Rivista Italsider, n. 6, 1962
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Marc Chagall - "Il Re Davide" - olio su tela - proprietà dell'artista.
Seconda di copertina: calendario dell'800.
Terza di copertina: calendario dell'800.
Quarta di copertina: Angelo con la colomba (antica banderuola in ferro sul campanile della chiesa parrocchiale di Varigotti - Savona).
In evidenza:
- "Davanti a casa" (disegno a penna del periodo russo) (p. 6)
- Calendario che ebbe molto successo ristampato per anni (p. 8)
- Calendario che ebbe molto successo ristampato per anni (p. 9)
- "La festa del mese di maggio" nel libro d'ore della duchessa di Borgogna (p.11)
- Cornigliano a scacchi (p. 19)
- "Le muse inquietanti", forse il più famoso dipinto di Giorgio De Chirico (p. 26)
- "Trionfo della morte" di Brugel il Vecchio - 1560 (p. 34)
- "Diavolo e strega", incisione del "De Laniis" di Ulruch Molitor (p. 35)
- "Una fine del mondo" del giornalista-pittore Dino Buzzati (p. 38)
- "Sant'Elmo e Pizzofalcone del mare", disegno a penna acquarellato di Gaspare Vanvitelli (p. 41)
- Il Ponte di Carignano, costruito da Gherardo Langlade nel '700 a spese della famiglia Sauli (p. 43)
Sommario:
- L'Italsider nel 1962, p. 1
- Il favoloso Chagall, p. 6
- I calendari, p. 8
- Programmazione in Olanda e Danimarca, p. 15
- Diecimila notizie su di noi, p. 20
- La pittura metafisica, p. 24
- Il laminato "più bello d'Europa", p. 30
- Le grandi paure, p. 34
- Vecchie "sopraelevate" di Genova, p. 42 - Data testuale
- Natale 1962 - Capodanno 1963
- Consistenza
- pp. 44
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER000.354/13
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
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-
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
-
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RIVESTA ITALSIDER
la copertina: Marc Chagall - “Il Re Davide”
- olio su tela - proprietà dell’artista (foto
Kurt Blum)
Marc Chagall nacque a Vitebsk, in Russia,
nel 1887. Nel 1910 si recò per la prima volta
a Parigi, ove rimase fino al 1914. Rientrato
in Russia, venne nominato nel 1918 commis-
sario per le Belle Arti nell’ ex governatorato
di Vitebsk, incarico da cui si dimise nel 1920.
Nel 1922 lasciò definitivamente la Russia e
si trasferì in Francia. Vive a Vence. A Chagall,
uno dei massimi artisti della nostra epoca,
dedichiamo due pagine di questo numero del-
la Rivista.
2% e 3 di copertina: due calendari dell’Ottocento.
48 di copertina: Angelo con la colomba (antica
banderuola in ferro sul campanile della chiesa
parrocchiale di Varigotti - Savona).
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno III - n. 6 - Natale 1962 - Capodanno 1963
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedizio-
ne in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
L’Italsider nel 1962 pag. 1
Il favoloso Chagall » 6
I calendari » 8
Programmazione in Olanda e
Danimarca » 15
Diecimila notizie su di noi » 20
La pittura metafisica » 24
Il laminatoio «più bello d’Europa» » 30
Le grandi paure » 34
Vecchie “sopraelevate” di Genova » 42
A tutto il personale dell’ Italsider e alle famiglie
giungano i più fervidi auguri di un felice 1963
Il presidente
Ypueler
L’Italsider nel 1962
È consuetudine, nei bilanci necessariamente approssimati che si compiono ad ogni scadere
di anno, tentare di definire, con una espressione sintetica che ne riassuma risultati e tendenze,
le attività dei vari settori economici su scala mondiale.
Per quanto riguarda l'industria siderurgica, l’espressione più adeguata per definirne le ca-
ratteristiche nel 1962 è quella di “clima concorrenziale”. È questo, infatti, il clima che general-
mente si registra nei periodi di decelerazione del ritmo dello sviluppo economico generale.
Il 1962 è stato indubbiamente caratterizzato da un andamento di questo tipo. È da aggiun-
gere tuttavia che, a fine anno, la situazione sembra orientata verso un miglioramento.
In Italia, dopo tre anni di notevoli progressi, il settore industriale ha conseguito anche nel
1962 risultati indubbiamente positivi. Esso ha infatti segnato un incremento di circa l'8%, nei
confronti del 1Q6I.
La siderurgia ha contribuito efficacemente a questa nuova affermazione con un gettito di
3,5 milioni di tonnellate di ghisa e di 9,4 milioni di tonnellate d’acciaio, quantitativi che costi-
tuiscono nuove punte massime annuali.
Il più accentuato aumento del consumo di prodotti siderurgici ha comunque comportato un
ricorso all'importazione di entità superiore a quello, già rilevante, dello scorso anno.
L’approvvigionamento è stato peraltro facilitato dalla situazione internazionale, la quale
ha anzi rafforzato le posizioni di concorrenza, rendendo sempre più palese per la nostra indu-
stria dell’acciaio la necessità di quella evoluzione tecnica ed economica, secondo gli orientamenti
della siderurgia IRI-Finsider, che implica unità di produzione sempre maggiori, dislocate sul
mare, e sempre più spinta specializzazione.
‘ome negli anni precedenti l’ Italsider ha caratterizzato su scala mondiale lo sviluppo del-
la siderurgia italiana.
L’ Italsider è risultata ancora prima in Europa per produzione d'acciaio ; ha anzi accen-
tuato il distacco dalle altre maggiori società del continente.
Le sue principali produzioni hanno raggiunto tutte nuovi records : t 2.230.000 di coke me-
tallurgico, t 3.170.000 di ghisa, t 4.075.000 d’acciaio, t 3.080.000 di laminati a caldo e t 515.000
di laminati piani a freddo.
Gli incrementi rispetto ai risultati del 1961, nei quali, per uniformità di raffronto, è stata
conglobata la produzione dello stabilimento Siac di Genova-Campi, di cui l’ Italsider ha assunto
nel corso dell’anno la gestione in affitto, sono stati del 13%, per il coke, del 21%, per la ghisa, di
oltre il 5%, per l’acciaio e di circa il 5% per i laminati a caldo e a freddo.
Le produzioni dell’ Italsider hanno corrisposto al 90%, del gettito nazionale per la ghisa e
al 43% per l'acciaio.
L’apporto dei centri a ciclo integrale alla produzione complessiva aziendale è stato pari al
93% per il coke metallurgico, al 94% per la ghisa, all’ 87%, per l'acciaio e all’ 81%, per i la-
minati a caldo,
In particolare :
— il centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano ha prodotto : t 739.000 di coke, t 7.080.000 di
ghisa, t 1.711.000 d’acciaio, t 1.560.000 di laminati a caldo, t 515.000 di laminati a freddo
e t 159.000 di prodotti rivestiti.
— il centro di Piombino: t 602.000 di coke, t 1.057.000 di ghisa, t 1.003.000 d'acciaio e
t 270.000 di laminati a caldo.
— il centro di Bagnoli: t 745.000 di coke, t 867.000 di ghisa, t 838.000 d'acciaio e tonnellate
66r.000 di laminati a caldo.
Le rimanenti quote di produzione sono state conseguite : per il coke e la ghisa nello sta-
bilimento di Trieste, per l’acciaio nello stabilimento Siac di Genova-Campi, a Lovere e a
Trieste, per i laminati a caldo nello stabilimento Siac di Genova-Campi, a Lovere, Trieste,
San Giovanni Valdarno e Marghera.
L'amministratore delegato
Ada AL
Anche nelle produzioni delle seconde lavorazioni siderurgiche, dovute
agli stabilimenti di Savona, con la sezione di Cogoleto, a Lovere, allo
stabilimento Siac di Genova-Campi, a San Giovanni Valdarno, alla sezio-
ne di Torre Annunziata del centro di Bagnoli e, per i tubi saldati, a Ta-
ranto sono stati conseguiti buoni risultati.
All’aumentato livello produttivo ha corrisposto un soddisfacente anda-
mento delle vendite, accentrate in misura ancora maggiore dello scorso
anno sul mercato interno.
Sono state spedite circa 300.000 tonnellate di ghisa, t 210.000 di lin-
gotti e semilavorati, t 2.720.000 di prodotti finiti e t 365.000 di pro-
dotti di seconda lavorazione, di cui oltre 180.000 tonnellate di tubi saldati.
Particolarmente intensa è stata nel 1962 l’attività dell’ Italsider
nella realizzazione del programma di potenziamento, inquadrato nel più
vasto piano della siderurgia IRI-Finsider, che porterà la potenzialità
produttiva aziendale ad oltre 7,5 milioni di tonnellate di ghisa e a circa
9 milioni di tonnellate d’acciaio entro il 1966.
I lavori sono, come è noto, accentrati nei centri a ciclo integrale di
Cornigliano, Piombino e Bagnoli e nella costruzione del nuovo complesso
di Taranto.
Riferiamo sulle principali realizzazioni del 1962 in questi stabili-
menti :
— nel centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano sono entrati in esercizio
la quarta e la quinta batteria di forni a coke ; il terzo altoforno che, con
un diametro di crogiuolo di 28 piedi, è il maggiore d’ Italia e fra i più potenti
del mondo ; l'impianto per la produzione di ossigeno, necessario per aumen-
tare il gettito d'acciaio secondo i programmi, e quattro nuove coppie di
forni a pozzo. Sono proseguiti i lavori per il potenziamento della lamina-
zione a freddo e degli impianti di stagnatura e per l'installazione della
nuova linea di zincatura continua. Pressoché ultimata risulta la colmata
della nuova superficie marina e proseguono i lavori per la nuova banchina
che consentirà l’attracco di navi fino a 60.000 tonnellate di portata lorda.
Per i parchi e gli impianti di preparazione del minerale e per gli impianti
di agglomerazione si sta procedendo all'emissione degli ordini di fornitura
del materiale.
Nella sezione di Novi Ligure è entrato in avviamento produttivo il
nuovo centro di laminazione a freddo. Esso porrà l’ Italsider in grado di
soddisfare le esigenze sempre maggiori del consumo interno di laminati a
freddo, consumo di cui si prevede un largo sviluppo nei prossimi anni.
Novi, come è noto, potrà produrre nel 1965 circa 850.000 tonnellate
all’anno di lamierino a freddo, una cifra che si avvicina molto all'intera
produzione italiana del 1962.
— nel centro di Piombino sono proseguiti a ritmo intenso i lavori per
la de delle aree necessarie al rilevante previsto sviluppo produt-
tivo. E inoltre da segnalare l’entrata in esercizio di un impianto di gra-
nulazione della ghisa.
— per il potenziamento del centro di Bagnoli è stato firmato con l’ Ente
Autonomo del Porto l’atto di sottomissione che consentirà l’inizio dei la-
vori di riempimento degli specchi acquei dai quali si ricaveranno le aree
indispensabili per l'ampliamento dello stabilimento. Risultano già pratica-
mente ultimati i lavori per il prolungamento del pontile nord e sono pro-
seguiti quelli relativi alla costruzione della nuova fabbrica di ossigeno.
In avanzata fase di studio risulta la progettazione dell’acciaieria LD.
Sono entrati in esercizio il secondo forno di riscaldo del treno per nastri
stretti e quattro nuovi forni a pozzo. Sono proseguiti gli studi per il
potenziamento, nella sezione di Torre Annunziata, della produzione di
derivati della vergella in acciaio comune e ad alta resistenza.
— nel centro di Taranto è stata praticamente ultimata la preparazione
delle aree che saranno occupate dagli impianti per la produzione annua
di 2 milioni di tonnellate d'acciaio. Sono in avanzata fase la costruzione
di due batterie di forni a coke e in corso le fondazioni per altre due bat-
terie di forni a coke, per i due altiforni e per l’acciaieria.
Anche negli altri stabilimenti sono proseguiti, secondo le linee dei
programmi, il potenziamento e la specializzazione dei settori produttivi.
A Trieste sono in corso i lavori di ampliamento con la costruzione
di una nuova banchina di attracco e lo spostamento del canale Valmaura
per poter disporre delle nuove aree. È previsto entro breve tempo l’inizio
della costruzione della nuova fonderia per lingottiere.
A Lovere entrerà presto in esercizio un nuovo impianto continuo per
il trattamento termico dei cerchioni. Sono inoltre in corso gli studi per
la costruzione di una nuova acciaieria da 120 mila tonnellate annue.
Per quanto riguarda lo stabilimento di Savona sono state emesse le
ordinazioni relative ai miglioramenti da apportare al reparto fonderia
lingottiere e alla sistemazione, nella sezione di Cogoleto, della fonderia
tubi centrifugati per la serie di diametri piccoli.
Per Marghera sono proseguiti gli studi relativi al potenziamento del
treno per profilati medi.
A San Giovanni Valdarno è in corso il potenziamento del reparto
armamento ferroviario.
Nello stabilimento Siac di Genova-Campi sono entrati in esercizio
un impianto per la produzione di lamiere placcate, un impianto per la ri-
cezione della ghisa liquida dal centro ‘Oscar Sinigaglia”, il betatrone me-
tallurgico da 31 MeV, un nuovo forno a pozzo e una cesoia a lame circolari
per la rifilatura contemporanea dei due lati delle lamiere per tubi.
Nell’attuazione del proprio programma di sviluppo l’ Italsider adotta
tutti quei mezzi che consentono la riduzione dei costi e il miglior coordina-
mento sia tecnico che commerciale.
Alle realizzazioni di impianti devono essere aggiunte quelle per il
trasporto marittimo delle materie prime ai centri di produzione.
Nel 1962 la flotta dell’ Italsider, che è affidata în gestione alla Sider-
mar, si è arricchita di tre nuove motonavi, la “Fenice” da 22.400 tonnel-
late di portata lorda e la ‘‘Centauro” e la “Gemini” da 36.000.
Nel corso dell’anno sono state inoltre varate le motonavi “Sagittarius”
e “Galassia”, anch'esse da 36.000 tonnellate di portata lorda.
Attualmente la flotta dell’ Italsider consta di 12 unità oceaniche în
esercizio per un totale di 258.894 tonnellate di portata lorda.
Quando saranno state consegnate le motonavi ‘“Sagittarius”, in alle-
stimento a Monfalcone presso î Cantieri Riuniti dell’ Adriatico, e la mo-
tonave “Galassia”, in allestimento presso î Cantieri Ansaldo del Mug-
giano, la flotta dell’ Italsider conterà 14 unità oceaniche ed avrà una
portata complessiva di 330.900 tonnellate di portata lorda.
Nell'ambito di queste attuazioni è anche da segnalare l’entrata in
esercizio nel marzo del 1962 delle motochiatte Italsider I e Italsider II
per il trasporto dei minerali di ferro dall’Elba al complesso di Piombino.
L'attività dell’ Italsider non è soltanto volta alla soluzione dei proble-
mi di impianti e di produzione. Con lo stesso impegno l'azienda affronta
e risolve i problemi del personale.
Attualmente |’ Italsider impiega direttamente oltre 36.000 lavora-
tori, compreso il personale proveniente dalla Siac, con un aumento effet-
tivo di occupazione rispetto allo scorso anno di quasi 3.000 unità.
Le relazioni fra direzione e personale sono state improntate anche
nel 1962 alla consueta massima collaborazione, come hanno dimostrato gli
accordi raggiunti con le varie organizzazioni dei lavoratori e l'adesione
a tutte le iniziative intese a creare un miglioramento delle condizioni di
lavoro e di vita e, nel tempo stesso, una maggiore efficienza produttiva.
Ricordiamo, in particolare, la cura con cui sono stati affrontati i pro-
blemi della selezione e dell’addestramento e applicate le tecniche di orga-
nizzazione e di valutazione delle mansioni con adeguamento al nuovo li-
vello tecnologico.
Nel campo sociale le realizzazioni sono state numerose, seguendo ed
accentuando quell’orientamento che già da anni caratterizza la politica
aziendale dell’ Italsider.
Segnaliamo in questo settore la nuova offerta di azioni della società
a particolari condizioni di favore, il perfezionamento qualitativo e quan-
titativo dell’assistenza alle maestranze e alle famiglie, l'inaugurazione di
un nuovo modernissimo soggiorno montano in Val di Susa, la consegna di
526 appartamenti, nel quadro del programma decennale di costruzioni di
case per il personale.
Sono infine da sottolineare le varie iniziative culturali di cui i circoli
aziendali di tutti gli stabilimenti si sono fatti promotori in base ad un
organico e coordinato piano di sviluppo delle attività ricreative.
Da questa sintesi, forzatamente incompleta, si rileva che il 1962 è
stato per l’ Italsider în tutti i settori un anno di intenso lavoro, teso al-
l'attuazione di un programma veramente impegnativo per dare al Paese
l’acciaio a basso prezzo necessario all'ulteriore affermazione in campo eco-
nomico e, nello stesso tempo, per contribuire a quell’elevamento sociale di
cui ogni risultato economico va considerato la premessa indispensabile.
Il ‘“‘Premio Mazzali”
alla Rivista Italsider
Il premio “Guido Mazzali” è stato assegnato, per il 1962, a Carlo Fe-
deli, direttore responsabile della Rivista Italsider.
Sorto per iniziativa della Rivista ‘“L’ Ufficio Moderno” di Milano, il
premio viene destinato al pubblicista che durante l’anno si sia maggiormente
distinto come direttore o redattore di un giornale aziendale o di categoria
oppure come collaboratore o compilatore di testi di una campagna pubbli-
citaria di propaganda o di pubbliche relazioni, nella creazione di slogan
eccetera.
Lo scorso anno, nella sua prima edizione, la medaglia d’oro del premio
fu assegnata allo scrittore Libero Bigiaretti, direttore di “Notizie Olivetti”
e di “Notizie di fabbrica”. Quest'anno, nel decidere l’assegnazione alla
nostra Rivista, la giuria, presieduta dall’on. prof. Roberto Tremelloni e
costituita da Massimo Alberini, Lorenzo Manconi, Antonio Palieri, Gino
Pestelli, Dino Villani e Ignazio Weiss, ha inteso non soltanto dare un
riconoscimento alle nostre pubblicazioni aziendali, ma valorizzare tutta la
organizzazione € l’attività svolta dalle Pubbliche Relazioni dell’ Italsider.
La cerimonia della consegna del premio avrà luogo a Milano, al Circo-
lo della Stampa, il 12 gennaio prossimo. °
Il premio
< CIRIEC »
al bilancio 1961
dell’ Italsider
La relazione di bilancio dell’ Italsider per il
1961 e la sua edizione filmata sono state pre-
miate con la ““V Targa d’oro CIRIEC”, isti-
tuita nel 1958 per iniziativa dell’ Istituto per le
Pubbliche Relazioni di Milano e del Centro di
ricerche sulle imprese di pubblica utilità e pub-
bliche.
L'assegnazione alla nostra società della Targa
d’oro (che costituisce l'Oscar del bilancio per le
imprese di pubblica utilità esercenti attività pro-
duttive e che lo scorso anno premiò il bilancio
dell’IRI) intende, come dice la motivazione della
giuria, «esprimere anzitutto un riconoscimento
per quanto le società dalle quali è nata (Ilva e
Cornigliano) già hanno fatto negli anni scorsi,
quando le esigenze attuali di relazioni di bilancio
st andavano delineando per î più sensibili a tali
problemi, ma ancora non avevano raggiunto l
attuali diffuse affermazioni.
La relazione del primo esercizio sociale Ital-
sider, pur nelle circoscritte dimensioni attuali,
presenta una impostazione idonea a una orga-
nica trattazione ed è premessa di futuri sviluppi.
In modo particolare sono da apprezzarsi la
tendenza ad una articolazione analitica della si-
tuazione patrimoniale in voci numerose e la se-
parata raccolta di dati e grafici specie per il
proposito di raffrontare i valori aziendali a quel-
li del Paese, dell’ Europa e del mondo e di
scomporli negli apporti dei singoli stabilimenti.
Va anche ricordato che la relazione dei sin-
daci non è ridotta, secondo una invalsa trascu-
ratezza, a poche parole di circostanza, ma è
spiegata în un discorso compiuto.
Quale documentazione complementare di in-
dubbia efficacia merita infine di essere segnalata
l’edizione filmata del bilancio ‘‘ Film-relazione
1961”, che un primo interessante
tentativo di utilizzare lo strumento cinematogra-
costituisce
Il ministro del Tesoro, on. Tremelloni, consegna la targa
d’oro CIRIEC al presidente dell’ Italsider, ing. Marchesi.
fico per una migliore e più diffusa conoscenza
della gestione aziendale nel vasto pubblico degli
azionisti e dei lavoratori dell’azienda ».
La consegna della Targa d’oro è avvenuta il
3 dicembre scorso alla Camera di Commercio di
Milano, nel corso di una solenne cerimonia alla
quale hanno presenziato il giudice costituzionale
Jaeger, il prefetto Spasiano, il sindaco di Mila-
no Cassinis e numerosi esponenti del mondo eco-
nomico, finanziario e culturale milanese tra
cui il dr. Borletti nella sua qualità di presi-
dente della “Rinascente”, al cui bilancio è stato
assegnato quest'anno l’Oscar dell'Istituto per
le Pubbliche Relazioni. Per l'Italsider ha riti-
rato il premio il presidente ing. Marchesi, che
era accompagnato dal
rag. Ghio e dal dr. Savarese.
Dopo il saluto del presidente della Camera di
Commercio, dr. Radice Fossati, e del presidente
della giuria, dr. Antonelli, ha preso la parola
il ministro del Tesoro, on. Tremelloni. Egli ha
sottolineato l’importanza di relazioni di bilancio
condirettore generale
oneste è oggettive rilevando come si renda sem-
pre più necessario che tutti i cittadini, nella loro
qualità di produttori, risparmiatori, consumatori,
investitori, abbiano accesso
plessivo e alle vicende analitiche dell'economia
del Paese. In questa universalizzazione dei fatti
vi è l'interesse dell'impresa e l'interesse generale
che si fondono e che si integrano.
L'on. Tremelloni, consegnando all’ing. Marchesi
la Targa CIRIEC, ha poi detto:
«stimolare la formazione, la presentazione e la
diffusione di buoni rendiconti, di rendiconti onesti
e oggettivi, di un'informazione valida e non gra-
vata dal peso di reticenza, di una spiegazione
accettabile dei giudizi emessi da coloro che am-
tutto ciò è stato reputato, dagli or-
ganizzatori di questo premio, come vantaggioso
apporto all’economia del Paese nel suo insieme ;
al panorama com-
d’oro
ministrano :
e non soltanto sebbene in misura rilevante
come utile contributo al buon andamento delli
singole unità aziendali. Il progresso, nelle cose
economiche, è legato largamente a codesto pro-
gredire nelle narrazioni documentate e nei raf-
fronti di quanto si è fatto e di quanto ci si pro-
pone di fare ».
L'ing. Marchesi, nel ringraziare il ministro,
ha sottolineato come |’ Italsider tenda a pub-
blicizzare sempre più le sue attività e quindi
anche il suo bilancio annuale, proprio in con-
siderazione dell'importanza assunta dalla so-
cietà nel quadro della vita economica italiana.
La consapevolezza di questa importanza im-
pegna sempre più © suoi amministratori in ogni
specialmente in quello del bilancio.
La responsabilità di un bilancio è poi parti-
colarmente delicata quando si parla del program-
ma futuro di una società. E a questo proposito
l’ing. Marchesi ha ricordato come il piano di
sviluppo dell’ Italsider per il prossimo triennio
preveda l'investimento di altri 500-600 miliardi
di lire.
Dopo la consegna del premio CIRIEC è sta-
ta proiettata, al Circolo della stampa, Palazzo
Serbelloni, la ‘*Film-relazione 1961”. In
comitanza con l'assegnazione del premio, il film
è stato presentato agli azionisti interni ed esterni
in tutte le città ove hanno sede gli stabilimenti
sociali dell Italsider.
Al Circolo della stampa di Napoli il docu-
mentario di Valentino Orsini è stato presentato
dall’amministratore delegato dr. Redaelli Sprea-
fico ; i direttori generali della società ing. Pesca-
tori, ing. Puri, ing. Scotto, rag. Ghio hanno illu-
strato rispettivamente il film a Piombino, a
Novi, a Lovere e a Marghera. L'ing. Colombo
ha presentato il film a Trieste, l'avv. Einaudi a
a San Giovanni Val-
settore, @
comn-
Savona e il dr. Savarese
darno.
ITALSIDER
ALTI FORNI E ACCIAIERIE
RIUNITE ILVA E CORNIGLIANO
ESERCIZIO 1961
ASSEMBLEA ORDINARIA
E STRAORDINARIA
DEL 26 APRILE 1962
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a sinistra: la copertina della relazione di bilancio Italsider per il 1961 e i grafici che la illustrano. La copertina
costituisce un raccoglitore in cui sono riuniti due fascicoli separati, di comoda consultazione. Il primo contiene le re-
lazioni del consiglio di ini ione e del collegio sindacale, lo stato patrimoniale e il conto dei profitti e delle per-
dite, Il secondo fascicolo contiene una serie di grafici e di tabelle illustrative.
a destra: una sintesi della “Film-relazione 1961”. I fotogrammi qui riprodotti si riferiscono esclusivamente alla parte
grafica del documentario. Nel numero scorso della Rivista abbiamo riprodotto un’altra serie di fotogrammi relativi a
quella parte più strettamente documentaristica con la quale si è cercato di mostrare allo spettatore la realtà che è die-
tro le nude cifre di bilancio della nostra società.
Il favoloso
Chagall
Mare Chagall è il pittore della favola mo-
derna. La sua visione è ancora quella del fan-
ciullo pieno di fantasia, sognatore e poetico,
che nacque nel piccolo villaggio russo di Vitebsk.
Ogni cosa per lui si fonde in una luce altissima,
che accende colori da antico dipinto bizantino.
Eppure la sua favola, così candida e piena di
entusiasmo, non si smarrisce mai nell’irreale ;
esalta anzi il senso della realtà e della vita,
anche quella più umile, nel cielo di una verità
di poesia. È per questo che il poeta Guillaume
Apollinaire, davanti ai suoi quadri, esclamò :
«Questo è supernaturalismo ».
Il merito di Chagall è inoltre quello di aver
raccontato questa realtà nella dimensione della
grande pittura, correndo tutte le avventure
delle più audaci interpretazioni dell’arte con-
temporanea, nella piena decifrabilità delle sue
immagini. Le quali possono apparire in sulle
prime sconcertanti per gli angeli volanti, i rab-
bini verdi, le teste di capra, le vecchie isbe,
inserite nel campo pittorico con l'assoluta li-
bertà delle proporzioni e delle relazioni di fan-
tasia. Ma basta un poco di attenzione per ac-
corgersi del profondo spirito di verità, di me-
moria, di gioia e di nostalgia per tutte le crea-
ture del mondo, che dai suoi dipinti si manifesta
con una interpretazione che possiede il forte
sentimento di una “storia popolare” e la lim-
pidezza delle creazioni più audaci dell’arte
contemporanea. Ci piace estrarre dalla poderosa
biografia di Franz Meyer, che è apparsa pro-
prio in questi giorni anche in Italia in una bel-
lissima edizione del Saggiatore di Milano, il
brano relativo al giovane Chagall che nel 1910,
a ventitré anni, sbarca a Parigi, la capitale
dei grandi maestri della pittura moderna, per
iniziare la sua grande avventura artistica, che
prosegue tuttora con la più fresca vena del cuore.
«Quando Chagall, sul finire dell’estate del
1g1o, scese alla Gare du Nord, a Parigi, gli
parve di uscire da una caverna nella piena
luce del giorno. La vita della strada, gli uo-
mini, i colori, la pienezza della luce, tutto
questo era nuovo e travolgente. Più di tren-
t’anni dopo scrive al proposito: « ... come spin-
ia
fo ah
«Davanti a casa» (disegno a penna del periodo russo).
to dal destino ... sono arrivato a Parigi. Le
parole mi salivano dal cuore alle labbra. E
quasi mi soffocavano. Balbettavo. Le parole si
incalzavano, bramose di illuminarsi a questa
luce di Parigi, di farsene adorne ».
Viktor Mekler, che già da un anno era ve-
nuto a Parigi con Miestscianinov, venne a ri-
cevere l’amico alla stazione, e Chagall passò
quei primi giorni nella camera di Mekler, in
un alberghetto al Carrefour de l’Odéon.
Ma molte cose si erano mutate fra i due
amici. Mekler, a differenza di Chagall, non era
di idee molto progressiste nel campo dell’ar-
te. Naturalmente a Parigi ostentava il vestire
più bohémien, aveva un aspetto trasandato e
quando venne a prendere Chagall alla stazio-
ne era addirittura in pantofole. Ma i suoi mo-
delli artistici, con vero sgomento del suo amico,
erano Zuloaga e Sargent. Davanti ai nuovi
quadri di Chagall rimase sconcertato. Poco tem-
po dopo fra i due amici s’accese una -discus-
sione piuttosto aspra, che pose fine alla loro
amicizia. Mekler tornò in Russia nell’estate
del 1911.
Per quanto la prima impressione di Parigi
fosse stata grandiosa e profonda, tuttavia al-
l’inizio Chagall si senti perduto nella grande
città. « Solo la grande distanza che separa
Parigi dalla mia città natale mi ha trattenuto
dal tornarvi immediatamente, o almeno dopo
una settimana o un mese » scrive ne La wi
vita. Il critico russo J. A. Tugendhold, lo
aiutò a superare le difficoltà iniziali. Il pittore
Ehrenburg, parente dello scrittore, gli lasciò
il suo studio, due grandi stanze arredate alla
maniera borghese con corridoio e cucina.
Poiché non aveva bisogno di due stanze, e
l'affitto per entrambe era troppo alto, ne die-
de una in subaffitto al pittore Malik, che si
occupava soprattutto di eseguire delle copie.
Chagall viveva nel modo più semplice e
cercava di fare delle economie sui 125 franchi
dell’assegno di Vinaver. Spesso comperava in
un negozio di Montparnasse dei vecchi qua-
dri, che erano più a buon mercato della te-
la nuova, e vi dipingeva sopra.
Una fotografia che Chagall mandò al padre
come cartolina illustrata, ce lo mostra davanti
alla grande Fontaine de l’Observatoire, con i
cavalli di bronzo e il gruppo allegorico dei
Quattro Continenti di Carpeaux. Egli è ora un
cittadino della metropoli, del mondo. Quale
differenza con le: ultime fotografie di Pietro-
burgo!
Chagall a Vence (foto Kurt Blum).
Chagall frequentò l’ Accademia “La Palette”
dove insegnavano Le Fauconnier e Segon-
zac, e la ‘Grande Chaumière”, dove sorsero
gli studi di nudo ancora oggi esistenti. Ma
più profondamente agirono su di lui le visite
ai musei, alle gallerie private e ai grandi Salon.
« È al Louvre che mi sentivo maggiormente a
mio agio » scrive ne La w/a vita. E i vecchi
maestri, di cui incontrava le opere, gli sem-
bravano “amici, scomparsi da tanto tempo. Le
loro preghiere, le mie. Le loro tele illumina-
no il mio viso infantile ». Quelli che allora lo
colpirono di più furono Manet, Delacroix,
Géricault, Courbet, Millet, Rembrandt, Le
Nain, Fouquet, Chardin, Watteau, Uccello e
persino il Bassano; un po’ meno Tiziano e
Tintoretto, che gli sembravano ‘alta borghe-
sia”. Nello stesso tempo cercava la sua via
nella pittura contemporanea; da Durand-
Ruel si potevano vedere Renoir e gli Impres-
sionisti, da Bernheim Van Gogh, Gauguin e
Matisse. Solo da Vollard, Chagall non osava
entrare, sconcertato dalla burbera figura del
commerciante.
Nel 1910, poco dopo il suo arrivo a Parigi,
Chagall visitò il Salon d’Automne. Fra cen-
tinaia d’altre, erano esposte opere di Bonnard
Dalla sopraccoperta del volume di Franz Meyer su Chagall.
e Matisse, di Gleizes, Roger de la Fresnaye e
Le Fauconnier. « Certamente, scrive Chagall,
io sapevo esprimermi nella mia città lontana,
nella cerchia dei miei amici. Ma bramavo di
vedere con i miei propri occhi ciò di cui
avevo sentito parlare da lontano; questa ri-
voluzione dell’occhio, questo movimento cir-
colare dei colori, che, come voleva Cézanne,
si compenetrano l’un l’altro, spontaneamente
e insieme consapevolmente, in un lieve scor-
rere di linee, o che, come in Matisse, domi-
nano liberamente. Tutto questo non si pote-
va vedere nella mia città. Il dell’arte
splendeva allora soltanto a Parigi, e anche
oggi mi sembra che non esista una rivoluzio-
ne dell’occhio maggiore di quella che trovai
nel 1910 al mio arrivo a Parigi. I paesaggi,
le figure di Cézanne, di Manet, di Monet,
Seurat, Renoir, Van Gogh, il Fauvismo di
Matisse e tanti altri mi riempivano di stupore.
Mi attraevano come un fenomeno naturale ».
Le lezioni all'Accademia gli sembrarono
più tardi di così scarsa importanza che nei
suoi ricordi le dimentica completamente. « A
Parigi, scrive, non frequentai né accademie
né maestri. Li trovavo nella città stessa, ad
ogni passo, in tutto. Erano i venditori al mer-
sole
cato, i camerieri dei caffè, le portinaie, i con-
tadini, gli operai. Intorno ad essi si librava
quella luce straordinaria che significa libertà
(‘“Lumière-liberté””), una luce che io non ho
visto in nessun altro luogo. E questa luce
scorreva senza fatica nei quadri dei grandi
maestri francesi, e trovava nell’arte la sua ri-
nascita. E così sorse in me imperioso il pen-
siero: solo questa luce-libertà, più splendente
di tutte le fonti luminose artificiali, può crea-
re quadri così sfavillanti, in cui tutte le no-
vità della tecnica appaiono così naturali co-
me il linguaggio, i movimenti, il lavoro della
gente che si incontra per la strada ».
L’emozione di questa luce chiara e dei co-
lori intensi fu l’esperienza centrale del primo
periodo parigino. Nel linguaggio artistico di
Van Gogh e dei Fauves, Chagall trovò i mez-
zi per tradurre questa esperienza in pittura.
All’inizio Van Gogh era in primo piano, Van
Gogh con la sua ‘profetica fiamma”, come
dice Chagall. Certo egli aveva già ammirato
i suoi quadri in Russia, ma solo ora, al con-
tatto con la luce-libertà, l’esperienza deve ad-
divenire feconda».
(dalla biografia Mare Chagall di Franz Meyer,
per gentile concessione del Saggiatore, Milano).
sani forti è i più furbi sono quelli che squassano i gor
COME VA IL MONDO?
CALENDARIO |
TENTRO DELLE VARIETÀ MONDIALIS
DI COMMEDIE E DUADRI DISOLVIBILI
MECCANISMI A FUOCO LIDUIDO
ED A SANGUE VIVO
nio MANFREDO MANFREDI
Venozia 1470;
Via Veni TdiZ,: Bologna
Prezzo pel rogna cost. 20
1. Rezziefiio. - Tiro quasto più poso — 2 L - Tirerò finché potro. —
3. Realista. - Questo è mio, fo voglio — 4. Pagnetiante. - È mio: a me si deve. — 5, Petro-
@ Sere, - Sarà Gi Chi è più forte. — 6, Il Mondo. - Maledetto interesse L. ognuno ini sbrana.
do Î chacun ne déclire
I due calendari riprodotti in queste pagine, conservati a Milano presso la Civica Raccolta Bertarelli, ebbero molto sue-
cesso e furono ristampati per anni: se ne può vedere ancora qualche esemplare in certe vecchie case di campagna.
Dopo gli orologi, di cui ci occupammo nel-
l’ultimo numero dello scorso anno, ecco ora
alcuni interessanti appunti per una storia del
calendario, raccolti da Vincenzo Lacorazza per
la nostra Rivista.
Illustriamo questo articolo con una serie di
riproduzioni di calendari di varie epoche. Ap-
pare evidente da queste immagini come lunari,
calendari e almanacchi abbiano sempre rappre-
sentato per l’uomo un fertile terreno per la
fantasia.
I calendari
Solare si dice il calendario fondato sull’ap-
parente rivoluzione del sole attorno alla ter-
ra. Lunare quello che si basa sul raggruppa-
mento in anno di un certo numero di rivo-
luzioni della luna attorno alla terra. Luniso-
lare quello che ristabilisce l’equazione tra anni
Je plus fourbes ct les plus forts dbraniont das faiile< st les dupes
COMMENT VA-T-IL LE MONDE?
CALENDRIER
pour l' annéo
f. Riaclicanaire. - Jo firo toot co que je pois. — 2. Rigubicain. - Jo firorai jasqu' au bout
—_3 Manarabiste. - C'ost le micn, jo Je veus. — L'icome au galena. - C'est le mien; je dois
Favoir. — 5. Le Petroleur. - De sera de cebui qui est pùss fort. — . La Munde. - Maudit égoisme,
solari e anni lunari mediante intercalazioni di
settimane e mesi supplementari. Astronomico
è il calendario esattamente relativo alla dura-
ta dei moti celesti, civile quello arrotondato
allo scopo di eliminare le frazioni di giorno.
Il calendario che abbiamo di solito sottoma-
no o alla parete è un calendario civile. Ci so-
no poi altri tipi di calendari, come quello giu-
diziario, quello perpetuo, che sono tali solo
in senso lato. Il calendario giudiziario viene
fissato ogni anno dal presidente della Corte
d’appello per le udienze penali e civili da te-
nere nella sua circoscrizione ed è un calenda-
rio di lavoro. Perpetuo si dice quel calenda-
rio che sotto forma di tabella o di scala pre-
senta le variabili periodiche che intervengono
nella compilazione del calendario. È dunque
tale perché se ne perpetua la praticità nel
tempo, adattandolo alle circostanze. Questo
calendario fa bene a chiamarsi perpetuo al
pari del moto omonimo. Sono stati scritti dei
volumi sull’argomento, è uno dei campi di
battaglia preferiti dai matematici dilettanti,
un tema obbligato di qualunque trattatello
sul calendario, sicché il lettore ci permetta di
cominciare da esso la breve esposizione.
Col calendario perpetuo si entra subito in-
fatti nel merito dei calendari, che è quello di
stabilire alcuni pochi punti fissi, valevoli per
tutti. In genere il calendario serve a porre al
cronologista e quindi allo studioso delle date
a raffronto, facendo così saltare subito agli
occhi, come il termometro e meglio la colon-
nina di mercurio, una situazione. D'altra parte
non sempre aiuta la cronaca e la fantasia con
la sua schematicità. Una data dice ben poco
se non è integrata da altri elementi, come una
temperatura senza conoscere il paziente e il
suo stato generale dirà poco al medico. Se il
calendario normale è un termometro, questo
è già qualcosa di più, si avvia ad essere una
cartella clinica, e non è dunque tanto campato
in aria, al pari del moto perpetuo che s’è
detto, se risponde a una esigenza tanto sen-
tita: quella di mettere ordine tra la congerie
di calendari esistenti.
L’anno solare è in media di 365,242198
giorni. I popoli che si avvicinarono di più a
questa misura furono gli Olmechi, seguiti da-
gli Aztechi e dai Maya, autori costoro oltre
che del più esatto calendario dell’antichità,
anche del più bello.
La struttura del calendario Maya, era la se-
guente: c’era anzitutto una serie religiosa di
zo segni per i giorni, con numeri che an-
davano da 1 a 13 e davano complessivamente
260 giorni sacri, diciamo. Accanto a questa
ce n’era un’altra civile che, con 18 segni per
i mesi e zo per i giorni, seguiti da ulteriori
s segni per altri 5 giorni di giunta, faceva
365 giorni, anzi 365,242129 giorni, che è mi-
sura vicinissima a quella odierna.
I Maya non elevavano le loro gigantesche
ippi
mMardbn®
TRA EL CARTEE EL POLLI, —
costruzioni quando ne sentivano la necessità,
ma quando il calendario lo comandava. Il che
significa che essi erigevano un nuovo edificio
a ogni scadenza decisiva secondo i calcoli e le
previsioni astronomiche, facendo del calen-
dario (ossia del loro sistema di numerazione e
figurazione dei giorni, mesi, anni, cicli ven-
tennali e multipli di venti), un motivo strut-
turale della costruzione, il numero dei gradi-
ni, ad esempio, o ornamentale di essa.
Olmechi, Aztechi, Maya, trovandosi forse
tanto vicini all’Equatore ed esposti con le
terre alla perentoria presenza di quest’astro,
ebbero un calendario solare. Riti e sacrifici si
celebravano lì secondo questo calendario, che
si chiama e si rappresenta anche come ruota
del tempo, che gira come una trottola, imi-
tando il sole naturalmente, e presenta fasi o
facce sorridenti e crucciate, stagioni propizie
e stagioni avverse, anni magri e anni ricchi.
Com'è stato osservato nel catalogo della mo-
IO
qui accanto: quattro incisioni su legno ispirate ai mesi
dell’anno in un calendario tedesco del 1438. Nel Medioe-
vo fu molto diffuso l’uso di rappresentare nei calendari
le allegorie dei mesi. Queste immagini rustiche ci of-
frono le prime evocazioni realistiche della vita quotidia-
na anticipando in un certo senso la pittura del paesaggio.
sotto: (a sinistra) il mese di gennaio in un calendario
tedesco uscito a Lipsia nel 1491, inciso su legno e colo-
rato a mano: (a destra) calendario di tipo perpetuo per
gli anni dal 1478 al 1491, Entrambi questi calendari so-
no conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi.
pagina a fianco, in alto: foglio di ottobre di un calendario
del 1795. L’incisione in legno rimase per molto tempo in
voga per i calendari popolari anche dopo l'apparizione
della tecnica di incisione su lastra di rame.
in basso: l'illustrazione del calendario raggiunse livelli
Itissimi con le splendid iniature simboli i i mesi
nei breviari e nei “libri d'ore” del XV secolo: ecco “la
festa del mese di maggio” nel libro d’ore della duchessa
di Borgogna (Museo Condé, Chantilly).
Le illustrazioni di queste due pagine sono pubblicate
per cortese concessione delle Riviste: Graphis (in bianco
e nero) e L’Oeil (a colori).
stra d’Arte messicana che si tiene attualmente
a Roma, in una società in cui tutto è sotto-
messo al ritmo cosmico e nella quale il rito
è l’unica possibilità di partecipazione, di scon-
giuro, di difesa, lo studio dei fenomeni solari
e la misura del tempo diventano tanto più
drammaticamente scienza in quanto da essi
dipendono la vita e la sopravvivenza.
Cinesi, Ebrei, Musulmani, Greci, Romani,
ebbero invece calendari lunari o lunisolari,
meno drammatici e meno esatti in conseguenza.
I Cinesi cominciavano l’anno — e la festa
L
ur
URTI
è ancora in uso, pur avendo essi da qualche
anno adottato il calendario nostro, il Grego-
riano di cui diremo — alla prima luna nuova
dopo l’entrata del sole nella costellazione del-
l'Acquario, tra il 21 e il 19 febbraio. Avevano
mesi di 29 e 30 giorni, un intercalare, ovvero
un mese supplementare, ogni trenta e data-
vano dal 2697 a.C.
Gli Ebrei datavano dal 3761 a.C., l’anno
della Creazione o Anno Mundi, e avevano
anch'essi mesi di 29 e 30 giorni, con anni detti
difettosi, regolari, perfetti, di 353, 354, 355
NA
è È a
< uil,
S dea 8»
giorni. L’anno bisestile era presso gli Ebrei
di un mese più lungo del normale e a seconda
che fosse difettoso, regolare, perfetto, risul-
tava di 383, 384, 385 giorni. Celebravano il
Capodanno, Resh Hashana, il primo e secondo
giorno del Tisbri, che è il primo mese del
loro anno ma non corrisponde a gennaio,
piuttosto al nostro settembre, con numerose
altre feste, tuttora in vigore. Ad esempio,
quella del giorno della Riconciliazione, il Yow
Kippur, dei ‘Tabernacoli, il Sykkoh, della Rico-
gnizione della Legge, la Simbath Torab, pure
tabula.
Weinmonat hat xxx1 Tage.
Colman, Gallus, LucaSEo, Wrfula,
gu ppi e
2B
cadenti nel Tishri, e altre ancora naturalmente,
per la maggior parte mobili.
Lunare è pure il calendario musulmano.
Trenta anni in questa cronologia costituiscono
un ciclo. Nel ciclo, molto più spesso che nel
nostro, e al pari del calendario ebraico, si han-
no più frequenti bisestili. Sono bisestili il 29,
59, 79, 10%, 139,160, 189, 219, 249, 260, 29° an-
no. Com'è noto in quel calendario la data-
zione comincia dal 622 d.C., dall'anno del-
l’Egira, la fuga di Maometto nel deserto.
Per i Musulmani il giorno non finisce a
mezzanotte, come da noi, ma al tramonto €
mi pare che il ngezzin quando grida dall’alto
del minareto annunci appunto la fine del
giorno. La notte, almeno dal punto di vista
del calendario religioso, viene a far parte del
giorno successivo. I mesi si chiamano Mwburran,
Safar, Rabia I, Rabia II, Inmada I, Jumada II
Rajab, Shaban, Ramadan, Shamwal, Zu lkadah,
Zu lbijjab. Il Ramadan, mese del digiuno, fi-
nisce di sera.
Quanto ai Greci, che ci introducono al
problema essenziale del calendario, quello di
mettere alla pari calcolo e realtà, stagioni con
venzionali con stagioni reali, si davano ogni
otto anni, la cosiddetta ectaeride, tre mesi sup-
plementari, denominati ewbdlizoi, disponen-
doli, nel 3°, 5° e 8° anno, ed entro questi col-
locandolo dopo il sesto. Si aveva in tal caso
due volte lo stesso mese, e per distinguerlo
dal primo lo si chiamava denteros.
Nella cronologia preromana e numana, da
Numa Pompilio, il calendario era sempre di
origine lunare, epperò l’anno aveva 355 gior
ni perché a Roma fin da allora si riteneva in-
fausto il numero pari. Gli embolimoi qui ve-
nivano denominati mercedoni.
Fu Giulio Cesare, com'è noto, a fare la
prima grossa revisione del calendario, introdu-
cendo la cosiddetta riforma giuliana e promul-
gando il calendario Giuliano, per pareggiare
il disavanzo che in tanti anni s'era venuto sta-
bilendo tra calendario e stagioni.
Egli dispose che l’anno 708 di Roma avesse
445 giorni ma non c’è accordo tra gli sto-
dot. € SY S antquauniaà
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PARMA. DALLA FIAWFRRIA LUPRRLALA
rici, 445 secondo la testimonianza di Censo-
rino, 443 secondo quella di Macrobio — e
perché in avvenire tra le due numerazioni non
si verificasse di nuovo quel disavanzo, lasciò
inalterati i mesi di marzo, maggio, luglio,
ottobre, oltre che di febbraio, e fece aggiun-
gere due giorni a gennaio, agosto, dicem-
bre; uno ad aprile, giugno, settembre, no-
vembre, stabilendo altresi che ogni 4 anni,
fra il 23 e il 24 febbraio, si intercalasse un
giorno, il quale si disse, secondo il modo dei
Romani di cominciare a contare il nuovo mese
dalla metà del vecchio, bis sexto Kalendas mar-
fias, donde il nome comune di bisesto e l’ag-
gettivo bisestile.
A tutt'oggi è in discussione la maniera con
cui in pratica avvenne la collocazione del bi-
sesto. Pare che i pontefici, ai quali era affi-
data in Roma, come dovunque nell’antichità,
l’amministrazione del calendario, intercalasse-
ro ogni 3 anziché ogni 4 anni!
Fatto si è che nessun riguardo si ebbe nel-
la riforma giuliana per i moti della luna, do-
vendosi considerare del tutto fortuita la cir-
costanza segnalata dagli storici della coinciden-
za della luna nuova col primo giorno del pri-
mo anno giuliano.
Diffusosi il Cristianesimo e stabilitosi dal
Concilio di Nicea che la Pasqua doveva cele-
brarsi la prima domenica dopo la decimaquarta
luna del primo mese, ossia al termine astro-
nomico più prossimo all’equinozio di prima-
vera, detto anche termine pasquale, l’osser-
vazione del cielo, da Tolomeo a Copernico,
si andò appuntando sempre più sul satellite
e, dalla registrazione nei calendari della du-
rata delle lunazioni risultata imprecisa, si
maturò l’altra celeberrima riforma, quella
gregoriana.
Si vide che l’equinozio di primavera anzi-
ché intorno al 21 veniva a cadere effettiva-
mente, alla fine del XIII sec., intorno al 13
marzo e verso la fine del XVI intorno all’11.
Si calcolò che il termine pasquale era antici-
pato di 1 giorno ogni 312 anni e mezzo. Con
quel passo si sarebbe arrivati a 4 giorni verso
il 1800. E allora, secondo un piano elaborato
dal matematico napoletano Lilio, sottoposto
all'approvazione di scienziati di tutto il mon-
do, in una scena tramandataci in varie stam-
pe e da una bella tavola di Biccherna, papa
Gregorio XIII promulgò la correzione e si
ebbe il calendario tuttora in vigore da noi.
