Rivista Italsider, n. 5, 1962
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Emilio Vedova - collage e guazzo - 1961.
Seconda di copertina: immagine di Torre Annunziata: filo zincato.
Terza di copertina: immagine di Torre Annunziata: "braghe" di sollevamento.
Quarta di copertina: banderuola di ferro battuto, raffigurante l'Agnus Dei, che si trova sul trecentesco palazzo dell'Arte della Lana in Firenze.
In evidenza:
- Punte per carpenteria e falegnameria (p. 5)
- L'edificio del soggiorno montano Italsider di San Sicario, in Val di Susa (architetto Renato Severino) (p. 14)
- Una veduta del padiglione realizzato dall'arch (p. 19)
- Luigi Russolo: "Compenetrazione di case + luce + cielo" (1913) (p. 25)
- Un momento dello spettacolo del Teatro Popolare Italiano a Taranto (p. 28)
- Uno dei tre modellini di macchina ad ali battenti realizzati da Morini (p. 39)
Sommario:
- Torre Annunziata: un'immagine di lavoro, p. 3
- Ferri romani al museo di Zurigo, p. 9
- Una libera comunità di bambini, p. 12
- Una tavola rotonda coi paladini di latta, p. 18
- Taranto 800 chilometri di tubi, p. 20
- La rivolta futurista, p. 22
- Cinque modi per conoscere il teatro, p. 28
- Film- relazione 1961, p. 32
- Il mestiere dell'interprete, p. 34
- I precursori del volo muscolare, p. 38 - Data testuale
- 1962 ottobre- novembre
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/12
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
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RIVISTA TITALS
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RIVISTA ITALSIDIR
la copertina: Emilio Vedova - collage e guazzo
- 1961.
Emilio Vedova è nato a Venezia nel 1919. È
autodidatta. Aderì nel 1942 al movimento ar-
tistico di “Corrente”. Prese parte attiva alla
Resistenza. Nel 1946, con altri pittori, fu tra i
fondatori del “Fronte Nuovo delle Arti” e
dal 1952 al 1954 fece parte del “Gruppo degli
Otto”. Ha avuto mostre personali in tutto il
mondo. Da segnalare le sue sale alle Biennali
di Venezia del 1956 e del 1960 (alla quale
ebbe il massimo premio), alla Biennale di
San Paolo del Brasile e a Kassel, nel 1959.
Le sue più recenti opere sono raggruppate in
“cicli” (come “Immagine del tempo”, “Ciclo
della protesta” ecc.) in cui si esprime l'impegno
morale della sua pittura, sempre orientata
verso le più forti iniziative d’avanguardia.
2% e 38 di copertina: due immagini di Torre
Annunziata: filo zincato e “braghe” di sol-
levamento.
4° di copertina: banderuola di ferro battuto,
raffigurante l’Agnus Dei, che si trova sul tre-
centesco palazzo dell’ Arte della Lana in Firenze.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano
- ottobre-novembre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Torre Annunziata: un'immagine di
Anno III - n. 5
lavoro pag. 3
Ferri romani al museo di Zurigo » 9
Una libera comunità di bambini VI
Una tavola rotonda coi paladini di latta » 18
Taranto 800 chilometri di tubi » 20
La rivolta futurista ». 22
Cinque modi per conoscere il teatro » 28
Film-relazione 1961 » 32
Il mestiere dell’interprete » 34
I precursori del volo muscolare » 38
Contrattazione articolata
Nel luglio scorso, al termine di laboriosi negoziati, le organizzazioni sindacali dei lavoratori
sottoscrivevano con le associazioni rappresentative delle aziende a partecipazione statale un ‘‘pro-
tocollo”, che conteneva una definizione di principi in ordine alla nuova struttura della contratta-
zione nell’ambito dell'industria metalmeccanica. La nuova struttura contrattuale, definita în ter-
mini di principio — lo sviluppo della stessa è ora affidato a trattative tuttora in corso — ricono-
sceva così, ufficialmente, il principio della ‘‘contrattazione articolata”.
Che cosa deve intendersi per contrattazione articolata? Per rispondere correttamente a tale
domanda appare necessario un breve excursus storico, sull’evoluzione subita dal sistema di con-
trattazione in Italia negli ultimi anni. Il documento a cui abbiamo fatto riferimento in principio
riguarda, è vero, la sola industria metalmeccanica, ma è bene tener presente che quest’ultima,
in quanto rappresentativa del più importante settore dell’economia nazionale, costituisce anche il
punto più sensibile dell'intero sistema di contrattazione, per cui, in un certo senso, la storia di
questo viene a coincidere con la storia della contrattazione nell’industria metalmeccanica.
Il criterio a cui si era ispirata la regolamentazione contrattuale, sviluppatasi dopo il ripri-
stino della libertà sindacale, era stato, fondamentalmente, quello che potremmo definire come “‘con-
trattazione nazionale esclusiva”. Si può dire che, grosso modo, fino a che non intervennero i fat-
tori di perturbazione ai quali faremo cenno in prosieguo, la contrattazione collettiva si svolgeva
esclusivamente attraverso la stipulazione dei contratti nazionali di categoria o intercategoriali
(i cosiddetti “accordi interconfederali”’).
Tali contratti avevano un ambito di applicazione molto ampio, e abbracciavano talvolta
una pluralità di aziende estremamente differenziate, sia per dimensione, sia per il tipo di produ-
sione. Il caso limite era dato proprio dal contratto per l'industria metalmeccanica, il cui ambito
di applicazione andava dalle più grandi aziende siderurgiche e automobilistiche fino alle piccole
officine di riparazione meccanica. Scopo di tali contratti era quello di determinare condizioni di
trattamento uniformi per tutti i lavoratori nell'àmbito dell'industria a cui si riferivano : per es-
sere più esatti, essi si riferivano a tutti i lavoratori dipendenti da aziende iscritte alle associazioni
stipulanti, fino a che, nel 1959, fu ad essi riconosciuta l'efficacia cosiddetta erga omnes, vale a
dire verso tutte le aziende della categoria.
Al di là del contratto nazionale, vi erano rari esempi di contrattazione provinciale ; in sede
ziendale, poi, era ammessa — e veniva largamente applicata — la concessione di trattamenti
di miglior favore per i lavoratori, ma in linea di principio, secondo l’economia del sistema in esame,
tali trattamenti non avrebbero dovuto formare oggetto di regolamentazione collettiva. Coerente-
mente, infatti, l'accordo che disciplina il funzionamento delle commissioni interne rinvia alle as-
sociazioni sindacali le questioni inerenti alla disciplina collettiva dei rapporti di lavoro, anche
se poi l'associazione sindacale, a sua volta, in base al sistema in esame, non avrebbe alcun titolo
per pretendere l’introduzione di regolamentazioni particolari, locali o aziendali, diverse o inte-
grative di quella nazionale.
Questa rigorosa formulazione di principio trovò poi nella pratica numerose attenuanti. È
noto a tutti come non di rado in sede aziendale venissero concordate regolamentazioni pattizie
con le commissioni interne e più di una volta si verificò, in relazione a particolari situazioni, la
partecipazione contrattuale delle stesse associazioni sindacali. Questa deviazione dai princìpi non
era in realtà che un fenomeno di adattamento della pratica rispetto al rigore di essi : il criterio
della contrattazione nazionale esclusivo si era infatti affermato in vigenza del vecchio ordinamento
sindacale a cui era connaturata l’assenza di libertà sindacale e il divieto di costituzione di
rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Risorte queste ultime dopo il 1943, e ri-
pristinata la libertà sindacale, era inevitabile che il principio subisse particolari adattamenti,
determinati dal clima di maggiore democrazia aziendale e di dinamismo
entro il quale si venivano a svolgere i rapporti di lavoro.
Tali fenomeni di adattamento dei princìpi alla realtà si sarebbero
successivamente sviluppati nell’enunciazione, da parte delle associazioni
dei lavoratori, della nuova politica della “contrattazione aziendale”,
seguendo un corso evolutivo che d'altronde si è parallelamente sviluppato
anche in altri paesi, come in Francia e in Germania.
La prima organizzazione a formulare tale politica fu la CISL, che
in un primo tempo incontrò una vivace opposizione da parte della CGIL
(opposizione che venne però abbandonata a partire dal 1955). La contrat-
tazione aziendale si giustificava, secondo le organizzazioni dei lavoratori,
in considerazione di due ordini di fattori : il primo riguardava l'evoluzione
economica del paese, che accentuava la disparità di sviluppo delle varie unità
produttive nell’ambito di una stessa categoria, tanto è vero che gli stessi
salari fissati dai contratti collettivi nelle zone economicamente più svilup-
pate si trovavano notevolmente al di sotto dei guadagni percepiti dai la-
voratori. La seconda considerazione riguardava gli effetti di quel processo
di razionalizzazione e di rinnovamento tecnologico, svoltosi a tappe acce-
lerate dopo il 1950, che aveva portato con sé anche l’adozione di nuove
tecniche retributive o di sistemi di gestione del personale di cui il contratto
nazionale, per il suo troppo vasto campo di applicazione e la sua funzione
livellatrice — vera “notte in cui tutte le gatte sono bigie” — non poteva
ovviamente tenere conto.
Apparve dalle prime formulazioni delle organizzazioni sindacali, o di
alcune di esse, una tendenza a porre contrattazione aziendale e contratta-
sione nazionale come termini antitetici. Ma si ritenne presto che l’una e
l’altra potessero coesistere, così che la politica della “contrattazione azien-
dale” venne a precisarsi in quella della ‘contrattazione articolata”, inten-
dendosi per l'appunto come tale un sistema che prevedeva la possibilità
di più regolamentazioni coordinate, ciascuna a livello diverso.
È però solo negli ultimi anni, a partire soprattutto dal 1959, che la
nuova politica delle organizzazioni dei lavoratori comincia a tradursi in
realtà. Sennonché, il perseguimento dei nuovi obiettivi non venne effettuato,
anche per la resistenza della controparte, sulla base di un adeguamento della
regolamentazione nazionale, che mantenne inalterato il suo carattere unico
ed esclusivo : il contratto di lavoro per l'industria metalmeccanica firmato
nell’ottobre 1959 apparve ancora tracciato su questo principio. L'azione
delle organizzazioni sindacali ebbe luogo direttamente nelle singole aziende,
e come tale venne a creare una situazione di crisi nel sistema della contrat-
tazione, perché crollavano i princìpi su cui poggiava il sistema precedente,
ma non risultavano ancora formulati principi nuovi. In questa fase di
assestamento, troviamo le due parti attestate su posizioni tra di loro in-
conciliabili. I datori di lavoro ritengono che una volta stipulato il con-
tratto nazionale (il quale, nell'industria che ci interessa, avrebbe avuto
durata triennale) non è ammissibile la proposizione di nuove richieste e la
negoziazione delle stesse ad altri livelli ; le organizzazioni dei lavoratori
rifiutano di riconoscere il carattere esclusivo del contratto nazionale ed im-
postano una serie di azioni a livello aziendale o di “settore” (gruppo di
aziende aventi caratteristiche omogenee, ad esempio: siderurgia, auto ecc.)
che, praticamente, espongono le aziende che ritenevano di avere acquisito dal
contratto nazionale un certo periodo di pace sindacale, a massicce pres-
sioni a livelli inferiori. L'esito di queste azioni è stato, a volte, la stipula-
zione di accordi, che riconoscono di fatto la rappresentatività del sinda-
cato a livello aziendale, e si pongono perciò in palese contraddizione con
i canoni fondamentali della contrattazione nazionale esclusiva.
È noto come la siderurgia, soprattutto quella a prevalente partecipa-
zione statale, fu uno dei primi settori dell'industria metalmeccanica, dove
venne de facto ammessa la contrattazione aziendale, anche se qui il tem-
pestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende alle nuove esi-
genze maturate nel mondo del lavoro prevenne lo sviluppo di agitazioni
considerevoli, che investirono invece gli altri settori.
All’inizio dell’anno in corso, praticamente in tutta l'industria metal-
meccanica, si era venuta a creare una situazione di incertezza dei rapporti
contrattuali, perché le pressioni nei vari settori si diffondevano, e risultava
ormai evidente che il contratto nazionale stipulato due anni prima non
“teneva” più. Fu perciò ritenuto opportuno addivenire ad un'apertura
di negoziati prima della scadenza formale del contratto stesso, previ-
sta per l’ottobre dell’anno in corso. Ma fu in tale sede che le aziende a
partecipazione statale non ritennero di conformarsi alla posizione negati-
va assunta dalle aziende private, in ordine al riconoscimento della con-
trattazione articolata, e, sviluppando per proprio conto le trattative,
formulavano la proposta di dare riconoscimento in un documento ufficia-
le alla pluralità dei livelli di negoziazione, ma nello stesso tempo di
coordinare questi ultimi con una chiara definizione delle materie devo-
lute a ciascuno di essi e con l'esplicita assunzione, da parte dei sindacati,
dell'impegno di non promuovere azioni o rivendicazioni intese a modifi-
care, integrare, rinnovare, quanto avesse formato oggetto di accordo ai
vari livelli.
Le motivazioni che inducevano ad acquisire tali nuove strutture con-
irattuali sono esplicitamente formulate nel protocollo di cui abbiamo par-
lato all’inizio e che vale la pena di riportare integralmente :
« Premesso:
che la riforma dell’attuale struttura della contrattazione collettiva
nazionale di categoria, struttura che è stata fino ad oggi tradizional-
mente alla base del sistema contrattuale italiano, deve essere effettuata
dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro in
modo da costituire un sistema che consenta la realizzazione di quelle
esigenze fondamentali di entrambe le parti che hanno suggerito la re-
visione del metodo sino ad oggi seguito;
che la possibilità di una maggiore articolazione della contrattazio-
ne collettiva per settori o a livello aziendale, che attui concretamente
principi affermati ai livelli superiori, oltre a consentire una migliore
aderenza delle norme contrattuali alle particolari caratteristiche setto-
riali o aziendali soddisfa l'esigenza, per le aziende, di poter program-
mare sulla base di elementi predeterminati, per un adeguato lasso di
tempo, la propria attività produttiva;
le parti convengono di concordare il sistema contrattuale qui de-
lineato e che sarà, appresso, più analiticamente o motivamente descritto ».
Il contenuto del protocollo stabilisce poi tre livelli di contrattazione :
il contratto collettivo nazionale generale, per tutti gli istituti non regolati
ai livelli successivi ; gli accordi di settore previsti per î seguenti gruppi
di aziende: siderurgico, navalmeccanico, elettromeccanico ed elettronico,
auto-avio-motoristico, meccanica varia, fonderie di seconda fusione o metal-
lurgia non ferrosa, e per le seguenti materie: orario di lavoro, esemplifica-
zione delle qualifiche, livelli retributivi, regolamentazione del cottimo, in-
dennità per lavori in particolari condizioni di disagio.
Il livello successivo è quello aziendale, previsto per : modalità di ap-
plicazione della disciplina dei cottimi, sistemi di classificazione, come la
job evaluation, sostitutivi di quelli per categorie e qualifiche previste dal
contratto nazionale, forme incentivanti collettive. Parti stipulanti di que-
sti accordi saranno per î primi due livelli i sindacati nazionali (ed è sta-
bilito che gli accordi di settore vengano stipulati in concomitanza con il
contratto nazionale, così da evitare un eccessivo prolungamento della fase
negoziale); per gli accordi aziendali le organizzazioni provinciali
dei lavoratori, e le aziende assistite o rappresentate dalla propria
organizzazione.
Il protocollo qui riportato in sintesi non costituisce, come è evidente,
un testo contrattuale, ma è soltanto preliminare alla stipulazione degli
accordi da esso previsti. Le trattative per l’articolazione di tali princìpi
in veri e propri contratti, come è noto, non sono ancora esaurite. La for-
mulazione di un accordo sui princìpi, i cui termini sono stati poi accettati
da un notevole numero di aziende private, ha costituito comunque un atto
di tempestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende a parte-
cipazione statale alle nuove condizioni maturate nel corso di questi anni.
Tale accordo, che ha permesso di sdrammatizzare i termini della con-
troversia, ha costituito infatti una prova di sensibilità sindacale da ambe-
due le parti. Per i sindacati dei lavoratori, che hanno in tal modo ricono-
sciuto come la pluralità dei livelli di contrattazione non può risolversi nel-
l’anarchia contrattuale, ma deve essa stessa essere contenuta nel quadro di
un ordine o di un ‘sistema’, sia pure diverso da quello precedente. Per le
aziende stipulanti, le quali hanno dimostrato di aver fatto proprio un
principio essenziale nelle relazioni sindacali: il principio, cioè, secondo il
quale nessun sistema di contrattazione è fornito di una validità assoluta
e come tale intangibile, ma trova il suo fondamento in particolari situa-
zioni storico-economiche, mutando le quali, mutano anche le condizioni ed
i criteri che presiedono allo svolgimento dei rapporti contrattuali di lavoro.
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Torre
Annunziata:
un immagine
di lavoro
Derivati della vergella prodotti a Torre Annunziata:
rete a triplice corda.
Lo scrittore Michele Prisco, nativo di Torre
Annunziata, è tornato dopo molti anni a visi-
tare quella che un tempo si chiamava “la Fer-
riera”. La gente la chiama ancora così, ma al
suo posto Prisco ha trovato il moderno stabili-
mento dell’Italsider, specializzato nella lavora-
zione dei derivati della vergella prodotta dal cen-
tro siderurgico di Bagnoli, di cui gli impianti di
Torre Annunziata costituiscono oggi una sezio-
ne în via di forte sviluppo.
Le fotografie che illustrano questo articolo sono
di Guido Di Domenico e rappresentano alcuni
dei principali prodotti dello stabilimento torrese.
Forse si comincia veramente a invecchiare
quando il passato, ripresentandosi alla nostra
coscienza, ci comunica una più intensa emo-
zione? Non lo so. Certo, ogni volta che torno
a Torre Annunziata, è come se dentro di me
si riaprisse una vecchia ferita rimarginata: so-
lo che invece di venir fuori sangue, ne scatu-
riscono suggestioni, memorie, ricordi, che un
nulla basta a risvegliare o a mettere in moto:
il giuoco della luce sulla facciata d’un fabbri-
cato, l’insegna d’un negozio pateticamente
ostinato a non rimodernarsi, una voce o un
odore, un richiamo, l’incontro con un com-
pagno di scuola, la vista d’un balcone fiorito,
la sosta d’una carrozzella in piazza Cesàro, un
manifesto di lutto all'angolo d’una via. È co-
me dar corda a un vecchio carillon a inter-
vallo di tempo: la musica che n’esce è magari
più fioca o arrugginita, ma ripete sempre gli
stessi motivi. E anche per questo a Torre
ormai ritorno più raramente.
Là io son nato e mi sono formato e son
vissuto sino ai primi anni del dopoguerra, là
ho le mie radici: ma ho dovuto staccarmene
per capirla e, in un certo senso, giudicarla e
amarla. Tra l’altro, è città così schiva, Torre
Annunziata, che non allude nemmeno con un
cenno fugace alla bellezza dei suoi panorami,
e anche ad attraversarla tutta nessuno sospet-
terebbe il doppio incanto del Vesuvio e del
mare oltre le due fitte cortine di fabbricati ai
lati d’un comune stradone, il corso, che a se-
ra, appena imbruna, si illumina di insegne al
neon animandosi quasi di colpo, fra i negozi
che accendono luci fortissime nelle vetrine
(le edicole dei giornali sembrano allora più
belle) e la gioventù locale che cammina avanti
e indietro sui marciapiedi scambiandosi sor-
risi battute di spirito saluti, organizzando ve-
Un rotolo di rete saldata
glioni al circolo studentesco o l’elezione d’una
miss, prima di chiudersi in un cinematografo
a consumarvi il resto della serata.
A Castellammare e a Torre del Greco, che
son le due cittadine confinanti, ci si muove in
un’aria di paese marino: più elegante, e magari
pretenziosa, a Castellammare, più artigiana e
dimessa a ‘Torre del Greco. Ma in entrambe
le città facilmente si possono trovare negozi
di àncore, di vecchie catene arrugginite, di
altri
della pesca e della piccola navigazione, mentre
a Torre Annunziata questa forma di commer-
cio manca del tutto e lo stesso quartiere dei
corderie € arnesi connessi all’esercizio
pescatori, isolato in un viluppo di stradicciole
che chiamano il Quadrilatero, nulla offre di
caratteristico oltre la facile coreografia di qual-
che rete sbrindellata pendente da un balcon-
cino appena ingentilito da un malinconico e
spelacchiato rametto di cedrina piantato in una
latta di conserva di pomodoro.
Il Quadrilatero fu anche il quartiere mag
giormente colpito dall’esplosione dei vago-
ni di munizioni alleate, nel gennaio del 1946,
e quella disgrazia è tuttora ricordata, a Torre,
con un senso di disagio e di malessere: come
quella che riassume in sé tutte le altre disgra-
zie patite dalla cittadina. Perché Torre Annun-
ziata, che pure è la città più popolosa della
provincia napoletana e la più ricca di indu-
strie, si dibatte ancora in una crisi che l’im
poverisce ed appiattisce. Forse le cause risal-
gono in parte proprio a un eccesso di popo
lazione che rende insufficiente la richiesta di
mano d’opera.
Certo Torre, ricca d’uno spolettificio, d’una
fabbrica d’armi, di cantieri a carattere siderur
gico, chimico e industriale, famosa patria ed
esportatrice della pastasciutta, rinomata per la
manifattura del suo pane bianco e fragrante,
tra le cittadine campane ha un poco l’aria del
la bella addormentata, assopita in un placido
letargo e immemore dei ragnateli che, come
nella fiaba della bella addormentata, intorno le
crescono minacciando di soffocarla.
Sicché in una situazione tanto complessa
acquistano una dimensione quasi eroica gli
sforzi di coloro che vorrebbero un diverso
destino per le future sorti di Torre: quelli
costituiti in comitato per la
degli scavi della vecchia Oplonti, il porto
dell’antica Pompei sulle cui rovine si stende
una parte dell’abitato (e l’impulso agli scavi
sarebbe, oltre che un’opera archeologica di
valorizzazione
grandissimo interesse, una meritoria opera di
bonifica sociale); quelli preposti allo sviluppo
turistico della città (Torre possiede il più bel-
l’arenile del golfo e certo la migliore attrezza-
tura balneare). E tuttavia l’avvenire di Torre,
la sua ricchezza, e la sua salvezza, noi l’addi-
teremo ancora e sempre nella sopravvivenza
della sua zona industriale, nello sviluppo di
quella fascia costiera alla periferia della città
dove, in poco spazio, son raggruppate le in
dustrie che dànno lavoro e vita a larga parte
degli abitanti: gli stabilimenti metallurgici del-
l’Italsider e della Dalmine, quello della Le-
petit a carattere chimico, i mulini e i pastifici,
le varie fabbriche conserviere.
Torre Centrale, Cattora, ‘Terragneta: ecco i
nomi di quello che potrebb’essere (e in parte
già è) il nostro “triangolo industriale”: nomi
Punte per carpenteria e falegnameria
cari alla mia fanciullezza, e hanno acquistato,
col tempo, un così forte potere evocatore da
suscitare, al solo pronunziarli, un rigurgito di
ricordi. Mi basta ripeterli, dentro di me, per
rivedere quel paesaggio di dune e sterpi, odoro-
so d’alghe e di catrame, che si estendeva oltre
i capannoni dell’Ilva, fra la strada ferrata e il
mare, dove ragazzi, studenti di ginnasio, an-
davamo a giocare al pallone, nei pomeriggi di
primavera. L’appuntamento per ritrovarci lag-
giù lo combinavamo in classe, passandocelo
fra i banchi come dei congiurati: — Oggi alle
tre alla Ferriera. E così quel posto è re-
stato nella mia memoria come “la Ferriera”:
del resto anche oggi, se chiedete a un torrese
dove si trovi l’Ilva (non parliamo poi del più
recente termine Italsider), è probabile non
sappia rispondervi: ma se gli domandate do-
ve si trova la Ferriera, allora sarà largo e
d’informazioni.
Ferriera del Vesuvio era d'altronde l’origina-
sotecito
ria denominazione della fabbrica privata im-
piantata dagli industriali Natanson e Duché,
per la lavorazione dei laminati di ferro e d’altri
profilati mercantili: e il nome ha per me un
senso preciso e pure confuso, mi fa pensare
agli anni delle lotte sindacali, dell’antifascismo
torrese, e acquista adesso, a distanza, un suo-
no magico e quasi allucinante: la Ferriera...
Ho qui davanti a me copia della delibera-
zione della giunta comunale di allora, riuni-
ta in consiglio per approvare la concessione
del suolo e le altre formalità precedenti il con-
tratto d’acquisto: esenzione dai dazi comuna-
li, obbligo, da parte del comune, di allargare
la via d’accesso alla zona ecc.; leggo i nomi
degli assessori riuniti e vi trovo come in un
vecchio dagherrotipo casati di famiglie scom-
parse, cognomi ricorrenti nel giro familiare al
tempo della mia infanzia (e quel notar Giu-
seppe Prisco, che figura fra il cav. Aniello De
Nicola e
caso proprio mio nonno?). Ho qui davanti
Agostino La Rana, non sarà per
copia dell’atto di costituzione; ne leggo le
prime termini, per
me che famiglia di
avvocati e magistrati, hanno un suono fami-
righe, e anche quei
sono uscito da una
liare e mi restituiscono un “tempo perduto”...
« L’anno milleottocentottantasette il giorno
quattordici luglio in Torre Annunziata presso
la Sede Municipale. Innanzi a Noi Cavalier
Michele Mazzitelli Notaro certificatore Reale
residente in Napoli con lo Studio alla Strada
San Giacomo Numero 19, iscritto presso il
Consiglio Notarile di Napoli, ed ai sottoscritti
testimoni che hanno le qualità legali si sono
personalmente costituiti: da una parte il Cav.
Sig. Ciro Ilardi fu Antonio, proprietario, nato
in Torre Annunziata Sindaco di Torre An-
munziata, residente per ragione della carica
nella Casa Municipale posta in Via Del Po-
polo, e che interviene nel presente atto quale
rappresentante del detto Comune di Torre
Annunziata; e dall’altra il Sig. Ingegnere AI
fredo Costantino Natanson di Simone, nato in
Varsavia, domiciliato in Parigi ed ora dimo
rante in Napoli nell’Hotel Royal Des Etran-
gers in Via Caracciolo... ».
Fu dunque, quello di
Torre, il primo stabi-
limento siderurgico della Campania, e l’unico
per molti anni: nato per utilizzare i rottami
nel processo di fabbricazione del “ferro a pac-
Fune d’acciaio a trefoli
chetto”, esso produceva travi e altri profilati
impiegati nella costruzione di immobili (l’im-
pianto della Ferriera fu incoraggiato appunto
per sviluppare l’edilizia del Mezzogiorno al
lora carente) e nelle costruzioni ferroviarie e
navali, soddisfacendo così le continue richie-
ste del vicino cantiere navale di Castellammare
di Stabia. Una quindicina d’anni dopo, la fab-
brica fu acquistata dalla Società “Ferriere Ita-
liane” che, già proprietaria dello stabilimento
di San Giovanni Valdarno, gestiva anche la
Ferriera di Terni: furono allora installati una
acciaieria con due forni Martin-Siemens e un
impianto di trafileria e puntineria, e seguì un
lungo periodo durante il quale lo stabilimento
si specializzò nella fabbricazione dei piccoli
profilati di acciaio e dei derivati della vergella,
e in particolare negli anni della prima guerra
mondiale prese sviluppo il reparto trafileria.
