al municipio.

La brava massaia risolverà ad intuito il pro-






a sinistra: la massaia tutte le
mattine, quando deve decidere
cosa acquistare al mercato, de-
ve risolvere un problema, sia
pure elementare, di program-
mazione matematica lineare,
deve usare cioè una tecnica
della ricerca operativa.

nella pagina accanto: doven-
do calcolare il numero di
impiegate da assumere per
un certo lavoro, è utile seguire
la teoria delle “file d’attesa”.

blema, avvalendosi dell’infallibile “algoritmo
della fantesca”, e scegliendosi anche, a se-
conda della giornata, un obiettivo che può
essere:

— tenersi più bassa possibile con la spesa;

- far più contenta possibile la famiglia;

— perdere meno tempo possibile.

E dopo tutto questo lavoro mentale, final-
mente farà i suoi acquisti al mercato. Ebbene,
sia pure inconsciamente ed in modo approssi-
mativo, ella avrà dovuto risolvere un proble-
ma di programmazione matematica.

Immaginate ora che il menu sia il program-
ma di carica di un forno, o l'utilizzazione di un
gruppo di macchine per fabbricare diversi tipi
di prodotti, e simili; nel caso più semplice le
relazioni che intervengono sono /ineari (ossia
le attività impegnano proporzionalmente le
risorse) come nel caso della massaia: una frit-
tata tre uova; due frittate = sei uova
eccetera. Solo che tali relazioni, anziché tre
o quattro sono cinquanta, cento, trecento O
più. Stabilito un metodo per confrontare le
alternative (cioè una funzione obiettivo, e sia
anch'essa lineare) si ha un problema di “pro-
grammazione lineare” o, per essere più terra
terra, un “calcolo della fantesca” un po’ più
esteso, ma concettualmente identico, anche
se occorreranno la statistica e la competenza
tecnica e metodologica per impostarlo ed il
calcolatore elettronico per risolverlo, anche
se la soluzione e l’interpretazione dei risultati
avranno tutt’altra portata.





File d’attesa

Chi non s'è mai trovato in coda ad uno
sportello, dal dentista, ad una fermata, ad un
semaforo, alzi la mano.

Qualsiasi flusso di uomini, materiali, prati-
che su una scrivania, informazioni, chiamate
telefoniche, può dar luogo a strozzature o
“colli di bottiglia”. Sono quei punti nei quali
il “ritmo di servizio” del dentista, dell’impie-
gato allo sportello o alla scrivania, di una gru
di scarico eccetera, è inadeguato rispetto al “rit-
mo di arrivo” dei “clienti” (i pazienti, le prati-
che, le chiamate, le navi da scaricare eccetera).

La “teoria delle file d’attesa”’ studia, dal
punto di vista probabilistico, la capacità di
servizio ed il ritmo di arrivo o di intervallo
fra gli arrivi; dato il numero di “stazioni di
servizio” e le regole di precedenza per la
clientela o i serventi, la teoria deduce il tem-
po medio d’attesa, la coda media che si avrà,
le probabilità che si abbiano o, 1, 2, 3, 0 più
clienti in coda.

Se si stabilisce un obiettivo (ad esempio:
il costo del servizio più il costo della perdita
di tempo dei clienti) si possono dimensionare
nel modo migliore i serventi (numero e poten-
zialità) ed indicare alcune regole di precedenza.

Facciamo un esempio. Immaginate di do-
ver decidere quante commesse assumere in
un reparto di un grande magazzino. Dovete
fare uno studio per alcune alternative (quattro
commesse, cinque, sei,... dieci), compilando
la tabella che segue:





A- numero commesse 4 s | 6 7 8 9 10
B- numero medio clienti/giorno

serviti 6I 70 | 81 90 95 98 100
C- 400 B - utile lordo lire/giorno 24.400 | 28.000 | 32.400 | 36.000 | 38.000 | 39.200 | 40.000
D- 3000 A - costo servizio lire/giorno 12.000 | 15.000 | 18.000 | 21.000 | 24.000 | 27.000 | 30.000
E,C,D- utile netto lire/giorno 12.400 | 13.000 | 14.400 | 15.000 | 14.000 | 12.200 | 10.000

La riga A identifica le alternative di deci-
sione di fronte alle quali vi trovate, e le ri-
ghe C, D ed E sono facilmente ricavabili
dalle precedenti. Il problema difficile è di
ottenere i dati della riga B: la teoria delle
code aiuta a farlo, sulla base di informazioni,
statistiche, rilievi, analogie con altri casi, os-
servazioni sull’impazienza dei clienti eccetera.

Nel nostro esempio abbiamo messo i nu-
meri un po’ ad occhio, ma in realtà si dovreb-
bero usare formule complesse di cui faccia-
mo grazia al lettore. La risposta è di assegna-
re al reparto sette commesse con un utile di
15.000 lire al giorno, e naturalmente la teo-
ria non può tener conto del fatto che l’ottava
è raccomandata o particolarmente carina e
volete assumerla lo stesso. Può però dirvi la
conseguenza dell’assunzione: una perdita di
1.000 lire al giorno di utile, che può essere
compensata da altri vantaggi non inseriti nel
conto...

Programmazione dinamica

Entro un mese dovete acquistare il regalo
per il compleanno di vostra moglie: potete
farlo solo di sabato, mancano cinque sabati
e lei vuole la pelliccia, se no minaccia una
tragedia. D'altro canto l’avevate promessa.

Il modello che le piace è esposto in una
vetrina al prezzo di 330.000 lire, ma voi
avete notato che c’è una tendenza oscillante
dei prezzi. Un vostro amico ben informato vi
dice che vi sono oscillazioni di 30.000 lire in
più o in meno da una settimana all’altra: quan-
to più il prezzo è alto, tanto più è probabile

che ribassi, e viceversa. Più precisamente la
probabilità di ribasso è pari al prezzo in corso
diviso 600.000 lire (per es. 330.000 : 600.000 =
0,55 = 55% di probabilità che ribassi di
30.000 lire), mentre la probabilità di rialzo è
il saldo al 100% (nell’esempio, 45%).

In questo caso vi serve una linea di prezzi
minimi di confronto che vi consenta di fare
al meglio l’acquisto.

Il primo sabato che vedrete il prezzo sotto
al minimo, comprerete.

Il calcolo delle regole di decisione per que-
sto processo decisorio a cinque stadi sarebbe
complesso, ma viene semplificato dalla pro-
grammazione dinamica facendo una specie di
conto alla rovescia, grazie al quale il com-
portamento futuro è chiarito per ogni stadio.

Il conto alla rovescia, cominciando cioè
dall’ultimo sabato disponibile prima del com-
pleanno di vostra moglie, dà il seguente ri-
sultato:

I

quinto sabato: comprare a qualsiasi prezzo
quarto sabato: comprare se il prezzo non
supera le 300.000 lire
terzo sabato: comprare se il prezzo non
supera le 270.000 lire
— secondo sabato: non comprare (perché il prez-
zo non può scendere a 270.000 lire)
— primo sabato: non comprare (essendo il
prezzo a 330.000 lire)
La politica da seguire è allora:
— primo e secondo sabato: non comprare
— terzo sabato: comprare se il prezzo è a
270.000 lire

I

I







— quarto sabato: comprare se il prezzo è a
300.000 lire 0 270.000
— quinto sabato: comprare comunque.

Si può dimostrare che così facendo spen-
derete probabilmente qualcosa di meno del
prezzo esposto inizialmente.

Grafi

Il grafo (insieme di punti collegati da seg-
menti orientati) si presta a rappresentare di-
verse situazioni logiche. Una carta automobili-
stica od una rete ferroviaria possono essere
schematizzate in un grafo, che può tenere
conto dei sensi unici, e si presta a varie con-
siderazioni, per esempio di minimo percorso
o di capacità di flusso. Un caso particolare
è il “PERT” (Project Evaluation and Review
Technique “tecnica per la valutazione e re-
visione di un progetto”’),o “programmazione
reticolare”, che si applica a singoli lavori ed
è utile quando le operazioni elementari sono
legate da precedenze.

Facciamo un esempio. La vostra auto fora
davanti ad un’autorimessa ben fornita di
personale e servizi: poiché il tempo è danaro,
decidete di approfittare per far fare contem-
porancamente:

- il cambio della ruota forata con quella di
scorta

— la riparazione della ruota forata
— la pulizia delle candele
- il cambio dell’olio.

Se indichiamo tali operazioni con segmenti
orientati che ne indichino le precedenze e le
durate in minuti, si ottiene il grafo che il
pittore Manzi ha tracciato, trasformandolo
destramente in un’automobile.

Esso dimostra che la durata totale del la-
voro sarà di 26 minuti ed è determinata dal-
le operazioni segnate in grosso (sollevare
auto, smontare ruota, ripararla, metterla a
scorta) che vengono dette critiche. Le altre
operazioni hanno dei margini di tempo.

Il PERT è usato per analizzare grossi pro-
grammi di lavori con molte migliaia di ope-
razioni elementari. Per esempio la costruzio-
ne di una nave, di un altoforno, di un im-
pianto chimico. È necessario in tali casi va-
lersi dell’elaboratore elettronico.

Simulazione

Abbiamo detto all’inizio che ogni modello
di ricerca operativa è in fondo un modo di
simulare la realtà, ma sotto il nome di sim-
lazione si comprendono più in particolare al-
cuni procedimenti per ricostruire artificial-
mente l’influenza delle “variabili di disturbo”
su un sistema.

Si cerca cioè di ricostruire artificialmente il
caso nella situazione che interessa per valu-
tare più correttamente le alternative.

Per esempio, supponiamo che vogliate cal-
colare a che ora dovete mettere la sveglia per
arrivare puntuali in ufficio, con la tolleranza
di un ritardo su venti mattine.

Avete fatto una statistica di tre mesi e più,
e notato che in casa impiegate, dalla sveglia
all’uscita:

TABELLA A
tempo che
impiegate frequenza Cogo
dalla sveglia progressiva
all’uscita
30' una volta su novanta I
32' cinque su novanta | 2 a 6
34' dieci su novanta | 7 (i. 16
36‘ diciotto su novanta |17 a 34
38° ventidue su novanta | 35 a 56
40' quindici su novanta | 57 a 71
42' nove su novanta 72 a 80
44' sei su novanta 81 a 86
46' due su novanta 87 a 88
48° una su novanta 89
5$o' una su novanta | 90



D’altro canto il traffico cittadino è tale che
dall’uscita fino al momento in cui timbrate
il cartellino passano:

TABELLA B

tempo che |
impiegate dal-| frequenza
l’uscita di ca-|in 90 casi
sa all’ufficio

frequenza progressiva



10 I I
12° ov, 2a 8
14' 12 9 a 20
16” 25 21 2 45
18' 20 46 a 65
20' 13 66 a 78
2a) 5 79 a 83
24' 3 84 a 86
26” 2 87 a 88
28' I 89
30' I 90
90

Supponete che il tempo trascorso in casa
non influenzi quello impiegato fuori, cioè che
i due tempi siano fra loro indipendenti. Se
voleste essere prudentissimi, mettereste la
sveglia 50° + 30° = 1h 20’ prima delle 8,30,
e cioè alle 7,10.

Ciò equivarrebbe ad indossare cintura e
bretelle contemporaneamente, cioè al noto
colmo del pessimismo.

Se invece volete dormire un po’ di più, vi
occorre fare un calcolo. In questo caso si
potrebbe fare anche in altri modi, ma per
restare nella simulazione dovreste riuscire a
sorteggiare molte coppie di tempi, sommarle
e fare la statistica della somma. Vi ricordate
allora di avere alcune copie arretrate del quo-

nella pagina accanto: la tec-
nica della programmazione
dinamica può servire anche ad
acquistare al prezzo più con-
veniente una pelliccia,

sotto: con la tecnica della “simulazione”,
consultando a scopo statistico le estrazioni
del lotto, potrete stabilire fino a che ora
restare a letto senza arrivare in ritardo
in ufficio.