Ecco in poche parole in che cosa consistet-
te e consiste la riforma gregoriana: ritenutosi
che l’equinozio cadesse ormai l’ 11 marzo e
che il termine pasquale venisse anticipato a
quell’epoca di 3 giorni ogni 400 anni, si di-
spose che la data del 4 ottobre 1582 fosse
seguita da quella del 15, con un salto di 10
giorni. Per non far allontanare poi dal 21
marzo l’equinozio, coi conseguenti inconve-
nienti segnalati per stabilire la data di Pasqua,
si ordinò la soppressione del bisesto in tutti
gli anni centenari, fatta eccezione per i mul-
tipli di 400.
Ulteriori modifiche si ebbero durante la Ri-
voluzione francese. Fu stabilito che l’anno do-
vesse cominciare con l’equinozio d’autunno,
come avviene nel calendario ebraico, ad esem-
pio. Tutti i mesi furono fatti pari a 30 giorni,
fu abolita la settimana e creata la decade.
LA CUCCAGAA ra
Avanzavano 5 giorni alla fine dell’anno, fu-
ron detti sans-cu/ottidides e destinati alle feste
della Virtù, del Genio, del Lavoro, della Opi-
nione, delle Ricompense. Venne cambiata la
denominazione dei mesi — autore Fabre
d’Eglantine, uno dei primi capi uffici stampa
della storia moderna — e si ebbero i Bru-
maio, Nevoso, Termidoro che tutti sanno.
Il nuovo calendario divenne esecutivo il 22
settembre 1792 e fu adottato anche in Italia,
nei territori occupati dalla Repubblica. Venne
poi abolito il 1° gennaio 1806. Réformer le
calendrier è rimasto poi in Francia come sino-
nimo di mutar in peggio. Si gettarono però,
se è lecita l’espressione, le basi di un calen-
dario laico, che sotto varie denominazioni fe-
ce capolino nelle cronache per molti anni,
fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Nel 1849 Augusto Comte col suo calenda-
rio positivista — anno di 13 mesi e mesi di
28 giorni, che sono 364 giorni all'anno —
non faceva altro che rielaborare la materia del
calendario della Rivoluzione. Nel 1871 que-
sto veniva addirittura riesumato per pochi
mesi. Nel 1887 la Società di Astronomia di
Francia respingeva l’idea di un calendario di
13 mesi, epperò raccomandava l’elaborazione
di un calendario perpetuo. Nel 1900 le Chiese
non cattoliche riunite alla Conferenza Evan-
gelica di Eisenach riproponevano una riforma
del calendario. Nel 1919 l'Unione Astronomi-
ca Internazionale studiava la riforma. Nel 1930
si costituiva in America una Associazione
mondiale del calendario. Nel 1931 si metteva
agli atti della Società delle Nazioni la proposta
di riforma.
i o 19160
L’esigenza di una riforma non parte più da
presupposti astronomici, benché si sappia che
con l’attuale calendario si perdono tre deci-
millesimi di giorno all’anno, tre giorni ogni
diecimila anni, ma da desiderio di praticità.
È probabile che, come avverrà prima o poi
col sistema metrico decimale, si arrivi al
calendario mondiale. Per ora atteniamoci a
qualche altra considerazione sui vecchi ca-
lendari.
Il calendario è stato via via strumento di
precisione e di fuga. Non fa meraviglia che
tracce di armonia e di colore si trovino in
esso, come nel pentagramma e nella cornice,
poniamo. Tra terra e cielo c'è uno spazio
troppo grande perché lo si possa coprire tutto
con uno schema. Un tempo il calendario di-
ceva proprio quello che bisognava e non bi-
sognava fare, come l’orario ferroviario o l’e-
lenco telefonico forse, ma col più ampio mar-
gine datogli dalla magia, dalla astrologia, dal-
l’astronomia. Era un oracolo, a differenza di
oggi che è un omaggio.
In tema di feste è curioso vedere, per fare
un esempio che è dei più cari alla moderna
etnologia, quali sottofondi agitano la ricor-
renza del 24 giugno.
Detto giorno è indicato nel calendario ro-
mano come dies lampadarum e dedicato alla dea
della fortuna, Fors Fortuna, o a quella della
fecondità, Fortuna Primigenia. Se da un canto,
come dice il Lanternari, ciò lo pone sotto il
segno del sole, /277pas, dato che in quella da-
ta cade il solstizio d’estate, d’altro canto esso
rimanda a una usanza che sappiamo attestata
fino ad oggi, consistente nel far fuochi e por-
labale VALPURGA
nella pagina accanto: (a si-
nistra) calendario del 1810
edito a Parma dalla Stampe-
ria Imperiale. Vi sono indicati
anche i giorni di arrivo e
partenza dei corrieri di Fran-
cia, Guastalla, Reggio e Chia-
vari, e il corso legale delle
monete circolanti nel Diparti-
mento del Taro. (a destra)
ITA calendario milanese del 1813
detto “della Cuccagna” con il
corso delle monete e la “re-
gola per coltivare gli orti e i
giardini”. (Civica Raccolta
Bertarelli, Milano).
qui a fianco: il frontespizio
di un almanacco genovese
delle predizioni. (Istituto Maz-
nd ziniano, Genova).
tar fiaccole accese, /anpades, per i campi nella
festa di San Giovanni Battista, che cade il 24
giugno. ‘Tocchiamo in tal modo uno dei so-
strati più ricchi del calendario, quello che uni-
ficando ricorrenze astronomiche, ciclo delle
colture e standard di vita, lo fa vivo e vivace
nel folklore. Il 24 giugno non si celebra in-
tanto la morte di un santo, come avviene di
solito, si commemora una nascita terrena €
una spirituale, avvenuta col battesimo. È da
vedere in codesto natale una continuazione
del rito di morte e di rinascita che si adombra-
va nel solstizio d’estate? E nella sua colloca-
zione all’inizio dell’estate, della stagione della
maturità oltre che della maturazione, una cor-
rezione cristiana dei riti pagani? Una ana-
logia coll’altro Natale?
Una antica leggenda sarda racconta di una
competizione fra San Giovanni e il Signore.
« Fa — disse il Santo — che nel giorno della
mia festa piovano dal cielo denari ». « No —
gli avrebbe risposto il Signore — perché al-
lora gli uomini celebrerebbero e desiderereb-
bero assai più la tua festa ».
Nelle varie feste popolari che ancora hanno
luogo tra la vigilia e il giorno della festa si
possono distinguere riti di divinazione o pre-
sentimento, di purificazione, di prosperità.
Una rosa apporta quella notte, a chi la sappia
cogliere, abbondanza. Chicchi di grano espo-
sti all’aperto, se trovati umidi all’indomani
mattina, saranno di buon auspicio per il rac-
colto imminente. Quel gioco estivo prati-
cato in Emilia, consistente nel far rotolare
delle ruote in discesa, avrebbe riferimento
col ciclo discendente del sole, dando in senso
13
magico il via ad un favorevole nuovo corso
dell’esistenza.
C'è da notare come il calendario, al pari del
codice, si presti alle più varie sentenze. Si
continua a dire che « San Barnabà (11 giugno)
è il più lungo della sta’ » e che « Santa Lucia
(13 dicembre), il più corto dì che sia ». Ora
queste asserzioni si riferiscono alla situazione
precedente alla riforma gregoriana. Si tratta
di vedere se è meglio avere un proverbio ine-
satto, radicato nella memoria, o un calendario
esatto, ma ignoto ai più.
Il calendario è uno spaccio abbastanza largo
ancora per contenere novelli avventori.
In tema di costume economico si può con-
statare come per un cliente che se ne va, ne
trovi altri tre pronti a entrare nei suoi scaffali.
Si riduce l’impressione che il sole nei mesi
con la “r”° sia nocivo alla testa e subito si leg-
gono, nei fogli dedicati in quattricromia agli
stessi mesi, caldi inviti pubblicitari a raggiun-
gere il Sud. Non sono più attuali gli indovi-
nelli dell’ Afharvaveda indiano: « Dove vanno
la metà dei mesi, dove i mesi stessi uniti al-
l’anno?... Dove s’affrettano ansiose le due ver-
gini di diverso aspetto: il giorno e la notte? »
e diventa obbligatorio il responso dell’astro-
logo. Si smette di attribuire agli astri il buon
raccolto o la noche triste dei Maya — la notte
dello sterminio spagnolo che il calendario
dava per inevitabile — ma si continua a spe-
rare nello Zodiaco e nell’Ascendente. Non c’è
giornale che non dia l’oroscopo in termini
fatali. Atti di vasta portata sociale, come il
tracciar strade, il piantare alberi, l’erigere nuo-
ve case, si scrivono infine bellamente su due
pagine di calendario.
Terminiamo con un accenno al calendario
come manufatto, monumento, tavola sinot-
tica, libro miniato, oggetto tascabile, foglio a
stampa e via dicendo.
Un primo e primitivo tipo di promemoria
più che di calendario è stato rinvenuto presso
gli Indiani Sioux d’America. Consiste in un
pezzo di corda con tanti nodi quanti sono i
giorni da segnare. Ogni nodo è un giorno
che si scioglie o si lega, qualcosa che sta tra
il rosario e l’agenda. In Val Gardena fanno
un calendario con dei nastrini colorati, simpa-
tico ed economico. Viene allegato a un qua-
dretto di maniera. Sui nastrini di diverso co-
lore ci sono i giorni della settimana, il nume-
ro dei giorni, i mesi: i nastrini si tirano e met-
tono a posto la data. Dagli antichi Romani ci
sono pervenuti dei calendari pubblici, delle
lapidi recanti lo schema di impaginazione ver-
ticale proprio del foglio da parete. Nelle co-
lonne mese per mese si indicano: i giorni del-
la settimana, che a Roma era di otto giorni;
la qualità del giorno, fasto, nefasto, comiziale;
la data coi bei numerali e l'abbreviazione delle
none, gli idi, le calende; le ricorrenze religio-
se e civili. Questo calendario, che tende a pre-
sentare i dati in blocco, e in maniera succinta,
era forse la copia volgare del calendario a ta-
bella mobile, d’alta consultazione, d’altissimo
prestigio, che fu in esclusiva dotazione dei
sacerdoti. Dei Maya e dei loro calendari mo-
numentali s’è accennato. Presso i Maya, e gli
LUNARIO FIUOIAFINIIINUÙU FES LL AININU NIIDUUCCAA VIE
Cossa da Stefano Andrea Van SAUDI l'io
Ce rentino. Con Privilegio di S. A. R. 90M
14 NOVITÀ
O. BENIGNO LETTORE. DI STAMPA.
Ebrei, si trova altresì una versione ridotta a | A tit re N:
aa trarne Ge gare, vedo tanti
nno Revo
Se one 11. [Cetraro riene,a vo, [Catneneto sì
forma circolare, la cosiddetta ruota del tempo, (ius
che assomiglia all’astrolabio. Nell’antichità il (158 unu ER or
calendario fu affidato soprattutto alla tradizio- i
ne orale; le testimonianze iconografiche sono
pertanto rarissime nella maggior parte dei casi.
Per il Medioevo si conservano alcune pagi-
ne miniate, dei bassorilievi. In questi casi però
il calendario c’entra poco; anche senza, avrem-
mo avuto lo stesso la vendemmia dell’Antela-
mi e il serto di mele di Luca della Robbia.
Il calendario scritto cominciò a diffondersi
nel Settecento come lunario, almanacco, effe-
meride. L’elencazione dei giorni dette l'avvio
al moderno giornale. Contemporaneamente si
diffuse nel nord Europa un oggetto di legno
di piccole dimensioni e di notevole compat-
tezza grafica che può essere preso per il vero
progenitore del calendario contemporaneo. I î vasto:
giorni erano presentati da lineette più o meno s ATEI, UT GENNAJO, i Pierina ; Sala ron
zriose per
fellaré, con un Tratturo,
pr "fino eve 1° ei a
dello Abbadefle, o
ria toro Sodilis.. ca un
în va d fpiega
s s i Gama isa nre Li dali Mi En. ® è aarjicePi
spesse e lunghe, i mesi numerati e ragerup- ab Aesiga mt sint] I Vennanar |a » JDtase Are
pe ghe, ‘ggrup St 3 bic tire è MEER Gee tane "| _) Dance. Gopgo.|$_3 Macler dela
pati per trimestre, l’anno compresso nelle
quattro facciate del parallelepipedo. Ma le in-
dicazioni c'erano tutte. Numeri d’oro e gran- &
di ricorrenze venivano espressi del pari in lin- |
guaggio telegrafico con puntini, croci, croche?,
altri simboli, quali la stella per l’Epifania, il
cuore per la Vergine, l’arpa per San Davide,
le chiavi per San Pietro, la graticola per San
Lorenzo.
Passato in mano ai cronisti, ai tipografi, ai
cartolai, il calendario acquistò attualità, mi-
sure unificate, basso prezzo. Il suo controllo
fu preso dai fabbricanti di carta stampata e
dai fornitori di materiale da cancelleria che ne
diffusero il consumo. Il Larousse non più di
settanta anni addietro ricordava come l’agen-
da da tavolo, il calendario americano come lo
chiama, fosse fatta di foglietti scuciti che si
buttavano via ogni mattina. Siamo dunque al
prodotto di serie.
Il resto è storia recente. Visualizzare una di
data è fatto altrettanto importante quanto il
determinarla. L’orologio che si vede nelle
DIAVOLO ROSSO
ALMANACCO
Profetiso, Cabalistico ,
Negromantico, Dinbolleo,
Umoristiro, Politico, Lette
Infernale ecc,
pel 1850
dali egli Sa I
A SPESE DI tN razioso
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LS
A GENOVA
Tirocsaria Dacsiso .
1849 =:
ioni d’oggi llo a fi rolare 3 ep 1 721 DSC
stazioni d’oggi, quello a forma rettangolare orrolie A (2 AF06)
orizzontale, è stato disegnato da cinque archi-
; Rat cani a POTTUUUIVITINTTTIVITTTUTWTNTA
tetti. La distribuzione del calendario è fatta RUOTE VIVTVE VV ETUTUVUDEVUTVTUTT)
da agenzie con centinaia di addetti. A_decide- E
1og , : Ma tali z
re su come illustrare un’agenda si tengono delle iti L U N A R I o Hi
sedute sei mesi prima della fine dell’anno. Il iz i siici
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calendario che si rispetti non dev'essere più Ps GRBROYVESE si i
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in accordo col sole o con la luna, ma con i eta Zia
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Un lunario fiorentino del 1729 e due almanacchi genove- Delle Pi i sha
si del secolo scorso. La tipografia dei fratelli Pagano, che rl £ TITOGNARIA DEI PRATELLI PAGANO ‘ î
stampava nel 1833 il Lunario del sig. Regina e soci, È z Pisi Nona Ne 43: Site
esiste ancora oggi. Dolls 5 si
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Li e per de bantiadiatio s | MANGART REFRAE SEXERARARR RAEE
Un aspetto dell'Olanda in una veduta aerea della zona di Gouda.
Programmazione
in Olanda
e Danimarca
Dopo l'illustrazione di alcuni aspetti della
programmazione in Francia, ecco un articolo
sull’Olanda e sulla Danimarca.
In queste note giornalistiche che Francesco C.
Rossi ha scritto per la nostra Rivista, sono indi-
cate alcune linee essenziali e nuove del panora-
ma della programmazione europea; Rossi ha
visto per noi alcuni problemi ed alcuni aspetti,
pressoché inediti nella pubblicistica italiana, che
confidiamo possano interessare quanti seguono
questa documentazione.
Nello studio del direttore del “Drents Eco-
nomisch Technologisch Instituut” di Assen,
nel nord dell’Olanda, c’è una grande carta del-
la regione del Drenthe e della Frisia che ri-
sale al 1634.
Sembrano macchie — anch'esse ingiallite per
l’umidità — le paludi che confondono gli iso-
lotti di terra: è una fetta dell'Olanda storica,
strappata al mare, che ricompare subito
dopo tra diagrammi urbanistici, piani di
strade e di industrie, fotografie di impianti
sportivi.
Gli olandesi non hanno avuto il tempo di
meditare sul senso della storia, perché, altri-
menti, avrebbero creato musei in tutte le città
e in tutti i borghi di campagna. Mi venne di
pensare a queste cose sfogliando alcuni opu-
scoli propagandistici che vi offrono ad Assen,
nei quali la parola che ricorre più frequente-
mente è “dinamismo” e “dinamica”.
Come nei quadri dei pittori fiamminghi do-
ve il senso della vita vien fuori nella coralità
delle scene; dove il paesaggio sembra idillico
nonostante le paludi; dove la gente par che
scoppi per l’allegrezza: come nelle immagini
di un tempo, la vita è sempre ricomposta nel-
l’ottimismo.
Nell’Istituto Economico e Tecnologico del
Drenthe dove assieme all’ingegnere idraulico
incontrate il tecnico agrario, l’assistente socia-
le, l'allenatore sportivo e i borgomastri della
regione sempre preoccupati di convincere gli
industriali ad impiantarsi nella loro terra, la
tecnica e la promozione dello sviluppo sociale
si sono incontrate attraverso una cultura so-
ciologica che non ha riscontro in altri paesi
europei.
Si potrebbe dire che la tecnica ha mutuato
dalla sociologia moderna il senso della via da
seguire; e sebbene i tecnici di Assen abbiano
prima risolto i problemi economici — quelli,
cioè, che da noi si chiamerebbero problemi di
dottrina o di teoria economica — per poi pas-
sare alla valutazione dello sviluppo sociale
della regione, è indubbio che un diverso in-
contro, rispetto, ad esempio, ad alcune espe-
rienze francesi e nostrane nel Mezzogiorno,
sta alla base di alcuni significativi risultati.
Il capolavoro di questi tecnici ed esperti —
non sono più di una decina — è Emmen.
(in alto): Emmen, in Olanda, era un tempo un piccolo
paese agricolo ove predominava la pastorizia. (al centro):
una veduta panoramica di Emmen oggi. La cittadina,
grazie ad un piano tecnico ed economico rigidamente
impostato, è divenuta un fiorente centro industriale.
(sotto): circondate tutte intorno dalle acque, queste fat-
PIO RITI TI BERTI 1A 7
SAC ALL
gina accanto): un'immagine di Rotterdam, il secondo
porto del mondo.
Emmen era un piccolo paese agricolo dove
predominava la pastorizia; al centro di una
regione di attrazione commerciale europea, fu
valorizzato con un piano regionale di sviluppo
economico: esso, infatti, si trova al centro di
un distretto industriale, verso il confine con
la Germania e si compone oggi di circa
70.000 abitan
Prevalendo nella politica industriale olande-
se il concetto di distribuzione geografica delle
industrie e della mano d’opera, Emmen si tro-
vò a beneficiare di questa politica grazie so-
prattutto alla sua posizione geografica. Quan-
do domandai al signor C. Voormolen, diretto-
re dell’ Istituto di Assen, come mai capitasse
ad Emmen nel 1945, e come mai iniziasse la
sua attività impostando un piano rigidamente
tecnico-economico e non secondo la tradizio-
nale, e spesso letteraria, problematica dello
sviluppo sociale, egli mi rispose che all’uni-
versità di Rotterdam, dove si è laureato, gli
hanno insegnato soprattutto la geografia eco-
nomica.
Quella frase mi parve quasi una boutade
ma, girando per Emmen, mi accorsi che lo
spirito dell’intrapresa aveva una base diversa
da quelle che noi tradizionalmente siamo abi-
tuati a vedere. Prevalgono criteri appunto di
geografia economica, di tecnica, oltre ad al-
cune ragioni sociali di fondo.
Ne ebbi conferma dal signor F. Dinesen,
proprietario di una fabbrica di prodotti di
nylon di Copenhagen al quale domandai perché
fosse venuto ad Emmen ad impiantare una
succursale della sua fabbrica danese.
Mi raccontò di essere andato un giorno al-
la fiera di Zwolle, una citta commerciale ad
una cinquantina di chilometri a sud di Em-
men, e di avervi incontrato il borgomastro di
quest’ultima cittadina. Gli bastò accennare, in
quell’occasione, all’idea di qualche possibilità
di impiantare una filiale in Europa, o meglio
nel Benelux, per ottenere agevolazioni sui dazi
doganali, per sentirsi addosso il borgomastro-
viaggiatore di Emmen il quale non gli dette
pace. Lo inseguì a Copenhagen e lo convinse
ad impiantarsi ad Emmen. In questo episodio
della storia di un’industria moderna c’è il ri-
cordo delle antiche intese commerciali che av-
venivano nel Medioevo e nel Rinascimento
nelle grandi fiere della Fiandra, tra commer-
cianti e sensali dell’ Europa non soltanto oc-
cidentale.
La politica e i vantaggi della politica non
c'entrano; c'entrano soltanto gli affari. Così è
venuta su dal nulla Emmen, con scuole tec-
niche e di alta specializzazione, con giardini,
mercati e impianti sportivi. I tecnici di Assen
vigilano e assistono gli industriali che si in-
sediano nel distretto industriale e consigliano
gli amministratori comunali a seguire una po-
litica urbanistica moderna.
In Olanda ci sono undici istituti come quello
di Assen, diretti da tecnici e da esperti quali-
ficati.
Il governo olandese ha istituito una sorta
di regime di premi detto “promozione del-
l’impianto industriale nei comuni piloti” delle
nove regioni di sviluppo riconosciute in pre-
valenza nel nord del paese. Dal 1951 al 1957
il governo ha speso circa 57 milioni di fiorini
per le agevolazioni a queste regioni di svilup-
po; l'incentivazione è programmata poiché
ogni regione ha un suo piano di sviluppo. La
regione di Gròningen-Frisia e Drenthe ne ha
uno che va dal 1960 al 1980.
Nel paese dove i sociologi dichiarano che
manca, nell’opinione pubblica, una “coscienza
industriale” e dove non c’è programmazione
fatta all’insegna della socialità; dove il benes-
sere è sedimentato nel reddito e nello stile de-
gli investimenti, i programmi nascono per sa-
nare squilibri regionali e per armonizzare
la tradizionale struttura agricola dell’Olan-
da, ad un’economia di servizi in prevalenza
industriali.
Il cooperativismo tradizionale che legava
interessi di comunità agricole per avere un
miglior mercato e, quindi, un miglior reddito,
oggi — per molti aspetti — ha lasciato il po-
sto ad un larvato corporativismo che a prima
vista, tuttavia, non stona, nella politica econo-
mica del paese, con l’ urbanistica industriale
maggiormente tesa ad intensificare le possibilità
di creare ed ampliare i servizi.
Si può dire che il nuovo volto economico
dell’Olanda sia rappresentato non più dal mo-
dello del cooperativismo, bensì da una orga-
nizzazione e pianificazione industriale che si
riflette soprattutto nella vita delle grandi cit-
tà e dei grandi porti. La vita sociale olandese
è legata a questa prospettiva di industrie di
servizi; la campagna — che conserva sempre
il carattere idillico del benessere raggiunto nei
secoli — è in declino.
Nel quadro dell’ Europa di domani affiora
questo aspetto dell’Olanda organizzata e pia-
nificata in un’economia di tipo liberale. Que-
sta realtà che potrebbe sembrare un controsen-
so, un paradosso della dottrina economica, non
turba i sonni degli economisti e degli uomini
politici olandesi.
Il progetto del nuovo “europorto” di Rot-
terdam è lo specchio fedele di come si viene
sviluppando questa prospettiva di pianificata
industrializzazione dei servizi.
Le previsioni di trasporto degli idrocarburi
e dei minerali in Europa, ha permesso di av-
viare un nuovo piano del porto di Rotterdam
che si estende su una superficie di 1550 ettari
e che, nell’ampliamento, produrrà una superfi-
cie di circa 930 nuovi ettari di terreno suscet-
tibile di essere destinato a localizzazioni indu-
striali. Nella previsione, altresì, che il consu-
mo degli idrocarburi e dell’acciaio aumenterà
sensibilmente in Europa, il porto di Rotterdam
dovrà permettere la creazione di industrie di
raffinazione, di alti forni, acciaierie e laminatoi.
I riempimenti di terra che servivano fino a
cinquant'anni fa a creare un’azienda agricola
modello che sopravviveva perché legata in
cooperativa con altre aziende agricole svilup-
pate sulle montagnole create dai terrazzieri,
oggi servono quasi esclusivamente all’indu-
stria. Programmando nuovi terreni disponibili
per l’industria, a Rotterdam, i pianificatori ed
i tecnici vi dicono che quel porto sarà “più
»”»
franco di un porto franco”. Si tratta di una
sfida in tempi in cui si parla tanto di controlli
e di pianificazione. Ma il significato più pro-
fondo e meno letterale di questa espressione
sta nel fatto che in una società come quella
olandese, dove la liberalizzazione delle strut-
ture economiche ha permesso un benessere
uguale per tutti, programmare significa soprav-
vivere nel benessere.
È lo stesso spirito d’intrapresa, sebbene più
stagnante e meno dinamico, che si trova in
Danimarca.
La Danimarca è rimasta un paese essenzial-
mente agricolo, strozzato dall’industrializza-
zione della Svezia meridionale, dall’accumula-
zione dei servizi nell’Olanda e dal traffico com-
merciale che tradizionalmente passa, per la via
dell’ Elba, attraverso i grandi porti di Am-
burgo e Brema.
18
Anche la capitale danese è ricca di canali.
Si può risalire in battello fino al cuore
della città, costeggiando le case di Nyhayn.
Ho chiesto, nella sede dell’associazione de-
gli industriali danesi a Copenhagen, se l’ade-
sione al MEC porterà squilibri all'economia
danese. L’indifferenza con cui quegli indu-
striali parlano del MEC, mi lasciò intravedere
uno spirito di splendido isolamento. Gi-
rando per la Danimarca, dalle fattorie modello
intorno a Copenhagen, alle cittadine dello
Jutland, ci si accorge subito che l’equiparazio-
ne del relativo benessere alla sopravvivenza
della vita economica danese è cucita con un
filo assai tenue: il filo della conservazione. I
danesi si potrebbero definire gli ultimi con-
servatori dell’ Europa. A mettere in moto la
dinamica della loro economia non è la pro-
grammazione; è viceversa la persuasione che
con un tipo di industrializzazione — quella
meccanica e manifatturiera — si può risolvere
il problema del benessere.
Si tratta indubbiamente di una concezione
paradossalmente ottimistica; una concezione
da benessere borghese ottocentesco.
C'era una volta — ma non tanto tempo fa
— all’estremo nord dello Jutland una regione
sottosviluppata con poche migliaia di abitanti:
la ridistribuzione di quelle forze di lavoro di-
venne un problema di stato. A Copenhagen
presero in mano una carta geografica e stu-
diarono, a tavolino, dove mettere quella gen-
te. Trovarono che si poteva collocare nell’in-
dustria. Da quel giorno e forse non sol-
tanto da allora — a nessun industriale danese
passa per la mente che i problemi del sotto-
sviluppo siano problemi sociali. Sono proble-
mi di investimento e basta.
Questa non è una favola di Andersen; an-
che se a prima vista potrebbe sembrare una
favola dei nostri giorni.
Il razionalismo e l’empirismo dei danesi non
sono impregnati di cultura economica come
potrebbero essere quelli degli inglesi o degli
italiani.
L’industrializzazione in Danimarca è inco-
minciata assai più tardi che negli altri paesi
europei; così come l’urbanesimo — non es-
sendovi una tradizione di città commerciali —
è andato di pari passi con il lento ritmo del-
l’industrializzazione. In questa accresciuta e-
spansione dell’urbanesimo, da vent’anni a que-
sta parte, va ricercato anche il motivo per cui
in Danimarca oggi l'agricoltura è quasi una
merce di scambio con l’industria. Ma non c’è
la frenesia industriale degli olandesi che han-
no scoperto la programmazione dell’industria
dei servizi e di quella necessaria per l’equili-
brio economico regionale; c’è, negli industriali
e negli agricoltori danesi, la coscienza di un
equilibrio statico. La distribuzione del red-
dito è regolata dalle fredde leggi dell'economia
ad alto livello, anche se si tratta di un livello
stranamente difforme.
Se si escludono la siderurgia, la metallurgia
e l’industria dei cantieri, in Danimarca non
c’è settore industriale che possa dirsi ad alto
Un aspetto della campagna danese, Sparsi per
tutta la Danimarca si elevano più di dieci.
mila tumuli che ricoprono antichissime tombe.
indice di produttività. Le porcellane e l’in-
dustria dei mobili sono come il simbolo di
questo raffinato equilibrio, dove nell’economia
pare che non si senta la politica; dove il ritmo
della vita è costante e dove — soprattutto —
non esistono miti. Tutto in Danimarca è Co-
penhagen, che non è certamente un mito per
i danesi così come Parigi lo è per i francesi. Si
passa per Copenhagen e si è vista la Danimar-
ca; questo paese dei silenzi ideologici, che
adora Andersen, il Tivoli e che non si compia-
ce di aver dato i natali ad un filosofo come
Kirkegaard. Quest’isolotto che ha il coraggio
di tenersi e di amministrarsi una landa deso-
lata e sconfinata come la Groenlandia.
Vorremmo dire — dopo aver visitato alcuni
centri industriali ed agricoli danesi — che il
problema della pianificazione economica in un
paese dove l’equilibrio della redditività e dei
consumi è costante, si pone non come un pro-
blema di fondo, non come un problema di
quelli cioè che costituiscono il rompicapo ideo-
logico di generazioni di economisti, bensì co-
me una catena di interventi settoriali, che tro-
vano, indipendentemente dai sistemi politici,
una naturale cassa armonica nella ricerca di
mercati e di sbocchi commerciali.
Dietro a questo atteggiamento economico
non c’è preoccupazione ideologica; c’è la ricer-
ca dell’equilibrio economico: una volta trova-
tolo, anche un re che va a spasso per il Tivoli
può dirsi il re di uno stato socialmente felice,
Cornigliano
a scacchi
Cornigliano ha cambiato volto un’altra volta,
proprio in questi ultimi mesi. Si è fatta un
abito scozzese, a grandi scacchi bianchi e rossi,
vivaci e ben visibili da lontano. È, in ordine di
tempo, l’ultima trasformazione, ma forse la
più stupefacente, la più ‘‘épatante”.
Perché bisogna ricordare che questo è uno
dei luoghi che più spesso, ed a ritmo vertiginoso,
hanno cambiato volto.
Lasciamo perdere il passato ‘‘storico’’, quando
qui tutto doveva essere coperto di selve fitte,
dove affondava la Badia di Sant’ Andrea che
accolse Papa Innocenzo IV sfinito dal mal di
mare, e che allevò il popolarissimo Sant’ Alberto.
Trascuriamo pure il vecchio ponte in legno che
sorgeva sul Polcevera a metà del secolo XVI,
e quello in muratura che lo sostituì, e nella cui
edicoletta il generale Massena firmò la celebre
capitolazione, dopo il terribile ‘ blocco” di
Genova. Il Polcevera, allora, aveva piene tanto
irruenti e pericolose che un intero corpo d’eser-
cito austriaco ne rimase sommerso nel 1747.
Parliamo soltanto degli ultimi ottant'anni :
ancora l’Alizeri, nella sua famosa guida di
fine Ottocento, lo chiamava «ridente e villereccio
sobborgo di Genova », ed infatti nelle sue ville
arrampicate sulla collina andavano i possidenti
a passare l'estate.
Del resto sono molti a ricordare quando Corni-
gliano non era che un paese di pescatori e, in
estate, un centro balneare: vi era una lunga
spiaggia sabbiosa, con le cabine e gli ombrelloni
multicolori, e la gente faceva festosamente «i
bagni di mare» in castigatissimi costumi.
Su un’irta scogliera sorgeva il ‘pittoresco’
Castello Raggio ; le comitive salivano allora, in
certe feste religiose, fino al Santuario di Co-
ronata, con collane di nocciole al collo ; anda-
vano a trovare «il Pacciugo e la Pacciuga »,
a mangiare le lasagne col pesto dalla Rosa 0
alla Vaccamorta, il tutto inondato col genuino
vino bianco locale.
Poi si ingrandirono le fabbriche di Sestri,
e quelle della Val Polcevera, e si costruirono
molte case operaie, e sorse quella grande strada
ventosa lungo il torrente che si chiama Corso
Ferdinando Maria Perrone e che un bello spi-
rito chiamò « la strada delle delizie ».
Questa fu la prima grande trasformazione da
borgo di pescatori in piccolo centro industriale.
Ma era rimasto il Castello Raggio, e quella lun-
ga striscia di terreno, alle sue spalle, che si chia-
mava «il deserto» : non verano case, non v'era
fermata del tram, non c'era mai nessuno.
Poi venne la seconda trasformazione : giù il
Castello Raggio, via gli stabilimenti balneari
che fecero fagotto come una compagnia di guitti
scacciati, ed ecco il riempimento del mare per
costruire lo stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”. Si
trasformò addirittura la geografia, la spiaggia
scomparve, il mare fu ricacciato indietro di
parecchi chilometri ; lungo tutto il fronte marino
di Cornigliano presero a giganteggiare gli alti-
forni, le ciminiere, i grandi capannoni. La zona
acquistò una densità industriale tra le maggiori
d'Europa; le case ricopersero tutta la collina
fino al Santuario. E le facciate delle case, col
tempo, mutarono colore. Tutto assunse come un
grigio uniforme, compatto.
Ed ora sono arrivati i grandi scacchi bianchi
e rossi, come se
nuova bandiera.
La cosa è dovuta all’entrata in funzione del-
l'aeroporto “Cristoforo Colombo”, costruito an-
ch’esso col riempimento del mare. Per le esi-
genze di sicurezza del traffico aereo, come è noto,
le zone di atterraggio e di decollo devono essere
ben visibili dall'alto, anche con tempo coperto.
Così ogni mole che sorpassa una certa altezza
deve essere dipinta con questi scacchi vivaci e,
per la verità, allegri a vedersi. Le parti alte
delle ciminiere, quelle dei gasometri, la torre del
serbatoio dell’acqua hanno messo su il nuovo ve-
stito. Il paesaggio ne viene rallegrato : sembra un
po’, a dirla tra noi, un “luna park”. Così anche
la notte, perché si accendono allora, sui gasome-
tri, sulle ciminiere, sugli altiforni numerose luci
rosse, che ammiccano come gigantesche e metal-
liche lucciole.
Questo è dunque l’ultimo volto di Cornigliano,
un segno dei tempi che corrono via velocemente,
specie per quelli che ricordano ancora la spiag-
gia cogli ombrelloni multicolori, e î gozzi candidi
che si dondolavano pigramente sull'acqua come
grossi cigni.
il paese avesse messo fuori una
20
THE ITALIAN SCENE
A Buoyant Steel Industry
By Our Industrial Editor, wbo has bcem touring Western Europe
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Italsider’s First Year
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1 FINANCIAL TIMES 2 METAL BULLETIN
Stahl in Olivenhainen
1 - «Financial Times», Londra: i programmi di svi-
luppo dell’ Italsider Die Expansion der italienischen Schwerindustrie — Neue Stahlwerke am Mittelmeer
2 - «Metal Bulletin», Londra: il primo anno del- Erfolge der staatlichen Planung
1’ Italsider Kifin man cine Eisen. und Sublinda. stebt
) aber tive die Gefahs einer Ueber: Dio Ni t, alle wichrigen Rob-
3 - «Die Weltwoche», Zurigo: acciaio negli uliveti, Wier ite > Lo Reamitowert Rea Rent ale sen der anderco talia
dice il titolo Koble, fedleo? Ialien bat in den Nach. 40% von dem der Ube schen Grosswerke i Das Wi
i brca den’ Bewsis erbrachi, das ( nschaltslisder. Dieser Sate liegt in: der. Nibe von Neapel
4 - «Basler Nachrichten», Basilea: l'industria side- ì Schwerindastrie entwichclo frbmpriiloce] der Isennche Soda 7 sich anse Sn Tornea
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l'acciaio si espande ancora. Moltissimi giornali ei ni ee afgii aa Woiacare - desi leadeini atea iena dea Res crzeugtem Stahl, Ueberbaupt wind in lar
italiani e stranieri hanno dedicato allo sviluppo Die Zenato der Fisem und Stable. 54 Mittetitalica i. c west cs beltilache rio Bere: che Krafotcento vertugt mula
della siderurgia italiana ampi e documentati servizi î TORE Berti i sl e Re : Ferkea sof der Ino Elba veribeliei. Milfio des Stabica anf eleltrischem Wege
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Tndnetrislialamene vin Re pai Dia Lajter der italienischen Tndierio 199008 Schroti ana Pi ustoo efoom edite
3 DIE WELTWOCHE
Die Italsider und das neue Profil der italienischen
Eisen- und Stahlindustrie
neller rund arramtrasgritcher Ar vorsiehi, wurde
durrò Fausa perier preser mastikiber Uotermet-
mea. Ilva sd Cormiziiamo, de Btalster priore. Das
Ergrànis war cine deutliche Vertemeruag: aunee
Nel 1962 la stampa si è molto occupata
dell’ Italsider. Il nome della nostra società è
stato citato in circa diecimila tra notizie e
articoli, su quotidiani e periodici italiani e
stranieri, senza tener conto degli altri mezzi
di informazione, come il cinema, la radio e
la televisione.
Tutte le attività dell’ Italsider sono state
attentamente seguite : risultati raggiunti, nuovi
impianti e programmi di sviluppo, attività sin-
dacali, iniziative sociali, culturali, artistiche e
ricreative. Tutti i molteplici aspetti della vita
di questa grande azienda Iri-Finsider sono stati
illustrati nel modo più ampio, e così pure è
stata posta nel giusto rilievo l’importanza del-
l’Italsider come strumento di sviluppo econo- .
mico e sociale del Paese.
Abbiamo voluto, in questo numero di fine
| pen an der Statiscatringong und der orplanten Pr
4 BASLER NACHRICHTEN
Beurs en bedrijfsleven
Italiaanse staalindustrie in
d’anno della Rivista, delineare in sintesi un nieuwe expansiecyclus
panorama, necessariamente sommario e incom- | , nentan ball +9 te ssa
pleto, di ciò che “ hanno detto di noi”, di tutto x Inventiviteit, lace kostpriis en vergroting van de Italicanse staal-
il vasto e serio lavoro informativo per il quale I h fi Tea hi Pr} Eni: Rea pes dear.
la nostra società è grata alla stampa. si 5 oge arzetverwaci tingen
5 HET-.-VADERLAND
_ |binnentandse consumptie sal stijgen
_
italsider
W/ly Reszler
The Graphic Profile
of a Group of Italian Steelworks
® Italy's soci industry has pasticd through a phase of
unprecedented expansion since the war. The /talsidr
company of Genca—product of the amalgamation of
the Zina asd Caruipliano seceleorks—can justly claim to
have made a large contribution to this rapid develop
ment. The company's twelve works, #bich together
cmploy 30,000 persons, tumed out thrcc million tons
of steel in 1960, The importanoc which this undertaking
attaches to progressive and consistentiy applied design
in its advertising and its internal printed matter is
apparent from the examples shown bere. The depart-
ments responsible for graphic design are under the
artistic direction of the Genocse graphic artist and
painter Eugenzo Carmi, AGI. He previously worked in
the same capacity for Cernigfom, Fditer
© GRAPHIS
6-9 - «Graphis», Zurigo: la pi
ha dedicato sedici pagine, di cui molte a colori, all’att
saggio del critico Willy Rotzler
8 GRAPHIS
Das graphische Profil
einer Gruppe italienischer Stahlwerke
® Dic Stahbindastric hat im Nachkriegsitalien cinca un-
gcahnion Aufschwung genommen. Dic Gesciischafe
Helisder in Geova — hervongegangen aus der Vor
schmelzung der Stabiwerke Zina und Cornigliano — ist
chlich betciligr. Dic insge
o Arbelcern errcugron 1960
an dieser Entwicklung mas:
same 12 Werke mit 3
drei Millioncn Tonnen Stahl. Dic Wichaighelr, die dieses
Unternehmen auch der konsequent durchgefàbrten,
fortseheelichen Gestaltung ibrer Werbemittel und in
ternon Drucksachen beimsisst, gebr aus den hier gercig-
ten Bcispiclon horvor. Die Abecilunigen, die sich mit der
graphischen Bearbcitang befassen, steben unter. der
kùnstkerischen Le des Genueser Graphikers und
Makers Eugenio Carmi, AGI. Er war frober auch schon
fur dic Cornigliano Weorke titig. Redetrie
{Deutcder Text: suite 494)
LTewe femmzann: pate Lor]
Le visage graphique
d'un groupe d'acieries italiennes
® L'indastrie de l'acier a pris un immense essor dans
l'Italie de l'apres-guerre, La société /talcider, Gincs, né:
de la fusion d'//a ct de Cornigliano, peut revendiquer
d'avolr pris dans cette érolution une part considerabile.
Sos 12 usines occupant un total de 30,000 cuvrices ont
produit trois millions de tonnes d’aciee dans la vcule
année 1960,
L'importance que cette société accorde à la présenta.
tion formelle de sa publicité et de ses imprimes d'usage
interne apparaît dans los cxemples ici reproduiti. Les
services chargés de l'élaboration graphique cruvrene
20us la direction artistique du graphiste et peintre ginoîs
Eugenio Carmi, membre de l'Alliance Graphigue Inter-
nationale. Il assurnaît auparavane les mémes fonctions
pour les usines Carmigliame. Ardacion
auterevole rivista internazionale di grafica e arti applicate, nel numero 101
tà dell’Italsider nel campo grafico ed artistico, con un
9 GRAPHIS
tatsider
GRAPHIS
(e)
N
iN
10 - «L’Espresso», Roma:
11 - «La Razon», Buenos
Taranto per l'Argentina
12 - «Il Paese», Roma: alla tournée del Teatro Po-
polare Italiano nei circoli aziendali Italsider la
stampa ha dato largo rilievo
13 - «Borba», Belgrado: notizie sull’Italsider alla Fie-
ra di Zagabria
14 - «Il Telegrafo», Livorno: notizie sulla Finsider e
l’Italsider alla mostra italiana a Mosca
15 - «Avanti!», Milano: le prospettive di sviluppo di
Piombino
16 - «La Nazione», Firenze: il
Cornigliano
17 - «Il Punto», Roma: l'ampliamento di Bagnoli
18 - «Corriere Mercantile», Genova: le nuove nazioni
africane in visita alla nuova siderurgia italiana
19 - «Il Globo», Roma: notizie sull’ Italsider alla
Fiera di Bari
20.21 « Life», New York: la mostra «Sculture nella
città» a Spoleto ha avuto una risonanza inter-
nazionale. Lo scultore D. th (21) fotografato
con una delle sue sculture, realizzate con la col-
laborazione dell’Italsider, in un servizio del grande
periodico americano, Sullo stesso argomento
pagine dell’ « Europeo » (22), del « Time» di New
York (24 e 25), del «Sunday Times» di Londra
(27) ed un articolo della « Voce Repubblicana »
(23). La stampa ha elogiato il contributo che
l'Italsider ha dato alla manifestazione
26 - «Camera», New York: un articolo sulla colla-
l’Italsider per Taranto
Ayres: i primi tubi di
LA SIDERURGIA TRASFORMA TARANTO
È FINITA L'INDUSTRIA
DEI GUARDIAMARINA
di NELLO AJELLO
#1 ARANTO. Circa due anni
10 L'ESPRESSO
TUBOS
ARENTO (ANSA) -- En &l
puerto loca! està siendo
terzo altoforno a
che s'è affermata in tutto il mondo, a col- poi abbandonata dal miraggio dell'industria
La Finsider alla mostra italiana
A Mosca l'italia si
borazione tra lItalsider e un grande fotografo
svizzero, Kurt Blum, su una delle maggiori riviste
fotografiche americane
embarcada la primera partida
de las 30.000 toneladas de tu-
bos de acero que han sido
presenta come il
11 LA RAZON
Paese dell'acciaio
MOSCA, 2 — Un volto più diversi aspetti del lavo-
nuoro e insospettato dell'Ita. | ro siderurgico.
lla viene scoperto dagli auo- La Finsider ha organizza-
® Italsider proîzvodi 86% sveg livenog Zeljeza Italije 1 38% tali- mini della strada » sovietici | to anche una serle di inizia»
janskog delika. alla mostra dell'industria | tive collaterali alla mostra €
Zahvaljujati novim produktima osvojenim proîle godine (2,690.000 i n Mosca. destinate ad illustrare agli
tona liva i 3,500,000 tona Zelika, 14,5% vite nego 1960. godine) È plano- diglione di 1000 me- | ambienti economici sovietici
vima daljnjeg razvitka Italsider jo zauzeo poziciju prvog poduzeta live- occupati dalla, !® realizzazioni della ‘nostra
nog Zeljeza u zapadnoj Evropi za proizvodnju felika. O.
ider essi apprendono, ad industria dell'acci
1 ove godine Italsider sudjelujo na Zagrebatkom velesajmu sa
@ Italsider je proizitao iz fuzije ILVA s Korniljanom. To je isto-
vremeno najvete poduzete grupe Finisider (IRI) koje objedinjuje podu-
zeta za preradu Zeljeza i najveée je poduzete takve vesti u Italiji.
Gassman tra gli
operai di Piombino
în e Luciano Lucignani
$F plo di tere antolo-
ico con il titolo Cinque modi per
io che, pur essendo po-| Il professor Emesto Ma-
il teatro utori degli » spezzoni» sono Shake- ; e ca n T aterie pri! indi- | nuelli. presidente della Fin-
are, Mal lio, Brecht e Jonesco. abirkom osnovnih svojih proizvoda i visokim tebnitkim nivoom orga- I mo terle: E Dna 7 | sider. terrà a Mosca il 7 giu-
' . a ‘hd Sn I nizacije poduzeta za preradu Zeljeza. spensabili come ca Li T
L'aspetto olito dell'avvenimento è. però, lezato al di ferro, l'Italia @| gno, presso la sede degli uf-
Aranliranje Standa, pevjereno Bernacolija i Veruu, sastoji se od
13 BORBA
lico che da alcune settimane segue l'esperi. unsen ellornmot. | fici tecnici del Consigiio dei
narticolare
12 IL PA
ultimati i lavori
ene ‘© L’ALTOFORNO PIÙ GRANDE D'ITALIA
si lIbentedecsilò ACCESO DA UN ELBANO A GENOVA
i Piombino a
arà lavoro d'altri 000
Il nuovo miao al centro siderurgico « Oscar Sinigaglia » dell'Italsi-
der - Previsto entro il 1965 un analogo altoforno anche a Piombino
iano è DEA delle mae-
L Locenal one del muovo al-
isi-|toforno è stata effettuata dal
primo fanditore Angelo Giun-
tini, elbano. Giuntini è
gel più anziani altoforr
dell'Italsider.
VA
I conseguiote impulso delle ativàt
Mindustria siderergica dard un alturinre colp
er dr Il futuro del Su
nel padiglione Italsider,
Ulustrata la muova realizzazione industriale di
Taranto - L'inchiesta sulla borgata di Statte
i questa
valvola rital. ORTI I
Napoli:
acciaio sul golfo
Di
AA? a
r interessa ndos,
larmente al prodotti espu-i
tipici degii stabilimenti
della società dislocati nel Mez-
zoglorno,. come ie travi He
ad ali larghe del centro side-|
rurgico di Bagnoli. | tubi
saldatura longitudinale del
centro di Taranto, cd alcuni
tra | principali derivati dal'a
vergella, produzione dello sta
inttranamin "A ven nun
17 IL PUNTO 18 19 Il GLOBO
UD
ne
Sculpture
Alfresco
steelmaker. Italsider agreed to provide big
ironworking shops for ten sculptors (three
Americans, one Englishman, six Italians)
—an invitation that appealed most of all
to David Smith, one of the U.S.'s most
active artist-welders.
Three days after Smith arrived at Ital.
sider's Voltri mill near Genoa, Carandente
telephoned to find out how he was doing,
was stunned to learn that Sr had al.
ready turned out six pieces. How could
the festival display six Smiths when it
was showing only two Moores? Unper-
turbed, Smith went back to. work, plan-
ning to finish four more by the end of the
week. Menotti was incredulous, Caran-
dente was appalled. After a few days they
phoned Smith again, were jolted to hear
him announce that there were now 16
> fi iS i cooling in the mill.
IL arte 1gurativa È "Feeling Hike the aes apprentice
Carandente desperately sought to find
nella società industriale some place for the gusher of art he had
21 LIFE
tapped. Finally he hit upon a :st century
Roman amphitheater near Spoleto’s Piaz-
za della Libertà. A few days before the
Festival of Two Worlds opened, an enor-
mous truck lumbered into town from the
Voltri mill groaning with no fewer than 25
pieces by David Smith.