Poi nel 1918 la Ferriera del Vesuvio entrò a
far parte del complesso siderurgico dell’Ilva:
e dal 1919 fino agli ultimi anni della seconda
guerra mondiale, alla distruzione degli im-
pianti, lo stabilimento svolse la sua attività nel
duplice campo della siderurgia e dei derivati
della vergella.
Queste notizie le ricavo sfogliando un nu-
mero del notiziario aziendale e se certe espres-
sioni e parole laminatoi per medi e pic-
coli profilati, tondo e vergella; filo di ac-
ciaio crudo, ricotto e zincato, corda spino-
sa, punte, reti —
l’impassibile e in un certo senso misteriosa
estraneità che sempre i termini tecnici produ-
cono sul profano, resta sempre quel nome,
Ferriera, a dare un sottofondo più intimo a
questa lettura. A Proust, come ognun sa, ba-
stò intingere una “maddalena” nel tè per ri-
scivolano su di me con
trovare con l’odore il sapore e i ricordi della
sua infanzia; più modestamente, a me è ba-
stato rileggere quel vecchio rogito e un gior-
naletto aziendale, per sentirmi ricalare nell’at-
mosfera della mia fanciullezza. E
ciso: domani andrò a Torre, ripercorrerò gli
itinerari di quel tempo, visiterò lo stabilimen-
così ho de
to: a suo modo sarà anche questo, beninteso
in tutt’altre proporzioni e dimensioni, un pic-
colo viaggio alla ricerca del tempo perduto.
Il paesaggio non è molto mutato. C'è lo
stesso desolato spiazzo di sterpi, di terra fria-
bile, di avvallamenti e cunette: c’è la stessa
luce azzurra, aperta e sgombra, che anticipa
la presenza del mare. Di nuovo, ecco, posso
notare una fila di case di aspetto operaio, dal-
l'intonaco giallino ma già grigie e uniformi, e
alcuni appezzamenti ortivi verdi di cavoli e
lattuga. Tra i filari, si levano forcine di legno
e corrono corde gremite di panni stesi ad
asciugare, e si muovono al vento marino con
un balbettio sonoro e persino stridulo che può
anche rassomigliare (io per lo meno per tale
l’accetto) a un saluto di bentornato.
Sì, il paesaggio non è molto mutato, anche
se sull’area dove presumibilmente abbiamo
giocato ragazzi al pallone adesso sorgono le
palazzine dell’ Ina-Casa e quelle costruite dal-
la società; ma direi ch'è mutato lo spirito
con il quale io ripercorro via ‘Terragneta,
costeggiando il binario della linea ferrata, al
punto che, come sempre succede quando si
torna in un luogo a distanza d’anni, persino
le proporzioni non mi sembrano più quelle,
Griglie zincate per recinzioni
e tutto m’appare ora più piccolo e più disa-
dorno, direi quasi meno misterioso: più leg-
gibile, e più modesto.
Ma, dentro, nei capannoni dello stabilimen-
to, io non ho mai messo piede: per meglio
dire, ci sono stato una volta, anni fa, ma visi-
tai solo il reparto dei laminatoi, se ora, nella
memoria, m’è restata la scena, in un giuoco
d’ombre e di caldo infernali, di certe lunghis-
sime e sottili sbarre di ferro che uscivano rosse
e vive come lingue di fuoco da un forno e
che gli operai addetti alla lavorazione tiravano
fuori con una specie di arpioni facendole vol-
teggiare attorno con gesti calcolati precisi e
veloci, simili a moderni cowboy che si eser-
citassero al tiro del lazo.
Adesso, nel nuovo assetto dato dall’Italsider
ai suoi vari stabilimenti l’attività dell’acciaieria
è cessata: oggi la competizione internazionale
impone di concentrare la produzione dell’ac-
ciaio in grandi complessi come quello del-
l’Italsider di Bagnoli, che verrà a sua volta
potenziato. Il reparto siderurgico è mol-
to ridotto: funziona solo, in un unico ca-
pannone, il laminatoio semicontinuo, e vi
si producono tondi per cemento armato
e vergella in acciaio ad alta resistenza, che
viene poi avviata ai reparti ‘derivati del-
la vergella”. Sicché molto di quell’ atmo-
sfera spettacolare è scomparsa: in compen-
so, sono sorti nuovi capannoni € sono stati
ampliati e rifatti i vecchi in gran parte di-
strutti dalla guerra, per sviluppare e aumen-
tare l’attività dei derivati della vergella.
Forse qui mi corre l’obbligo di spiegare che
“vergella”, nel gergo siderurgico, indica un
prodotto a sezione piena, laminato a caldo,
presentato in rotoli avvolti anch'essi a caldo:
in altri termini essa non è se non una lunga,
sottile verga, la quale viene poi lavorata, ta-
gliata, “ricotta” (cioè di nuovo riscaldata at-
traverso appositi forni), trafilata (cioè ridotta
a un filo di acciaio mediante il passaggio in
speciali trafile), e serve a produrre, infine, vari
tipi di filo spinato — corda spinosa, per usi
agricoli o domestici e concertina, in dotazio-
ne all’esercito —; chiodi; reti di acciaio di va-
rio genere — saldate, a griglia, a triplice tor-
sione — per usi edili e agricoli; trecce di ac-
ciaio per l’impiego nelle strutture di cemento
armato precompresso, e funi e corde di acciaio,
dall’anima di canapa o metallica, di vari dia-
metri.
Sono stati questi i capannoni che ho visi-
tato: passando per il reparto della chioderia,
così assordante, un’estate di cicale meccaniche,
da aver la sensazione, all’uscita, di continua-
re, stordito, a vibrare anch’io, sul ritmo di
quei convulsi e rapidi movimenti dei macchi-
nari; fermandomi davanti al reparto per la
fabbricazione delle reti, con quel giuoco di fili
d’acciaio che misteriosamente (per me) si
avviano paralleli ed intrecciati a
griglia che finisce avvolta in rotoli; so-
stando nel reparto della zincatura, dove i
telai di fili d’acciaio sulla mia testa e que-
gli enormi rocchetti che avvolgono il filo lu-
cente dopo il bagno di zinco mi facevano pen-
sare a dei tessitori metafisici (un reparto che
sarebbe piaciuto al primo De Chirico); e infine,
concludendo il lungo giro nel capannone della
corderia, e anche qui le bobinatrici e i riavvol-
escono
Una matassa di corda spinosa “Jowa”
gitori mi restituiscono un'immagine di lavoro
quasi più familiare, e direi artigi
termine non fosse in evidente contrasto con la
lunga e rumorosa fila delle macchine cordatrici.
Il mio accompagnatore, un tecnico, toscano,
è persona esperta al massimo e gentilissima:
ma soprattutto così entusiasta di quanto mi
viene spiegando e illustrando, che un poco
mi contagia, e un poco m’intimidisce. Sicché
l’unica, per ricambiare, in qualche modo, quel-
l’offerta di zelo disinteressato, è cavar di tasca
il taccuino e prendere qualche appunto. Que-
sto mi permette, adesso, di poter dire con si-
curezza, e anche con un poco di orgoglio (ri
nale, se il
spunta il torrese) che nel decorso ‘aRno 1961
lo stabilimento ha prodotto 46.075 tonnellate
di derivati della vergella, ma di aggiungere
anche, subito dopo, che in conseguenza del
prossimo e notevole potenziamento degli im-
pianti, Torre dovrebbe, fra pochi anni, più
che raddoppiare la propria produzione in
questo campo.
Sono dati imponenti, d’accordo: e mi ser-
vono a far bella figura e a dimostrare alla mia
guida, se mai mi leggerà, che da quella visita
ho tratto profitto, che conosco abbastanza le
cifre della produzione e con una certa ap-
prossimazione il procedimento di lavoro. Ma
quelle cifre non sono tutto. O meglio, die-
tro le cifre ci sono gli uomini: i dirigenti
e, specialmente, gli operai: gli umili, ano-
nimi, sconosciuti uomini che manovrano si-
curi le macchine e che mi osservavano, al
passaggio per i capannoni, silenziosi e forse
curiosi.
Gente di Torre, di Boscotrecase, di Trecase:
gente nata, come me, ai piedi del Vesuvio:
e chissà che con qualcuno di loro non ci sia-
mo incontrati sui banchi di scuola, la scuola
elementare “Giuseppe Parini”, o al “premili-
tare”, e adesso magari neppure ci siamo rico-
nosciuti. Lo sapevano, ch'io non ero un per-
sonaggio importante in visita allo stabilimen-
to, ma semplicemente uno di loro? A volte
m'è parso, sostando in qualche padiglione, che
passasse come un lampo, nei loro occhi, 0 co-
me un cenno d’intesa, nei nostri sguardi. Non
lo so, forse è un’impressione che mi sono so
lo inventata. Avrei voluto avvicinarli, parlare
con loro, scambiare parole e saluti, insomma
“comunicare”: avrei voluto, magari, ritrovare
ricordi comuni, o in ogni caso dir loro que-
sto, più semplicemente: ch’ero venuto lì alla
vecchia “Ferriera” nutrito dei miei libreschi
riferimenti, come alla ricerca del mio mode-
sto “tempo perduto”, e che invece in quelle
poche ore di visita allo stabilimento avevo ap-
preso da loro un’altra e più alta lezione, quella
della realtà del lavoro.
All’uscita, l’aria aveva sempre quell’odore
aperto e azzurro di mare, il Vesuvio viola
sembrava un innocuo bestione accovacciato fra
i pini folti e i bianchi cubi delle case di Bosco
come Gulliver prigioniero nel paese di Lilliput:
ma alla mia infanzia, ai pomerigg
vera consumati qui, dietro un pallone, gridan-
di prima-
do e sudando, non pensavo più. Pensavo a
Torre e a questa realtà da cui uscivo: e per
quest'immagine di lavoro mi auguravo con
tutto il cuore, per la mia città, un futuro che
finalmente la tolga dal suo immeritato ruolo
o destino di cittadina decaduta.
Ferri romani
al museo
di Zuri O cirie rie
Ticino).
A Zurigo, lungo le sponde del Limmat, in una
ampia costruzione barocca, è ospitato il Landes-
museum, uno dei più ricchi e completi d'Europa.
Esso contiene un’ampia rassegna dell’arte di tutti
i tempi nei settori più disparati : dai codici mi-
miati ai trittici d'avorio, dalle statue lignee ro-
maniche ai mobili quattrocenteschi, dagli argenti
per usi sacri e profani ai cofanetti, dalle pitture
su legno fino alle tele del tardo seicento. Intere
sale sono state sapientemente sistemate in modo
da ricreare gli ambienti di vita di quella ricca
borghesia nordica così come siamo abituati a ve-
derla, ad esempio, nei quadri di scuola olandese.
Tutti i pezzi sono originali, dal pavimento al
soffitto, in modo da presentarsi come un vero am-
biente con le suppellettili, i mobili e i quadri. Il
museo ha anche una magnifica armeria con una
copiosa raccolta di armi e armature e una gran-
de esposizione di ceramiche e porcellane. Nei gran-
di saloni della pittura sono presenti opere di
scuola italiana, francese, tedesca, inglese e locale.
Tutti oggetti ed opere d’arte di cui metterebbe
conto di parlare diffusamente. Ma il nostro in-
teresse è andato per la Rivista particolarmente
ad antichissime cose di casa nostra: oggetti di
scavi risalenti alla civiltà romana ; oggetti in fer-
ro provenienti dalle tombe latine di vaste zone
del Canton Ticino. Tra il materiale copioso del-
la vasta raccolta archeologica ospitata al pian- Cintura a catena composta di anelli di ferro a forma di “otto”. La chiusura
terreno del museo, sono esposti i pezzi della no- è formata da un disco profilato e traforato. Cinture di questo tipo facevano
sasa gra sia probabilmente parte dell’equipaggiamento personale dei soldati romani,
stra grande civiltà del passato resi più fascinosi poiché costituiscono una delle caratteristiche delle tombe maschili ritro-
dalla patina di ruggine e dalle corrosioni lasciate vate a Giubiasco,
dal tempo. Ecco così cinture appartenute a qual-
che sconosciuto soldato romano, ecco elmi di guer-
ra, ecco i resti della lama di quella che un tempo
dovette essere la temibile spada di qualche cen-
turione.
10
in alto: elmo sferico di ferro con bordo ovale. La calotta dell’elmo forma una guarnizione spezzata
nella parte superiore e poggiante su un disco, Il bordo è stato rinforzato piegando la lamiera, Sulla su-
perficie esterna della calotta vi sono resti di tessuto: l’elmo era infatti ricoperto da una foderina pro-
tettiva (Molinazzo-Arbedo).
qui sopra: la spada di un soldato romano del I secolo avanti Cristo trovata a Giubiasco, in una tom-
ba cineraria. La lama è infilata per la maggior parte nella guaina su cui sono visibili i listelli trasver-
sali di rinforzo.
a sinistra: elmo di ferro trovato in un’altra tomba con l’intero equipaggiamento di un soldato, che com-
prendeva persino un tegame di bronzo. La calotta è a pareti quasi verticali, con un bordo di rinforzo
a coste che forma la visiera. Quest'ultima, munita di imbullonature di rinforzo. si allarga nella parte
posteriore e forma un'efficace protezione della nuca. La difesa del viso era affidata alle due piastre co-
priguancia in ferro profilato e ad un’asta mobile applicate alla visiera. Nell’interno dell’elmo vi sono
ancora le tracce dell’imbottitura.
II
a sinistra: suppellettile per toilette trovata in una tomba, forse di donna, ad Arbedo-Cerinasca. L'a-
nello di ferro tiene uniti una pinzetta depilatoria. un cucchiaino netta-orecchie, un sonaglietto e una
fibbia: un piccolo nécessaire di duemila anni fa.
a destra: borchia di scudo composta da una piastra di ferro rotonda con sei imbullonature a forma di
disco e borchia conica centrale. All’interno. nell’incavo creato da quest'ultima, è l'impugnatura, con
l'alloggiamento per la mano del legionario (Giubiasco).
er
sc
in basso: questo è l'elmo del soldato cui apparteneva la spada riprodotta nell’altra pagina. È composto
da una calotta di Jamiera di ferro in due parti tenute insieme da un anello profilato. Una cresta di ferro
massiccio, pure profilato, provvista di cinque piccole aste ornamentali, costituisce il “pettine” dell’elmo.
12
Un’ attività sociale Italsider
Una libera
comunità
di bambini
E entrato quest'anno in attività il “soggiorno
montano” Italsider di San Sicario, in Val di
Susa.
Un gruppo di bimbi, figli del personale della
società, vi ha trascorso liete vacanze, assistito
e guidato secondo moderni criteri di educazione
che tendono a trasformare la vecchia “colonia”
in qualcosa di nuovo, in una ‘comunità attiva”
in cui i piccoli ospiti imparano a sentirsi mem-
bri di una collettività.
Abbiamo chiesto ad una pedagogista, la dot-
toressa Mariella Loriga, che collabora con le
Relazioni con il Personale dell’Italsider, di il-
lustrare sulla Rivista i criteri innovatori cui si
ispira la società in questo settore, e di traccia-
re un bilancio del primo anno di attività del
“soggiorno” di San Sicario.
« Fra le attività scelte dai bambini, alcune
mie compagne hanno scelto i burattini; felici
anche di dare lo spettacolo. I giorni passava-
no in fretta, e noi ci occupammo di prepara-
re gli inviti per darli al gruppo blu, al perso-
nale e alla direzione. Un altro gruppo si oc-
cupò di addobbare la sala, con felci, edera e
agrifoglio, un altro ancora di preparare lo sce-
nario, e l’ultimo di disporre le sedie nella sala,
Arrivammo alla grande serata dei burattini,
le bambine erano un po’ commosse dietro il
castelletto, prima dello spettacolo furono ser-
viti il gelato e i biscotti; dopo gustate queste
ghiottonerie le luci della sala si spensero, e
restò una piccola luce che illuminava lo scena-
rio. A un certo punto i burattini si presentaro-
no, poi iniziò la storia: apparve un principe ».
È l’inizio di una delle tante relazioni in cui
i bambini descrivono gli episodi della vita in
colonia che più li hanno toccati. Dalla loro
lettura viene fuori, in modo chiaro, l’immagi-
ne di un mondo felice; attraverso tanta spon-
taneità e freschezza descrittiva, traspare il fer-
vore di un’esperienza eccezionale; noi li ve-
diamo coi nostri occhi, questi bambini indaf-
farati chi a cucire vesti per i burattini, chi a
stampare e distribuire inviti, chi ad addobbare
la sala, a curare ogni particolare...
Le narrazioni di questo genere sono nume-
rose: eccone un’altra, scelta a caso:
« Cari genitori, vi scrivo per raccontarvi
della bellissima festa cui tutti noi, ieri sera,
abbiamo preso parte per Ferragosto. Che bel-
la festa, che bella serata passammo! Finito il
pranzo, incolonnati in fila indiana, uscimmo
dalla colonia. Nella parte retra della colonia,
appoggiati a fili tesi, stavano una infinità di
lampioncini colorati. I lampioncini erano ap-
pesi ad altrettante canne. Ognuno di noi ebbe
un lampioncino ed incolonnati partimmo per
un breve giro. Intonando alcuni canti popo-
lari adatti alla festa, girammo intorno al va-
sto prato avanti alla colonia. Che spettacolo
meraviglioso!
Nell’oscurità sembrava che i lampioncini
ballassero una danza disuguale accompagnata
dalla voce dei canti dei ragazzi.
I lampioncini sfilavano e continuavano ad au-
mentare, dai più piccoli ai più grandi tutti i
ragazzi sfilavano.
Tutti con voce allegra cantammo e per quel
momento la nostalgia di ritornare a casa era
dimenticata. Tutti come me erano felici... ».
Non è un caso che ci sia venuto spontaneo
cominciare questo breve racconto sull’attività
delle colonie gestite dall’Italsider proprio par-
tendo dai risultati; quei risultati che sono stati
la conferma che l’iniziativa presa quest'anno
dalla società aveva raggiunto i suoi scopi.
Ma come era nata questa iniziativa, e in che
cosa consisteva?
Fino alla scorsa estate, tutti i figli di dipen-
denti che andavano al mare o in montagna
per un soggiorno estivo, erano accolti in co-
lonie gestite da terzi per conto della società.
Da qualche anno tuttavia si era cominciato a
pensare alla possibilità di gestire direttamente
colonie di proprietà della società stessa: ed
era nata così l’idea del soggiorno montano di
San Sicario.
Per attuarla, si cominciò con l’indire, attra-
verso la Rivista aziendale, un referendum fra
tutto il personale, per conoscere le preferenze
in fatto di soggiorno estivo dei figli (mare,
montagna, altitudine ecc.). In base ai risultati
del referendum, si decise di localizzare il sog-
giorno in montagna, ad un’altitudine di 1600
metri. La scelta cadde su un bellissimo ter-
reno tra Cesana Torinese e Sestrière, in Val di
Susa, un terreno assolato e riparato dai venti
in una conca circondata da alte montagne;
quindi, attraverso un concorso nazionale, e
seguendo una precisa impostazione pedago-
gica consigliata dal prof. Aldo Visalberghi, fu
affidato l’incarico di costruire la nuova colonia
all’architetto Renato Severino. L’architetto
seppe trovare il modo di inserire una costru-
zione del tutto inusitata, tutta in ferro e vetro,
nell'ambiente montano, una costruzione che
rispettava le esigenze di ordine pedagogico e
costituiva nello stesso tempo un fatto nuovo,
una rottura coi soliti modelli di casa di mon-
tagna in pietra e legno (e nel caso in specie,
un preciso riferimento all’Italsider). Il risul-
tato? Un unico grande edificio, dove però i
bambini sono raggruppati in otto nuclei auto-
14
qui a fianco: il giuoco collettivo è una delle attività
fondamentali svolte nei soggiorni montani dell’Italsider,
ed aiuta a creare nei bambini il senso dei rapporti sociali.
Giocando al “campo indiano”, ad esempio, i ragazzi si
accostano al significato della collettività formata dalla
tribù.
nella pagina a fianco in alto: dopo il giuoco, gli “india-
ni” si trasformano in disegnatori e registrano la cronaca
della loro avventura.
qui sotto: l’edificio del soggiorno montano Italsider di
San Sicario, in Val di Susa (architetto Renato Severino).
È una costruzione in acciaio e vetro realizzata tenendo
conto delle moderne esigenze pedagogiche, Esso costi-
tuisce, allo stesso tempo, un fatto nuovo, una rottura
con i soliti modelli di casa di montagna in pietra e legno.
nella pagina a fianco in basso: la rappresentazione del
soggiorno montano nel disegno di uno dei piccoli ospiti.
“
16
I bimbi si cimentano
nella pittura dal vero.
I paesaggi abbelliran»
no il locale del “grup-
po” di cui fa parte
il pittore. Due volte
al mese si allestisce
una mostra.
nomi, originalissimo nella sua struttura tutta
a vetrate, per cui da ogni punto di esso ci si
sente circondati dalle montagne e dal verde
dei prati e degli abeti; intorno, un ampio ter-
reno di giuochi articolato in modo vario e fan-
tasioso, tenendo presente che al bambino bi-
sogna piuttosto offrire delle possibilità, dei
suggerimenti e non un campo-giuochi già tutto
organizzato ove svolgere meccanicamente al-
cune attività.
L’ambiente interno del soggiorno montano
di San Sicario corrisponde alle esigenze di una
comunità di 256 bambini, suddivisi in sedici
gruppi di sedici bambini ognuno, e di un ade-
guato numero di monitori e monitrici (così ven-
gono chiamati i giovani scelti con particolare
cura per seguire e indirizzare la vita dei pic-
coli ospiti), di inservienti, cuochi, dispensieri,
infermiere, oltre naturalmente al personale di-
rettivo e al medico... Una piccola città model-
lo, come si vede. Ogni due gruppi di bambini
usufruiscono di un soggiorno comune, men-
tre alcune sale più grandi, come la biblioteca
o gli ateliers per le diverse attività, vengono
frequentate da tutti i bambini, a turno secon-
do il caso. Una grande palestra può accogliere
tutti i bambini riuniti insieme in particolari
occasioni.
Mentre si organizzava il soggiorno montano
di San Sicario, e si parlava a lungo di me-
todi nuovi e di educazione attiva, si comin-
ciò a pensare se non fosse possibile attuare gli
stessi metodi educativi in qualche altra colo-
I bimbi gestiscono i “servizi
sociali” della comunità. Nel.
la foto: la banca in cui de-
positano il denaro portato da
casa, ottenendo in cambio
degli assegni utilizzabili per
gli acquisti allo spaccio, altro
servizio dato loro in gestione.
nia, sia pure in affitto, nell’attesa di averne
altre di proprietà. A_ Piazzatorre, nell’alta Val
Brembana, si trovò per fortuna un edificio
della Gioventù Italiana, vecchio ma simpati-
cissimo e chiaramente suscettibile di modifiche
che ne migliorassero l’insieme. L'edificio è
una grossa costruzione all’estremità del paese,
dominante tutta la vallata, circondato da un
ampio prato e confinante con un bosco di
abeti. L’idea di trasformare qualcosa di vec-
chio secondo nuove esigenze è sempre affa-
scinante, anche se estenuante... Ecco dunque
che in pochissimi mesi nasceva un’altra colo-
nia, meno bella, meno vistosa, meno elegante
e funzionale di quella per ora rarissima di San
Sicario, ma dove i bambini potevano trovare
la stessa atmosfera di affetto e comprensione,
analoghi metodi educativi, personale preparato
secondo uguali criteri. Uno stesso clima, in-
somma.
Ma eccoci dunque giunti al punto centrale:
cosa è, in che cosa consiste la novità di queste
colonie, perché esse hanno suscitato tanto in-
teresse? Qual’è questo stesso clima?
Per rispondere a questi interrogativi, do-
vremo innanzi tutto fare il classico passo in-
dietro, e ricordarci cosa erano (e cosa sono
ancora purtroppo assai spesso!) le colonie.
Enormi caseggiati che contengono 600-700
bambini, raggruppati in immensi refettori e in
camerate di almeno trenta letti; bambini che,
forse, vengono ben nutriti e godono di un
certo beneficio per il cambiamento d’aria, ma
il loro nutrimento è solo fisico, il loro spirito
non viene stimolato e sostenuto per certi
sforzi e per certe mète. Essi mangiano, gioca-
no — in modo spesso disordinato e caotico —
si riuniscono per cantare, nei casi fortunati ve-
dono ogni tanto un film o la televisione: tutte
forme di divertimento “passivo” che segue lo
schema più facile... E che non hanno nulla a
che fare con una vera attività educativa.
Quando parliamo dunque di novità, ci rife-
riamo in effetti al fatto che, nonostante alcu-
ne vistose apparenze, sono ancora rare le co-
lonie veramente impiantate sui metodi dell’edu-
cazione attiva; di conseguenza, abbiamo anche
la speranza che il nostro costituisca un valido
esempio.
L’attivismo del bambino (e qui il discorso
potrebbe diventare molto lungo, riallacciandosi
a un altro di capitale importanza, sulla liber-
tà infantile) si presta purtroppo a molti ma-
lintesi. Diremmo quasi che oggi è un luogo
comune, per tutti coloro che svolgono com-
piti educativi, parlare di attività libere, di
libertà di espressione... Ma molto spesso, se
appena guardiamo dietro le belle apparenze
di classi e gruppi organizzati secondo sistemi
diversi dai tradizionali, di giuochi e di lavori
liberi e spontanei, ci accorgiamo che questo
rinnovamento è solo formale, non tocca (0
forse soltanto sfiora) la sostanza dell’educa-
zione di vecchio tipo.
Avviare il bambino all’attivismo significa
dargli la possibilità di esprimere liberamente
Costruzione di una “baita”
in legno. Diverrà mèta
delle gite del “gruppo” co-
struttore. Un altro gruppo
redige un giornale quoti-
diano registrato su nastro;
un altro ancora gestisce
l’ufficio postale.
x |
A
>
Fabbricazione di oggetti
vari, giocattoli e perso-
naggi di fantasia. Ogni
“gruppo” organizza uno
spettacolo. I ragazzi ge-
stiscono anche la biblio-
teca, dove possono avere
libri in prestito.
se stesso, i suoi contenuti (e spesso i suoi
problemi) più profondi, stimolando in lui
una situazione emotiva particolare, in cui si
senta del tutto a suo agio. In una collettività
come è una colonia, l’educazione attiva deve
mirare inoltre a che il particolare sviluppo di
ognuno si inserisca in quello generale, creando
le premesse per una vita comune. È quindi
evidente il vantaggio sociale, oltre che perso-
nale, di questo tipo di educazione, che su-
perando le forme individualistiche porta il
bambino a diventare un membro cosciente
della comunità.
I mezzi di cui ci si vale a questo scopo sono
molteplici; ma, lo ripetiamo, senza un suo spi-
rito animatore il loro uso rimane esteriore,
formale. Quello che conta è puntare sul fatto
che il bambino sia un soggez/o attivo e non un
oggetto passivo del processo educativo. Per otte-
nere ciò, bisogna naturalmente poter disporre di
ottimi educatori; e il metodo andrebbe evi-
dentemente chiarito e attuato soprattutto nella
vita scolastica, di cui quella in colonia dovreb-
be essere un complemento.
C'è un’obiezione infatti che si può fare (e
che ci viene spesso fatta): come si troverà poi
il bambino tornando a scuola? A parte il fatto
che anche nelle scuole elementari va poco a
poco infiltrandosi uno spirito nuovo (appog-
giato anche dalla riforma di qualche anno fa),
sarebbe assurdo precludersi la strada giusta
per mancanza di continuità; bisogna piutto-
sto credere e sperare che il bambino trarrà
dall’esperienza di vita in colonia un arricchi-
mento del suo sviluppo psicologico e umano,
che resterà comunque in lui (e questo vale so-
prattutto per i bambini che hanno l’opportu-
nità di passare in colonia molte estati).