3I





tidiano preferito, in cui potrete trovare gli
elenchi dei numeri estratti al lotto.

Sono tutti compresi fra 1 e 90 ed i primi
estratti sono sorteggiati a caso. Osservate al-
lora il primo estratto della prima ruota.
Poniamo sia il 35. Consultiamo ora la tabella
A pubblicata qui sopra. Nell’ultima colonna
(frequenza progressiva), il numero 35 risulta
alla quinta riga. Ad esso corrisponde, nella
prima colonna, il tempo di 38 minuti.

Prendete adesso il primo estratto della secon-
da ruota (per esempio 84) e dalla tabella B rica-
verete in modo analogo il tempo di 24 minuti.
Sommando 38’+ 24° = 62’, avrete simulato
la prima mattina.

Continuate con la terza ruota del lotto: se
per esempio il primo estratto è 22, dalla tabel-
la A ricaverete il tempo di 36’; alla quarta
ruota il primo estratto è, poniamo, 12.

Dalla tabella B ricaverete il tempo di 14’;
36°+ 14° = 50’, che sarà il tempo simulato
nella seconda mattina.

Continuate così fino a trascrivere un cen-
tinaio di risultati o mattine simulate (vi ci
vorranno duecento numeri del lotto, cioè venti
sabati di estrazione).

Alla fine riordinateli in una statistica: essa
non dovrebbe essere molto diversa dalla se-
guente:

tempo totale | |
che i

dalla sveglia frequenza | frequenza progressiva



all’ufficio |
40° —_ a
42' I I
44° — I
46° | 2 | 3
48° 5 | 8
so’ 9 | 17
52' 14 | 31
54' 16 47
56° 16 63
58° 12 75
60' 9 84
62' 6 90
64' 4 94
66° 3 97
68° I 98
70° I 99
72° = 99
74' I 100
76' | n 100
78° ss 100
80' | — 100
| 100

La simulazione vi dice che per restare entro
la tolleranza di un ritardo su venti, cioè cin-

que su cento, potrete mettere la sveglia alle
7,23 anziché alle 7,10.

La simulazione è considerata da molti la
tecnica più importante di ricerca operativa;
abbiamo anche noi riscontrato che interviene
in un grande numero di problemi.

Qualcuno, riferendosi alle estrazioni casua-
li, la chiama ‘metodo Monte Carlo”, etichetta
che richiama l’atmosfera fascinosa del tavolo
verde o del banco della roulette.

Teoria dei giuochi di strategia
Già che siamo in atmosfera, restiamoci, con
un cenno a quest’ultima tecnica, che ha va-
lore più che altro concettuale, per lo studio
delle situazioni a carattere competitivo.
Poniamo che due venditori ambulanti si fac-
ciano concorrenza in un quartiere. Ogni mat-
tina essi espongono contemporaneamente il
prezzo della merce. Si sono accordati per
lasciarlo poi inalterato per tutto il giorno e

sceglierlo ciascuno fra due possibilità:
- Astuti ha due prezzi: 100 lire e 150 lire.

- Dritti (favorito dalla posizione) ha due
prezzi: 120 lire e 160 lire.

Il potere d’acquisto del mercato è sempre
lo stesso, quindi ciò che ricava l’uno è come

32

%



La teoria dei “giuochi di strategia” è utile nelle situazioni a carattere competitivo.

se lo perdesse l’altro. Essi hanno notato che:
— se A. espone 100 e D. 160, A. e D. sono
in pareggio
— se A. espone
gia su A. di
— se A. espone
gia su A. di 5.000 lire
— se A. espone 150 e D. 120, A. s’avvantag-
gia su D. di 7.000 lire.
Mettiamoci nei panni di A. Egli penserà:

100 e D. 120, D. s’avvantag-
3.000 lire
150 e D. 160, D. s’avvantag-

se metto sempre 100, dopo un po’ D. se ne
accorge e mi batte con 120. Se metto sempre
150, D. risponde con 160.
È perciò necessario che io salti a caso da
un prezzo all’altro di giorno in giorno.
Anche D. si trova nella stessa situazione.
Si può dimostrare che in questo semplicis-
simo esempio conviene:
— ad A. esporre a caso 100 in modo che a
lungo andare figuri 3 volte su 4

- ad A, esporre a caso 150 in modo che a

lungo andare figuri 1 volta su 4
- a D. esporre a caso 120 in modo che a

lungo andare figuri 1 volta su 3
- a D. esporre a caso 160 in modo che a

lungo andare figuri 2 volte su 3.

Inoltre si trova che, alla distanza, A ci ri-
metterà, perché mediamente perderà circa
900 lire al giorno, pur comportandosi per il
meglio.

Le due “strategie” di A. e di D. si dicono
“miste”, e la loro coesistenza di compromesso
è un “punto di sella” del giuoco, perché rap-
presenta il meglio per tutti e due, come il
centro di una sella che nelle due direzioni tra-
sversali (cioè vista da A.) scende e in quelle
longitudinali (cioè vista da D.) sale.

Se riflettiamo un istante, troviamo che an-
che il nostro comportamento di tutti i gior-
ni è una serie di compromessi per mantenerci
a cavallo alla meglio. In fondo anche questo
articolo è un compromesso fra il desiderio di
esporre con semplicità e quello di riversarvi
il contenuto di intere biblioteche.

È cioè anch’esso un “punto di sella” ben
lungi, ahimè, dall’essere un ottimo.

In tutto quanto precede abbiamo voluto
esemplificare alcuni dei modelli classici della
ricerca operativa. Essi null’altro sono che
schemi di astrazione molto generali, in cui è
possibile far rientrare situazioni reali, pro-
blemi di gestione.

Lavoro di squadra

Vogliamo però accennare, per concludere,
anche al modo pratico di operare, cioè al
concetto di “lavoro di squadra”, che è fon-
damentale in questo campo di attività.

Un esempio di lavoro di squadra? Questo
articolo, scritto con la collaborazione di tutti
i tecnici della sezione ricerca operativa e la
consulenza, in materia di generi alimentari e di
vestiario, di alcune gentili signore e signorine.





GRAFO DELLE « DIPENDENZE CONCETTUALI ”
E GLOSSARIO ESSENZIALE DELLA RICERCA OPERATIVA

SIMBOLOGIA

un elenco di simboli e defi-
nizioni, utili per sintetizzare e
snellire le esposizioni, i calcoli

ALGORITMO

procedura di calcolo; si av-
vale in genere di una sim-
bologia




PARAMETRO
una variabile di disturbo sul
cui valore si faranno diverse
ipotesi

ELABORAZIONE
conteggio che parta da certi
dati per ricavarne risultati
intermedi o finali

VETTORE

entità matematica: un insie-
me ordinato di un certo nu-
mero di componenti, per il
quale hanno significato la
somma con altri vettori ed
il prodotto per un numero,
soggetti a certe proprietà.

ISTOGRAMMA
rappresentazione grafica del-
la frequenza con cui si osser-
vano 0 prevedono diversi va-
lori di una variabile



OPERAZIONALITÀ
concetto distintivo della scien-
za, che deve poggiare sul.
l'esperienza ed ottenere da
questa un continuo controllo
delle meteorie

VARIABILI DI DISTURBO
caratteristiche di un sistema,
non dominabili (Ono



STATO DEL SISTEMA
l'insieme dei valori assunti
dalle voriobili di un sistema
in un certo istante

POLITICHE
regole d'azione di carattere
più generale ed elastico ri-
spetto alle strategie: esse in-
segnano infatti come compor-
tarsi anche al variare delle
variabili di disturbo



















33

Questo grafo ha due funzioni. Elenca innanzitutto i termini che maggiormente
ricorrono nel gergo dei ricercatori operativi spiegandone, sia pure sommariamente,
il significato. I vari termini sono poi disposti in modo che, leggendo per righe il
grafo cominciando dall’alto e seguendo le frecce, si abbia un'idea’ delle dipendenze
tra i diversi concetti. Tutte le parole scritte in corsivo sono spiegate in un punto
precedente, collegato da una freccia.

INSIEME
concetto primitivo, che non
si definisce (un insieme di
oggetti, di macchine, animali,
alberi...)

r
SISTEMA
l'insieme di uomini, macchine,
materiali, denaro che costi-
tuisce oggetto dello studio.

v
DECISIONE
la scelta di una fra le alter-
native possibili nella gestione
el sistema

v

OPERATORE
colui che prende le decisioni
relative ad un sistema





VARIABILI DI DECISIONE
icolari istiche dei
componenti del sistema, sulle
quali l'operatore può agire,
scegliendo quale valore at-
tribuire a ciascuna di esse

STRATEGIA

un insieme di valori attribuiti
ciascuno ad una variabile di
decisione

MODELLO

una rappresentazione sempli-
ficata del sistema che si li-
miti a considerare la possibi
lità di diverse strategie ed il
loro effetto sull'obiettivo

DETERMINISTICO

un modello che suppone fissi
e noti i valori delle variabili
di disturbo

STOCASTICO
un modello che tiene conto an-







\ ‘

che di fattori incerti e di
probabilità, come ad esempio
istogrammi di variabili di di-
sturbo; da contrapporre a de-
terministico

nella pagina a fianco: il tempo necessario
per compiere alcune riparazioni all’au-
tomobile può essere facilmente calcolato
ricorrendo alla tecnica dei grafi,

SEMANTICA
studio del linguaggio, dei si.
guificati

CASUALIZZARE

estrarre a sorte clementi da
un insieme (esempio: gettoni
numerati dal sacchetto della
tombola)

GRUPPO 0 SQUADRA DI
LAVORO

insieme di persone interessate
ad un sistema e specializzate
in campi differenti; ciascuno
arreca la sua competenza per
lo studio del sistema

OBIETTIVO

la conseguenza che si consi.
dera più importante della de-
cisione da prendere; se espres-
sa in forma misurabile si
parla di “funzione obiettivo”

OTTIMIZZARE
A :

di conseguimento dell'obiettivo

SOLUZIONE
la strategia ottimizzante



Y

SENSITIVITÀ

studio di come la soluzione
di un problema potrebbe es-
sere influenzata da errori nei
dati di base

UTILITÀ

valore effettivo totale o mar-
ginale (ossia di una unità in
più) in una somma di denaro,
In genere la utilità marginale
decresce aumentando la som-
ma, perchè i primi quattrini
sono più utili: la utilità to-
tale è quindi men che pro-
porzionale all'ammontare di
denaro

EURISTICA
soluzione di un problema con
l'uso, prevalentemente, del
senso comune

34

Psicologia
del tifoso

Quest’articolo l'avevamo chiesto allo psico-
logo prof. Antonio Miotto molto prima che si
verificassero le invasioni di campo a Napoli e

a Salerno. Alla luce di così gravi episodi di
iasinii e di malcostume sportivo (un mor-
to e vari feriti, macchine incendiate, danni per
centinaia di milioni alle attrezzature degli sta-
di), questo breve saggio acquista un partico-
lare significato.

x



Se qualcuno vi dicesse che anche voi cor-
rete il rischio dello sdoppiamento della per-
sonalità quando assistete a una partita di cal-
cio, vi mettereste a ridere pensando alle so-
lite esagerazioni degli innamorati della psico-
logia che vedono un po’ dovunque complessi
e complicazioni morbose. Ma se andate a
una partita di calcio con il fermo proposito
di osservare con freddezza il comportamento
degli spettatori, ecco che il sorriso vi scom-
pare dalle labbra: molti degli individui nello
stadio cominciano a comportarsi in un modo
perlomeno strano, si agitano più di quanto
lo facciano nella vita quotidiana, urlano an-
che se di solito parlano sottovoce alla moglie
e ai figli, minacciano l’arbitro con una ag-
gressività che nessuno avrebbe sospettato. I
timidi riprendono coraggio, i depressi alzano
la voce, i sentimentali diventano furibondi,
gli apatici diventano passionali, i tristi ab-
bracciano l’allegria: che cos’è successo nel-
l’intimo di queste persone? Il pallone og-
getto magico — non si comporta forse come
la pallina della row/efte che elettrizza i gioca-
tori e che fa svenire gli appassionati? Come
davanti al tavolo verde tutto diventa “pro-
blematico”, così nello stadio tutto diventa
strano. E perché allora respingere quella in-
sinuazione sullo sdoppiamento della perso-
nalità se anche voi (e noi che stiamo scriven-
do) potete rivelare un Io molto curioso men-
tre state assistendo a un incontro calcistico?