Lasting Effect. The show closes at the
end of August, paLa number of souvenirs
Gitllleamaln'in Confarn'as'a nermanani va
23 LA VOCE REPUBBLICANA 24 TIME î
1 mezzi di espressione ed il linguaggio artistico somo oggi igflurmzati
dalla evoluzione economica e dalle nuove tecniche mella grande industria
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SPOLETO EXPERIMENT
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ci mo vosderere pur do è lendrcnpe, <hendire ta wordmen<h0se st
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Result: these powerful images of men, fire ond metal n I
26 CAMERA 27 SUNDAY TIM
sega The spente mne Dova Sankt
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24
“Gentiluomo ubriaco” (1916 - collezione de Angeli,
Milano) è uno dei primi dipinti metafisici di Carlo Carrà.
Il pittore piemontese abbandonò nel 1916 il futurismo per
tentare, con De Chirico e Morandi, nuove esperienze
espressive. Di Carrà abbiamo pubblicato, nel
mumero
6-1961 della nostra Rivista, una grande riproduzione a
colori della “Musa metafisica”.
La pittura
metafisica
Con la pittura “metafisica” il panorama delle
arti plastiche del nostro secolo si arricchisce di
una nuova esperienza, ed è ancora, come quella
futurista, un’esperienza italiana, compiuta nella
fervida e drammatica atmosfera di ricerche e
di rinnovamento artistico che caratterizzò gli
anni attorno alla prima guerra mondiale.
Ai tre metafisici, Carlo Carrà, Giorgio De
Chirico e Giorgio Morandi, è dedicato questo
articolo di Marco Valsecchi.
Sul termine di “pittura metafisica” Carlo
Carrà raccolse nel 1919 addirittura un volume,
mettendo assieme articoli sparsi di polemica
o di esortazione pubblicati in quegli anni sul
finire della prima guerra mondiale. Né mi
pare il caso di insistere adesso in una spiega-
zione della parola “metafisica”, che spetta di più
al parlare filosofico che non a quello della crea-
zione artistica. ‘Tanto più che, col passare degli
anni e lo scontrarsi delle opinioni, il termine
“metafisico” in pittura ha preso un significato
visivo assai preciso, appunto con la pittura di
De Chirico, di Carrà e di Morandi, compiuta
tra il 1916 e il 1921. Anche se non corrispon-
de precisamente al significato della parola, il
riferimento che desta la parola “metafisica” è
senz’altro esplicito, e balzano agli occhi i ma-
nichini, i pesci di latta, i rocchetti, i biscotti,
gli archi, le torri solitarie, le banderuole al
vento della sera, le statue sui sarcofaghi ar-
caici, cioè tutta la carpenteria magica di quei
dipinti che hanno caratterizzato una lunga
stagione dell’arte italiana, con riflessi dura-
turi su larga parte della pittura europea, quel-
la che dopo il 1924 venne raccolta sotto la
bandiera del primo ‘manifesto surrealista”
dettato da André Breton sulle regole e le
scoperte della dottrina psicanalitica freudia-
na, tra inconscio e sublimazione, tra realtà e
sogno, tra simbolo e allusione fantastica. E
altra ragione per non insistere troppo sul ter-
mine e puntare invece sulle opere, è il fatto
che per ciascuno di quei tre pittori ‘‘meta-
fisici” la parola ebbe un senso diverso, come
vedremo, e quindi anche le opere finirebbero
per entrare in contraddizione tra di loro ©
per essere travisate dal loro singolo signifi-
cato.
Di solito si dice che la pittura metafisica
nacque nel 1916 a Ferrara, con l’incontro di
De Chirico, Alberto Savinio e Carlo Carrà
all'ospedale militare di quella cittadina. Il fatto
non si può contestare. L’incontro difatti avven-
ne e Carrà, che nella primavera del 1915 era
ancora un pittore del gruppo futurista, in quel-
la estate del 1916 era già su posizioni diverse,
con un gusto per il primitivismo grottesco e
satirico, che con i dinamismi plastici e gli
stati d’animo futuristici non aveva più nulla
a che fare. Un artista non può essere costret-
to nelle maglie di una coerenza a parole e
nessuno gli può impedire di effettuare espe-
rienze le più disparate, purché esse risponda-
no a un sincero impulso della sua personalità,
al variare inevitabile delle sue cognizioni in-
tellettuali e artistiche.
E difatti Carrà, in una pagina del suo libro,
non esita a dire che tra le proprietà che pre-
siedono alla pittura, c'è anche questa: « Rag-
giunto il primo stadio della forma, trovare
l'equilibrio dei volumi, cioè a dire “l’ordine”
sintetico e definitivo del quadro. Non dimen-
tichiamo che l’arte non può essere unicamente
il riflesso immediato di una sensazione e nem-
meno queste forme devono rimanere grezze
espressioni esteriori della realtà circonfluente,
o limitate a fermare le ombre di un certo mo-
to vibratore ». Nelle quali parole, oltre a cer-
tune correzioni interessanti l’estetica futuri-
sta, che l’artista cooperò a fondare, Carrà fa
risentire un suo lontano e costante distacco
dalle idee della pittura impressionista e dalle
sue regole della mobilità della luce e delle
vibrazioni atmosferiche, che tanto avevano
invece aiutato Sisley, Pissarro, Renoir e in
particolare Monet. Carrà cioè chiariva man
mano le sue idee sulla naturale staticità, den-
sità e potenza della visione pittorica italiana,
costruita per pieni volumi, per solidità di
prospettive e concretezza di spazi e di per-
cezioni cromatiche.
L’artista pensava quindi a una pittura idea-
di contro a una pittura naturalistica. E
queste idee di Carrà rientrano nel vasto qua-
dro del movimento anti-realista che si venne
attuando verso il 1885 e prese sempre più
stacco e vigore con gli anni del secolo nuovo.
Certe convenzioni scientifiche dei Divisio-
nisti, che pure erano applicate a fenomeni
così precisi della natura, come la rifrazione
della luce e dei colori, stabilivano già una
precettistica, che nel suo nocciolo negava
l'essenza e l'immediatezza del realismo. Pro-
va ne sia che proprio sulla base della pittura
divisionistica sorse il Simbolismo di Van
Gogh, di Gauguin, di Toulouse-Lautrec; e
sempre con un procedimento analitico che
deriva dal divisionismo si distaccano da un
lato i pittori Fauves con le loro teorie dei
colori puri e separati per virgole e punti, e
dall’altro lato i pittori Cubisti con le loro
teorie dei volumi sezionati analiticamente con
operazione mentale e ormai lontana dall’imi-
tazione della natura.
Quindi un primo punto fermo della pittu-
ra metafisica è in questo suo dichiarato e at-
tuato antirealismo, anche se userà come ele-
menti delle sue composizioni oggetti, figure,
‘particolari di natura, miste a sensi e a idea-
lità di altra specie, come vedremo man mano
nell'esame dei singoli pittori.
In una risposta a Giovanni Papini ancora
Carrà diceva in quegli anni: « Per carità, non
tirare fuori la decrepita questione dell’arte
verosimile. Potrei ricordarti le parole di Raf-
faello: Jo wi servo di certa idea che mi viene al-
la mente. Se questa ha in sé alcuna eccellenza
d’arte, io non so; ben m'’affatico d’averla. E se
tu, caro Papini, mi dicessi che questo è pla-
tonismo fuori modernità, ti potrei ricordare
le parole di Baudelaire, nel quale anche tu
credi, e convincerti che questo modo di in-
tendere la funzione dell’arte è buono in tutte
le epoche. Ecco le parole del grande poeta
romantico: /nfine, tutti i buoni e veri disegnatori
disegnano secondo l’immagine inscritta nella loro
mente e non secondo natura ».
Quel che avvenne a Ferrara nel 1916, tra
De Chirico e Carrà, non fu l’atto di fonda-
zione della pittura metafisica; ma lo svolgi-
mento di uno dei suoi capitoli. L’inizio in
effetti era avvenuto qualche anno prima,
verso il 1911, per opera appunto di Giorgio
De Chirico.
Figlio di genitori italiani, De Chirico nac-
que in una città greca, a Volo, nel 1888; e
quando si trattò di compiere gli studi supe-
riori, negli anni immediatamente prossimi al
hl
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n
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N
(i
“Natura morta metafisica” (collezione Jucker, Milano) di Giorgio Morandi.
“uffici
a Fi nel 1916, con
l’incontro di De Chirico con Morandi, Carrà e Savinio. Contro la pittura
realistica e naturalistica, i metafisici reagirono con le loro opere affollate
di oggetti, architetture,
ichini e figure g iche che volevano “ri-
creare” una realtà ideale, diversa da quella che ci mostrano i nostri sensi.
1910, il giovane si trasferi in Germania, a
Monaco di Baviera. Ora badiamo per un mo-
mento a quegli anni e a quel che era avvenuto
o stava accadendo in giro per l’ Europa: si
muoveva cioè il grosso schieramento anti-
realista e anti-impressionista, con Matisse e i
Fauves, con Picasso e i Cubisti a Parigi; con
glî Espressionisti del gruppo “Il Ponte” di
Dresda; con Boccioni e i Futuristi a Milano;
e infine con gli Espressionisti a radice più
culturale che anarchica, cioè Kandinski e il
gruppo del “Cavaliere Azzurro” a Monaco.
Abitando nella capitale bavarese in quegli
anni, De Chirico venne a trovarsi in mezzo
a questa polemica, e ai primordi della riforma
artistica. Tuttavia non ebbe dimestichezza con
il vasto dibattito e con le violente scomposi-
zioni oggettive e formali dei suoi colleghi.
La sua soluzione l’avrebbe trovata per altre
vie, non intellettualistiche e speculative, ma
piuttosto simboliche, con richiami ed evoca-
zioni letterarie o fantastiche. Per attuare la
loro aspirazione di modernità i riformatori di
Monaco ricorrevano a motivi e a figure della
vita moderna, del progresso meccanico, co-
me i futuristi o i cubisti. In chiave diversa,
De Chirico ricorreva invece a motivi e a fi-
gure della vita passata, ai miti e alle figure
della mitologia classica.
È persino facile immaginare il giovane De
Chirico, in quegli anni monacensi, in visita
al museo di arte greca, con i pezzi originali
provenienti direttamente dalle sponde del-
l’ Ellade, i quali tenevano desta in terra nor-
26
“Le muse inquietanti” (col-
lezione Mattioli, Milano)
è forse il più famoso di-
pinto metafisico di Gior-
gio De Chirico. Nelle sue
composizioni, a differenza
di quelle di Carrà e Mo-
randi, è quasi sempre pre-
sente un riferimento al
mondo classico (De Chi.
rico è nato in Grecia). In
questo quadro il riferimen-
to è dato dalle “muse”;
ma i personaggi delle an-
tiche mitologie nonfhanno
più la classica serenità che
ci hanno tramandato le
statue greche: in una luce
radente e sinistra essi ap-
paiono spogliati dei loro
costumi, hanno perso la
parrucca, si rivelano per
manichini, muse inquie-
tanti in un tempo inquieto,
nella pagina a fianco:
“L'individuo”, un'altra ce-
lebre opera di De Chirico.
dica il mito della solarità e della classicità me-
diterranea. Aggirandosi tra quelle statue, tra
quei frammenti di marmo che avevano deco-
rato frontoni di templi, De Chirico finiva per
ritrovarsi ancora in mezzo alle figure della
sua infanzia greca. E molti palazzi e scorci
della città bavarese, a partire dalla copia ri-
fatta davanti alla mole biancastra e roccocò
della chiesa dei Tolentini della fiorentina
Loggia dei Lanzi, gli ripetevano sotto gli
occhi le forme e gli schemi della classicità
ritrovata dall’architettura dell’ Umanesimo
italiano.
Su questi elementi fondamentali di cultura,
o anche solo di memoria, giocava inoltre sul
giovane pittore le sue suggestioni un partico-
lare accento di nostalgia per una terra, l’Italia,
sulla quale non era fisicamente nato, ma alla
quale si sentiva legato e dalla quale veniva
attratto anche per tanti ricordi familiari. Il
carattere culturale di quella preparazione gio-
vanile veniva dunque a mescolarsi con una
inclinazione psicologica che direi addirittura
ancestrale. Né si deve tacere quell’altra sug-
gestione esercitata sul giovane pittore dalla
pittura romantica di Delacroix; e in effetti
esistono remoti dipinti di quegli anni, fra il
1908 e il 1909, dove compaiono lotte di tigri
avvinghiate, uno dei temi preferiti appunto
dal pittore romantico francese; e il passag-
gio a un altro tipo di romanticismo più com-
plicato e allusivo, denso di simbologie lette-
rarie, di compiacimenti misteriosi, di risonan-
ze profonde, un po’ scenografico e archeolo-
gico, sognante, quale era attuato appunto a
Monaco, a Basilea e sui colli fiorentini da
Arnold Boeklin. Basterà ricordare, di questo
pittore tedesco di fine Ottocento, il famoso e
teatrale dipinto L'isola dei morti, dove lo sco-
glio sorge spettrale con gli strapiombi di roc-
cia e i vertici neri dei cipressi sopra uno spec-
chio di acque livide, su cui fluttuavano veli
di nebbie grigiastre; oppure quelli più tardi
delle Ninfe addormentate nei boschi, grevi di
silenzi misteriosi e serali, o di Odisseo fermo
sulle rocce a scrutare il mare deserto, verso
una immensità di sogno. Basterà, ripeto, ri-
cordare queste opere famose di Boeklin
quanto fradice di letteratura, per indicare
l’ambiente culturale e simbolistico entro il
quale iniziava le sue attività il giovane De
Chirico.
Indubbiamente ne fu attratto, anche per il
fascino esercitato da quel modo di dipingere
ricchissimo di artifici e di squisitezze di ta-
volozza e di pennello. Ecco infatti tutta una
serie di opere dechirichiane, che denunciano
la diretta derivazione da Boeklin: L'enignra di
una mezzanotte d’autunno del 1910, L'enigma del-
l'oracolo ancora del ’10, poi la Conversazione
mattinale del 1912 con le figure greche amman-
tellate su una piazza deserta dove dorme un’an-
tica statua in cospetto al mare; e infine L'’e-
nigma dell’ora pure del ’12, con lo spaurito
personaggio in toga davanti al portico vuoto
di una terme o di una stazione.
Ritroviamo lo stesso ambiente e gli stessi
personaggi dei quadri boekliniani cui s’è fat-
to riferimento. Ma il clima psicologico è di-
verso; lo dicono anche i titoli, con quell’in-
sistenza sul termine “enigma” quasi a denun-
ciare una mistificazione, un trompe-l’oeil del-
la memoria, una sospensione, un inganno,
che sposta tutto il senso di quell’evocazione
mitologica da una scena eroica a una scena
di finzione teatrale, di magia, di balletto ca-
priccioso e imprevisto. Si avverte cioè una
vena di ironia, che però si agghiaccia dei suoi
stessi fantasmi evocati e desta brividi di in-
quietudine. Ne deriva un senso ambiguo, una
duplicità, un enigma appunto che non riesce
a definirsi in farsa o in tragedia. E intanto il
pittore si sorprende delle sue stesse rappre-
sentazioni tra il fantomatico e l’evocazione
malinconica.
Bisogna ammettere che proprio in virtù di
questi diversi sensi, di questo artificioso ma
in un certo senso drammatico e ironico al-
ludere, nasce una dimensione poetica nuova,
irrazionale e magica, dove la cultura fa spec-
chio e rifrange immagini deformate dal sogno,
dal capriccio, dalla mistificazione. Una misti-
ficazione che si è mescolata a tal punto con
la realtà, da non saper più discernere il vero
dal falso, l’ora concreta quotidiana e il tem-
po della favola allucinata. È il giuoco irra-
zionale e pur lucidissimo, su cui avrebbe gio-
cato con altrettanta perspicacia tragica e umo-
ristica insieme il Pirandello delle prime ‘fa-
vole” teatrali. E difatti non si riesce a disco-
stare i manichini dechirichiani delle opere più
mature, quelle dopo il 1915, cioè del tempo
di Ferrara, dai “personaggi in cerca d’autore”
o dai magici improvvisi trasformismi delle
“recite a soggetto” pirandelliane.
È anzi questo nuovo senso che salva la
pittura dechirichiana di quegli anni dal per-
dersi nella letteraria scenografia romanticheg-
giante di Boeklin. Sta di fatto che già nei di-
pinti del 1910-'12 sono maturi i segni di
un’agile memoria che muove figure ambigue,
avvolte di pepli mediterranei nell’ombra mat-
tutina di alcune case prese a prestito dagli af-
freschi toscani o ferraresi, e ridesta un senso
di stupore, una spazialità estatica più celeste
che terrena, al di là di uno stretto limite fisi-
co, dilatata in una dimensione immaginaria,
soffocante di allusioni e di rivelazioni magiche.
Era chiaro fin da quei primi dipinti citati
che De Chirico non credeva affatto nell’otti-
mismo naturalistico dei pittori Impressionisti,
i quali trovarono la loro poetica nello studio
amoroso del p/ein air e della luce. Alla fine,
negli Impressionisti, l'emozione è tutta d’oc-
chio, un occhio restituito alla sua prima e ve-
loce impressione. L’ occhio di De Chirico in-
vece è più lento e ironico e non si persuade
alla variabilità della visione luministica. Guar-
da più addentro alle cose; non cura tanto la
loro superficie, quanto la loro immagine se-
greta rivelata dai giuochi continui e intrec-
ciati dei traslati figurativi. Gli oggetti, i par-
ticolari di natura, le figure, che negli Impres-
ni RITA
+» LU dat age,
e
I ara
Mebbiosa
subire ETTI Rd dei
quetvivit
“idolo ermafro-
dito” di Carlo Car-
lei quadri me-
di questo
pittore non vi sono
l'ironia e il senso
di sfacelo di De
Chirico; ma Carrà
ha una qualità
profonda: è
maro e più severo.
sionisti appaiono ancora per quel che sono
— o, almeno, per quello che la luce, colpen-
doli, li rivela — nella pittura Metafisica acqui-
stano un soprasenso, per il fatto che il pittore
entra in relazione con essi in un modo più
complesso e lirico, carico di suggestioni cul-
turali. Staccandoli dalla loro momentaneità
impressionistica, li spinge dentro uno spa-
zio percorso dalla fantasia e dal sogno, dove
si arricchiscono perciò di traslati, di sensi ma-
gici, rivelano nel silenzio cristallino delle geo-
metrie quattrocentesche prospettive non sol-
tanto di natura fisica.
Perdono insomma la loro pesantezza di og-
getti, per trasformarsi in simboli di mondi lon-
tani e decaduti in una dimensione di cangian-
ti nostalgie. Sembrano alla fine oggetti radu-
nati per sortilegio e nel loro apparire condu-
cono non si sa bene che aria stregata. Sono
oggetti chiamati in scena dal lampo della me-
moria e attivi perciò in conseguenza della lo-
ro capacità di creare echi sotterranei e pro-
lungati in mille direzioni irrazionali, e di ri-
stabilire una realtà poetica perduta nei labi-
rinti della vita logica quotidiana. Si vedano i
manichini delle Muse inquietanti, i Pesci sacri,
i vari Zrovatori, i numerosi ‘oggetti nella
stanza”. È da questa tangente magica che
sfiora la loro chiusa figura reale, che essi ac-
quistano quella veloce reattività analogica e
spesso ermetica, da ‘mistero laico” come
scrisse Jean Cocteau di essi e Ji trasforma in
amuleti, idoli assurdi, presenze ‘strane; e la
loro apparizione, fatta di incastri, di intrecci,
di filigrane figurative, eterogenee tra di loro
e inscritte su piani e su tempi diversi,
tanto che il passato ha la stessa eviden-
za del presente, si indirizza più all’intui-
zione poetica che al raziocinio dello spet-
tatore.
Tale giuoco di specchi e di riflessi defor-
manti trova un particolare incentivo dal cli-
ma stesso, e direi dalla presenza fisica, ma
continuamente sfuggente su prospettive fan-
tastiche, della stessa città di Ferrara, dove De
Chirico e il fratello Savinio si ritrovano nel
1915 per ragioni militari. La città appare in-
fatti come una stratificazione di epoche che si
accavallano e si mescolano, con incontri dav-
vero curiosi e istantanei di architetture diver-
se. Il silenzio della campagna pigra e odorosa
di màceri, di acque lente e di vegetazione de-
composta, avvolge la città come di un velo
impalpabile, che però la isola nel tempo e nel-
la realtà circostante. I palazzi turriti, le mura
merlate, le statue bianche a fregio delle ter-
razze o abbandonate nei terrapieni o sulle
piazze, richiamano una vita medievale, che
sembra ferma sui quadranti accecati. Ma al-
l'improvviso sorge sul cielo verde dei tra-
monti estivi il fuso di una ciminiera e da lon-
tano fischia il treno. Più che interrompersi
l’incanto di una città ritrovata nelle intatte
strutture dei suoi secoli andati, cresce la stu-
pefazione per il veloce inserirsi nel giuoco
della memoria di una realtà presente e imme-
diata. Per cui le persone, oltre che le cose,
vagolano in un'aria tesa e inquietata dall’a-
spettazione di altri eventi, presentiti, ma an-
cora misteriosi; e semmai succede — come
difatti è successo — che da una vetrina si
spostino sul selciato di una piazza i manichi-
ni per la pulizia settimanale di un negozio di
sartoria, essi divengono di colpo i personaggi
di quel “mistero laico”, premoniscono con le
loro assurde facce di manico o di guscio
d’uovo lo scatto del miracolo o il taglio secco
della morte: Muse inquietanti appunto di un
tempo strappato e da cui filtra dentro la vita
ogni possibile sortilegio e deformante. proie-
zione. Ma il sogno non è soltanto ironico;
esso si annera sugli aloni estremi di un senso
luttuoso di cupi e profondi sfaceli. C'è già
nell’aria, con le meraviglie, lo straccio della
delusione. Le carrucole dello spettacolo sono
arrugginite, i personaggi delle antiche mito-
logie, deposti i costumi, appaiono come arnesi
snodati, pupazzi di legno e di corda, di crine
e di ganci, smarriti anch’essi nella crudele
spoliazione e bisognosi di un filo di pietà,
che sempre si corrompe nell’acido dell’i-
ronia.
È in questa maturazione di sortilegio e di
ironica disperazione, in questa mistione di
museo e di moderna angoscia, che avviene
nel 1916 l’incontro con Carrà. Per suo conto,
l'abbiamo visto quasi in principio di questo
saggio, il pittore milanese avvertiva che il
Futurismo era per lui un’esperienza già con-
clusa, da cui aveva tratto tutto quanto poteva
permettergli la sua ispirazione. Ora sentiva la
necessità di altre concretezze, più vicine a
certe immagini classiche dell’antica pittura ita-
liana. E difatti se si accosta, sul richiamo eser-
citato dall’esempio di De Chirico, alla pittura
Metafisica, l'avvicinamento avviene per la
numerosa presenza di motivi e di pittura al-
l’ “italiana” che riscontra in quella poetica
pittorica o che, sul pretesto del richiamo ma-
gico, vi può praticare. Non è un fatto abba-
stanza chiarificatore che sull’incentivo della
pittura Carrà trovi la condizione spirituale di
riaprire il dialogo con Giotto? Accettò quin-
di quell’armamentario metafisico, quegli og-
getti stregati, quei manichini, quelle «evoca-
zioni magiche, quegli stati d’animo allusivi; e
dipinse anche lui piazze deserte con le albe-
rature dei velieri all'orizzonte, manichini,
idoli ermafroditi, Penelope nella stanza magi-
ca messa in scacco dall’atroce attesa del mi-
racolo, e tanti altri oggetti eterogenei affa-
stellati nelle scatole cubiche come se frugasse
in un deposito della memoria che lo aiutasse
a ricollegarsi con la pittura italiana delle ori-
gini. Carrà si concede al giuoco degli aloni,
delle trasformazioni; però si sente un accento
più amaro e una risonanza più severa. Ciò
che emerge e giustifica meglio queste opere
di Carrà, a partire da una delle prime opere
metafisiche sue, che è il Gentiluomo wbriaco del
1916, fino all’ultima, che è L'amante dell’inge-
gnere del 1921, è la ricerca più metodica verso
i risultati intrinsechi della pittura, che non
verso il giuoco a caleidoscopio delle immagini
dechirichiane. C'è infatti nei dipinti di Carrà
una configurazione più solida, che meno si
presta alle variazioni degli umori o ai can-.
giamenti della favola. E anche la pittura, chiu-
29
sa nei suoi tasselli di cristallo purissimo, ha
una qualità più profonda, una classicità
meno intrigante che non quella, pur pre-
ziosa e sorprendente di finezze pittoriche, di
De Chirico.
L’altro pittore metafisico, il terzo, e preci-
samente il bolognese Giorgio Morandi, com-
parve sulle “piazze magiche” più tardi, ver-
so il 1918. Ma la sua figurazione era più sem-
plice e ferma, in una declinazione purista più
che “metafisica”. Salvo due o tre tele, man-
cano infatti nei dipinti di Morandi i sopra-
sensi, i trasformismi spettacolari e ambigui,
gli enigmi, i traslati, l’alone magico. Le sue
bottiglie, le palle a spicchi, i dadi, i poliedri,
i busti dei manichini, gli ovuli e i bastoni
non ricorrono quasi mai a deviazioni nella
zona del sogno, né a intemperanze figurative:
basta all’evocazione della poesia la loro nuda
e semplice presenza. Gli oggetti appaiono ni-
tidi nello spazio loro assegnato e non tenta-
no fughe oniriche, né spiazzamenti di signi-
ficati. La luce che a volte li investe, è ancora
quella limpida e schietta della finestra dello
studio di via Fondazza, e perciò non frigge
come i raggi dei riflettori dechirichiani, che
destano ombre surreali, luminescenze spieta-
te. Anche le prospettive dei piani inclinati,
accennano piuttosto ai bassi fondali dei piani
di Piero della Francesca e di Paolo Uccello,
che non alle rigide inclinature dei teatrini
metafisici.
Il nostro interesse di spettatori non deve
fermarsi al catalogo e alle suggestioni di que-
gli oggetti; le lenze, i biscotti di gesso, le
squadre, i pesci di latta, le statue, i manichi-
ni. È un armamentario che non turba alcun
equilibrio con i sortilegi ironici. Morandi li
accetta mettendone in evidenza le forme ni-
tide, corpose, anziché manipolare la loro not-
turna stregoneria. Caduta la necessità di una
imitazione naturalistica e di una espressione
soltanto logica o imitativa, quegli oggetti mo-
randiani, a differenza che nei quadri di Carrà
e soprattutto di De Chirico, hanno destato
nel pittore la coscienza delle leggi formali,
puriste dell’opera d’arte. Se nelle opere dei
suoi colleghi la Metafisica approfitta della
rottura col mondo del realismo ottocentesco
per inserire nello sconvolgimento un soffio
lirico che altera il senso se non i connotati
degli oggetti, nelle opere morandiane si sta-
bilisce un ordine spaziale di precise figure
geometriche, emblematiche soltanto nel sen-
so della loro purezza d’immagine.
Tutt’altro che ristretta nelle sue variatissime
componenti, nel quadro della pittura europea
di quegli anni la Metafisica ebbe una funzione
evocativa, fantastica e surreale, specie dalla
parte di De Chirico, non per nulla saccheg-
giata a piene mani dai più giovani surrea-
listi bretoniani, in particolare da Salvador
Dali e poi da Yves Tanguy. Ma dalla parte
di Carrà e soprattutto dalla parte di Morandi
ebbe una pronuncia classica, una limpidezza
formale e per nulla accademica che l’antica
pittura italiana del Quattrocento, con i suoi
rigori geometrici, aiutava per la sua parte a
suggerire.
Il laminatoio
“più bello
d’ Europa”
Lo scrittore Nino Palumbo ha visitato per
noi a Novi Ligure la nuova sezione di lami-
nazione a freddo sorta accanto ai vecchi im-
pianti e già in avanzata fase di avviamento
produttivo. Pubblichiamo alcune sue impres-
sioni, di fronte al grande, modernissimo
stabilimento che ha mutato l’aspetto della
campagna novese.
Novi Ligure, novembre
Imbocchiamo l'autostrada per Serravalle : un
nastro d’acciaio ondulato, a volte contorto, in-
cassato fra colline spruzzate di bianco e con
alberi ormai spogli. La giornata è splendida,
anche se un po’ fredda : il sole resiste e fa pen-
sare ancora all'autunno, mentre manca esatta-
mente un mese a Natale. E, con Natale, un
nuovo anno, ricco, come questo che sta per fini-
re, di eventi, di sorprese, di pericoli, ma anche
di speranze.
I camions, gli ‘“‘autotreni” (come ormai li
chiamiamo con parola nostra ma impropria), ci
lasciano il passo: uno dietro l’altro, col loro
carico di tonnellate, proseguono pazienti e sor-
nioni verso le destinazioni prestabilite.
L’autista che ci porta a Novi, occhi vivi in-
telligenti, è giovane ancora, ma ha fatto tutti
gli anni della guerra. Proprio su quella auto-
strada, più avanti, verso Voghera, — dov'era
stata ‘“sfollata” la sede dell’ Ilva — negli ultimi
giorni per un pelo non ci rimise la pelle. Lo
dice come un fatto che ormai appartiene alla
preistoria, mentre sono passati vent'anni appe-
na. La vita coi suoi giorni, coi suoi anni di no-
vità incalza per tutti, urge e scaccia le esperien-
ze e le vicissitudini di ieri. Solo così possiamo
accorgerci a tratti che gli anni passano, ma che
non distruggono il nostro spirito e il nostro biso-
gno di agire, di fare, di essere presenti giorno
per giorno. Eppure centocinquanta pallottole ri-
dussero a un colabrodo la macchina che guidava :
a carbone di legna. Chi non se le ricorda le po-
che che si vedevano girare? Si sapeva a che ora
si partiva, ma non si sapeva a che ora si arri-
vava.
Fece sette anni di vita militare, il nostro
autista, ma sempre in Italia : l’altra sua “‘for-
tuna”. Ed ammetterlo è atto di onestà : come
autista al quartier generale, della Divisione Lit-
torio a Parma.
Bastano però questi ricordi di guerra a far
franare l’euforia în noi.
Una ragazzina che gli salva la pelle e gli per-
mette di guidare ancora oggi una buona Fiat e
di raccontarci perché è ancora vivo e sano.
Sull’autostrada nei pressi di Voghera non aveva
visto gli apparecchi inglesi che volteggiavano già
da qualche minuto. Dal ciglio della strada una
bambina si sporge e gli fa segno. Allora capisce
a volo, come capivano tutti quelli che si trova-
vano in pericolo in quegli anni neri. Frena di
colpo, salta giù e di corsa raggiunge la cunetta
a lato della strada. Pochi secondi ancora e d’in-
filata la macchina è ridotta a ‘“colabrodo” :
150 pallottole!
Quando si dice il destino!
Destino a parte, rimane la realtà che adesso
ci conduce a Novi a visitare il nuovo lamina-
toio a freddo dell’ Italsider, sezione staccata
del centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di
Cornigliano. Ne abbiamo sentito parlare, ne
abbiamo letto, ma desideriamo renderci conto di
questa realtà prodigiosa della tecnica e della
scienza.
Lasciamo l’autostrada e prendiamo Novi.
Passiamo dal traffico febbrile, frastornante, al-
la tranquillità della strada per Alessandria.
Siamo già in Piemonte, anche se le terre ai no-
stri lati sanno di Liguria, partecipano dei de-
stini commerciali ed economici della Genova
ricca, febbrile, ma parsimoniosa, diffidente, un
tantino taccagna. Le colline digradano, si spia-
nano : abbiamo ai lati terreni pianeggianti, este-
si, ancora brinati, nella leggera foschia. Alberi
divelti, di gelso, giacciono con le radici e î ra-
mi tagliati all'essenziale.
E finalmente Novi con le sue strade larghe,
animate, i negozi moderni e le vetrine addobbate.
Il vecchio stabilimento : gli facciamo una bre-
ve visita. Costruito nel 1912, le sue attrezza-
ture sono ormai inadeguate, ma gli impianti re-
steranno parzialmente in funzione.
I vecchi e le vecchie cose si rispettano, ma
l’ossequio dei giovani non va mai al di là del-
l’atto di omaggio affettuoso e riverente.
Sappiamo che esso ha fatto vivere migliaia di
famiglie e per decine di anni ha dato acciaio
per tonnellate e tonnellate. Eppure adesso è il
“vecchio stabilimento”. La vita di un'azienda
è molto simile a quella di un uomo : la fanciul-
lezza, la giovinezza, la maturità (quando tutto
ci pare che ci appartenga e ci dovrà apparte-
nere per l'eternità !), la vecchiaia e la senescenza !
Ma come a quella dell’uomo, anche alla vita
della fabbrica presiedono leggi severe e precise.
Mi spiegano i motivi economici, finanziari,
ma anche di ordine sociale, il dirigente ammini-
strativo dr. Macciò e il segretario dello stabi-
limento sig. Parodi, e poi, nella visita al nuovo
stabilimento, il capo del servizio di laminazione
a freddo ing. Barbieri : al di là delle loro per-
sone, a me è parso di chiacchierare con tutti
gli altri dirigenti e con le maestranze che ho
incontrato nella visita ed alcuni ho anche salutato.
Girare per una giornata circa non basta a
scrivere di un complesso, nuovo, luccicante, im-
ponente, che incute ammirazione e soggezione.
Eppure, accompagnato dall’ingegnere e dal se-
gretario, la visita è stata esauriente, gradevole,
e ricca di cognizioni nuove. Adesso so con pre-
cisione che cosa sia un laminatoio a freddo e a
quanti usi può servire il prodotto realizzato
nella sezione del centro siderurgico ‘Oscar Sini-
gaglia” : da quelli dell'industria automobilistica,
a quelli dell’industria dei prodotti elettrodome-
stici, a quelli sempre più ricercati degli elementi
prefabbricati per l'edilizia industrializzata.
Novi, col tempo, non produrrà più come una
volta tondino, profilati e lamiere a caldo : sarà
specializzato, “altamente specializzato”, come si
dice oggi, nella produzione esclusiva del lamieri-
no a freddo.
Le varie fasi della lavorazione dei rotoli di
lamiera sono davanti agli occhi e i termini tec-
nici rimbalzano dalla mente alle labbra come in
una specie di giuoco cui ognuno di noi si ab-
bandonò, sia pure per qualche momento, nell’in-
fanzia : decapaggio (‘‘decappàggio”, del XX se-
colo, per ripulitura superficiale di pezzi metallici
ottenuta per immersione in liquido adatto. Dal
francese : décapage ; da décaper (un metal) già nel
1742, deriv. da cape- “cappa”, da cui lo spagnolo
décapar. L’urgenza di chiarire il mistero di que-
sta nuova parola !), e poi laminatoio continuo
a freddo, e poi ricottura nel suo forno, e cilin-
dratura, e linea di taglio. E all’inizio e alla
fine del lungo capannone metallico, di ben
settantamila metri quadrati, il magazzino in cui
si trovano i rotoli a caldo da lavorare e il de-
posito da cui partiranno i rotoli e i lamierini
lavorati a freddo.
Ho paura di far perdere molto tempo all’in-
gegnere che ci accompagna. Ma sono assicurato
che non fa nulla di straordinario, poiché questo
giro d'ispezione” dovrebbe farlo lo stesso :
guardare le sue macchine, il “treno tandem”, con-
trollarli, chiedere del loro rendimento agli operai
ed ai tecnici, (quasi tutti giovani, sereni, si-
curi, composti e pazienti vicino alle proprie
macchine!) e parlare con uno o chiedere cogli
occhi ad un'altro, mentre non cessa di parlare
con me'e con noi, di spiegarci l’uso di ognuna
di esse, il suo funzionamento, la sua potenzia-
lità. Vi è nelle sue parole, nella sua voce, del-
l'entusiasmo comprensibile : ognuno vuol bene
alla propria creatura, alla propria opera, che
s'è vista nascere, cui si fa fare î primi passi.
3I
L'ingegnere che ci accompagna è lì dalla pro-
gettazione, ha visto sorgere i grandi capannoni
a struttura metallica, l’uno legato all’altro, per
più di un chilometro di estensione e poi innalzare
gli archivolti slanciati fino a trenta metri, e
poi preparare le fondazioni per i potenti mac-
chinari, e poi... e poi... e poi ...: e, come lui,
la maggior parte degli operai, dei tecnici, quelli
del vecchio stabilimento e altri provenienti dal-
lo stabilimento di Cornigliano, oppure nuovi.
Di questi, alcuni sono ex allievi della scuola
statale siderurgica ‘“Odero” che funziona all’in-
terno dell’ “Oscar Sinigaglia” ; altri invece sono
stati assunti dopo una accurata selezione.
Nel nuovo stabilimento, che è in fase di ro-
daggio, lavorano ora milletrecento degli oltre
duemilacento tra operai ed impiegati complessi-
vamente operanti nella sezione di Novi Ligure,
nel nuovo impianto e nelle lavorazioni del vec-
chio stabilimento mantenute in funzione. Ma il
loro numero è destinato certamente a salire, di
pari passo con l'aumento del ritmo produttivo.
Per il 1965, l’anno che dovrebbe segnare, se-
condo i programmi, la piena efficienza della se-
zione, Novi potrà impiegare, mi dice l’ingegne-
re, circa tremila persone. Per rendersi conto del-
la differenza, tra il “vecchio” e il “nuovo” sta-
bilimento bastano due cifre: la punta massima
della produzione di laminati del vecchio impian-
to fu, nel 1955, di centottantatremila tonnellate ;
nel 1965, il nuovo complesso produrrà, secondo
le previsioni, quasi ottocentocinquantamila ton-
nellate di rotoli e di lamierino a freddo, una cifra
che si avvicina molto al gettito complessivo ita-
liano di tali prodotti nel 1962.
« Senza dubbio può essere considerato uno dei
più belli e certamente il più attrezzato del suo
tipo in Europa», mi ripeto mentre passiamo
da una sezione all'altra, e ricordo l'entusiasmo
con cui mi ha fatto questa affermazione il se-
gretario dello stabilimento, l'istituzione vivente,
come è considerato, che da più di quarant’an-
ni vive con la vita dello stabilimento a Novi :
in lui il vecchio e il nuovo si contemperano, at-
traverso la sua opera, la sua alacrità, il suo
entusiasmo. E, come il vecchio stabilimento, len-
tamente, insensibilmente, passa e si travasa nel
nuovo : anello di congiunzione anche fra le vec-
chie maestranze affezionate, legate all’antico
stabilimento nel quale ancora lavorano, e il
nuovo, fresco, aerato, puntuale nei congegni co-
me un orologio, attraverso i giovani operai
specializzati.
Sembrano dei ragazzini questi addetti alle
macchine, cresciuti in fretta, seriosi, importanti !
Ma mi rendo conto che ragazzini non sono,
quando mi avvicino a qualcuno di loro e gli
parlo. Gli occhi vivi ombreggiati dal casco, le
mani ferme bloccate ai polsi dalle opportune e
previste fasce di sicurezza: ognuno sa quello
che deve fare e come deve farlo. Hanno studia-
to, si sono preparati per questo : duecento lavo-
rando per parecchi mesi al laminatoio a freddo
di Cornigliano, un centinaio addirittura andan-
do a seguire un corso trimestrale fino in Ameri-
ca! A gruppi, a seconda della macchina, o tre-
no, vicini alle proprie macchine lavorano di
lena, ognuno attento, preciso, al pezzo di mac-
china che ha in consegna, nel frastuono, nel cli-
ma euforico del fare, del creare momento per
momento qualche cosa di nuovo, che trascende
le forze fisiche di tutti loro. Su foglietti, su ta-
belle controllano cifre e numeri, mentre il rotolo
di lamiera d’acciaio si muove, vive, si agita, at-
traverso le varie fasi di lavorazione, fino a ri-
tornare uno della montagna di rotoli levigati,
assottigliati, lucidi e pronti per essere presi dalle
potenti gru (gli uomini, piccolissimi, nelle loro
gabbie di vetro, in alto, sotto gli archivolti, che
per ore manovrano quelle potentissime gru, a
elettrocalamite, e osservano la vita dello stabi-
limento, distanti, apparentemente, ma stretta-
mente legati alle fasi del lavoro dei compagni a
terra !), e mandati ai vari committenti (e che
cosa adesso non si fa col lamierino d'acciaio a
freddo? !)
Lo stabilimento si trova fra due strade : quel-
la di Ovada, e quella statale, e si potrebbe con-
siderarne anche una terza, quella della ferrovia.
Mi dà ragguagli topografici e commerciali il
dirigente amministrativo, il ‘‘ragiunatt’, laurea-
to in economia e commercio a Genova, ma da
anni anche lui abitante di Novi. E mentre per-
corriamo l’area esterna del laminatoio a freddo,
egli col segretario studia il posto migliore per far
collocare le insegne della “Italsider”, luminose,
grandiose, di modo da potersi vedere di gior-
no e anche di notte e da molta distanza : inse-
gne che dovranno avere soprattutto il valore
del documento, di attestazione per ciò che si è
riusciti a fare, una specie di biglietto da visita
per coloro che passeranno in macchina attraver-
so le due strade e quelli che vedranno l'enorme
costruzione in lamierino lucido d’acciaio dai fine-
strini dei treni. Un’oasi di lavoro, nella campagna
silenziosa e coperta dalla neve d'inverno, e ver-
de e lussureggiante d'estate. E i viaggiatori e
gli automobilisti potranno vedere anche il caval-
cavia che come un ‘‘ponte’’ è stato gettato fra
il vecchio e il nuovo stabilimento : un'ulteriore
dimostrazione che niente ha termine e niente ha
principio vero, ma tutto trasmuta, come noi che,
dai nostri genitori, siamo trasmutati nei nostri
figli.
Lasciamo lo stabilimento che è buio fuori ;
una sera stellata, piuttosto fredda e la leggera
foschia in fondo verso la campagna addormen-
tata. La vita nel capannone continua, e continua
anche la vita tecnica ed amministrativa negli
uffici dove ci siamo congedati dall’ingegnere
(alto, magro, apparentemente tutto nervi, preci-
so, molto gentile e, soprattutto, preparato, che
“sa quello che c'è da fare” !).
La via principale di Novi è illuminata, mol-
to illuminata. L'autista ci ricorda che da questo
venerdì fino alla domenica ci sarà la “fiera” di
Santa Caterina. Panchetti ai lati della strada,
torroni, coriandoli, palloncini, noccioline ameri-
cane, spagnolette : la fiera di un tempo, di bestie,
di mercato, soprattutto di bovini, ha ceduto il
luogo alle giostre, ai tiri a segno e, alla dome-
nica, alla processione della Santa in onore della
quale si fanno i festeggiamenti. Ma la fiera delle
bestie si farà lo stesso: in una via secondaria,
molto vicino al vecchio stabilimento dell’ Italsider.
Tre giorni, dal venerdì alla domenica, di tradi-
sione locale, di manifestazioni che dai padri si
tramandano ai figli.
Vi prenderanno parte anche gli operai, i tec-
nici, i dirigenti del vecchio e del nuovo stabili-
mento, vi porteranno le loro donne, i loro figli
(chi non rimane contagiato dalle tradizioni?).
Ma io penso ai quindici dipendenti che questa
stessa sera di venerdì dalla voce dell'ingegnere
apprenderanno che hanno fatto un ulteriore passo
avanti nella loro carriera: un altro scatto di
grado, che comporterà una sistemazione maggiore
e migliore anche economica, e il riconoscimento
del loro attaccamento alla macchina e alle sorti
dello stabilimento. Per quindici famiglie un Na-
tale più allegro, con speranze maturate e con
nuovi progetti proiettati nel futuro.
A Serravalle prendiamo per il passo dei Giovi :
strada antica, tutta curve, ma libera.
Dall'alto un nastro di fari, di luci, lungo cen-
tinaia di metri, sull'autostrada che va a Ge-
nova, e un rumore lontano confuso di motori
che ricorda ancora quello smorsato del nuovo
stabilimento Italsider di Novi.
Attraverso tutte le epoche l’uomo è passato
portando con sé un bagaglio di grandi speranze
ma anche di grandi paure,
I pessimisti possono trarne la conclusione che
la paura, un’irrazionale paura, è uno degli aspet-
ti della condizione umana, e che anche il futuro,
dicono — uno, vedrà l’uomo
preda di sempre nuove angosce. Gli ottimisti,
dal canto loro, possono pensare che la paura
non è che il prezzo della nostra coscienza, del
nostro renderci conto che stiamo al mondo ; e
se il mondo ci dà sempre qualche
anche sempre qualche soddisfazione, per cui c’è
di che sperare. Alle grandi paure degli uomini
è dedicato questo articolo di Umberto Eco, per
le conclusioni che ne vorranno trarre, ciascuno
per suo conto, pessimisti e ottimisti.
se ne avremo -
guaio, ci dà
\ristotele, nella Rezorica, definisce la pau
ra come « un dolore o un turbamento prove-
niente dall’immaginazione di un male che può
giungere, portante distruzione o dolore ».
Se accettiamo questa definizione, dunque, è
essenziale alla paura che il male won s pra
apparso; esso semplicemente si preannuncia, si
presenta come possibile, e la nostra immagi-
nazione se lo prefigura, quasi lo pregusta. I
i agli
occhi della nostra fantasia, incombe, eppure
non arr da questa attesa protratta nasce la
paura. La paura, a rigore, è indipendente dal-
l’avverarsi del male: è connessa all’immagina
questo, naturalmente, il male ingigantisce
James
zione del male, non alla sua realtà. |
Joyce, liberamente rifacendo Aristotele, spie-
gava che la paura è ciò che « arresta la mente
alla presenza di tutto ciò che è grave e co-
stante nelle sofferenze umane, e la unisce al-
la causa segreta ». Vale a dire che si ha paura
quando non solo si prevede il male, ma se
ne intuisce la radice profonda, la cupa neces-
sità, quando si intravede dietro ciò che ci
incombe la for
luttabile presenza del maligno, la causa che
vendicatrice di un dio, l’ine
supera le nostre possibilità di resistenza e
Possiamo facilmente immaginare che l’uo-
mo primitivo abbia provato più paure di
quante ne proviamo noi oggi: il mondo era
ati, di
annunciarsi come m
pieno di misteri inspie ause segrete”,
ogni fenomeno poteva
ligno: il fuoco, l’uragano, il tuono, il freddo...
Il mondo intero era una grande epifania del
la paura. Ma come l’uomo primitivo abbia sa-
muto dominare questi terrori e risolvere il ti
]
more in confidenza, la storia dell’umanità è qui
per dimostrarcelo. È dopo. questo momento,
da quando grosso modo l’uomo ha tracciato
uno spartiacque tra ciò che è naturale e pe-
riodico (pioggia, freddo, caldo, aridità, fuoco,
inondazione...) e ciò che è casuale, nuovo
ed estraneo alla esperienza degli avi, è da
questo momento che possiamo andare alla ri-
cerca di quei fenomeni, reali o fittizi, che
scatenarono nei gruppi umani ondate di pau-
ra “arrestando” la loro mente (come avreb-
be detto Joyce), rendendoli incapaci di rea-
gire, o facendoli reagire nei modi più illogici
e deleteri. Una rapida indagine del genere,
fatta a volo d’uccello, ci farà riscoprire alcuni
momenti della storia in cui la paura non fu
solo un fatto psicologico, riguardante i pro-
cessi fisiologici ed emotivi di un individuo,
ma un fatto sociologico, un patrimonio co-
mune di gruppi assai vasti, un fatto che ha
provocato catene di altri fatti, ha modificato
il corso degli eventi. Spesso nella storia del-
l’umanità le grandi paure hanno funzionato
come le grandi guerre, hanno cambiato la
geografia, la storia dell’arte e del costume, il
sentimento religioso.
Certo tra le prime grandi paure dell’umanità
potremmo annoverare quel Diluvio di cui ci
parlano tutte le mitologie primitive, e i fla-
gelli naturali associati ai segni astronomici, le
carestie e le comete, le pestilenze e le congiun-
ture astrali; e così i flagelli biblici come l’in-
vasione delle cavallette, che non a caso è ci-
tata nell’ Apocalisse di San Giovanni. Ma con
la citazione del libro dell’apostolo Giovanni
abbiamo forse centrato uno dei terrori più
esemplari che mai abbiano agitato l’umanità
su scala quasi totale per il corso di parecchi
secoli, la paura per l'imminente fine del mon-
do, diffusasi attorno al primo millennio del-
l’èra cristiana.