Naturalmente questi risultati si possono rag-
giungere solo in un ambiente favorevole, un
ambiente in cui si sia dimenticato il vecchio
concetto di “massa” e ogni bambino non sia
più un numero ma una individualità. Quindi
le colonie devono ospitare non troppi bambi-
ni, divisi in piccoli gruppi (dai dodici ai se-
dici) che si riuniscono poi per mangiare o per
altre attività a due o quattro insieme, forman-
do un grande gruppo. Pochi saloni, niente
megafoni o fischietti... Il ridotto numero dei
bambini, cui si contrappone un adeguato
numero di ‘“monitori”’, crea tante piccole uni-
tà familiari in cui ognuno è personalmente as-
sistito nelle sue necessità, seguito e compreso
nei suoi problemi, aiutato a risolverli. In que-
sta colonia-famiglia, si vive come in una ca-
sa; ogni giornata dei bambini è viva, lieta, pie-
na di sorprese e di stimolanti scoperte: pas-
seggiate nel bosco alla ricerca di animaletti,
di funghi, di foglie e di fiori da studiare e da
catalogare con l’aiuto dei monitori; costruzio-
ni all’aperto di villaggi in miniatura o di gros-
se baite che possano ospitare un intero gruppo
(con quanta emozione si è lasciata la “baita” di
San Sicario, chiedendosi se resisterà alle nevi!);
ascolto di belle musiche classiche o moderne,
di canti popolari da imparare e danzare in-
17
sieme sul prato; giuochi collettivi che misura-
no un giusto spirito competitivo; lavori ma-
nuali anche impegnativi, in legno, in metallo,
che dànno fiducia al bambino insegnandogli
la padronanza di tecniche costruttive e orga-
nizzative; e i “servizi sociali”, la posta, il ser-
vizio di tavola, alcune pulizie con cui si im-
parano le cure-e il rispetto dei beni comuni;
e la tipografia, dove i disattenti hanno una
possibilità immediata di controllo dell’errore;
e infine tutte le attività espressive, il disegno,
il collage, la creta, la fabbricazione (oltre che
l’uso) dei burattini, attività che vanno sot-
tolineate non per il loro intrinseco valore ar-
tistico ma per il processo di sviluppo psicolo-
gico cui esse, se ben guidate, corrispondono.
L’importanza e l’utilità di tante diverse
forme di attività non sarebbero chiare se non
spiegassimo che si tratta sempre di attività
opzionali: che il bambino cioè sceglie libera-
mente. Egli non è costretto a partecipare a
tutte le attività, ma solo a quelle che preferi-
sce, che maggiormente lo divertono, lo interes-
sano e lo aiutano ad estrinsecarsi e chiarirsi.
Alla sera si è davvero stanchi di tante emo-
zioni. Un giuoco collettivo (del grande gruppo)
chiude la giornata; e il saluto che il monitore
o la monitrice dà ad ogni bambino, letto
per letto, fa superare la tristezza di un mo-
mento in cui il nostalgico pensiero della fa-
miglia è inevitabile. Domani... quali nuove
cose sperimenteremo domani? È su questo
magico interrogativo che scende il sonno.
18
re SRI
I
!
I «paladini alla tavola rotonda”: un particolare dell’allestimen-
to del padiglione Italsider alla Mostra Internazionale di Parma.
Le armature dei paladini sono ritagliate in fogli di latta lito-
grafata per l’industria conserviera,
Nel 1961 l’Italsider ha prodotto 89.382 tonnellate di banda
stagnata (oltre il 50%, del gettito nazionale) di cui 62.195
tonnellate di latta elettrolitica (80%, della produzione nazionale).
L’Italsider a Parma
Una tavola
rotonda
coi paladini
di latta
Una moderna visione della leggendaria
“tavola rotonda” e dei suoi paladini ha co-
stituito una delle attrazioni principali dei vi-
sitatori alla XVII Mostra Internazionale delle
Conserve e degli Imballaggi che si è svolta
a Parma dal 20 al 30 settembre scorso.
I paladini sedevano attorno ad una tavola
imbandita con vasellame e -posate ottenuti
ritagliando fogli di banda stagnata. Anche
le armature dei cavalieri erano di latta: fo-
gli di latta destinati all’industria conserviera,
recanti pacifiche scritte a vivacissimi colori,
come “estratto di pomidoro”, ‘sardine’,
“olio d’oliva”. Ad accentuare il senso “gio-
coso” espresso dalla composizione (un senso
che la latta ci dà sempre e che è certamente
collegato al ricordo dei giocattoli della nostra
infanzia), la “tavola rotonda” era animata da
un movimento rotatorio che la trasformava in
una giostra con l’indispensabile accompagna-
mento di una musica d’organetto. A questa
vivace immagine faceva da contrappunto,
lungo le pareti del padiglione, una rigorosa
composizione grafica in bianco e nero nella
quale erano espressi i principali dati di pro-
duzione dell’Italsider, i suoi programmi di
espansione e tutti gli elementi atti a dare una
rapida informazione visiva del contributo che
la nostra società dà allo sviluppo del partico-
lare settore in cui la Mostra di Parma è spe-
cializzata: quello della latta, ad immersione
ed elettrolitica. Ma non è stato questo il solo
motivo che ha contrassegnato la presenza del-
l’Italsider alla rassegna parmense. La società
ha partecipato alla III Giornata del documen-
tario tecnico con il “Pianeta . Acciaio”, otte-
nendo il primo premio asséluto, e ha orga-
nizzato un convegno sull’impiego della banda
stagnata elettrolitica, in cui sono stati affron-
tati i complessi problemi inerenti l’ utilizza-
zione di questo prodotto, tipico dell’industria
moderna.
L’Italsider ha poi dato vita ad un’altra ori-
ginale manifestazione: un “pranzo in scatola”
offerto a duecento buongustai, giornalisti,
autorità e tecnici dell'imballaggio e delle con-
serve. Un meeting di clienti, organizzato dal-
la Direzione Vendite in collaborazione con le
Pubbliche Relazioni, e la presentazione della
“Film-relazione Italsider 1961” (di cui par-
liamo in altra parte della Rivista), hanno
completato le manifestazioni dell’Italsider a
Parma.
Uno scorcio della * tavola
al centro del
veduta del padiglio-
ne rea > dall’arch. M
Loi in collabor
pittori
Umberto
posizione al centro ruotava
L'illusione del-
era accentuata da
Il
per la sua originale
imposto al.
l’attenzione dei visitatori.
E
gin
w
jd
Taranto
800 km. di tubi
Il tubificio di Taranto ha un anno di vita. La prima
unità produttiva del grande centro siderurgico dell’Italsider,
in costruzione sul litorale jonico, ha festeggiato il suo pri-
mo anniversario il 15 ottobre scorso.
Il bilancio dei primi dodici mesi di lavoro del tubific
sorto in mezzo agli ulivi della campagna tarentina, cinque
chilometri a nord della città, può essere riassunto in poche
cifre.
Tra il 15 ottobre 1961 e il 15 ottobre 1962 sono stati
prodotti tubi di grande diametro, saldati longitudinalmente,
per oltre 183.000 tonnellate (800 chilometri messi in fila),
di cui 159.000 tonnellate, pari a ; 5 tubi, sono
imbarcate nel porto di Taranto su 131 navi di otto diverse
bandiere.
Per il trasferimento del prodotto finito dal tubificio al
orto di Taranto sono stati impiegati 1.0I1T convogli con
7.484 carri ferroviari. Altri 4.772 carri sono stati nec
sari per trasportare le 190.000 tonnellate di lamiere e di
altro materiale necessario all’alimentazione del tubificio, in
arrivo a Taranto via mare o proveniente da altri centri
produttivi. Questo intenso traffico di merci ha reso nece
sario il potenziamento delle attrezzature ferroviarie della
zona. L’amministrazione delle Ferrovie, nel quadro di un
vasto programma già elaborato, ha provveduto a dotare la
stazione di Taranto di quasi quattro chilometri e mezzo
di nuovi binari. Questa nuova rete, allacciata ai binari
delle linee per Brindisi, Bari e Metaponto, e destinata a
smaltire il traffico del centro siderurgico, ha tra l’altro
avuto benèfici riflessi anche sui servizi di treni pa î
consentendo un maggior volume del traffico viaggiatori.
Lo stabilimento di Taranto occupa attualmente 800
persone (nel 1965, a impianto completato, saranno 5.000).
Nel corso del primo anno di attività, la prestazione media
giornaliera è stata di 377 unità, per 903.685 ore lavorative.
Il tubificio ha già acquisito commesse che lo impegnano,
sino ad oltre il 1963, a produrre gli enormi tubi per con-
dutture di oleodotti e metanodotti destinati principalmente
ai mercati dell’ America latina, dell'Europa orientale e
dell’ Africa. Un’attività intensa e vigorosa, dunque, ha ca-
ratterizzato il primo anno di vita del centro Italsider di
Taranto, attività non limitata al puro fatto tecnico ma
che si è estesa al campo sociale e culturale con tutta una
serie di iniziative inquadrate nei programmi che l’Italsider
svolge in questo settore negli altri suoi stabilimenti di ogni
rte d’Italia.
Dell’interesse per quanto l’Italsider sta realizzando a
Taranto è d’altronde un sintomo anche il numero di vi.
tatori al tubificio in questo primo anno : oltre 2.000, tra
italiani e stranieri.
La presenza di questo centro produttivo dell’Italsic
ha costituito un primo elemento di spinta verso quello
luppo industriale economico e sociale della zona e, in s
i o, del Mezzogiorno, che V IRI e la Finsider
nte in tutta la sua importanza quando decise-
Mano a mano che il grande complesso produttivo cr
secondo il ritmo stabilito dai programmi predisposti con la
Cosider, ttista e costruttrice dell'impianto, si allar-
gherà sempre più questo influsso vivificatore. È in questa
certezza che i tarentini, e non soltanto essi, guardano oggi
con fiducia all’avvenire.
22
in alto: la copertina del libro di Marinetti «Zang-Tumb-Tumb”, stampato a Milano nel 1914,
In basso: una foto storica: Marinetti, al centro, tra i pittori futuristi Russolo, Carrà, Boc-
cioni e Severini, al tempo delle “serate futuriste” (1910-1911). Lo slogan più significativo
dei futuristi di quel tempo sosteneva, come è noto, che una macchina da corsa era più bella
della “Vittoria di Samotracia”,
a rivolta
uturista
Salutato da urla, fischi e lanci di pomodori
fradici e uova marce, incendiario, insofferente,
ribelle, sovvertitore di ogni ordine costituito, na-
sceva, più di cinquant'anni fa, il futurismo.
Esso esaltava il pericolo, l’audacia, le macchine,
la velocità e prendeva il volo sui primi cara-
collanti aeroplani.
Ad oltre mezzo secolo di distanza, il futu-
rismo, che voleva essere un modo, un costume
di vita, ci appare come una delle avanguardie
fondamentali nello sviluppo artistico contempo-
raneo. Ce ne parla Marco Valsecchi.
Il primo “manifesto” che segna la nascita
del Futurismo porta la data del 20 febbraio
1909, e venne pubblicato da Marinetti a Pa-
rigi, sulle colonne del quotidiano “Le Figaro”.
I “manifesti” erano, in pratica, dichiarazioni
programmatiche, affermazioni teoriche, e va-
levano come documenti di riferimento per al-
cuni artisti che intendevano, per loro tramite,
far sapere la loro linea di condotta o meglio
le loro intenzioni di lavoro. Ed è chiaro che
portassero in sé elementi di protesta, di ribel-
lione alle condizioni circostanti della cultura,
oltre che dichiarazioni categoriche, in forma
di decalogo, sui propri nuovi princìpi. Il si-
stema non era nuovo; fu in grande uso infatti
presso i politici, i rivoluzionari; nuovissimo
era invece nel campo delle arti e mai si era
dato, prima di allora, che un movimento arti-
stico iniziasse su così precise basi programma-
tiche. Gli stessi movimenti artistici francesi,
che pur riformarono profondamente sia i mez-
zi espressivi che i moventi creativi degli arti-
sti, avevano iniziato senza quelle dichiarazioni,
per germinazione più empirica, per effetto di
un’evoluzione creativa di un singolo o di po-
chi artisti; e se alcuni di questi movimenti al-
l’inizio del secolo furono chiamati Cubismo
oppure dei Fauves, già dissi che, allo stesso
modo degli Impressionisti, essi assunsero a
simbolo distintivo una definizione negativa, e
spesso deridente, degli avversari. Le teorie dei
Cubisti, dei Fauves, e così degli Impressioni-
sti, non si trovano in un “manifesto” teorico,
bensì già vive e realizzate nelle opere degli
artisti.
Dopo la pubblicazione del primo ‘manife-
sto” futurista di Marinetti a Parigi, queste di-
chiarazioni divennero un sistema e ormai nes-
sun altro gruppo o movimento artistico sa-
rebbe nato senza l’iniziale dichiarazione pro-
grammatica. In quel “manifesto” marinettia-
no, frammezzo a molte sonorità verbali e re-
toriche, cogliamo alcune affermazioni teoriche
relative a una poetica che vuole tener conto
delle nuove scoperte della vita moderna, cioè
la macchina e la velocità, e dei nuovi rappor-
ti che si sono stabiliti e man mano vanno
trasformandosi tra gli uomini, anche per ef-
fetto del progresso scientifico e meccanico.
Un breve estratto di quelle dichiarazioni ci ri-
velerà subito il senso e l’indirizzo di quella
nuova azione artistica.
« Noi vogliamo cantare l’amor del peri-
colo, l'abitudine all’energia e alla temerità. Il
coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno ele-
menti essenziali della nostra poesia. La lette-
ratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa,
l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il
movimento aggressivo, l’insonnia febbrile...
Noi affermiamo che la magnificenza del mon-
do si è arricchita di una bellezza muova: la bel-
lezza della velocità. Un automobile da corsa
col suo cofano adorno di grossi tubi simili a
serpenti dall’alito esplosivo, un automobile
ruggente, che sembra correre sulla mitraglia,
è più bello della “Vittoria di Samotracia”. Noi
canteremo le grandi folle agitate dal lavoro,
dal piacere o dalla sommossa: canteremo le
marce multicolori e polifoniche delle rivolu-
Un quadro di Gino Severini eseguito nel 1912 ed oggi al Museo d'Arte Moderna di New York. Gino Severini fece parte
del gruppo di pittori italiani che, accogliendo ad un anno di distanza l’invito di Marinetti, bandirono da Milano un
“manifesto dei pittori futuristi”, Di Severini era la copertina del primo numero (dicembre 1960) della Rivista Italsider.
24
zioni nelle capitali moderne; canteremo il vi-
brante fervore notturno degli arsenali e dei
cantieri incendiati da violente lune elettriche;
le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fu-
mano; le officine appese alle nuvole pei con-
torti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti
giganti che cavalcano i fiumi, balenanti al so-
le con un luccichio di coltelli; i piroscafi av-
venturosi che fiutano l’orizzonte, le locomoti-
ve dall’ampio petto, che scalpitano sulle ro-
taie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati
di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani,
la cui elica garrisce al vento come una ban-
diera e sembra applaudire come una folla en-
tusiasta... ». È evidente in queste parole una
visione da superuomo niciano, un ritmo ver-
bale rotondo e sonoro, dannunziano; ma si
scorge anche una sincera volontà di aderire
alle nuove condizioni della vita.
L’invito marinettiano venne raccolto giusto
un anno dopo da un gruppo di pittori italia-
ni, i quali bandirono da Milano un “manife-
sto dei pittori futuristi”. Esso venne lanciato
pubblicamente la sera dell’ 8 marzo 1910 dalla
ribalta del Politeama Chiarella di Torino, fra
i clamori e le proteste del pubblico presente
in sala. Le cronache di allora e soprattutto le
testimonianze dei personaggi che vi apparvero
come interpreti, riferiscono che quella non fu
una pacifica riunione culturale, ma un’aggres-
sione, un tumulto. Dal palcoscenico scende-
vano proposte audaci di riforma; dalla platea
si rispondeva con fischi, urla e anche lancio
di ortaggi. Nacquero in tal modo le provoca-
torie “serate futuriste”’, che si svolsero a Mi-
lano, a Roma, a Firenze, a Venezia con furori
crescenti.
Questo primo “manifesto” dei pittori reca
la data dell’ 11 febbraio 1910 con le firme di
Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo,
Gino Severini, Giacomo Balla. I punti pro-
grammatici ricordano il “manifesto” parigino:
« Distruggere il culto del passato, l’ossessione
dell’antico, il pedantismo e il formalismo ac-
cademico. Disprezzare profondamente ogni
forma di imitazione. Esaltare ogni forma di
originalità, anche se temeraria, anche se vio-
lentissima... Rendere e magnificare la vita
odierna, incessantemente e tumultuosamente ».
A queste dichiarazioni d’ordine generale,
seguirono altri due ‘manifesti?’ con proposte
d’ordine tecnico e quindi con un impegno cri-
tico più preciso: il manifesto tecnico della
pittura futurista dell’ 11 aprile 1910, e due an-
ni dopo il manifesto tecnico della scultura futu-
rista. In queste ultime pagine il Futurismo
italiano raggiunge la maturità e la chiarezza
critica delle sue idee. Quattro documenti,
quattro esplosioni per l’insonnolito ambiente
italiano. E come succede sempre negli sfoghi
violenti e di accesa polemica, le più acute in-
tuizioni si mescolano a concetti fumosi, a ma-
cerie verbali. Hanno il grande merito tuttavia
di scuotere la cultura italiana del regno um-
bertino e soprattutto di allinearsi al moto di
rinnovamento artistico europeo. Nel giro di
pochi mesi aderiscono al Futurismo letterati
come Aldo Palazzeschi e Giovanni Papini e
il gruppo degli artisti si allarga con l’adesione
di Ardengo Soffici, Ottone Rosai e Mario
Sironi.
Per il succedersi e lo sviluppo di questi av-
venimenti è giusto riconoscere lo stimolo ve-
nuto agli italiani dall’esempio dei giovani ar-
tisti francesi, soprattutto dei cubisti: cioè Bra-
que, Picasso, Juan Gris e Léger. Inoltre Se-
verini si era da alcuni anni trasferito a Parigi
e manteneva i contatti tra il gruppo cubista
francese e il gruppo futurista di Milano. Gli
altri firmatari del “manifesto” erano stati in
epoca diversa a Parigi: Balla sui primissimi
anni del secolo, Boccioni vi trascorse qualche
* stagione fra il 1902 e il 1903 e durante un suo
viaggio a Pietroburgo nel 1904, ospite di una
famiglia russa conosciuta a Parigi, fece sosta
a Berlino, dov'erano in corso le esperienze
Secessioniste che sarebbero sfociate nell’atti-
vità dei pittori espressionisti del gruppo Die
Briicke (Il Ponte), anch'essi in polemica con-
tro le posizioni artistiche dell’ultima genera-
zione ottocentesca. Ma una volta ammesse e
riconosciute queste sollecitazioni, è giocoforza
riconoscere che il Futurismo fu una tipica ma-
nifestazione italiana; fu anzi la soluzione ita-
liana dei problemi figurativi sorti nell’arte euro-
pea. Non si possono disconoscere i contatti
che essi mantengono con i pittori cubisti: per
fare un solo esempio, La Galleria di Milano di
Carrà, del 1912, è affine alle opere di Picasso
e di Braque di quell’epoca. Ma gli artisti ita-
liani, durante alcune polemiche discussioni av-
venute durante l’esposizione futurista a Pa-
rigi nel 1912, rimproverano alle scomposizio-
ni dei colleghi francesi un certo ermetismo e
un distacco intellettuale dalla vita; mentre essi,
i futuristi, sentono al contrario tutta l’ansia di
immergersi nel complesso divenire della vita
meccanica. E si deve aggiungere che a loro
volta i cubisti non rimasero passivi dinanzi a
certi risultati futuristi.
Per comprendere meglio questi eventi sarà
bene dare uno sguardo a qualche fatto imme-
diatamente precedente. Anche da noi, come in
Francia, ma con un carico di moralismi sociali
o idealistici assai più greve di simboli, il Di-
visionismo si impuntava sull’assillo della luce
come elemento fondamentale della creazione
pittorica. In Francia il Divisionismo conser-
vava ancora un intimo vigore poetico, specie
dalla parte di Seurat, ereditato dal forte lirismo
impressionista. Per di più nella pittura di Seu-
rat la ricerca della luce non si disperdeva nel
pulviscolo luminoso che si trova, per esempio,
nel belga Van Rysselberghe; si disponeva an-
zi a concludere la composizione delle singole
figure e di tutto l'insieme in precisi profili
geometrici, quasi di cristalli sfavillanti. Nel Di-
visionismo italiano la ricerca della luce, in
conseguenza di quel gravare di motivi sociali
e umanitaristici, avveniva nell’estrema avari-
zia di un’operazione empirica e, salvo pochi
esempi di maggior libertà espressiva, tendeva
a servire una pittura di più stretta imitazione
naturalistica.
Tutti i pittori futuristi derivano, in modi
più o meno diretti, dal Divisionismo; Balla si
riattacca, più profittevolmente, all’esempio
francese, dove il colore serba almeno un’in-
dipendenza cromatica, che permette una pit-
tura più liricamente inventiva. E tutti insieme,
nella pratica divisionistica, fra quegli sfarfal-
lamenti di pennellate a punti e a virgole, rie-
scono a intuire la fondamentale espressività
implicita nel colore, nel senso stesso avvertito,
con più larga disposizione, dai Fauves, i quali,
oltretutto, derivavano da Van Gogh. Severini
in particolare, e Boccioni, raggiungono in que-
sta applicazione divisionistica effetti notevoli: le
primavere di Montmartre, per Severini, le pe-
riferie industriali e fumose di Milano, per Boc-
cioni, che si possono considerare come prepa-
ratorie della serie intitolata La città cresce, ese-
guita da Boccioni fra il 1911 e il 1912. In que-
sta serie di opere dedicate al fervore di una
città moderna Boccioni rompe presto con la
preoccupazione di descrivere un paesaggio ©
un effetto di luce, spinto invece dall’urgenza
più diretta e riflessiva di comunicare uno stato
d’animo esaltante, affidandosi appunto alla
suggestività del colore o alla particolare com-
posizione dinamica del dipinto. Appare cioè
in questi dipinti una trasfigurazione del mon-
do reale nell’atto di identificarsi con l’emozio-
ne dominante sorta nell’animo dell’artista. Per
cui il dipinto non è più un’imitazione del rea-
le, ma una visione mediata, passata al filtro
dell’emotività dell’artista. Ed è proprio su que-
sta esperienza che si fonda la prima formula
futurista: «I colori e le forme devono espri-
mere in sé, senza ricorrere alla rappresenta-
zione oggettiva, e devono creare nel pittore
degli stati di forma e degli stati di colore ». È
proprio la formula che sorreggerà la creazio-
ne del famoso trittico boccioniano degli Stati
d'animo, ora al Museo d’Arte Moderna di
New York, anche se dobbiamo osservare che
esso si nutre ancora di un fondamento di sim-
bolistica letteraria.
Nel Se/eiatore del 1909 l’espressività del co-
lore cede all’espressività della forma, alla ne-
cessità del ritmo. Il procedimento pittorico at-
tuato da Boccioni è a colpi, a punti di colore,
molto radi e veloci tuttavia con quel senso di
vortice che riescono a suggerire sulla tela; e
in quel picchiettato ormai non più divisioni-
sta c'è la sensazione visiva quasi dello scheg-
giarsi della pietra, ma soprattutto di un mo-
vimento, di un succedersi rapidissimo di gesti.
In questo dipinto si intravvede l’altro princi-
pio futurista del “dinamismo plastico”, della
rappresentazione del moto, anzi della velocità:
«Il gesto per noi non sarà più un momento
fermato del dinamismo universale; sarà, deci-
samente, la sensazione dinamica eternata come
tale. Tutto si muove, tutto corre, tutto volge
rapido. Una figura non è mai stabile davanti
a noi ma appare e scompare incessantemente...
Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe;
ne ha venti e i loro movimenti sono triango-
lari ». Giacomo Balla, nel famoso dipinto del
cagnolino, le dipingerà tutte e venti, quelle
gambe, con un effetto anche leggermente ca-
ricaturale; e Severini, nei suoi Ba/ Tabarin e
nelle sue Ba//erine in blu o in rosa, profilerà
fino all’ossessione ritmica triangoli su triangoli,
acuminati come lance, scomponendo l’imma-
gine fino a raggiungere una specie di ideo-
Luigi Russo! trazione di case-- luce
cielo” (1913). Questo quadro si trova alla Kunsthaus
Russolo fu anch'egli fra i firmatari del manifesto futurista, e del futurismo fu uno dei più attivi e polem
tori, al punto da superare spesso nelle enunciazioni teoriche gli stessi risultati pratici della sua pittu
a scrivere sulla Rivista «Lacerba”, nel 1913, un articolo intitolato *
la musica l'equivalente dei
degli strume
i sosteni-
+ Fu Russolo
manifesti” per la scultura e la pittura. Russolo, insieme a p Piatti, inventò e costruì
ti musicali che chiamò appunto “intonarumori” e con i quali tenne concerti burrascosissi
intonarumori futuristi” che costituisce per
Umberto Boccioni: “Forme uniche della continuità nello spazio”
(1913), una delle sue cinque sculture attualmente esistenti. Boc-
cioni stesso dichiarò a proposito di quest'opera: « per dare il senso
di un corpo in movimento mi guardo bene dal ritrarne la traiettoria,
cioè il passaggio da uno stato di riposo ad un altro stato di riposo, ma
mi sforzo di fissare la forma unica che esprime la sua continuità nello
spazio ».
gramma del movimento. Lo stesso effetto cer-
cherà Carrà con i Sobbalzi di carrozzella e Boc-
cioni con // dinamismo di una strada, un dipin-
to che avrà precisa influenza sul pittore tede-
sco Franz Marc, del gruppo monacense del
Cavaliere Azzurro (Blaue Reiter). Erano ten-
tativi pittorici dominati da una necessità di ri-
scontro visivo, di rappresentazione diretta del-
la realtà, sia pure da un punto di vista nuovo
e interiore; ma già si intravvede una, prossima
fase di sgancio da questa sottomissione, o per
lo meno di una rappresentazione in forme tra-
slate, dove l'oggetto non è più presente se non
con le /inee-forza del suo movimento.
Accanto alla velocità si rivela il bisogno di
attuare la “simultaneità plastica” (un altro as-
sioma futurista), di compenetrare cioè nello
stesso istante sensazioni disparate, di spazio e
di tempo, di lontano e vicino, di esterno e in-
terno, di vissuto e intuito. Una donna che si
affaccia alla finestra ha di fronte a sé un pa-
norama tumultuante di movimento e di luci,
provocante sensazioni infinite di moto, di ec-
citazione vitale, di scoppi luminosi. Bisogna
al quale, an
Ardengo Soffici: Frutta e liquori” (1915 - Milano, Collezione Gianni Mat-
tioli). Ardengo Soffici non aderì immediatamente al movimento futurista
i, agli inizi si oppose, ma quando fondò a Firenze assieme allo
serittore Giovanni Papini la Rivista “Lacerba”, divenne lui stesso futurista
e sostenitore delle teorie futuriste. Nel febbraio 1915, però, egli pubblicò
con Papini e Palazzeschi l'articolo “Futurismo e marinettismo” che segnò
la fine della sua adesione al movimento.
in pittura impadronirsi di questi effetti dina-
mici, di queste sovrapposte sensazioni molte-
plici. Per poterli rappresentare sulla superficie
piana di un dipinto, inevitabile perciò sarà la
rottura della consistenza plastica degli oggetti,
la sovrapposizione a filigrana dei frammenti, e
la scomposizione, in pari grado, della pro-
spettiva tridimensionale. Un’operazione che al-
l’incirca realizzavano anche i cubisti francesi.