Il ritratto psicologico del tifoso

È piccolo-grande-magro-grasso-vecchio-gio-
vane-biondo-bruno-triste o allegro: riflette
tutte le caratteristiche possibili che incontria-
mo nella realtà, messuna esclusa. Quando
parla di calcio, non può fare a meno di sen-
tirsi sinceramente importante: guardatelo men-
tre discute, mentre difende un calciatore-mo-
dello o mentre accusa l’arbitro-venduto. È
assolutamente sicuro di quello che sta dicen-
do, non tollera contraddizioni o critiche, fa
lega con i simpatizzanti e si distacca subito
dagli ‘eretici’ o dai “cretini” che la pensano
diversamente.

Non chiede mai spiegazioni, non si
lia aspettando commenti da parte di
ne sa più di lui. Perché? Semplice:
ché nessuno ne sa più di lui sugli
menti sportivi.

Non ditegli mai di essere in fondo uno
spettatore passivo, uno che “ ” alla par-
tita. Egli replicherà subito che non è vero,
che egli partecipa attivamente al giuoco. E, se
non fosse così, perché urlerebbe, perché si
agiterebbe, perché perderebbe il fiato, perché
rischierebbe l’infarto o la denuncia per ingiu-
rie, percosse o anche peggio, se fosse davvero
un “passivo”? proprio da questa appas-
sionata testimonianza che lo psicologo trae
una prima conclusione: il tifoso mobilita un
potente sentimento di partecipazione affiva
che lo elettrizza, che lo fa sentire importante,

umi-

chi
per-

argo-

assiste

che “aumenta la temperatura” della sua per-
sonalità.

Il “tifo” è in decadenza ?

Prima dell'avvento dei
nicazione di massa (radio,
stampa periodica a grande
spettacolo sportivo era in fondo l’unico
“sfogo” per le parentesi libere dopo lo
studio e dopo il lavoro. Ma oggi? I giovani
leggono, ballano, ascoltano dischi, vanno a
sciare, vanno al mare. E dopo la parentesi
lavorativa? Vanno al cinema o guardano la
TV. Verissimo, ma non per questo possiamo
concludere sul probabile tramonto degli sports
spettacolari (calcio o pugilato, non importa).
Perché? Proprio per quella ragione adottata
dallo psicologo: perché sono questi spetta-
coli passionali che fanno vivere e rivivere
quel sentimento di partecipazione attiva, quel
sentimento di essere importanti, impegnati e
determinanti. Davanti allo schermo televisivo
o davanti a un giornale illustrato è difficile
sentirsi importanti, mentre nello stadio “in
ebollizione” tutti noi diventiamo realmente
personaggi importanti (e lo gridiamo forte
per proclamarlo davanti a tutti). Ecco perché
il “tifo” non è affatto in decadenza. E i gio-
vani? È vero che il loro potenziale entusiasmo
viene “diluito” in altre forme di svago, ma
anche per loro il grande spettacolo sportivo
conserva il fascino che non scomparirà tanto
facilmente.

mezzi di comu-
cinema, TV,
tiratura), lo

Rapporti con la cultura

Le persone colte, istruite o titolate sono
refrattarie al “tifo calcistico”? Oppure: allo sta-
dio ci vanno solo gli “ignoranti’’? Tesi idiota,
diciamolo subito. Ci vanno medici, dirigenti,
avvocati, psichiatri e sacerdoti, studenti in fi-
losofia e ragazze timide e sentimentali.

Può darsi benissimo che una persona col-
ta si senta indifferente o addirittura contraria
al calcio e che trovi stimoli e soddisfazioni
più in biblioteca che nello stadio, ma non
dimentichiamo che spesso questi refrattari
“esplodono” quando si lasciano trascinare
una volta nello stadio. Certo: l’uomo colto,
generalmente, non lancia le bottigliette di
coca-cola in direzione dello spettatore che fi-
schia quando si dovrebbe applaudire (secondo
il suo insindacabile giudizio), non invade il
campo, non aggredisce l’arbitro-venduto, o i
giocatori della squadra avversaria. Ma in de-
finitiva lo spettacolo sportivo ha per tutti un
fascino che sarebbe ingenuo prendere alla
leggera.

Si tratta forse di un banale “sfogo di tensione”?

E se anche tosse così? Lo studente che si
impegna tutta la settimana (o che si stanca
al solo pensiero che “dovrebbe” impegnarsi),
l'operaio che lavora tutta la settimana e che
rincasa stanco, l'impiegato che lotta sei gior-
ni con i possibili capricci del capo-ufficio, il
pensionato che per sei giorni attende che ac-
cada qualcosa di interessante nella vita —
tutti questi personaggi hanno o non hanno



diritto di “sfogarsi” il settimo giorno della
settimana?

Non occorre consultare testi di psicolo-
gia o di psichiatria per apprendere che la
vita in fabbrica, in ufficio o in scuola im-
plica fatalmente un certo grado di tensione e
non occorre consultare lo specialista per sa-
pere che ogni stato di tensione si orienta ver-
so la ricerca della distensione. Se questo è
vero, allora lasciate che i nostri personaggi si
appassionino dello sport e che realizzino que-
sta benedetta distensione psicologica. Al lu-
nedì torneranno sorridenti — specie se la
loro squadra ha vinto — al lavoro e affron-
teranno coraggiosamente i compiti. Lo psi-
cologo aggiunge con una certa malizia: non
sono forse le stesse direzioni aziendali che
incoraggiano la costituzione di squadre spor-
tive e che istituiscono gare e premi per le com-
petizioni tra i dipendenti? C’è da scrivere un
nuovo capitolo sullo ‘sport come fattore di
distensione sociale”.

Tutti i “tifosi” sono gelosi
g

Di che cosa? Della /oro squadra, beninteso.
Se volete perdere l’amicizia di qualcuno, par-
lategli male della sua squadra. Se volete con-
quistare un uomo difficile, mostratevi entu-
siasti dei giocatori che egli adora. Ma perché
questo attaccamento geloso? Lo psicologo
non può fare a meno di parlare di processi di

35



identificazione e di proiezione e così forse in-
quadreremo meglio tutta la questione. In pri-
mo luogo c’è l’identificazione con i modelli
che vincono quasi sempre, che superano tutte
le difficoltà, che sanno arrangiarsi nelle si-
tuazioni più impensate. Tutti noi abbiamo
bisogno di uno ‘schema di riferimento”
e così gli eroi singoli o la squadra diven-
tano il modello superiore con il quale ci
identifichiamo.

Talvolta può accadere che proviamo l’esi-
genza di riversare su qualcuno i nostri desi-
deri o le nostre passioni: ecco che proieftiazio
sul calciatore o sulla squadra queste nostre
esigenze.

Ma può verificarsi un fenomeno più cu-
rioso. Possiamo identificarci con un calcia-
tore 0 con una squadra che vinceva we/ pas-
sato, che era forte, che era invincibile e che
adesso conosce una parentesi oscura. Qui
scattano i meccanismi psicologici che stanno
alla base dell’attaccamento alla tradizione, al-
l’onore, alla dignità o al rifiuto del compro-
messo. Più gli avversari glorificano le squa-
dre “nuove” e maggiore può essere la fedeltà
alle squadre “vecchie e gloriose”. Mentre i
giovani idolatrano una squadra, gli anziani o
i fedeli conservano la loro stima alle “vecchie
squadre”, Ci si identifica con un modello che
rifiuta il compromesso e la facile vittoria.

C'è ancora un tipo di identificazione e di
proiezione: quando scegliamo come “oggetto

di amore” la squadra sfortunata, o addirittura
“tradita”, la squadra o il calciatore “perse-

guitato dalla cattiva sorte”. Siamo roi che
giustifichiamo una nostra insicurezza emotiva
aggrappandcci a questi modelli e siamo sem-
pre noi che inconsciamente sogniamo la ri-
vincita e la vittoria.

In altre parole: la “gelosia” per un deter-
minato tipo di squadra è in diretto rapporto
con le profonde esigenze psicologiche del
“tifoso”.

L’ambivalenza può fare brutti scherzi

Durante la gara siete certi di essere cor-
retti al cento per cento? Non correte ri-
spondendo sì. Perché state zitti se l’arbitro
non vede e non registra un fallo compiu-
to dal vostro beniamino? Perché non riu-
scite a controllare il vostro entusiasmo quando
l’arbitro sbaglia attribuendo la punizione in-
giusta alla squadra avversaria? Mettete una
mano sul cuore e rispondete con calma alla
nostra domanda iniziale.

Vi siete mai chiesti a che cosa serve l’arbi-
tro se tutti gli sportivi sono per definizione
dei gentiluomini, impegnati nel fair play? Ma
se l’arbitro è necessario, è perché il giuoco è
sempre un affare “pericoloso”: implica, cioè,
un complesso di norme e la tentazione di in-
frangerle. Implica la disciplina e il tentativo
di superarla ed è proprio in questa altalena
di motivi opposti che sta forse il fascino dello
spettacolo sportivo.

Il pensiero magico

Ma perché siamo esposti alla tentazione
quando assistiamo a una partita di calcio,
perché saremmo disposti a inveire contro
l’arbitro, a imprecare contro gli avversari e
contro tutti quelli che non hanno le nostre
idee sui giocatori? Perché — quando assistia-



mo con passione al giuoco — noi non siamo
in rapporto soltanto con i giocatori delle due
squadre.

C'è un misterioso personaggio in più: il
pallone. Potrà sembrare strano, ma noi sia-
mo più a contatto con il pallone che con
i nostri beniamini. Dubitate? Ma che cosa
fate quando il pallone viene lanciato verso
la porta dell’avversario? Voi vi protendete
in avanti, guidate il pallone con il pensiero,
soffrite se devia, esultate se continua imper-
territo la sua corsa. Se rallenta la corsa, voi
lo spingete con il pensiero e fate il gesto sim-
bolico con la mano, come se vi fosse possi-
bile imprimere al pallone un movimento sup-
plementare. Fate come il giocatore di bocce
o di biliardo che si contorce seguendo l’evo-
luzione della bilia, che si ferma in bilico quan-
do la bilia appare indecisa e che segue con
la mimica facciale e con i gesti del corpo
ogni movimento. Lo psicologo scopre qui il
riflesso del pensiero magico, di quel tipo di
pensiero primitivo che già il bambino mobi-
litava per impossessarsi del mondo (il bam-
bino che vuole afferrare con la manina la
luna o il tram). E anche voi fate lo stesso:
volete guidare il pallone verso le mète che a
voi fanno comodo, volete fargli percorrere
la strada che porta alla vosfra vittoria o che
porta alla sconfitta del nemico. È la stessa
situazione della row/efte: i desideri di vincere
alimentano il pensiero magico e instaurano
il colloquio tra il giocatore e la pallina.