La descrizione del veggente di Patmos
provvede alla pia immaginazione delle folle
cristiane abbondantissima materia per eserci-
tarsi nell’inquietudine paralizzante a proposi-
to di qualcosa di imminente e incontrollabi-
le:« Ecco che Egli viene sulle nubi: e ogni
occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero,
e a causa di lui si batteranno il petto tutte
le tribù della terra... ». E con l’apparizione di
Dio avrà inizio la fine dei tempi, Cristo ap-
parirà come già era apparso a Giovanni, col
capo e coi capelli di lana candida simile a
neve, e gli occhi di fuoco fiammante, i piedi
simili a rame arroventato in una fornace, la
voce come il rumore di molte acque (e Gio-
vanni stesso ha pawra, sì che cade a terra co-
me morto e Cristo gli raccomanda di “non
temere”): e sarà il momento che appariranno
tra lampi e tuoni i ventiquattro seniori, si
aprirà il libro dei sette sigilli, apparirà la mor-
te, alla quale era stata data potestà sulla terra
« per uccidere con la spada, con la fame con
le pestilenze e con le bestie feroci », e al se-
sto sigillo il sole diventerà nero come un sac-
co di Cilicia, la luna si farà di sangue, le stel-
le cadranno sulla terra come fichi scossi da
un gran vento, il cielo si ritirerà come un
libro quando si avvolge, e i monti e le isole
nella pagina a fianco: nel
“Trionfo della morte” di
Bruegel il Vecchio (1560 -
Museo del Prado, Madrid),
la morte appare in tutte le
forme possibili: malattia,
devastazione, saccheggio,
trascorrere spietato del
tempo che non rispetta
alcuna grandezza umana:
è una sintesi di quella
folla di fantasmi e di ti-
mori, di quelle vaste in-
quietudini che serpeggia- i Ca
vano nel XVI secolo nel
corpo sociale di un'Europa
del nord ove peraltro fer-
vevano le arti e i commer-
ci e si iniziava il rinasci.
mento. \\
qui accanto: “Diavolo e
strega”, incisione del “De
Laniis” di Ulruch Molitor. i
Il diavolo poteva arrivare
di notte e possedere una
fanciulla, un uomo o col.
lettivamente un gruppo di
persone, e si avevano così
le “possessioni diaboliche”,
oppure possedere una sola
persona che gli si piegava YI
per scelta volontaria: co-
stei era la strega. Sponta-
neamente radicata nella
superstizione popolare non
di rado la paura per le N
streghe fu piegata a scopi
di vendetta personale o di )
rivalsa politica.
20041401"
saranno spostati; e al settimo sigillo saranno
flagelli di ogni genere; e saranno sciolti i
quattro Angeli legati presso il gran fiume
Eufrate, dove son pronti per l’ora e il giorno
in cui dovranno uccidere la terza>parte degli
uomini... Tralasciamo qui l’arrivo del drago-
ne, della bestia del mare e di quella della ter-
ra, i tre demoni della guerra e gli orrori che
provocheranno i sette calici versati dagli an-
geli: ma quanto queste immagini abbiano scos-
so l’umanità lo verifichiamo andando a consul-
tare i manoscritti miniati attraverso i secoli
nei quali riappaiono in varie guise le visioni
dell’ Apocalisse; e d’altra parte il libro di Gio-
vanni, nella sua violenza immaginifica, non
proponeva all’umanità una visione privata na-
ta da angosce individuali, ma interpretava nel
modo più violento le inquietudini e i terrori
oscuri di una cultura che avvertiva di essere
arrivata ad una svolta della civiltà, e lo de-
nunciava nel modo più icastico, accessibile
alla fantasia popolare e quindi atto a generar
paura. Una santa paura, permeata di attesa e di
fiducia, ma che sociologicamente funziona co-
me paura, sconcerta le folle, inclina all’inazione,
congela il corpo sociale, anche se riscalda il
corpo soprannaturale della Chiesa in forma-
zione.
Anche perché tra le masse sta prendendo
forma un’altra grande paura che comincia a
scuotere la società romana; una paura che
invaderà il campo quando all’attesa nervosa
dell’Apocalisse si sarà sostituita una più sere-
na disposizione all’approfondimento dottrina-
le per i cristiani: ed è la paura dei barbari.
E questo terrore si manifesta concretamen-
te, con lo spopolamento di vaste zone, le mi-
grazioni di gruppi umani, la diserzione delle
colture, le devastazioni, l'abbandono in parte
fiducioso e in parte fatalistico alla protezione
della Chiesa, là dove lo stato non può più da-
re garanzie, mentre si diffondono le pestilenze
e le carestie... Dalla caduta di Romolo Augu-
stolo alla ricostruzione carolingia l’ Europa
intera (eccettuate 1’ Irlanda e 1’ Inghilterra)
è l’esempio concreto di un disfacimento po-
litico culturale e sociale dovuto, tra gli altri fat-
tori, a quella passività che deriva dalla paura.
Lewis Mumford ha parlato in proposito di
“ibernazione spirituale” e di “strategia della
ritirata”. Con l’esperimento carolingio l’Impe-
ro riceve un ordinamento, i gruppi non sono
più abbandonati a se stessi, il sistema feudale
promette e dà a ciascuno un luogo esatto e ga-
ranzie di vita. Dovrebbe essere la fine della
ondata di paura: eppure, pare che proprio nei
“Guerrieri saraceni che hanno rapito dei monaci”, mi-
niatura tedesca del 1477. I Saraceni riassumono dapprima
tutti i terrori per l’uomo dalla pelle diversa, l'Africano, il
Moro, inassimilabile dalla civiltà europea, malgrado tutto.
E poiché saranno poi i Turchi ad assumere la leadership
dell’ Islam, ecco che si insinuerà, con la paura per il
Moro, la paura per l’uomo di origine mongola, l’inva-
sore giallo. «Mamma li Turchi!” è un detto popolare,
ma esprime lo stato d’animo di popolazioni rivierasche
in continuo allarme,
Questa stampa del 1630 descrive con minuzia di par-
ticolari il supplizio al quale furono sottoposti in piazza
della Vetra due supposti “untori”, Giacomo Mora e
Guglielmo Piazza. Si noti sulla destra la “colonna in-
fame” di manzoniana memoria. Molte furono le vitti-
me della credenza che la diffusione delle pestilenze
fosse dovuta a uomini malvagi ispirati dal demonio.
secoli in cui la ricostruzione si articola e pren-
de forma, scoppi una delle più celebri e tipi-
che epidemie di paura. Sono i cosiddetti «ter-
rori dell’Anno Mille».
“Cosiddetti”, perché le notizie al riguardo
sono assai imprecise, ed è senz’altro una rico-
struzione di origine romantica quella per cui,
all’avvicinarsi della notte fatidica, le folle si
sarebbero riversate all’aperto, annichilite dal
terrore, per attendere la fine del mondo già
preannunciata da sinistri prodigi; levando in-
fine canti di giubilo quando l’alba del giorno
nuovo avesse rivelato che il mondo continua-
va e la vita risorgeva. Ricostruzione dramma-
tica di una serie di fatti molto più complessi
e distribuiti lungo l’arco del tempo. Infatti,
anzitutto, non vi furono mai opinioni concordi
su quale potesse essere esattamente l’Anno
Mille, poiché, anche accettando le indicazioni
dell’ Apocalisse ed attendendo, a conti fatti, la
fine dei tempi circa un migliaio di anni dopo
l'avvento del Regno di Cristo, c’era chi co-
minciava a conteggiare questo Regno dalla
nascita del Salvatore, chi dal giorno della
Passione e chi, addirittura, dalla donazione di
Costantino. Ma indubbiamente la ricostruzio-
ne romantica della notte dei terrori si appog-
giava su testimonianze abbastanza indicative,
come quella del monaco borgognone Rodolfo
il Glabro, che nei suoi cinque libri di isto-
riae (che vanno dal 900 al 1044) si diffonde a
lungo sui prodigi che avrebbero annunziato
l'approssimarsi della fine: una meteora apparsa
verso il mese di settembre e che resta visibile
per tre mesi, fenomeno che non si manifesta
mai agli uomini «senza annunciare sicura-
mente qualche avvenimento misterioso e ter-
ribile». Non solo, ma «si credeva che l’ordine
delle stagioni e le leggi degli elementi, che
sino ad allora avevano governato il mondo,
fossero ricaduti nel caos eterno, e si temeva
la fine del genere umano». Poi Rodolfo av-
verte evidentemente quello di cui si era reso
conto nelle sue Cronache anche Tietmaro di
Mersebourg («Il millesimo anno dopo il
parto salvatore della Vergine essendo arrivato,
si vide brillare sul mondo un mattino radio-
SO... »), e intende questo mattino sereno non
tanto come un episodio metereologico preciso,
ma quanto come un clima spirituale diffuso; il
mondo, ci spiega, si risvegliava come da un
brutto sogno e si riaccendevano le energie
sopite dalla paura. E la Francia cominciava
«a coprirsi di un bianco mantello di chiese».
Era l’alba della grande rinascita romanica.
Comunque la paura c’era stata, anche se non
si era verificato l’episodio della “grande not-
te” e il terrore non si era concentrato in un
momento preciso. Henry Focillon, in un esem-
plare studio sull’Anno Mille, ci dimostra
proprio come la paura si fosse addensata per
gradi, alla lontana, addirittura dal VII secolo,
e fosse continuata oltre il Mille, morendo a
poco a poco, mentre la Chiesa, attraverso le
poche dichiarazioni ufficiose al riguardo, ten-
tava di aggiornare sine die il compimento della
sua stagione terrena, scoraggiando le inter-
pretazioni troppo ristrette della tradizione mil-
lenaristica; e che, fatto curioso, il periodo del
quale ci mancano del tutto documenti circa le
profezie e i terrori, fosse proprio quello in-
torno al compimento del millennio, come se
la gente avesse avuto paura prima e dopo, e
non durante il passaggio fatidico. Ma prima,
le voci si facevano sempre più insistenti, l’at-
tesa era pressoché ufficiale: mundus scenescit,
«il mondo invecchia », aveva scritto un cro-
nista germanico, e nel VII secolo il monaco
Marcolfo scrive «la fine del mondo che si av-
vicina manifestando con rovine crescenti certi
indizi »; e negli atti notarili si leggono frasi
convenzionali come «avvicinandosi la fine
del mondo », o « Avvicinandosi pertanto il
termine del mondo e crescendo d’ogni parte
le rovine... », messe accanto alla data, come a
segnare l’èra in corso. Nel 909 il Concilio di
Trosly invita i vescovi a tenersi pronti a
render ragione dei loro atti, perché sta arri-
vando il giorno del giudizio; nel 998 Abbone
di Fleury annuncia che il mondo finirà nell’an-
no in cui l'Annunciazione coinciderà col Ve-
nerdì Santo. La voce popolare cresce, occorre
persino frenare il nervosismo che gira nel-
l’aria, verso la metà del X secolo Gerberga,
regina dei Franchi, commissiona al monaco
Adso un Libellus de Antechristo nel quale si
dimostra con vigorosi argomenti che la fine
del mondo non potrà avvenire sino a che
non si sarà esaurita la vocazione imperiale
dei Franchi.
Ma Focillon ci aiuta anche a spiegare più
a fondo l’insorgere dei terrori e risponde a
una domanda che ci si poneva prima, perché
cioè i terrori fiorissero proprio quando la so-
cietà europea stava rinascendo dallo choc su-
bentrato alla caduta dell'impero. E la risposta
ci permette di riallacciarci al discorso sulla
Apocalisse: i terrori dell’Anno Mille sono solo
l’ultima manifestazione vistosa di una paura
continua che ha continuato a serpeggiare nel-
la coscienza cristiana dai giorni della visione
di Patmos.
«...Il pensiero dell’ Apocalisse accompagna
il Medio Evo tutto, e non nel segreto delle
sètte eretiche nascoste, ma alla luce del sole,
attraverso l’insegnamento comune... Si può
dire che, ogni volta che l’umanità è scossa dal
profondo da un cataclisma politico, militare o
morale di ampiezza inusitata, essa pensa alla
fine dei tempi ed evoca l’Apocalisse». Così
Focillon; e attraverso la sua indagine la paura
millenaristica assume un rilievo esemplare: non
solo appare come la più grande e diffusa del-
le grandi paure che afflissero l’umanità, ma
come il modello stesso di ogni grande paura.
Naturalmente il Medio Evo fu propenso
più di ogni altra epoca a questi cataclismi psi-
cologici e sociologici, a queste neurosi col-
lettive. Ma talora si pensa al medioevo sem-
plicemente perché in quell’epoca certi terrori
assunsero, nelle pagine miniate o sui timpani
delle cattedrali, la loro espressione più tipica
e violenta. Ma consideriamo un istante un’al-
tra forma di grande paura: l’inquietudine sot-
tile nei confronti delle potenze diaboliche,
l’atteggiamento per cui si era propensi ad evo-
care la figura del maligno di fronte ad ogni
calamità e ad ogni fenomeno angosciante ed
inspiegabile; e alla paura sorella, il timore dei
posseduti dal demonio, dei venduti alle poten-
ze infernali, e di conseguenza la ‘caccia alle
streghe”. Fu un fenomeno medievale, è vero,
ma si protrasse per i secoli d’oro del rinasci-
mento: e il testo più terribile sulla caccia alle
streghe, il manuale ufficiale degli inquisitori,
monumento di superstizione, diffidenza e in-
tolleranza, il Ma/leus Maleficarum (“Il martello
delle streghe”), scritto dai monaci domenica-
ni Kramer e Sprenger, è del 1484; i processi
alle streghe a Salem, sulle coste americane,
sono di qualche secolo dopo, le indemoniate
di Loudun crearono i noti episodi di fanatismo
nel XVII secolo, reazioni nevrotiche di fron-
te a presunzioni di possessione diabolica si
ritrovano tranquillamente per tutto il XIX
secolo. Possiamo dunque pensare alla paura
delle potenze infernali come ad un basso osti-
nato, incentrato sulla inquietudine e sul so-
spetto, che accompagna la marcia dell’uma-
nità sino ai giorni nostri.
Altri terrori collettivi prendono forma nel
Medio Evo e si protraggono per i secoli suc-
cessivi: si pensi ad esempio al terrore delle
orde saracene, tipico delle costiere mediter-
ranee ma anche di altri gruppi umani; e la
paura di questi Saraceni che si confondono
così facilmente infine coi Turchi, popolo di
origine mongolica, ci richiama alla mente
un’altra paura collettiva che non ha mai avu-
to una esplosione storicamente precisa, ma
che ha continuato a mantenersi diffusa lungo
i secoli: l’ossessione del “pericolo giallo”. Il
quale comincia all’arrivo delle prime orde
barbare di origine mongolica, comincia con
Attila e gli Unni, prosegue coi Turchi, per-
vade la politica europea del XIX secolo, in-
vade la stampa impadronendosi dell’opinione
pubblica con la rivolta dei Boxers, presta im-
magini comode a varie forme di mitologia
popolare (così che gialli e con gli occhi obli-
qui saranno i guerrieri inumani del pianeta
Mongo, gli uomini di Ming contro i quali
combatte il biondissimo e arianissimo Flash
Gordon nei fumetti di Alex Raymond), ali-
menta l’immaginazione dell’americano in guer-
ra e serve oggi da discriminante tra comuni-
smo russo e comunismo cinese.
Certo se vogliamo ritrovare una tipica pau-
ra che sconvolge gli animi, spinge a gesti
inconsulti, a ribellioni disordinate, a reazio-
37
ni nevrotiche, dobbiamo pensare alla peste.
Ora la peste riappare con molta frequenza nel-
la storia dell'umanità: la troviamo nella Bib-
bia, in Grecia ai tempi di Pericle, sotto forma
di pestis inguinaria o glandularia in Egitto nel
542 d.C., da dove si diffonde per tutto l’ Im-
pero Bizantino e l’ Europa occidentale e vi si
mantiene per duecento anni; la ritroviamo in
continuità tra l’undicesimo e il quattordicesi-
mo secolo (ed è la peste nera di cui parla Boc-
caccio), e a Napoli nel 1656, da dove si sparge
per tutta l’ Europa. Nel Yractatus de adver-
tenda et proffiganda peste pubblicato a Bologna
nel 1684 dal Cardinal Gerolamo Castaldi tro-
viamo una cronologia assai precisa, basata
sulle testimonianze degli storici, di tutte le
grandi pestilenze avvenute dall’inizio dei tem-
pi al XVII secolo: e se ne contano 130, cen-
totrenta epidemie di cui alcune abbiamo visto
come potessero durare per due secoli. La pe-
stilenza del Manzoni, la cui descrizione baste-
rebbe da sola a darci il senso di un dilagare
di paura capace di provocare le reazioni più
fanatiche, accompagnato ad un immobilismo
passivo e dal tentativo di ignorare il male e
negarlo (come fa Don Ferrante), in questo
elenco appare come una delle meno diffuse e
importanti.
E se la gaia brigata del Boccaccio sceglie
un modo civilissimo (e costoso), per sfuggire
il contagio e reagire alla sciagura, tre secoli
dopo, ai tempi della peste di Milano, lo svi-
luppo delle conoscenze scientifiche non im-
pedisce alla paura di manifestarsi nelle forme
isteriche della caccia all’untore e nei roghi
in piazza della Vetra. La peste non pareva
aver cause precise, e da questa incertezza, da
questo non sapere, più che dal pericolo reale
e attuale nasceva come sempre la paura.
A maggior ragione dovette dunque ispira-
re una grande paura un altro male che si
diffuse per l’Italia e per l’ Europa verso il
XVI secolo: la sifilide.
Ciò che nel nuovo male faceva paura non
era solo la violenza, il ripugnante sviluppo,
ma l’inopinata e misteriosa comparsa sulla
scena del mondo, la subdola lentezza della
manifestazione e, più di ogni altra cosa, l’o-
scura € vergognosa connessione col peccato
sessuale. E il timore del male si confonde con
il timore per gli eserciti in marcia che lo ave-
vano diffuso, le città messe a sacco, le carestie
che conseguivano ai saccheggi; e non a caso
in una incisione dell’epoca, che rappresenta
due lanzichenecchi, appare la morte che oc-
chieggia tra i rami di un albero: l’insicurezza
politica, il timore della guerra, portano a un
terrore parossistico della morte, che viene
avvertita come una presenza continua a cui
tuttavia non ci si riesce ad assuefare come era
accaduto per i monaci medievali. Tramontato
il sentimento religioso vivace che aveva ani-
mato i secoli d’oro del Medioevo, agli albori
del rinascimento il fantasma della Morte, non
più ravvicinato all’idea della giustizia divina,
ma quasi a quella di un perpetuo divino cor-
ruccio, si fa più subdolo e invadente; ed è
nel tardo Medioevo che prende voga non
più il tema dell'Apocalisse, ma quello del
“Una fine del mondo” del giornalista-pittore Dino Buzzati. Una luna? Un altro corpo celeste? Un'opera del genere
può essere vista come una delle tante allegorie della paura e dell’inquietudine proposteci dall’arte contemporanea. È
la forma sintetica di mille paure possibili, tutte motivate.
Trionfo della Morte e, in particolare nei paesi
nordici, quello della Danza Macabra, la stra
nita ridda di scheletri che tenendosi per ma-
no si trascinano vicendevolmente, e trascina-
no chiunque incontrino, verso la tomba. E
come ricorda Huizinga, « nessun’epoca ha col-
tivato l’idea della morte con tanta regolarità
e con tanta insistenza quanto il secolo XV ».
Ma cosa accade quando quei pericoli, che
un tempo incutevano timore per il
delle loro origini, finalmente si rivelano per
quel che sono ed entrano in lotta meno impari
con una scienza più agguerrita e consapevole?
mistero
Si pensi ai giorni nostri a due flagelli come
il cancro e le deformazioni dei nascituri dovuti
alla talidomide: sono pericoli che fanno fre-
mere, ma tranne atti di isteria individuale,
non scatenano più paure collettive. Esistono
mezzi per arrestarli e combatterli, non c’è più
posto per la reazione incontrollata; il cancro
ha ancora origini oscure, ma si stanno chia
rendo a p‘ )co a poco.
E per il nascere della paura è necessario,
lo si è detto, che l’oggetto sia, più che espe
ribile, immaginabile, e tanto meglio se sarà
nebuloso e impreciso.
Ma non
nella prima metà del secolo, mancassero ra-
gioni di paura: l’avvento della civiltà industria-
è detto che nel mondo moderno,
le, della massificazione, il fungheggiare di
grandi agglomerati di cemento che avrebbero
fumi delle
sessanta
ucciso la natura, l’addensarsi dei
(mentre
muoiono a Londra a causa dello smog); il
ciminiere scrivo persone
nascere dei grandi sistemi di oppressione, nel-
la vita sociale come in quella politica, lo svi
lupparsi di nuove e più sottili forme di intol-
leranza e di persecuzione... Il mondo contem-
poraneo avvertiva questi pericoli, solo che per
dare loro la forma della paura ci vollero i
poeti, Kafka, i pittori surrealisti, la dramma-
turgia espressionista. Oppure tutte queste mi
catalizzate da terrori di guerra (che
alla luce della coscienza venivano razionalizza-
nacce,
ti sulla base delle spiegazioni scientifiche e
delle spiegazioni politiche), assumevano la fi-
della altri mondi;
alla base dei primi esperimenti di fantascien-
za vi erano nevrosi e terrore, e quando nel
gura stranita creatura di
1938 Orson Welles, per giuoco, da una stazio-
ne radiofonica di New York, inscenò la com-
media di una falsa invasione marziana, simu-
lata con estremo realismo, sappiamo quel che
accadde, e i sociologi ancor oggi stanno fa-
cendone materia di discorso: la grande, sfre
nata paura collettiva, con le fughe, i suicidi,
i caduti calpestati dalla folla. I marziani di
Welles preludevano alla seconda guerra mon-
diale, quelli del dopoguerra impersonavano al
tri elementi di timore che vagavano per l’aria:
fantasmi della fredda, e la
fiction diventava il modo illuminato per
erano 1 guerra
science
divergere l’inquietudine nell’humour; nei casi
migliori per divergere la paura nel tentativo
di comprensione e di autocritica. Ma non sem-
pre la fantascienza fu illuminata e illuministica:
contro le proposte divertite degli uomini di
mestiere vi fu l’esplosione spontanea di un
inconscio collettivo messo a dura prova: e se
nella psicosi dei dischi volanti
l’espressione di una profonda esigenza del
rappresentarono anche una en-
nesima figura della inquietudine e del timore.
Jung vide
divino, essi
Questo in un’epoca in cui il mondo aveva,
come ha, da temere, ma per lo più cercava
di nascondersi, come si nasconde, l'oggetto
delle sue preoccupazioni. La grande paura
dei nostri giorni era nata il 6 agosto del ’45
ad Hiroshima. Ma sappiamo benissimo quali
reazioni sconsiderate suggerisca la paura: a
Don Ferrante imponeva di negare l’esistenza
della peste (non è sostanza, non è accidente,
quindi non esiste). Fu solo lentamente, a ma
lincuore, che si fece strada l’idea di che cosa
l’atomica rappresentasse: era la possibilità del
conflitto nucleare, e quindi della distruzione
della comunità umana; la possibilità dell’espe-
Una coppia di sposi (sul tavolo c'è ancora la torta nuziale) ha deciso di passare la luna di miele in un rifugio
antiatomico “unifamiliare”, Ecco un’altra immagine delle paure del nostro tempo. Il suo carattere simbolico è
accentuato dal fatto che si tratta, probabilmente, di una fotografia pubblicitaria.
rimento atomico, e quindi della seminazione
delle scorie radioattive. L’atomica era la pos-
sibilità che ogni discorso non avesse più sen-
so, ogni filosofia non avesse più oggetto.
La fine del mondo, la peste, gli untori, le
streghe, il diavolo, i mongoli, erano sempre
stati qualcosa di impreciso, basato su incerte
testimonianze o contestabili profezie: e le fol-
le impazzite di paura vi credettero con ogni
fibra. Quello che la bomba atomica poteva di-
ventare fu spiegato da Einstein con un ragio-
namento scientifico condensato in una frase e
con una frase in cui vibrava la paura; fu det-
tagliato dagli scienziati che avevano collabo-
rato a costruirla e che non si sentivano più
di considerarsi corresponsabili; fu gridato dal
pilota che aveva lanciato la prima bomba; fu
propagandato dai filosofi, dai medici, dai po-
litici più illuminati: e questa volta le folle
pensarono che forse non era vero, che il pe-
ricolo non era grande come si supponeva;
tacciarono di untore chi parlava, imprigiona-
rono come pazzo il pilota che si ribellava, pro-
cessarono come strega chi insisteva e stimo-
larono altre persone perché raccogliessero da-
ti e spiegassero che l’atomica, non essendo
sostanza e non essendo accidente, non esiste-
va; non esisteva almeno come pericolo totale.
Era solo un pericolo tattico, come una pal-
lottola di mitragliatrice o una freccia; e come
tale costituiva un robusto incentivo alla salute
e alla pace.
Questi non sono i dati di una cronaca me-
dievale, non sono tratti dalle pagine ‘di Ro-
dolfo il Glabro: è cronaca dei nostri giorni.
È la cronaca della più paradossale paura di
tutta la storia, che, avendo un oggetto reale,
conosciuto da tutti e comprovato scientifica-
mente, spinge gli uomini a difendersi cercan-
do di ignorare e nascondere le cause della
paura. Per l'Anno Mille si temette prima e do-
po: durante, a quanto pare, no. Durante l’èra
atomica si cerca di ignorare il pericolo del-
l’atomica; ma poiché il pericolo è avvertito, e
la paura scorre sotterranea, essa assumerà al-
tre forme, quelle degli invasori spaziali o del-
l’ultimo vampiro apparso sull’ultimo schermo,
dell’ultimo scienziato pazzo che scatena mo-
stri più grandi di lui. Oppure si cerca di con-
fortare i propri nervi esasperati nell’immagi-
ne confortante di qualcosa di sicuro: nell’im-
magine familiare del rifugio antiatomico, che
tutta una propaganda edilizia, militare e po-
litica presenta come la fine di ogni paura, il
segno della sicurezza, da difendere anche spa-
rando sul proprio vicino che tenta di invader-
lo, come ha scritto un esperto in questioni
morali. Si accetta il mito non perché non si
sappia che è falso che il rifugio atomico ci
salverà al massimo per consegnarci a una so-
pravvivenza provvisoria su un paese distrut-
to e contaminato; si accetta il mito perché
questa è la forma che assume la passività,
quella passività che coglie spesso chi ha paura.
Poiché per reagire alla paura vi sono di so-
lito due atteggiamenti: o ci si irrigidisce, in-
capaci di muovere un dito, o ci si sbraccia
senza controllo, si fugge a casaccio, ci si muo-
ve nel modo più irrazionale. Di solito — ma
non è un principio scientifico — pare che si
scelga la soluzione sbagliata: ci si irrigidisce
quando ci sta arrivando addosso un autocarro,
e si corre quando i vestiti hanno preso fuoco,
alimentando le fiamme. Di fronte ai terrori
dell’Anno Mille la vita sociale parve arrestarsi.
Era sbagliato. Di fronte alla peste si scatenò
la stupida caccia agli untori. Era un’agitazio-
ne inutile. Di fronte all’idea che possa sussi-
stere un mondo di cui una mano che preme
un bottone rosso per sbaglio può decretare
la fine in pochi minuti, varrebbe forse la pena
di agitarsi come si può, magari dando fuoco
agli ospedali, o alle proprie case, per far ca-
pire che qualcosa non va. Gli storici futuri —
se ce ne saranno — potranno annotare che
gli uomini d’oggi, invece, stettero immobili
ad aspettare.
Mustrazione di Mino Maccari per La lezione” di Eugène
Ionesco, dal terzo libro-strenna dell’ Italsider “Cinque
modi per conoscere il teatro”.
I Hibri
dell’Italsider
Dopo due volumi dedicati alla narrativa,
quest'anno | Italsider ha offerto in dono a tutto
il personale in occasione delle feste una raccolta
di testi teatrali.
Cinque modi per conoscere il teatro ripete,
nel titolo e nel contenuto, îl programma dello
spettacolo che il Teatro Popolare Italiano di
Vittorio Gassman ha portato in tournée dal 3
al 16 settembre 1962, negli stabilimenti Italsider
di Trieste, Lovere, Marghera, Savona, Corni-
gliano, Novi Ligure, Cogoleto, Piombino, San
Giovanni Valdarno, Bagnoli e Taranto.
Il motivo per cui si è pensato di stampare
questo libro è lo stesso che ha indotto ad orga-
mizzare lo spettacolo, nell’ambito delle attività
culturali che la società promuove : offrire una
interessante esperienza di teatro ad un pubblico
vasto e popolare. L'iniziativa ha riscosso, in
ogni “piazza” toccata dalla compagnia del
TPI, un lusinghiero successo.
Per tutti, esso ha costituito un'esperienza di
grande interesse, un primo contatto tra un grup-
po di uomini di teatro seriamente “impegnati” e
un pubblico veramente popolare, fuori del con-
sueto circuito commerciale.
Che si sia trattato di un'esperienza stimolante,
che ha suscitato negli spettatori precise curiosità,
lo dimostra il desiderio, espresso da molti, di co-
noscere nella loro integrità tutte le opere rap-
presentate.
Il terzo “libro dell Italsider” è la risposta a
questo desiderio ; è uno strumento indispensabi-
le per completare e approfondire, attraverso la
meditata lettura dei testi, quell’immediato incon-
tro tra attori e spettatori che del teatro è l'es-
senza prima.
Il volume si apre con una nota ai lettori, di
Vittorio Gassman, cui segue un chiaro saggio
introduttivo di Luciano Lucignani sulla Fun-
zione del Teatro.
Le cinque opere (Amleto di Shakespeare, TI
medico per forza di Molière, Così è (se vi pare)
di Pirandello, I fucili di madre Carrar di
Brecht e La lezione di Tonesco), precedute da
qui accanto: la sopracco-
perta del libro-strenna di
quest'anno, disegnata da
Emanuele Luzzati, ripren-
de il motivo del manifesto
che annunciava lo spetta-
colo del Teatro Popolare
Italiano nei vari circoli
aziendali dell’Italsider. Nel-
l'interno il libro ha illu-
strazioni di Clerici, Guecio-
ne, Luzzati, Maccari e Ve-
spignani.
a destra: la custodia del
volume di stampe napole-
tane “Neapolis in Italia”
che è stato ristampato que-
stanno per conto dell’ Ital-
sider, con una prefazione
di Michele Prisco.
in basso: “Sant'Elmo e
Pizzofalcone dal mare”, di-
segno a penna acquarella-
to di Gaspare Vanvitelli
eseguito attorno al 1711,
È una delle riproduzioni
di grande formato conte-
nute nel volume “Neapolis
in Italia” ristampato per
conto dell’ Italsider.
men
biografie e testi esplicativi, sono stampate nel
testo integrale.
Il volume, edito da Edindustria, è arricchito
da una serie di tavole in bianco e nero e a co-
lori di Fabrizio Clerici, Piero Guccione, Mino
Maccari, Renzo Vespignani ed Emanuele Lux-
zati, che ha disegnato anche la sopraccoperta.
Nel 1962 |’ Italsider, seguendo un indirizzo
che è ormai diventato una tradizione, si è fat-
ta anche promotrice della ristampa in duemila
esemplari numerati di un’opera ormai introva-
bile : ‘*Neapolis in Italia”, una raccolta di ta-
vole ed incisioni rare su Napoli preceduta da
un’acuta introduzione di Gino Doria, edita dalle
“Edizioni Beatrice D'Este” di Milano.
In una nota alla ristampa, Michele Prisco
ra —-
CINQUE MODI
PER CONOSCERE
IL TEATRO
Skakerpeare Moliire- Pirandello Brecht lomesco
sottolinea come l'iniziativa « si ricolleghi all’al-
tro volume di Lucio Bozzano dedicato alle anti-
che carte nautiche, edito anch'esso a cura del-
l’ Italsider, di cui sembra approfondire il tema
nascosto — quel rapporto di lavoro e di scambi
che ha nel mare la sua mediazione — per com-
porre il filo d'un ideale discorso ».
“Al tempo stesso, la presente pubblicazione sug-
gerisce più scopertamente, 0 se si vuole più se-
gretamente soggiunge Prisco — un diverso e
quasi più familiare legame con l’attività vera e
propria svolta dall’ Italsider, e il lettore, 0 di-
ciamo pure, con Doria, il ‘‘contemplatore’, il
quale, sfogliando questa ‘‘raccolta singolare di
documenti grafici, riprodotti scrupolosamente nel
formato originale”, viene introdotto “nel mondo
della realtà storica napoletana — fisica, urbani-
Neapo lis.
tn
Italia -
stica, cromatica —”, ne troverà subito da solo, e
agevolmente, la correlazione. Ché protagonista
di queste tavole è Napoli, ovvero il Sud : una
città, e una terra, cui l’ Italsider è particolar-
mente legata, se si pensi soltanto allo stabili-
mento di Bagnoli, il più antico è il più grande
complesso siderurgico del Mezzogiorno, ed a
quello di Taranto molto più recente ma già così
vivo e attivo. Sicché ci viene spontaneo, e non
crediamo “di sbagliarci, interpretare il gesto della
grande industria italiana che ha voluto ripresen-
tare a più largo pubblico un volume oggi esaurito
in commercio e conosciuto appena nella ristretta
cerchia dei bibliofili, come un atto di amore e
diciamo pure di gratitudine a una terra da cui
pure la società trae lavoro e prestigio anche in
campo internazionale”.
42
Vecchie
“sopraelevate,
di Genova
La “Sopraelevata” di Genova sta avvian-
dosi a divenire una realtà: fra non molto tem-
po la sua costruzione, ultimata, non costitui-
rà più un pretesto per le battute di spirito,
che traevano facile esca da questa strada li-
brata così in alto, fra le nuvole... Nel fervore
che accompagna l’inizio dei lavori sono già
state dimenticate le difficoltà incontrate du-
rante la fase di gestazione; non passeranno
molti anni, che sarà diventata un elemento
familiare del paesaggio, e non desterà più al-
cun interesse per l’arditezza della sua conce-
zione, né per l’insolito materiale — l’acciaio
— impiegato nel realizzarla: se la sua presen-
za sarà avvertita, lo sarà indirettamente, per
il sollievo che avrà apportato all’asmatica
circolazione genovese. D'accordo, queste con-
siderazioni non sono affatto peregrine; ma
valgono non per se stesse, bensì per quella
punta di rimorso che ci coglie nel farle. « Per-
ché rimorso? » — qualcuno potrebbe contro-
battere — «Il mondo cammina; è naturale,
ovvio, che ci si abitui a tutto, anche alla
Sopraelevata, non ci si fermi sul già fatto, si
guardi sempre avanti! » Va bene, il mondo
cammina; ma è possibile che ci capiti così
raramente di arrestarci noi — per un momen-
to — ad osservare sotto una prospettiva di-
versa, non deformata dall’abitudine, quello che
di solito sfioriamo con lo sguardo, distratta-
mente, perché ci è del tutto familiare? Ed è
possibile — appunto le rare volte in cui ci
capita di fermarci, spesso perché costretti —
non provare una sensazione di stupore, al co-
spetto di certe sconcertanti anticipazioni, che
ci rivelano — a noi, uomini moderni di smi-
surata presunzione — come quelle che cre-
diamo nostre trovate, altro non siano che la
ripresa o lo sviluppo di temi già precedente-
mente impostati? Che, insomma, non c’è nul-
la di nuovo sotto il sole...? Sì, ne convenia-
mo, neppure quest'altra considerazione deve
essere inedita: qualcun altro — ci pare —
l'aveva già espressa prima di noi... Però ci
torna opportuno impadronircene in questa
particolare occasione, non tanto per ribadire
un concetto, che è ormai universalmente ac-
cettato, anche se è quasi altrettanto universal-
mente dimenticato, quanto per coglierne lo
spunto ad una ulteriore osservazione. Si par-
lava della Sopraelevata: la strada che dovrà,
se non risolvere, perlomeno dare un notevole
respiro alla circolazione genovese; che, abbre-
viando i tempi del percorso, abbrevierà di
conseguenza le distanze fra le località colle-
gate. Ebbene, malgrado ciascuno sappia per-
fettamente che nulla di nuovo esiste sotto il
sole, ci chiediamo quanti di noi abbiano mai
ravvisato in due costruzioni genovesi che ab-
biamo sotto gli occhi ogni giorno, due anti-
cipazioni della Sopraelevata, realizzate appun-
to al fine di ridurre le distanze, eccetera ecce-
tera... Ci sentiamo nuovamente obbiettare che
allora, su questo piano, qualsiasi opera stra-
dale precedente, solo perché persegue scopi
analoghi, può sostanzialmente considerarsi
precorritrice. della Sopraelevata; ma anche qui
precisiamo che è la particolare soluzione adot-
tata, il concetto che l’ha guidata — quello
della sopraelevazione — a giustificare quanto
affermiamo del Ponte di Carignano e del Pon-
te Monumentale. Ed ora prevediamo una ul-
teriore obbiezione, insita nella denominazione
stessa di “ponte... ”’. Come caratteristiche co-
struttive esteriori, quello di Carignano e quel-
lo Monumentale si presentano indubbiamente
come dei ponti; ma, a parte il fatto che anche
la Sopraelevata può essere considerata un lun-
ghissimo ponte, c’è da considerare che la lo-
ro esistenza non è imposta da una ragione im-
prescindibile, com'è quella del corso d’acqua
da attraversare, che richiede “quella” solu-
zione e non ne consente altre: no, il colle di
Carignano poteva essere egualmente raggiun-
to da Sarzano attraverso una normale strada,
e così si dica per l’Acquasola. Solo che, ob-
bedendo ad un concetto di praticità anticipa-
tore, moderno diremmo, si preferì in ambo i
casi scegliere senza tergiversare la distanza
più breve fra due punti, superando d’un balzo,
arditamente, problemi tecnici che, all’epoca di
costruzione, non dovevano essere indifferenti.
Ci permettiamo perciò di insistere nell’affer-
mare che i “ponti” di Carignano e Monu-
mentale altro non sono che vere e proprie
strade sopraelevate “ante litteram”... Ecco,
potremmo convenire su questo: che i ponti
in parola non avevano, come ha oggi la So-
praelevata, la funzione di assorbire il traffico
veicolare di altre strade, poiché all’epoca della
loro costruzione il traffico veicolare non ci
risulta fosse molto intenso... Ma, per il resto
— ripetiamo — obbediscono ad uno stesso
principio informatore.
Vediamoli, e cerchiamo di conoscerli, un
po’ meglio; vediamo innanzitutto quello di
Carignano, la cui anzianità gli dà il diritto di
precedenza. Ed ancora più anziano sarebbe,
se la sua edificazione fosse stata iniziata quan-
do lo fu quella della Basilica dell’Alessi, as-
sieme alla quale sembrerebbe esser stato con-
cepito, vista la fusione armonica di tutto il
complesso ponte-piazza-chiesa. Nell’archivio,
distrutto durante l’ultima guerra, della Basi-
lica di Carignano, erano conservati cinque di-
segni del ponte, da uno dei quali, firmato dal-
l’architetto che lo costruì, si desumeva la data
d’inizio dei lavori, il 1718, e da un altro quella
della fine, il 1724; parecchio tempo dopo,
quindi, l’inizio della costruzione della Basilica,
che si fa risalire al 1552 (anche se i primi con-
tatti dell’Alessi coi Sauli, che gli commisero
l’opera, sono del 1549). Ma che il ponte fosse
stato pensato unitamente alla Basilica, ce lo
dice anche l’iscrizione nel cartiglio sulla por-
ta maggiore della stessa: « Bendinellus Sauli
Basilicam — Stephanus nepos pontem — legavit —
Dominicus abnepos perfecit », dalla quale appa-
re che Domenico Sauli, a spese del quale si
sa che il ponte fu costruito, altro non fece
che attuare un’opera già esistente allo stadio
di progetto. In definitiva si può dire che i
lavori del ponte iniziarono all’incirca quando
fu ultimata la Basilica, di così lenta costru-
zione da diventare proverbiale; ancora oggi si
può sentir paragonare qualche opera intermi-
nabile alla “Fabbrica de Caignan”; e, ancora
nel secolo scorso, addirittura, gli abitanti del-
la zona non s’erano abituati ad indicarla con
la sua esatta denominazione, e dicevano
ad es
:mpio — di essere stati a_Messa “nella
Fabbrica...”. E probabile che non avessero
influito solo difficoltà tecniche sul procedere
così a rilento della Basilica e sul ritardato ini-
zio del ponte, ma anche difficoltà finanziarie:
anzi, la maliziosa fantasia popolare, colpita
dal particolare atteggiamento delle tre statue
poste sulla facciata principale della Chiesa,
attribuiva loro un muto dialogo, in cui cia-
scuna esprimeva la propria preoccupazione e
le proprie critiche per la grossa gatta da pe-
lare che s'erano pigliata i Sauli, imbarcandosi
in quell’impresa. Comunque Domenico Sauli,
fedele al mandato ricevuto dagli avi, e al
principio di glorificare la propria famiglia ed
aumentarne il prestigio con opere che aves-
sero un riflesso non solo privato, quel prin-
cipio che aveva indotto Bandinello Sauli a
disporre col suo testamento del 1481, appun-
to per poter elevare il tempio alla Vergine, i
modi per il ‘‘moltiplico” dei suoi capitali
iscritti nelle Compere di San Giorgio (e c'è
da giurare che, da buon genovese,
tendesse di “
ne in-
moltiplichi”...); Domenico Sauli,
dicevamo, decise di costruire finalmente il
ponte, ed offrì al Bassignani di Brescia, inge-
gnere della Repubblica espertissimo in quel
tipo di lavori, di realizzarlo. Il Bassignani,
già vecchio ed oberato di impegni, non poté
o
in alto: il Ponte di Carignano, costruito da Gherardo Langlade nel °700 a spese della famiglia Sauli.
in basso: il Ponte Monumentale sopra via XX Settembre, costruito da Cesare Gamba alla fi
A
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è
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RES
ne dell’Ottocento.
44
accettare, e propose un suo aiutante che sti-
mava moltissimo: Gherardo Langlade; ed al
Langlade l’opera fu affidata.
Il “pozzo perpetuo nominato / Storbio, os-
sia torbido”, il Rivo Torbido, del quale si è
risentito parlare in questi ultimi anni e che,
come scrive il Giustiniani, si trovava « nella
strada maestra qual si stende dalla Chiesa dei
Servi, tra il colle di Carignano e quello di
Sarzano, insino al mare... », non esisteva già
più, all’epoca di Domenico Sauli e del Lan-
glade: era stato ricoperto (lo dicevamo?
“Nihil sub sole novi”...), e se ne poteva sol-
tanto indovinare il percorso tortuoso, ancora
evidente nei ghirigori della strada sorta al suo
posto, fiancheggiata da un nugolo di case ar-
rampicate sui due colli, strette ed altissime,
qualcuna di sette piani, sicché l’architetto do-
vette, per forza, sacrificarne un certo numero.
Comunque, come narra l’Alizeri, « alle rette
si preferirono le linee curve, che chiedean
meno strazio di case private; durò sei anni il
colossale lavoro, dal 1718 al 1724, e la pa-
tria dovette ai Sauli quest'altra grazia, di
stringere in uno due colli, che per lo innanzi
sinistramente si separavano per un cupo di
valle e un doppio affondarsi d’alenosi sen-
tieri ». Non ci vengono tramandate dalle isto-
rie molte altre notizie sulla realizzazione di
quest'opera: a noi contemporanei non resta
pertanto che inchinarci reverenti di fronte al-
l’iniziativa privata dei Sauli, precursori della
Sopraelevata, iniziativa che dotò appunto di
un comodo e diretto accesso dalla città vec-
chia il colle di Carignano, permettendo di evi-
tare giri viziosi attraverso gli “alenosi sentieri”
e certe “croese sarvegose de cert’oe perico-
lose”. Già, perché ancora agli inizi della se-
conda metà dell’ 800, il colle di Carignano, di
vie d’accesso comode, non possedeva che il
ponte; chi non passava dal ponte, doveva av-
venturarsi su per Salita Sassi, la Montagnola
dei Servi, Salita San Leonardo, tutte strade
ancor oggi rinomate per la loro confortevo-
lezza... Nella migliore delle ipotesi ci si poteva
servire della strada delle Mura (le Mura del
Prato); ma anche questa non doveva essere
l'ideale della praticabilità, seguendo — come
seguiva — l’andamento accidentato del ter-
reno. C’è da considerare, poi, che, all’ora del-
la ritirata, venivano chiuse le porte delle Mu-
ra, il che rendeva ancor meno agevole rag-
giungere il colle. Per questi motivi Carigna-
no, pur essendo — si può dire — nel cuore
della città, sino a tempi relativamente recenti
(la via Fieschi fu aperta nel 1868) era isolato
e conservava le caratteristiche della campagna.
Gli abitanti si erano abituati talmente alla lo-
ro vita quasi avulsa dalla città, che attorno a
loro pulsava e cresceva (per fare un esempio,
Carignano non possedeva un orologio pubblico,
e ci si basava per il computo delle ore unica-
mente sui colpi del fatidico cannone, e sul
puntuale passaggio, ogni mattina alle cinque,
di un rimorchiatore a ruote, che trainava due
pontoni carichi dei rifiuti del porto, e che ve-
niva chiamato “o merdaieu’), da rimanere
quasi “choccati” per l’apertura nella zona di
alcuni negozi di tipo “cittadino”; una priva-
tiva di sali e tabacchi ed una pizzicheria. Que-
sto stato di cose cominciò a venir meno, pri-
ma con la citata apertura della via Fieschi, e
poi con l’altra sopraelevata genovese, il Pon-
te Monumentale, opera legata al complesso
piano urbanistico che portò allo sbancamento
di San Domenico, alla scomparsa di via Giu-
lia, via della Consolazione e via Porta Pila,
ed alla nascita al loro posto, nel 1892, della
via XX Settembre e dei quartieri circostanti;
sicché la zona di Carignano, pur conservan-
do il suo carattere di oasi tranquilla, veniva
nello stesso tempo ad essere inserita organi-
camente e modernamente nel corpo della città.
Lasciamo ai nostalgici aedi della Genova
scomparsa la rievocazione delle romantiche
zone cancellate dal piccone demolitore: San
Domenico, il Convento di Sant’ Andrea, le vec-
chie strade coi tranvaietti, eccetera, e soffermia-
moci soltanto sulla Porta d’Archi, per dire
che fu sostituita precisamente dal Ponte Mo-
numentale, “opera romana”, come lo defini-
sce un ritratto dell'ingegner Cesare Gamba
pubblicato — lui vivente — in un volumetto
che raccoglieva anche i profili di altri pre-
clari personaggi, apportatori di lustro alla
città. Cesare Gamba, ingegnere, scrittore,
giornalista, critico d’arte, consigliere provin-
ciale, autore — fra l’altro — del restauro
delle arcate di Santo Stefano in via XX Set-
tembre, e di alcuni palazzi della stessa via, nel-
la cui progettazione ebbe una parte determi-
nante; Cesare Gamba che — Langlade del
XIX secolo — protese quel suo Ponte Mo-
numentale dall’Acquasola alla strada di Cari-
gnano, risolvendo di un balzo, come il suo
predecessore, un problema di comunicazioni
che sarebbe stato risolvibile sì anche diversa-
mente, ma non con quel simpatico ardire che
lo portò a scegliere la via più diretta, anche
se la più difficile da affrontare: una scelta
che ci consente di perdonargli di cuore il Pa-
lazzo dei Giganti e quello in stile gotico fio-
rentino, da lui creati in via XX Settembre,
forse oggetto di ammirazione all’epoca di Cop-
pedè, ma così lontani, oggi, dal nostro gusto.
Dicevamo all’inizio che queste opere ci so-
no ormai tanto familiari, ci appaiono tanto
“normali”, che nessuno più le osserva con la
dovuta considerazione. Forse, però, non è
esatto: e ce lo ha dimostrato la sensazione di
stupore di alcuni ragazzi, in via XX Settem-
bre, al veder passare i veicoli lassù, sul Pon-
te Monumentale... Chissà che, pur abituati
alle avventure spaziali, non avessero confusa-
mente intuito, spronati da una fantasia molto
più dinamica della nostra, il valore anticipa-
tore, quasi avveniristico di quella ricerca di
spazio effettuata così in alto e che — ne sia-
mo certi — non si fermerà alla Sopraelevata,
ma si svilupperà certamente sempre più, so-
spinta dalle esigenze di un progresso che di-
vora famelicamente lo spazio.
RIVISTA ITALSIDER -
via Corsica 4 - Genova -
Si prega citare la fonte.
segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
telefono n. 5999
Stampa: AGIS - Stringa - Genova.
La riproduzione degli articoli è libera.