Ma essi tendevano a costituire un’altra unità,
decisamente statica, di oggetto e di spazio,
mentre i futuristi realizzavano una sequenza
dinamica degli oggetti e delle figure. Valgono
a questo proposito, i dipinti Dinamiszo di una
strada e Donna alla finestra di Boccioni; oppure
il Tram e la Donna con l’assenzio di Carrà, e le
citate Ballerine di Severini. Affermavano cioè
attraverso questi dipinti, una golosità di vita,
un attualismo esasperato, che li portava a vo-
ler abbracciare nell’attimo l’intera vita, in un
ritmo più veloce e su piani diversi di ambienti
e di azioni temporali. Malgrado le ribellioni,
essi raggiungevano un risultato che nel fondo
fa sentire ancora una poetica romantica. Non
è più la descrizione di un oggetto, ma del-
l’azione di questo oggetto. I futuristi restano
perciò ancora intrigati, almeno fino al 1913,
dalla visione positivistica e naturalistica della
realtà, da essi tanto deprezzata nei loro ‘ma-
nifesti”. Se il Cubismo mantiene, nella sua
astrattezza idealistica, una preoccupazione sti-
listica, anzi il suo linguaggio è mosso soprat-
tutto da un problema di pura visibilità e ten-
de a una concretezza figurativa assoluta, il
Futurismo trascura questi problemi, si potreb-
be persino dire che non ama la pittura in
quanto pittura, ma la considera ancora sol-
tanto un mezzo (uno dei tanti) per la ricom-
posizione meccanica dell’universo; e con le
sue docilità alle effusioni emotive rischia un
risultato stilisticamente confuso.
Ma verso il 1914, dopo tante esperienze,
anche in contrasto o in affinità con quelle dei
cubisti, a Parigi come a Berlino, Boccioni rag-
giunge una più chiara coscienza del problema
formale e in un suo grosso volume di ricapi-
tolazione dei diversi problemi estetici dell’ul-
timo trentennio, dall’Impressionismo al Cu-
bismo, dall’Espressionismo al Futurismo, esce
in una dichiarazione assai importante, come
questa: « Tutto è architettura perché tutto in
arte deve essere creazione di organismi auto-
nomi costruiti con valori plastici astratti, cioè
con gli equivalenti della realtà... ». Essa porta
esplicitamente a relegare in secondo piano la
realtà fenomenica e oggettiva, per affissarsi in-
vece agli “organismi autonomi e astratti” del-
l’espressione pittorica. Ecco, di conseguenza,
la creazione di opere nuove e risolutive a par-
tire dal Dinamismo di un ciclista, che è del
1913, fino ai Dinamismi di un footballer, fino
alla Costruzione spiralica, al Cavallo+-cavaliere+
case dell’anno successivo, dove appunto sol-
tanto forme geometriche e dinamiche, cioè va-
lori plastici astratti, realizzano le sensazioni
provocate da quelle figure in moto. E accan-
to a questa perspicuità intellettiva di Boccioni
ecco manifestarsi la severa vocazione pittori-
ca di Carrà per vincere, insieme, quelle resi-
stenze e quei pericoli di imitazione naturali-
stica cui abbiamo poco prima accennato, con
volontà di chiudere per sempre le esperienze
personali in una immagine stilisticamente com-
piuta, che affiora nitida sotto le ragioni pole-
miche, con una persuasione finalmente più pit-
torica che non teorica. Se il vasto dipinto Fw-
nerali dell’anarchico Galli, ridipinto da Carrà
nel 1911, emigrato anch’esso in America, con-
ferma la ricchezza della sua tavolozza bruli-
cante di colori carnosi, le tele dei Rifwi d’og-
getti e dei Sobbalzi di carrozzella (ambedue del
1911) e della Galleria di Milano (1912), forse
legata al simultaneismo e all’analogia folgo-
rante della poesia di Ungaretti, si pongono,
insieme alle ultime pitture appena citate e al-
le sculture di Boccioni, tra i più alti raggiun-
gimenti di invenzione figurativa, di fermezza
stilistica, di purezza poetica, dell’arte contem-
poranea europea, a gara con le più celebrate
opere cubiste, alle quali del resto più si acco-
stano. E in questa fase di maggior invenzione
lirica sono da citare certi altri dipinti di Ar-
dengo Soffici (paesaggi toscani, “tipografie”
cioè collages di carte e figure diverse già bel-
le e stampate, e nature morte), anch'essi già
in palese differenziazione dai molti princìpi del
primo futurismo.
Il ritmo, la velocità, il meccanicismo, oltre
la prima esaltazione avveniristica, avevano per-
messo ai futuristi di raggiungere una più libe-
ra e autonoma creazione pittorica, contribuen-
do in tal modo alla conquista di una fantasia
che poteva, dopo di allora, espandersi al di
là dei profili e della quotidianeità del mondo
reale, nei regni della pura immaginazione. Es-
sa è stata il motivo dominante dell’arte di que-
sta prima metà del nostro secolo ed è impos-
sibile ignorare l’elaborazione fondamentale di
alcuni motivi fatta dal Futurismo italiano.
La guerra del 1915 coglieva gli artisti futu-
risti di parecchi passi innanzi alle loro iniziali
polemiche. Essi furono tutti dispersi sui vari
fronti. Boccioni vi morì nel 1916 per un’acci-
dentale caduta da cavallo; altri vennero rico-
verati in ospedale. Ma quanto essi avevano
creato in quel quinquennio resta tra le fonti
principali dell’estetica contemporanea.
Umberto Boccioni: “Dinamismo di un ciclista” (1913). Anche quest'opera appartiene alla raccolta Gianni Mattioli.
Boccioni conobbe Marinetti a Milano al ritorno da suoi viaggi in Francia e in Russia. Fu anch'egli tra i firmatari
del manifesto futurista e, polemista vigoroso qual'era, si lanciò con fervore nella battaglia del futurismo. Nel 1912
Carlo Carrà: “Ciò che mi ha detto il tram” (1911). Quest'opera è conservata nella collezione Bergamini di Milano. Carrà
fu tra i primi cinque firmatari del manifesto futurista, e partecipò attivamente alla vita del gruppo fino al 1915 con ope-
re, importanti come questa, intitolate “Funerali dell’anarchico Galli”, “Ritmi d’oggetti” e «Galleria di Milano”.
Quindi, dopo un periodo “metafisico”, passò alle idee e allo stile del movimento “Valori plastici”. |
Un momento dello spettacolo del Teatro Popolare Italiano a Taranto. Vittorio
Gassman sta recitando un monologo. Il palcoscenico era stato montato in un piaz-
zale all’interno dello stabilimento. Allo spettacolo hanno assistito 2.500 persone.
Cinque modi
er conoscere
il teatro
Dal 3 al 16 settembre, in collaborazione con
il Teatro Popolare Italiano diretto da Vitto-
rio Gassman, è stata organizzata una tournée
di rappresentazioni presso i circoli aziendali di
Trieste, Marghera, Lovere, Savona, Corniglia-
no, Novi Ligure, Cogoleto, Piombino, San
Giovanni Valdarno, Bagnoli e Taranto.
Il programma, concordato tra il Teatro Po-
polare Italiano ed il circolo Italsider, si è pro-
posto di offrire un’esperienza di teatro ad un
pubblico vasto e popolare, che in gran parte
non conosce il teatro, sia perché esso non ha
finora destato il suo interesse, sia perché tale
pubblico vive talvolta in luoghi dove non esi-
stono più o non sono mai esistiti teatri.
Di qui la formula adottata. Anziché un’in-
tera opera teatrale, si è preferito presentare
cinque pezzi, tre dei quali di Shakespeare,
Molière e Pirandello ( Am/ezo,
per forza e Così è, se vi pare) in forma antolo
, I;
Il medico
gica, e due atti unici: / fueili di madre Carrar
di Brecht e La lezione di Ionesco.
Si è voluto cioè dare un quadro della ric-
chezza e dell’ampiezza di motivi che il teatro
può offrire, evitando che qualcuno potesse
identificare /w/f0 il teatro con quella singola
opera che si sarebbe potuta rappresentare nel
la sua integrità. Ad un pubblico vario, quindi,
si è pensato fosse bene offrire uno spettacolo
vario, quale introduzione ad un discorso che
si intende portare avanti nei circoli aziendali
sul teatro e con il teatro.
L’accostamento simultaneo a forme di tea-
tro così diverse aveva poi la funzione di pro-
vocare negli spettatori l’espressione di prefe-
renze (0 di avversioni) fondate su di un giu-
dizio comparativo, ciò che è condizione es-
senziale per la formazione di un senso critico.
Rappresentare Ionesco accanto a Shakespeare,
Brecht accanto a Molière, può sembrare una
maniera assai rude per proporre una scelta o
provocare un orientamento, ma è pur sempre
una presa di contatto necessaria, di fronte ad
una realtà tanto complessa e articolata come
quella del teatro.
Qualcuno, è vero, dopo lo spettacolo mani-
festava il rammarico di non aver potuto ve-
dere tutto l’ Aw/eto, tutto il Medico per forza,
tutto Pirandello, o un Brecht maggiore. Ma
queste curiosità stavano a dimostrare che l’e-
sperienza era stata stimolante, sollecitava un
proseguimento, aveva suscitato delle curiosità
in una determinata direzione. Ciò appunto la
tournée si proponeva (e coloro che hanno
espresso il desiderio di conoscere nella loro
integrità tutte le opere rappresentate saranno
accontentati: possiamo anticipare qui che il
libro-strenna di quest'anno raccoglierà appun-
to i cinque testi teatrali debitamente illustrati,
e commentati a cura di Vittorio Gassman e
Luciano Lucignani).
I vari pezzi erano collegati tra loro da un
discorso critico detto da un attore, che inqua-
drava ogni autore nel suo tempo e ne chiari-
va il problema essenziale, usando un linguag-
gio il più possibile lontano dai tecnicismi del
gergo critico. Tra un pezzo e l’altro non c’era
quindi soluzione di continuità, perché tutto
era parte di una più complessa “apologia del
teatro”.
Ad ogni spettatore è stata consegnata, in-
sieme al programma, una scheda-inchiesta in-
tesa a rilevare l’indice di gradimento dello
spettacolo, insieme ad altri dati sull’esperien-
za culturale del singolo spettatore ed even-
tuali commenti e preferenze per attività futu-
re in questo settore. I risultati sono ora in
fase di elaborazione e potranno fornire utili
indicazioni per un’eventuale inchiesta sul tea-
tro in Italia.
Una delle difficoltà era quella di portare
uno spettacolo del genere in posti dove non
c'erano teatri, o dove non era possibile usare
quelli esistenti. Si è così costruita una pedana
mobile che poteva essere montata e smontata
nel giro di poche ore, completata da un sem-
plicissimo sistema di quinte che permetteva
un rapido e funzionale cambio di scena
tra un pezzo e l’altro. Nasceva così, ogni se-
ra in un posto diverso, un nuovo teatro, ora
in un capannone da fiera, ora in una piazza,
in un cinema, a ridosso di uno stabilimento,
in un campo sportivo, in spiazzi premuti tra
alte case popolari e un ponte della ferrovia.
È stata per gli attori del TPI una intensa
esperienza a contatto con un pubblico vera-
mente popolare, e per gli organizzatori dei cir-
coli l’incontro con un mondo nuovo e pieno
di fascino, anche nei suoi problemi più con-
tingenti e concreti.
Ogni sera si rinnovava l’ansia di un lavoro
comune tra operai attori e regista per assicu-
rare il montaggio per l’ora d’inizio, ansia che
si tramutava poi nel fervore dell’operazione
inversa nel cuore della notte, perché tutto il
materiale fosse pronto a riprendere il cammi-
no per la mèta successiva, con un percorso
spesso lunghissimo, senza soste.
I tecnici e gli operai dello stabilimento pres-
so il quale si teneva lo spettacolo lavoravano
fianco a fianco con i “comici”, e questo in-
contro si completava poi poche ore dopo,
quando aveva inizio lo spettacolo e i primi
diventavano spettatori dei secondi. Il regista
e gli artisti si sono sottoposti ad una fatica
insolita, condotta a ritmo incalzante, con lun-
ghi viaggi dopo i quali non c’era a volte nep-
pure il tempo per riposare mezz'ora, perché
bisognava subito correre a truccarsi nei came-
tag
7 IRONIANÀ 2 RIIRe —
sopra: Claudia Giannotti e Attilio Cucari ne “Il medico per forza” di
Molière.
sotto: Una scena dell’ “Amleto” recitata nel teatro del Circolo Corni»
gliano da Claudia Giannotti e Carlo Montagna.
alto: ancora Gassman, sul palcoscenico del teatro della Fiera
d'Oltremare Napoli, mentre recita per le maestranze del c
tro sideru i Ba i. L'attore indossa la tuta del Teatro
Popolare It
in basso: Claudia Gian Pac Bonacelli e Attilio Cuceari
è (se vi pare)” di Pirandello.
rini improvvisati in un cortile o in un prato.
Durante il viaggio di trasferimento da Ge-
nova a Piombino il camion che trasportava il
materiale si rovesciò nella discesa del Bracco.
Si trattava per fortuna di un giorno di inter-
vallo (ce ne furono due in tutto) tra uno spet-
tacolo e l’altro, e fu così possibile sostituire
l’autocarro e riparare in tempo il materiale dan-
neggiato. Anche il tempo fu clemente. La
prolungata stagione estiva rendeva tiepide le
sere, e piacevole il soggiorno all’aperto fino
all’una di notte.
Talvolta la sirena del turno di fabbrica la-
cerava a metà il monologo di Arreto o lo
sferragliare di un treno si univa ai rumori di
fondo dei Fucili dî madre Carrar, ma sarebbe
improprio parlare di questi imprevisti come
elementi di disturbo. Era in fondo un ritorno
alle origini del teatro, alle sue radici popolari
che vogliono dire partecipazione alla vita in
tutti i suoi aspetti, e non aristocratico distac-
co da essa.
L’esperimento ha confermato che l’atto di
fede iniziale, con cui si era dato corso all’idea
di portare il teatro in fabbrica, era pienamen-
te giustificato dai risultati raggiunti. Più di
tredicimila persone hanno assistito allo spet-
tacolo, con una punta massima di duemilacin-
quecento a Taranto, dove la tournée-anabasi
raggiungeva con lo Jonio la sua conclusione.
Le schede-inchiesta che sono state restitui-
te indicano tutte, pur nella varietà talvolta
pittoresca delle motivazioni, che l’iniziativa è
piaciuta e che il teatro, tenuto conto che esso
non è più l’unica forma di spettacolo (e sa-
rebbe assurdo pensare ad un suo ritorno a po-
sizioni di predominio), possiede una forza di
attrazione e una capacità di comunicare che
nessun altro mezzo può contendergli. Essa ha
anche dimostrato come sia possibile fare del
teatro ad un livello dignitoso con mezzi rela-
tivamente modesti, e soprattutto che l’espe-
rimento va continuato, dando ai soci dei cir-
coli aziendali dell’Italsider altre occasioni di
avvicinarsi ancora al teatro, secondo una di-
rezione che potrà certamente dare risultati a
lunga scadenza più validi e duraturi.
Si sta studiando infatti la possibilità di co-
stituire, presso ogni circolo aziendale, una se-
zione-teatro, come quella già funzionante a
Cornigliano, che sia il centro propulsore di un
interesse per il teatro inteso nel senso più am-
pio del termine: promuovere discussioni su
spettacoli e su testi drammatici, organizzare la
partecipazione collettiva a spettacoli tenuti in
località prossime, chiamare compagnie a recita-
re presso i circoli, allestire letture drammatiche
o anche spettacoli veri e propri, là dove tra i
soci esistano persone che abbiano le qualità
necessarie per farlo.
Sarà un’opera non facile, che merita però di
essere affrontata con determinazione e impe-
gno, perché quello che è in giuoco con il tea-
tro non è soltanto una forma di spettacolo,
ma la sorte di un fattore di vita sociale che
ha accompagnato l’uomo dagli albori della ci-
viltà, e che può essere ancora uno stimolo
prezioso nella battaglia delle idee e nel dibat-
tito dei problemi della vita morale.
Una drammatica scena dei “Fucili di madre Carrar” di
Brecht. L’ultimo a sinistra è Mario Maranzana, che è stato
anche il regista dei dodici spettacoli tenuti nei vari stabilimenti.
Inginocchiata, Vattrice Maria Fabbri.
Ancora Maranzana, la Fabbri e la Giannotti nella “Lezione”
di Ionesco. Complessivamente, allo spettacolo hanno assistito
oltre 13.000 lavoratori dei vari stabilimenti Italsider con i
famil I testi delle cinque opere rappresentate verranno
raccolti in un volume che costituirà il terzo libro-strenna per
tutto il personale dell’ Italsider.
32
Film - relazione 1961
Due i gini dal d io Italsider “Fil I 1961”, primo esperimento di una grande industria
di filmare il suo bilancio annuale. Foto in alto: un disoccupato tarentino di 26 anni che il regista, Valentino
Orsini, ha intervistato e le cui parole assumono un significato di simbolo delle speranze che il Sud ripone
nell’industrializzazione. La “Film-relazione 1961” ha già ottenuto due importanti premi: il “Bucranio” d’ar-
gento, primo premio per i film delle Facoltà di Scienze Politiche, Economia e Commercio, nell’ambito della VII
Rassegna Internazionale del Film Scientifico-didattico organizzata dall'Università di Padova con il patrocinio della
Biennale di Venezia, e la «Coppa d’argento” alla IX Rassegna Internazionale del Film Scientifico, tenutasi a Roma.
Il film documenta ogni voce della relazione di bilancio con immagini di stabilimenti e interviste con operai
e loro familiari, studenti e gente fermata per via. Attraverso queste immagini e queste interviste, le fredde
cifre cessano di essere delle entità astratte e acquistano l'evidenza della realtà. Il giovane con la maglietta a
righe qui sopra è uno studente di Piombino dell’Istituto tecnico professionale. L’ampli dell’Italsid
di Piombino — egli dice — permetterà a lui e a molti altri giovani tecnici di entrare a far parte del
“grande corpo della siderurgia moderna”.
Il cinema industriale, negli anni recenti, ha
acquisito anche in Italia notevole rilievo affer-
mandosi quale strumento validissimo secondo
una linea di sviluppo che investe campi sem-
pre più vasti della vita aziendale.
Dal suo impiego strettamente tecnico si è
passati ad una sua utilizzazione nei rapporti
extra aziendali per cui il fenomeno ha assunto
dimensioni che impongono, sin d’ora, una
necessaria catalogazione e netta suddivisione.
A grandi linee si possono stabilire quattro
gruppi fondamentali: film specializzato, film di
informazione tecnica, film tecnico di informa-
zione generale, film di prestigio.
Senza tentare un’elencazione completa delle
possibilità può dirsi che, nel primo caso, il
cinema diviene tecnica di lavoro e le sue pe-
culiarità spaziali e temporali sono messe alla
stregua di un vero e proprio servizio strumen-
tale. L'uomo, pertanto, è senz’altro presente;
ma la sua funzione si limita al controllo e al-
l’interpretazione dei dati. Nel secondo caso la
registrazione non è più passiva ma organiz-
zata. Il tecnico formato parla ad altri tecnici:
il linguaggio si arricchisce (grafici, schemi, di-
segni animati) e le applicazioni si estendono
nei vari settori dell’azienda investendo tutte le
risorse che lo strumento cinematografico mette
a disposizione. Il terzo gruppo pone l’uomo
della strada o l’utente di un prodotto al di fuori
di ogni interesse di stretta natura tecnica, o
magari impegnato in campi diametralmente
opposti, a diretto contatto con una realtà fino
allora conosciuta in modo imperfetto, i cui
aspetti si riveleranno in particolari di inso-
spettato interesse. Il quarto gruppo è aperto
a tutte le soluzioni: dalle ricerche sull’arte
nell’industria al film sulle relazioni umane.
Nell’ambito di quest’ultima sezione l’Ital-
sider ha tentato un esperimento assolutamente
inedito realizzando la “Film-relazione 1961”.
Al di là dei risultati — come è detto nella
chiusa del mediometraggio — “ogni bilancio
nasconde un impegno umano, una realtà eco-
nomica e sociale, uomini e cose che le sole
cifre non bastano a rivelare”. L'impegno non
era tra i più semplici, ché esiste un equilibrio
non sempre facile a rispettare in questo tipo
di documentazione ed è rappresentato dalla
stessa difficoltà che agita qualsivoglia ope-
ra di divulgazione: raccogliere dati precisi e
trasformarli in racconto, anche spettacolare, se
necessario, senza mai indulgere in semplicismi
e banalità, e senza mai travisare la sostanza.
I diversi capitoli di questa “film-relazione”
dovevano, pertanto, rispondere ad un duplice
compito di informazione e di divulgazione:
dovevano essere, per quanto possibile, esau-
tienti e, in un tempo, abbastanza mossi onde
sollecitare l’interesse dello spettatore (nella fat-
tispecie, dell’azionista) permettendogli di com
porre alla fine della proiezione un panorama
completo della vasta materia affrontata. Dagli
approvvigionamenti alle vendite, dal personale
al programma di sviluppo dei diversi centri
siderurgici, la “film-relazione” doveva armoni-
camente trarre spunti e sollecitazioni precise
onde puntualizzare i fenomeni più cospicui
che hanno segnato l’esercizio 1961 dell’azienda.
Il regista Valentino Orsini (che di recente si
era incontrato con il ‘cinema industriale” rea-
lizzando in collaborazione con Joris Ivens,
Paolo e Vittorio Taviani, un film-inchiesta,
L'Italia non è un paese povero, sulle fonti di
energia nel nostro territorio nazionale), ha evi-
dentemente tratto esperienza da questa sua
prima fatica che gli ha consentito di indivi-
duare la complessa natura del legame che uni-
sce industria, mezzi di produzione e vaste zo-
ne umane. Un rapporto, però, che non è di
sola dipendenza, ma che si articola e si so-
stanzia nel riconoscimento che l’uomo fa di se
stesso nel quotidiano lavoro, nella fabbrica. È
evidente che una lucida “relazione di bilan-
cio” offre ad un regista giovane, calato nella
realtà del suo tempo, stimoli e suggestioni di
eccezionale interesse; l'apparente convenziona-
lità della scrittura amministrativa traduce una
realtà umana, la più ricca, la più varia. In
città come Piombino un capitolo del bilancio
si traduce in termini più semplici di avvenire
e di certezze. Lo testimoniano i ragazzi, le
ragazze. A Taranto, ove la miseria è antica
come la terra, i giovani guardano crescere gli
stabilimenti con disperata speranza. Ecco
il dato più importante per chi si accosta a
questo particolare tipo di documentario indu-
striale: prendere contatto con le più disparate,
imprevedibili porzioni del corpo sociale; in al-
tri termini, servirsi del mezzo espressivo per
una sua immediata utilizzazione pratica.
Questa “film-relazione”” è, dunque, un mez-
zo ausiliare per meglio far conoscere, con
l’evidenza impellente delle immagini, la realtà
aziendale dell’ Italsider, gli aspetti più inte-
ressanti della sua attività e i problemi parti-
colarmente impegnativi che essa si appresta
ad affrontare nei prossimi esercizi. Il linguag-
gio cinematografico offre, in tale direzione, pos-
sibilità nuove e inconsuete: consente di sta-
bilire un più diretto incontro tra quella vasta
comunità di lavoro che da Trieste a Taranto,
da Piombino a Lovere, da Cornigliano a
Bagnoli, trova nella realtà della fabbrica il suo
mondo di certezza e di speranza. Ma consente
pure un ulteriore allargamento del discorso,
ché le immagini della “film-relazione” per-
mettono di accostare l’uomo della strada ai
moderni temi dell’industrializzazione, ai feno-
meni più vivi della trasformazione econo-
mica del nostro paese, ai fatti più certi di un
progresso, non solo economico-industriale,
che tocca ognuno di noi e che appartiene
a tutta la comunità.
Esame psicotecnico: un difficile problema da risolvere.
Il fotogramma fa parte della sequenza che illustra co-
me l'Italsider abbia affrontato con particolare cura, du-
rante l'esercizio 1961. i problemi della selezione e del-
l’addestramento del personale.
Al biliardo del circolo aziendale, un'intervista con un
azionista Italsider: «abbiamo tutto l'interesse di essere
azionisti dei nostri stabi
Intervista con i familiari di un operaio di Cornigliano.
Sotto le loro finestre passano senza sosta gli autocarri
che portano alla fabbrica i materiali necessari per il
riempimento di una nuova area da strappare al mare,
N
Ancora a Piombino, in pullman, intervista con una ra-
gazza, «Per Piombino l’Italsider è tutto, è la vita stessa
della città e quasi in ogni famiglia c'è qualche persona
che lavora nello stabilimento, Anche per noi ragazze è
importante vivere in questa città dove tutti lavorano ».
Qui a fianco, il regista del film, Valentino Orsini.
3
VI
Una delegata di un paese africano, durante la conferenza
interparlamentare euro-africana tenutasi a Strasburgo nel
1961, ascolta nella cuffia la traduzione dell'intervento di un
oratore,
Il mestiere
dell’ interprete
Tra i cosiddetti ‘mestieri dell'avvenire”, quel-
lo dell’interprete ad alto livello è indubbiamen-
te uno dei più suggestivi.
Gli interpreti, per la loro professione, per è
loro viaggi, per la facilità con la quale pas-
sano da una lingua all’altra, da una seduta
interparlamentare ad una conferenza diploma-
tica, ad un congresso internazionale, possono
essere considerati come “cittadini del mondo”
e certamente, in Europa, come i più convinti
europeisti.
Il fatto che abbiano passaporti diversi non
dltera questo spirito che essi cercano di far
aleggiare sia nel loro ambiente di lavoro, sia
nella loro vita privata.
Ciò fa di loro qualche cosa di più di un
semplice strumento tecnico per dare significato
a quell’assurdo “dialogo tra sordi” che ha luogo
tra persone che parlano lingue diverse.
Della difficile arte di dare un significato a
suoni, a parole che senza gli interpreti non ne
avrebbero alcuno, ci parla il dr. Mario Vergara
Caffarelli, uno degli interpreti dell’ Alta Auto-
rità della CECA.
Tutto ciò che si è raggiunto in quest’èra
rivoluzionaria, radioattiva e convulsa in cui
viviamo, è frutto di secoli e secoli di lavoro
umano.
E per lavoro umano intendo soprattutto
ricerca.
La ricerca è nata con l’uomo, il quale si è
sempre adoperato per migliorare, con tutti i
mezzi possibili, le proprie condizioni di vita.
Se le posizioni raggiunte oggi dallo scibile
umano nella tecnica, nell’industria, nelle ri-
cerche scientifiche ed in moltissimi altri campi,
sono tali per cui il progresso è in anticipo
rispetto all'uomo, ciò è eminentemente do-
vuto al fatto che oggi le distanze non esisto-
no più.
I jets supersonici, i vari missili, la radio, il
telefono ed altri mezzi ancora, le hanno
annullate.
L’unica barriera naturale che divide il mon-
do è forse ancora quella delle lingue.
Uomini politici, scienziati, industriali e com-
mercianti di ogni parte del mondo ricono-
necessità di incontrarsi per poter
scambiare le proprie opinioni, le proprie co-
noscenze e studiare insieme un comune av-
venire migliore.
Per far ciò, essi devono spesso ricorrere
all'opera di un interprete che, conoscendo
profondamente la lingua delle due, tre o più
parti interessate, è in condizione di consentire
loro l’instaurazione di un dialogo “simul-
taneo”.