Ecco perché abbiamo detto che il pallo-
ne è un vero e proprio personaggio che
compare sul campo e con il quale bisogna
fare i conti.

L’aggressività quindi esplode quando il
pallone-personaggio misterioso non ha fatto
il suo dovere, quando non ha “ubbidito” al
nostro pensiero magico, quando si è ribella-
to alle nostre richieste. Quando invece il pal-
lone lavora in perfetta armonia con il gioca-
tore, ecco che il giocatore diventa il nostro

Le fotografie pubblicate in queste pa-
gine sono state scattate durante le
invasioni di campo avvenute a Napoli
e a Salerno il 28 aprile scorso.

modello o il nostro eroe perché corrisponde
alla nostra esigenza: il nostro giocatore fa
quello che noi vorremmo fare e quindi non
possiamo non amarlo. E l’avversario è per
forza un “brutto nemico” proprio perché im-
pedisce al pallone di fare quello che noi vor-
remmo che facesse. E l’arbitro è “bravo” se
concede al pallone quei percorsi che fanno
comodo a noi, mentre è “venduto” se lascia
al pallone quelle libertà che fanno comodo ai
nostri avversari. Lo psicologo coglie di nuo-
vo la curiosa ambivalenza dei sentimenti che
sta alla base di molti giuochi e soprattutto
del calcio.

Conclusione

Non vi spaventate se abbiamo parlato di
pensiero magico o di atteggiamenti infantili.
Non è detto che l’adulto debba rimanere ven-
tiquattro ore al giorno una creatura raziona-
le, riflessiva, calma e perfettamente equili-
brata.

Anche di notte, quando sogna, cade vit-
tima dello stesso pensiero magico. Ma —
vi preghiamo di concludere da soli — altro
è gioire sinceramente dello spettacolo sportivo
e altro è credere che il pensiero magico ci
autorizzi a bestemmiare, a inveire, a lanciare
bottigliette di coca-cola sulle teste di coloro
che non amano disperatamente i nostri be-
niamini o le nostre squadre o a commettere
intemperanze anche più gravi. Non dimentica-
te mai che i vostri presunti avversari obbe-
discono allo stesso tipo di pensiero magico e
agli stessi meccanismi psicologici della iden-
tificazione e della proiezione. In altre parole:
essi pure avrebbero lo stesso diritto di trat-
tarvi allo stesso modo. Conclusione: gridate
sì, gioite sì, urlate sì... ma concedete lo stesso
diritto ai vostri avversari, perché si trovano
nella vostra identica situazione psicologica.
Dovremmo ricordarlo tutti: la democrazia
deve regnare anche negli stadi sportivi.

Il piano
di Taranto

Il Consorzio per l’area di sviluppo industriale
di Taranto, nel quale è rappresentato anche
PIRI, ha incaricato a suo tempo la Tekne di
Milano, una società specializzata in consulenze e
programmazioni tecnico-organizzative, di redige-
re il piano regolatore industriale dell’ area stessa.

Un gruppo di lavoro della Tekne, guidato
dall’ing. Roberto Guiducci, direttore della socie-
tà milanese, ha portato a termine l’impegnativo
compito, avvalendosi anche della consulenza di
due specialisti: i professori Giovanni Astengo
per la parte urbanistica e Giorgio Fuà per la
parte economica.

Sulla base delle risultanze di una serie di
complesse indagini socio-economiche, condotte in
modo analitico, che tendevano ad accertare le
condizioni esistenti e le concrete possibilità di
sviluppo futuro di ogni settore economico, in
relazione al prevedibile sviluppo demografico,
l’equipe ha formulato il piano regolatore della
zona. Esso è già stato approvato dal Consorzio
di Taranto ed è attualmente in corso di appro-
vazione definitiva da parte del Comitato dei
Ministri per il Mezzogiorno.

La presenza dell’Italsider con un grande im-
pianto siderurgico ha costituito naturalmente uno
degli elementi di base di cui si è tenuto conto
nell’elaborazione del piano e in particolare nel-
la formulazione delle ipotesi di sviluppo indu-
striale dell’area di Taranto.

Il piano inoltre, tenendo conto che il processo
di industrializzazione în corso, con l'aumento

dell'occupazione e del reddito, richiederà un cor-
redo di nuove attrezzature residenziali e provo-
cherà un aumento della domanda di abitazioni,
indica le linee direttrici e l'ubicazione dei nuovi
nuclei residenziali dell’area.

A questo proposito va sottolineato come la
nostra società abbia tempestivamente affrontato,
mentre proseguono con ritmo intenso i lavori di
costruzione del centro siderurgico, il problema
della realizzazione di alloggi per il personale.
Alla Tekne è stato infatti affidato anche l’inca-
rico di studiare la sistemazione urbanistica del
quartiere residenziale Italsider ed il suo inseri-
mento nel più vasto quadro degli insediamenti
residenziali previsti dal piano industriale.

In questo studio si è tenuto conto di alcuni
requisiti che l’Italsider ritiene fondamentali per
insediamenti di una certa consistenza : l'essere
cioè dotati delle necessarie infrastrutture, situati
ad una certa distanza dal posto di lavoro, ubi-
cati sulle linee direttrici del prevedibile futuro
sviluppo della città e articolati in modo da faci-
litare sia l’integrazione del personale aziendale
con altri nuclei di popolazione, sia il collega-
mento dei nuovi quartieri con l’abitato esistente.

Solo una soluzione che risponda a questi re-
quisiti può permettere infatti di evitare lo
squallido livello urbanistico caratteristico dei
quartieri periferici delle città industriali e non
rispondente ai moderni postulati dell’edilizia
economica e popolare.

Il nuovo quartiere studiato dalla Tekne si
uniforma appunto ai criteri sopra delineati.
Esso verrà realizzato entro un’area di circa
trecento ettari, di cui il piano regolatore del-
l’area di sviluppo industriale prevede la destina-
zione residenziale, e contigua a quelle prescelte dal
comune di Taranto per la realizzazione dei pro-
grammi edilizi previsti dalla recente legislazione.

La creazione degli allacciamenti studiati dal
piano regolatore consentirà un veloce collega-
mento dei quartieri con le zone industriali e con
la città nuova.



Il coordinamento del programma dell’Italsider
con le iniziative di altri enti pubblici e privati
(Comune, Gestione case per i lavoratori, I.A.C.P.,
altre aziende) permetterà di realizzare in co-
mune le attrezzature necessarie.

In conformità ai più moderni criteri urbani-
stici, sì prevede di realizzare un insediamento
con una densità territoriale di circa cento abi-
tanti per ettaro, caratterizzato da ampi spazi
verdi. Saranno ugualmente poste immediata-
mente allo studio le necessarie infrastrutture ci-
vili e culturali (mercati, scuole, chiese, centri
sociali) che, in collaborazione con i vari enti
competenti, dovranno essere realizzate simulta-
neamente ai diversi nuclei di alloggi.

I 370 alloggi di cui si inizierà prossimamente
la costruzione rappresentano il primo lotto del
programma, che prevede complessivamente la
costruzione di almeno 2.500 alloggi. Nel nuovo
centro risiederanno pertanto oltre dodicimila per-
sone, se si tiene conto soltanto dei lavoratori
Italsider e delle loro famiglie, ma questo nume-
ro va notevolmente aumentato, in considerazio-
ne della popolazione di diversa provenienza che
si integrerà con il personale aziendale.

Una mostra degli studi del piano del nuovo
centro residenziale che forniva una chiara vi-
sione delle premesse urbanistiche e delle linee di-
rettrici di impostazione del nuovo insediamento
urbano a nord del Mar Piccolo, è stata allestita
recentemente a Taranto în occasione di una visi-
ta dell'on. Fanfani, del ministro Bo, del prof. Pe-
trilli, presidente dell’IRI, e di altre personalità.

Le tavole riportate in queste pagine riprodu-
cono appunto il plastico dell’ intero comprensorio
di Taranto, e alcuni aspetti del progetto del pia-
no regolatore dell’area di sviluppo che visualiz-
zano le varie connessioni geografiche del nuovo
insediamento urbano rispetto ai centri di lavoro
e agli insediamenti preesistenti.

Riteniamo che i nostri lettori siano interessati
a conoscere, almeno nelle linee essenziali, il pia-
no regolatore di Taranto e le sue premesse so-
ciali ed economiche.

38

L’articolo che segue è stato elaborato per la
Rivista dal dr. Umberto Dragone e dall'ing.
Paolo Radogna, della Tekne, responsabili ri-
spettivamente per la parte economica ed urbani-
stica del piano che costituisce, per la concezione
con cui è stato elaborato, un esempio per ora
unico in Italia.

Se è vero che Taranto solo ora sta raggiun-
gendo il livello di sviluppo normale, esso può,
tuttavia, usufruire dei criteri più avanzati per
le sue realizzazioni, portandosi così immediata-
mente al massimo livello delle migliori comuni-
tà civili del nostro tempo.

La storia economica di Taranto inizia, co-
me per molte altre città italiane, nei suoi ter-
mini moderni, all'indomani dell’unità d’Italia,
quando la città, uscendo da un lungo periodo
di isolamento, riprende il ruolo già svolto in
passato, di centro commerciale e di mercato
di transito di un vasto entroterra agricolo e,
nel contempo, diventa il centro di un grosso
complesso militare e produttivo, la marina,
che ne condizionerà tutto lo sviluppo futuro
in termini sia economici che sociali.

La piazza militare, l’arsenale e i cantieri
navali, infatti, che a partire dall’ultimo ven-
tennio del secolo scorso costituiscono gli
aspetti più salienti del processo di sviluppo
tarantino, se, da un lato, fanno della città
un centro industriale di ragguardevoli dimen-
sioni, soprattutto rispetto alla povertà di ini-
ziative del Mezzogiorno, dall’altro, conferi-
scono a questo sviluppo industriale ed econo-
mico un carattere “artificiale”, legato, cioè,
alle vicende politico-militari del paese, senza
una vera base economica locale, con poche
probabilità di suscitare un tessuto connettivo
di medie e piccole industrie, che non fossero
complementari o di servizio alle preminenti
attività cantieristico-militari. Lo stesso avvie-
ne anche per la classe imprenditoriale locale
che non trova in questa situazione possibilità
di sviluppo autonomo, che finisce pertanto
per concentrare i propri sforzi in settori eco-
nomici dove gli investimenti sono modesti e
soprattutto a breve termine (edilizia, forniture
ai cantieri eccetera).

Si determina così una situazione in cui
l’intiera economia locale è strettamente con-
dizionata alle alterne vicende dei complessi
maggiori (in particolare, l’arsenale e i cantieri
navali Tosi), subendo di conseguenza periodi
di crisi accanto a fasi di sviluppo rapido, fino
alla decadenza attuale che ha provocato un
ridimensionamento delle unità maggiori, con
una concentrazione nella manodopera occu-
pata di oltre il quaranta per cento dal 1949
al 1960.

Nello stesso periodo, di riflesso, entravano
in crisi le unità minori, che erano sorte intor-
no ai grossi complessi, mentre non sorgevano
nuove iniziative industriali di rilievo in altri
settori (ove si eccettui un certo sviluppo del-
l’attività edilizia).