Clichés: Denz - Berna Ceriale - Genova
L’Italsider
Sede centrale
via Corsica 4, Genova - telefono 5999 -
telex 27039 Italsid
Centri siderurgici e stabilimenti
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435
- telefono 302024 - telex 71039 Italsid
tondo - vergella - bordione - nastri stretti
laminati a caldo - travi HE (ad ali larghe) -
travi IPE - profilati - funi - reti saldate -
derivati della vergella
“Oscar Sinigaglia” - via San Giovanni d’Acri 6
Genova-Cornigliano - telefono 4107
laminati piani a caldo e a freddo - lamierini
zincati - banda stagnata elettrolitica e ad
immersione
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 -
telefono 22041 - telex Diretta
rotaie - barre e profilati - materiali per
armamento ferroviario fisso
Taranto - via Statte 1 - telefono 26820 -
telex 81039 Italsid
tubi di acciaio saldati di grande e medio
diametro
Trieste - via di Servola 1 - telefono 93027 -
telex 46039 Italsid
ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere
grosse
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di
acciaio
Marghera (Venezia) - via del Commercio 5
telefono 50334
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San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza
Giacomo Matteotti 7 - telefono 92041
profilati - materiali per armamento ferroviario
mobile
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3
telefono 27941
getti e tubi di ghisa
“Stac” - corso F. M. Perrone 15 Genova-Campi
telefono 469091
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placcate
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Roma, viale Castro Pretorio 122
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Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a
telefono 269865 - telex 51039 UVEBO
Genova, via Luigi Garaventa 2
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Milano, corso di Porta Nuova 1
telefono 653889 - telex 31039 UVEMI
Napoli, via Guglielmo Marconi 55
telefono 312448
Padova, galleria Porte Contarine 4
telefono 51644 - telex 41039 UVEPD
Palermo, via di Villa Trabia 3/A
telefono 291540
Roma, via Barberini 50
telefono 464444 - telex 61039
Torino, corso Sebastopoli 35
telefono 673918 - telex 21039 UVETO
CALENDARIO POLITICO PEL 1868 LA RANA N. 52.
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RIVESTA ITALSIDER
la copertina: Marc Chagall - “Il Re Davide”
- olio su tela - proprietà dell’artista (foto
Kurt Blum)
Marc Chagall nacque a Vitebsk, in Russia,
nel 1887. Nel 1910 si recò per la prima volta
a Parigi, ove rimase fino al 1914. Rientrato
in Russia, venne nominato nel 1918 commis-
sario per le Belle Arti nell’ ex governatorato
di Vitebsk, incarico da cui si dimise nel 1920.
Nel 1922 lasciò definitivamente la Russia e
si trasferì in Francia. Vive a Vence. A Chagall,
uno dei massimi artisti della nostra epoca,
dedichiamo due pagine di questo numero del-
la Rivista.
2% e 3 di copertina: due calendari dell’Ottocento.
48 di copertina: Angelo con la colomba (antica
banderuola in ferro sul campanile della chiesa
parrocchiale di Varigotti - Savona).
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno III - n. 6 - Natale 1962 - Capodanno 1963
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedizio-
ne in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
L’Italsider nel 1962 pag. 1
Il favoloso Chagall » 6
I calendari » 8
Programmazione in Olanda e
Danimarca » 15
Diecimila notizie su di noi » 20
La pittura metafisica » 24
Il laminatoio «più bello d’Europa» » 30
Le grandi paure » 34
Vecchie “sopraelevate” di Genova » 42
A tutto il personale dell’ Italsider e alle famiglie
giungano i più fervidi auguri di un felice 1963
Il presidente
Ypueler
L’Italsider nel 1962
È consuetudine, nei bilanci necessariamente approssimati che si compiono ad ogni scadere
di anno, tentare di definire, con una espressione sintetica che ne riassuma risultati e tendenze,
le attività dei vari settori economici su scala mondiale.
Per quanto riguarda l'industria siderurgica, l’espressione più adeguata per definirne le ca-
ratteristiche nel 1962 è quella di “clima concorrenziale”. È questo, infatti, il clima che general-
mente si registra nei periodi di decelerazione del ritmo dello sviluppo economico generale.
Il 1962 è stato indubbiamente caratterizzato da un andamento di questo tipo. È da aggiun-
gere tuttavia che, a fine anno, la situazione sembra orientata verso un miglioramento.
In Italia, dopo tre anni di notevoli progressi, il settore industriale ha conseguito anche nel
1962 risultati indubbiamente positivi. Esso ha infatti segnato un incremento di circa l'8%, nei
confronti del 1Q6I.
La siderurgia ha contribuito efficacemente a questa nuova affermazione con un gettito di
3,5 milioni di tonnellate di ghisa e di 9,4 milioni di tonnellate d’acciaio, quantitativi che costi-
tuiscono nuove punte massime annuali.
Il più accentuato aumento del consumo di prodotti siderurgici ha comunque comportato un
ricorso all'importazione di entità superiore a quello, già rilevante, dello scorso anno.
L’approvvigionamento è stato peraltro facilitato dalla situazione internazionale, la quale
ha anzi rafforzato le posizioni di concorrenza, rendendo sempre più palese per la nostra indu-
stria dell’acciaio la necessità di quella evoluzione tecnica ed economica, secondo gli orientamenti
della siderurgia IRI-Finsider, che implica unità di produzione sempre maggiori, dislocate sul
mare, e sempre più spinta specializzazione.
‘ome negli anni precedenti l’ Italsider ha caratterizzato su scala mondiale lo sviluppo del-
la siderurgia italiana.
L’ Italsider è risultata ancora prima in Europa per produzione d'acciaio ; ha anzi accen-
tuato il distacco dalle altre maggiori società del continente.
Le sue principali produzioni hanno raggiunto tutte nuovi records : t 2.230.000 di coke me-
tallurgico, t 3.170.000 di ghisa, t 4.075.000 d’acciaio, t 3.080.000 di laminati a caldo e t 515.000
di laminati piani a freddo.
Gli incrementi rispetto ai risultati del 1961, nei quali, per uniformità di raffronto, è stata
conglobata la produzione dello stabilimento Siac di Genova-Campi, di cui l’ Italsider ha assunto
nel corso dell’anno la gestione in affitto, sono stati del 13%, per il coke, del 21%, per la ghisa, di
oltre il 5%, per l’acciaio e di circa il 5% per i laminati a caldo e a freddo.
Le produzioni dell’ Italsider hanno corrisposto al 90%, del gettito nazionale per la ghisa e
al 43% per l'acciaio.
L’apporto dei centri a ciclo integrale alla produzione complessiva aziendale è stato pari al
93% per il coke metallurgico, al 94% per la ghisa, all’ 87%, per l'acciaio e all’ 81%, per i la-
minati a caldo,
In particolare :
— il centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano ha prodotto : t 739.000 di coke, t 7.080.000 di
ghisa, t 1.711.000 d’acciaio, t 1.560.000 di laminati a caldo, t 515.000 di laminati a freddo
e t 159.000 di prodotti rivestiti.
— il centro di Piombino: t 602.000 di coke, t 1.057.000 di ghisa, t 1.003.000 d'acciaio e
t 270.000 di laminati a caldo.
— il centro di Bagnoli: t 745.000 di coke, t 867.000 di ghisa, t 838.000 d'acciaio e tonnellate
66r.000 di laminati a caldo.
Le rimanenti quote di produzione sono state conseguite : per il coke e la ghisa nello sta-
bilimento di Trieste, per l’acciaio nello stabilimento Siac di Genova-Campi, a Lovere e a
Trieste, per i laminati a caldo nello stabilimento Siac di Genova-Campi, a Lovere, Trieste,
San Giovanni Valdarno e Marghera.
L'amministratore delegato
Ada AL
Anche nelle produzioni delle seconde lavorazioni siderurgiche, dovute
agli stabilimenti di Savona, con la sezione di Cogoleto, a Lovere, allo
stabilimento Siac di Genova-Campi, a San Giovanni Valdarno, alla sezio-
ne di Torre Annunziata del centro di Bagnoli e, per i tubi saldati, a Ta-
ranto sono stati conseguiti buoni risultati.
All’aumentato livello produttivo ha corrisposto un soddisfacente anda-
mento delle vendite, accentrate in misura ancora maggiore dello scorso
anno sul mercato interno.
Sono state spedite circa 300.000 tonnellate di ghisa, t 210.000 di lin-
gotti e semilavorati, t 2.720.000 di prodotti finiti e t 365.000 di pro-
dotti di seconda lavorazione, di cui oltre 180.000 tonnellate di tubi saldati.
Particolarmente intensa è stata nel 1962 l’attività dell’ Italsider
nella realizzazione del programma di potenziamento, inquadrato nel più
vasto piano della siderurgia IRI-Finsider, che porterà la potenzialità
produttiva aziendale ad oltre 7,5 milioni di tonnellate di ghisa e a circa
9 milioni di tonnellate d’acciaio entro il 1966.
I lavori sono, come è noto, accentrati nei centri a ciclo integrale di
Cornigliano, Piombino e Bagnoli e nella costruzione del nuovo complesso
di Taranto.
Riferiamo sulle principali realizzazioni del 1962 in questi stabili-
menti :
— nel centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano sono entrati in esercizio
la quarta e la quinta batteria di forni a coke ; il terzo altoforno che, con
un diametro di crogiuolo di 28 piedi, è il maggiore d’ Italia e fra i più potenti
del mondo ; l'impianto per la produzione di ossigeno, necessario per aumen-
tare il gettito d'acciaio secondo i programmi, e quattro nuove coppie di
forni a pozzo. Sono proseguiti i lavori per il potenziamento della lamina-
zione a freddo e degli impianti di stagnatura e per l'installazione della
nuova linea di zincatura continua. Pressoché ultimata risulta la colmata
della nuova superficie marina e proseguono i lavori per la nuova banchina
che consentirà l’attracco di navi fino a 60.000 tonnellate di portata lorda.
Per i parchi e gli impianti di preparazione del minerale e per gli impianti
di agglomerazione si sta procedendo all'emissione degli ordini di fornitura
del materiale.
Nella sezione di Novi Ligure è entrato in avviamento produttivo il
nuovo centro di laminazione a freddo. Esso porrà l’ Italsider in grado di
soddisfare le esigenze sempre maggiori del consumo interno di laminati a
freddo, consumo di cui si prevede un largo sviluppo nei prossimi anni.
Novi, come è noto, potrà produrre nel 1965 circa 850.000 tonnellate
all’anno di lamierino a freddo, una cifra che si avvicina molto all'intera
produzione italiana del 1962.
— nel centro di Piombino sono proseguiti a ritmo intenso i lavori per
la de delle aree necessarie al rilevante previsto sviluppo produt-
tivo. E inoltre da segnalare l’entrata in esercizio di un impianto di gra-
nulazione della ghisa.
— per il potenziamento del centro di Bagnoli è stato firmato con l’ Ente
Autonomo del Porto l’atto di sottomissione che consentirà l’inizio dei la-
vori di riempimento degli specchi acquei dai quali si ricaveranno le aree
indispensabili per l'ampliamento dello stabilimento. Risultano già pratica-
mente ultimati i lavori per il prolungamento del pontile nord e sono pro-
seguiti quelli relativi alla costruzione della nuova fabbrica di ossigeno.
In avanzata fase di studio risulta la progettazione dell’acciaieria LD.
Sono entrati in esercizio il secondo forno di riscaldo del treno per nastri
stretti e quattro nuovi forni a pozzo. Sono proseguiti gli studi per il
potenziamento, nella sezione di Torre Annunziata, della produzione di
derivati della vergella in acciaio comune e ad alta resistenza.
— nel centro di Taranto è stata praticamente ultimata la preparazione
delle aree che saranno occupate dagli impianti per la produzione annua
di 2 milioni di tonnellate d'acciaio. Sono in avanzata fase la costruzione
di due batterie di forni a coke e in corso le fondazioni per altre due bat-
terie di forni a coke, per i due altiforni e per l’acciaieria.
Anche negli altri stabilimenti sono proseguiti, secondo le linee dei
programmi, il potenziamento e la specializzazione dei settori produttivi.
A Trieste sono in corso i lavori di ampliamento con la costruzione
di una nuova banchina di attracco e lo spostamento del canale Valmaura
per poter disporre delle nuove aree. È previsto entro breve tempo l’inizio
della costruzione della nuova fonderia per lingottiere.
A Lovere entrerà presto in esercizio un nuovo impianto continuo per
il trattamento termico dei cerchioni. Sono inoltre in corso gli studi per
la costruzione di una nuova acciaieria da 120 mila tonnellate annue.
Per quanto riguarda lo stabilimento di Savona sono state emesse le
ordinazioni relative ai miglioramenti da apportare al reparto fonderia
lingottiere e alla sistemazione, nella sezione di Cogoleto, della fonderia
tubi centrifugati per la serie di diametri piccoli.
Per Marghera sono proseguiti gli studi relativi al potenziamento del
treno per profilati medi.
A San Giovanni Valdarno è in corso il potenziamento del reparto
armamento ferroviario.
Nello stabilimento Siac di Genova-Campi sono entrati in esercizio
un impianto per la produzione di lamiere placcate, un impianto per la ri-
cezione della ghisa liquida dal centro ‘Oscar Sinigaglia”, il betatrone me-
tallurgico da 31 MeV, un nuovo forno a pozzo e una cesoia a lame circolari
per la rifilatura contemporanea dei due lati delle lamiere per tubi.
Nell’attuazione del proprio programma di sviluppo l’ Italsider adotta
tutti quei mezzi che consentono la riduzione dei costi e il miglior coordina-
mento sia tecnico che commerciale.
Alle realizzazioni di impianti devono essere aggiunte quelle per il
trasporto marittimo delle materie prime ai centri di produzione.
Nel 1962 la flotta dell’ Italsider, che è affidata în gestione alla Sider-
mar, si è arricchita di tre nuove motonavi, la “Fenice” da 22.400 tonnel-
late di portata lorda e la ‘‘Centauro” e la “Gemini” da 36.000.
Nel corso dell’anno sono state inoltre varate le motonavi “Sagittarius”
e “Galassia”, anch'esse da 36.000 tonnellate di portata lorda.
Attualmente la flotta dell’ Italsider consta di 12 unità oceaniche în
esercizio per un totale di 258.894 tonnellate di portata lorda.
Quando saranno state consegnate le motonavi ‘“Sagittarius”, in alle-
stimento a Monfalcone presso î Cantieri Riuniti dell’ Adriatico, e la mo-
tonave “Galassia”, in allestimento presso î Cantieri Ansaldo del Mug-
giano, la flotta dell’ Italsider conterà 14 unità oceaniche ed avrà una
portata complessiva di 330.900 tonnellate di portata lorda.
Nell'ambito di queste attuazioni è anche da segnalare l’entrata in
esercizio nel marzo del 1962 delle motochiatte Italsider I e Italsider II
per il trasporto dei minerali di ferro dall’Elba al complesso di Piombino.
L'attività dell’ Italsider non è soltanto volta alla soluzione dei proble-
mi di impianti e di produzione. Con lo stesso impegno l'azienda affronta
e risolve i problemi del personale.
Attualmente |’ Italsider impiega direttamente oltre 36.000 lavora-
tori, compreso il personale proveniente dalla Siac, con un aumento effet-
tivo di occupazione rispetto allo scorso anno di quasi 3.000 unità.
Le relazioni fra direzione e personale sono state improntate anche
nel 1962 alla consueta massima collaborazione, come hanno dimostrato gli
accordi raggiunti con le varie organizzazioni dei lavoratori e l'adesione
a tutte le iniziative intese a creare un miglioramento delle condizioni di
lavoro e di vita e, nel tempo stesso, una maggiore efficienza produttiva.
Ricordiamo, in particolare, la cura con cui sono stati affrontati i pro-
blemi della selezione e dell’addestramento e applicate le tecniche di orga-
nizzazione e di valutazione delle mansioni con adeguamento al nuovo li-
vello tecnologico.
Nel campo sociale le realizzazioni sono state numerose, seguendo ed
accentuando quell’orientamento che già da anni caratterizza la politica
aziendale dell’ Italsider.
Segnaliamo in questo settore la nuova offerta di azioni della società
a particolari condizioni di favore, il perfezionamento qualitativo e quan-
titativo dell’assistenza alle maestranze e alle famiglie, l'inaugurazione di
un nuovo modernissimo soggiorno montano in Val di Susa, la consegna di
526 appartamenti, nel quadro del programma decennale di costruzioni di
case per il personale.
Sono infine da sottolineare le varie iniziative culturali di cui i circoli
aziendali di tutti gli stabilimenti si sono fatti promotori in base ad un
organico e coordinato piano di sviluppo delle attività ricreative.
Da questa sintesi, forzatamente incompleta, si rileva che il 1962 è
stato per l’ Italsider în tutti i settori un anno di intenso lavoro, teso al-
l'attuazione di un programma veramente impegnativo per dare al Paese
l’acciaio a basso prezzo necessario all'ulteriore affermazione in campo eco-
nomico e, nello stesso tempo, per contribuire a quell’elevamento sociale di
cui ogni risultato economico va considerato la premessa indispensabile.
Il ‘“‘Premio Mazzali”
alla Rivista Italsider
Il premio “Guido Mazzali” è stato assegnato, per il 1962, a Carlo Fe-
deli, direttore responsabile della Rivista Italsider.
Sorto per iniziativa della Rivista ‘“L’ Ufficio Moderno” di Milano, il
premio viene destinato al pubblicista che durante l’anno si sia maggiormente
distinto come direttore o redattore di un giornale aziendale o di categoria
oppure come collaboratore o compilatore di testi di una campagna pubbli-
citaria di propaganda o di pubbliche relazioni, nella creazione di slogan
eccetera.
Lo scorso anno, nella sua prima edizione, la medaglia d’oro del premio
fu assegnata allo scrittore Libero Bigiaretti, direttore di “Notizie Olivetti”
e di “Notizie di fabbrica”. Quest'anno, nel decidere l’assegnazione alla
nostra Rivista, la giuria, presieduta dall’on. prof. Roberto Tremelloni e
costituita da Massimo Alberini, Lorenzo Manconi, Antonio Palieri, Gino
Pestelli, Dino Villani e Ignazio Weiss, ha inteso non soltanto dare un
riconoscimento alle nostre pubblicazioni aziendali, ma valorizzare tutta la
organizzazione € l’attività svolta dalle Pubbliche Relazioni dell’ Italsider.
La cerimonia della consegna del premio avrà luogo a Milano, al Circo-
lo della Stampa, il 12 gennaio prossimo. °
Il premio
< CIRIEC »
al bilancio 1961
dell’ Italsider
La relazione di bilancio dell’ Italsider per il
1961 e la sua edizione filmata sono state pre-
miate con la ““V Targa d’oro CIRIEC”, isti-
tuita nel 1958 per iniziativa dell’ Istituto per le
Pubbliche Relazioni di Milano e del Centro di
ricerche sulle imprese di pubblica utilità e pub-
bliche.
L'assegnazione alla nostra società della Targa
d’oro (che costituisce l'Oscar del bilancio per le
imprese di pubblica utilità esercenti attività pro-
duttive e che lo scorso anno premiò il bilancio
dell’IRI) intende, come dice la motivazione della
giuria, «esprimere anzitutto un riconoscimento
per quanto le società dalle quali è nata (Ilva e
Cornigliano) già hanno fatto negli anni scorsi,
quando le esigenze attuali di relazioni di bilancio
st andavano delineando per î più sensibili a tali
problemi, ma ancora non avevano raggiunto l
attuali diffuse affermazioni.
La relazione del primo esercizio sociale Ital-
sider, pur nelle circoscritte dimensioni attuali,
presenta una impostazione idonea a una orga-
nica trattazione ed è premessa di futuri sviluppi.
In modo particolare sono da apprezzarsi la
tendenza ad una articolazione analitica della si-
tuazione patrimoniale in voci numerose e la se-
parata raccolta di dati e grafici specie per il
proposito di raffrontare i valori aziendali a quel-
li del Paese, dell’ Europa e del mondo e di
scomporli negli apporti dei singoli stabilimenti.
Va anche ricordato che la relazione dei sin-
daci non è ridotta, secondo una invalsa trascu-
ratezza, a poche parole di circostanza, ma è
spiegata în un discorso compiuto.
Quale documentazione complementare di in-
dubbia efficacia merita infine di essere segnalata
l’edizione filmata del bilancio ‘‘ Film-relazione
1961”, che un primo interessante
tentativo di utilizzare lo strumento cinematogra-
costituisce
Il ministro del Tesoro, on. Tremelloni, consegna la targa
d’oro CIRIEC al presidente dell’ Italsider, ing. Marchesi.
fico per una migliore e più diffusa conoscenza
della gestione aziendale nel vasto pubblico degli
azionisti e dei lavoratori dell’azienda ».
La consegna della Targa d’oro è avvenuta il
3 dicembre scorso alla Camera di Commercio di
Milano, nel corso di una solenne cerimonia alla
quale hanno presenziato il giudice costituzionale
Jaeger, il prefetto Spasiano, il sindaco di Mila-
no Cassinis e numerosi esponenti del mondo eco-
nomico, finanziario e culturale milanese tra
cui il dr. Borletti nella sua qualità di presi-
dente della “Rinascente”, al cui bilancio è stato
assegnato quest'anno l’Oscar dell'Istituto per
le Pubbliche Relazioni. Per l'Italsider ha riti-
rato il premio il presidente ing. Marchesi, che
era accompagnato dal
rag. Ghio e dal dr. Savarese.
Dopo il saluto del presidente della Camera di
Commercio, dr. Radice Fossati, e del presidente
della giuria, dr. Antonelli, ha preso la parola
il ministro del Tesoro, on. Tremelloni. Egli ha
sottolineato l’importanza di relazioni di bilancio
condirettore generale
oneste è oggettive rilevando come si renda sem-
pre più necessario che tutti i cittadini, nella loro
qualità di produttori, risparmiatori, consumatori,
investitori, abbiano accesso
plessivo e alle vicende analitiche dell'economia
del Paese. In questa universalizzazione dei fatti
vi è l'interesse dell'impresa e l'interesse generale
che si fondono e che si integrano.
L'on. Tremelloni, consegnando all’ing. Marchesi
la Targa CIRIEC, ha poi detto:
«stimolare la formazione, la presentazione e la
diffusione di buoni rendiconti, di rendiconti onesti
e oggettivi, di un'informazione valida e non gra-
vata dal peso di reticenza, di una spiegazione
accettabile dei giudizi emessi da coloro che am-
tutto ciò è stato reputato, dagli or-
ganizzatori di questo premio, come vantaggioso
apporto all’economia del Paese nel suo insieme ;
al panorama com-
d’oro
ministrano :
e non soltanto sebbene in misura rilevante
come utile contributo al buon andamento delli
singole unità aziendali. Il progresso, nelle cose
economiche, è legato largamente a codesto pro-
gredire nelle narrazioni documentate e nei raf-
fronti di quanto si è fatto e di quanto ci si pro-
pone di fare ».
L'ing. Marchesi, nel ringraziare il ministro,
ha sottolineato come |’ Italsider tenda a pub-
blicizzare sempre più le sue attività e quindi
anche il suo bilancio annuale, proprio in con-
siderazione dell'importanza assunta dalla so-
cietà nel quadro della vita economica italiana.
La consapevolezza di questa importanza im-
pegna sempre più © suoi amministratori in ogni
specialmente in quello del bilancio.
La responsabilità di un bilancio è poi parti-
colarmente delicata quando si parla del program-
ma futuro di una società. E a questo proposito
l’ing. Marchesi ha ricordato come il piano di
sviluppo dell’ Italsider per il prossimo triennio
preveda l'investimento di altri 500-600 miliardi
di lire.
Dopo la consegna del premio CIRIEC è sta-
ta proiettata, al Circolo della stampa, Palazzo
Serbelloni, la ‘*Film-relazione 1961”. In
comitanza con l'assegnazione del premio, il film
è stato presentato agli azionisti interni ed esterni
in tutte le città ove hanno sede gli stabilimenti
sociali dell Italsider.
Al Circolo della stampa di Napoli il docu-
mentario di Valentino Orsini è stato presentato
dall’amministratore delegato dr. Redaelli Sprea-
fico ; i direttori generali della società ing. Pesca-
tori, ing. Puri, ing. Scotto, rag. Ghio hanno illu-
strato rispettivamente il film a Piombino, a
Novi, a Lovere e a Marghera. L'ing. Colombo
ha presentato il film a Trieste, l'avv. Einaudi a
a San Giovanni Val-
settore, @
comn-
Savona e il dr. Savarese
darno.
ITALSIDER
ALTI FORNI E ACCIAIERIE
RIUNITE ILVA E CORNIGLIANO
ESERCIZIO 1961
ASSEMBLEA ORDINARIA
E STRAORDINARIA
DEL 26 APRILE 1962
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Dalla relazione
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a sinistra: la copertina della relazione di bilancio Italsider per il 1961 e i grafici che la illustrano. La copertina
costituisce un raccoglitore in cui sono riuniti due fascicoli separati, di comoda consultazione. Il primo contiene le re-
lazioni del consiglio di ini ione e del collegio sindacale, lo stato patrimoniale e il conto dei profitti e delle per-
dite, Il secondo fascicolo contiene una serie di grafici e di tabelle illustrative.
a destra: una sintesi della “Film-relazione 1961”. I fotogrammi qui riprodotti si riferiscono esclusivamente alla parte
grafica del documentario. Nel numero scorso della Rivista abbiamo riprodotto un’altra serie di fotogrammi relativi a
quella parte più strettamente documentaristica con la quale si è cercato di mostrare allo spettatore la realtà che è die-
tro le nude cifre di bilancio della nostra società.
Il favoloso
Chagall
Mare Chagall è il pittore della favola mo-
derna. La sua visione è ancora quella del fan-
ciullo pieno di fantasia, sognatore e poetico,
che nacque nel piccolo villaggio russo di Vitebsk.
Ogni cosa per lui si fonde in una luce altissima,
che accende colori da antico dipinto bizantino.
Eppure la sua favola, così candida e piena di
entusiasmo, non si smarrisce mai nell’irreale ;
esalta anzi il senso della realtà e della vita,
anche quella più umile, nel cielo di una verità
di poesia. È per questo che il poeta Guillaume
Apollinaire, davanti ai suoi quadri, esclamò :
«Questo è supernaturalismo ».
Il merito di Chagall è inoltre quello di aver
raccontato questa realtà nella dimensione della
grande pittura, correndo tutte le avventure
delle più audaci interpretazioni dell’arte con-
temporanea, nella piena decifrabilità delle sue
immagini. Le quali possono apparire in sulle
prime sconcertanti per gli angeli volanti, i rab-
bini verdi, le teste di capra, le vecchie isbe,
inserite nel campo pittorico con l'assoluta li-
bertà delle proporzioni e delle relazioni di fan-
tasia. Ma basta un poco di attenzione per ac-
corgersi del profondo spirito di verità, di me-
moria, di gioia e di nostalgia per tutte le crea-
ture del mondo, che dai suoi dipinti si manifesta
con una interpretazione che possiede il forte
sentimento di una “storia popolare” e la lim-
pidezza delle creazioni più audaci dell’arte
contemporanea. Ci piace estrarre dalla poderosa
biografia di Franz Meyer, che è apparsa pro-
prio in questi giorni anche in Italia in una bel-
lissima edizione del Saggiatore di Milano, il
brano relativo al giovane Chagall che nel 1910,
a ventitré anni, sbarca a Parigi, la capitale
dei grandi maestri della pittura moderna, per
iniziare la sua grande avventura artistica, che
prosegue tuttora con la più fresca vena del cuore.
«Quando Chagall, sul finire dell’estate del
1g1o, scese alla Gare du Nord, a Parigi, gli
parve di uscire da una caverna nella piena
luce del giorno. La vita della strada, gli uo-
mini, i colori, la pienezza della luce, tutto
questo era nuovo e travolgente. Più di tren-
t’anni dopo scrive al proposito: « ... come spin-
ia
fo ah
«Davanti a casa» (disegno a penna del periodo russo).
to dal destino ... sono arrivato a Parigi. Le
parole mi salivano dal cuore alle labbra. E
quasi mi soffocavano. Balbettavo. Le parole si
incalzavano, bramose di illuminarsi a questa
luce di Parigi, di farsene adorne ».
Viktor Mekler, che già da un anno era ve-
nuto a Parigi con Miestscianinov, venne a ri-
cevere l’amico alla stazione, e Chagall passò
quei primi giorni nella camera di Mekler, in
un alberghetto al Carrefour de l’Odéon.
Ma molte cose si erano mutate fra i due
amici. Mekler, a differenza di Chagall, non era
di idee molto progressiste nel campo dell’ar-
te. Naturalmente a Parigi ostentava il vestire
più bohémien, aveva un aspetto trasandato e
quando venne a prendere Chagall alla stazio-
ne era addirittura in pantofole. Ma i suoi mo-
delli artistici, con vero sgomento del suo amico,
erano Zuloaga e Sargent. Davanti ai nuovi
quadri di Chagall rimase sconcertato. Poco tem-
po dopo fra i due amici s’accese una -discus-
sione piuttosto aspra, che pose fine alla loro
amicizia. Mekler tornò in Russia nell’estate
del 1911.
Per quanto la prima impressione di Parigi
fosse stata grandiosa e profonda, tuttavia al-
l’inizio Chagall si senti perduto nella grande
città. « Solo la grande distanza che separa
Parigi dalla mia città natale mi ha trattenuto
dal tornarvi immediatamente, o almeno dopo
una settimana o un mese » scrive ne La wi
vita. Il critico russo J. A. Tugendhold, lo
aiutò a superare le difficoltà iniziali. Il pittore
Ehrenburg, parente dello scrittore, gli lasciò
il suo studio, due grandi stanze arredate alla
maniera borghese con corridoio e cucina.
Poiché non aveva bisogno di due stanze, e
l'affitto per entrambe era troppo alto, ne die-
de una in subaffitto al pittore Malik, che si
occupava soprattutto di eseguire delle copie.
Chagall viveva nel modo più semplice e
cercava di fare delle economie sui 125 franchi
dell’assegno di Vinaver. Spesso comperava in
un negozio di Montparnasse dei vecchi qua-
dri, che erano più a buon mercato della te-
la nuova, e vi dipingeva sopra.
Una fotografia che Chagall mandò al padre
come cartolina illustrata, ce lo mostra davanti
alla grande Fontaine de l’Observatoire, con i
cavalli di bronzo e il gruppo allegorico dei
Quattro Continenti di Carpeaux. Egli è ora un
cittadino della metropoli, del mondo. Quale
differenza con le: ultime fotografie di Pietro-
burgo!
Chagall a Vence (foto Kurt Blum).
Chagall frequentò l’ Accademia “La Palette”
dove insegnavano Le Fauconnier e Segon-
zac, e la ‘Grande Chaumière”, dove sorsero
gli studi di nudo ancora oggi esistenti. Ma
più profondamente agirono su di lui le visite
ai musei, alle gallerie private e ai grandi Salon.
« È al Louvre che mi sentivo maggiormente a
mio agio » scrive ne La w/a vita. E i vecchi
maestri, di cui incontrava le opere, gli sem-
bravano “amici, scomparsi da tanto tempo. Le
loro preghiere, le mie. Le loro tele illumina-
no il mio viso infantile ». Quelli che allora lo
colpirono di più furono Manet, Delacroix,
Géricault, Courbet, Millet, Rembrandt, Le
Nain, Fouquet, Chardin, Watteau, Uccello e
persino il Bassano; un po’ meno Tiziano e
Tintoretto, che gli sembravano ‘alta borghe-
sia”. Nello stesso tempo cercava la sua via
nella pittura contemporanea; da Durand-
Ruel si potevano vedere Renoir e gli Impres-
sionisti, da Bernheim Van Gogh, Gauguin e
Matisse. Solo da Vollard, Chagall non osava
entrare, sconcertato dalla burbera figura del
commerciante.
Nel 1910, poco dopo il suo arrivo a Parigi,
Chagall visitò il Salon d’Automne. Fra cen-
tinaia d’altre, erano esposte opere di Bonnard
Dalla sopraccoperta del volume di Franz Meyer su Chagall.
e Matisse, di Gleizes, Roger de la Fresnaye e
Le Fauconnier. « Certamente, scrive Chagall,
io sapevo esprimermi nella mia città lontana,
nella cerchia dei miei amici. Ma bramavo di
vedere con i miei propri occhi ciò di cui
avevo sentito parlare da lontano; questa ri-
voluzione dell’occhio, questo movimento cir-
colare dei colori, che, come voleva Cézanne,
si compenetrano l’un l’altro, spontaneamente
e insieme consapevolmente, in un lieve scor-
rere di linee, o che, come in Matisse, domi-
nano liberamente. Tutto questo non si pote-
va vedere nella mia città. Il dell’arte
splendeva allora soltanto a Parigi, e anche
oggi mi sembra che non esista una rivoluzio-
ne dell’occhio maggiore di quella che trovai
nel 1910 al mio arrivo a Parigi. I paesaggi,
le figure di Cézanne, di Manet, di Monet,
Seurat, Renoir, Van Gogh, il Fauvismo di
Matisse e tanti altri mi riempivano di stupore.
Mi attraevano come un fenomeno naturale ».
Le lezioni all'Accademia gli sembrarono
più tardi di così scarsa importanza che nei
suoi ricordi le dimentica completamente. « A
Parigi, scrive, non frequentai né accademie
né maestri. Li trovavo nella città stessa, ad
ogni passo, in tutto. Erano i venditori al mer-
sole
cato, i camerieri dei caffè, le portinaie, i con-
tadini, gli operai. Intorno ad essi si librava
quella luce straordinaria che significa libertà
(‘“Lumière-liberté””), una luce che io non ho
visto in nessun altro luogo. E questa luce
scorreva senza fatica nei quadri dei grandi
maestri francesi, e trovava nell’arte la sua ri-
nascita. E così sorse in me imperioso il pen-
siero: solo questa luce-libertà, più splendente
di tutte le fonti luminose artificiali, può crea-
re quadri così sfavillanti, in cui tutte le no-
vità della tecnica appaiono così naturali co-
me il linguaggio, i movimenti, il lavoro della
gente che si incontra per la strada ».
L’emozione di questa luce chiara e dei co-
lori intensi fu l’esperienza centrale del primo
periodo parigino. Nel linguaggio artistico di
Van Gogh e dei Fauves, Chagall trovò i mez-
zi per tradurre questa esperienza in pittura.
All’inizio Van Gogh era in primo piano, Van
Gogh con la sua ‘profetica fiamma”, come
dice Chagall. Certo egli aveva già ammirato
i suoi quadri in Russia, ma solo ora, al con-
tatto con la luce-libertà, l’esperienza deve ad-
divenire feconda».
(dalla biografia Mare Chagall di Franz Meyer,
per gentile concessione del Saggiatore, Milano).
sani forti è i più furbi sono quelli che squassano i gor
COME VA IL MONDO?
CALENDARIO |
TENTRO DELLE VARIETÀ MONDIALIS
DI COMMEDIE E DUADRI DISOLVIBILI
MECCANISMI A FUOCO LIDUIDO
ED A SANGUE VIVO
nio MANFREDO MANFREDI
Venozia 1470;
Via Veni TdiZ,: Bologna
Prezzo pel rogna cost. 20
1. Rezziefiio. - Tiro quasto più poso — 2 L - Tirerò finché potro. —
3. Realista. - Questo è mio, fo voglio — 4. Pagnetiante. - È mio: a me si deve. — 5, Petro-
@ Sere, - Sarà Gi Chi è più forte. — 6, Il Mondo. - Maledetto interesse L. ognuno ini sbrana.
do Î chacun ne déclire
I due calendari riprodotti in queste pagine, conservati a Milano presso la Civica Raccolta Bertarelli, ebbero molto sue-
cesso e furono ristampati per anni: se ne può vedere ancora qualche esemplare in certe vecchie case di campagna.
Dopo gli orologi, di cui ci occupammo nel-
l’ultimo numero dello scorso anno, ecco ora
alcuni interessanti appunti per una storia del
calendario, raccolti da Vincenzo Lacorazza per
la nostra Rivista.
Illustriamo questo articolo con una serie di
riproduzioni di calendari di varie epoche. Ap-
pare evidente da queste immagini come lunari,
calendari e almanacchi abbiano sempre rappre-
sentato per l’uomo un fertile terreno per la
fantasia.
I calendari
Solare si dice il calendario fondato sull’ap-
parente rivoluzione del sole attorno alla ter-
ra. Lunare quello che si basa sul raggruppa-
mento in anno di un certo numero di rivo-
luzioni della luna attorno alla terra. Luniso-
lare quello che ristabilisce l’equazione tra anni
Je plus fourbes ct les plus forts dbraniont das faiile< st les dupes
COMMENT VA-T-IL LE MONDE?
CALENDRIER
pour l' annéo
f. Riaclicanaire. - Jo firo toot co que je pois. — 2. Rigubicain. - Jo firorai jasqu' au bout
—_3 Manarabiste. - C'ost le micn, jo Je veus. — L'icome au galena. - C'est le mien; je dois
Favoir. — 5. Le Petroleur. - De sera de cebui qui est pùss fort. — . La Munde. - Maudit égoisme,
solari e anni lunari mediante intercalazioni di
settimane e mesi supplementari. Astronomico
è il calendario esattamente relativo alla dura-
ta dei moti celesti, civile quello arrotondato
allo scopo di eliminare le frazioni di giorno.
Il calendario che abbiamo di solito sottoma-
no o alla parete è un calendario civile. Ci so-
no poi altri tipi di calendari, come quello giu-
diziario, quello perpetuo, che sono tali solo
in senso lato. Il calendario giudiziario viene
fissato ogni anno dal presidente della Corte
d’appello per le udienze penali e civili da te-
nere nella sua circoscrizione ed è un calenda-
rio di lavoro. Perpetuo si dice quel calenda-
rio che sotto forma di tabella o di scala pre-
senta le variabili periodiche che intervengono
nella compilazione del calendario. È dunque
tale perché se ne perpetua la praticità nel
tempo, adattandolo alle circostanze. Questo
calendario fa bene a chiamarsi perpetuo al
pari del moto omonimo. Sono stati scritti dei
volumi sull’argomento, è uno dei campi di
battaglia preferiti dai matematici dilettanti,
un tema obbligato di qualunque trattatello
sul calendario, sicché il lettore ci permetta di
cominciare da esso la breve esposizione.
Col calendario perpetuo si entra subito in-
fatti nel merito dei calendari, che è quello di
stabilire alcuni pochi punti fissi, valevoli per
tutti. In genere il calendario serve a porre al
cronologista e quindi allo studioso delle date
a raffronto, facendo così saltare subito agli
occhi, come il termometro e meglio la colon-
nina di mercurio, una situazione. D'altra parte
non sempre aiuta la cronaca e la fantasia con
la sua schematicità. Una data dice ben poco
se non è integrata da altri elementi, come una
temperatura senza conoscere il paziente e il
suo stato generale dirà poco al medico. Se il
calendario normale è un termometro, questo
è già qualcosa di più, si avvia ad essere una
cartella clinica, e non è dunque tanto campato
in aria, al pari del moto perpetuo che s’è
detto, se risponde a una esigenza tanto sen-
tita: quella di mettere ordine tra la congerie
di calendari esistenti.
L’anno solare è in media di 365,242198
giorni. I popoli che si avvicinarono di più a
questa misura furono gli Olmechi, seguiti da-
gli Aztechi e dai Maya, autori costoro oltre
che del più esatto calendario dell’antichità,
anche del più bello.
La struttura del calendario Maya, era la se-
guente: c’era anzitutto una serie religiosa di
zo segni per i giorni, con numeri che an-
davano da 1 a 13 e davano complessivamente
260 giorni sacri, diciamo. Accanto a questa
ce n’era un’altra civile che, con 18 segni per
i mesi e zo per i giorni, seguiti da ulteriori
s segni per altri 5 giorni di giunta, faceva
365 giorni, anzi 365,242129 giorni, che è mi-
sura vicinissima a quella odierna.
I Maya non elevavano le loro gigantesche
ippi
mMardbn®
TRA EL CARTEE EL POLLI, —
costruzioni quando ne sentivano la necessità,
ma quando il calendario lo comandava. Il che
significa che essi erigevano un nuovo edificio
a ogni scadenza decisiva secondo i calcoli e le
previsioni astronomiche, facendo del calen-
dario (ossia del loro sistema di numerazione e
figurazione dei giorni, mesi, anni, cicli ven-
tennali e multipli di venti), un motivo strut-
turale della costruzione, il numero dei gradi-
ni, ad esempio, o ornamentale di essa.
Olmechi, Aztechi, Maya, trovandosi forse
tanto vicini all’Equatore ed esposti con le
terre alla perentoria presenza di quest’astro,
ebbero un calendario solare. Riti e sacrifici si
celebravano lì secondo questo calendario, che
si chiama e si rappresenta anche come ruota
del tempo, che gira come una trottola, imi-
tando il sole naturalmente, e presenta fasi o
facce sorridenti e crucciate, stagioni propizie
e stagioni avverse, anni magri e anni ricchi.
Com'è stato osservato nel catalogo della mo-
IO
qui accanto: quattro incisioni su legno ispirate ai mesi
dell’anno in un calendario tedesco del 1438. Nel Medioe-
vo fu molto diffuso l’uso di rappresentare nei calendari
le allegorie dei mesi. Queste immagini rustiche ci of-
frono le prime evocazioni realistiche della vita quotidia-
na anticipando in un certo senso la pittura del paesaggio.
sotto: (a sinistra) il mese di gennaio in un calendario
tedesco uscito a Lipsia nel 1491, inciso su legno e colo-
rato a mano: (a destra) calendario di tipo perpetuo per
gli anni dal 1478 al 1491, Entrambi questi calendari so-
no conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi.
pagina a fianco, in alto: foglio di ottobre di un calendario
del 1795. L’incisione in legno rimase per molto tempo in
voga per i calendari popolari anche dopo l'apparizione
della tecnica di incisione su lastra di rame.
in basso: l'illustrazione del calendario raggiunse livelli
Itissimi con le splendid iniature simboli i i mesi
nei breviari e nei “libri d'ore” del XV secolo: ecco “la
festa del mese di maggio” nel libro d’ore della duchessa
di Borgogna (Museo Condé, Chantilly).
Le illustrazioni di queste due pagine sono pubblicate
per cortese concessione delle Riviste: Graphis (in bianco
e nero) e L’Oeil (a colori).
stra d’Arte messicana che si tiene attualmente
a Roma, in una società in cui tutto è sotto-
messo al ritmo cosmico e nella quale il rito
è l’unica possibilità di partecipazione, di scon-
giuro, di difesa, lo studio dei fenomeni solari
e la misura del tempo diventano tanto più
drammaticamente scienza in quanto da essi
dipendono la vita e la sopravvivenza.
Cinesi, Ebrei, Musulmani, Greci, Romani,
ebbero invece calendari lunari o lunisolari,
meno drammatici e meno esatti in conseguenza.
I Cinesi cominciavano l’anno — e la festa
L
ur
URTI
è ancora in uso, pur avendo essi da qualche
anno adottato il calendario nostro, il Grego-
riano di cui diremo — alla prima luna nuova
dopo l’entrata del sole nella costellazione del-
l'Acquario, tra il 21 e il 19 febbraio. Avevano
mesi di 29 e 30 giorni, un intercalare, ovvero
un mese supplementare, ogni trenta e data-
vano dal 2697 a.C.
Gli Ebrei datavano dal 3761 a.C., l’anno
della Creazione o Anno Mundi, e avevano
anch'essi mesi di 29 e 30 giorni, con anni detti
difettosi, regolari, perfetti, di 353, 354, 355
NA
è È a
< uil,
S dea 8»
giorni. L’anno bisestile era presso gli Ebrei
di un mese più lungo del normale e a seconda
che fosse difettoso, regolare, perfetto, risul-
tava di 383, 384, 385 giorni. Celebravano il
Capodanno, Resh Hashana, il primo e secondo
giorno del Tisbri, che è il primo mese del
loro anno ma non corrisponde a gennaio,
piuttosto al nostro settembre, con numerose
altre feste, tuttora in vigore. Ad esempio,
quella del giorno della Riconciliazione, il Yow
Kippur, dei ‘Tabernacoli, il Sykkoh, della Rico-
gnizione della Legge, la Simbath Torab, pure
tabula.
Weinmonat hat xxx1 Tage.
Colman, Gallus, LucaSEo, Wrfula,
gu ppi e
2B
cadenti nel Tishri, e altre ancora naturalmente,
per la maggior parte mobili.
Lunare è pure il calendario musulmano.
Trenta anni in questa cronologia costituiscono
un ciclo. Nel ciclo, molto più spesso che nel
nostro, e al pari del calendario ebraico, si han-
no più frequenti bisestili. Sono bisestili il 29,
59, 79, 10%, 139,160, 189, 219, 249, 260, 29° an-
no. Com'è noto in quel calendario la data-
zione comincia dal 622 d.C., dall'anno del-
l’Egira, la fuga di Maometto nel deserto.
Per i Musulmani il giorno non finisce a
mezzanotte, come da noi, ma al tramonto €
mi pare che il ngezzin quando grida dall’alto
del minareto annunci appunto la fine del
giorno. La notte, almeno dal punto di vista
del calendario religioso, viene a far parte del
giorno successivo. I mesi si chiamano Mwburran,
Safar, Rabia I, Rabia II, Inmada I, Jumada II
Rajab, Shaban, Ramadan, Shamwal, Zu lkadah,
Zu lbijjab. Il Ramadan, mese del digiuno, fi-
nisce di sera.
Quanto ai Greci, che ci introducono al
problema essenziale del calendario, quello di
mettere alla pari calcolo e realtà, stagioni con
venzionali con stagioni reali, si davano ogni
otto anni, la cosiddetta ectaeride, tre mesi sup-
plementari, denominati ewbdlizoi, disponen-
doli, nel 3°, 5° e 8° anno, ed entro questi col-
locandolo dopo il sesto. Si aveva in tal caso
due volte lo stesso mese, e per distinguerlo
dal primo lo si chiamava denteros.
Nella cronologia preromana e numana, da
Numa Pompilio, il calendario era sempre di
origine lunare, epperò l’anno aveva 355 gior
ni perché a Roma fin da allora si riteneva in-
fausto il numero pari. Gli embolimoi qui ve-
nivano denominati mercedoni.
Fu Giulio Cesare, com'è noto, a fare la
prima grossa revisione del calendario, introdu-
cendo la cosiddetta riforma giuliana e promul-
gando il calendario Giuliano, per pareggiare
il disavanzo che in tanti anni s'era venuto sta-
bilendo tra calendario e stagioni.
Egli dispose che l’anno 708 di Roma avesse
445 giorni ma non c’è accordo tra gli sto-
dot. € SY S antquauniaà
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PARMA. DALLA FIAWFRRIA LUPRRLALA
rici, 445 secondo la testimonianza di Censo-
rino, 443 secondo quella di Macrobio — e
perché in avvenire tra le due numerazioni non
si verificasse di nuovo quel disavanzo, lasciò
inalterati i mesi di marzo, maggio, luglio,
ottobre, oltre che di febbraio, e fece aggiun-
gere due giorni a gennaio, agosto, dicem-
bre; uno ad aprile, giugno, settembre, no-
vembre, stabilendo altresi che ogni 4 anni,
fra il 23 e il 24 febbraio, si intercalasse un
giorno, il quale si disse, secondo il modo dei
Romani di cominciare a contare il nuovo mese
dalla metà del vecchio, bis sexto Kalendas mar-
fias, donde il nome comune di bisesto e l’ag-
gettivo bisestile.
A tutt'oggi è in discussione la maniera con
cui in pratica avvenne la collocazione del bi-
sesto. Pare che i pontefici, ai quali era affi-
data in Roma, come dovunque nell’antichità,
l’amministrazione del calendario, intercalasse-
ro ogni 3 anziché ogni 4 anni!
Fatto si è che nessun riguardo si ebbe nel-
la riforma giuliana per i moti della luna, do-
vendosi considerare del tutto fortuita la cir-
costanza segnalata dagli storici della coinciden-
za della luna nuova col primo giorno del pri-
mo anno giuliano.
Diffusosi il Cristianesimo e stabilitosi dal
Concilio di Nicea che la Pasqua doveva cele-
brarsi la prima domenica dopo la decimaquarta
luna del primo mese, ossia al termine astro-
nomico più prossimo all’equinozio di prima-
vera, detto anche termine pasquale, l’osser-
vazione del cielo, da Tolomeo a Copernico,
si andò appuntando sempre più sul satellite
e, dalla registrazione nei calendari della du-
rata delle lunazioni risultata imprecisa, si
maturò l’altra celeberrima riforma, quella
gregoriana.
Si vide che l’equinozio di primavera anzi-
ché intorno al 21 veniva a cadere effettiva-
mente, alla fine del XIII sec., intorno al 13
marzo e verso la fine del XVI intorno all’11.
Si calcolò che il termine pasquale era antici-
pato di 1 giorno ogni 312 anni e mezzo. Con
quel passo si sarebbe arrivati a 4 giorni verso
il 1800. E allora, secondo un piano elaborato
dal matematico napoletano Lilio, sottoposto
all'approvazione di scienziati di tutto il mon-
do, in una scena tramandataci in varie stam-
pe e da una bella tavola di Biccherna, papa
Gregorio XIII promulgò la correzione e si
ebbe il calendario tuttora in vigore da noi.
Ecco in poche parole in che cosa consistet-
te e consiste la riforma gregoriana: ritenutosi
che l’equinozio cadesse ormai l’ 11 marzo e
che il termine pasquale venisse anticipato a
quell’epoca di 3 giorni ogni 400 anni, si di-
spose che la data del 4 ottobre 1582 fosse
seguita da quella del 15, con un salto di 10
giorni. Per non far allontanare poi dal 21
marzo l’equinozio, coi conseguenti inconve-
nienti segnalati per stabilire la data di Pasqua,
si ordinò la soppressione del bisesto in tutti
gli anni centenari, fatta eccezione per i mul-
tipli di 400.