Gli interpreti sono sempre esistiti e, se
volessimo attribuir loro una patria d’origine,
penso che questa dovrebbe essere la Torre
di Babele. Ma, l’attività dell’interprete è an-
data via via evolvendosi sino a raggiungere,
dopo l’ultimo conflitto mondiale, una posi-
zione di primo piano.
I) cinema e la televisione ci hanno abituati
alle immagini del congressista internazionale
con la cuffia incollata alle orecchie e di
uomini e donne, chiusi in piccole cabine di
vetro che parlano in un microfono: gli inter-
preti.
Ma chi sono questi interpreti? Sono per-
sone che conoscono perfettamente due o tre
© più lingue e che si sono preparati a questa
attività mediante studi a livello universitario
e con un “background” che richiede anni di
esperienza.
Un tempo essi non avevano bisogno di es-
sere provvisti di conoscenze tecniche e cul-
turali che andassero oltre un certo livello.
scono la
Oggi un buon interprete deve aver una
laurea o una preparazione equivalente, deve
specializzarsi in un determinato campo (giu-
ridico, medico, politico, nucleare ecc.) per-
ché gli argomenti che deve “interpretare” so-
no tanto vasti e difficili che, senza una seria
preparazione, gli è impossibile lavorare in
modo soddisfacente.
È facile leggere sui giornali che a Londra
si riunisce il congresso sul radar, a Parigi
quello dei fabbricanti di calzature, ad Am-
sterdam quello della passamaneria, a Mosca
quello sul cancro e così di seguito.
Ognuna di queste riunioni implica un lin-
dirsi di ferro, affiancata da un enorme voca-
bolario che deve continuamente rinnovarsi ed
arricchirsi in quanto ogni giorno assistiamo
alla nascita di espressioni nuove in tutti i
campi.
Nel 1958 mi era stato affidato il servizio
di interpretazione della Comunità Europea
dell’ Energia Atomica; avevo già partecipato
a due conferenze atomiche internazionali a
Ginevra, ma occorsero quasi sei mesi per
studiare, imparare ad usare la terminologia
atomica in tre lingue prima di azzardarmi ad
intervenire in una conferenza tecnica nucleare.
Un buon interprete non finisce mai di im-
parare. Deve assomigliare ad una enciclope-
dia ambulante, ma umana, capace di assorbire
non si diventa, è altrettanto vero che si di-
venta buoni interpreti soltanto col tempo e
con molta esperienza acquisita nelle cabine di
interpretazione e sui tavoli di conferenza.
L’interpretazione ha luogo in parecchi mo-
di, ma principalmente in due: a) interpreta-
zione simultanea specie quando vi sono più
di due lingue di lavoro: b) interpretazione
consecutiva.
L’interpretazione simu/tanea può avvenire in
tre modi:
1) l'interprete traduce simultaneamente all’ora-
tore (che per esempio parla francese) sussur-
rando in italiano (o in altra lingua) all’orec-
chio di uno o più delegati. Questo metodo
è ormai in disuso essendo ovvi gli inconve-
‘interprete internazionale Mario Vergara Caffarelli (in pri-
mo piano a sinistra), autore di questo articolo, durante una
interpretazione consecutiva di un intervento dello scom-
parso segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Ham-
guaggio tecnico specializzato che non si im-
provvisa, ma che si acquisisce e si assimila
mediante uno studio accurato della termino-
logia esatta, ed ecco perché occorre avere
un’adeguata “istruzione”.
L’interprete dev’essere dotato di un potere
passivamente ricettivo; deve cioè poter as-
sorbire e ritrasmettere il discorso o l’inter-
vento da tradurre senza reazioni personali ed
al contempo con vivacità di spirito, usando
un linguaggio sciolto, elegante, seppur sin-
tetico.
Egli deve essere l'ambasciatore neutro di
due, tre, quattro partiti, di due, tre, quattro
idee, di solito diametralmente opposte ed alle
quali nessuna delle parti intende rinunciare
senza averle difese accanitamente.
L’interprete con la sua opera obiettiva e
mai soggettiva deve consentire di smussare
gli angoli ed appianare ogni possibile con-
troversia.
La sua memoria deve
essere come suol
marskjoeld, ad un convegno a Ginevra nel 1959.
quanto si va cercando di nuovo nei campi
che lo interessano.
È luogo comune confondere il traduttore
con l’interprete di conferenza.
Va notato che si tratta di due attività to-
talmente diverse l’una dall’altra e quasi sem-
pre inconciliabili.
Il traduttore, seduto a tavolino con il testo
davanti a sé, attorniato da vocabolari e glos-
sari, prepara una bozza che ripulisce, cancel-
lando, aggiungendo, spostando aggettivi o
frasi intere, facendo un lavoro rifinito quasi
di cesello; l’interprete invece è solo, dispera-
tamente solo con il suo cervello e con quello
che è riuscito ad immagazzinarvi gradatamente.
Se è dunque vero che interpreti si nasce e
nienti che ne derivano: disturbo per gli altri
ascoltatori, per l’oratore stesso, che può anche
perdere il filo del discorso con conseguenze
che si possono immaginare, ed infine poco
pratico per i delegati un po’ duri d’orecchio
e che, forse per ragioni estetiche (anche gli
uomini sono sensibili a queste cose), sono
sprovvisti di apparecchi acustici, il che acca-
de più spesso di quanto si pensi.
2) l'interprete traduce simultaneamente ascol-
tando l’oratore mediante una cuffia collegata
al microfono nel quale quest’ultimo parla, e
ritrasmettendo la traduzione “simultanea” (con
uno sfasamento di una o due parole rispetto
al ritmo dell’oratore) attraverso un microfo-
no collocato di fronte a lui nella cabina acu-
36
sticamente isolata. Tale microfono è collegato
con le cuffie dei delegati che vogliono ascol-
tare quella determinata lingua (con il volume
auditivo regolabile a piacere mediante una
manopola). Questo sistema è quello oggi mag-
giormente usato nei congressi internazionali.
3) l'interprete traduce a vista, cioè traduce
un testo scritto, ad esempio leggendo in ita-
liano, a ritmo normale senza intoppi e senza
papere, un testo scritto in una lingua diversa
che ha tradotto mentalmente.
L’interpretazione consecutiva si ha invece
quando l’oratore parla durante dieci o quin-
dici minuti circa mentre l’interprete prende
appunti che ripete poi in un’altra lingua.
Quella consecutiva è l’interpretazione più
difficile in quanto non sempre gli interventi
sono fatti da oratori brillanti; spesso accade
che l’oratore parli male, rapidamente, con un
cattivo accento, magari in una lingua non sua
e all’interprete non rimane che prendere ap-
punti sintetici contando molto sulla propria
memoria.
Si è propensi a credere che in questi casi
l'interprete stenografi: niente di più falso,
perché stenografando anche alla massima ve-
locità perderebbe tempo nel rileggere gli appun-
ti stenografici dovendoli poi convertire in una
lingua diversa da quella in cui ha stenografato.
Penso che la spiegazione migliore vi potrà
essere fornita dagli esempi pubblicati in que-
ste pagine, che vi dimostreranno come i sim-
boli usati facilitino la lettura, l’interpretazione
e la conversione di un discorso fatto da una
lingua in un’altra.
L’interpretazione consecutiva è una spe-
cie di analisi logica del discorso ridotto alla
sua più infima scheletricità.
Si adoperano simboli alfabetici, formule
chimiche, espressioni matematiche diretta-
mente (e in questo caso soggettivamente)
collegati all’immagine che si vuole in seguito
riprodurre.
Non esiste una sola tecnica; ognuno si co-
struisce la propria a seconda dei simboli che
ritiene più adatti alla propria persona.
Il foglietto degli appunti consecutivi del-
l’interprete sembra a prima vista un caos di
segni strani, quasi cabalistici, intersecati da
frecce che corrono all'impazzata in tutte le
direzioni e che ai profani fanno pensare alla
formula di un nuovo ordigno di distruzione.
Infatti lo è, per noi, è la bomba del pa-
nico qualora non riuscissimo a capire questi
segni. Occorre stare attenti agli errori e ai
lapsus, occorre parlare chiaramente e scandire
i nomi importanti al fine di non dire Genova
per Ginevra, o Svezia per Svizzera.
Occorre seguire l’oratore con estrema
“dedizione” perché non ripeterò mai abbastan-
za che l’interprete è il portavoce più assoluta-
mente impersonale che possa esistere.
Si deve parlare con voce chiara e grade-
vole. Infatti nelle scuole di interpretazione si
seguono corsi di dizione e di impostazione
della voce.
E dato che parliamo di scuole è bene fare
un breve accenno alle medesime.
Quella più rinomata è l’Ecole d’Interprètes
di Ginevra che è una facoltà a se stante e
alla quale si accede con il titolo di studio ne-
cessario per frequentare l’ Università.
Sono-tre anni di corsi in cui wow si studiano
lingue, ma se ne perfeziona la conoscenza, si
seguono corsi di diritto internazionale, pub-
blico e privato, storia dei trattati, storia delle
istituzioni e delle organizzazioni europee ed
internazionali, corsi di medicina, di geografia
politica ed economica dei vari paesi eccetera.
Altre scuole rinomate sono quelle del-
’ Università di Heidelberg, di Monaco di
Baviera, della Sorbona a Parigi, di Milano e
di Roma.
Interprete uomo o donna? Questo è un
campo che si può dire « invaso dalle donne »
che rappresentano oggi quasi l’ 80% del-
l'organico della professione. È un'attività in-
teressante, piacevole, che aiuta la formazione
di una cultura enciclopedica, che dà la pos-
sibilità di viaggiare nei vari paesi del mondo,
ma che implica uno sforzo mentale e spesso
fisico non indifferente, che si traduce con un
bisogno di riposo e di svago mentale supe-
riore alla norma.
Da noi il logorìo dei nervi è più accentuato
che in altre attività e molte colleghe (non
per questa esclusiva ragione) abbandonano la
professione dopo qualche anno perché si si-
stemano in un modo diverso, o sposandosi o
trovando un’altra occupazione, e se continua-
no ad esercitare lo fanno in maniera ridotta e
quasi sempre localmente.
Se, come numero, sono inferiori alle donne,
gli uomini sono in compenso quelli che rag-
giungono posizioni di maggior prestigio.
Infatti i nomi più noti della professione sono
quelli di Jean Herbert (francese già apparte-
nente alle Nazioni Unite), Jean-Frangois Ro-
zan (francese già appartenente alle Nazioni
Unite, attualmente industriale petrolifero),
Gérard Ilg (svizzero libero professionista),
Davide Reinart (italiano interprete funzionario
del Mercato Comune) e potrei continuare
con un lungo elenco.
Forse in nessun’altra attività come nella
nostra il segreto professionale riveste tanta
importanza. Le nostre funzioni ci mettono al
corrente di segreti di stato, segreti industriali
e commerciali che spesso fanno di noi gli
involontari depositari di notizie che a nessun
costo devono trapelare.
L’interprete che per una ragione qualsiasi
viola tale principio è immediatamente squa-
lificato, messo al bando da organizzazioni e
colleghi, costretto a cambiare mestiere, sen-
za tener conto delle conseguenze penali e
civili alle quali tale infrazione lo espone.
L’interprete è persona puntuale, sempre
correttamente vestita, sempre pronta a sorri-
dere e preparata a tradurre le cose più impen-
sate e più astratte.
L’atmosfera degli incontri in cui la sua
opera è richiesta non è sempre rosea e per-
fettamente distesa. Egli deve perciò, con la
sua calma e la sua serenità, cercare di creare
il clima perché le controversie, quando esse
sono oggetto dell’incontro, siano appianate
al massimo.
L’interprete, pur nella sua obiettività, deve
cercare di evitare che vengano commesse
“gaffes” da una parte e dall’altra. Molti anni
addietro partecipavo ad una riunione nella
quale si dibattevano importanti problemi sui
quali le parti erano in completo disaccordo.
Mi trovai ad interpretare un colloquio tra
due delegati di lingua diversa, quando il pri-
mo, rivolgendosi a me, mi disse testualmente:
« Dica a quel cretino patentato che la pappar-
della che ha scritto non riuscirà a farmi cam-
biare idea né adesso né fra cento anni e che
se tutti i suoi colleghi sono come lui, se ne
stiano pure a casa ».
L’equivalente della mia versione fu la se-
guente: «Il suo collega le fa presente di
non aver capito bene il testo che Lei ha
sottoposto. Gradirebbe pertanto maggiori
spiegazioni per tentare di trovare un possibile
comune terreno di incontro ».
Avevo tradito il principio della obiettiva
imparzialità e della fedele trasposizione? In
teoria, sì. Praticamente sono convinto di aver
fatto bene ad attenuare le parole violente del
primo delegato, perché, se le avessi tradotte
letteralmente, ne sarebbe seguito un putiferio
che in quell’occasione andava evitato a tutti
i costi. Infatti “il comune terreno di incontro”
fu poi trovato con molta pazienza e dopo ore
di discussioni.
Nel nostro mestiere accadono anche cose
comiche, episodi curiosi, dovuti a papere in-
volontarie e a distrazioni. Nella mia carriera
ho raccolto parecchie “perle giapponesi”, ve
ne voglio raccontare una.
Ero ad Amsterdam nel 1959, durante un
congresso medico internazionale. Ero stato
momentaneamente sostituito da un collega
per andare a prendere una boccata d’aria e
quando ripresi a lavorare non mi preoccupai
eccessivamente dell’argomento discusso che
in quel momento era ‘frozen semen” (sperma-
tozoi congelati). In inglese la parola “semen”
(spermatozoi) si pronuncia allo stesso modo
della parola ““seamen” (marinai) ed io non so
perché optat per la seconda (non avendo nes-
sun testo scritto sottomano) e fu così che per
una buona decina di minuti parlai di marinai
congelati con grande spasso dei delegati e dei
colleghi che, pur essendosi accorti della mia
grossa papera, mi lasciarono cuocere nel mio
brodo “congelato”.
Nel 1958 mi trovavo a Ginevra alle Nazioni
Unite per interpretare in cabina francese du-
rante una Conferenza Internazionale sulla si-
stemazione dei profughi di Palestina. Iniziai
a lavorare al momento in cui un delegato egi-
ziano prendeva la parola dicendo in inglese
(che parlava male con un cattivo accento) le
testuali seguenti parole: « There are 400.000
refugees from Palestine in a tiny strip of
Egyptian land. We must do something for
them.», che io interpretai candidamente in
francese con le seguenti: «Il y a 400.000
refugiés de Palestine entassés dans un petit
coin du territoire Egyptien. Nous devons faire
quelque chose pour eux ». Il che suscitò una
crisi di riso convulso fra i delegati di lingua
francese, perché le mie testuali parole erano
PRE
Fl ff cea 0K A Il PÉ 4A bela
Xx e Sure. conlileet_
«Le varie delegazioni dei paesi membri della Comunità Europea del Carbone e dell’Ac-
ciaio sono d’accordo sul parere espresso dal presidente dell’Alta Autorità della C.E.C.A.
sulla particolare attenzione da rivolgere alla lotta da condurre per ovviare alla diminu-
zione del numero di disoccupati nell’industria del carbone e dell’acciaio ».
Ck jmg e O. te A hr PR
«Il problema più importante è quello di discutere la soluzione della questione relativa
al ridimensionamento del numero dei lavoratori siderurgici italiani».
«Il Comitato governativo è d’accordo sull’estrema importanza da attribuire all’opinione
dei paesi insufficientemente sviluppati sulla loro situazione in fatto di ferro e ciò in re-
lazione al rifornimento in materia prima degli altiforni europei ».
37
sopra: l’interprete internazionale André Kaminker
(già capo interprete del Consiglio d'Europa e delle Na-
zioni Unite a New York) con Antony Eden.
qui a fianco: tre esempi della tecnica usata per prendere
appunti durante un’interpretazione consecutiva. L’'in-
terprete non prende appunti stenografici ma usa simboli
alfabetici, formule chimiche, espressioni matematiche
direttamente collegate all'immagine che egli deve imme-
diatamente tradurre in una lingua diversa,
sotto: al Consiglio d'Europa durante un’assemblea.
Sulla parete di fondo si notano le cabine degli interpreti.
nelle piccole foto: la pulizia delle cuffie di ascolto e il
quadro dei comandi delle cabine interpreti, al Consi-
glio d'Europa.
wa
o
state: « Ci sono 400.000 rifugiati della Palesti-
na ammassati in un gabinetto di decenza
($petit coin” in francese vuol dire piccolo
angolo, angoletto, ma soprattutto è l’espres-
sione più tipica per alludere alla toeletta) sul
territorio Egiziano. Dobbiamo fare qualcosa
per loro ».
La nostra interessante professione in que-
st'epoca ci pone a stretto contatto quasi
quotidiano con le personalità più importanti e
più in vista in campo internazionale sia po-
litico, scientifico, industriale e commerciale.
Ci permette di viaggiare per il mondo intero
visitando luoghi e paesi che affascinano la
nostra fantasia e che non avremmo mai
visitati.
Assistiamo così alla creazione della storia
del mondo attuale essendo anche noi sulla
ribalta accanto a ministri, capi di stato, indu-
striali, filosofi, attori e attrici celebri.
Molti vorranno sapere quanto guadagnano
gli interpreti e a questo punto bisognerà dire
che gli interpreti di conferenza si dividono in
due categorie: quelli “fissi”, cioè quelli che
prestano la loro attività in modo continuati-
vo presso un’organizzazione internazionale
(O.N.U., C.E.C.A., B.I.T., C.E.E., C.E.A.,
O.M.S. ecc.), che sono funzionari di cate-
goria A, con uno stipendio iniziale di circa
250-300.000 lire mensili; ed i “liberi profes-
sionisti” che esercitano la loro attività presso
i mumerosi congressi internazionali 0 presso
le organizzazioni di cui sopra quando il nu-
mero dei fissi è insufficiente rispetto al nu-
mero delle riunioni.
In tal caso la loro retribuzione è la seguente:
minimo di 30 dollari al giorno (circa 18.700
lire) più una diaria minima di 12 dollari (circa
8.000 lire) più il rimborso delle spese di viag-
gio se è chiamato a prestare la sua attività
in una città diversa da quella in cui risiede
abitualmente.
Da un rapido calcolo moltiplicando questi
dati per trenta si avrà una cifra totale che
molti altri attivissimi e quotatissimi profes-
sionisti non sognano di raggiungere. Ma va
anche ricordato che pure per i buoni inter-
preti non ci sono mai trenta giorni lavorativi
al mese e che vi sono periodi di morta stagione.
All’eventuale domanda: funzionari perma-
nenti o liberi professionisti, risponderò che,
sperimentate le due soluzioni, penso che la
scelta dipenda dal carattere e dalle tendenze
di ogni singolo individuo.
Per concludere vi dirò che l’interprete può
essere considerato uno strumento di pace
in quanto la sua missione è quella di aiutare
gli uomini, che non possono comunicare
direttamente fra loro, a capirsi e a collabora-
re affinché si faccia sempre più strada il sa-
crosanto principio del reciproco rispetto,
equilibrando così le regole del buon vicinato
per creare un mondo migliore in cui sia dato
a tutti di vivere secondo le proprie aspira-
zioni.
Solo con questa immagine sempre fissa
negli occhi della sua memoria professionale
l’interprete potrà adempiere ai doveri che gli
incombono.
I precursori
del volo
muscolare
Amedeo Morini di Sestri Ponente, abilissimo modellista
ed appassionato di volo muscolare umano, ha realizza-
to anche modellini di macchine ad ali battenti. Nella
foto, alcuni dei lavori eseguiti dal Morini, che raggiunge
nelle sue riproduzioni in miniatura una rara perfezione
di particolari.
Un artigiano modenese che vive e lavora a
Sestri Ponente da oltre trent'anni ha una col-
lezione di documenti e cimeli sui tentativi italiani
per il volo muscolare umano.
Sul cristallo del tavolo di Amedeo Morini, qui
davanti a noi, ci sono tre modellini per macchine
ad ali battenti : nel modellino più piccolo le ali
sono munite di penne, nel modellino di media
misura vi è una molla da orologio che dovrebbe
fornire la potenza, e nel modellino più grande
vi è un congegno a pedali in miniatura.
Amedeo Morini, nato a Mirandola (Modena),
vive e lavora a Sestri Ponente da oltre trent'anni,
è un artigiano di rara abilità, che fra l’altro
ha “descritto” la storia del ciclismo in centoset-
tanta modelli di biciclette di tutte le epoche (espo-
sti due anni fa anche al Circolo Aziendale
Cornigliano) e ha costruito una locomotiva in
miniatura esposta al Museo della Scienza e del-
la Tecnica di Milano. Ma la sua abilità ora
ci interessa soprattutto in connessione con î ten-
tativi italiani di volo muscolare, ormai quasi
completamente dimenticati, che furono però in
passato numerosi, e almeno in un caso, coronati
da successo. È noto che in Inghilterra vi è oggi un
grande interesse per il volo muscolare, e che nel
maggio di quest'anno un aeroplano a pedali è
riuscito a sollevarsi e a compiere un breve trat-
to con la sola spinta dei muscoli del suo inventore
e costruttore, ingegnere Winpenny.
In quell'occasione alcuni hanno creduto di tro-
varsi di fronte alla prima realizzazione del ge-
nere ; invece, come risulta da un vecchio libro
in possesso del sig. Morini (Il volo a vela ed il
volo muscolare, di Alberto Dattrino, Torino
1938), il ciclista francese Gabriele Poulain nel
1921 con una bicicletta alata compì un volo, ma
forse sarebbe meglio chiamarlo un salto, di
II,J6 metri; nel 1935 gli ingegneri tedeschi
Haessler e Villinger fecero decollare un velivolo
di loro costruzione che compì un volo di 235 metri
sotto l’azione dei pedali di certo Diinnebeil ;
però questo aeroplano era dotato di un immagaz-
sinatore di energia sotto forma di cavo elastico.
Pure con dispositivo di lancio il tedesco Hofmann
compì il 5 luglio del 1937 un volo di 712 metri.
Un asroplano a pedali italiano, chiamato ‘‘pe-
daliante” da Bossi e Bonomi, riuscì invece a per-
correre 862 metri senza alcun dispositivo di lan-
cio, ma con partenza da fermo, sotto lo sforzo
del suo pilota (e motore) Emilio Casco ; il fatto
avvenne a Vizzola Ticino il 4 settembre 1937,
e il sig. Morini è în possesso di disegni e fotogra-
fie che illustrano questo eccezionale avvenimento ;
da notare che la quota di volo, dieci metri, è
nettamente superiore a quella delle prove dei te-
deschî. Il ““pedaliante” aveva un'apertura alare
di 17 metri, e pesava a vuoto 90 kg ; i pedali
agivano su due eliche trattive poste sul bordo
d’attacco dell’aria : queste eliche bipale, in legno,
avevano il diametro di 2,14 metri.
A somiglianza di quanto era avvenuto in Ger-
mania, si costituì in Italia una commissione pro-
motrice per il volo muscolare umano, che mise
in palio un premio di centomila lire ; vi fu tutta
una folla di fanatici del volo muscolare che si
mise al lavoro : citeremo un pittore, tale Armati,
che costruì un apparecchio in Olanda ; un trie-
stino, tal Giovanni Ferrari, che costruì un ap-
parecchio a pedali munito di ali articolate ; un
artigiano torinese, Carlo Novaira che, «con il
solo sussidio di una lima, un coltello, un paio di
tenaglie ed un martello» — come ebbe ad affer-
mare il col. Bettica, direttore del centro studi
V.U.M. (volo umano muscolare) — era riuscito
a costruirsi un apparecchio ad ali battenti capa-
ce di sollevarsi dal suolo. Le condizioni per vin-
cere il premio però erano piuttosto severe : « rag-
giungere e mantenere la quota di cinque metri
su un percorso di due chilometri, con virata in-
39
torno a un pilone e ritorno al punto di partenza ».
Nessuno vi riuscì. I sognatori del volo muscolare
continuarono a sperimentare finché lo scoppio del-
la guerra non pose termine alle loro pacifiche
speranze.
Fra le cartoline conservate dal sig. Morini ve
n'è una del Comitato Nazionale Promotore del
Volo Umano Naturale, in data 17 novembre 1940,
in cui si dice che la gara per modelli ad ali bat-
tenti indetta per l'autunno di quell’anno è rin-
viata causa il richiamo alle armi di diversi par-
tecipanti. «Il Consiglio di Presidenza — continua
la cartolina — ha deciso di rinviare la predetta
gara ad epoca da stabilire, sperabilmente nella
prossima vittoriosa primavera, che confidiamo
possa apportare la giusta, eppertanto duratura,
pace ». Durò molto di più di una stagione, la
guerra, e non distrusse solo le speranze dei vo-
latori ad ali battenti. Ma oggi, dando il giusto
merito ai realizzatori inglesi dell’aeroplano a
pedali, è giusto ricordare il ‘“pedaliante” italiano
e i suoi realizzatori, l'ing. Bossi e il costruttore
e pilota Bonomi.
Uno dei tre modellini di macchina ad ali battenti realizzati da Morini. Questo è dotato di un congegno a pedali in miniatura.
RE GER
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Il mercato internazionale dell’acciaio è tutto-
ra caratterizzato da una accentuata concorrenza.
Negli Stati Uniti la congiuntura siderurgica
sembra orientata verso una situazione più favo-
revole per l’aumentata richiesta da parte dell’in-
dustria automobilistica. Non sono comunque pre-
visti a breve scadenza incrementi degni di rilie-
vo nella produzione d'acciaio perché negli altri
principali settori di utilizzazione l’attività per-
mane stazionaria.
Per quanto riguarda la C.E.C.A., l'afflusso
delle ordinazioni di prodotti siderurgici conti-
nua a mantenersi su un livello soddisfacente ma
non tale da permettere il pieno sfruttamento
della potenzialità produttiva. All’aumento della
richiesta del mercato interno fa riscontro una
notevole diminuzione di quella estera perché in
tutte le aree d’esportazione si fa sempre più
Produzioni Italsider
viva la concorrenza, soprattutto da parte delle
siderurgie giapponese e britannica.
Nei primi dieci mesi dell’anno in corso il
gettito d’acciaio della Comunità è stato pari a
60.944.000 tonnellate, segnando una diminuzio-
ne dell’ 1,4%, nei confronti dello stesso periodo
del 1961. Diversa si è presentata la situazione
nei vari paesi : la produzione d’acciaio è dimi-
nuita del 3%, in Germania e in Francia e del
4% in Lussemburgo; Italia, Belgio e Olanda
hanno invece registrato aumenti.
SITUAZIONE ITALIANA
In Italia il continuo incremento del consumo
interno d'acciaio avvalora sempre più la fon-
datezza delle previsioni su cui sono stati basati
i piani d’ulteriore potenziamento della siderurgia.
Nei primi dieci mesi del 1962 il gettito nazio-
nale d’acciaio ha raggiunto 7.81r.000 tonnellate,
una produzione superiore a quella totalizzata
nello stesso periodo del 1961 ma inferiore alle
prospettive.
Le esigenze del consumo interno hanno richie-
sto un sempre più elevato volume di importazione.