Pertanto, al momento in cui l’Italsider deci-
deva l’insediamento del centro siderurgico,
l’economia tarantina era caratterizzata da
forti squilibri: a quello dimensionale, di cui

si è fatto cenno, tra i due maggiori com-
plessi navalmeccanici e il resto della struttu-
ra industriale, si aggiungeva quello creato dal-
l’accentramento nel capoluogo della maggior
parte delle attività industriali, che aveva pro-
vocato, con la mancanza di una articolazione
a livello regionale e di una distribuzione ter-
ritoriale adeguata, il perpetuarsi di una con-
dizione di arretratezza nell’ interno, pressoché
esclusivamente agricolo, ma ad un certo li-
vello di produttività solo nella zona del Me-
taponto, e per di più carente di industrie di
lavorazione e trasformazione dei prodotti e
mancante di adeguate attrezzature distribu-
tive.

A lato di questo, un sistema creditizio poco
duttile, una capacità imprenditoriale modesta
e concentrata nei settori tradizionali, attrez-
zature commerciali residenziali e sociali ina-
deguate alle esigenze presenti: tutti questi
fattori fissavano la staticità di una situazione
con poche possibilità di sviluppo.

Si giustificano così gli obiettivi fondamen-
tali del piano regolatore industriale che ha
voluto, per queste ragioni, comprendere una
problematica più vasta ed articolata; essi pos-
sono essere sintetizzati nel modo seguente:

a) frenare e riassorbire totalmente la disoc-
cupazione e la sottoccupazione locale,
l’emigrazione della zona verso l’Italia set-
tentrionale, offrendo, nel contempo, ade-
guate occasioni di lavoro;

b) annullare il dislivello di reddito tra il set-
tore agricolo e il settore industriale;

c) garantire, nell’ambito di uno sviluppo so-
cio-economico equilibrato, la migliore uti-
lizzazione del territorio e delle sue risorse,
evitare pericolose concorrenzialità tra il
settore agricolo e il settore turistico-resi-
denziale con quello industriale, massimiz-
zando in tal modo i benefici del processo
di concentrazione industriale e riducendo-
ne al minimo gli inconvenienti.

La definizione in termini tecnici ed opera-
tivi di questi obiettivi non è stata agevole.
L’agricoltura tarantina, ad esempio, era ca-
ratterizzata nella zona orientale da un’alta
densità di addetti (0,64 addetti per ettaro), da
un eccessivo frazionamento della proprietà e
delle aziende contadine e dall’arretratezza col-
turale, il che comportava dei livelli particolar-
mente bassi di reddito; dall’altro lato, nella
zona occidentale, da una minor densità (0,31
addetti per ettaro) con colture specializzate
e modernamente impostate (agrumi, vite, frut-
teto, olivo, coltivazioni industriali eccetera) in
grado di garantire una elevata produttività e
una più soddisfacente remunerazione della
manodopera occupata.

Occorreva pertanto diversificare le indagini
e le proposte operative, tenendo conto di
tutti questi fattori e calcolando, nel contem-
po, l’eccedenza globale di manodopera agri-
cola (circa diecimila unità lavorative) alla quale
si dovranno fornire nuove occasioni di la-
voro nei settori secondario e terziario.

Per quanto concerne, più in generale, il
futuro assetto dell'economia locale, il piano,
sulla base di previsioni demografiche condot-

te per l’intero comprensorio, e tenendo conto

degli obiettivi di sviluppo per l’ intero ter-

ritorio meridionale, ha previsto al 1981 una
occupazione in Taranto e negli altri diciotto

comuni di oltre 191.000 unità, di cui 34.000

circa (pari al 18%) in agricoltura, 83.000 circa

(43,5%) nell’industria, 73.000 (38,5%) nei

servizi e attività terziarie.

I nuovi posti di lavoro da creare nell’in-
dustria ammontano nel ventennio 1961-81
a circa 53.000 unità. Ad essi possono essere
aggiunti altri 13.000 posti di lavoro destinati
a contribuire all’assorbimento della immigra-
zione dalle zone contermini.

Sulla base di questi primi dati quantitativi
si sono definiti i settori industriali che, in
concreto, dovranno fornire i nuovi posti di
lavoro. Possiamo anche in questo caso sinte-
tizzarli brevemente:

a) attività industriali connesse al centro si-
derurgico (imprese di forniture di servizi,
di manutenzione degli impianti, di imbal-
laggio, officine elettromeccaniche, fonde-
rie eccetera), oppure in grado di utilizzare
i prodotti del centro siderurgico (cantieri
navali, carpenteria metallica, automobili e
loro parti staccate, macchine utensili,
motocicli e motoscooters eccetera);

b) industrie di trasformazione agricola, in
grado di utilizzare i prodotti dell’agricol-
tura locale (industria enologica, lavorazione
e trasformazione dei prodotti ortofrutti-
coli e lattiero-caseari, industria olearia
eccetera);

c) industrie che utilizzano produzioni legate
agli impianti petrolchimici di materie pla-
stiche e meccanici localizzati in compren-
sori circostanti (Brindisi, Bari, Valle del
Basento), rispetto ai quali Taranto può
costituire, con il porto e le adeguate at-
trezzature commerciali e di servizio, un
punto di naturale concentrazione;

d) settori in grande sviluppo, per i quali
sia conveniente una produzione localiz-
zata nell’area meridionale o il cui mer-
cato tende ad espandersi nell’area sud
(abbigliamento, birra, gomma, calzature
eccetera);

e) settori che hanno forti aliquote di com-
mercio con l’estero ed in modo particolare
con le regioni mediterranee (tessili e ab-
bigliamento, materie plastiche, industria
meccanica eccetera).

Come si vede, il piano, nelle sue componenti
socio-economiche, è partito dal presupposto
di inserire l’intervento industriale in tutto il
contesto economico locale, di utilizzarlo per
valorizzare e potenziare tutti i settori produt-
tivi in una scala ed in una articolazione regio-
nale, di avviare a soluzione, infine, tutte le
carenze strutturali, vecchie e nuove di Taranto.

Le ipotesi di sviluppo industriale, le previ-
sioni di sviluppo demografico, e gli obiettivi
di piena occupazione per la popolazione resi-
dente nell’area hanno definito le dimensioni,
le caratteristiche e le fasi di attuazione della
nuova struttura economica e sociale nel pe-
riodo 1961-1981 ed hanno quindi fornito i
termini generali necessari per la impostazione



Schema del piano regolatore dell’area industriale di Taranto. La zona verde sulla
sinistra comprende l’area della riforma fondiaria del Metaponto in cui è inserita,
in rosso, la futura zona industriale di Massafra. Al centro, intorno al Mar Piccolo,
sono posti, oltre la città di Taranto, il primo nucleo industriale e la zona resi.

del problema della distribuzione territoriale
di progetto. Con questo si sono definiti tutti
gli elementi urbanistici, e cioè zone industriali,
quartieri residenziali, attrezzature dei servizi,
infrastrutture di trasporto, fasce agricole,
parchi pubblici eccetera, che caratterizzeranno
i nuovi modi di vita della popolazione dell’area
di Taranto nelle sue attività di lavoro, di re-
sidenza, di tempo libero eccetera.

Il piano ha escluso l’ipotesi di un’unica mas-
siccia concentrazione industriale su "Taranto
che avrebbe determinato, così come gli esempi
di città industriali tradizionali stanno ad in-
dicare, un accrescimento urbano continuo,
amorfo e promiscuo ed una congestione sem-
pre crescente, e altresì l’ipotesi di una diffu-
sione frazionata delle zone industriali sui cen-
tri abitati esistenti secondo un sistema di
nuclei satelliti autosufficienti che avrebbe im-

plicato un assetto urbanistico poco efficiente
ed alti costi di impianto e di gestione.

Il piano si è proposto di attuare una strut-
tura urbanistica decentrata ed integrata, se-
condo la quale le zone industriali, residenziali,
e dei servizi, immerse nel verde ricreativo,
naturale ed agricolo, sono distaccate le une
dalle altre e sono in un rapporto funzionale
assai intenso, in quanto sedi di attività quoti-
diane. Si realizza così una unità sociale che
consente al suo interno il più alto grado di
interscambi sociali, economici e produttivi
tipici di una grande città, ma che richiede per
il suo funzionamento un'estensione alla scala
dell’intero territorio e pertanto un’elevata
mobilità. ‘Tale unità, chiamata città-regione,
si articola da un lato su Taranto ed in via
subordinata su Massafra, Grottaglie e San Gior-
gio Jonico che costituiranno i nuovi poli di



denziale (indicata in maggiori dimensioni nel plastico a pag. 41). Le due aree
verdi sulla destra in basso indicano zone di notevole sviluppo agricolo, mentre le
piccole aree rettangolari in rosso indicano i futuri insediamenti industriali e quelle
in blu le zone di espansione residenziale.

sviluppo residenziale e dei servizi, e dall’al-
tro su tre agglomerati industriali ubicati in
aperta campagna ed inclusi nel territorio così
definito. Mentre l’agglomerato industriale di
Taranto è destinato prevalentemente alle in-
dustrie di base ed è compreso tra il centro si-
derurgico ed il porto industriale, gli altri due
collocati a breve distanza dal primo sono de-
stinati ad accogliere le industrie a grande e
media dimensione caratterizzate da maggiore
libertà ubicativa. Complessivamente le zone
industriali offrono una possibilità di 45.950
posti di lavoro nelle industrie manufatturiere
superiori a dieci addetti e coprono una esten-
sione di 1.785 ettari.

In questo modo si predispone, secondo i
più moderni concetti urbanistici, una struttu-
ra che assicurerà nel futuro il perfetto funzio-
namento del territorio rispondendo alle esi-

piano regolatore dell’area
di sviluppo industriale di Taranto





NS

MON

SETA





genze di iniziative industriali di grandiose
dimensioni, di sviluppi sociali ed economici
sempre più accelerati e di un modo di vita
totalmente nuovo rispetto a quello esistente.

La popolazione prevista al 1981 nel terri-
torio sopra detto è di 500.000 persone circa.
Nello stesso tempo il piano si è proposto di
attuare tale trasformazione strutturale nel mo-
do più flessibile e graduale e di favorire uno
sviluppo economico e sociale equilibrato ed
al massimo diffuso sul territorio, tenendo ben
conto della situazione urbanistica di partenza
e della necessità di risoluzione di tutti i suoi
problemi esistenti. Infatti, la collocazione dei
due agglomerati industriali all’esterno della
città di Taranto è compatibile con la distri-

La planimetria rappresenta un primo nucleo industriale dell’area di Taranto. Al
centro in bianco, l’area dello stabilimento siderurgico. Sotto di essa, in rosa, la zona
delle grandi industrie in cui si localizzeranno la Cementir, la Sanac, la Shell e la
Lamel, Ancora più in basso, si osservano i moli del porto in corso di costruzione.

buzione della futura popolazione sui centri
abitati esistenti, e nello stesso tempo la scelta
dei due poli abitativi di Massafra e di Grot-
taglie consente di modificare detta distribu-
zione in un modo limitato, concentrando ai
margini della città-regione l'eventuale flusso
immigratorio teso sul capoluogo. Ciò vale ad
irrobustire l'economia agricola degli agri ru-
rali, dotandoli anche di vicini centri di servizi
efficienti. In particolare, come è stato già
detto, la distribuzione degli agglomerati in-
dustriali e delle nuove zone residenziali ha
tenuto conto delle conclusioni degli studi del-
l'economia agricola evitando ogni interferen-
za con le fasce agricole e turistiche in grande
trasformazione o di più elevata potenzialità,









La zona a destra dello stabilimento, colorata in blu e giallo, indica i medi e
piccoli insediamenti industriali in progetto, Sulla destra, tra lo stabilimento e il Mar
Piccolo, il quartiere dei pescatori e degli operai. Delineate in verde, sono le proget-
tate arterie di scorrimento del traffico automobilistico.

preferendo a parità di condizioni i terreni ste-
rili o a basso reddito.