Ulteriori modifiche si ebbero durante la Ri-
voluzione francese. Fu stabilito che l’anno do-
vesse cominciare con l’equinozio d’autunno,
come avviene nel calendario ebraico, ad esem-
pio. Tutti i mesi furono fatti pari a 30 giorni,
fu abolita la settimana e creata la decade.
LA CUCCAGAA ra
Avanzavano 5 giorni alla fine dell’anno, fu-
ron detti sans-cu/ottidides e destinati alle feste
della Virtù, del Genio, del Lavoro, della Opi-
nione, delle Ricompense. Venne cambiata la
denominazione dei mesi — autore Fabre
d’Eglantine, uno dei primi capi uffici stampa
della storia moderna — e si ebbero i Bru-
maio, Nevoso, Termidoro che tutti sanno.
Il nuovo calendario divenne esecutivo il 22
settembre 1792 e fu adottato anche in Italia,
nei territori occupati dalla Repubblica. Venne
poi abolito il 1° gennaio 1806. Réformer le
calendrier è rimasto poi in Francia come sino-
nimo di mutar in peggio. Si gettarono però,
se è lecita l’espressione, le basi di un calen-
dario laico, che sotto varie denominazioni fe-
ce capolino nelle cronache per molti anni,
fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Nel 1849 Augusto Comte col suo calenda-
rio positivista — anno di 13 mesi e mesi di
28 giorni, che sono 364 giorni all'anno —
non faceva altro che rielaborare la materia del
calendario della Rivoluzione. Nel 1871 que-
sto veniva addirittura riesumato per pochi
mesi. Nel 1887 la Società di Astronomia di
Francia respingeva l’idea di un calendario di
13 mesi, epperò raccomandava l’elaborazione
di un calendario perpetuo. Nel 1900 le Chiese
non cattoliche riunite alla Conferenza Evan-
gelica di Eisenach riproponevano una riforma
del calendario. Nel 1919 l'Unione Astronomi-
ca Internazionale studiava la riforma. Nel 1930
si costituiva in America una Associazione
mondiale del calendario. Nel 1931 si metteva
agli atti della Società delle Nazioni la proposta
di riforma.
i o 19160
L’esigenza di una riforma non parte più da
presupposti astronomici, benché si sappia che
con l’attuale calendario si perdono tre deci-
millesimi di giorno all’anno, tre giorni ogni
diecimila anni, ma da desiderio di praticità.
È probabile che, come avverrà prima o poi
col sistema metrico decimale, si arrivi al
calendario mondiale. Per ora atteniamoci a
qualche altra considerazione sui vecchi ca-
lendari.
Il calendario è stato via via strumento di
precisione e di fuga. Non fa meraviglia che
tracce di armonia e di colore si trovino in
esso, come nel pentagramma e nella cornice,
poniamo. Tra terra e cielo c'è uno spazio
troppo grande perché lo si possa coprire tutto
con uno schema. Un tempo il calendario di-
ceva proprio quello che bisognava e non bi-
sognava fare, come l’orario ferroviario o l’e-
lenco telefonico forse, ma col più ampio mar-
gine datogli dalla magia, dalla astrologia, dal-
l’astronomia. Era un oracolo, a differenza di
oggi che è un omaggio.
In tema di feste è curioso vedere, per fare
un esempio che è dei più cari alla moderna
etnologia, quali sottofondi agitano la ricor-
renza del 24 giugno.
Detto giorno è indicato nel calendario ro-
mano come dies lampadarum e dedicato alla dea
della fortuna, Fors Fortuna, o a quella della
fecondità, Fortuna Primigenia. Se da un canto,
come dice il Lanternari, ciò lo pone sotto il
segno del sole, /277pas, dato che in quella da-
ta cade il solstizio d’estate, d’altro canto esso
rimanda a una usanza che sappiamo attestata
fino ad oggi, consistente nel far fuochi e por-
labale VALPURGA
nella pagina accanto: (a si-
nistra) calendario del 1810
edito a Parma dalla Stampe-
ria Imperiale. Vi sono indicati
anche i giorni di arrivo e
partenza dei corrieri di Fran-
cia, Guastalla, Reggio e Chia-
vari, e il corso legale delle
monete circolanti nel Diparti-
mento del Taro. (a destra)
ITA calendario milanese del 1813
detto “della Cuccagna” con il
corso delle monete e la “re-
gola per coltivare gli orti e i
giardini”. (Civica Raccolta
Bertarelli, Milano).
qui a fianco: il frontespizio
di un almanacco genovese
delle predizioni. (Istituto Maz-
nd ziniano, Genova).
tar fiaccole accese, /anpades, per i campi nella
festa di San Giovanni Battista, che cade il 24
giugno. ‘Tocchiamo in tal modo uno dei so-
strati più ricchi del calendario, quello che uni-
ficando ricorrenze astronomiche, ciclo delle
colture e standard di vita, lo fa vivo e vivace
nel folklore. Il 24 giugno non si celebra in-
tanto la morte di un santo, come avviene di
solito, si commemora una nascita terrena €
una spirituale, avvenuta col battesimo. È da
vedere in codesto natale una continuazione
del rito di morte e di rinascita che si adombra-
va nel solstizio d’estate? E nella sua colloca-
zione all’inizio dell’estate, della stagione della
maturità oltre che della maturazione, una cor-
rezione cristiana dei riti pagani? Una ana-
logia coll’altro Natale?
Una antica leggenda sarda racconta di una
competizione fra San Giovanni e il Signore.
« Fa — disse il Santo — che nel giorno della
mia festa piovano dal cielo denari ». « No —
gli avrebbe risposto il Signore — perché al-
lora gli uomini celebrerebbero e desiderereb-
bero assai più la tua festa ».
Nelle varie feste popolari che ancora hanno
luogo tra la vigilia e il giorno della festa si
possono distinguere riti di divinazione o pre-
sentimento, di purificazione, di prosperità.
Una rosa apporta quella notte, a chi la sappia
cogliere, abbondanza. Chicchi di grano espo-
sti all’aperto, se trovati umidi all’indomani
mattina, saranno di buon auspicio per il rac-
colto imminente. Quel gioco estivo prati-
cato in Emilia, consistente nel far rotolare
delle ruote in discesa, avrebbe riferimento
col ciclo discendente del sole, dando in senso
13
magico il via ad un favorevole nuovo corso
dell’esistenza.
C'è da notare come il calendario, al pari del
codice, si presti alle più varie sentenze. Si
continua a dire che « San Barnabà (11 giugno)
è il più lungo della sta’ » e che « Santa Lucia
(13 dicembre), il più corto dì che sia ». Ora
queste asserzioni si riferiscono alla situazione
precedente alla riforma gregoriana. Si tratta
di vedere se è meglio avere un proverbio ine-
satto, radicato nella memoria, o un calendario
esatto, ma ignoto ai più.
Il calendario è uno spaccio abbastanza largo
ancora per contenere novelli avventori.
In tema di costume economico si può con-
statare come per un cliente che se ne va, ne
trovi altri tre pronti a entrare nei suoi scaffali.
Si riduce l’impressione che il sole nei mesi
con la “r”° sia nocivo alla testa e subito si leg-
gono, nei fogli dedicati in quattricromia agli
stessi mesi, caldi inviti pubblicitari a raggiun-
gere il Sud. Non sono più attuali gli indovi-
nelli dell’ Afharvaveda indiano: « Dove vanno
la metà dei mesi, dove i mesi stessi uniti al-
l’anno?... Dove s’affrettano ansiose le due ver-
gini di diverso aspetto: il giorno e la notte? »
e diventa obbligatorio il responso dell’astro-
logo. Si smette di attribuire agli astri il buon
raccolto o la noche triste dei Maya — la notte
dello sterminio spagnolo che il calendario
dava per inevitabile — ma si continua a spe-
rare nello Zodiaco e nell’Ascendente. Non c’è
giornale che non dia l’oroscopo in termini
fatali. Atti di vasta portata sociale, come il
tracciar strade, il piantare alberi, l’erigere nuo-
ve case, si scrivono infine bellamente su due
pagine di calendario.
Terminiamo con un accenno al calendario
come manufatto, monumento, tavola sinot-
tica, libro miniato, oggetto tascabile, foglio a
stampa e via dicendo.
Un primo e primitivo tipo di promemoria
più che di calendario è stato rinvenuto presso
gli Indiani Sioux d’America. Consiste in un
pezzo di corda con tanti nodi quanti sono i
giorni da segnare. Ogni nodo è un giorno
che si scioglie o si lega, qualcosa che sta tra
il rosario e l’agenda. In Val Gardena fanno
un calendario con dei nastrini colorati, simpa-
tico ed economico. Viene allegato a un qua-
dretto di maniera. Sui nastrini di diverso co-
lore ci sono i giorni della settimana, il nume-
ro dei giorni, i mesi: i nastrini si tirano e met-
tono a posto la data. Dagli antichi Romani ci
sono pervenuti dei calendari pubblici, delle
lapidi recanti lo schema di impaginazione ver-
ticale proprio del foglio da parete. Nelle co-
lonne mese per mese si indicano: i giorni del-
la settimana, che a Roma era di otto giorni;
la qualità del giorno, fasto, nefasto, comiziale;
la data coi bei numerali e l'abbreviazione delle
none, gli idi, le calende; le ricorrenze religio-
se e civili. Questo calendario, che tende a pre-
sentare i dati in blocco, e in maniera succinta,
era forse la copia volgare del calendario a ta-
bella mobile, d’alta consultazione, d’altissimo
prestigio, che fu in esclusiva dotazione dei
sacerdoti. Dei Maya e dei loro calendari mo-
numentali s’è accennato. Presso i Maya, e gli
LUNARIO FIUOIAFINIIINUÙU FES LL AININU NIIDUUCCAA VIE
Cossa da Stefano Andrea Van SAUDI l'io
Ce rentino. Con Privilegio di S. A. R. 90M
14 NOVITÀ
O. BENIGNO LETTORE. DI STAMPA.
Ebrei, si trova altresì una versione ridotta a | A tit re N:
aa trarne Ge gare, vedo tanti
nno Revo
Se one 11. [Cetraro riene,a vo, [Catneneto sì
forma circolare, la cosiddetta ruota del tempo, (ius
che assomiglia all’astrolabio. Nell’antichità il (158 unu ER or
calendario fu affidato soprattutto alla tradizio- i
ne orale; le testimonianze iconografiche sono
pertanto rarissime nella maggior parte dei casi.
Per il Medioevo si conservano alcune pagi-
ne miniate, dei bassorilievi. In questi casi però
il calendario c’entra poco; anche senza, avrem-
mo avuto lo stesso la vendemmia dell’Antela-
mi e il serto di mele di Luca della Robbia.
Il calendario scritto cominciò a diffondersi
nel Settecento come lunario, almanacco, effe-
meride. L’elencazione dei giorni dette l'avvio
al moderno giornale. Contemporaneamente si
diffuse nel nord Europa un oggetto di legno
di piccole dimensioni e di notevole compat-
tezza grafica che può essere preso per il vero
progenitore del calendario contemporaneo. I î vasto:
giorni erano presentati da lineette più o meno s ATEI, UT GENNAJO, i Pierina ; Sala ron
zriose per
fellaré, con un Tratturo,
pr "fino eve 1° ei a
dello Abbadefle, o
ria toro Sodilis.. ca un
în va d fpiega
s s i Gama isa nre Li dali Mi En. ® è aarjicePi
spesse e lunghe, i mesi numerati e ragerup- ab Aesiga mt sint] I Vennanar |a » JDtase Are
pe ghe, ‘ggrup St 3 bic tire è MEER Gee tane "| _) Dance. Gopgo.|$_3 Macler dela
pati per trimestre, l’anno compresso nelle
quattro facciate del parallelepipedo. Ma le in-
dicazioni c'erano tutte. Numeri d’oro e gran- &
di ricorrenze venivano espressi del pari in lin- |
guaggio telegrafico con puntini, croci, croche?,
altri simboli, quali la stella per l’Epifania, il
cuore per la Vergine, l’arpa per San Davide,
le chiavi per San Pietro, la graticola per San
Lorenzo.
Passato in mano ai cronisti, ai tipografi, ai
cartolai, il calendario acquistò attualità, mi-
sure unificate, basso prezzo. Il suo controllo
fu preso dai fabbricanti di carta stampata e
dai fornitori di materiale da cancelleria che ne
diffusero il consumo. Il Larousse non più di
settanta anni addietro ricordava come l’agen-
da da tavolo, il calendario americano come lo
chiama, fosse fatta di foglietti scuciti che si
buttavano via ogni mattina. Siamo dunque al
prodotto di serie.
Il resto è storia recente. Visualizzare una di
data è fatto altrettanto importante quanto il
determinarla. L’orologio che si vede nelle
DIAVOLO ROSSO
ALMANACCO
Profetiso, Cabalistico ,
Negromantico, Dinbolleo,
Umoristiro, Politico, Lette
Infernale ecc,
pel 1850
dali egli Sa I
A SPESE DI tN razioso
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LS
A GENOVA
Tirocsaria Dacsiso .
1849 =:
ioni d’oggi llo a fi rolare 3 ep 1 721 DSC
stazioni d’oggi, quello a forma rettangolare orrolie A (2 AF06)
orizzontale, è stato disegnato da cinque archi-
; Rat cani a POTTUUUIVITINTTTIVITTTUTWTNTA
tetti. La distribuzione del calendario è fatta RUOTE VIVTVE VV ETUTUVUDEVUTVTUTT)
da agenzie con centinaia di addetti. A_decide- E
1og , : Ma tali z
re su come illustrare un’agenda si tengono delle iti L U N A R I o Hi
sedute sei mesi prima della fine dell’anno. Il iz i siici
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calendario che si rispetti non dev'essere più Ps GRBROYVESE si i
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in accordo col sole o con la luna, ma con i eta Zia
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giocattoli d’oggigiorno. i3 ccuipifato Zifet
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Un lunario fiorentino del 1729 e due almanacchi genove- Delle Pi i sha
si del secolo scorso. La tipografia dei fratelli Pagano, che rl £ TITOGNARIA DEI PRATELLI PAGANO ‘ î
stampava nel 1833 il Lunario del sig. Regina e soci, È z Pisi Nona Ne 43: Site
esiste ancora oggi. Dolls 5 si
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Li e per de bantiadiatio s | MANGART REFRAE SEXERARARR RAEE
Un aspetto dell'Olanda in una veduta aerea della zona di Gouda.
Programmazione
in Olanda
e Danimarca
Dopo l'illustrazione di alcuni aspetti della
programmazione in Francia, ecco un articolo
sull’Olanda e sulla Danimarca.
In queste note giornalistiche che Francesco C.
Rossi ha scritto per la nostra Rivista, sono indi-
cate alcune linee essenziali e nuove del panora-
ma della programmazione europea; Rossi ha
visto per noi alcuni problemi ed alcuni aspetti,
pressoché inediti nella pubblicistica italiana, che
confidiamo possano interessare quanti seguono
questa documentazione.
Nello studio del direttore del “Drents Eco-
nomisch Technologisch Instituut” di Assen,
nel nord dell’Olanda, c’è una grande carta del-
la regione del Drenthe e della Frisia che ri-
sale al 1634.
Sembrano macchie — anch'esse ingiallite per
l’umidità — le paludi che confondono gli iso-
lotti di terra: è una fetta dell'Olanda storica,
strappata al mare, che ricompare subito
dopo tra diagrammi urbanistici, piani di
strade e di industrie, fotografie di impianti
sportivi.
Gli olandesi non hanno avuto il tempo di
meditare sul senso della storia, perché, altri-
menti, avrebbero creato musei in tutte le città
e in tutti i borghi di campagna. Mi venne di
pensare a queste cose sfogliando alcuni opu-
scoli propagandistici che vi offrono ad Assen,
nei quali la parola che ricorre più frequente-
mente è “dinamismo” e “dinamica”.
Come nei quadri dei pittori fiamminghi do-
ve il senso della vita vien fuori nella coralità
delle scene; dove il paesaggio sembra idillico
nonostante le paludi; dove la gente par che
scoppi per l’allegrezza: come nelle immagini
di un tempo, la vita è sempre ricomposta nel-
l’ottimismo.
Nell’Istituto Economico e Tecnologico del
Drenthe dove assieme all’ingegnere idraulico
incontrate il tecnico agrario, l’assistente socia-
le, l'allenatore sportivo e i borgomastri della
regione sempre preoccupati di convincere gli
industriali ad impiantarsi nella loro terra, la
tecnica e la promozione dello sviluppo sociale
si sono incontrate attraverso una cultura so-
ciologica che non ha riscontro in altri paesi
europei.
Si potrebbe dire che la tecnica ha mutuato
dalla sociologia moderna il senso della via da
seguire; e sebbene i tecnici di Assen abbiano
prima risolto i problemi economici — quelli,
cioè, che da noi si chiamerebbero problemi di
dottrina o di teoria economica — per poi pas-
sare alla valutazione dello sviluppo sociale
della regione, è indubbio che un diverso in-
contro, rispetto, ad esempio, ad alcune espe-
rienze francesi e nostrane nel Mezzogiorno,
sta alla base di alcuni significativi risultati.
Il capolavoro di questi tecnici ed esperti —
non sono più di una decina — è Emmen.
(in alto): Emmen, in Olanda, era un tempo un piccolo
paese agricolo ove predominava la pastorizia. (al centro):
una veduta panoramica di Emmen oggi. La cittadina,
grazie ad un piano tecnico ed economico rigidamente
impostato, è divenuta un fiorente centro industriale.
(sotto): circondate tutte intorno dalle acque, queste fat-
PIO RITI TI BERTI 1A 7
SAC ALL
gina accanto): un'immagine di Rotterdam, il secondo
porto del mondo.
Emmen era un piccolo paese agricolo dove
predominava la pastorizia; al centro di una
regione di attrazione commerciale europea, fu
valorizzato con un piano regionale di sviluppo
economico: esso, infatti, si trova al centro di
un distretto industriale, verso il confine con
la Germania e si compone oggi di circa
70.000 abitan
Prevalendo nella politica industriale olande-
se il concetto di distribuzione geografica delle
industrie e della mano d’opera, Emmen si tro-
vò a beneficiare di questa politica grazie so-
prattutto alla sua posizione geografica. Quan-
do domandai al signor C. Voormolen, diretto-
re dell’ Istituto di Assen, come mai capitasse
ad Emmen nel 1945, e come mai iniziasse la
sua attività impostando un piano rigidamente
tecnico-economico e non secondo la tradizio-
nale, e spesso letteraria, problematica dello
sviluppo sociale, egli mi rispose che all’uni-
versità di Rotterdam, dove si è laureato, gli
hanno insegnato soprattutto la geografia eco-
nomica.
Quella frase mi parve quasi una boutade
ma, girando per Emmen, mi accorsi che lo
spirito dell’intrapresa aveva una base diversa
da quelle che noi tradizionalmente siamo abi-
tuati a vedere. Prevalgono criteri appunto di
geografia economica, di tecnica, oltre ad al-
cune ragioni sociali di fondo.
Ne ebbi conferma dal signor F. Dinesen,
proprietario di una fabbrica di prodotti di
nylon di Copenhagen al quale domandai perché
fosse venuto ad Emmen ad impiantare una
succursale della sua fabbrica danese.
Mi raccontò di essere andato un giorno al-
la fiera di Zwolle, una citta commerciale ad
una cinquantina di chilometri a sud di Em-
men, e di avervi incontrato il borgomastro di
quest’ultima cittadina. Gli bastò accennare, in
quell’occasione, all’idea di qualche possibilità
di impiantare una filiale in Europa, o meglio
nel Benelux, per ottenere agevolazioni sui dazi
doganali, per sentirsi addosso il borgomastro-
viaggiatore di Emmen il quale non gli dette
pace. Lo inseguì a Copenhagen e lo convinse
ad impiantarsi ad Emmen. In questo episodio
della storia di un’industria moderna c’è il ri-
cordo delle antiche intese commerciali che av-
venivano nel Medioevo e nel Rinascimento
nelle grandi fiere della Fiandra, tra commer-
cianti e sensali dell’ Europa non soltanto oc-
cidentale.
La politica e i vantaggi della politica non
c'entrano; c'entrano soltanto gli affari. Così è
venuta su dal nulla Emmen, con scuole tec-
niche e di alta specializzazione, con giardini,
mercati e impianti sportivi. I tecnici di Assen
vigilano e assistono gli industriali che si in-
sediano nel distretto industriale e consigliano
gli amministratori comunali a seguire una po-
litica urbanistica moderna.
In Olanda ci sono undici istituti come quello
di Assen, diretti da tecnici e da esperti quali-
ficati.
Il governo olandese ha istituito una sorta
di regime di premi detto “promozione del-
l’impianto industriale nei comuni piloti” delle
nove regioni di sviluppo riconosciute in pre-
valenza nel nord del paese. Dal 1951 al 1957
il governo ha speso circa 57 milioni di fiorini
per le agevolazioni a queste regioni di svilup-
po; l'incentivazione è programmata poiché
ogni regione ha un suo piano di sviluppo. La
regione di Gròningen-Frisia e Drenthe ne ha
uno che va dal 1960 al 1980.
Nel paese dove i sociologi dichiarano che
manca, nell’opinione pubblica, una “coscienza
industriale” e dove non c’è programmazione
fatta all’insegna della socialità; dove il benes-
sere è sedimentato nel reddito e nello stile de-
gli investimenti, i programmi nascono per sa-
nare squilibri regionali e per armonizzare
la tradizionale struttura agricola dell’Olan-
da, ad un’economia di servizi in prevalenza
industriali.
Il cooperativismo tradizionale che legava
interessi di comunità agricole per avere un
miglior mercato e, quindi, un miglior reddito,
oggi — per molti aspetti — ha lasciato il po-
sto ad un larvato corporativismo che a prima
vista, tuttavia, non stona, nella politica econo-
mica del paese, con l’ urbanistica industriale
maggiormente tesa ad intensificare le possibilità
di creare ed ampliare i servizi.
Si può dire che il nuovo volto economico
dell’Olanda sia rappresentato non più dal mo-
dello del cooperativismo, bensì da una orga-
nizzazione e pianificazione industriale che si
riflette soprattutto nella vita delle grandi cit-
tà e dei grandi porti. La vita sociale olandese
è legata a questa prospettiva di industrie di
servizi; la campagna — che conserva sempre
il carattere idillico del benessere raggiunto nei
secoli — è in declino.
Nel quadro dell’ Europa di domani affiora
questo aspetto dell’Olanda organizzata e pia-
nificata in un’economia di tipo liberale. Que-
sta realtà che potrebbe sembrare un controsen-
so, un paradosso della dottrina economica, non
turba i sonni degli economisti e degli uomini
politici olandesi.
Il progetto del nuovo “europorto” di Rot-
terdam è lo specchio fedele di come si viene
sviluppando questa prospettiva di pianificata
industrializzazione dei servizi.
Le previsioni di trasporto degli idrocarburi
e dei minerali in Europa, ha permesso di av-
viare un nuovo piano del porto di Rotterdam
che si estende su una superficie di 1550 ettari
e che, nell’ampliamento, produrrà una superfi-
cie di circa 930 nuovi ettari di terreno suscet-
tibile di essere destinato a localizzazioni indu-
striali. Nella previsione, altresì, che il consu-
mo degli idrocarburi e dell’acciaio aumenterà
sensibilmente in Europa, il porto di Rotterdam
dovrà permettere la creazione di industrie di
raffinazione, di alti forni, acciaierie e laminatoi.
I riempimenti di terra che servivano fino a
cinquant'anni fa a creare un’azienda agricola
modello che sopravviveva perché legata in
cooperativa con altre aziende agricole svilup-
pate sulle montagnole create dai terrazzieri,
oggi servono quasi esclusivamente all’indu-
stria. Programmando nuovi terreni disponibili
per l’industria, a Rotterdam, i pianificatori ed
i tecnici vi dicono che quel porto sarà “più
»”»
franco di un porto franco”. Si tratta di una
sfida in tempi in cui si parla tanto di controlli
e di pianificazione. Ma il significato più pro-
fondo e meno letterale di questa espressione
sta nel fatto che in una società come quella
olandese, dove la liberalizzazione delle strut-
ture economiche ha permesso un benessere
uguale per tutti, programmare significa soprav-
vivere nel benessere.
È lo stesso spirito d’intrapresa, sebbene più
stagnante e meno dinamico, che si trova in
Danimarca.
La Danimarca è rimasta un paese essenzial-
mente agricolo, strozzato dall’industrializza-
zione della Svezia meridionale, dall’accumula-
zione dei servizi nell’Olanda e dal traffico com-
merciale che tradizionalmente passa, per la via
dell’ Elba, attraverso i grandi porti di Am-
burgo e Brema.
18
Anche la capitale danese è ricca di canali.
Si può risalire in battello fino al cuore
della città, costeggiando le case di Nyhayn.
Ho chiesto, nella sede dell’associazione de-
gli industriali danesi a Copenhagen, se l’ade-
sione al MEC porterà squilibri all'economia
danese. L’indifferenza con cui quegli indu-
striali parlano del MEC, mi lasciò intravedere
uno spirito di splendido isolamento. Gi-
rando per la Danimarca, dalle fattorie modello
intorno a Copenhagen, alle cittadine dello
Jutland, ci si accorge subito che l’equiparazio-
ne del relativo benessere alla sopravvivenza
della vita economica danese è cucita con un
filo assai tenue: il filo della conservazione. I
danesi si potrebbero definire gli ultimi con-
servatori dell’ Europa. A mettere in moto la
dinamica della loro economia non è la pro-
grammazione; è viceversa la persuasione che
con un tipo di industrializzazione — quella
meccanica e manifatturiera — si può risolvere
il problema del benessere.
Si tratta indubbiamente di una concezione
paradossalmente ottimistica; una concezione
da benessere borghese ottocentesco.
C'era una volta — ma non tanto tempo fa
— all’estremo nord dello Jutland una regione
sottosviluppata con poche migliaia di abitanti:
la ridistribuzione di quelle forze di lavoro di-
venne un problema di stato. A Copenhagen
presero in mano una carta geografica e stu-
diarono, a tavolino, dove mettere quella gen-
te. Trovarono che si poteva collocare nell’in-
dustria. Da quel giorno e forse non sol-
tanto da allora — a nessun industriale danese
passa per la mente che i problemi del sotto-
sviluppo siano problemi sociali. Sono proble-
mi di investimento e basta.
Questa non è una favola di Andersen; an-
che se a prima vista potrebbe sembrare una
favola dei nostri giorni.
Il razionalismo e l’empirismo dei danesi non
sono impregnati di cultura economica come
potrebbero essere quelli degli inglesi o degli
italiani.
L’industrializzazione in Danimarca è inco-
minciata assai più tardi che negli altri paesi
europei; così come l’urbanesimo — non es-
sendovi una tradizione di città commerciali —
è andato di pari passi con il lento ritmo del-
l’industrializzazione. In questa accresciuta e-
spansione dell’urbanesimo, da vent’anni a que-
sta parte, va ricercato anche il motivo per cui
in Danimarca oggi l'agricoltura è quasi una
merce di scambio con l’industria. Ma non c’è
la frenesia industriale degli olandesi che han-
no scoperto la programmazione dell’industria
dei servizi e di quella necessaria per l’equili-
brio economico regionale; c’è, negli industriali
e negli agricoltori danesi, la coscienza di un
equilibrio statico. La distribuzione del red-
dito è regolata dalle fredde leggi dell'economia
ad alto livello, anche se si tratta di un livello
stranamente difforme.
Se si escludono la siderurgia, la metallurgia
e l’industria dei cantieri, in Danimarca non
c’è settore industriale che possa dirsi ad alto
Un aspetto della campagna danese, Sparsi per
tutta la Danimarca si elevano più di dieci.
mila tumuli che ricoprono antichissime tombe.
indice di produttività. Le porcellane e l’in-
dustria dei mobili sono come il simbolo di
questo raffinato equilibrio, dove nell’economia
pare che non si senta la politica; dove il ritmo
della vita è costante e dove — soprattutto —
non esistono miti. Tutto in Danimarca è Co-
penhagen, che non è certamente un mito per
i danesi così come Parigi lo è per i francesi. Si
passa per Copenhagen e si è vista la Danimar-
ca; questo paese dei silenzi ideologici, che
adora Andersen, il Tivoli e che non si compia-
ce di aver dato i natali ad un filosofo come
Kirkegaard. Quest’isolotto che ha il coraggio
di tenersi e di amministrarsi una landa deso-
lata e sconfinata come la Groenlandia.
Vorremmo dire — dopo aver visitato alcuni
centri industriali ed agricoli danesi — che il
problema della pianificazione economica in un
paese dove l’equilibrio della redditività e dei
consumi è costante, si pone non come un pro-
blema di fondo, non come un problema di
quelli cioè che costituiscono il rompicapo ideo-
logico di generazioni di economisti, bensì co-
me una catena di interventi settoriali, che tro-
vano, indipendentemente dai sistemi politici,
una naturale cassa armonica nella ricerca di
mercati e di sbocchi commerciali.
Dietro a questo atteggiamento economico
non c’è preoccupazione ideologica; c’è la ricer-
ca dell’equilibrio economico: una volta trova-
tolo, anche un re che va a spasso per il Tivoli
può dirsi il re di uno stato socialmente felice,
Cornigliano
a scacchi
Cornigliano ha cambiato volto un’altra volta,
proprio in questi ultimi mesi. Si è fatta un
abito scozzese, a grandi scacchi bianchi e rossi,
vivaci e ben visibili da lontano. È, in ordine di
tempo, l’ultima trasformazione, ma forse la
più stupefacente, la più ‘‘épatante”.
Perché bisogna ricordare che questo è uno
dei luoghi che più spesso, ed a ritmo vertiginoso,
hanno cambiato volto.
Lasciamo perdere il passato ‘‘storico’’, quando
qui tutto doveva essere coperto di selve fitte,
dove affondava la Badia di Sant’ Andrea che
accolse Papa Innocenzo IV sfinito dal mal di
mare, e che allevò il popolarissimo Sant’ Alberto.
Trascuriamo pure il vecchio ponte in legno che
sorgeva sul Polcevera a metà del secolo XVI,
e quello in muratura che lo sostituì, e nella cui
edicoletta il generale Massena firmò la celebre
capitolazione, dopo il terribile ‘ blocco” di
Genova. Il Polcevera, allora, aveva piene tanto
irruenti e pericolose che un intero corpo d’eser-
cito austriaco ne rimase sommerso nel 1747.
Parliamo soltanto degli ultimi ottant'anni :
ancora l’Alizeri, nella sua famosa guida di
fine Ottocento, lo chiamava «ridente e villereccio
sobborgo di Genova », ed infatti nelle sue ville
arrampicate sulla collina andavano i possidenti
a passare l'estate.
Del resto sono molti a ricordare quando Corni-
gliano non era che un paese di pescatori e, in
estate, un centro balneare: vi era una lunga
spiaggia sabbiosa, con le cabine e gli ombrelloni
multicolori, e la gente faceva festosamente «i
bagni di mare» in castigatissimi costumi.
Su un’irta scogliera sorgeva il ‘pittoresco’
Castello Raggio ; le comitive salivano allora, in
certe feste religiose, fino al Santuario di Co-
ronata, con collane di nocciole al collo ; anda-
vano a trovare «il Pacciugo e la Pacciuga »,
a mangiare le lasagne col pesto dalla Rosa 0
alla Vaccamorta, il tutto inondato col genuino
vino bianco locale.
Poi si ingrandirono le fabbriche di Sestri,
e quelle della Val Polcevera, e si costruirono
molte case operaie, e sorse quella grande strada
ventosa lungo il torrente che si chiama Corso
Ferdinando Maria Perrone e che un bello spi-
rito chiamò « la strada delle delizie ».
Questa fu la prima grande trasformazione da
borgo di pescatori in piccolo centro industriale.
Ma era rimasto il Castello Raggio, e quella lun-
ga striscia di terreno, alle sue spalle, che si chia-
mava «il deserto» : non verano case, non v'era
fermata del tram, non c'era mai nessuno.
Poi venne la seconda trasformazione : giù il
Castello Raggio, via gli stabilimenti balneari
che fecero fagotto come una compagnia di guitti
scacciati, ed ecco il riempimento del mare per
costruire lo stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”. Si
trasformò addirittura la geografia, la spiaggia
scomparve, il mare fu ricacciato indietro di
parecchi chilometri ; lungo tutto il fronte marino
di Cornigliano presero a giganteggiare gli alti-
forni, le ciminiere, i grandi capannoni. La zona
acquistò una densità industriale tra le maggiori
d'Europa; le case ricopersero tutta la collina
fino al Santuario. E le facciate delle case, col
tempo, mutarono colore. Tutto assunse come un
grigio uniforme, compatto.
Ed ora sono arrivati i grandi scacchi bianchi
e rossi, come se
nuova bandiera.
La cosa è dovuta all’entrata in funzione del-
l'aeroporto “Cristoforo Colombo”, costruito an-
ch’esso col riempimento del mare. Per le esi-
genze di sicurezza del traffico aereo, come è noto,
le zone di atterraggio e di decollo devono essere
ben visibili dall'alto, anche con tempo coperto.
Così ogni mole che sorpassa una certa altezza
deve essere dipinta con questi scacchi vivaci e,
per la verità, allegri a vedersi. Le parti alte
delle ciminiere, quelle dei gasometri, la torre del
serbatoio dell’acqua hanno messo su il nuovo ve-
stito. Il paesaggio ne viene rallegrato : sembra un
po’, a dirla tra noi, un “luna park”. Così anche
la notte, perché si accendono allora, sui gasome-
tri, sulle ciminiere, sugli altiforni numerose luci
rosse, che ammiccano come gigantesche e metal-
liche lucciole.
Questo è dunque l’ultimo volto di Cornigliano,
un segno dei tempi che corrono via velocemente,
specie per quelli che ricordano ancora la spiag-
gia cogli ombrelloni multicolori, e î gozzi candidi
che si dondolavano pigramente sull'acqua come
grossi cigni.
il paese avesse messo fuori una
20
THE ITALIAN SCENE
A Buoyant Steel Industry
By Our Industrial Editor, wbo has bcem touring Western Europe
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Italsider’s First Year
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Cornigliano O. Siningagim): Cootos
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sode” remachabio 36 nre (10m Mai pi Taranto ln SC Rot Ms Te MS
1 FINANCIAL TIMES 2 METAL BULLETIN
Stahl in Olivenhainen
1 - «Financial Times», Londra: i programmi di svi-
luppo dell’ Italsider Die Expansion der italienischen Schwerindustrie — Neue Stahlwerke am Mittelmeer
2 - «Metal Bulletin», Londra: il primo anno del- Erfolge der staatlichen Planung
1’ Italsider Kifin man cine Eisen. und Sublinda. stebt
) aber tive die Gefahs einer Ueber: Dio Ni t, alle wichrigen Rob-
3 - «Die Weltwoche», Zurigo: acciaio negli uliveti, Wier ite > Lo Reamitowert Rea Rent ale sen der anderco talia
dice il titolo Koble, fedleo? Ialien bat in den Nach. 40% von dem der Ube schen Grosswerke i Das Wi
i brca den’ Bewsis erbrachi, das ( nschaltslisder. Dieser Sate liegt in: der. Nibe von Neapel
4 - «Basler Nachrichten», Basilea: l'industria side- ì Schwerindastrie entwichclo frbmpriiloce] der Isennche Soda 7 sich anse Sn Tornea
è ue techaitch den begilasugterea cin Sochate! nbrdlichen Corsighaso bai
rurgica IRI-Finsider Nachbarileder niche nochetebs sonde pro der Bevòlkerung bat. Auch bier Mafia (1.° MMI. Tonnen Stahl); und das
S- «Het- Vad d», L'Aja: l'industria itali del die sich erbeblich schmeller a Wie zoist dass dis enticheidende Zu- Werk va: Picmbiso (700 000 Tom
. erland », ja: t industria italiana del- 1° oft im Nachkriegs-Italien kann mas Italiens die Eingliederung Stahi) in der Nîbe des Hafens Porto» a etua 300/000 Tonnéa von dektrischi
l'acciaio si espande ancora. Moltissimi giornali ei ni ee afgii aa Woiacare - desi leadeini atea iena dea Res crzeugtem Stahl, Ueberbaupt wind in lar
italiani e stranieri hanno dedicato allo sviluppo Die Zenato der Fisem und Stable. 54 Mittetitalica i. c west cs beltilache rio Bere: che Krafotcento vertugt mula
della siderurgia italiana ampi e documentati servizi î TORE Berti i sl e Re : Ferkea sof der Ino Elba veribeliei. Milfio des Stabica anf eleltrischem Wege
' produzieri.
in. sondern sogar den Welt Indestriezentrum im Siiden schen Erzza fibrlich Uber. $ Millionea
Tndnetrislialamene vin Re pai Dia Lajter der italienischen Tndierio 199008 Schroti ana Pi ustoo efoom edite
3 DIE WELTWOCHE
Die Italsider und das neue Profil der italienischen
Eisen- und Stahlindustrie
neller rund arramtrasgritcher Ar vorsiehi, wurde
durrò Fausa perier preser mastikiber Uotermet-
mea. Ilva sd Cormiziiamo, de Btalster priore. Das
Ergrànis war cine deutliche Vertemeruag: aunee
Nel 1962 la stampa si è molto occupata
dell’ Italsider. Il nome della nostra società è
stato citato in circa diecimila tra notizie e
articoli, su quotidiani e periodici italiani e
stranieri, senza tener conto degli altri mezzi
di informazione, come il cinema, la radio e
la televisione.
Tutte le attività dell’ Italsider sono state
attentamente seguite : risultati raggiunti, nuovi
impianti e programmi di sviluppo, attività sin-
dacali, iniziative sociali, culturali, artistiche e
ricreative. Tutti i molteplici aspetti della vita
di questa grande azienda Iri-Finsider sono stati
illustrati nel modo più ampio, e così pure è
stata posta nel giusto rilievo l’importanza del-
l’Italsider come strumento di sviluppo econo- .
mico e sociale del Paese.
Abbiamo voluto, in questo numero di fine
| pen an der Statiscatringong und der orplanten Pr
4 BASLER NACHRICHTEN
Beurs en bedrijfsleven
Italiaanse staalindustrie in
d’anno della Rivista, delineare in sintesi un nieuwe expansiecyclus
panorama, necessariamente sommario e incom- | , nentan ball +9 te ssa
pleto, di ciò che “ hanno detto di noi”, di tutto x Inventiviteit, lace kostpriis en vergroting van de Italicanse staal-
il vasto e serio lavoro informativo per il quale I h fi Tea hi Pr} Eni: Rea pes dear.
la nostra società è grata alla stampa. si 5 oge arzetverwaci tingen
5 HET-.-VADERLAND
_ |binnentandse consumptie sal stijgen
_
italsider
W/ly Reszler
The Graphic Profile
of a Group of Italian Steelworks
® Italy's soci industry has pasticd through a phase of
unprecedented expansion since the war. The /talsidr
company of Genca—product of the amalgamation of
the Zina asd Caruipliano seceleorks—can justly claim to
have made a large contribution to this rapid develop
ment. The company's twelve works, #bich together
cmploy 30,000 persons, tumed out thrcc million tons
of steel in 1960, The importanoc which this undertaking
attaches to progressive and consistentiy applied design
in its advertising and its internal printed matter is
apparent from the examples shown bere. The depart-
ments responsible for graphic design are under the
artistic direction of the Genocse graphic artist and
painter Eugenzo Carmi, AGI. He previously worked in
the same capacity for Cernigfom, Fditer
© GRAPHIS
6-9 - «Graphis», Zurigo: la pi
ha dedicato sedici pagine, di cui molte a colori, all’att
saggio del critico Willy Rotzler
8 GRAPHIS
Das graphische Profil
einer Gruppe italienischer Stahlwerke
® Dic Stahbindastric hat im Nachkriegsitalien cinca un-
gcahnion Aufschwung genommen. Dic Gesciischafe
Helisder in Geova — hervongegangen aus der Vor
schmelzung der Stabiwerke Zina und Cornigliano — ist
chlich betciligr. Dic insge
o Arbelcern errcugron 1960
an dieser Entwicklung mas:
same 12 Werke mit 3
drei Millioncn Tonnen Stahl. Dic Wichaighelr, die dieses
Unternehmen auch der konsequent durchgefàbrten,
fortseheelichen Gestaltung ibrer Werbemittel und in
ternon Drucksachen beimsisst, gebr aus den hier gercig-
ten Bcispiclon horvor. Die Abecilunigen, die sich mit der
graphischen Bearbcitang befassen, steben unter. der
kùnstkerischen Le des Genueser Graphikers und
Makers Eugenio Carmi, AGI. Er war frober auch schon
fur dic Cornigliano Weorke titig. Redetrie
{Deutcder Text: suite 494)
LTewe femmzann: pate Lor]
Le visage graphique
d'un groupe d'acieries italiennes
® L'indastrie de l'acier a pris un immense essor dans
l'Italie de l'apres-guerre, La société /talcider, Gincs, né:
de la fusion d'//a ct de Cornigliano, peut revendiquer
d'avolr pris dans cette érolution une part considerabile.
Sos 12 usines occupant un total de 30,000 cuvrices ont
produit trois millions de tonnes d’aciee dans la vcule
année 1960,
L'importance que cette société accorde à la présenta.
tion formelle de sa publicité et de ses imprimes d'usage
interne apparaît dans los cxemples ici reproduiti. Les
services chargés de l'élaboration graphique cruvrene
20us la direction artistique du graphiste et peintre ginoîs
Eugenio Carmi, membre de l'Alliance Graphigue Inter-
nationale. Il assurnaît auparavane les mémes fonctions
pour les usines Carmigliame. Ardacion
auterevole rivista internazionale di grafica e arti applicate, nel numero 101
tà dell’Italsider nel campo grafico ed artistico, con un
9 GRAPHIS
tatsider
GRAPHIS
(e)
N
iN
10 - «L’Espresso», Roma:
11 - «La Razon», Buenos
Taranto per l'Argentina
12 - «Il Paese», Roma: alla tournée del Teatro Po-
polare Italiano nei circoli aziendali Italsider la
stampa ha dato largo rilievo
13 - «Borba», Belgrado: notizie sull’Italsider alla Fie-
ra di Zagabria
14 - «Il Telegrafo», Livorno: notizie sulla Finsider e
l’Italsider alla mostra italiana a Mosca
15 - «Avanti!», Milano: le prospettive di sviluppo di
Piombino
16 - «La Nazione», Firenze: il
Cornigliano
17 - «Il Punto», Roma: l'ampliamento di Bagnoli
18 - «Corriere Mercantile», Genova: le nuove nazioni
africane in visita alla nuova siderurgia italiana
19 - «Il Globo», Roma: notizie sull’ Italsider alla
Fiera di Bari
20.21 « Life», New York: la mostra «Sculture nella
città» a Spoleto ha avuto una risonanza inter-
nazionale. Lo scultore D. th (21) fotografato
con una delle sue sculture, realizzate con la col-
laborazione dell’Italsider, in un servizio del grande
periodico americano, Sullo stesso argomento
pagine dell’ « Europeo » (22), del « Time» di New
York (24 e 25), del «Sunday Times» di Londra
(27) ed un articolo della « Voce Repubblicana »
(23). La stampa ha elogiato il contributo che
l'Italsider ha dato alla manifestazione
26 - «Camera», New York: un articolo sulla colla-
l’Italsider per Taranto
Ayres: i primi tubi di
LA SIDERURGIA TRASFORMA TARANTO
È FINITA L'INDUSTRIA
DEI GUARDIAMARINA
di NELLO AJELLO
#1 ARANTO. Circa due anni
10 L'ESPRESSO
TUBOS
ARENTO (ANSA) -- En &l
puerto loca! està siendo
terzo altoforno a
che s'è affermata in tutto il mondo, a col- poi abbandonata dal miraggio dell'industria
La Finsider alla mostra italiana
A Mosca l'italia si
borazione tra lItalsider e un grande fotografo
svizzero, Kurt Blum, su una delle maggiori riviste
fotografiche americane
embarcada la primera partida
de las 30.000 toneladas de tu-
bos de acero que han sido
presenta come il
11 LA RAZON
Paese dell'acciaio
MOSCA, 2 — Un volto più diversi aspetti del lavo-
nuoro e insospettato dell'Ita. | ro siderurgico.
lla viene scoperto dagli auo- La Finsider ha organizza-
® Italsider proîzvodi 86% sveg livenog Zeljeza Italije 1 38% tali- mini della strada » sovietici | to anche una serle di inizia»
janskog delika. alla mostra dell'industria | tive collaterali alla mostra €
Zahvaljujati novim produktima osvojenim proîle godine (2,690.000 i n Mosca. destinate ad illustrare agli
tona liva i 3,500,000 tona Zelika, 14,5% vite nego 1960. godine) È plano- diglione di 1000 me- | ambienti economici sovietici
vima daljnjeg razvitka Italsider jo zauzeo poziciju prvog poduzeta live- occupati dalla, !® realizzazioni della ‘nostra
nog Zeljeza u zapadnoj Evropi za proizvodnju felika. O.
ider essi apprendono, ad industria dell'acci
1 ove godine Italsider sudjelujo na Zagrebatkom velesajmu sa
@ Italsider je proizitao iz fuzije ILVA s Korniljanom. To je isto-
vremeno najvete poduzete grupe Finisider (IRI) koje objedinjuje podu-
zeta za preradu Zeljeza i najveée je poduzete takve vesti u Italiji.
Gassman tra gli
operai di Piombino
în e Luciano Lucignani
$F plo di tere antolo-
ico con il titolo Cinque modi per
io che, pur essendo po-| Il professor Emesto Ma-
il teatro utori degli » spezzoni» sono Shake- ; e ca n T aterie pri! indi- | nuelli. presidente della Fin-
are, Mal lio, Brecht e Jonesco. abirkom osnovnih svojih proizvoda i visokim tebnitkim nivoom orga- I mo terle: E Dna 7 | sider. terrà a Mosca il 7 giu-
' . a ‘hd Sn I nizacije poduzeta za preradu Zeljeza. spensabili come ca Li T
L'aspetto olito dell'avvenimento è. però, lezato al di ferro, l'Italia @| gno, presso la sede degli uf-
Aranliranje Standa, pevjereno Bernacolija i Veruu, sastoji se od
13 BORBA
lico che da alcune settimane segue l'esperi. unsen ellornmot. | fici tecnici del Consigiio dei
narticolare
12 IL PA
ultimati i lavori
ene ‘© L’ALTOFORNO PIÙ GRANDE D'ITALIA
si lIbentedecsilò ACCESO DA UN ELBANO A GENOVA
i Piombino a
arà lavoro d'altri 000
Il nuovo miao al centro siderurgico « Oscar Sinigaglia » dell'Italsi-
der - Previsto entro il 1965 un analogo altoforno anche a Piombino
iano è DEA delle mae-
L Locenal one del muovo al-
isi-|toforno è stata effettuata dal
primo fanditore Angelo Giun-
tini, elbano. Giuntini è
gel più anziani altoforr
dell'Italsider.
VA
I conseguiote impulso delle ativàt
Mindustria siderergica dard un alturinre colp
er dr Il futuro del Su
nel padiglione Italsider,
Ulustrata la muova realizzazione industriale di
Taranto - L'inchiesta sulla borgata di Statte
i questa
valvola rital. ORTI I
Napoli:
acciaio sul golfo
Di
AA? a
r interessa ndos,
larmente al prodotti espu-i
tipici degii stabilimenti
della società dislocati nel Mez-
zoglorno,. come ie travi He
ad ali larghe del centro side-|
rurgico di Bagnoli. | tubi
saldatura longitudinale del
centro di Taranto, cd alcuni
tra | principali derivati dal'a
vergella, produzione dello sta
inttranamin "A ven nun
17 IL PUNTO 18 19 Il GLOBO
UD
ne
Sculpture
Alfresco
steelmaker. Italsider agreed to provide big
ironworking shops for ten sculptors (three
Americans, one Englishman, six Italians)
—an invitation that appealed most of all
to David Smith, one of the U.S.'s most
active artist-welders.
Three days after Smith arrived at Ital.
sider's Voltri mill near Genoa, Carandente
telephoned to find out how he was doing,
was stunned to learn that Sr had al.
ready turned out six pieces. How could
the festival display six Smiths when it
was showing only two Moores? Unper-
turbed, Smith went back to. work, plan-
ning to finish four more by the end of the
week. Menotti was incredulous, Caran-
dente was appalled. After a few days they
phoned Smith again, were jolted to hear
him announce that there were now 16
> fi iS i cooling in the mill.
IL arte 1gurativa È "Feeling Hike the aes apprentice
Carandente desperately sought to find
nella società industriale some place for the gusher of art he had
21 LIFE
tapped. Finally he hit upon a :st century
Roman amphitheater near Spoleto’s Piaz-
za della Libertà. A few days before the
Festival of Two Worlds opened, an enor-
mous truck lumbered into town from the
Voltri mill groaning with no fewer than 25
pieces by David Smith.