Già nei primi sette mesi il deficit della bilancia
commerciale nel settore siderurgico si è avvicina-
to a 1.300.000 tonnellate, contro 1.077.000 nel
gennato-luglio dello scorso anno.
settembre ottobre
1962 1962
coke tonn. 203.980 209.800*
ghisa 266.011 293.663*
acciaio 344,055 363,476*
laminati a caldo 258.398 287.047*
laminati a freddo 40.700 41,988
getti di ghisa 8.189 8.334
getti d’acciaio, fucinati e rodeggi 9.205 9.093
armamento ferroviario 1.650 1.804
derivati vergella 4.232 4.258
carpenteria 1.292 1.506
tubi saldati 19.729 17.389
altri prodotti 249 515
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zincati - banda stagnata elettrolitica e ad
immersione
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 -
telefono 22041 - telex Diretta
rotaie - barre e profilati -
armamento ferroviario fisso
materiali per
Taranto - via Statte 1 - telefono 6820 -
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tubi di acciaio saldati di grande e - medio
diametro
Trieste - via di Servola 1 - telefono 93027 -
telex 46039 Italsid
ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere
grosse
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di
acciaio
Marghera (Venezia) - via del Commercio 5
telefono 50334
profilati
San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza
Giacomo Matteotti 7 - telefono 80030
profilati - materiali per armamento ferroviario
mobile
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3
telefono 27941
getti e tubi di ghisa
Stac - corso F. M. Perrone 15 Genova-Campi
telefono 469091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e
placcate
Uffici vendita
Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a
telefono 269865 - telex 51039 UVEBO
Genova, via Luigi Garaventa 2
telefono 592831
Milano, corso di Porta Nuova 1
telefono 653889 - telex 31039 UVEMI
Napoli, via Guglielmo Marconi 55
telefono 312448
Padova, galleria Porte Contarine 4 :
telefono 51644 - telex 41039 UVEPD
Palermo, via di Villa Trabia 3/A
telefono 291540
via Barberini 50
telefono 489061
Torino, corso Sebastopoli 35
telefono 673918 - telex 21039 UVETO
Roma,
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la copertina: Emilio Vedova - collage e guazzo
- 1961.
Emilio Vedova è nato a Venezia nel 1919. È
autodidatta. Aderì nel 1942 al movimento ar-
tistico di “Corrente”. Prese parte attiva alla
Resistenza. Nel 1946, con altri pittori, fu tra i
fondatori del “Fronte Nuovo delle Arti” e
dal 1952 al 1954 fece parte del “Gruppo degli
Otto”. Ha avuto mostre personali in tutto il
mondo. Da segnalare le sue sale alle Biennali
di Venezia del 1956 e del 1960 (alla quale
ebbe il massimo premio), alla Biennale di
San Paolo del Brasile e a Kassel, nel 1959.
Le sue più recenti opere sono raggruppate in
“cicli” (come “Immagine del tempo”, “Ciclo
della protesta” ecc.) in cui si esprime l'impegno
morale della sua pittura, sempre orientata
verso le più forti iniziative d’avanguardia.
2% e 38 di copertina: due immagini di Torre
Annunziata: filo zincato e “braghe” di sol-
levamento.
4° di copertina: banderuola di ferro battuto,
raffigurante l’Agnus Dei, che si trova sul tre-
centesco palazzo dell’ Arte della Lana in Firenze.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano
- ottobre-novembre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Torre Annunziata: un'immagine di
Anno III - n. 5
lavoro pag. 3
Ferri romani al museo di Zurigo » 9
Una libera comunità di bambini VI
Una tavola rotonda coi paladini di latta » 18
Taranto 800 chilometri di tubi » 20
La rivolta futurista ». 22
Cinque modi per conoscere il teatro » 28
Film-relazione 1961 » 32
Il mestiere dell’interprete » 34
I precursori del volo muscolare » 38
Contrattazione articolata
Nel luglio scorso, al termine di laboriosi negoziati, le organizzazioni sindacali dei lavoratori
sottoscrivevano con le associazioni rappresentative delle aziende a partecipazione statale un ‘‘pro-
tocollo”, che conteneva una definizione di principi in ordine alla nuova struttura della contratta-
zione nell’ambito dell'industria metalmeccanica. La nuova struttura contrattuale, definita în ter-
mini di principio — lo sviluppo della stessa è ora affidato a trattative tuttora in corso — ricono-
sceva così, ufficialmente, il principio della ‘‘contrattazione articolata”.
Che cosa deve intendersi per contrattazione articolata? Per rispondere correttamente a tale
domanda appare necessario un breve excursus storico, sull’evoluzione subita dal sistema di con-
trattazione in Italia negli ultimi anni. Il documento a cui abbiamo fatto riferimento in principio
riguarda, è vero, la sola industria metalmeccanica, ma è bene tener presente che quest’ultima,
in quanto rappresentativa del più importante settore dell’economia nazionale, costituisce anche il
punto più sensibile dell'intero sistema di contrattazione, per cui, in un certo senso, la storia di
questo viene a coincidere con la storia della contrattazione nell’industria metalmeccanica.
Il criterio a cui si era ispirata la regolamentazione contrattuale, sviluppatasi dopo il ripri-
stino della libertà sindacale, era stato, fondamentalmente, quello che potremmo definire come “‘con-
trattazione nazionale esclusiva”. Si può dire che, grosso modo, fino a che non intervennero i fat-
tori di perturbazione ai quali faremo cenno in prosieguo, la contrattazione collettiva si svolgeva
esclusivamente attraverso la stipulazione dei contratti nazionali di categoria o intercategoriali
(i cosiddetti “accordi interconfederali”’).
Tali contratti avevano un ambito di applicazione molto ampio, e abbracciavano talvolta
una pluralità di aziende estremamente differenziate, sia per dimensione, sia per il tipo di produ-
sione. Il caso limite era dato proprio dal contratto per l'industria metalmeccanica, il cui ambito
di applicazione andava dalle più grandi aziende siderurgiche e automobilistiche fino alle piccole
officine di riparazione meccanica. Scopo di tali contratti era quello di determinare condizioni di
trattamento uniformi per tutti i lavoratori nell'àmbito dell'industria a cui si riferivano : per es-
sere più esatti, essi si riferivano a tutti i lavoratori dipendenti da aziende iscritte alle associazioni
stipulanti, fino a che, nel 1959, fu ad essi riconosciuta l'efficacia cosiddetta erga omnes, vale a
dire verso tutte le aziende della categoria.
Al di là del contratto nazionale, vi erano rari esempi di contrattazione provinciale ; in sede
ziendale, poi, era ammessa — e veniva largamente applicata — la concessione di trattamenti
di miglior favore per i lavoratori, ma in linea di principio, secondo l’economia del sistema in esame,
tali trattamenti non avrebbero dovuto formare oggetto di regolamentazione collettiva. Coerente-
mente, infatti, l'accordo che disciplina il funzionamento delle commissioni interne rinvia alle as-
sociazioni sindacali le questioni inerenti alla disciplina collettiva dei rapporti di lavoro, anche
se poi l'associazione sindacale, a sua volta, in base al sistema in esame, non avrebbe alcun titolo
per pretendere l’introduzione di regolamentazioni particolari, locali o aziendali, diverse o inte-
grative di quella nazionale.
Questa rigorosa formulazione di principio trovò poi nella pratica numerose attenuanti. È
noto a tutti come non di rado in sede aziendale venissero concordate regolamentazioni pattizie
con le commissioni interne e più di una volta si verificò, in relazione a particolari situazioni, la
partecipazione contrattuale delle stesse associazioni sindacali. Questa deviazione dai princìpi non
era in realtà che un fenomeno di adattamento della pratica rispetto al rigore di essi : il criterio
della contrattazione nazionale esclusivo si era infatti affermato in vigenza del vecchio ordinamento
sindacale a cui era connaturata l’assenza di libertà sindacale e il divieto di costituzione di
rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Risorte queste ultime dopo il 1943, e ri-
pristinata la libertà sindacale, era inevitabile che il principio subisse particolari adattamenti,
determinati dal clima di maggiore democrazia aziendale e di dinamismo
entro il quale si venivano a svolgere i rapporti di lavoro.
Tali fenomeni di adattamento dei princìpi alla realtà si sarebbero
successivamente sviluppati nell’enunciazione, da parte delle associazioni
dei lavoratori, della nuova politica della “contrattazione aziendale”,
seguendo un corso evolutivo che d'altronde si è parallelamente sviluppato
anche in altri paesi, come in Francia e in Germania.
La prima organizzazione a formulare tale politica fu la CISL, che
in un primo tempo incontrò una vivace opposizione da parte della CGIL
(opposizione che venne però abbandonata a partire dal 1955). La contrat-
tazione aziendale si giustificava, secondo le organizzazioni dei lavoratori,
in considerazione di due ordini di fattori : il primo riguardava l'evoluzione
economica del paese, che accentuava la disparità di sviluppo delle varie unità
produttive nell’ambito di una stessa categoria, tanto è vero che gli stessi
salari fissati dai contratti collettivi nelle zone economicamente più svilup-
pate si trovavano notevolmente al di sotto dei guadagni percepiti dai la-
voratori. La seconda considerazione riguardava gli effetti di quel processo
di razionalizzazione e di rinnovamento tecnologico, svoltosi a tappe acce-
lerate dopo il 1950, che aveva portato con sé anche l’adozione di nuove
tecniche retributive o di sistemi di gestione del personale di cui il contratto
nazionale, per il suo troppo vasto campo di applicazione e la sua funzione
livellatrice — vera “notte in cui tutte le gatte sono bigie” — non poteva
ovviamente tenere conto.
Apparve dalle prime formulazioni delle organizzazioni sindacali, o di
alcune di esse, una tendenza a porre contrattazione aziendale e contratta-
sione nazionale come termini antitetici. Ma si ritenne presto che l’una e
l’altra potessero coesistere, così che la politica della “contrattazione azien-
dale” venne a precisarsi in quella della ‘contrattazione articolata”, inten-
dendosi per l'appunto come tale un sistema che prevedeva la possibilità
di più regolamentazioni coordinate, ciascuna a livello diverso.
È però solo negli ultimi anni, a partire soprattutto dal 1959, che la
nuova politica delle organizzazioni dei lavoratori comincia a tradursi in
realtà. Sennonché, il perseguimento dei nuovi obiettivi non venne effettuato,
anche per la resistenza della controparte, sulla base di un adeguamento della
regolamentazione nazionale, che mantenne inalterato il suo carattere unico
ed esclusivo : il contratto di lavoro per l'industria metalmeccanica firmato
nell’ottobre 1959 apparve ancora tracciato su questo principio. L'azione
delle organizzazioni sindacali ebbe luogo direttamente nelle singole aziende,
e come tale venne a creare una situazione di crisi nel sistema della contrat-
tazione, perché crollavano i princìpi su cui poggiava il sistema precedente,
ma non risultavano ancora formulati principi nuovi. In questa fase di
assestamento, troviamo le due parti attestate su posizioni tra di loro in-
conciliabili. I datori di lavoro ritengono che una volta stipulato il con-
tratto nazionale (il quale, nell'industria che ci interessa, avrebbe avuto
durata triennale) non è ammissibile la proposizione di nuove richieste e la
negoziazione delle stesse ad altri livelli ; le organizzazioni dei lavoratori
rifiutano di riconoscere il carattere esclusivo del contratto nazionale ed im-
postano una serie di azioni a livello aziendale o di “settore” (gruppo di
aziende aventi caratteristiche omogenee, ad esempio: siderurgia, auto ecc.)
che, praticamente, espongono le aziende che ritenevano di avere acquisito dal
contratto nazionale un certo periodo di pace sindacale, a massicce pres-
sioni a livelli inferiori. L'esito di queste azioni è stato, a volte, la stipula-
zione di accordi, che riconoscono di fatto la rappresentatività del sinda-
cato a livello aziendale, e si pongono perciò in palese contraddizione con
i canoni fondamentali della contrattazione nazionale esclusiva.
È noto come la siderurgia, soprattutto quella a prevalente partecipa-
zione statale, fu uno dei primi settori dell'industria metalmeccanica, dove
venne de facto ammessa la contrattazione aziendale, anche se qui il tem-
pestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende alle nuove esi-
genze maturate nel mondo del lavoro prevenne lo sviluppo di agitazioni
considerevoli, che investirono invece gli altri settori.
All’inizio dell’anno in corso, praticamente in tutta l'industria metal-
meccanica, si era venuta a creare una situazione di incertezza dei rapporti
contrattuali, perché le pressioni nei vari settori si diffondevano, e risultava
ormai evidente che il contratto nazionale stipulato due anni prima non
“teneva” più. Fu perciò ritenuto opportuno addivenire ad un'apertura
di negoziati prima della scadenza formale del contratto stesso, previ-
sta per l’ottobre dell’anno in corso. Ma fu in tale sede che le aziende a
partecipazione statale non ritennero di conformarsi alla posizione negati-
va assunta dalle aziende private, in ordine al riconoscimento della con-
trattazione articolata, e, sviluppando per proprio conto le trattative,
formulavano la proposta di dare riconoscimento in un documento ufficia-
le alla pluralità dei livelli di negoziazione, ma nello stesso tempo di
coordinare questi ultimi con una chiara definizione delle materie devo-
lute a ciascuno di essi e con l'esplicita assunzione, da parte dei sindacati,
dell'impegno di non promuovere azioni o rivendicazioni intese a modifi-
care, integrare, rinnovare, quanto avesse formato oggetto di accordo ai
vari livelli.
Le motivazioni che inducevano ad acquisire tali nuove strutture con-
irattuali sono esplicitamente formulate nel protocollo di cui abbiamo par-
lato all’inizio e che vale la pena di riportare integralmente :
« Premesso:
che la riforma dell’attuale struttura della contrattazione collettiva
nazionale di categoria, struttura che è stata fino ad oggi tradizional-
mente alla base del sistema contrattuale italiano, deve essere effettuata
dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro in
modo da costituire un sistema che consenta la realizzazione di quelle
esigenze fondamentali di entrambe le parti che hanno suggerito la re-
visione del metodo sino ad oggi seguito;
che la possibilità di una maggiore articolazione della contrattazio-
ne collettiva per settori o a livello aziendale, che attui concretamente
principi affermati ai livelli superiori, oltre a consentire una migliore
aderenza delle norme contrattuali alle particolari caratteristiche setto-
riali o aziendali soddisfa l'esigenza, per le aziende, di poter program-
mare sulla base di elementi predeterminati, per un adeguato lasso di
tempo, la propria attività produttiva;
le parti convengono di concordare il sistema contrattuale qui de-
lineato e che sarà, appresso, più analiticamente o motivamente descritto ».
Il contenuto del protocollo stabilisce poi tre livelli di contrattazione :
il contratto collettivo nazionale generale, per tutti gli istituti non regolati
ai livelli successivi ; gli accordi di settore previsti per î seguenti gruppi
di aziende: siderurgico, navalmeccanico, elettromeccanico ed elettronico,
auto-avio-motoristico, meccanica varia, fonderie di seconda fusione o metal-
lurgia non ferrosa, e per le seguenti materie: orario di lavoro, esemplifica-
zione delle qualifiche, livelli retributivi, regolamentazione del cottimo, in-
dennità per lavori in particolari condizioni di disagio.
Il livello successivo è quello aziendale, previsto per : modalità di ap-
plicazione della disciplina dei cottimi, sistemi di classificazione, come la
job evaluation, sostitutivi di quelli per categorie e qualifiche previste dal
contratto nazionale, forme incentivanti collettive. Parti stipulanti di que-
sti accordi saranno per î primi due livelli i sindacati nazionali (ed è sta-
bilito che gli accordi di settore vengano stipulati in concomitanza con il
contratto nazionale, così da evitare un eccessivo prolungamento della fase
negoziale); per gli accordi aziendali le organizzazioni provinciali
dei lavoratori, e le aziende assistite o rappresentate dalla propria
organizzazione.
Il protocollo qui riportato in sintesi non costituisce, come è evidente,
un testo contrattuale, ma è soltanto preliminare alla stipulazione degli
accordi da esso previsti. Le trattative per l’articolazione di tali princìpi
in veri e propri contratti, come è noto, non sono ancora esaurite. La for-
mulazione di un accordo sui princìpi, i cui termini sono stati poi accettati
da un notevole numero di aziende private, ha costituito comunque un atto
di tempestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende a parte-
cipazione statale alle nuove condizioni maturate nel corso di questi anni.
Tale accordo, che ha permesso di sdrammatizzare i termini della con-
troversia, ha costituito infatti una prova di sensibilità sindacale da ambe-
due le parti. Per i sindacati dei lavoratori, che hanno in tal modo ricono-
sciuto come la pluralità dei livelli di contrattazione non può risolversi nel-
l’anarchia contrattuale, ma deve essa stessa essere contenuta nel quadro di
un ordine o di un ‘sistema’, sia pure diverso da quello precedente. Per le
aziende stipulanti, le quali hanno dimostrato di aver fatto proprio un
principio essenziale nelle relazioni sindacali: il principio, cioè, secondo il
quale nessun sistema di contrattazione è fornito di una validità assoluta
e come tale intangibile, ma trova il suo fondamento in particolari situa-
zioni storico-economiche, mutando le quali, mutano anche le condizioni ed
i criteri che presiedono allo svolgimento dei rapporti contrattuali di lavoro.
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dig È Qi
Torre
Annunziata:
un immagine
di lavoro
Derivati della vergella prodotti a Torre Annunziata:
rete a triplice corda.
Lo scrittore Michele Prisco, nativo di Torre
Annunziata, è tornato dopo molti anni a visi-
tare quella che un tempo si chiamava “la Fer-
riera”. La gente la chiama ancora così, ma al
suo posto Prisco ha trovato il moderno stabili-
mento dell’Italsider, specializzato nella lavora-
zione dei derivati della vergella prodotta dal cen-
tro siderurgico di Bagnoli, di cui gli impianti di
Torre Annunziata costituiscono oggi una sezio-
ne în via di forte sviluppo.
Le fotografie che illustrano questo articolo sono
di Guido Di Domenico e rappresentano alcuni
dei principali prodotti dello stabilimento torrese.
Forse si comincia veramente a invecchiare
quando il passato, ripresentandosi alla nostra
coscienza, ci comunica una più intensa emo-
zione? Non lo so. Certo, ogni volta che torno
a Torre Annunziata, è come se dentro di me
si riaprisse una vecchia ferita rimarginata: so-
lo che invece di venir fuori sangue, ne scatu-
riscono suggestioni, memorie, ricordi, che un
nulla basta a risvegliare o a mettere in moto:
il giuoco della luce sulla facciata d’un fabbri-
cato, l’insegna d’un negozio pateticamente
ostinato a non rimodernarsi, una voce o un
odore, un richiamo, l’incontro con un com-
pagno di scuola, la vista d’un balcone fiorito,
la sosta d’una carrozzella in piazza Cesàro, un
manifesto di lutto all'angolo d’una via. È co-
me dar corda a un vecchio carillon a inter-
vallo di tempo: la musica che n’esce è magari
più fioca o arrugginita, ma ripete sempre gli
stessi motivi. E anche per questo a Torre
ormai ritorno più raramente.
Là io son nato e mi sono formato e son
vissuto sino ai primi anni del dopoguerra, là
ho le mie radici: ma ho dovuto staccarmene
per capirla e, in un certo senso, giudicarla e
amarla. Tra l’altro, è città così schiva, Torre
Annunziata, che non allude nemmeno con un
cenno fugace alla bellezza dei suoi panorami,
e anche ad attraversarla tutta nessuno sospet-
terebbe il doppio incanto del Vesuvio e del
mare oltre le due fitte cortine di fabbricati ai
lati d’un comune stradone, il corso, che a se-
ra, appena imbruna, si illumina di insegne al
neon animandosi quasi di colpo, fra i negozi
che accendono luci fortissime nelle vetrine
(le edicole dei giornali sembrano allora più
belle) e la gioventù locale che cammina avanti
e indietro sui marciapiedi scambiandosi sor-
risi battute di spirito saluti, organizzando ve-
Un rotolo di rete saldata
glioni al circolo studentesco o l’elezione d’una
miss, prima di chiudersi in un cinematografo
a consumarvi il resto della serata.
A Castellammare e a Torre del Greco, che
son le due cittadine confinanti, ci si muove in
un’aria di paese marino: più elegante, e magari
pretenziosa, a Castellammare, più artigiana e
dimessa a ‘Torre del Greco. Ma in entrambe
le città facilmente si possono trovare negozi
di àncore, di vecchie catene arrugginite, di
altri
della pesca e della piccola navigazione, mentre
a Torre Annunziata questa forma di commer-
cio manca del tutto e lo stesso quartiere dei
corderie € arnesi connessi all’esercizio
pescatori, isolato in un viluppo di stradicciole
che chiamano il Quadrilatero, nulla offre di
caratteristico oltre la facile coreografia di qual-
che rete sbrindellata pendente da un balcon-
cino appena ingentilito da un malinconico e
spelacchiato rametto di cedrina piantato in una
latta di conserva di pomodoro.
Il Quadrilatero fu anche il quartiere mag
giormente colpito dall’esplosione dei vago-
ni di munizioni alleate, nel gennaio del 1946,
e quella disgrazia è tuttora ricordata, a Torre,
con un senso di disagio e di malessere: come
quella che riassume in sé tutte le altre disgra-
zie patite dalla cittadina. Perché Torre Annun-
ziata, che pure è la città più popolosa della
provincia napoletana e la più ricca di indu-
strie, si dibatte ancora in una crisi che l’im
poverisce ed appiattisce. Forse le cause risal-
gono in parte proprio a un eccesso di popo
lazione che rende insufficiente la richiesta di
mano d’opera.
Certo Torre, ricca d’uno spolettificio, d’una
fabbrica d’armi, di cantieri a carattere siderur
gico, chimico e industriale, famosa patria ed
esportatrice della pastasciutta, rinomata per la
manifattura del suo pane bianco e fragrante,
tra le cittadine campane ha un poco l’aria del
la bella addormentata, assopita in un placido
letargo e immemore dei ragnateli che, come
nella fiaba della bella addormentata, intorno le
crescono minacciando di soffocarla.
Sicché in una situazione tanto complessa
acquistano una dimensione quasi eroica gli
sforzi di coloro che vorrebbero un diverso
destino per le future sorti di Torre: quelli
costituiti in comitato per la
degli scavi della vecchia Oplonti, il porto
dell’antica Pompei sulle cui rovine si stende
una parte dell’abitato (e l’impulso agli scavi
sarebbe, oltre che un’opera archeologica di
valorizzazione
grandissimo interesse, una meritoria opera di
bonifica sociale); quelli preposti allo sviluppo
turistico della città (Torre possiede il più bel-
l’arenile del golfo e certo la migliore attrezza-
tura balneare). E tuttavia l’avvenire di Torre,
la sua ricchezza, e la sua salvezza, noi l’addi-
teremo ancora e sempre nella sopravvivenza
della sua zona industriale, nello sviluppo di
quella fascia costiera alla periferia della città
dove, in poco spazio, son raggruppate le in
dustrie che dànno lavoro e vita a larga parte
degli abitanti: gli stabilimenti metallurgici del-
l’Italsider e della Dalmine, quello della Le-
petit a carattere chimico, i mulini e i pastifici,
le varie fabbriche conserviere.
Torre Centrale, Cattora, ‘Terragneta: ecco i
nomi di quello che potrebb’essere (e in parte
già è) il nostro “triangolo industriale”: nomi
Punte per carpenteria e falegnameria
cari alla mia fanciullezza, e hanno acquistato,
col tempo, un così forte potere evocatore da
suscitare, al solo pronunziarli, un rigurgito di
ricordi. Mi basta ripeterli, dentro di me, per
rivedere quel paesaggio di dune e sterpi, odoro-
so d’alghe e di catrame, che si estendeva oltre
i capannoni dell’Ilva, fra la strada ferrata e il
mare, dove ragazzi, studenti di ginnasio, an-
davamo a giocare al pallone, nei pomeriggi di
primavera. L’appuntamento per ritrovarci lag-
giù lo combinavamo in classe, passandocelo
fra i banchi come dei congiurati: — Oggi alle
tre alla Ferriera. E così quel posto è re-
stato nella mia memoria come “la Ferriera”:
del resto anche oggi, se chiedete a un torrese
dove si trovi l’Ilva (non parliamo poi del più
recente termine Italsider), è probabile non
sappia rispondervi: ma se gli domandate do-
ve si trova la Ferriera, allora sarà largo e
d’informazioni.
Ferriera del Vesuvio era d'altronde l’origina-
sotecito
ria denominazione della fabbrica privata im-
piantata dagli industriali Natanson e Duché,
per la lavorazione dei laminati di ferro e d’altri
profilati mercantili: e il nome ha per me un
senso preciso e pure confuso, mi fa pensare
agli anni delle lotte sindacali, dell’antifascismo
torrese, e acquista adesso, a distanza, un suo-
no magico e quasi allucinante: la Ferriera...
Ho qui davanti a me copia della delibera-
zione della giunta comunale di allora, riuni-
ta in consiglio per approvare la concessione
del suolo e le altre formalità precedenti il con-
tratto d’acquisto: esenzione dai dazi comuna-
li, obbligo, da parte del comune, di allargare
la via d’accesso alla zona ecc.; leggo i nomi
degli assessori riuniti e vi trovo come in un
vecchio dagherrotipo casati di famiglie scom-
parse, cognomi ricorrenti nel giro familiare al
tempo della mia infanzia (e quel notar Giu-
seppe Prisco, che figura fra il cav. Aniello De
Nicola e
caso proprio mio nonno?). Ho qui davanti
Agostino La Rana, non sarà per
copia dell’atto di costituzione; ne leggo le
prime termini, per
me che famiglia di
avvocati e magistrati, hanno un suono fami-
righe, e anche quei
sono uscito da una
liare e mi restituiscono un “tempo perduto”...
« L’anno milleottocentottantasette il giorno
quattordici luglio in Torre Annunziata presso
la Sede Municipale. Innanzi a Noi Cavalier
Michele Mazzitelli Notaro certificatore Reale
residente in Napoli con lo Studio alla Strada
San Giacomo Numero 19, iscritto presso il
Consiglio Notarile di Napoli, ed ai sottoscritti
testimoni che hanno le qualità legali si sono
personalmente costituiti: da una parte il Cav.
Sig. Ciro Ilardi fu Antonio, proprietario, nato
in Torre Annunziata Sindaco di Torre An-
munziata, residente per ragione della carica
nella Casa Municipale posta in Via Del Po-
polo, e che interviene nel presente atto quale
rappresentante del detto Comune di Torre
Annunziata; e dall’altra il Sig. Ingegnere AI
fredo Costantino Natanson di Simone, nato in
Varsavia, domiciliato in Parigi ed ora dimo
rante in Napoli nell’Hotel Royal Des Etran-
gers in Via Caracciolo... ».
Fu dunque, quello di
Torre, il primo stabi-
limento siderurgico della Campania, e l’unico
per molti anni: nato per utilizzare i rottami
nel processo di fabbricazione del “ferro a pac-
Fune d’acciaio a trefoli
chetto”, esso produceva travi e altri profilati
impiegati nella costruzione di immobili (l’im-
pianto della Ferriera fu incoraggiato appunto
per sviluppare l’edilizia del Mezzogiorno al
lora carente) e nelle costruzioni ferroviarie e
navali, soddisfacendo così le continue richie-
ste del vicino cantiere navale di Castellammare
di Stabia. Una quindicina d’anni dopo, la fab-
brica fu acquistata dalla Società “Ferriere Ita-
liane” che, già proprietaria dello stabilimento
di San Giovanni Valdarno, gestiva anche la
Ferriera di Terni: furono allora installati una
acciaieria con due forni Martin-Siemens e un
impianto di trafileria e puntineria, e seguì un
lungo periodo durante il quale lo stabilimento
si specializzò nella fabbricazione dei piccoli
profilati di acciaio e dei derivati della vergella,
e in particolare negli anni della prima guerra
mondiale prese sviluppo il reparto trafileria.
Poi nel 1918 la Ferriera del Vesuvio entrò a
far parte del complesso siderurgico dell’Ilva:
e dal 1919 fino agli ultimi anni della seconda
guerra mondiale, alla distruzione degli im-
pianti, lo stabilimento svolse la sua attività nel
duplice campo della siderurgia e dei derivati
della vergella.