Il piano ha preordinato dettagliate soluzio-
ni infrastrutturali per l’attrezzatura dei vari
agglomerati industriali, quali gli allacciamenti
ferroviari e stradali, i convogliatori meccanici,
le discariche di acque reflue eccetera, ed in par-
ticolare modo il porto industriale e l’approv-
vigionamento idrico, così da attuare gli schemi
urbanistici più efficienti ed i costi minimi.

La forma della città-regione è lineare, con
al centro Taranto e ai due estremi Massafra
e Grottaglie e costituisce il presupposto per
la formazione di una direttrice di sviluppo re-
gionale che unisce in senso oriente-occidente
l’area di Taranto, quella di Brindisi ed il

:

taranto .

o schema utbuaristico del Nuovo imedamnento
pressori dei temtonuie 100.000) pe
med 1000
ta terntorute 100 persone ettari
ana oca della itatsater 2500





prosa



L’area blu-azzurra sulla sinistra rappresenta lo stabilimento Italsider (su fondo bianco)
e la progettata zona industriale a lato della quale, più in basso, è posta la città di
Taranto, La zona verde-bianco-marrone al centro della foto, rappresenta schematica»
mente il progetto urbanistico della nuova Taranto destinato ad un insediamento di circa



centomila persone su un’area di 1.000 ettari. In questa zona sarà inserito anche il cen-
tro residenziale dell’ Italsider il cui programma edilizio prevede la costruzione, su
un’area di 300 ettari, di almeno 2.500 alloggi per circa dodicimila persone. Sulla
destra in alto (in azzurro), il progetto della futura zona industriale di Grottaglie.



della Valle del Basento.

Il piano ha previsto che le prime trasforma-
zioni urbanistiche a grande scala riguarderan-
no la città di Taranto. Questa, finora costret
ta per un complesso di vincoli a contenere i
più recenti ampliamenti entro il tessuto ur-
bano di antica formazione e a servirsi di un
sistema di comunicazione disagevole ed ina-
deguato, potrà usufruire di larghissime por-
zioni di terreni vicini, sgombri e di scarso va-
lore agricolo, non appena sia stato realizzato
il nuovo sistema di infrastrutture, primo fra
tutte il Ponte di Punta Penna, ed assumerà
un’ampia forma circolare articolata attorno
al Mare Piccolo.

Gli studi, in parte compiuti ed in parte in

nucleo industriale

corso, hanno accertato che la popolazione da
insediare nella nuova Taranto a nord del Mare
Piccolo ammonterà a circa 100.000 persone.
Essi si propongono di caratterizzare già i
primi nuclei residenziali, destinati agli addetti
industriali e per i quali esiste un programma
di immediati interventi, con una elevata in-
tegrazione sociale e vanno definendo le ubi-
cazioni e le caratteristiche delle attrezzature dei
servizi, e cioè grandi magazzini, centri sanitari
di istruzione e culturali, fiere-mercato eccetera,
così da renderle disponibili per la intera po-
polazione della provincia di Taranto ed oltre.

In particolare, saranno organizzate vaste
zone verdi, interne ed esterne alla città, affore-
state ed attrezzate con campi di giuoco; saran-

no realizzate reti di comunicazioni destinate
al traffico veicolare con ampi spazi per par-
cheggi, separate da quelle pedonali; saranno
predisposti interventi edilizi per la residenza
e le attrezzature collettive, bene adeguate - an-
che dal punto di vista architettonico e figura-
tivo-al ruolo urbano e alle dimensioni indu-
striali che Taranto va assumendo.

Esistono quindi vari presupposti di cui la
provincia di ‘Taranto dovrà pienamente avva-
lersi per dare forma in modo razionale e mo-
derno alle trasformazioni ambientali che l’inse-
diamento del centro siderurgico ha già avviato,
così che essa possa rappresentare un effettivo
modello di rinnovamento morale e materiale
e di pianificazione scientifica e democratica.



I 30 anni dell’IRI

Menichella: una gelida giornata del gennaio ?33

Riportiamo un’ampia parte del discorso tenuto
a Roma, in occasione delle celebrazioni del tren-
tennio del’IRI, dal dr. Donato Menichella, ex
governatore della Banca d’Italia e primo diret-
tore generale dell’IRI. E° la storia della nascita
dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Quando |’ IRI nacque, nessun nastro di letizia fu
appeso al portone di via Versilia 2, dove l’ente in-
stallò gli scarni uffici e dove, in locali in affitto, li
conserva tuttora,

Era una gelida giornata del gennaio 1933; ma gelido
cera soprattutto a quel tempo il vento della depre:
ne che da oltre tre anni squassava l’economia del
mondo occidentale.

In particolare, dal maggio 1931, in quella tremenda
depressione, che doveva causare la disoccupazione di
decine di milioni di uomini, che doveva contrarre il
livello medio della produzione industriale mondiale,
esclusa l'Unione Sovietica, al 60%, e che doveva ri-
durre di un terzo il volume e di due terzi il valore
oro del commercio internazionale, si innestò una crisi
bancaria di dimensioni paurose e di alta drammaticità,

Quella crisi è ben nota agli uomini della mia ge-
nerazione; ma non ritengo superfluo rammentarne, sia
pure sommariamente, le fasi salienti, perché esse si
connettono direttamente con le origini dell’ IRI e il
loro richiamo consente ai giovani e ne vedo tanti
in questa sala — di rendersi conto agevolmente dei
gravi problemi che l’IRI fu chiamato a risolvere.

La crisi bancaria investi, in Europa, le tre nazioni
(Austria, Germania, Italia) nelle quali, forse anche
come una conseguenza della loro lunga vicinanza po-
litica nella “triplice alleanza”, lo sviluppo industriale
era stato promosso o favorito col largo appoggio del
sistema bancario cosiddetto “misto”, cioè quello in
cui le banche, soprattutto le grandi, utilizzavano i de-
positi per fornire all’industria non soltanto i capitali
di esercizio, ma, e in ampia misura, i capitali di im-
pianto, e spesso assumevano la proprietà di impor-
tanti quote azionarie delle industrie assistite, non di
rado la maggioranza.

Questo sistema aveva reso grandi servigi anche al
nostro paese. Senza il largo intervento delle banche
miste, infatti, e in mancanza di un consistente mercato
finanziario che solo in epoca più recente ha trovato
un apprezzabile sviluppo anche per effetto della crea-
zione dell’ IMI, nato anch’esso dalla crisi degli anni
’30, e di altri importanti istituti per il credito a media









Il prof. Petrilli parla nel corso della celebrazione del
trentennio dell’IRI. (da sinistra, il direttore generale
e il vice presidente dell’ Istituto, Sernesi e Visentini, il
sen. Bo, l’on. Fanfani, il dr, Menichella e l'operaio
Figel, uno dei più anziani del Gruppo).

e lunga scadenza all’industria e alle opere pubbliche,
l’Italia non avrebbe potuto trasformarsi, come inve-
ce si trasformò nell'ultima parte del secolo scorso e
nei primi decenni di quello attuale, da paese essenzial-
mente agricolo a paese abbastanza industrializzato.

Ma il sistema era fortemente vulnerabile, e la sua
resistenza alle avversità dei periodi di grave depres-
sione economica era scarsa, come era stato del resto
provato nello stesso nostro paese dalla caduta dei due
colossi bancari, il Credito Mobiliare e la Banca Gene-
rale, verificatasi quaranta anni prima degli avveni-
menti che portarono alla nascita dell’ IRI.

Il fulmine, che nel maggio 1931 scatenò il tempo-
rale bancario, scoppiò a Vienna e travolse il ‘Credi-
tanstalt”, di gran lunga la maggiore banca austriaca,
già orgoglio della monarchia degli Asburgo e che,
anche a cagione degli interessi che in essa aveva la
casa Rotschild, un membro della quale la presiedeva
da oltre dieci anni, godeva di largo credito interna-
zionale.

Questo credito fu scosso quando venne annunzia-
to il progetto di unione doganale dell’Austria con la
Germania, e i ritiri si intensificarono allorché si seppe
di grosse perdite che la crisi di molte industrie river-
sava sulla banca che vi era largamente interessata,

Dopo vari tentativi di salvataggio non riusciti, pre-
giudicati anche dalla situazione internazionale tesa in
conseguenza della progettata unione doganale, la banca
finì nelle braccia dello stato che ne assunse la maggio-
ranza azionaria e se ne addossò le gravissime perdite,

Da Vienna la crisi bancaria rimbalzò a Berlino do-
ve, nel fragore delle polemiche condotte in partico-
lar modo dai nazionalsocialisti che nell'ottobre del
’30 avevano avuto un grosso successo elettorale e
pretendevano a gran voce la revisione del trattato di
pace e la fine delle riparazioni, due grandi banche
(la Danat e la Dresdner) finivano anch'esse nelle brac-
cia dello stato, che fece assorbire la prima dalla se-
conda e di questa assunse la maggioranza azionaria.

La Germania si era ripresa dalla sconfitta e dalla
terribile inflazione del 1923 solo in virtù dei larghi
crediti esteri che vi erano affluiti. Ad oltre quattro
miliardi di dollari del tempo si stimava che essi am-
montassero nel 1930. Il congelamento di questi cre-
diti, seguito alla crisi bancaria, si ripercosse allora
gravemente su Londra data l’importanza di quelli
che la City aveva concesso a banche e a industrie te-
desche. Si determinò così un richiamo da Londra dei
molti depositi di banche straniere e di privati capita-
listi, che avevano ritenuto di aver trovato nella seco-
lare validità di quelle istituzioni finanziarie un sicuro
rifugio. In presenza della rapida tendenza all’esauri-
mento delle riserve auree, il 21 settembre 1931 la
Banca di Inghilterra dovette essere sciolta dall'obbligo
di cambiare in oro la sterlina alla parità dell’anteguer-
ra, a cui una orgogliosa determinazione, attuata da
Churchill, Cancelliere dello Scacchiere, la aveva rian-
corata nel 1925. Così la sterlina progressivamente si
svalutò giungendo a stabilizzarsi a circa il 60% del-
l’antico valore aurco.

Dall’uragano bancario non fu risparmiata, infine,
l'America, Dopo una moria di numerose piccole
banche, la crisi si estese nel febbraio-marzo 1933, cioè
quasi contemporaneamente alla nascita dell’ IRI, alle
grandi. Il 3 marzo dovette essere sospeso l'obbligo
della copertura al 40% della circolazione monetaria e
degli impegni a vista e il giorno successivo, un sa-
bato, mentre il nuovo presidente Roosevelt ascen-
deva le scale del Campidoglio per prestare giuramento
di fedeltà alla Costituzione, cadeva perfino la fortezza
bancaria di New York, sicché il primo atto del nuovo
presidente dovette essere l'ordine di chiusura, emanato
al mattino del lunedì 6 marzo, di tutte le banche del
paese, verificandosi così, come fu scritto, il paradosso
dell'America senza banche.

Questo uragano bancario non fu certo l’ultima
delle ragioni che portarono anche l'America, nell’apri-
le del 1933, a staccare il dollaro dall’antica parità aurea
e a svalutarlo in breve di circa il 40 per cento.