Lasting Effect. The show closes at the
end of August, paLa number of souvenirs
Gitllleamaln'in Confarn'as'a nermanani va
23 LA VOCE REPUBBLICANA 24 TIME î
1 mezzi di espressione ed il linguaggio artistico somo oggi igflurmzati
dalla evoluzione economica e dalle nuove tecniche mella grande industria
vue : x
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TIME
SPOLETO EXPERIMENT
comurempaa ai)
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Noat decade ar TV vena, film frneivato,
sermi made so much x goose
Riguete dava i thai dia cha
operati Lila perierance Gi mò Masi: dapeini dI Tiabuaivo gorma derit
votiane: “I wonhé sudar have ® girse 1 and for-trpienainntenprneri
ci mo vosderere pur do è lendrcnpe, <hendire ta wordmen<h0se st
nimaa: any landecape, stan in, ce ca. doni lactorim si Veli 1 war
mom" = “Au tane 1 wear venivimne by premi
A found Porti —Smacied Mad segramg REP ShGTE inno mid destina
Toke one progressive steel compony. Ndd one tolented
Swiss photogrupher. Allow him to shoot what he saes.
Result: these powerful images of men, fire ond metal n I
26 CAMERA 27 SUNDAY TIM
sega The spente mne Dova Sankt
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24
“Gentiluomo ubriaco” (1916 - collezione de Angeli,
Milano) è uno dei primi dipinti metafisici di Carlo Carrà.
Il pittore piemontese abbandonò nel 1916 il futurismo per
tentare, con De Chirico e Morandi, nuove esperienze
espressive. Di Carrà abbiamo pubblicato, nel
mumero
6-1961 della nostra Rivista, una grande riproduzione a
colori della “Musa metafisica”.
La pittura
metafisica
Con la pittura “metafisica” il panorama delle
arti plastiche del nostro secolo si arricchisce di
una nuova esperienza, ed è ancora, come quella
futurista, un’esperienza italiana, compiuta nella
fervida e drammatica atmosfera di ricerche e
di rinnovamento artistico che caratterizzò gli
anni attorno alla prima guerra mondiale.
Ai tre metafisici, Carlo Carrà, Giorgio De
Chirico e Giorgio Morandi, è dedicato questo
articolo di Marco Valsecchi.
Sul termine di “pittura metafisica” Carlo
Carrà raccolse nel 1919 addirittura un volume,
mettendo assieme articoli sparsi di polemica
o di esortazione pubblicati in quegli anni sul
finire della prima guerra mondiale. Né mi
pare il caso di insistere adesso in una spiega-
zione della parola “metafisica”, che spetta di più
al parlare filosofico che non a quello della crea-
zione artistica. ‘Tanto più che, col passare degli
anni e lo scontrarsi delle opinioni, il termine
“metafisico” in pittura ha preso un significato
visivo assai preciso, appunto con la pittura di
De Chirico, di Carrà e di Morandi, compiuta
tra il 1916 e il 1921. Anche se non corrispon-
de precisamente al significato della parola, il
riferimento che desta la parola “metafisica” è
senz’altro esplicito, e balzano agli occhi i ma-
nichini, i pesci di latta, i rocchetti, i biscotti,
gli archi, le torri solitarie, le banderuole al
vento della sera, le statue sui sarcofaghi ar-
caici, cioè tutta la carpenteria magica di quei
dipinti che hanno caratterizzato una lunga
stagione dell’arte italiana, con riflessi dura-
turi su larga parte della pittura europea, quel-
la che dopo il 1924 venne raccolta sotto la
bandiera del primo ‘manifesto surrealista”
dettato da André Breton sulle regole e le
scoperte della dottrina psicanalitica freudia-
na, tra inconscio e sublimazione, tra realtà e
sogno, tra simbolo e allusione fantastica. E
altra ragione per non insistere troppo sul ter-
mine e puntare invece sulle opere, è il fatto
che per ciascuno di quei tre pittori ‘‘meta-
fisici” la parola ebbe un senso diverso, come
vedremo, e quindi anche le opere finirebbero
per entrare in contraddizione tra di loro ©
per essere travisate dal loro singolo signifi-
cato.
Di solito si dice che la pittura metafisica
nacque nel 1916 a Ferrara, con l’incontro di
De Chirico, Alberto Savinio e Carlo Carrà
all'ospedale militare di quella cittadina. Il fatto
non si può contestare. L’incontro difatti avven-
ne e Carrà, che nella primavera del 1915 era
ancora un pittore del gruppo futurista, in quel-
la estate del 1916 era già su posizioni diverse,
con un gusto per il primitivismo grottesco e
satirico, che con i dinamismi plastici e gli
stati d’animo futuristici non aveva più nulla
a che fare. Un artista non può essere costret-
to nelle maglie di una coerenza a parole e
nessuno gli può impedire di effettuare espe-
rienze le più disparate, purché esse risponda-
no a un sincero impulso della sua personalità,
al variare inevitabile delle sue cognizioni in-
tellettuali e artistiche.
E difatti Carrà, in una pagina del suo libro,
non esita a dire che tra le proprietà che pre-
siedono alla pittura, c'è anche questa: « Rag-
giunto il primo stadio della forma, trovare
l'equilibrio dei volumi, cioè a dire “l’ordine”
sintetico e definitivo del quadro. Non dimen-
tichiamo che l’arte non può essere unicamente
il riflesso immediato di una sensazione e nem-
meno queste forme devono rimanere grezze
espressioni esteriori della realtà circonfluente,
o limitate a fermare le ombre di un certo mo-
to vibratore ». Nelle quali parole, oltre a cer-
tune correzioni interessanti l’estetica futuri-
sta, che l’artista cooperò a fondare, Carrà fa
risentire un suo lontano e costante distacco
dalle idee della pittura impressionista e dalle
sue regole della mobilità della luce e delle
vibrazioni atmosferiche, che tanto avevano
invece aiutato Sisley, Pissarro, Renoir e in
particolare Monet. Carrà cioè chiariva man
mano le sue idee sulla naturale staticità, den-
sità e potenza della visione pittorica italiana,
costruita per pieni volumi, per solidità di
prospettive e concretezza di spazi e di per-
cezioni cromatiche.
L’artista pensava quindi a una pittura idea-
di contro a una pittura naturalistica. E
queste idee di Carrà rientrano nel vasto qua-
dro del movimento anti-realista che si venne
attuando verso il 1885 e prese sempre più
stacco e vigore con gli anni del secolo nuovo.
Certe convenzioni scientifiche dei Divisio-
nisti, che pure erano applicate a fenomeni
così precisi della natura, come la rifrazione
della luce e dei colori, stabilivano già una
precettistica, che nel suo nocciolo negava
l'essenza e l'immediatezza del realismo. Pro-
va ne sia che proprio sulla base della pittura
divisionistica sorse il Simbolismo di Van
Gogh, di Gauguin, di Toulouse-Lautrec; e
sempre con un procedimento analitico che
deriva dal divisionismo si distaccano da un
lato i pittori Fauves con le loro teorie dei
colori puri e separati per virgole e punti, e
dall’altro lato i pittori Cubisti con le loro
teorie dei volumi sezionati analiticamente con
operazione mentale e ormai lontana dall’imi-
tazione della natura.
Quindi un primo punto fermo della pittu-
ra metafisica è in questo suo dichiarato e at-
tuato antirealismo, anche se userà come ele-
menti delle sue composizioni oggetti, figure,
‘particolari di natura, miste a sensi e a idea-
lità di altra specie, come vedremo man mano
nell'esame dei singoli pittori.
In una risposta a Giovanni Papini ancora
Carrà diceva in quegli anni: « Per carità, non
tirare fuori la decrepita questione dell’arte
verosimile. Potrei ricordarti le parole di Raf-
faello: Jo wi servo di certa idea che mi viene al-
la mente. Se questa ha in sé alcuna eccellenza
d’arte, io non so; ben m'’affatico d’averla. E se
tu, caro Papini, mi dicessi che questo è pla-
tonismo fuori modernità, ti potrei ricordare
le parole di Baudelaire, nel quale anche tu
credi, e convincerti che questo modo di in-
tendere la funzione dell’arte è buono in tutte
le epoche. Ecco le parole del grande poeta
romantico: /nfine, tutti i buoni e veri disegnatori
disegnano secondo l’immagine inscritta nella loro
mente e non secondo natura ».
Quel che avvenne a Ferrara nel 1916, tra
De Chirico e Carrà, non fu l’atto di fonda-
zione della pittura metafisica; ma lo svolgi-
mento di uno dei suoi capitoli. L’inizio in
effetti era avvenuto qualche anno prima,
verso il 1911, per opera appunto di Giorgio
De Chirico.
Figlio di genitori italiani, De Chirico nac-
que in una città greca, a Volo, nel 1888; e
quando si trattò di compiere gli studi supe-
riori, negli anni immediatamente prossimi al
hl
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n
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N
(i
“Natura morta metafisica” (collezione Jucker, Milano) di Giorgio Morandi.
“uffici
a Fi nel 1916, con
l’incontro di De Chirico con Morandi, Carrà e Savinio. Contro la pittura
realistica e naturalistica, i metafisici reagirono con le loro opere affollate
di oggetti, architetture,
ichini e figure g iche che volevano “ri-
creare” una realtà ideale, diversa da quella che ci mostrano i nostri sensi.
1910, il giovane si trasferi in Germania, a
Monaco di Baviera. Ora badiamo per un mo-
mento a quegli anni e a quel che era avvenuto
o stava accadendo in giro per l’ Europa: si
muoveva cioè il grosso schieramento anti-
realista e anti-impressionista, con Matisse e i
Fauves, con Picasso e i Cubisti a Parigi; con
glî Espressionisti del gruppo “Il Ponte” di
Dresda; con Boccioni e i Futuristi a Milano;
e infine con gli Espressionisti a radice più
culturale che anarchica, cioè Kandinski e il
gruppo del “Cavaliere Azzurro” a Monaco.
Abitando nella capitale bavarese in quegli
anni, De Chirico venne a trovarsi in mezzo
a questa polemica, e ai primordi della riforma
artistica. Tuttavia non ebbe dimestichezza con
il vasto dibattito e con le violente scomposi-
zioni oggettive e formali dei suoi colleghi.
La sua soluzione l’avrebbe trovata per altre
vie, non intellettualistiche e speculative, ma
piuttosto simboliche, con richiami ed evoca-
zioni letterarie o fantastiche. Per attuare la
loro aspirazione di modernità i riformatori di
Monaco ricorrevano a motivi e a figure della
vita moderna, del progresso meccanico, co-
me i futuristi o i cubisti. In chiave diversa,
De Chirico ricorreva invece a motivi e a fi-
gure della vita passata, ai miti e alle figure
della mitologia classica.
È persino facile immaginare il giovane De
Chirico, in quegli anni monacensi, in visita
al museo di arte greca, con i pezzi originali
provenienti direttamente dalle sponde del-
l’ Ellade, i quali tenevano desta in terra nor-
26
“Le muse inquietanti” (col-
lezione Mattioli, Milano)
è forse il più famoso di-
pinto metafisico di Gior-
gio De Chirico. Nelle sue
composizioni, a differenza
di quelle di Carrà e Mo-
randi, è quasi sempre pre-
sente un riferimento al
mondo classico (De Chi.
rico è nato in Grecia). In
questo quadro il riferimen-
to è dato dalle “muse”;
ma i personaggi delle an-
tiche mitologie nonfhanno
più la classica serenità che
ci hanno tramandato le
statue greche: in una luce
radente e sinistra essi ap-
paiono spogliati dei loro
costumi, hanno perso la
parrucca, si rivelano per
manichini, muse inquie-
tanti in un tempo inquieto,
nella pagina a fianco:
“L'individuo”, un'altra ce-
lebre opera di De Chirico.
dica il mito della solarità e della classicità me-
diterranea. Aggirandosi tra quelle statue, tra
quei frammenti di marmo che avevano deco-
rato frontoni di templi, De Chirico finiva per
ritrovarsi ancora in mezzo alle figure della
sua infanzia greca. E molti palazzi e scorci
della città bavarese, a partire dalla copia ri-
fatta davanti alla mole biancastra e roccocò
della chiesa dei Tolentini della fiorentina
Loggia dei Lanzi, gli ripetevano sotto gli
occhi le forme e gli schemi della classicità
ritrovata dall’architettura dell’ Umanesimo
italiano.
Su questi elementi fondamentali di cultura,
o anche solo di memoria, giocava inoltre sul
giovane pittore le sue suggestioni un partico-
lare accento di nostalgia per una terra, l’Italia,
sulla quale non era fisicamente nato, ma alla
quale si sentiva legato e dalla quale veniva
attratto anche per tanti ricordi familiari. Il
carattere culturale di quella preparazione gio-
vanile veniva dunque a mescolarsi con una
inclinazione psicologica che direi addirittura
ancestrale. Né si deve tacere quell’altra sug-
gestione esercitata sul giovane pittore dalla
pittura romantica di Delacroix; e in effetti
esistono remoti dipinti di quegli anni, fra il
1908 e il 1909, dove compaiono lotte di tigri
avvinghiate, uno dei temi preferiti appunto
dal pittore romantico francese; e il passag-
gio a un altro tipo di romanticismo più com-
plicato e allusivo, denso di simbologie lette-
rarie, di compiacimenti misteriosi, di risonan-
ze profonde, un po’ scenografico e archeolo-
gico, sognante, quale era attuato appunto a
Monaco, a Basilea e sui colli fiorentini da
Arnold Boeklin. Basterà ricordare, di questo
pittore tedesco di fine Ottocento, il famoso e
teatrale dipinto L'isola dei morti, dove lo sco-
glio sorge spettrale con gli strapiombi di roc-
cia e i vertici neri dei cipressi sopra uno spec-
chio di acque livide, su cui fluttuavano veli
di nebbie grigiastre; oppure quelli più tardi
delle Ninfe addormentate nei boschi, grevi di
silenzi misteriosi e serali, o di Odisseo fermo
sulle rocce a scrutare il mare deserto, verso
una immensità di sogno. Basterà, ripeto, ri-
cordare queste opere famose di Boeklin
quanto fradice di letteratura, per indicare
l’ambiente culturale e simbolistico entro il
quale iniziava le sue attività il giovane De
Chirico.
Indubbiamente ne fu attratto, anche per il
fascino esercitato da quel modo di dipingere
ricchissimo di artifici e di squisitezze di ta-
volozza e di pennello. Ecco infatti tutta una
serie di opere dechirichiane, che denunciano
la diretta derivazione da Boeklin: L'enignra di
una mezzanotte d’autunno del 1910, L'enigma del-
l'oracolo ancora del ’10, poi la Conversazione
mattinale del 1912 con le figure greche amman-
tellate su una piazza deserta dove dorme un’an-
tica statua in cospetto al mare; e infine L'’e-
nigma dell’ora pure del ’12, con lo spaurito
personaggio in toga davanti al portico vuoto
di una terme o di una stazione.
Ritroviamo lo stesso ambiente e gli stessi
personaggi dei quadri boekliniani cui s’è fat-
to riferimento. Ma il clima psicologico è di-
verso; lo dicono anche i titoli, con quell’in-
sistenza sul termine “enigma” quasi a denun-
ciare una mistificazione, un trompe-l’oeil del-
la memoria, una sospensione, un inganno,
che sposta tutto il senso di quell’evocazione
mitologica da una scena eroica a una scena
di finzione teatrale, di magia, di balletto ca-
priccioso e imprevisto. Si avverte cioè una
vena di ironia, che però si agghiaccia dei suoi
stessi fantasmi evocati e desta brividi di in-
quietudine. Ne deriva un senso ambiguo, una
duplicità, un enigma appunto che non riesce
a definirsi in farsa o in tragedia. E intanto il
pittore si sorprende delle sue stesse rappre-
sentazioni tra il fantomatico e l’evocazione
malinconica.
Bisogna ammettere che proprio in virtù di
questi diversi sensi, di questo artificioso ma
in un certo senso drammatico e ironico al-
ludere, nasce una dimensione poetica nuova,
irrazionale e magica, dove la cultura fa spec-
chio e rifrange immagini deformate dal sogno,
dal capriccio, dalla mistificazione. Una misti-
ficazione che si è mescolata a tal punto con
la realtà, da non saper più discernere il vero
dal falso, l’ora concreta quotidiana e il tem-
po della favola allucinata. È il giuoco irra-
zionale e pur lucidissimo, su cui avrebbe gio-
cato con altrettanta perspicacia tragica e umo-
ristica insieme il Pirandello delle prime ‘fa-
vole” teatrali. E difatti non si riesce a disco-
stare i manichini dechirichiani delle opere più
mature, quelle dopo il 1915, cioè del tempo
di Ferrara, dai “personaggi in cerca d’autore”
o dai magici improvvisi trasformismi delle
“recite a soggetto” pirandelliane.
È anzi questo nuovo senso che salva la
pittura dechirichiana di quegli anni dal per-
dersi nella letteraria scenografia romanticheg-
giante di Boeklin. Sta di fatto che già nei di-
pinti del 1910-'12 sono maturi i segni di
un’agile memoria che muove figure ambigue,
avvolte di pepli mediterranei nell’ombra mat-
tutina di alcune case prese a prestito dagli af-
freschi toscani o ferraresi, e ridesta un senso
di stupore, una spazialità estatica più celeste
che terrena, al di là di uno stretto limite fisi-
co, dilatata in una dimensione immaginaria,
soffocante di allusioni e di rivelazioni magiche.
Era chiaro fin da quei primi dipinti citati
che De Chirico non credeva affatto nell’otti-
mismo naturalistico dei pittori Impressionisti,
i quali trovarono la loro poetica nello studio
amoroso del p/ein air e della luce. Alla fine,
negli Impressionisti, l'emozione è tutta d’oc-
chio, un occhio restituito alla sua prima e ve-
loce impressione. L’ occhio di De Chirico in-
vece è più lento e ironico e non si persuade
alla variabilità della visione luministica. Guar-
da più addentro alle cose; non cura tanto la
loro superficie, quanto la loro immagine se-
greta rivelata dai giuochi continui e intrec-
ciati dei traslati figurativi. Gli oggetti, i par-
ticolari di natura, le figure, che negli Impres-
ni RITA
+» LU dat age,
e
I ara
Mebbiosa
subire ETTI Rd dei
quetvivit
“idolo ermafro-
dito” di Carlo Car-
lei quadri me-
di questo
pittore non vi sono
l'ironia e il senso
di sfacelo di De
Chirico; ma Carrà
ha una qualità
profonda: è
maro e più severo.
sionisti appaiono ancora per quel che sono
— o, almeno, per quello che la luce, colpen-
doli, li rivela — nella pittura Metafisica acqui-
stano un soprasenso, per il fatto che il pittore
entra in relazione con essi in un modo più
complesso e lirico, carico di suggestioni cul-
turali. Staccandoli dalla loro momentaneità
impressionistica, li spinge dentro uno spa-
zio percorso dalla fantasia e dal sogno, dove
si arricchiscono perciò di traslati, di sensi ma-
gici, rivelano nel silenzio cristallino delle geo-
metrie quattrocentesche prospettive non sol-
tanto di natura fisica.
Perdono insomma la loro pesantezza di og-
getti, per trasformarsi in simboli di mondi lon-
tani e decaduti in una dimensione di cangian-
ti nostalgie. Sembrano alla fine oggetti radu-
nati per sortilegio e nel loro apparire condu-
cono non si sa bene che aria stregata. Sono
oggetti chiamati in scena dal lampo della me-
moria e attivi perciò in conseguenza della lo-
ro capacità di creare echi sotterranei e pro-
lungati in mille direzioni irrazionali, e di ri-
stabilire una realtà poetica perduta nei labi-
rinti della vita logica quotidiana. Si vedano i
manichini delle Muse inquietanti, i Pesci sacri,
i vari Zrovatori, i numerosi ‘oggetti nella
stanza”. È da questa tangente magica che
sfiora la loro chiusa figura reale, che essi ac-
quistano quella veloce reattività analogica e
spesso ermetica, da ‘mistero laico” come
scrisse Jean Cocteau di essi e Ji trasforma in
amuleti, idoli assurdi, presenze ‘strane; e la
loro apparizione, fatta di incastri, di intrecci,
di filigrane figurative, eterogenee tra di loro
e inscritte su piani e su tempi diversi,
tanto che il passato ha la stessa eviden-
za del presente, si indirizza più all’intui-
zione poetica che al raziocinio dello spet-
tatore.
Tale giuoco di specchi e di riflessi defor-
manti trova un particolare incentivo dal cli-
ma stesso, e direi dalla presenza fisica, ma
continuamente sfuggente su prospettive fan-
tastiche, della stessa città di Ferrara, dove De
Chirico e il fratello Savinio si ritrovano nel
1915 per ragioni militari. La città appare in-
fatti come una stratificazione di epoche che si
accavallano e si mescolano, con incontri dav-
vero curiosi e istantanei di architetture diver-
se. Il silenzio della campagna pigra e odorosa
di màceri, di acque lente e di vegetazione de-
composta, avvolge la città come di un velo
impalpabile, che però la isola nel tempo e nel-
la realtà circostante. I palazzi turriti, le mura
merlate, le statue bianche a fregio delle ter-
razze o abbandonate nei terrapieni o sulle
piazze, richiamano una vita medievale, che
sembra ferma sui quadranti accecati. Ma al-
l'improvviso sorge sul cielo verde dei tra-
monti estivi il fuso di una ciminiera e da lon-
tano fischia il treno. Più che interrompersi
l’incanto di una città ritrovata nelle intatte
strutture dei suoi secoli andati, cresce la stu-
pefazione per il veloce inserirsi nel giuoco
della memoria di una realtà presente e imme-
diata. Per cui le persone, oltre che le cose,
vagolano in un'aria tesa e inquietata dall’a-
spettazione di altri eventi, presentiti, ma an-
cora misteriosi; e semmai succede — come
difatti è successo — che da una vetrina si
spostino sul selciato di una piazza i manichi-
ni per la pulizia settimanale di un negozio di
sartoria, essi divengono di colpo i personaggi
di quel “mistero laico”, premoniscono con le
loro assurde facce di manico o di guscio
d’uovo lo scatto del miracolo o il taglio secco
della morte: Muse inquietanti appunto di un
tempo strappato e da cui filtra dentro la vita
ogni possibile sortilegio e deformante. proie-
zione. Ma il sogno non è soltanto ironico;
esso si annera sugli aloni estremi di un senso
luttuoso di cupi e profondi sfaceli. C'è già
nell’aria, con le meraviglie, lo straccio della
delusione. Le carrucole dello spettacolo sono
arrugginite, i personaggi delle antiche mito-
logie, deposti i costumi, appaiono come arnesi
snodati, pupazzi di legno e di corda, di crine
e di ganci, smarriti anch’essi nella crudele
spoliazione e bisognosi di un filo di pietà,
che sempre si corrompe nell’acido dell’i-
ronia.
È in questa maturazione di sortilegio e di
ironica disperazione, in questa mistione di
museo e di moderna angoscia, che avviene
nel 1916 l’incontro con Carrà. Per suo conto,
l'abbiamo visto quasi in principio di questo
saggio, il pittore milanese avvertiva che il
Futurismo era per lui un’esperienza già con-
clusa, da cui aveva tratto tutto quanto poteva
permettergli la sua ispirazione. Ora sentiva la
necessità di altre concretezze, più vicine a
certe immagini classiche dell’antica pittura ita-
liana. E difatti se si accosta, sul richiamo eser-
citato dall’esempio di De Chirico, alla pittura
Metafisica, l'avvicinamento avviene per la
numerosa presenza di motivi e di pittura al-
l’ “italiana” che riscontra in quella poetica
pittorica o che, sul pretesto del richiamo ma-
gico, vi può praticare. Non è un fatto abba-
stanza chiarificatore che sull’incentivo della
pittura Carrà trovi la condizione spirituale di
riaprire il dialogo con Giotto? Accettò quin-
di quell’armamentario metafisico, quegli og-
getti stregati, quei manichini, quelle «evoca-
zioni magiche, quegli stati d’animo allusivi; e
dipinse anche lui piazze deserte con le albe-
rature dei velieri all'orizzonte, manichini,
idoli ermafroditi, Penelope nella stanza magi-
ca messa in scacco dall’atroce attesa del mi-
racolo, e tanti altri oggetti eterogenei affa-
stellati nelle scatole cubiche come se frugasse
in un deposito della memoria che lo aiutasse
a ricollegarsi con la pittura italiana delle ori-
gini. Carrà si concede al giuoco degli aloni,
delle trasformazioni; però si sente un accento
più amaro e una risonanza più severa. Ciò
che emerge e giustifica meglio queste opere
di Carrà, a partire da una delle prime opere
metafisiche sue, che è il Gentiluomo wbriaco del
1916, fino all’ultima, che è L'amante dell’inge-
gnere del 1921, è la ricerca più metodica verso
i risultati intrinsechi della pittura, che non
verso il giuoco a caleidoscopio delle immagini
dechirichiane. C'è infatti nei dipinti di Carrà
una configurazione più solida, che meno si
presta alle variazioni degli umori o ai can-.
giamenti della favola. E anche la pittura, chiu-
29
sa nei suoi tasselli di cristallo purissimo, ha
una qualità più profonda, una classicità
meno intrigante che non quella, pur pre-
ziosa e sorprendente di finezze pittoriche, di
De Chirico.
L’altro pittore metafisico, il terzo, e preci-
samente il bolognese Giorgio Morandi, com-
parve sulle “piazze magiche” più tardi, ver-
so il 1918. Ma la sua figurazione era più sem-
plice e ferma, in una declinazione purista più
che “metafisica”. Salvo due o tre tele, man-
cano infatti nei dipinti di Morandi i sopra-
sensi, i trasformismi spettacolari e ambigui,
gli enigmi, i traslati, l’alone magico. Le sue
bottiglie, le palle a spicchi, i dadi, i poliedri,
i busti dei manichini, gli ovuli e i bastoni
non ricorrono quasi mai a deviazioni nella
zona del sogno, né a intemperanze figurative:
basta all’evocazione della poesia la loro nuda
e semplice presenza. Gli oggetti appaiono ni-
tidi nello spazio loro assegnato e non tenta-
no fughe oniriche, né spiazzamenti di signi-
ficati. La luce che a volte li investe, è ancora
quella limpida e schietta della finestra dello
studio di via Fondazza, e perciò non frigge
come i raggi dei riflettori dechirichiani, che
destano ombre surreali, luminescenze spieta-
te. Anche le prospettive dei piani inclinati,
accennano piuttosto ai bassi fondali dei piani
di Piero della Francesca e di Paolo Uccello,
che non alle rigide inclinature dei teatrini
metafisici.
Il nostro interesse di spettatori non deve
fermarsi al catalogo e alle suggestioni di que-
gli oggetti; le lenze, i biscotti di gesso, le
squadre, i pesci di latta, le statue, i manichi-
ni. È un armamentario che non turba alcun
equilibrio con i sortilegi ironici. Morandi li
accetta mettendone in evidenza le forme ni-
tide, corpose, anziché manipolare la loro not-
turna stregoneria. Caduta la necessità di una
imitazione naturalistica e di una espressione
soltanto logica o imitativa, quegli oggetti mo-
randiani, a differenza che nei quadri di Carrà
e soprattutto di De Chirico, hanno destato
nel pittore la coscienza delle leggi formali,
puriste dell’opera d’arte. Se nelle opere dei
suoi colleghi la Metafisica approfitta della
rottura col mondo del realismo ottocentesco
per inserire nello sconvolgimento un soffio
lirico che altera il senso se non i connotati
degli oggetti, nelle opere morandiane si sta-
bilisce un ordine spaziale di precise figure
geometriche, emblematiche soltanto nel sen-
so della loro purezza d’immagine.
Tutt’altro che ristretta nelle sue variatissime
componenti, nel quadro della pittura europea
di quegli anni la Metafisica ebbe una funzione
evocativa, fantastica e surreale, specie dalla
parte di De Chirico, non per nulla saccheg-
giata a piene mani dai più giovani surrea-
listi bretoniani, in particolare da Salvador
Dali e poi da Yves Tanguy. Ma dalla parte
di Carrà e soprattutto dalla parte di Morandi
ebbe una pronuncia classica, una limpidezza
formale e per nulla accademica che l’antica
pittura italiana del Quattrocento, con i suoi
rigori geometrici, aiutava per la sua parte a
suggerire.
Il laminatoio
“più bello
d’ Europa”
Lo scrittore Nino Palumbo ha visitato per
noi a Novi Ligure la nuova sezione di lami-
nazione a freddo sorta accanto ai vecchi im-
pianti e già in avanzata fase di avviamento
produttivo. Pubblichiamo alcune sue impres-
sioni, di fronte al grande, modernissimo
stabilimento che ha mutato l’aspetto della
campagna novese.
Novi Ligure, novembre
Imbocchiamo l'autostrada per Serravalle : un
nastro d’acciaio ondulato, a volte contorto, in-
cassato fra colline spruzzate di bianco e con
alberi ormai spogli. La giornata è splendida,
anche se un po’ fredda : il sole resiste e fa pen-
sare ancora all'autunno, mentre manca esatta-
mente un mese a Natale. E, con Natale, un
nuovo anno, ricco, come questo che sta per fini-
re, di eventi, di sorprese, di pericoli, ma anche
di speranze.
I camions, gli ‘“‘autotreni” (come ormai li
chiamiamo con parola nostra ma impropria), ci
lasciano il passo: uno dietro l’altro, col loro
carico di tonnellate, proseguono pazienti e sor-
nioni verso le destinazioni prestabilite.
L’autista che ci porta a Novi, occhi vivi in-
telligenti, è giovane ancora, ma ha fatto tutti
gli anni della guerra. Proprio su quella auto-
strada, più avanti, verso Voghera, — dov'era
stata ‘“sfollata” la sede dell’ Ilva — negli ultimi
giorni per un pelo non ci rimise la pelle. Lo
dice come un fatto che ormai appartiene alla
preistoria, mentre sono passati vent'anni appe-
na. La vita coi suoi giorni, coi suoi anni di no-
vità incalza per tutti, urge e scaccia le esperien-
ze e le vicissitudini di ieri. Solo così possiamo
accorgerci a tratti che gli anni passano, ma che
non distruggono il nostro spirito e il nostro biso-
gno di agire, di fare, di essere presenti giorno
per giorno. Eppure centocinquanta pallottole ri-
dussero a un colabrodo la macchina che guidava :
a carbone di legna. Chi non se le ricorda le po-
che che si vedevano girare? Si sapeva a che ora
si partiva, ma non si sapeva a che ora si arri-
vava.
Fece sette anni di vita militare, il nostro
autista, ma sempre in Italia : l’altra sua “‘for-
tuna”. Ed ammetterlo è atto di onestà : come
autista al quartier generale, della Divisione Lit-
torio a Parma.
Bastano però questi ricordi di guerra a far
franare l’euforia în noi.
Una ragazzina che gli salva la pelle e gli per-
mette di guidare ancora oggi una buona Fiat e
di raccontarci perché è ancora vivo e sano.
Sull’autostrada nei pressi di Voghera non aveva
visto gli apparecchi inglesi che volteggiavano già
da qualche minuto. Dal ciglio della strada una
bambina si sporge e gli fa segno. Allora capisce
a volo, come capivano tutti quelli che si trova-
vano in pericolo in quegli anni neri. Frena di
colpo, salta giù e di corsa raggiunge la cunetta
a lato della strada. Pochi secondi ancora e d’in-
filata la macchina è ridotta a ‘“colabrodo” :
150 pallottole!
Quando si dice il destino!
Destino a parte, rimane la realtà che adesso
ci conduce a Novi a visitare il nuovo lamina-
toio a freddo dell’ Italsider, sezione staccata
del centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di
Cornigliano. Ne abbiamo sentito parlare, ne
abbiamo letto, ma desideriamo renderci conto di
questa realtà prodigiosa della tecnica e della
scienza.
Lasciamo l’autostrada e prendiamo Novi.
Passiamo dal traffico febbrile, frastornante, al-
la tranquillità della strada per Alessandria.
Siamo già in Piemonte, anche se le terre ai no-
stri lati sanno di Liguria, partecipano dei de-
stini commerciali ed economici della Genova
ricca, febbrile, ma parsimoniosa, diffidente, un
tantino taccagna. Le colline digradano, si spia-
nano : abbiamo ai lati terreni pianeggianti, este-
si, ancora brinati, nella leggera foschia. Alberi
divelti, di gelso, giacciono con le radici e î ra-
mi tagliati all'essenziale.
E finalmente Novi con le sue strade larghe,
animate, i negozi moderni e le vetrine addobbate.
Il vecchio stabilimento : gli facciamo una bre-
ve visita. Costruito nel 1912, le sue attrezza-
ture sono ormai inadeguate, ma gli impianti re-
steranno parzialmente in funzione.
I vecchi e le vecchie cose si rispettano, ma
l’ossequio dei giovani non va mai al di là del-
l’atto di omaggio affettuoso e riverente.
Sappiamo che esso ha fatto vivere migliaia di
famiglie e per decine di anni ha dato acciaio
per tonnellate e tonnellate. Eppure adesso è il
“vecchio stabilimento”. La vita di un'azienda
è molto simile a quella di un uomo : la fanciul-
lezza, la giovinezza, la maturità (quando tutto
ci pare che ci appartenga e ci dovrà apparte-
nere per l'eternità !), la vecchiaia e la senescenza !
Ma come a quella dell’uomo, anche alla vita
della fabbrica presiedono leggi severe e precise.
Mi spiegano i motivi economici, finanziari,
ma anche di ordine sociale, il dirigente ammini-
strativo dr. Macciò e il segretario dello stabi-
limento sig. Parodi, e poi, nella visita al nuovo
stabilimento, il capo del servizio di laminazione
a freddo ing. Barbieri : al di là delle loro per-
sone, a me è parso di chiacchierare con tutti
gli altri dirigenti e con le maestranze che ho
incontrato nella visita ed alcuni ho anche salutato.
Girare per una giornata circa non basta a
scrivere di un complesso, nuovo, luccicante, im-
ponente, che incute ammirazione e soggezione.
Eppure, accompagnato dall’ingegnere e dal se-
gretario, la visita è stata esauriente, gradevole,
e ricca di cognizioni nuove. Adesso so con pre-
cisione che cosa sia un laminatoio a freddo e a
quanti usi può servire il prodotto realizzato
nella sezione del centro siderurgico ‘Oscar Sini-
gaglia” : da quelli dell'industria automobilistica,
a quelli dell’industria dei prodotti elettrodome-
stici, a quelli sempre più ricercati degli elementi
prefabbricati per l'edilizia industrializzata.
Novi, col tempo, non produrrà più come una
volta tondino, profilati e lamiere a caldo : sarà
specializzato, “altamente specializzato”, come si
dice oggi, nella produzione esclusiva del lamieri-
no a freddo.
Le varie fasi della lavorazione dei rotoli di
lamiera sono davanti agli occhi e i termini tec-
nici rimbalzano dalla mente alle labbra come in
una specie di giuoco cui ognuno di noi si ab-
bandonò, sia pure per qualche momento, nell’in-
fanzia : decapaggio (‘‘decappàggio”, del XX se-
colo, per ripulitura superficiale di pezzi metallici
ottenuta per immersione in liquido adatto. Dal
francese : décapage ; da décaper (un metal) già nel
1742, deriv. da cape- “cappa”, da cui lo spagnolo
décapar. L’urgenza di chiarire il mistero di que-
sta nuova parola !), e poi laminatoio continuo
a freddo, e poi ricottura nel suo forno, e cilin-
dratura, e linea di taglio. E all’inizio e alla
fine del lungo capannone metallico, di ben
settantamila metri quadrati, il magazzino in cui
si trovano i rotoli a caldo da lavorare e il de-
posito da cui partiranno i rotoli e i lamierini
lavorati a freddo.
Ho paura di far perdere molto tempo all’in-
gegnere che ci accompagna. Ma sono assicurato
che non fa nulla di straordinario, poiché questo
giro d'ispezione” dovrebbe farlo lo stesso :
guardare le sue macchine, il “treno tandem”, con-
trollarli, chiedere del loro rendimento agli operai
ed ai tecnici, (quasi tutti giovani, sereni, si-
curi, composti e pazienti vicino alle proprie
macchine!) e parlare con uno o chiedere cogli
occhi ad un'altro, mentre non cessa di parlare
con me'e con noi, di spiegarci l’uso di ognuna
di esse, il suo funzionamento, la sua potenzia-
lità. Vi è nelle sue parole, nella sua voce, del-
l'entusiasmo comprensibile : ognuno vuol bene
alla propria creatura, alla propria opera, che
s'è vista nascere, cui si fa fare î primi passi.
3I
L'ingegnere che ci accompagna è lì dalla pro-
gettazione, ha visto sorgere i grandi capannoni
a struttura metallica, l’uno legato all’altro, per
più di un chilometro di estensione e poi innalzare
gli archivolti slanciati fino a trenta metri, e
poi preparare le fondazioni per i potenti mac-
chinari, e poi... e poi... e poi ...: e, come lui,
la maggior parte degli operai, dei tecnici, quelli
del vecchio stabilimento e altri provenienti dal-
lo stabilimento di Cornigliano, oppure nuovi.
Di questi, alcuni sono ex allievi della scuola
statale siderurgica ‘“Odero” che funziona all’in-
terno dell’ “Oscar Sinigaglia” ; altri invece sono
stati assunti dopo una accurata selezione.
Nel nuovo stabilimento, che è in fase di ro-
daggio, lavorano ora milletrecento degli oltre
duemilacento tra operai ed impiegati complessi-
vamente operanti nella sezione di Novi Ligure,
nel nuovo impianto e nelle lavorazioni del vec-
chio stabilimento mantenute in funzione. Ma il
loro numero è destinato certamente a salire, di
pari passo con l'aumento del ritmo produttivo.
Per il 1965, l’anno che dovrebbe segnare, se-
condo i programmi, la piena efficienza della se-
zione, Novi potrà impiegare, mi dice l’ingegne-
re, circa tremila persone. Per rendersi conto del-
la differenza, tra il “vecchio” e il “nuovo” sta-
bilimento bastano due cifre: la punta massima
della produzione di laminati del vecchio impian-
to fu, nel 1955, di centottantatremila tonnellate ;
nel 1965, il nuovo complesso produrrà, secondo
le previsioni, quasi ottocentocinquantamila ton-
nellate di rotoli e di lamierino a freddo, una cifra
che si avvicina molto al gettito complessivo ita-
liano di tali prodotti nel 1962.
« Senza dubbio può essere considerato uno dei
più belli e certamente il più attrezzato del suo
tipo in Europa», mi ripeto mentre passiamo
da una sezione all'altra, e ricordo l'entusiasmo
con cui mi ha fatto questa affermazione il se-
gretario dello stabilimento, l'istituzione vivente,
come è considerato, che da più di quarant’an-
ni vive con la vita dello stabilimento a Novi :
in lui il vecchio e il nuovo si contemperano, at-
traverso la sua opera, la sua alacrità, il suo
entusiasmo. E, come il vecchio stabilimento, len-
tamente, insensibilmente, passa e si travasa nel
nuovo : anello di congiunzione anche fra le vec-
chie maestranze affezionate, legate all’antico
stabilimento nel quale ancora lavorano, e il
nuovo, fresco, aerato, puntuale nei congegni co-
me un orologio, attraverso i giovani operai
specializzati.
Sembrano dei ragazzini questi addetti alle
macchine, cresciuti in fretta, seriosi, importanti !
Ma mi rendo conto che ragazzini non sono,
quando mi avvicino a qualcuno di loro e gli
parlo. Gli occhi vivi ombreggiati dal casco, le
mani ferme bloccate ai polsi dalle opportune e
previste fasce di sicurezza: ognuno sa quello
che deve fare e come deve farlo. Hanno studia-
to, si sono preparati per questo : duecento lavo-
rando per parecchi mesi al laminatoio a freddo
di Cornigliano, un centinaio addirittura andan-
do a seguire un corso trimestrale fino in Ameri-
ca! A gruppi, a seconda della macchina, o tre-
no, vicini alle proprie macchine lavorano di
lena, ognuno attento, preciso, al pezzo di mac-
china che ha in consegna, nel frastuono, nel cli-
ma euforico del fare, del creare momento per
momento qualche cosa di nuovo, che trascende
le forze fisiche di tutti loro. Su foglietti, su ta-
belle controllano cifre e numeri, mentre il rotolo
di lamiera d’acciaio si muove, vive, si agita, at-
traverso le varie fasi di lavorazione, fino a ri-
tornare uno della montagna di rotoli levigati,
assottigliati, lucidi e pronti per essere presi dalle
potenti gru (gli uomini, piccolissimi, nelle loro
gabbie di vetro, in alto, sotto gli archivolti, che
per ore manovrano quelle potentissime gru, a
elettrocalamite, e osservano la vita dello stabi-
limento, distanti, apparentemente, ma stretta-
mente legati alle fasi del lavoro dei compagni a
terra !), e mandati ai vari committenti (e che
cosa adesso non si fa col lamierino d'acciaio a
freddo? !)
Lo stabilimento si trova fra due strade : quel-
la di Ovada, e quella statale, e si potrebbe con-
siderarne anche una terza, quella della ferrovia.
Mi dà ragguagli topografici e commerciali il
dirigente amministrativo, il ‘‘ragiunatt’, laurea-
to in economia e commercio a Genova, ma da
anni anche lui abitante di Novi. E mentre per-
corriamo l’area esterna del laminatoio a freddo,
egli col segretario studia il posto migliore per far
collocare le insegne della “Italsider”, luminose,
grandiose, di modo da potersi vedere di gior-
no e anche di notte e da molta distanza : inse-
gne che dovranno avere soprattutto il valore
del documento, di attestazione per ciò che si è
riusciti a fare, una specie di biglietto da visita
per coloro che passeranno in macchina attraver-
so le due strade e quelli che vedranno l'enorme
costruzione in lamierino lucido d’acciaio dai fine-
strini dei treni. Un’oasi di lavoro, nella campagna
silenziosa e coperta dalla neve d'inverno, e ver-
de e lussureggiante d'estate. E i viaggiatori e
gli automobilisti potranno vedere anche il caval-
cavia che come un ‘‘ponte’’ è stato gettato fra
il vecchio e il nuovo stabilimento : un'ulteriore
dimostrazione che niente ha termine e niente ha
principio vero, ma tutto trasmuta, come noi che,
dai nostri genitori, siamo trasmutati nei nostri
figli.
Lasciamo lo stabilimento che è buio fuori ;
una sera stellata, piuttosto fredda e la leggera
foschia in fondo verso la campagna addormen-
tata. La vita nel capannone continua, e continua
anche la vita tecnica ed amministrativa negli
uffici dove ci siamo congedati dall’ingegnere
(alto, magro, apparentemente tutto nervi, preci-
so, molto gentile e, soprattutto, preparato, che
“sa quello che c'è da fare” !).
La via principale di Novi è illuminata, mol-
to illuminata. L'autista ci ricorda che da questo
venerdì fino alla domenica ci sarà la “fiera” di
Santa Caterina. Panchetti ai lati della strada,
torroni, coriandoli, palloncini, noccioline ameri-
cane, spagnolette : la fiera di un tempo, di bestie,
di mercato, soprattutto di bovini, ha ceduto il
luogo alle giostre, ai tiri a segno e, alla dome-
nica, alla processione della Santa in onore della
quale si fanno i festeggiamenti. Ma la fiera delle
bestie si farà lo stesso: in una via secondaria,
molto vicino al vecchio stabilimento dell’ Italsider.
Tre giorni, dal venerdì alla domenica, di tradi-
sione locale, di manifestazioni che dai padri si
tramandano ai figli.
Vi prenderanno parte anche gli operai, i tec-
nici, i dirigenti del vecchio e del nuovo stabili-
mento, vi porteranno le loro donne, i loro figli
(chi non rimane contagiato dalle tradizioni?).
Ma io penso ai quindici dipendenti che questa
stessa sera di venerdì dalla voce dell'ingegnere
apprenderanno che hanno fatto un ulteriore passo
avanti nella loro carriera: un altro scatto di
grado, che comporterà una sistemazione maggiore
e migliore anche economica, e il riconoscimento
del loro attaccamento alla macchina e alle sorti
dello stabilimento. Per quindici famiglie un Na-
tale più allegro, con speranze maturate e con
nuovi progetti proiettati nel futuro.
A Serravalle prendiamo per il passo dei Giovi :
strada antica, tutta curve, ma libera.
Dall'alto un nastro di fari, di luci, lungo cen-
tinaia di metri, sull'autostrada che va a Ge-
nova, e un rumore lontano confuso di motori
che ricorda ancora quello smorsato del nuovo
stabilimento Italsider di Novi.
Attraverso tutte le epoche l’uomo è passato
portando con sé un bagaglio di grandi speranze
ma anche di grandi paure,
I pessimisti possono trarne la conclusione che
la paura, un’irrazionale paura, è uno degli aspet-
ti della condizione umana, e che anche il futuro,
dicono — uno, vedrà l’uomo
preda di sempre nuove angosce. Gli ottimisti,
dal canto loro, possono pensare che la paura
non è che il prezzo della nostra coscienza, del
nostro renderci conto che stiamo al mondo ; e
se il mondo ci dà sempre qualche
anche sempre qualche soddisfazione, per cui c’è
di che sperare. Alle grandi paure degli uomini
è dedicato questo articolo di Umberto Eco, per
le conclusioni che ne vorranno trarre, ciascuno
per suo conto, pessimisti e ottimisti.
se ne avremo -
guaio, ci dà
\ristotele, nella Rezorica, definisce la pau
ra come « un dolore o un turbamento prove-
niente dall’immaginazione di un male che può
giungere, portante distruzione o dolore ».
Se accettiamo questa definizione, dunque, è
essenziale alla paura che il male won s pra
apparso; esso semplicemente si preannuncia, si
presenta come possibile, e la nostra immagi-
nazione se lo prefigura, quasi lo pregusta. I
i agli
occhi della nostra fantasia, incombe, eppure
non arr da questa attesa protratta nasce la
paura. La paura, a rigore, è indipendente dal-
l’avverarsi del male: è connessa all’immagina
questo, naturalmente, il male ingigantisce
James
zione del male, non alla sua realtà. |
Joyce, liberamente rifacendo Aristotele, spie-
gava che la paura è ciò che « arresta la mente
alla presenza di tutto ciò che è grave e co-
stante nelle sofferenze umane, e la unisce al-
la causa segreta ». Vale a dire che si ha paura
quando non solo si prevede il male, ma se
ne intuisce la radice profonda, la cupa neces-
sità, quando si intravede dietro ciò che ci
incombe la for
luttabile presenza del maligno, la causa che
vendicatrice di un dio, l’ine
supera le nostre possibilità di resistenza e
Possiamo facilmente immaginare che l’uo-
mo primitivo abbia provato più paure di
quante ne proviamo noi oggi: il mondo era
ati, di
annunciarsi come m
pieno di misteri inspie ause segrete”,
ogni fenomeno poteva
ligno: il fuoco, l’uragano, il tuono, il freddo...
Il mondo intero era una grande epifania del
la paura. Ma come l’uomo primitivo abbia sa-
muto dominare questi terrori e risolvere il ti
]
more in confidenza, la storia dell’umanità è qui
per dimostrarcelo. È dopo. questo momento,
da quando grosso modo l’uomo ha tracciato
uno spartiacque tra ciò che è naturale e pe-
riodico (pioggia, freddo, caldo, aridità, fuoco,
inondazione...) e ciò che è casuale, nuovo
ed estraneo alla esperienza degli avi, è da
questo momento che possiamo andare alla ri-
cerca di quei fenomeni, reali o fittizi, che
scatenarono nei gruppi umani ondate di pau-
ra “arrestando” la loro mente (come avreb-
be detto Joyce), rendendoli incapaci di rea-
gire, o facendoli reagire nei modi più illogici
e deleteri. Una rapida indagine del genere,
fatta a volo d’uccello, ci farà riscoprire alcuni
momenti della storia in cui la paura non fu
solo un fatto psicologico, riguardante i pro-
cessi fisiologici ed emotivi di un individuo,
ma un fatto sociologico, un patrimonio co-
mune di gruppi assai vasti, un fatto che ha
provocato catene di altri fatti, ha modificato
il corso degli eventi. Spesso nella storia del-
l’umanità le grandi paure hanno funzionato
come le grandi guerre, hanno cambiato la
geografia, la storia dell’arte e del costume, il
sentimento religioso.
Certo tra le prime grandi paure dell’umanità
potremmo annoverare quel Diluvio di cui ci
parlano tutte le mitologie primitive, e i fla-
gelli naturali associati ai segni astronomici, le
carestie e le comete, le pestilenze e le congiun-
ture astrali; e così i flagelli biblici come l’in-
vasione delle cavallette, che non a caso è ci-
tata nell’ Apocalisse di San Giovanni. Ma con
la citazione del libro dell’apostolo Giovanni
abbiamo forse centrato uno dei terrori più
esemplari che mai abbiano agitato l’umanità
su scala quasi totale per il corso di parecchi
secoli, la paura per l'imminente fine del mon-
do, diffusasi attorno al primo millennio del-
l’èra cristiana.