Queste notizie le ricavo sfogliando un nu-
mero del notiziario aziendale e se certe espres-
sioni e parole laminatoi per medi e pic-
coli profilati, tondo e vergella; filo di ac-
ciaio crudo, ricotto e zincato, corda spino-
sa, punte, reti —
l’impassibile e in un certo senso misteriosa
estraneità che sempre i termini tecnici produ-
cono sul profano, resta sempre quel nome,
Ferriera, a dare un sottofondo più intimo a
questa lettura. A Proust, come ognun sa, ba-
stò intingere una “maddalena” nel tè per ri-
scivolano su di me con
trovare con l’odore il sapore e i ricordi della
sua infanzia; più modestamente, a me è ba-
stato rileggere quel vecchio rogito e un gior-
naletto aziendale, per sentirmi ricalare nell’at-
mosfera della mia fanciullezza. E
ciso: domani andrò a Torre, ripercorrerò gli
itinerari di quel tempo, visiterò lo stabilimen-
così ho de
to: a suo modo sarà anche questo, beninteso
in tutt’altre proporzioni e dimensioni, un pic-
colo viaggio alla ricerca del tempo perduto.
Il paesaggio non è molto mutato. C'è lo
stesso desolato spiazzo di sterpi, di terra fria-
bile, di avvallamenti e cunette: c’è la stessa
luce azzurra, aperta e sgombra, che anticipa
la presenza del mare. Di nuovo, ecco, posso
notare una fila di case di aspetto operaio, dal-
l'intonaco giallino ma già grigie e uniformi, e
alcuni appezzamenti ortivi verdi di cavoli e
lattuga. Tra i filari, si levano forcine di legno
e corrono corde gremite di panni stesi ad
asciugare, e si muovono al vento marino con
un balbettio sonoro e persino stridulo che può
anche rassomigliare (io per lo meno per tale
l’accetto) a un saluto di bentornato.
Sì, il paesaggio non è molto mutato, anche
se sull’area dove presumibilmente abbiamo
giocato ragazzi al pallone adesso sorgono le
palazzine dell’ Ina-Casa e quelle costruite dal-
la società; ma direi ch'è mutato lo spirito
con il quale io ripercorro via ‘Terragneta,
costeggiando il binario della linea ferrata, al
punto che, come sempre succede quando si
torna in un luogo a distanza d’anni, persino
le proporzioni non mi sembrano più quelle,
Griglie zincate per recinzioni
e tutto m’appare ora più piccolo e più disa-
dorno, direi quasi meno misterioso: più leg-
gibile, e più modesto.
Ma, dentro, nei capannoni dello stabilimen-
to, io non ho mai messo piede: per meglio
dire, ci sono stato una volta, anni fa, ma visi-
tai solo il reparto dei laminatoi, se ora, nella
memoria, m’è restata la scena, in un giuoco
d’ombre e di caldo infernali, di certe lunghis-
sime e sottili sbarre di ferro che uscivano rosse
e vive come lingue di fuoco da un forno e
che gli operai addetti alla lavorazione tiravano
fuori con una specie di arpioni facendole vol-
teggiare attorno con gesti calcolati precisi e
veloci, simili a moderni cowboy che si eser-
citassero al tiro del lazo.
Adesso, nel nuovo assetto dato dall’Italsider
ai suoi vari stabilimenti l’attività dell’acciaieria
è cessata: oggi la competizione internazionale
impone di concentrare la produzione dell’ac-
ciaio in grandi complessi come quello del-
l’Italsider di Bagnoli, che verrà a sua volta
potenziato. Il reparto siderurgico è mol-
to ridotto: funziona solo, in un unico ca-
pannone, il laminatoio semicontinuo, e vi
si producono tondi per cemento armato
e vergella in acciaio ad alta resistenza, che
viene poi avviata ai reparti ‘derivati del-
la vergella”. Sicché molto di quell’ atmo-
sfera spettacolare è scomparsa: in compen-
so, sono sorti nuovi capannoni € sono stati
ampliati e rifatti i vecchi in gran parte di-
strutti dalla guerra, per sviluppare e aumen-
tare l’attività dei derivati della vergella.
Forse qui mi corre l’obbligo di spiegare che
“vergella”, nel gergo siderurgico, indica un
prodotto a sezione piena, laminato a caldo,
presentato in rotoli avvolti anch'essi a caldo:
in altri termini essa non è se non una lunga,
sottile verga, la quale viene poi lavorata, ta-
gliata, “ricotta” (cioè di nuovo riscaldata at-
traverso appositi forni), trafilata (cioè ridotta
a un filo di acciaio mediante il passaggio in
speciali trafile), e serve a produrre, infine, vari
tipi di filo spinato — corda spinosa, per usi
agricoli o domestici e concertina, in dotazio-
ne all’esercito —; chiodi; reti di acciaio di va-
rio genere — saldate, a griglia, a triplice tor-
sione — per usi edili e agricoli; trecce di ac-
ciaio per l’impiego nelle strutture di cemento
armato precompresso, e funi e corde di acciaio,
dall’anima di canapa o metallica, di vari dia-
metri.
Sono stati questi i capannoni che ho visi-
tato: passando per il reparto della chioderia,
così assordante, un’estate di cicale meccaniche,
da aver la sensazione, all’uscita, di continua-
re, stordito, a vibrare anch’io, sul ritmo di
quei convulsi e rapidi movimenti dei macchi-
nari; fermandomi davanti al reparto per la
fabbricazione delle reti, con quel giuoco di fili
d’acciaio che misteriosamente (per me) si
avviano paralleli ed intrecciati a
griglia che finisce avvolta in rotoli; so-
stando nel reparto della zincatura, dove i
telai di fili d’acciaio sulla mia testa e que-
gli enormi rocchetti che avvolgono il filo lu-
cente dopo il bagno di zinco mi facevano pen-
sare a dei tessitori metafisici (un reparto che
sarebbe piaciuto al primo De Chirico); e infine,
concludendo il lungo giro nel capannone della
corderia, e anche qui le bobinatrici e i riavvol-
escono
Una matassa di corda spinosa “Jowa”
gitori mi restituiscono un'immagine di lavoro
quasi più familiare, e direi artigi
termine non fosse in evidente contrasto con la
lunga e rumorosa fila delle macchine cordatrici.
Il mio accompagnatore, un tecnico, toscano,
è persona esperta al massimo e gentilissima:
ma soprattutto così entusiasta di quanto mi
viene spiegando e illustrando, che un poco
mi contagia, e un poco m’intimidisce. Sicché
l’unica, per ricambiare, in qualche modo, quel-
l’offerta di zelo disinteressato, è cavar di tasca
il taccuino e prendere qualche appunto. Que-
sto mi permette, adesso, di poter dire con si-
curezza, e anche con un poco di orgoglio (ri
nale, se il
spunta il torrese) che nel decorso ‘aRno 1961
lo stabilimento ha prodotto 46.075 tonnellate
di derivati della vergella, ma di aggiungere
anche, subito dopo, che in conseguenza del
prossimo e notevole potenziamento degli im-
pianti, Torre dovrebbe, fra pochi anni, più
che raddoppiare la propria produzione in
questo campo.
Sono dati imponenti, d’accordo: e mi ser-
vono a far bella figura e a dimostrare alla mia
guida, se mai mi leggerà, che da quella visita
ho tratto profitto, che conosco abbastanza le
cifre della produzione e con una certa ap-
prossimazione il procedimento di lavoro. Ma
quelle cifre non sono tutto. O meglio, die-
tro le cifre ci sono gli uomini: i dirigenti
e, specialmente, gli operai: gli umili, ano-
nimi, sconosciuti uomini che manovrano si-
curi le macchine e che mi osservavano, al
passaggio per i capannoni, silenziosi e forse
curiosi.
Gente di Torre, di Boscotrecase, di Trecase:
gente nata, come me, ai piedi del Vesuvio:
e chissà che con qualcuno di loro non ci sia-
mo incontrati sui banchi di scuola, la scuola
elementare “Giuseppe Parini”, o al “premili-
tare”, e adesso magari neppure ci siamo rico-
nosciuti. Lo sapevano, ch'io non ero un per-
sonaggio importante in visita allo stabilimen-
to, ma semplicemente uno di loro? A volte
m'è parso, sostando in qualche padiglione, che
passasse come un lampo, nei loro occhi, 0 co-
me un cenno d’intesa, nei nostri sguardi. Non
lo so, forse è un’impressione che mi sono so
lo inventata. Avrei voluto avvicinarli, parlare
con loro, scambiare parole e saluti, insomma
“comunicare”: avrei voluto, magari, ritrovare
ricordi comuni, o in ogni caso dir loro que-
sto, più semplicemente: ch’ero venuto lì alla
vecchia “Ferriera” nutrito dei miei libreschi
riferimenti, come alla ricerca del mio mode-
sto “tempo perduto”, e che invece in quelle
poche ore di visita allo stabilimento avevo ap-
preso da loro un’altra e più alta lezione, quella
della realtà del lavoro.
All’uscita, l’aria aveva sempre quell’odore
aperto e azzurro di mare, il Vesuvio viola
sembrava un innocuo bestione accovacciato fra
i pini folti e i bianchi cubi delle case di Bosco
come Gulliver prigioniero nel paese di Lilliput:
ma alla mia infanzia, ai pomerigg
vera consumati qui, dietro un pallone, gridan-
di prima-
do e sudando, non pensavo più. Pensavo a
Torre e a questa realtà da cui uscivo: e per
quest'immagine di lavoro mi auguravo con
tutto il cuore, per la mia città, un futuro che
finalmente la tolga dal suo immeritato ruolo
o destino di cittadina decaduta.
Ferri romani
al museo
di Zuri O cirie rie
Ticino).
A Zurigo, lungo le sponde del Limmat, in una
ampia costruzione barocca, è ospitato il Landes-
museum, uno dei più ricchi e completi d'Europa.
Esso contiene un’ampia rassegna dell’arte di tutti
i tempi nei settori più disparati : dai codici mi-
miati ai trittici d'avorio, dalle statue lignee ro-
maniche ai mobili quattrocenteschi, dagli argenti
per usi sacri e profani ai cofanetti, dalle pitture
su legno fino alle tele del tardo seicento. Intere
sale sono state sapientemente sistemate in modo
da ricreare gli ambienti di vita di quella ricca
borghesia nordica così come siamo abituati a ve-
derla, ad esempio, nei quadri di scuola olandese.
Tutti i pezzi sono originali, dal pavimento al
soffitto, in modo da presentarsi come un vero am-
biente con le suppellettili, i mobili e i quadri. Il
museo ha anche una magnifica armeria con una
copiosa raccolta di armi e armature e una gran-
de esposizione di ceramiche e porcellane. Nei gran-
di saloni della pittura sono presenti opere di
scuola italiana, francese, tedesca, inglese e locale.
Tutti oggetti ed opere d’arte di cui metterebbe
conto di parlare diffusamente. Ma il nostro in-
teresse è andato per la Rivista particolarmente
ad antichissime cose di casa nostra: oggetti di
scavi risalenti alla civiltà romana ; oggetti in fer-
ro provenienti dalle tombe latine di vaste zone
del Canton Ticino. Tra il materiale copioso del-
la vasta raccolta archeologica ospitata al pian- Cintura a catena composta di anelli di ferro a forma di “otto”. La chiusura
terreno del museo, sono esposti i pezzi della no- è formata da un disco profilato e traforato. Cinture di questo tipo facevano
sasa gra sia probabilmente parte dell’equipaggiamento personale dei soldati romani,
stra grande civiltà del passato resi più fascinosi poiché costituiscono una delle caratteristiche delle tombe maschili ritro-
dalla patina di ruggine e dalle corrosioni lasciate vate a Giubiasco,
dal tempo. Ecco così cinture appartenute a qual-
che sconosciuto soldato romano, ecco elmi di guer-
ra, ecco i resti della lama di quella che un tempo
dovette essere la temibile spada di qualche cen-
turione.
10
in alto: elmo sferico di ferro con bordo ovale. La calotta dell’elmo forma una guarnizione spezzata
nella parte superiore e poggiante su un disco, Il bordo è stato rinforzato piegando la lamiera, Sulla su-
perficie esterna della calotta vi sono resti di tessuto: l’elmo era infatti ricoperto da una foderina pro-
tettiva (Molinazzo-Arbedo).
qui sopra: la spada di un soldato romano del I secolo avanti Cristo trovata a Giubiasco, in una tom-
ba cineraria. La lama è infilata per la maggior parte nella guaina su cui sono visibili i listelli trasver-
sali di rinforzo.
a sinistra: elmo di ferro trovato in un’altra tomba con l’intero equipaggiamento di un soldato, che com-
prendeva persino un tegame di bronzo. La calotta è a pareti quasi verticali, con un bordo di rinforzo
a coste che forma la visiera. Quest'ultima, munita di imbullonature di rinforzo. si allarga nella parte
posteriore e forma un'efficace protezione della nuca. La difesa del viso era affidata alle due piastre co-
priguancia in ferro profilato e ad un’asta mobile applicate alla visiera. Nell’interno dell’elmo vi sono
ancora le tracce dell’imbottitura.
II
a sinistra: suppellettile per toilette trovata in una tomba, forse di donna, ad Arbedo-Cerinasca. L'a-
nello di ferro tiene uniti una pinzetta depilatoria. un cucchiaino netta-orecchie, un sonaglietto e una
fibbia: un piccolo nécessaire di duemila anni fa.
a destra: borchia di scudo composta da una piastra di ferro rotonda con sei imbullonature a forma di
disco e borchia conica centrale. All’interno. nell’incavo creato da quest'ultima, è l'impugnatura, con
l'alloggiamento per la mano del legionario (Giubiasco).
er
sc
in basso: questo è l'elmo del soldato cui apparteneva la spada riprodotta nell’altra pagina. È composto
da una calotta di Jamiera di ferro in due parti tenute insieme da un anello profilato. Una cresta di ferro
massiccio, pure profilato, provvista di cinque piccole aste ornamentali, costituisce il “pettine” dell’elmo.
12
Un’ attività sociale Italsider
Una libera
comunità
di bambini
E entrato quest'anno in attività il “soggiorno
montano” Italsider di San Sicario, in Val di
Susa.
Un gruppo di bimbi, figli del personale della
società, vi ha trascorso liete vacanze, assistito
e guidato secondo moderni criteri di educazione
che tendono a trasformare la vecchia “colonia”
in qualcosa di nuovo, in una ‘comunità attiva”
in cui i piccoli ospiti imparano a sentirsi mem-
bri di una collettività.
Abbiamo chiesto ad una pedagogista, la dot-
toressa Mariella Loriga, che collabora con le
Relazioni con il Personale dell’Italsider, di il-
lustrare sulla Rivista i criteri innovatori cui si
ispira la società in questo settore, e di traccia-
re un bilancio del primo anno di attività del
“soggiorno” di San Sicario.
« Fra le attività scelte dai bambini, alcune
mie compagne hanno scelto i burattini; felici
anche di dare lo spettacolo. I giorni passava-
no in fretta, e noi ci occupammo di prepara-
re gli inviti per darli al gruppo blu, al perso-
nale e alla direzione. Un altro gruppo si oc-
cupò di addobbare la sala, con felci, edera e
agrifoglio, un altro ancora di preparare lo sce-
nario, e l’ultimo di disporre le sedie nella sala,
Arrivammo alla grande serata dei burattini,
le bambine erano un po’ commosse dietro il
castelletto, prima dello spettacolo furono ser-
viti il gelato e i biscotti; dopo gustate queste
ghiottonerie le luci della sala si spensero, e
restò una piccola luce che illuminava lo scena-
rio. A un certo punto i burattini si presentaro-
no, poi iniziò la storia: apparve un principe ».
È l’inizio di una delle tante relazioni in cui
i bambini descrivono gli episodi della vita in
colonia che più li hanno toccati. Dalla loro
lettura viene fuori, in modo chiaro, l’immagi-
ne di un mondo felice; attraverso tanta spon-
taneità e freschezza descrittiva, traspare il fer-
vore di un’esperienza eccezionale; noi li ve-
diamo coi nostri occhi, questi bambini indaf-
farati chi a cucire vesti per i burattini, chi a
stampare e distribuire inviti, chi ad addobbare
la sala, a curare ogni particolare...
Le narrazioni di questo genere sono nume-
rose: eccone un’altra, scelta a caso:
« Cari genitori, vi scrivo per raccontarvi
della bellissima festa cui tutti noi, ieri sera,
abbiamo preso parte per Ferragosto. Che bel-
la festa, che bella serata passammo! Finito il
pranzo, incolonnati in fila indiana, uscimmo
dalla colonia. Nella parte retra della colonia,
appoggiati a fili tesi, stavano una infinità di
lampioncini colorati. I lampioncini erano ap-
pesi ad altrettante canne. Ognuno di noi ebbe
un lampioncino ed incolonnati partimmo per
un breve giro. Intonando alcuni canti popo-
lari adatti alla festa, girammo intorno al va-
sto prato avanti alla colonia. Che spettacolo
meraviglioso!
Nell’oscurità sembrava che i lampioncini
ballassero una danza disuguale accompagnata
dalla voce dei canti dei ragazzi.
I lampioncini sfilavano e continuavano ad au-
mentare, dai più piccoli ai più grandi tutti i
ragazzi sfilavano.
Tutti con voce allegra cantammo e per quel
momento la nostalgia di ritornare a casa era
dimenticata. Tutti come me erano felici... ».
Non è un caso che ci sia venuto spontaneo
cominciare questo breve racconto sull’attività
delle colonie gestite dall’Italsider proprio par-
tendo dai risultati; quei risultati che sono stati
la conferma che l’iniziativa presa quest'anno
dalla società aveva raggiunto i suoi scopi.
Ma come era nata questa iniziativa, e in che
cosa consisteva?
Fino alla scorsa estate, tutti i figli di dipen-
denti che andavano al mare o in montagna
per un soggiorno estivo, erano accolti in co-
lonie gestite da terzi per conto della società.
Da qualche anno tuttavia si era cominciato a
pensare alla possibilità di gestire direttamente
colonie di proprietà della società stessa: ed
era nata così l’idea del soggiorno montano di
San Sicario.
Per attuarla, si cominciò con l’indire, attra-
verso la Rivista aziendale, un referendum fra
tutto il personale, per conoscere le preferenze
in fatto di soggiorno estivo dei figli (mare,
montagna, altitudine ecc.). In base ai risultati
del referendum, si decise di localizzare il sog-
giorno in montagna, ad un’altitudine di 1600
metri. La scelta cadde su un bellissimo ter-
reno tra Cesana Torinese e Sestrière, in Val di
Susa, un terreno assolato e riparato dai venti
in una conca circondata da alte montagne;
quindi, attraverso un concorso nazionale, e
seguendo una precisa impostazione pedago-
gica consigliata dal prof. Aldo Visalberghi, fu
affidato l’incarico di costruire la nuova colonia
all’architetto Renato Severino. L’architetto
seppe trovare il modo di inserire una costru-
zione del tutto inusitata, tutta in ferro e vetro,
nell'ambiente montano, una costruzione che
rispettava le esigenze di ordine pedagogico e
costituiva nello stesso tempo un fatto nuovo,
una rottura coi soliti modelli di casa di mon-
tagna in pietra e legno (e nel caso in specie,
un preciso riferimento all’Italsider). Il risul-
tato? Un unico grande edificio, dove però i
bambini sono raggruppati in otto nuclei auto-
14
qui a fianco: il giuoco collettivo è una delle attività
fondamentali svolte nei soggiorni montani dell’Italsider,
ed aiuta a creare nei bambini il senso dei rapporti sociali.
Giocando al “campo indiano”, ad esempio, i ragazzi si
accostano al significato della collettività formata dalla
tribù.
nella pagina a fianco in alto: dopo il giuoco, gli “india-
ni” si trasformano in disegnatori e registrano la cronaca
della loro avventura.
qui sotto: l’edificio del soggiorno montano Italsider di
San Sicario, in Val di Susa (architetto Renato Severino).
È una costruzione in acciaio e vetro realizzata tenendo
conto delle moderne esigenze pedagogiche, Esso costi-
tuisce, allo stesso tempo, un fatto nuovo, una rottura
con i soliti modelli di casa di montagna in pietra e legno.
nella pagina a fianco in basso: la rappresentazione del
soggiorno montano nel disegno di uno dei piccoli ospiti.
“
16
I bimbi si cimentano
nella pittura dal vero.
I paesaggi abbelliran»
no il locale del “grup-
po” di cui fa parte
il pittore. Due volte
al mese si allestisce
una mostra.
nomi, originalissimo nella sua struttura tutta
a vetrate, per cui da ogni punto di esso ci si
sente circondati dalle montagne e dal verde
dei prati e degli abeti; intorno, un ampio ter-
reno di giuochi articolato in modo vario e fan-
tasioso, tenendo presente che al bambino bi-
sogna piuttosto offrire delle possibilità, dei
suggerimenti e non un campo-giuochi già tutto
organizzato ove svolgere meccanicamente al-
cune attività.
L’ambiente interno del soggiorno montano
di San Sicario corrisponde alle esigenze di una
comunità di 256 bambini, suddivisi in sedici
gruppi di sedici bambini ognuno, e di un ade-
guato numero di monitori e monitrici (così ven-
gono chiamati i giovani scelti con particolare
cura per seguire e indirizzare la vita dei pic-
coli ospiti), di inservienti, cuochi, dispensieri,
infermiere, oltre naturalmente al personale di-
rettivo e al medico... Una piccola città model-
lo, come si vede. Ogni due gruppi di bambini
usufruiscono di un soggiorno comune, men-
tre alcune sale più grandi, come la biblioteca
o gli ateliers per le diverse attività, vengono
frequentate da tutti i bambini, a turno secon-
do il caso. Una grande palestra può accogliere
tutti i bambini riuniti insieme in particolari
occasioni.
Mentre si organizzava il soggiorno montano
di San Sicario, e si parlava a lungo di me-
todi nuovi e di educazione attiva, si comin-
ciò a pensare se non fosse possibile attuare gli
stessi metodi educativi in qualche altra colo-
I bimbi gestiscono i “servizi
sociali” della comunità. Nel.
la foto: la banca in cui de-
positano il denaro portato da
casa, ottenendo in cambio
degli assegni utilizzabili per
gli acquisti allo spaccio, altro
servizio dato loro in gestione.
nia, sia pure in affitto, nell’attesa di averne
altre di proprietà. A_ Piazzatorre, nell’alta Val
Brembana, si trovò per fortuna un edificio
della Gioventù Italiana, vecchio ma simpati-
cissimo e chiaramente suscettibile di modifiche
che ne migliorassero l’insieme. L'edificio è
una grossa costruzione all’estremità del paese,
dominante tutta la vallata, circondato da un
ampio prato e confinante con un bosco di
abeti. L’idea di trasformare qualcosa di vec-
chio secondo nuove esigenze è sempre affa-
scinante, anche se estenuante... Ecco dunque
che in pochissimi mesi nasceva un’altra colo-
nia, meno bella, meno vistosa, meno elegante
e funzionale di quella per ora rarissima di San
Sicario, ma dove i bambini potevano trovare
la stessa atmosfera di affetto e comprensione,
analoghi metodi educativi, personale preparato
secondo uguali criteri. Uno stesso clima, in-
somma.
Ma eccoci dunque giunti al punto centrale:
cosa è, in che cosa consiste la novità di queste
colonie, perché esse hanno suscitato tanto in-
teresse? Qual’è questo stesso clima?
Per rispondere a questi interrogativi, do-
vremo innanzi tutto fare il classico passo in-
dietro, e ricordarci cosa erano (e cosa sono
ancora purtroppo assai spesso!) le colonie.
Enormi caseggiati che contengono 600-700
bambini, raggruppati in immensi refettori e in
camerate di almeno trenta letti; bambini che,
forse, vengono ben nutriti e godono di un
certo beneficio per il cambiamento d’aria, ma
il loro nutrimento è solo fisico, il loro spirito
non viene stimolato e sostenuto per certi
sforzi e per certe mète. Essi mangiano, gioca-
no — in modo spesso disordinato e caotico —
si riuniscono per cantare, nei casi fortunati ve-
dono ogni tanto un film o la televisione: tutte
forme di divertimento “passivo” che segue lo
schema più facile... E che non hanno nulla a
che fare con una vera attività educativa.
Quando parliamo dunque di novità, ci rife-
riamo in effetti al fatto che, nonostante alcu-
ne vistose apparenze, sono ancora rare le co-
lonie veramente impiantate sui metodi dell’edu-
cazione attiva; di conseguenza, abbiamo anche
la speranza che il nostro costituisca un valido
esempio.
L’attivismo del bambino (e qui il discorso
potrebbe diventare molto lungo, riallacciandosi
a un altro di capitale importanza, sulla liber-
tà infantile) si presta purtroppo a molti ma-
lintesi. Diremmo quasi che oggi è un luogo
comune, per tutti coloro che svolgono com-
piti educativi, parlare di attività libere, di
libertà di espressione... Ma molto spesso, se
appena guardiamo dietro le belle apparenze
di classi e gruppi organizzati secondo sistemi
diversi dai tradizionali, di giuochi e di lavori
liberi e spontanei, ci accorgiamo che questo
rinnovamento è solo formale, non tocca (0
forse soltanto sfiora) la sostanza dell’educa-
zione di vecchio tipo.
Avviare il bambino all’attivismo significa
dargli la possibilità di esprimere liberamente
Costruzione di una “baita”
in legno. Diverrà mèta
delle gite del “gruppo” co-
struttore. Un altro gruppo
redige un giornale quoti-
diano registrato su nastro;
un altro ancora gestisce
l’ufficio postale.
x |
A
>
Fabbricazione di oggetti
vari, giocattoli e perso-
naggi di fantasia. Ogni
“gruppo” organizza uno
spettacolo. I ragazzi ge-
stiscono anche la biblio-
teca, dove possono avere
libri in prestito.
se stesso, i suoi contenuti (e spesso i suoi
problemi) più profondi, stimolando in lui
una situazione emotiva particolare, in cui si
senta del tutto a suo agio. In una collettività
come è una colonia, l’educazione attiva deve
mirare inoltre a che il particolare sviluppo di
ognuno si inserisca in quello generale, creando
le premesse per una vita comune. È quindi
evidente il vantaggio sociale, oltre che perso-
nale, di questo tipo di educazione, che su-
perando le forme individualistiche porta il
bambino a diventare un membro cosciente
della comunità.
I mezzi di cui ci si vale a questo scopo sono
molteplici; ma, lo ripetiamo, senza un suo spi-
rito animatore il loro uso rimane esteriore,
formale. Quello che conta è puntare sul fatto
che il bambino sia un soggez/o attivo e non un
oggetto passivo del processo educativo. Per otte-
nere ciò, bisogna naturalmente poter disporre di
ottimi educatori; e il metodo andrebbe evi-
dentemente chiarito e attuato soprattutto nella
vita scolastica, di cui quella in colonia dovreb-
be essere un complemento.
C'è un’obiezione infatti che si può fare (e
che ci viene spesso fatta): come si troverà poi
il bambino tornando a scuola? A parte il fatto
che anche nelle scuole elementari va poco a
poco infiltrandosi uno spirito nuovo (appog-
giato anche dalla riforma di qualche anno fa),
sarebbe assurdo precludersi la strada giusta
per mancanza di continuità; bisogna piutto-
sto credere e sperare che il bambino trarrà
dall’esperienza di vita in colonia un arricchi-
mento del suo sviluppo psicologico e umano,
che resterà comunque in lui (e questo vale so-
prattutto per i bambini che hanno l’opportu-
nità di passare in colonia molte estati).