La crisi bancaria non fu, dunque, un fatto parti-







colare al nostro paese. Per ricordare l’intensità di
quella che ci colpì può essere sufficiente, mi sembra,
rilevare che ad un anno di distanza dall’ingorgo del
Creditanstalt di Vienna, cioè al maggio 1932, la Ban-
ca d’ Italia aveva dovuto quasi raddoppiare la sua as-
sistenza al mercato elevando il complesso delle ope-
razioni di sconto di anticipazioni e di finanziamenti
all’ istituto di liquidazioni di circa 4 miliardi di lire.
Nel contempo le riserve diminuivano di circa 2,3
miliardi, e questo calo veniva ad aggiungersi a quello
di 2,7 miliardi verificatosi dal dicembre 1927, cioè
dall'epoca della fissazione della nuova parità della lira,
alla quale epoca le riserve ammontavano a circa 12
miliardi alla nuova parità, equivalenti a poco meno
di 650 milioni di dollari del tempo.

Sorgeva quindi anche il pericolo, allora grave-
mente temuto, che presto non si avessero riserve a
sufficienza per rispettare l'obbligo della copertura al
40% della circolazione e degli impegni a vista. E per
quanto riguarda in particolare la situazione dell’indu-
stria e quella patrimoniale delle maggiori banche, mi
basta ricordare che alla stessa epoca l'indice delle
quotazioni azionarie, che, fatto 100 il 1913, si era
tenuto ad oltre 200 nella media degli anni 1924 e
1925, e a circa 170 nella media degli anni 1928 e 1929,
era precipitato a meno di 70; le banche, quindi, per-
devano largamente sulla maggior parte dei titoli pos-
seduti, a qualunque prezzo li avessero acquistati o
sottoscritti non solo dopo la guerra, ma anche duran-
te e prima di essa (cioè oltre 20 anni prima). Per la
generalizzazione del fenomeno di crisi, inoltre, e data
l'impossibilità da parte delle banche di prestare al-
l'industria l’assistenza finanziaria allora più che mai
necessaria, appariva certo che, senza l’intervento dello
stato, 0 se l’intervento medesimo si fosse fermato a
metà strada, un largo settore della nostra economia,
che comprendeva tra l’altro le più essenziali industrie
di base, si sarebbe trasformato in un immenso cumulo
di rottami.

Le forme che assunse quell’intervento e i modi
secondo i quali si svolse costituiscono una storia ben
nota, scritta, fra l’altro, con assoluto rigore e con
molto dettaglio, nei volumi dello studio sull’ IRI
pubblicato nel 1956 dal Ministero dell’ Industria e
del Commercio.

A me, che per le ragioni indicate ho rievocato le
gravi condizioni nelle quali versavamo quando l’ IRI
fu costituito, sia lecito soltanto di trarre la confor-
tante conclusione che da tanto male nacque il gran
bene di un ordinamento creditizio che trovò il suo
assetto nella legge bancaria del 1936 e che ha fatto
le sue prove in questo dopoguerra essendo stato, cer-
to, di valido e insostituibile aiuto per promuovere e
sostenere quel prodigioso sviluppo economico che il
nostro paese ha registrato e continua a registrare.

A quello sviluppo ha contribuito in misura note-
vole il settore industriale dell’ IRI, che ogni giorno
di più si rivela strumento agile, flessibile ed aperto a
tutti i progressi della tecnica. Ed è esemplare il rigore
col quale l’Istituto mantiene viva nelle sue aziende
l'esigenza di una gestione equilibrata e rispettosa dei
diritti di coloro che ad esse partecipano, in veste di
azionisti o di creditori, sicché non è venuta mai meno
la calda simpatia con la quale i risparmiatori sottoscri-
vono agli appelli di nuovi capitali che le aziende e
l'IRI stesso loro rivolgono per lo svolgimento dei
propri compiti.







Petrilli: una costante ispirazione solidaristica

Dal discorso del prof. Petrilli, presidente del-
PIRI, riportiamo la parte in cui egli ha illu-
strato le successive fasi di evoluzione dell’Isti-
tuto e le caratteristiche dei suoi interventi, pun-
tualizzandone le funzioni.

È appena necessario ricordare che, in Italia come
altrove, la progressiva estensione della sfera econo-
mica pubblica non fu motivata da una volontà poli-
tica volta al compimento di un preordinato disegno
ideologico, ma ebbe origini eminentemente empiri-
che. La formazione del sistema delle partecipazioni
statali e la nascita dell’ IRI costituirono infatti la na-



turale conseguenza della politica di salvataggio svolta
dallo stato nei confronti del sistema bancario nazio-
nale, nel periodo culminato con la grande crisi eco-
nomica mondiale degli anni trenta. Come è noto, tale
politica non fu del resto che un caso - limite, matura-
to in una congiuntura eccezionale, della funzione di
“supplenza” svolta dallo stato in tutto lo sviluppo
economico post unitario, per complesse ragioni
strutturali, tra cui particolarmente interessano qui
quelle inerenti ad una accentuata penuria di capitali
di rischio e di capacità imprenditoriali. Furono pro-
prio queste ragioni di fondo a giustificare, fin dal
lontano 1937, la decisione di trasformare l’ IRI, sorto
con funzioni temporanee di risanamento di determi-
nate situazioni aziendali in vista dello smobilizzo delle
relative partecipazioni, in ente con finalità permanenti
di gestione industriale.

Sarebbe tuttavia impossibile valutare obiettiva-
mente l'eccezionale crescita, quantitativa e qualitativa,
registrata dal nostro Gruppo negli anni più recenti,
senza tener conto del grande fatto nuovo verificatosi
nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale
quando, sotto la guida illuminata e lungimirante della
nuova classe dirigente democratica, si avviò una po-
litica economica intesa a rendere possibile una cre-
scente partecipazione dell’Italia agli scambi interna-
zionali. Questa politica ebbe il merito di rompere
l'equilibrio malthusiano, al di sotto della piena valo-
rizzazione dei fattori produttivi, che aveva caratte-
rizzato in passato l'economia nazionale, operando una
rapida e rivoluzionaria trasformazione della struttura
economica e sociale del paese, un progressivo allar-
gamento del mercato interno e un graduale riassorbi-
mento delle situazioni di disoccupazione e sottoccu-
pazione esistenti a livello di zona e di settore. In que-
sta prospettiva mutata, l’azione dell’ IRI si venne
qualificando attraverso un deciso orientamento degli
investimenti verso i settori ad alta intensità di capi-
tale e le tecniche ad elevata produttività, Era un’evo-
luzione che comportava, da un lato, il definitivo su-
peramento di ogni residua concezione assistenziali-
stica del pubblico intervento — retaggio di una po-
litica sociale intimamente legata ai limiti di una eco-
nomia protetta — e, dall’altro, una più moderna vi-
sione del rapporto di sussidiarietà attribuito all’ini-
ziativa pubblica rispetto all'iniziativa privata. Tale
sussidiarietà veniva infatti intesa sempre più come
sinonimo di orientamento dello sviluppo economico
secondo obiettivi conformi all’interesse generale.

Proprio per tale complessa esperienza storica la
formula IRI — che suscita anche all’estero interesse
crescente — costituisce oggi la più organica e matura
forma di gestione pubblica indiretta di attività impren-
ditoriali. Il nostro sistema consente infatti una vasta
partecipazione del risparmio privato alle iniziative sta-
tali, in particolare attraverso la presenza di azionisti
privati di minoranza in numerose aziende ed un largo
ricorso al mercato finanziario, esigendo peraltro, per
motivi strutturali, una gestione aziendale ispirata a
criteri di economicità. Ho avuto occasione di sotto-
lineare molte volte come, appunto per questo, la for-
mula IRI si adegui perfettamente alle attuali condi-
zioni di una economia “aperta”, come la nostra, sal-
vaguardando l'autonomia decisionale dell’imprenditore
pubblico e stimolandone la competitività, in un mer-
cato caratterizzato da una concorrenza crescente. Non
è difficile comprendere come, in questo contesto, eco-
nomicità di gestione sia per noi sinonimo di massi-
mizzazione dell’efficacia moltiplicatrice dell’intervento
economico dello stato e pertanto contributo ad un
crescente dinamismo di tutto il sistema. Mi sia lecito
ricordare qui, con legittimo compiacimento, come
l’attività di produzione svolta dal Gruppo sia siste-
maticamente finanziata per almeno il novanta per
cento con capitali forniti dal mercato, e come il mec-
canismo finanziario attuato dall’ IRI consenta oggi
allo stato di realizzare, nella sfera industriale pubbli-
ca, un investimento giornaliero di un miliardo e mezzo,
coprendo altresì il fabbisogno finanziario di una at-
tività che dà luogo ad un fatturato globale di o/tre
quattro miliardi al giorno.

Inseparabile da queste caratteristiche è la struttu-
ra di “gruppo polisettoriale integrato”, propria del-
l'IRI, Tale struttura, lungi dal costituire — come
taluno ha preteso — un mero “accidente storico”, è
il risultato di un processo pluriennale, durante il qua-
le si è avuta una progressiva ristrutturazione delle

partecipazioni detenute dall’ Istituto nell’ambito di
settori merceologici omogenei, sotto il controllo di
società finanziarie, cui sono stati attribuiti altresì
compiti di coordinamento operativo. Per le sue ca-
ratteristiche, l' IRI si adegua del resto all’intervenuto
accrescimento della dimensione ottimale delle attività
imprenditoriali, non soltanto attraverso l’estensione
delle proprie iniziative a più fasi di un determinato
ciclo produttivo, secondo criteri di affinità merceo-
logica, ma anche in termini di ripartizione finanziaria
del rischio e di complementarità organizzativa e im-
prenditoriale tra attività diverse. La struttura di grup-
po integrato costituisce quindi una connotazione es-
senziale della formula IRI, senza la quale verrebbe
meno l’equilibrio di tutto il sistema, tanto dal punto
di vista finanziario quanto da quello organizzativo.
È pertanto legittimo affermare che — pur potendosi
ovviamente prospettare una evoluzione nel tempo
della composizione dei singoli gruppi pubblici, IRI
compreso — l’attuale struttura del nostro Gruppo ri-
fletta una concezione organizzativa ben rispondente
ai fini permanenti perseguiti dallo stato nella sfera
industriale pubblica. È infatti questa struttura — pie-
namente compatibile con le regole della concorrenza,
previste dal Trattato di Roma — il vero segreto del
dinamismo che ha caratterizzato la più recente storia
dell’ IRI, portandolo, secondo una classifica elaborata
dalla CECA, al quarto posto tra le maggiori imprese
della Comunità Europea e del Regno Unito.

Si è parlato di una nuova concezione del rapporto
di sussidiarietà tra iniziativa a partecipazione statale
e iniziativa privata. A questa concezione, l’ IRI si è
attenuto con rigorosa fedeltà, interpretando una co-
stante direttiva politica dei governi democratici. Val-
ga anzitutto a questo riguardo l’esempio delle mag-
giori iniziative assunte dall’ Istituto in settori aventi
carattere propulsivo rispetto allo sviluppo economico
generale, che richiedevano investimenti di ingente
entità e a redditività differita. Si pensi, per non citare
che il fatto più macroscopico, all'importanza avuta
dallo sviluppo di una siderurgia a ciclo integrale e
a lavorazione continua, che si è valsa di impianti
ubicati in regioni litoranee e riforniti di materie pri-
me via mare, nel promuovere condizioni di mercato
in cui tutta l’industria, a cominciare dalla meccanica
e dall’edilizia, potesse finalmente disporre di acciaio
a prezzi internazionali. In una analoga prospettiva si
pone del resto l’azione svolta dall’ IRI nel campo
dei servizi pubblici e segnatamente di una vasta parte
del sistema delle comunicazioni e telecomunicazioni.
Attraverso l’assunzione, avvenuta nello scorso de-
cennio, di nuove responsabilità nei settori dei telefo-
ni, dell’aviazione commerciale e delle autostrade, e
attraverso la creazione di una rete televisiva, l’ IRI
ha dato un contributo essenziale alla soddisfazione
di quei bisogni collettivi che l’automatismo del mer-
cato tende spesso a trascurare e alla formazione di
quelle economie esterne che sono la premessa per
l’ulteriore sviluppo di tutto il sistema economico.
Altrove, il nostro intervento ha assolto poi ad una
funzione particolarmente delicata, nel superamento
delle situazioni di rigidità esistenti in taluni settori eco-
nomici, talora in connessione con le stesse caratteristi-
che tecnologiche di determinate produzioni e servizi.