La descrizione del veggente di Patmos
provvede alla pia immaginazione delle folle
cristiane abbondantissima materia per eserci-
tarsi nell’inquietudine paralizzante a proposi-
to di qualcosa di imminente e incontrollabi-
le:« Ecco che Egli viene sulle nubi: e ogni
occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero,
e a causa di lui si batteranno il petto tutte
le tribù della terra... ». E con l’apparizione di
Dio avrà inizio la fine dei tempi, Cristo ap-
parirà come già era apparso a Giovanni, col
capo e coi capelli di lana candida simile a
neve, e gli occhi di fuoco fiammante, i piedi
simili a rame arroventato in una fornace, la
voce come il rumore di molte acque (e Gio-
vanni stesso ha pawra, sì che cade a terra co-
me morto e Cristo gli raccomanda di “non
temere”): e sarà il momento che appariranno
tra lampi e tuoni i ventiquattro seniori, si
aprirà il libro dei sette sigilli, apparirà la mor-
te, alla quale era stata data potestà sulla terra
« per uccidere con la spada, con la fame con
le pestilenze e con le bestie feroci », e al se-
sto sigillo il sole diventerà nero come un sac-
co di Cilicia, la luna si farà di sangue, le stel-
le cadranno sulla terra come fichi scossi da
un gran vento, il cielo si ritirerà come un
libro quando si avvolge, e i monti e le isole
nella pagina a fianco: nel
“Trionfo della morte” di
Bruegel il Vecchio (1560 -
Museo del Prado, Madrid),
la morte appare in tutte le
forme possibili: malattia,
devastazione, saccheggio,
trascorrere spietato del
tempo che non rispetta
alcuna grandezza umana:
è una sintesi di quella
folla di fantasmi e di ti-
mori, di quelle vaste in-
quietudini che serpeggia- i Ca
vano nel XVI secolo nel
corpo sociale di un'Europa
del nord ove peraltro fer-
vevano le arti e i commer-
ci e si iniziava il rinasci.
mento. \\
qui accanto: “Diavolo e
strega”, incisione del “De
Laniis” di Ulruch Molitor. i
Il diavolo poteva arrivare
di notte e possedere una
fanciulla, un uomo o col.
lettivamente un gruppo di
persone, e si avevano così
le “possessioni diaboliche”,
oppure possedere una sola
persona che gli si piegava YI
per scelta volontaria: co-
stei era la strega. Sponta-
neamente radicata nella
superstizione popolare non
di rado la paura per le N
streghe fu piegata a scopi
di vendetta personale o di )
rivalsa politica.
20041401"
saranno spostati; e al settimo sigillo saranno
flagelli di ogni genere; e saranno sciolti i
quattro Angeli legati presso il gran fiume
Eufrate, dove son pronti per l’ora e il giorno
in cui dovranno uccidere la terza>parte degli
uomini... Tralasciamo qui l’arrivo del drago-
ne, della bestia del mare e di quella della ter-
ra, i tre demoni della guerra e gli orrori che
provocheranno i sette calici versati dagli an-
geli: ma quanto queste immagini abbiano scos-
so l’umanità lo verifichiamo andando a consul-
tare i manoscritti miniati attraverso i secoli
nei quali riappaiono in varie guise le visioni
dell’ Apocalisse; e d’altra parte il libro di Gio-
vanni, nella sua violenza immaginifica, non
proponeva all’umanità una visione privata na-
ta da angosce individuali, ma interpretava nel
modo più violento le inquietudini e i terrori
oscuri di una cultura che avvertiva di essere
arrivata ad una svolta della civiltà, e lo de-
nunciava nel modo più icastico, accessibile
alla fantasia popolare e quindi atto a generar
paura. Una santa paura, permeata di attesa e di
fiducia, ma che sociologicamente funziona co-
me paura, sconcerta le folle, inclina all’inazione,
congela il corpo sociale, anche se riscalda il
corpo soprannaturale della Chiesa in forma-
zione.
Anche perché tra le masse sta prendendo
forma un’altra grande paura che comincia a
scuotere la società romana; una paura che
invaderà il campo quando all’attesa nervosa
dell’Apocalisse si sarà sostituita una più sere-
na disposizione all’approfondimento dottrina-
le per i cristiani: ed è la paura dei barbari.
E questo terrore si manifesta concretamen-
te, con lo spopolamento di vaste zone, le mi-
grazioni di gruppi umani, la diserzione delle
colture, le devastazioni, l'abbandono in parte
fiducioso e in parte fatalistico alla protezione
della Chiesa, là dove lo stato non può più da-
re garanzie, mentre si diffondono le pestilenze
e le carestie... Dalla caduta di Romolo Augu-
stolo alla ricostruzione carolingia l’ Europa
intera (eccettuate 1’ Irlanda e 1’ Inghilterra)
è l’esempio concreto di un disfacimento po-
litico culturale e sociale dovuto, tra gli altri fat-
tori, a quella passività che deriva dalla paura.
Lewis Mumford ha parlato in proposito di
“ibernazione spirituale” e di “strategia della
ritirata”. Con l’esperimento carolingio l’Impe-
ro riceve un ordinamento, i gruppi non sono
più abbandonati a se stessi, il sistema feudale
promette e dà a ciascuno un luogo esatto e ga-
ranzie di vita. Dovrebbe essere la fine della
ondata di paura: eppure, pare che proprio nei
“Guerrieri saraceni che hanno rapito dei monaci”, mi-
niatura tedesca del 1477. I Saraceni riassumono dapprima
tutti i terrori per l’uomo dalla pelle diversa, l'Africano, il
Moro, inassimilabile dalla civiltà europea, malgrado tutto.
E poiché saranno poi i Turchi ad assumere la leadership
dell’ Islam, ecco che si insinuerà, con la paura per il
Moro, la paura per l’uomo di origine mongola, l’inva-
sore giallo. «Mamma li Turchi!” è un detto popolare,
ma esprime lo stato d’animo di popolazioni rivierasche
in continuo allarme,
Questa stampa del 1630 descrive con minuzia di par-
ticolari il supplizio al quale furono sottoposti in piazza
della Vetra due supposti “untori”, Giacomo Mora e
Guglielmo Piazza. Si noti sulla destra la “colonna in-
fame” di manzoniana memoria. Molte furono le vitti-
me della credenza che la diffusione delle pestilenze
fosse dovuta a uomini malvagi ispirati dal demonio.
secoli in cui la ricostruzione si articola e pren-
de forma, scoppi una delle più celebri e tipi-
che epidemie di paura. Sono i cosiddetti «ter-
rori dell’Anno Mille».
“Cosiddetti”, perché le notizie al riguardo
sono assai imprecise, ed è senz’altro una rico-
struzione di origine romantica quella per cui,
all’avvicinarsi della notte fatidica, le folle si
sarebbero riversate all’aperto, annichilite dal
terrore, per attendere la fine del mondo già
preannunciata da sinistri prodigi; levando in-
fine canti di giubilo quando l’alba del giorno
nuovo avesse rivelato che il mondo continua-
va e la vita risorgeva. Ricostruzione dramma-
tica di una serie di fatti molto più complessi
e distribuiti lungo l’arco del tempo. Infatti,
anzitutto, non vi furono mai opinioni concordi
su quale potesse essere esattamente l’Anno
Mille, poiché, anche accettando le indicazioni
dell’ Apocalisse ed attendendo, a conti fatti, la
fine dei tempi circa un migliaio di anni dopo
l'avvento del Regno di Cristo, c’era chi co-
minciava a conteggiare questo Regno dalla
nascita del Salvatore, chi dal giorno della
Passione e chi, addirittura, dalla donazione di
Costantino. Ma indubbiamente la ricostruzio-
ne romantica della notte dei terrori si appog-
giava su testimonianze abbastanza indicative,
come quella del monaco borgognone Rodolfo
il Glabro, che nei suoi cinque libri di isto-
riae (che vanno dal 900 al 1044) si diffonde a
lungo sui prodigi che avrebbero annunziato
l'approssimarsi della fine: una meteora apparsa
verso il mese di settembre e che resta visibile
per tre mesi, fenomeno che non si manifesta
mai agli uomini «senza annunciare sicura-
mente qualche avvenimento misterioso e ter-
ribile». Non solo, ma «si credeva che l’ordine
delle stagioni e le leggi degli elementi, che
sino ad allora avevano governato il mondo,
fossero ricaduti nel caos eterno, e si temeva
la fine del genere umano». Poi Rodolfo av-
verte evidentemente quello di cui si era reso
conto nelle sue Cronache anche Tietmaro di
Mersebourg («Il millesimo anno dopo il
parto salvatore della Vergine essendo arrivato,
si vide brillare sul mondo un mattino radio-
SO... »), e intende questo mattino sereno non
tanto come un episodio metereologico preciso,
ma quanto come un clima spirituale diffuso; il
mondo, ci spiega, si risvegliava come da un
brutto sogno e si riaccendevano le energie
sopite dalla paura. E la Francia cominciava
«a coprirsi di un bianco mantello di chiese».
Era l’alba della grande rinascita romanica.
Comunque la paura c’era stata, anche se non
si era verificato l’episodio della “grande not-
te” e il terrore non si era concentrato in un
momento preciso. Henry Focillon, in un esem-
plare studio sull’Anno Mille, ci dimostra
proprio come la paura si fosse addensata per
gradi, alla lontana, addirittura dal VII secolo,
e fosse continuata oltre il Mille, morendo a
poco a poco, mentre la Chiesa, attraverso le
poche dichiarazioni ufficiose al riguardo, ten-
tava di aggiornare sine die il compimento della
sua stagione terrena, scoraggiando le inter-
pretazioni troppo ristrette della tradizione mil-
lenaristica; e che, fatto curioso, il periodo del
quale ci mancano del tutto documenti circa le
profezie e i terrori, fosse proprio quello in-
torno al compimento del millennio, come se
la gente avesse avuto paura prima e dopo, e
non durante il passaggio fatidico. Ma prima,
le voci si facevano sempre più insistenti, l’at-
tesa era pressoché ufficiale: mundus scenescit,
«il mondo invecchia », aveva scritto un cro-
nista germanico, e nel VII secolo il monaco
Marcolfo scrive «la fine del mondo che si av-
vicina manifestando con rovine crescenti certi
indizi »; e negli atti notarili si leggono frasi
convenzionali come «avvicinandosi la fine
del mondo », o « Avvicinandosi pertanto il
termine del mondo e crescendo d’ogni parte
le rovine... », messe accanto alla data, come a
segnare l’èra in corso. Nel 909 il Concilio di
Trosly invita i vescovi a tenersi pronti a
render ragione dei loro atti, perché sta arri-
vando il giorno del giudizio; nel 998 Abbone
di Fleury annuncia che il mondo finirà nell’an-
no in cui l'Annunciazione coinciderà col Ve-
nerdì Santo. La voce popolare cresce, occorre
persino frenare il nervosismo che gira nel-
l’aria, verso la metà del X secolo Gerberga,
regina dei Franchi, commissiona al monaco
Adso un Libellus de Antechristo nel quale si
dimostra con vigorosi argomenti che la fine
del mondo non potrà avvenire sino a che
non si sarà esaurita la vocazione imperiale
dei Franchi.
Ma Focillon ci aiuta anche a spiegare più
a fondo l’insorgere dei terrori e risponde a
una domanda che ci si poneva prima, perché
cioè i terrori fiorissero proprio quando la so-
cietà europea stava rinascendo dallo choc su-
bentrato alla caduta dell'impero. E la risposta
ci permette di riallacciarci al discorso sulla
Apocalisse: i terrori dell’Anno Mille sono solo
l’ultima manifestazione vistosa di una paura
continua che ha continuato a serpeggiare nel-
la coscienza cristiana dai giorni della visione
di Patmos.
«...Il pensiero dell’ Apocalisse accompagna
il Medio Evo tutto, e non nel segreto delle
sètte eretiche nascoste, ma alla luce del sole,
attraverso l’insegnamento comune... Si può
dire che, ogni volta che l’umanità è scossa dal
profondo da un cataclisma politico, militare o
morale di ampiezza inusitata, essa pensa alla
fine dei tempi ed evoca l’Apocalisse». Così
Focillon; e attraverso la sua indagine la paura
millenaristica assume un rilievo esemplare: non
solo appare come la più grande e diffusa del-
le grandi paure che afflissero l’umanità, ma
come il modello stesso di ogni grande paura.
Naturalmente il Medio Evo fu propenso
più di ogni altra epoca a questi cataclismi psi-
cologici e sociologici, a queste neurosi col-
lettive. Ma talora si pensa al medioevo sem-
plicemente perché in quell’epoca certi terrori
assunsero, nelle pagine miniate o sui timpani
delle cattedrali, la loro espressione più tipica
e violenta. Ma consideriamo un istante un’al-
tra forma di grande paura: l’inquietudine sot-
tile nei confronti delle potenze diaboliche,
l’atteggiamento per cui si era propensi ad evo-
care la figura del maligno di fronte ad ogni
calamità e ad ogni fenomeno angosciante ed
inspiegabile; e alla paura sorella, il timore dei
posseduti dal demonio, dei venduti alle poten-
ze infernali, e di conseguenza la ‘caccia alle
streghe”. Fu un fenomeno medievale, è vero,
ma si protrasse per i secoli d’oro del rinasci-
mento: e il testo più terribile sulla caccia alle
streghe, il manuale ufficiale degli inquisitori,
monumento di superstizione, diffidenza e in-
tolleranza, il Ma/leus Maleficarum (“Il martello
delle streghe”), scritto dai monaci domenica-
ni Kramer e Sprenger, è del 1484; i processi
alle streghe a Salem, sulle coste americane,
sono di qualche secolo dopo, le indemoniate
di Loudun crearono i noti episodi di fanatismo
nel XVII secolo, reazioni nevrotiche di fron-
te a presunzioni di possessione diabolica si
ritrovano tranquillamente per tutto il XIX
secolo. Possiamo dunque pensare alla paura
delle potenze infernali come ad un basso osti-
nato, incentrato sulla inquietudine e sul so-
spetto, che accompagna la marcia dell’uma-
nità sino ai giorni nostri.
Altri terrori collettivi prendono forma nel
Medio Evo e si protraggono per i secoli suc-
cessivi: si pensi ad esempio al terrore delle
orde saracene, tipico delle costiere mediter-
ranee ma anche di altri gruppi umani; e la
paura di questi Saraceni che si confondono
così facilmente infine coi Turchi, popolo di
origine mongolica, ci richiama alla mente
un’altra paura collettiva che non ha mai avu-
to una esplosione storicamente precisa, ma
che ha continuato a mantenersi diffusa lungo
i secoli: l’ossessione del “pericolo giallo”. Il
quale comincia all’arrivo delle prime orde
barbare di origine mongolica, comincia con
Attila e gli Unni, prosegue coi Turchi, per-
vade la politica europea del XIX secolo, in-
vade la stampa impadronendosi dell’opinione
pubblica con la rivolta dei Boxers, presta im-
magini comode a varie forme di mitologia
popolare (così che gialli e con gli occhi obli-
qui saranno i guerrieri inumani del pianeta
Mongo, gli uomini di Ming contro i quali
combatte il biondissimo e arianissimo Flash
Gordon nei fumetti di Alex Raymond), ali-
menta l’immaginazione dell’americano in guer-
ra e serve oggi da discriminante tra comuni-
smo russo e comunismo cinese.
Certo se vogliamo ritrovare una tipica pau-
ra che sconvolge gli animi, spinge a gesti
inconsulti, a ribellioni disordinate, a reazio-
37
ni nevrotiche, dobbiamo pensare alla peste.
Ora la peste riappare con molta frequenza nel-
la storia dell'umanità: la troviamo nella Bib-
bia, in Grecia ai tempi di Pericle, sotto forma
di pestis inguinaria o glandularia in Egitto nel
542 d.C., da dove si diffonde per tutto l’ Im-
pero Bizantino e l’ Europa occidentale e vi si
mantiene per duecento anni; la ritroviamo in
continuità tra l’undicesimo e il quattordicesi-
mo secolo (ed è la peste nera di cui parla Boc-
caccio), e a Napoli nel 1656, da dove si sparge
per tutta l’ Europa. Nel Yractatus de adver-
tenda et proffiganda peste pubblicato a Bologna
nel 1684 dal Cardinal Gerolamo Castaldi tro-
viamo una cronologia assai precisa, basata
sulle testimonianze degli storici, di tutte le
grandi pestilenze avvenute dall’inizio dei tem-
pi al XVII secolo: e se ne contano 130, cen-
totrenta epidemie di cui alcune abbiamo visto
come potessero durare per due secoli. La pe-
stilenza del Manzoni, la cui descrizione baste-
rebbe da sola a darci il senso di un dilagare
di paura capace di provocare le reazioni più
fanatiche, accompagnato ad un immobilismo
passivo e dal tentativo di ignorare il male e
negarlo (come fa Don Ferrante), in questo
elenco appare come una delle meno diffuse e
importanti.
E se la gaia brigata del Boccaccio sceglie
un modo civilissimo (e costoso), per sfuggire
il contagio e reagire alla sciagura, tre secoli
dopo, ai tempi della peste di Milano, lo svi-
luppo delle conoscenze scientifiche non im-
pedisce alla paura di manifestarsi nelle forme
isteriche della caccia all’untore e nei roghi
in piazza della Vetra. La peste non pareva
aver cause precise, e da questa incertezza, da
questo non sapere, più che dal pericolo reale
e attuale nasceva come sempre la paura.
A maggior ragione dovette dunque ispira-
re una grande paura un altro male che si
diffuse per l’Italia e per l’ Europa verso il
XVI secolo: la sifilide.
Ciò che nel nuovo male faceva paura non
era solo la violenza, il ripugnante sviluppo,
ma l’inopinata e misteriosa comparsa sulla
scena del mondo, la subdola lentezza della
manifestazione e, più di ogni altra cosa, l’o-
scura € vergognosa connessione col peccato
sessuale. E il timore del male si confonde con
il timore per gli eserciti in marcia che lo ave-
vano diffuso, le città messe a sacco, le carestie
che conseguivano ai saccheggi; e non a caso
in una incisione dell’epoca, che rappresenta
due lanzichenecchi, appare la morte che oc-
chieggia tra i rami di un albero: l’insicurezza
politica, il timore della guerra, portano a un
terrore parossistico della morte, che viene
avvertita come una presenza continua a cui
tuttavia non ci si riesce ad assuefare come era
accaduto per i monaci medievali. Tramontato
il sentimento religioso vivace che aveva ani-
mato i secoli d’oro del Medioevo, agli albori
del rinascimento il fantasma della Morte, non
più ravvicinato all’idea della giustizia divina,
ma quasi a quella di un perpetuo divino cor-
ruccio, si fa più subdolo e invadente; ed è
nel tardo Medioevo che prende voga non
più il tema dell'Apocalisse, ma quello del
“Una fine del mondo” del giornalista-pittore Dino Buzzati. Una luna? Un altro corpo celeste? Un'opera del genere
può essere vista come una delle tante allegorie della paura e dell’inquietudine proposteci dall’arte contemporanea. È
la forma sintetica di mille paure possibili, tutte motivate.
Trionfo della Morte e, in particolare nei paesi
nordici, quello della Danza Macabra, la stra
nita ridda di scheletri che tenendosi per ma-
no si trascinano vicendevolmente, e trascina-
no chiunque incontrino, verso la tomba. E
come ricorda Huizinga, « nessun’epoca ha col-
tivato l’idea della morte con tanta regolarità
e con tanta insistenza quanto il secolo XV ».
Ma cosa accade quando quei pericoli, che
un tempo incutevano timore per il
delle loro origini, finalmente si rivelano per
quel che sono ed entrano in lotta meno impari
con una scienza più agguerrita e consapevole?
mistero
Si pensi ai giorni nostri a due flagelli come
il cancro e le deformazioni dei nascituri dovuti
alla talidomide: sono pericoli che fanno fre-
mere, ma tranne atti di isteria individuale,
non scatenano più paure collettive. Esistono
mezzi per arrestarli e combatterli, non c’è più
posto per la reazione incontrollata; il cancro
ha ancora origini oscure, ma si stanno chia
rendo a p‘ )co a poco.
E per il nascere della paura è necessario,
lo si è detto, che l’oggetto sia, più che espe
ribile, immaginabile, e tanto meglio se sarà
nebuloso e impreciso.
Ma non
nella prima metà del secolo, mancassero ra-
gioni di paura: l’avvento della civiltà industria-
è detto che nel mondo moderno,
le, della massificazione, il fungheggiare di
grandi agglomerati di cemento che avrebbero
fumi delle
sessanta
ucciso la natura, l’addensarsi dei
(mentre
muoiono a Londra a causa dello smog); il
ciminiere scrivo persone
nascere dei grandi sistemi di oppressione, nel-
la vita sociale come in quella politica, lo svi
lupparsi di nuove e più sottili forme di intol-
leranza e di persecuzione... Il mondo contem-
poraneo avvertiva questi pericoli, solo che per
dare loro la forma della paura ci vollero i
poeti, Kafka, i pittori surrealisti, la dramma-
turgia espressionista. Oppure tutte queste mi
catalizzate da terrori di guerra (che
alla luce della coscienza venivano razionalizza-
nacce,
ti sulla base delle spiegazioni scientifiche e
delle spiegazioni politiche), assumevano la fi-
della altri mondi;
alla base dei primi esperimenti di fantascien-
za vi erano nevrosi e terrore, e quando nel
gura stranita creatura di
1938 Orson Welles, per giuoco, da una stazio-
ne radiofonica di New York, inscenò la com-
media di una falsa invasione marziana, simu-
lata con estremo realismo, sappiamo quel che
accadde, e i sociologi ancor oggi stanno fa-
cendone materia di discorso: la grande, sfre
nata paura collettiva, con le fughe, i suicidi,
i caduti calpestati dalla folla. I marziani di
Welles preludevano alla seconda guerra mon-
diale, quelli del dopoguerra impersonavano al
tri elementi di timore che vagavano per l’aria:
fantasmi della fredda, e la
fiction diventava il modo illuminato per
erano 1 guerra
science
divergere l’inquietudine nell’humour; nei casi
migliori per divergere la paura nel tentativo
di comprensione e di autocritica. Ma non sem-
pre la fantascienza fu illuminata e illuministica:
contro le proposte divertite degli uomini di
mestiere vi fu l’esplosione spontanea di un
inconscio collettivo messo a dura prova: e se
nella psicosi dei dischi volanti
l’espressione di una profonda esigenza del
rappresentarono anche una en-
nesima figura della inquietudine e del timore.
Jung vide
divino, essi
Questo in un’epoca in cui il mondo aveva,
come ha, da temere, ma per lo più cercava
di nascondersi, come si nasconde, l'oggetto
delle sue preoccupazioni. La grande paura
dei nostri giorni era nata il 6 agosto del ’45
ad Hiroshima. Ma sappiamo benissimo quali
reazioni sconsiderate suggerisca la paura: a
Don Ferrante imponeva di negare l’esistenza
della peste (non è sostanza, non è accidente,
quindi non esiste). Fu solo lentamente, a ma
lincuore, che si fece strada l’idea di che cosa
l’atomica rappresentasse: era la possibilità del
conflitto nucleare, e quindi della distruzione
della comunità umana; la possibilità dell’espe-
Una coppia di sposi (sul tavolo c'è ancora la torta nuziale) ha deciso di passare la luna di miele in un rifugio
antiatomico “unifamiliare”, Ecco un’altra immagine delle paure del nostro tempo. Il suo carattere simbolico è
accentuato dal fatto che si tratta, probabilmente, di una fotografia pubblicitaria.
rimento atomico, e quindi della seminazione
delle scorie radioattive. L’atomica era la pos-
sibilità che ogni discorso non avesse più sen-
so, ogni filosofia non avesse più oggetto.
La fine del mondo, la peste, gli untori, le
streghe, il diavolo, i mongoli, erano sempre
stati qualcosa di impreciso, basato su incerte
testimonianze o contestabili profezie: e le fol-
le impazzite di paura vi credettero con ogni
fibra. Quello che la bomba atomica poteva di-
ventare fu spiegato da Einstein con un ragio-
namento scientifico condensato in una frase e
con una frase in cui vibrava la paura; fu det-
tagliato dagli scienziati che avevano collabo-
rato a costruirla e che non si sentivano più
di considerarsi corresponsabili; fu gridato dal
pilota che aveva lanciato la prima bomba; fu
propagandato dai filosofi, dai medici, dai po-
litici più illuminati: e questa volta le folle
pensarono che forse non era vero, che il pe-
ricolo non era grande come si supponeva;
tacciarono di untore chi parlava, imprigiona-
rono come pazzo il pilota che si ribellava, pro-
cessarono come strega chi insisteva e stimo-
larono altre persone perché raccogliessero da-
ti e spiegassero che l’atomica, non essendo
sostanza e non essendo accidente, non esiste-
va; non esisteva almeno come pericolo totale.
Era solo un pericolo tattico, come una pal-
lottola di mitragliatrice o una freccia; e come
tale costituiva un robusto incentivo alla salute
e alla pace.
Questi non sono i dati di una cronaca me-
dievale, non sono tratti dalle pagine ‘di Ro-
dolfo il Glabro: è cronaca dei nostri giorni.
È la cronaca della più paradossale paura di
tutta la storia, che, avendo un oggetto reale,
conosciuto da tutti e comprovato scientifica-
mente, spinge gli uomini a difendersi cercan-
do di ignorare e nascondere le cause della
paura. Per l'Anno Mille si temette prima e do-
po: durante, a quanto pare, no. Durante l’èra
atomica si cerca di ignorare il pericolo del-
l’atomica; ma poiché il pericolo è avvertito, e
la paura scorre sotterranea, essa assumerà al-
tre forme, quelle degli invasori spaziali o del-
l’ultimo vampiro apparso sull’ultimo schermo,
dell’ultimo scienziato pazzo che scatena mo-
stri più grandi di lui. Oppure si cerca di con-
fortare i propri nervi esasperati nell’immagi-
ne confortante di qualcosa di sicuro: nell’im-
magine familiare del rifugio antiatomico, che
tutta una propaganda edilizia, militare e po-
litica presenta come la fine di ogni paura, il
segno della sicurezza, da difendere anche spa-
rando sul proprio vicino che tenta di invader-
lo, come ha scritto un esperto in questioni
morali. Si accetta il mito non perché non si
sappia che è falso che il rifugio atomico ci
salverà al massimo per consegnarci a una so-
pravvivenza provvisoria su un paese distrut-
to e contaminato; si accetta il mito perché
questa è la forma che assume la passività,
quella passività che coglie spesso chi ha paura.
Poiché per reagire alla paura vi sono di so-
lito due atteggiamenti: o ci si irrigidisce, in-
capaci di muovere un dito, o ci si sbraccia
senza controllo, si fugge a casaccio, ci si muo-
ve nel modo più irrazionale. Di solito — ma
non è un principio scientifico — pare che si
scelga la soluzione sbagliata: ci si irrigidisce
quando ci sta arrivando addosso un autocarro,
e si corre quando i vestiti hanno preso fuoco,
alimentando le fiamme. Di fronte ai terrori
dell’Anno Mille la vita sociale parve arrestarsi.
Era sbagliato. Di fronte alla peste si scatenò
la stupida caccia agli untori. Era un’agitazio-
ne inutile. Di fronte all’idea che possa sussi-
stere un mondo di cui una mano che preme
un bottone rosso per sbaglio può decretare
la fine in pochi minuti, varrebbe forse la pena
di agitarsi come si può, magari dando fuoco
agli ospedali, o alle proprie case, per far ca-
pire che qualcosa non va. Gli storici futuri —
se ce ne saranno — potranno annotare che
gli uomini d’oggi, invece, stettero immobili
ad aspettare.
Mustrazione di Mino Maccari per La lezione” di Eugène
Ionesco, dal terzo libro-strenna dell’ Italsider “Cinque
modi per conoscere il teatro”.
I Hibri
dell’Italsider
Dopo due volumi dedicati alla narrativa,
quest'anno | Italsider ha offerto in dono a tutto
il personale in occasione delle feste una raccolta
di testi teatrali.
Cinque modi per conoscere il teatro ripete,
nel titolo e nel contenuto, îl programma dello
spettacolo che il Teatro Popolare Italiano di
Vittorio Gassman ha portato in tournée dal 3
al 16 settembre 1962, negli stabilimenti Italsider
di Trieste, Lovere, Marghera, Savona, Corni-
gliano, Novi Ligure, Cogoleto, Piombino, San
Giovanni Valdarno, Bagnoli e Taranto.
Il motivo per cui si è pensato di stampare
questo libro è lo stesso che ha indotto ad orga-
mizzare lo spettacolo, nell’ambito delle attività
culturali che la società promuove : offrire una
interessante esperienza di teatro ad un pubblico
vasto e popolare. L'iniziativa ha riscosso, in
ogni “piazza” toccata dalla compagnia del
TPI, un lusinghiero successo.
Per tutti, esso ha costituito un'esperienza di
grande interesse, un primo contatto tra un grup-
po di uomini di teatro seriamente “impegnati” e
un pubblico veramente popolare, fuori del con-
sueto circuito commerciale.
Che si sia trattato di un'esperienza stimolante,
che ha suscitato negli spettatori precise curiosità,
lo dimostra il desiderio, espresso da molti, di co-
noscere nella loro integrità tutte le opere rap-
presentate.
Il terzo “libro dell Italsider” è la risposta a
questo desiderio ; è uno strumento indispensabi-
le per completare e approfondire, attraverso la
meditata lettura dei testi, quell’immediato incon-
tro tra attori e spettatori che del teatro è l'es-
senza prima.
Il volume si apre con una nota ai lettori, di
Vittorio Gassman, cui segue un chiaro saggio
introduttivo di Luciano Lucignani sulla Fun-
zione del Teatro.
Le cinque opere (Amleto di Shakespeare, TI
medico per forza di Molière, Così è (se vi pare)
di Pirandello, I fucili di madre Carrar di
Brecht e La lezione di Tonesco), precedute da
qui accanto: la sopracco-
perta del libro-strenna di
quest'anno, disegnata da
Emanuele Luzzati, ripren-
de il motivo del manifesto
che annunciava lo spetta-
colo del Teatro Popolare
Italiano nei vari circoli
aziendali dell’Italsider. Nel-
l'interno il libro ha illu-
strazioni di Clerici, Guecio-
ne, Luzzati, Maccari e Ve-
spignani.
a destra: la custodia del
volume di stampe napole-
tane “Neapolis in Italia”
che è stato ristampato que-
stanno per conto dell’ Ital-
sider, con una prefazione
di Michele Prisco.
in basso: “Sant'Elmo e
Pizzofalcone dal mare”, di-
segno a penna acquarella-
to di Gaspare Vanvitelli
eseguito attorno al 1711,
È una delle riproduzioni
di grande formato conte-
nute nel volume “Neapolis
in Italia” ristampato per
conto dell’ Italsider.
men
biografie e testi esplicativi, sono stampate nel
testo integrale.
Il volume, edito da Edindustria, è arricchito
da una serie di tavole in bianco e nero e a co-
lori di Fabrizio Clerici, Piero Guccione, Mino
Maccari, Renzo Vespignani ed Emanuele Lux-
zati, che ha disegnato anche la sopraccoperta.
Nel 1962 |’ Italsider, seguendo un indirizzo
che è ormai diventato una tradizione, si è fat-
ta anche promotrice della ristampa in duemila
esemplari numerati di un’opera ormai introva-
bile : ‘*Neapolis in Italia”, una raccolta di ta-
vole ed incisioni rare su Napoli preceduta da
un’acuta introduzione di Gino Doria, edita dalle
“Edizioni Beatrice D'Este” di Milano.
In una nota alla ristampa, Michele Prisco
ra —-
CINQUE MODI
PER CONOSCERE
IL TEATRO
Skakerpeare Moliire- Pirandello Brecht lomesco
sottolinea come l'iniziativa « si ricolleghi all’al-
tro volume di Lucio Bozzano dedicato alle anti-
che carte nautiche, edito anch'esso a cura del-
l’ Italsider, di cui sembra approfondire il tema
nascosto — quel rapporto di lavoro e di scambi
che ha nel mare la sua mediazione — per com-
porre il filo d'un ideale discorso ».
“Al tempo stesso, la presente pubblicazione sug-
gerisce più scopertamente, 0 se si vuole più se-
gretamente soggiunge Prisco — un diverso e
quasi più familiare legame con l’attività vera e
propria svolta dall’ Italsider, e il lettore, 0 di-
ciamo pure, con Doria, il ‘‘contemplatore’, il
quale, sfogliando questa ‘‘raccolta singolare di
documenti grafici, riprodotti scrupolosamente nel
formato originale”, viene introdotto “nel mondo
della realtà storica napoletana — fisica, urbani-
Neapo lis.
tn
Italia -
stica, cromatica —”, ne troverà subito da solo, e
agevolmente, la correlazione. Ché protagonista
di queste tavole è Napoli, ovvero il Sud : una
città, e una terra, cui l’ Italsider è particolar-
mente legata, se si pensi soltanto allo stabili-
mento di Bagnoli, il più antico è il più grande
complesso siderurgico del Mezzogiorno, ed a
quello di Taranto molto più recente ma già così
vivo e attivo. Sicché ci viene spontaneo, e non
crediamo “di sbagliarci, interpretare il gesto della
grande industria italiana che ha voluto ripresen-
tare a più largo pubblico un volume oggi esaurito
in commercio e conosciuto appena nella ristretta
cerchia dei bibliofili, come un atto di amore e
diciamo pure di gratitudine a una terra da cui
pure la società trae lavoro e prestigio anche in
campo internazionale”.
42
Vecchie
“sopraelevate,
di Genova
La “Sopraelevata” di Genova sta avvian-
dosi a divenire una realtà: fra non molto tem-
po la sua costruzione, ultimata, non costitui-
rà più un pretesto per le battute di spirito,
che traevano facile esca da questa strada li-
brata così in alto, fra le nuvole... Nel fervore
che accompagna l’inizio dei lavori sono già
state dimenticate le difficoltà incontrate du-
rante la fase di gestazione; non passeranno
molti anni, che sarà diventata un elemento
familiare del paesaggio, e non desterà più al-
cun interesse per l’arditezza della sua conce-
zione, né per l’insolito materiale — l’acciaio
— impiegato nel realizzarla: se la sua presen-
za sarà avvertita, lo sarà indirettamente, per
il sollievo che avrà apportato all’asmatica
circolazione genovese. D'accordo, queste con-
siderazioni non sono affatto peregrine; ma
valgono non per se stesse, bensì per quella
punta di rimorso che ci coglie nel farle. « Per-
ché rimorso? » — qualcuno potrebbe contro-
battere — «Il mondo cammina; è naturale,
ovvio, che ci si abitui a tutto, anche alla
Sopraelevata, non ci si fermi sul già fatto, si
guardi sempre avanti! » Va bene, il mondo
cammina; ma è possibile che ci capiti così
raramente di arrestarci noi — per un momen-
to — ad osservare sotto una prospettiva di-
versa, non deformata dall’abitudine, quello che
di solito sfioriamo con lo sguardo, distratta-
mente, perché ci è del tutto familiare? Ed è
possibile — appunto le rare volte in cui ci
capita di fermarci, spesso perché costretti —
non provare una sensazione di stupore, al co-
spetto di certe sconcertanti anticipazioni, che
ci rivelano — a noi, uomini moderni di smi-
surata presunzione — come quelle che cre-
diamo nostre trovate, altro non siano che la
ripresa o lo sviluppo di temi già precedente-
mente impostati? Che, insomma, non c’è nul-
la di nuovo sotto il sole...? Sì, ne convenia-
mo, neppure quest'altra considerazione deve
essere inedita: qualcun altro — ci pare —
l'aveva già espressa prima di noi... Però ci
torna opportuno impadronircene in questa
particolare occasione, non tanto per ribadire
un concetto, che è ormai universalmente ac-
cettato, anche se è quasi altrettanto universal-
mente dimenticato, quanto per coglierne lo
spunto ad una ulteriore osservazione. Si par-
lava della Sopraelevata: la strada che dovrà,
se non risolvere, perlomeno dare un notevole
respiro alla circolazione genovese; che, abbre-
viando i tempi del percorso, abbrevierà di
conseguenza le distanze fra le località colle-
gate. Ebbene, malgrado ciascuno sappia per-
fettamente che nulla di nuovo esiste sotto il
sole, ci chiediamo quanti di noi abbiano mai
ravvisato in due costruzioni genovesi che ab-
biamo sotto gli occhi ogni giorno, due anti-
cipazioni della Sopraelevata, realizzate appun-
to al fine di ridurre le distanze, eccetera ecce-
tera... Ci sentiamo nuovamente obbiettare che
allora, su questo piano, qualsiasi opera stra-
dale precedente, solo perché persegue scopi
analoghi, può sostanzialmente considerarsi
precorritrice. della Sopraelevata; ma anche qui
precisiamo che è la particolare soluzione adot-
tata, il concetto che l’ha guidata — quello
della sopraelevazione — a giustificare quanto
affermiamo del Ponte di Carignano e del Pon-
te Monumentale. Ed ora prevediamo una ul-
teriore obbiezione, insita nella denominazione
stessa di “ponte... ”’. Come caratteristiche co-
struttive esteriori, quello di Carignano e quel-
lo Monumentale si presentano indubbiamente
come dei ponti; ma, a parte il fatto che anche
la Sopraelevata può essere considerata un lun-
ghissimo ponte, c’è da considerare che la lo-
ro esistenza non è imposta da una ragione im-
prescindibile, com'è quella del corso d’acqua
da attraversare, che richiede “quella” solu-
zione e non ne consente altre: no, il colle di
Carignano poteva essere egualmente raggiun-
to da Sarzano attraverso una normale strada,
e così si dica per l’Acquasola. Solo che, ob-
bedendo ad un concetto di praticità anticipa-
tore, moderno diremmo, si preferì in ambo i
casi scegliere senza tergiversare la distanza
più breve fra due punti, superando d’un balzo,
arditamente, problemi tecnici che, all’epoca di
costruzione, non dovevano essere indifferenti.
Ci permettiamo perciò di insistere nell’affer-
mare che i “ponti” di Carignano e Monu-
mentale altro non sono che vere e proprie
strade sopraelevate “ante litteram”... Ecco,
potremmo convenire su questo: che i ponti
in parola non avevano, come ha oggi la So-
praelevata, la funzione di assorbire il traffico
veicolare di altre strade, poiché all’epoca della
loro costruzione il traffico veicolare non ci
risulta fosse molto intenso... Ma, per il resto
— ripetiamo — obbediscono ad uno stesso
principio informatore.
Vediamoli, e cerchiamo di conoscerli, un
po’ meglio; vediamo innanzitutto quello di
Carignano, la cui anzianità gli dà il diritto di
precedenza. Ed ancora più anziano sarebbe,
se la sua edificazione fosse stata iniziata quan-
do lo fu quella della Basilica dell’Alessi, as-
sieme alla quale sembrerebbe esser stato con-
cepito, vista la fusione armonica di tutto il
complesso ponte-piazza-chiesa. Nell’archivio,
distrutto durante l’ultima guerra, della Basi-
lica di Carignano, erano conservati cinque di-
segni del ponte, da uno dei quali, firmato dal-
l’architetto che lo costruì, si desumeva la data
d’inizio dei lavori, il 1718, e da un altro quella
della fine, il 1724; parecchio tempo dopo,
quindi, l’inizio della costruzione della Basilica,
che si fa risalire al 1552 (anche se i primi con-
tatti dell’Alessi coi Sauli, che gli commisero
l’opera, sono del 1549). Ma che il ponte fosse
stato pensato unitamente alla Basilica, ce lo
dice anche l’iscrizione nel cartiglio sulla por-
ta maggiore della stessa: « Bendinellus Sauli
Basilicam — Stephanus nepos pontem — legavit —
Dominicus abnepos perfecit », dalla quale appa-
re che Domenico Sauli, a spese del quale si
sa che il ponte fu costruito, altro non fece
che attuare un’opera già esistente allo stadio
di progetto. In definitiva si può dire che i
lavori del ponte iniziarono all’incirca quando
fu ultimata la Basilica, di così lenta costru-
zione da diventare proverbiale; ancora oggi si
può sentir paragonare qualche opera intermi-
nabile alla “Fabbrica de Caignan”; e, ancora
nel secolo scorso, addirittura, gli abitanti del-
la zona non s’erano abituati ad indicarla con
la sua esatta denominazione, e dicevano
ad es
:mpio — di essere stati a_Messa “nella
Fabbrica...”. E probabile che non avessero
influito solo difficoltà tecniche sul procedere
così a rilento della Basilica e sul ritardato ini-
zio del ponte, ma anche difficoltà finanziarie:
anzi, la maliziosa fantasia popolare, colpita
dal particolare atteggiamento delle tre statue
poste sulla facciata principale della Chiesa,
attribuiva loro un muto dialogo, in cui cia-
scuna esprimeva la propria preoccupazione e
le proprie critiche per la grossa gatta da pe-
lare che s'erano pigliata i Sauli, imbarcandosi
in quell’impresa. Comunque Domenico Sauli,
fedele al mandato ricevuto dagli avi, e al
principio di glorificare la propria famiglia ed
aumentarne il prestigio con opere che aves-
sero un riflesso non solo privato, quel prin-
cipio che aveva indotto Bandinello Sauli a
disporre col suo testamento del 1481, appun-
to per poter elevare il tempio alla Vergine, i
modi per il ‘‘moltiplico” dei suoi capitali
iscritti nelle Compere di San Giorgio (e c'è
da giurare che, da buon genovese,
tendesse di “
ne in-
moltiplichi”...); Domenico Sauli,
dicevamo, decise di costruire finalmente il
ponte, ed offrì al Bassignani di Brescia, inge-
gnere della Repubblica espertissimo in quel
tipo di lavori, di realizzarlo. Il Bassignani,
già vecchio ed oberato di impegni, non poté
o
in alto: il Ponte di Carignano, costruito da Gherardo Langlade nel °700 a spese della famiglia Sauli.
in basso: il Ponte Monumentale sopra via XX Settembre, costruito da Cesare Gamba alla fi
A
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ne dell’Ottocento.
44
accettare, e propose un suo aiutante che sti-
mava moltissimo: Gherardo Langlade; ed al
Langlade l’opera fu affidata.
Il “pozzo perpetuo nominato / Storbio, os-
sia torbido”, il Rivo Torbido, del quale si è
risentito parlare in questi ultimi anni e che,
come scrive il Giustiniani, si trovava « nella
strada maestra qual si stende dalla Chiesa dei
Servi, tra il colle di Carignano e quello di
Sarzano, insino al mare... », non esisteva già
più, all’epoca di Domenico Sauli e del Lan-
glade: era stato ricoperto (lo dicevamo?
“Nihil sub sole novi”...), e se ne poteva sol-
tanto indovinare il percorso tortuoso, ancora
evidente nei ghirigori della strada sorta al suo
posto, fiancheggiata da un nugolo di case ar-
rampicate sui due colli, strette ed altissime,
qualcuna di sette piani, sicché l’architetto do-
vette, per forza, sacrificarne un certo numero.
Comunque, come narra l’Alizeri, « alle rette
si preferirono le linee curve, che chiedean
meno strazio di case private; durò sei anni il
colossale lavoro, dal 1718 al 1724, e la pa-
tria dovette ai Sauli quest'altra grazia, di
stringere in uno due colli, che per lo innanzi
sinistramente si separavano per un cupo di
valle e un doppio affondarsi d’alenosi sen-
tieri ». Non ci vengono tramandate dalle isto-
rie molte altre notizie sulla realizzazione di
quest'opera: a noi contemporanei non resta
pertanto che inchinarci reverenti di fronte al-
l’iniziativa privata dei Sauli, precursori della
Sopraelevata, iniziativa che dotò appunto di
un comodo e diretto accesso dalla città vec-
chia il colle di Carignano, permettendo di evi-
tare giri viziosi attraverso gli “alenosi sentieri”
e certe “croese sarvegose de cert’oe perico-
lose”. Già, perché ancora agli inizi della se-
conda metà dell’ 800, il colle di Carignano, di
vie d’accesso comode, non possedeva che il
ponte; chi non passava dal ponte, doveva av-
venturarsi su per Salita Sassi, la Montagnola
dei Servi, Salita San Leonardo, tutte strade
ancor oggi rinomate per la loro confortevo-
lezza... Nella migliore delle ipotesi ci si poteva
servire della strada delle Mura (le Mura del
Prato); ma anche questa non doveva essere
l'ideale della praticabilità, seguendo — come
seguiva — l’andamento accidentato del ter-
reno. C’è da considerare, poi, che, all’ora del-
la ritirata, venivano chiuse le porte delle Mu-
ra, il che rendeva ancor meno agevole rag-
giungere il colle. Per questi motivi Carigna-
no, pur essendo — si può dire — nel cuore
della città, sino a tempi relativamente recenti
(la via Fieschi fu aperta nel 1868) era isolato
e conservava le caratteristiche della campagna.
Gli abitanti si erano abituati talmente alla lo-
ro vita quasi avulsa dalla città, che attorno a
loro pulsava e cresceva (per fare un esempio,
Carignano non possedeva un orologio pubblico,
e ci si basava per il computo delle ore unica-
mente sui colpi del fatidico cannone, e sul
puntuale passaggio, ogni mattina alle cinque,
di un rimorchiatore a ruote, che trainava due
pontoni carichi dei rifiuti del porto, e che ve-
niva chiamato “o merdaieu’), da rimanere
quasi “choccati” per l’apertura nella zona di
alcuni negozi di tipo “cittadino”; una priva-
tiva di sali e tabacchi ed una pizzicheria. Que-
sto stato di cose cominciò a venir meno, pri-
ma con la citata apertura della via Fieschi, e
poi con l’altra sopraelevata genovese, il Pon-
te Monumentale, opera legata al complesso
piano urbanistico che portò allo sbancamento
di San Domenico, alla scomparsa di via Giu-
lia, via della Consolazione e via Porta Pila,
ed alla nascita al loro posto, nel 1892, della
via XX Settembre e dei quartieri circostanti;
sicché la zona di Carignano, pur conservan-
do il suo carattere di oasi tranquilla, veniva
nello stesso tempo ad essere inserita organi-
camente e modernamente nel corpo della città.
Lasciamo ai nostalgici aedi della Genova
scomparsa la rievocazione delle romantiche
zone cancellate dal piccone demolitore: San
Domenico, il Convento di Sant’ Andrea, le vec-
chie strade coi tranvaietti, eccetera, e soffermia-
moci soltanto sulla Porta d’Archi, per dire
che fu sostituita precisamente dal Ponte Mo-
numentale, “opera romana”, come lo defini-
sce un ritratto dell'ingegner Cesare Gamba
pubblicato — lui vivente — in un volumetto
che raccoglieva anche i profili di altri pre-
clari personaggi, apportatori di lustro alla
città. Cesare Gamba, ingegnere, scrittore,
giornalista, critico d’arte, consigliere provin-
ciale, autore — fra l’altro — del restauro
delle arcate di Santo Stefano in via XX Set-
tembre, e di alcuni palazzi della stessa via, nel-
la cui progettazione ebbe una parte determi-
nante; Cesare Gamba che — Langlade del
XIX secolo — protese quel suo Ponte Mo-
numentale dall’Acquasola alla strada di Cari-
gnano, risolvendo di un balzo, come il suo
predecessore, un problema di comunicazioni
che sarebbe stato risolvibile sì anche diversa-
mente, ma non con quel simpatico ardire che
lo portò a scegliere la via più diretta, anche
se la più difficile da affrontare: una scelta
che ci consente di perdonargli di cuore il Pa-
lazzo dei Giganti e quello in stile gotico fio-
rentino, da lui creati in via XX Settembre,
forse oggetto di ammirazione all’epoca di Cop-
pedè, ma così lontani, oggi, dal nostro gusto.
Dicevamo all’inizio che queste opere ci so-
no ormai tanto familiari, ci appaiono tanto
“normali”, che nessuno più le osserva con la
dovuta considerazione. Forse, però, non è
esatto: e ce lo ha dimostrato la sensazione di
stupore di alcuni ragazzi, in via XX Settem-
bre, al veder passare i veicoli lassù, sul Pon-
te Monumentale... Chissà che, pur abituati
alle avventure spaziali, non avessero confusa-
mente intuito, spronati da una fantasia molto
più dinamica della nostra, il valore anticipa-
tore, quasi avveniristico di quella ricerca di
spazio effettuata così in alto e che — ne sia-
mo certi — non si fermerà alla Sopraelevata,
ma si svilupperà certamente sempre più, so-
spinta dalle esigenze di un progresso che di-
vora famelicamente lo spazio.
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L'orologio segna un'ora fatale — Guai se la lancetta avanza anche di pochi minul: il meccanismo anderà in conquasso, senza speranza «Li
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