L’IRI ha dato infine un contributo decisivo al-
l’opera di contenimento degli squilibri di settore e
di zona, che è stata in questi anni uno degli obiettivi
essenziali della politica di sviluppo. Per quanto ri-
guarda in particolare gli squilibri geografici, mi limi-
terò a ricordare come circa la metà dei complessivi
investimenti previsti per le aziende manifatturiere del
Gruppo per il prossimo quadriennio siano localizzati
nel Mezzogiorno. Il nostro impegno investirà tanto
le produzioni e i servizi di base, tra i quali sarà premi-
nente il ruolo della siderurgia e delle autostrade, come
un vasto contesto di iniziative minori, assunte so-
prattutto nel settore meccanico, e destinate a contri-
buire alla diversificazione della struttura economica
delle regioni meridionali, evitando il rischio di isola-
mento delle maggiori iniziative.

Questi brevi cenni ai diversi ordini di interventi
operati dall’ IRI devono comunque tener conto di un
altro ordine di responsabilità, che esula dall'ambito
tradizionale della problematica aziendale. In proposi-
to, mi riferisco soprattutto all'importanza. crescente
assunta dalla formazione professionale, tanto per la
funzione di sostegno dell'espansione economica svolta

43

dal progressivo assorbimento delle residue riserve di
manodopera, quanto per la necessità di una larga ri-
qualificazione della manodopera già occupata, in rap-
porto ad una sempre più rapida evoluzione tecnologica
ed organizzativa, Per la sua struttura di Gruppo in-
tegrato, l’IRI ha potuto affrontare un problema come
questo in una prospettiva che trascende l'ambito azien-
dale, creando centri di formazione del personale a
diversi livelli, centri di cui potranno valersi gli stessi
operatori privati e ponendo l’azione da svolgersi in
questo campo nel debito rapporto con un complesso
di interventi concomitanti, quali un’attiva partecipa-
zione ai consorzi delle aree di sviluppo, un’opera di
promozione di nuove iniziative imprenditoriali e una
sempre più articolata attività di relazione svolta dalle
maggiori aziende nei confronti dell'ambiente sociale.

Sulla stessa linca si colloca infine una nuova ini-
ziativa, che abbiamo voluto legare all'odierna ricor-
renza, e che andrà sotto il nome di “progetto IARD-
Sud”. Come dicono le sue iniziali, questo progetto
(che fa propria un’impostazione tecnico-scientifica di
un analogo programma promosso dal Rotary Club
di Milano), si propone l’identificazione e l’assistenza
di ragazzi dotati dal punto di vista intellettuale, indi-
pendentemente dalla loro condizione sociale. I giovani
individuati con le prime indagini e rilevazioni saran-
no seguiti per qualche anno durante le scuole medie
inferiori, per essere poi inclusi nel gruppo degli in-
tellettualmente dotati, oggetto di speciale osservazio-
ne, e, nei casi di dimostrato bisogno familiare, nel
sottogruppo degli stabilmente assistiti, tramite ade-
guate provvidenze economiche. La prima esperienza
in questo campo verrà svolta nella zona di Taranto
nei prossimi due anni: nonostante la difficoltà di re-
perire personale qualificato al quale affidarla, ci ri-
promettiamo di estenderla maggiormente in futuro.

L'esperienza acquisita dagli uomini dell’ IRI, nel-
l'ambito di iniziative imprenditoriali di proporzioni
talora gigantesche, circa i compiti incombenti all’ini-
ziativa pubblica nell’avvio di un processo di sviluppo
autonomo di singole aree geografiche, processo im-
plicante il superamento di numerosi fattori di resi-
stenza — economici, sociali e culturali, — propri di
ogni ambiente che affronti per la prima volta i pro-
blemi della industrializzazione, spiega altresì l’interes-
se con cui, proprio da parte dei paesi in via di svilup-
po, si guarda alla nostra attività. Venendo incontro a
tale interesse, nella consapevolezza dell'oggettiva cor-
relazione esistente tra il progresso economico e so-
ciale dei paesi in via di sviluppo, da una parte e, dal-
l’altra, l'ulteriore evoluzione delle stesse nazioni in-
dustriali verso livelli sempre superiori di vita, 1’ IRI
ha iniziato nel 1962 un’opera di assistenza tecnica, at-
traverso l’attuazione di corsi di tirocinio e perfezio-
namento, destinati a tecnici e quadri aziendali di pae-
si in corso di industrializzazione.

Da quanto si è detto fin qui emerge un’obiettiva
coincidenza tra le finalità perseguite dall’ IRI nella
sua fase storica più recente e le finalità che l’autorità
di governo ha attribuito fin d'ora ad una program-
mazione economica generale. ‘Tutta l’azione dell’ IRI
— nel quadro delle direttive indicate dal Ministero
delle Partecipazioni Statali, al quale desidero rivol-
gere anche in questa occasione il più caloroso rin-
graziamento per la cordiale comprensione con cui
segue la nostra fatica — tutta l’azione dell’ IRI, di-
cevo, si è proposta di condizionare lo sviluppo, quan-
titativo e qualitativo, del sistema economico, senza
tuttavia alterare l'assetto proprietario e restituendo
anzi al meccanismo di un mercato concorrenziale pie-
na funzionalità. L’opera dell’ Istituto è stata caratte-
rizzata da una costante ispirazione solidaristica, volta
non già a mortificare, ma ad esaltare l’iniziativa per-
sonale ed associata, attraverso la rimozione degli ele-
menti suscettibili di ostacolare la crescita equilibrata
del sistema economico. L'affermarsi di un settore pub-
blico nella nostra economia, la crescita dell’ IRI quale
si è andata svolgendo durante questi trent'anni, la de-
finizione, ormai avviata, di un piano economico na-
zionale, mi appaiono prospettive convergenti di una
generale ascesa della società verso più ampi orizzonti
solidaristici e più mature forme di socializzazione.
L’avvento di queste nuove prospettive rappresenta
altresì la condizione per una integrale affermazione
degli individui e dei gruppi e per un definitivo supe-
ramento di quella antinomia tra persona e comunità, che
costituisce il retaggio di un ambiente storico superato.





EE



Un particolare del padiglione Italsider alla 4la Fiera Internazionale di Milano.

Panorama siderurgico

Situazione internazionale

Sul mercato mondiale dell’acciaio è tuttora
prevalente l’offerta sulla richiesta con conse-
guente spinta concorrenza.

Per quanto concerne le due maggiori aree
siderurgiche del mondo occidentale, è da ri-
levare che quella statunitense ha beneficiato
negli ultimi mesi di un notevole risveglio
della domanda nazionale, determinato anche
dalla tendenza dei consumatori a rifornire
gli stocks per il timore di uno sciopero dei
lavoratori siderurgici mella prossima estate.
Gli stabilimenti dovrebbero, secondo le pre-
visioni, mantenere un alto tasso di sfrutta-
mento della potenzialità produttiva fino a
metà anno, soprattutto nel campo dei lami-
nati piani.

Nella Comunità Carbosiderurgica il mer-
cato dell’acciaio non manifesta sintomi di ef-
fettiva ripresa e la produzione del primo qua-
drimestre è stata pari a 23.970.000 tonnella-
te, segnando una diminuzione dello 0,6%, nei
confronti del risultato raggiunto nello stesso
periodo del 1962. In aprile produzioni ed
ordinazioni sono comunque state superiori a
quelle del corrispondente mese dello scorso
anno,



uazione nazionale

La siderurgia italiana prosegue nell’attua-
zione del programmato sviluppo, asseconda-
ta dall'aumento del consumo sul mercato in-

RIVISTA
via Corsica
Stampa :

ITALSIDER - segreteria di
4 - Genova - telefono 5999.
AGIS - Stringa - Genova. Clic




redazione:
La riproduzione
s: Ceriale - Genova,

terno che è però oggetto di una sempre più
vasta concorrenza e penetrazione di prodotti
esteri in conseguenza della situazione di esu-
beranza dell’offerta su scala internazionale.
Nel periodo gennaio-aprile la produzione
d’acciaio si è elevata a 3.400.000 tonnellate,
con un aumento del 6,7% rispetto a quella
totalizzata nel primo quadrimestre del 1962.

Le produzioni dell’Italsider

Nel primo quadrimestre dell’anno in corso
l’ Italsider ha prodotto t 792.589 di coke
metallurgico, t 1.108.338 di ghisa, t 1.421.358
di acciaio, t 1.078.771 di laminati a caldo,
t 247.258 di laminati a freddo e t 176.000
di prodotti di seconda lavorazione siderurgi-
ca, di cui 75.000 tonnellate di tubi saldati del
complesso di Taranto.

L'aumento rispetto ai risultati conseguiti
nello stesso periodo del 1962 è stato del 17,7%
per il coke, del 16% per la ghisa e di oltre
il 9% per l’acciaio e i laminati a caldo. Nel
settore dei laminati a freddo l’incremento ha
raggiunto il 58% ed è stato determinato dal-
l’entrata in esercizio del nuovo centro di la-
minazione di Novi Ligure.

Le spedizioni, tenuto conto della spinta
concorrenza che determina un sempre mag-
giore aumento delle importazioni in relazione
allo sviluppo del consumo interno, hanno re-
gistrato un andamento in complesso soddi-
sfacente.

pubbliche relaz Italsider -
è subordinata alla citazione della fonte.
Denz - Berna. Carta Solex Burgo.

ufticio

italsider

sede e direzione generale
Genova via Corsica 4 - telefono 5999 -
telex 27039 Italsid

centri siderurgici a ciclo integrale

Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
telefono 302024 - telex 71039 Italsid

tondo - vergella - bordione - nastri stretti laminati
a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella

Oscar Sinigaglia - Genova-Cornigliano
via San Giovanni d’Acri 6 - telefono 4107
laminati piani a caldo e a freddo - lamierini zincati

- banda stagnata elettrolitica e ad immersione

Piombino (Livorno) - corso Italia 218 - telefono 22041
- telex diretta
rotaie - barre e profilati - materiali per armamento

ferroviario fisso

Taranto - via Statte 1 - telefono 28492 -
telex 81039 Italsid

tubi di acciaio saldati di grande e medio diametro

Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -
telex 46039 Italsid

ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere grosse

stabilimenti di produzioni speciali

Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10

rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio

Savona - corso Giuseppe Mazzini 3 - telefono 27941

getti e tubi di ghisa

Siae - Genova-Campi - corso F. M. Perrone 15 -
telefono 469091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e placcate

stabilimenti di rilavorazioni

Marghera (Venezia) - via del Commercio 5 -
telefono 50334
profilati

San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza Giacomo

Matteotti 7 - telefono 92041
profilati - materiali per armamento ferroviario
uffici vendite

Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a - telefono 269865
telex 51039 UVEBO

Genova, via Luigi Garaventa 2 - telefono 592831

Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889 -
telex 31039 UVEMI

Napoli, via Guglielmo Marconi 55 - telefono 312448

Padova, galleria Porte Contarine 4 - telefono 51644

telex 41039 UVEPD

Palermo, via di Villa Trabia 3/A - telefono 291



telex 91044 UVEPA

Roma, via Barberini 50 - telefono 464444
telex 61039 UVERO

Torino, corso Sebastopoli 35 telefono 673918

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