Naturalmente questi risultati si possono rag-
giungere solo in un ambiente favorevole, un
ambiente in cui si sia dimenticato il vecchio
concetto di “massa” e ogni bambino non sia
più un numero ma una individualità. Quindi
le colonie devono ospitare non troppi bambi-
ni, divisi in piccoli gruppi (dai dodici ai se-
dici) che si riuniscono poi per mangiare o per
altre attività a due o quattro insieme, forman-
do un grande gruppo. Pochi saloni, niente
megafoni o fischietti... Il ridotto numero dei
bambini, cui si contrappone un adeguato
numero di ‘“monitori”’, crea tante piccole uni-
tà familiari in cui ognuno è personalmente as-
sistito nelle sue necessità, seguito e compreso
nei suoi problemi, aiutato a risolverli. In que-
sta colonia-famiglia, si vive come in una ca-
sa; ogni giornata dei bambini è viva, lieta, pie-
na di sorprese e di stimolanti scoperte: pas-
seggiate nel bosco alla ricerca di animaletti,
di funghi, di foglie e di fiori da studiare e da
catalogare con l’aiuto dei monitori; costruzio-
ni all’aperto di villaggi in miniatura o di gros-
se baite che possano ospitare un intero gruppo
(con quanta emozione si è lasciata la “baita” di
San Sicario, chiedendosi se resisterà alle nevi!);
ascolto di belle musiche classiche o moderne,
di canti popolari da imparare e danzare in-
17
sieme sul prato; giuochi collettivi che misura-
no un giusto spirito competitivo; lavori ma-
nuali anche impegnativi, in legno, in metallo,
che dànno fiducia al bambino insegnandogli
la padronanza di tecniche costruttive e orga-
nizzative; e i “servizi sociali”, la posta, il ser-
vizio di tavola, alcune pulizie con cui si im-
parano le cure-e il rispetto dei beni comuni;
e la tipografia, dove i disattenti hanno una
possibilità immediata di controllo dell’errore;
e infine tutte le attività espressive, il disegno,
il collage, la creta, la fabbricazione (oltre che
l’uso) dei burattini, attività che vanno sot-
tolineate non per il loro intrinseco valore ar-
tistico ma per il processo di sviluppo psicolo-
gico cui esse, se ben guidate, corrispondono.
L’importanza e l’utilità di tante diverse
forme di attività non sarebbero chiare se non
spiegassimo che si tratta sempre di attività
opzionali: che il bambino cioè sceglie libera-
mente. Egli non è costretto a partecipare a
tutte le attività, ma solo a quelle che preferi-
sce, che maggiormente lo divertono, lo interes-
sano e lo aiutano ad estrinsecarsi e chiarirsi.
Alla sera si è davvero stanchi di tante emo-
zioni. Un giuoco collettivo (del grande gruppo)
chiude la giornata; e il saluto che il monitore
o la monitrice dà ad ogni bambino, letto
per letto, fa superare la tristezza di un mo-
mento in cui il nostalgico pensiero della fa-
miglia è inevitabile. Domani... quali nuove
cose sperimenteremo domani? È su questo
magico interrogativo che scende il sonno.
18
re SRI
I
!
I «paladini alla tavola rotonda”: un particolare dell’allestimen-
to del padiglione Italsider alla Mostra Internazionale di Parma.
Le armature dei paladini sono ritagliate in fogli di latta lito-
grafata per l’industria conserviera,
Nel 1961 l’Italsider ha prodotto 89.382 tonnellate di banda
stagnata (oltre il 50%, del gettito nazionale) di cui 62.195
tonnellate di latta elettrolitica (80%, della produzione nazionale).
L’Italsider a Parma
Una tavola
rotonda
coi paladini
di latta
Una moderna visione della leggendaria
“tavola rotonda” e dei suoi paladini ha co-
stituito una delle attrazioni principali dei vi-
sitatori alla XVII Mostra Internazionale delle
Conserve e degli Imballaggi che si è svolta
a Parma dal 20 al 30 settembre scorso.
I paladini sedevano attorno ad una tavola
imbandita con vasellame e -posate ottenuti
ritagliando fogli di banda stagnata. Anche
le armature dei cavalieri erano di latta: fo-
gli di latta destinati all’industria conserviera,
recanti pacifiche scritte a vivacissimi colori,
come “estratto di pomidoro”, ‘sardine’,
“olio d’oliva”. Ad accentuare il senso “gio-
coso” espresso dalla composizione (un senso
che la latta ci dà sempre e che è certamente
collegato al ricordo dei giocattoli della nostra
infanzia), la “tavola rotonda” era animata da
un movimento rotatorio che la trasformava in
una giostra con l’indispensabile accompagna-
mento di una musica d’organetto. A questa
vivace immagine faceva da contrappunto,
lungo le pareti del padiglione, una rigorosa
composizione grafica in bianco e nero nella
quale erano espressi i principali dati di pro-
duzione dell’Italsider, i suoi programmi di
espansione e tutti gli elementi atti a dare una
rapida informazione visiva del contributo che
la nostra società dà allo sviluppo del partico-
lare settore in cui la Mostra di Parma è spe-
cializzata: quello della latta, ad immersione
ed elettrolitica. Ma non è stato questo il solo
motivo che ha contrassegnato la presenza del-
l’Italsider alla rassegna parmense. La società
ha partecipato alla III Giornata del documen-
tario tecnico con il “Pianeta . Acciaio”, otte-
nendo il primo premio asséluto, e ha orga-
nizzato un convegno sull’impiego della banda
stagnata elettrolitica, in cui sono stati affron-
tati i complessi problemi inerenti l’ utilizza-
zione di questo prodotto, tipico dell’industria
moderna.
L’Italsider ha poi dato vita ad un’altra ori-
ginale manifestazione: un “pranzo in scatola”
offerto a duecento buongustai, giornalisti,
autorità e tecnici dell'imballaggio e delle con-
serve. Un meeting di clienti, organizzato dal-
la Direzione Vendite in collaborazione con le
Pubbliche Relazioni, e la presentazione della
“Film-relazione Italsider 1961” (di cui par-
liamo in altra parte della Rivista), hanno
completato le manifestazioni dell’Italsider a
Parma.
Uno scorcio della * tavola
al centro del
veduta del padiglio-
ne rea > dall’arch. M
Loi in collabor
pittori
Umberto
posizione al centro ruotava
L'illusione del-
era accentuata da
Il
per la sua originale
imposto al.
l’attenzione dei visitatori.
E
gin
w
jd
Taranto
800 km. di tubi
Il tubificio di Taranto ha un anno di vita. La prima
unità produttiva del grande centro siderurgico dell’Italsider,
in costruzione sul litorale jonico, ha festeggiato il suo pri-
mo anniversario il 15 ottobre scorso.
Il bilancio dei primi dodici mesi di lavoro del tubific
sorto in mezzo agli ulivi della campagna tarentina, cinque
chilometri a nord della città, può essere riassunto in poche
cifre.
Tra il 15 ottobre 1961 e il 15 ottobre 1962 sono stati
prodotti tubi di grande diametro, saldati longitudinalmente,
per oltre 183.000 tonnellate (800 chilometri messi in fila),
di cui 159.000 tonnellate, pari a ; 5 tubi, sono
imbarcate nel porto di Taranto su 131 navi di otto diverse
bandiere.
Per il trasferimento del prodotto finito dal tubificio al
orto di Taranto sono stati impiegati 1.0I1T convogli con
7.484 carri ferroviari. Altri 4.772 carri sono stati nec
sari per trasportare le 190.000 tonnellate di lamiere e di
altro materiale necessario all’alimentazione del tubificio, in
arrivo a Taranto via mare o proveniente da altri centri
produttivi. Questo intenso traffico di merci ha reso nece
sario il potenziamento delle attrezzature ferroviarie della
zona. L’amministrazione delle Ferrovie, nel quadro di un
vasto programma già elaborato, ha provveduto a dotare la
stazione di Taranto di quasi quattro chilometri e mezzo
di nuovi binari. Questa nuova rete, allacciata ai binari
delle linee per Brindisi, Bari e Metaponto, e destinata a
smaltire il traffico del centro siderurgico, ha tra l’altro
avuto benèfici riflessi anche sui servizi di treni pa î
consentendo un maggior volume del traffico viaggiatori.
Lo stabilimento di Taranto occupa attualmente 800
persone (nel 1965, a impianto completato, saranno 5.000).
Nel corso del primo anno di attività, la prestazione media
giornaliera è stata di 377 unità, per 903.685 ore lavorative.
Il tubificio ha già acquisito commesse che lo impegnano,
sino ad oltre il 1963, a produrre gli enormi tubi per con-
dutture di oleodotti e metanodotti destinati principalmente
ai mercati dell’ America latina, dell'Europa orientale e
dell’ Africa. Un’attività intensa e vigorosa, dunque, ha ca-
ratterizzato il primo anno di vita del centro Italsider di
Taranto, attività non limitata al puro fatto tecnico ma
che si è estesa al campo sociale e culturale con tutta una
serie di iniziative inquadrate nei programmi che l’Italsider
svolge in questo settore negli altri suoi stabilimenti di ogni
rte d’Italia.
Dell’interesse per quanto l’Italsider sta realizzando a
Taranto è d’altronde un sintomo anche il numero di vi.
tatori al tubificio in questo primo anno : oltre 2.000, tra
italiani e stranieri.
La presenza di questo centro produttivo dell’Italsic
ha costituito un primo elemento di spinta verso quello
luppo industriale economico e sociale della zona e, in s
i o, del Mezzogiorno, che V IRI e la Finsider
nte in tutta la sua importanza quando decise-
Mano a mano che il grande complesso produttivo cr
secondo il ritmo stabilito dai programmi predisposti con la
Cosider, ttista e costruttrice dell'impianto, si allar-
gherà sempre più questo influsso vivificatore. È in questa
certezza che i tarentini, e non soltanto essi, guardano oggi
con fiducia all’avvenire.
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in alto: la copertina del libro di Marinetti «Zang-Tumb-Tumb”, stampato a Milano nel 1914,
In basso: una foto storica: Marinetti, al centro, tra i pittori futuristi Russolo, Carrà, Boc-
cioni e Severini, al tempo delle “serate futuriste” (1910-1911). Lo slogan più significativo
dei futuristi di quel tempo sosteneva, come è noto, che una macchina da corsa era più bella
della “Vittoria di Samotracia”,
a rivolta
uturista
Salutato da urla, fischi e lanci di pomodori
fradici e uova marce, incendiario, insofferente,
ribelle, sovvertitore di ogni ordine costituito, na-
sceva, più di cinquant'anni fa, il futurismo.
Esso esaltava il pericolo, l’audacia, le macchine,
la velocità e prendeva il volo sui primi cara-
collanti aeroplani.
Ad oltre mezzo secolo di distanza, il futu-
rismo, che voleva essere un modo, un costume
di vita, ci appare come una delle avanguardie
fondamentali nello sviluppo artistico contempo-
raneo. Ce ne parla Marco Valsecchi.
Il primo “manifesto” che segna la nascita
del Futurismo porta la data del 20 febbraio
1909, e venne pubblicato da Marinetti a Pa-
rigi, sulle colonne del quotidiano “Le Figaro”.
I “manifesti” erano, in pratica, dichiarazioni
programmatiche, affermazioni teoriche, e va-
levano come documenti di riferimento per al-
cuni artisti che intendevano, per loro tramite,
far sapere la loro linea di condotta o meglio
le loro intenzioni di lavoro. Ed è chiaro che
portassero in sé elementi di protesta, di ribel-
lione alle condizioni circostanti della cultura,
oltre che dichiarazioni categoriche, in forma
di decalogo, sui propri nuovi princìpi. Il si-
stema non era nuovo; fu in grande uso infatti
presso i politici, i rivoluzionari; nuovissimo
era invece nel campo delle arti e mai si era
dato, prima di allora, che un movimento arti-
stico iniziasse su così precise basi programma-
tiche. Gli stessi movimenti artistici francesi,
che pur riformarono profondamente sia i mez-
zi espressivi che i moventi creativi degli arti-
sti, avevano iniziato senza quelle dichiarazioni,
per germinazione più empirica, per effetto di
un’evoluzione creativa di un singolo o di po-
chi artisti; e se alcuni di questi movimenti al-
l’inizio del secolo furono chiamati Cubismo
oppure dei Fauves, già dissi che, allo stesso
modo degli Impressionisti, essi assunsero a
simbolo distintivo una definizione negativa, e
spesso deridente, degli avversari. Le teorie dei
Cubisti, dei Fauves, e così degli Impressioni-
sti, non si trovano in un “manifesto” teorico,
bensì già vive e realizzate nelle opere degli
artisti.
Dopo la pubblicazione del primo ‘manife-
sto” futurista di Marinetti a Parigi, queste di-
chiarazioni divennero un sistema e ormai nes-
sun altro gruppo o movimento artistico sa-
rebbe nato senza l’iniziale dichiarazione pro-
grammatica. In quel “manifesto” marinettia-
no, frammezzo a molte sonorità verbali e re-
toriche, cogliamo alcune affermazioni teoriche
relative a una poetica che vuole tener conto
delle nuove scoperte della vita moderna, cioè
la macchina e la velocità, e dei nuovi rappor-
ti che si sono stabiliti e man mano vanno
trasformandosi tra gli uomini, anche per ef-
fetto del progresso scientifico e meccanico.
Un breve estratto di quelle dichiarazioni ci ri-
velerà subito il senso e l’indirizzo di quella
nuova azione artistica.
« Noi vogliamo cantare l’amor del peri-
colo, l'abitudine all’energia e alla temerità. Il
coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno ele-
menti essenziali della nostra poesia. La lette-
ratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa,
l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il
movimento aggressivo, l’insonnia febbrile...
Noi affermiamo che la magnificenza del mon-
do si è arricchita di una bellezza muova: la bel-
lezza della velocità. Un automobile da corsa
col suo cofano adorno di grossi tubi simili a
serpenti dall’alito esplosivo, un automobile
ruggente, che sembra correre sulla mitraglia,
è più bello della “Vittoria di Samotracia”. Noi
canteremo le grandi folle agitate dal lavoro,
dal piacere o dalla sommossa: canteremo le
marce multicolori e polifoniche delle rivolu-
Un quadro di Gino Severini eseguito nel 1912 ed oggi al Museo d'Arte Moderna di New York. Gino Severini fece parte
del gruppo di pittori italiani che, accogliendo ad un anno di distanza l’invito di Marinetti, bandirono da Milano un
“manifesto dei pittori futuristi”, Di Severini era la copertina del primo numero (dicembre 1960) della Rivista Italsider.
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zioni nelle capitali moderne; canteremo il vi-
brante fervore notturno degli arsenali e dei
cantieri incendiati da violente lune elettriche;
le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fu-
mano; le officine appese alle nuvole pei con-
torti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti
giganti che cavalcano i fiumi, balenanti al so-
le con un luccichio di coltelli; i piroscafi av-
venturosi che fiutano l’orizzonte, le locomoti-
ve dall’ampio petto, che scalpitano sulle ro-
taie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati
di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani,
la cui elica garrisce al vento come una ban-
diera e sembra applaudire come una folla en-
tusiasta... ». È evidente in queste parole una
visione da superuomo niciano, un ritmo ver-
bale rotondo e sonoro, dannunziano; ma si
scorge anche una sincera volontà di aderire
alle nuove condizioni della vita.
L’invito marinettiano venne raccolto giusto
un anno dopo da un gruppo di pittori italia-
ni, i quali bandirono da Milano un “manife-
sto dei pittori futuristi”. Esso venne lanciato
pubblicamente la sera dell’ 8 marzo 1910 dalla
ribalta del Politeama Chiarella di Torino, fra
i clamori e le proteste del pubblico presente
in sala. Le cronache di allora e soprattutto le
testimonianze dei personaggi che vi apparvero
come interpreti, riferiscono che quella non fu
una pacifica riunione culturale, ma un’aggres-
sione, un tumulto. Dal palcoscenico scende-
vano proposte audaci di riforma; dalla platea
si rispondeva con fischi, urla e anche lancio
di ortaggi. Nacquero in tal modo le provoca-
torie “serate futuriste”’, che si svolsero a Mi-
lano, a Roma, a Firenze, a Venezia con furori
crescenti.
Questo primo “manifesto” dei pittori reca
la data dell’ 11 febbraio 1910 con le firme di
Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo,
Gino Severini, Giacomo Balla. I punti pro-
grammatici ricordano il “manifesto” parigino:
« Distruggere il culto del passato, l’ossessione
dell’antico, il pedantismo e il formalismo ac-
cademico. Disprezzare profondamente ogni
forma di imitazione. Esaltare ogni forma di
originalità, anche se temeraria, anche se vio-
lentissima... Rendere e magnificare la vita
odierna, incessantemente e tumultuosamente ».
A queste dichiarazioni d’ordine generale,
seguirono altri due ‘manifesti?’ con proposte
d’ordine tecnico e quindi con un impegno cri-
tico più preciso: il manifesto tecnico della
pittura futurista dell’ 11 aprile 1910, e due an-
ni dopo il manifesto tecnico della scultura futu-
rista. In queste ultime pagine il Futurismo
italiano raggiunge la maturità e la chiarezza
critica delle sue idee. Quattro documenti,
quattro esplosioni per l’insonnolito ambiente
italiano. E come succede sempre negli sfoghi
violenti e di accesa polemica, le più acute in-
tuizioni si mescolano a concetti fumosi, a ma-
cerie verbali. Hanno il grande merito tuttavia
di scuotere la cultura italiana del regno um-
bertino e soprattutto di allinearsi al moto di
rinnovamento artistico europeo. Nel giro di
pochi mesi aderiscono al Futurismo letterati
come Aldo Palazzeschi e Giovanni Papini e
il gruppo degli artisti si allarga con l’adesione
di Ardengo Soffici, Ottone Rosai e Mario
Sironi.
Per il succedersi e lo sviluppo di questi av-
venimenti è giusto riconoscere lo stimolo ve-
nuto agli italiani dall’esempio dei giovani ar-
tisti francesi, soprattutto dei cubisti: cioè Bra-
que, Picasso, Juan Gris e Léger. Inoltre Se-
verini si era da alcuni anni trasferito a Parigi
e manteneva i contatti tra il gruppo cubista
francese e il gruppo futurista di Milano. Gli
altri firmatari del “manifesto” erano stati in
epoca diversa a Parigi: Balla sui primissimi
anni del secolo, Boccioni vi trascorse qualche
* stagione fra il 1902 e il 1903 e durante un suo
viaggio a Pietroburgo nel 1904, ospite di una
famiglia russa conosciuta a Parigi, fece sosta
a Berlino, dov'erano in corso le esperienze
Secessioniste che sarebbero sfociate nell’atti-
vità dei pittori espressionisti del gruppo Die
Briicke (Il Ponte), anch'essi in polemica con-
tro le posizioni artistiche dell’ultima genera-
zione ottocentesca. Ma una volta ammesse e
riconosciute queste sollecitazioni, è giocoforza
riconoscere che il Futurismo fu una tipica ma-
nifestazione italiana; fu anzi la soluzione ita-
liana dei problemi figurativi sorti nell’arte euro-
pea. Non si possono disconoscere i contatti
che essi mantengono con i pittori cubisti: per
fare un solo esempio, La Galleria di Milano di
Carrà, del 1912, è affine alle opere di Picasso
e di Braque di quell’epoca. Ma gli artisti ita-
liani, durante alcune polemiche discussioni av-
venute durante l’esposizione futurista a Pa-
rigi nel 1912, rimproverano alle scomposizio-
ni dei colleghi francesi un certo ermetismo e
un distacco intellettuale dalla vita; mentre essi,
i futuristi, sentono al contrario tutta l’ansia di
immergersi nel complesso divenire della vita
meccanica. E si deve aggiungere che a loro
volta i cubisti non rimasero passivi dinanzi a
certi risultati futuristi.
Per comprendere meglio questi eventi sarà
bene dare uno sguardo a qualche fatto imme-
diatamente precedente. Anche da noi, come in
Francia, ma con un carico di moralismi sociali
o idealistici assai più greve di simboli, il Di-
visionismo si impuntava sull’assillo della luce
come elemento fondamentale della creazione
pittorica. In Francia il Divisionismo conser-
vava ancora un intimo vigore poetico, specie
dalla parte di Seurat, ereditato dal forte lirismo
impressionista. Per di più nella pittura di Seu-
rat la ricerca della luce non si disperdeva nel
pulviscolo luminoso che si trova, per esempio,
nel belga Van Rysselberghe; si disponeva an-
zi a concludere la composizione delle singole
figure e di tutto l'insieme in precisi profili
geometrici, quasi di cristalli sfavillanti. Nel Di-
visionismo italiano la ricerca della luce, in
conseguenza di quel gravare di motivi sociali
e umanitaristici, avveniva nell’estrema avari-
zia di un’operazione empirica e, salvo pochi
esempi di maggior libertà espressiva, tendeva
a servire una pittura di più stretta imitazione
naturalistica.
Tutti i pittori futuristi derivano, in modi
più o meno diretti, dal Divisionismo; Balla si
riattacca, più profittevolmente, all’esempio
francese, dove il colore serba almeno un’in-
dipendenza cromatica, che permette una pit-
tura più liricamente inventiva. E tutti insieme,
nella pratica divisionistica, fra quegli sfarfal-
lamenti di pennellate a punti e a virgole, rie-
scono a intuire la fondamentale espressività
implicita nel colore, nel senso stesso avvertito,
con più larga disposizione, dai Fauves, i quali,
oltretutto, derivavano da Van Gogh. Severini
in particolare, e Boccioni, raggiungono in que-
sta applicazione divisionistica effetti notevoli: le
primavere di Montmartre, per Severini, le pe-
riferie industriali e fumose di Milano, per Boc-
cioni, che si possono considerare come prepa-
ratorie della serie intitolata La città cresce, ese-
guita da Boccioni fra il 1911 e il 1912. In que-
sta serie di opere dedicate al fervore di una
città moderna Boccioni rompe presto con la
preoccupazione di descrivere un paesaggio ©
un effetto di luce, spinto invece dall’urgenza
più diretta e riflessiva di comunicare uno stato
d’animo esaltante, affidandosi appunto alla
suggestività del colore o alla particolare com-
posizione dinamica del dipinto. Appare cioè
in questi dipinti una trasfigurazione del mon-
do reale nell’atto di identificarsi con l’emozio-
ne dominante sorta nell’animo dell’artista. Per
cui il dipinto non è più un’imitazione del rea-
le, ma una visione mediata, passata al filtro
dell’emotività dell’artista. Ed è proprio su que-
sta esperienza che si fonda la prima formula
futurista: «I colori e le forme devono espri-
mere in sé, senza ricorrere alla rappresenta-
zione oggettiva, e devono creare nel pittore
degli stati di forma e degli stati di colore ». È
proprio la formula che sorreggerà la creazio-
ne del famoso trittico boccioniano degli Stati
d'animo, ora al Museo d’Arte Moderna di
New York, anche se dobbiamo osservare che
esso si nutre ancora di un fondamento di sim-
bolistica letteraria.
Nel Se/eiatore del 1909 l’espressività del co-
lore cede all’espressività della forma, alla ne-
cessità del ritmo. Il procedimento pittorico at-
tuato da Boccioni è a colpi, a punti di colore,
molto radi e veloci tuttavia con quel senso di
vortice che riescono a suggerire sulla tela; e
in quel picchiettato ormai non più divisioni-
sta c'è la sensazione visiva quasi dello scheg-
giarsi della pietra, ma soprattutto di un mo-
vimento, di un succedersi rapidissimo di gesti.
In questo dipinto si intravvede l’altro princi-
pio futurista del “dinamismo plastico”, della
rappresentazione del moto, anzi della velocità:
«Il gesto per noi non sarà più un momento
fermato del dinamismo universale; sarà, deci-
samente, la sensazione dinamica eternata come
tale. Tutto si muove, tutto corre, tutto volge
rapido. Una figura non è mai stabile davanti
a noi ma appare e scompare incessantemente...
Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe;
ne ha venti e i loro movimenti sono triango-
lari ». Giacomo Balla, nel famoso dipinto del
cagnolino, le dipingerà tutte e venti, quelle
gambe, con un effetto anche leggermente ca-
ricaturale; e Severini, nei suoi Ba/ Tabarin e
nelle sue Ba//erine in blu o in rosa, profilerà
fino all’ossessione ritmica triangoli su triangoli,
acuminati come lance, scomponendo l’imma-
gine fino a raggiungere una specie di ideo-
Luigi Russo! trazione di case-- luce
cielo” (1913). Questo quadro si trova alla Kunsthaus
Russolo fu anch'egli fra i firmatari del manifesto futurista, e del futurismo fu uno dei più attivi e polem
tori, al punto da superare spesso nelle enunciazioni teoriche gli stessi risultati pratici della sua pittu
a scrivere sulla Rivista «Lacerba”, nel 1913, un articolo intitolato *
la musica l'equivalente dei
degli strume
i sosteni-
+ Fu Russolo
manifesti” per la scultura e la pittura. Russolo, insieme a p Piatti, inventò e costruì
ti musicali che chiamò appunto “intonarumori” e con i quali tenne concerti burrascosissi
intonarumori futuristi” che costituisce per
Umberto Boccioni: “Forme uniche della continuità nello spazio”
(1913), una delle sue cinque sculture attualmente esistenti. Boc-
cioni stesso dichiarò a proposito di quest'opera: « per dare il senso
di un corpo in movimento mi guardo bene dal ritrarne la traiettoria,
cioè il passaggio da uno stato di riposo ad un altro stato di riposo, ma
mi sforzo di fissare la forma unica che esprime la sua continuità nello
spazio ».
gramma del movimento. Lo stesso effetto cer-
cherà Carrà con i Sobbalzi di carrozzella e Boc-
cioni con // dinamismo di una strada, un dipin-
to che avrà precisa influenza sul pittore tede-
sco Franz Marc, del gruppo monacense del
Cavaliere Azzurro (Blaue Reiter). Erano ten-
tativi pittorici dominati da una necessità di ri-
scontro visivo, di rappresentazione diretta del-
la realtà, sia pure da un punto di vista nuovo
e interiore; ma già si intravvede una, prossima
fase di sgancio da questa sottomissione, o per
lo meno di una rappresentazione in forme tra-
slate, dove l'oggetto non è più presente se non
con le /inee-forza del suo movimento.
Accanto alla velocità si rivela il bisogno di
attuare la “simultaneità plastica” (un altro as-
sioma futurista), di compenetrare cioè nello
stesso istante sensazioni disparate, di spazio e
di tempo, di lontano e vicino, di esterno e in-
terno, di vissuto e intuito. Una donna che si
affaccia alla finestra ha di fronte a sé un pa-
norama tumultuante di movimento e di luci,
provocante sensazioni infinite di moto, di ec-
citazione vitale, di scoppi luminosi. Bisogna
al quale, an
Ardengo Soffici: Frutta e liquori” (1915 - Milano, Collezione Gianni Mat-
tioli). Ardengo Soffici non aderì immediatamente al movimento futurista
i, agli inizi si oppose, ma quando fondò a Firenze assieme allo
serittore Giovanni Papini la Rivista “Lacerba”, divenne lui stesso futurista
e sostenitore delle teorie futuriste. Nel febbraio 1915, però, egli pubblicò
con Papini e Palazzeschi l'articolo “Futurismo e marinettismo” che segnò
la fine della sua adesione al movimento.
in pittura impadronirsi di questi effetti dina-
mici, di queste sovrapposte sensazioni molte-
plici. Per poterli rappresentare sulla superficie
piana di un dipinto, inevitabile perciò sarà la
rottura della consistenza plastica degli oggetti,
la sovrapposizione a filigrana dei frammenti, e
la scomposizione, in pari grado, della pro-
spettiva tridimensionale. Un’operazione che al-
l’incirca realizzavano anche i cubisti francesi.
Ma essi tendevano a costituire un’altra unità,
decisamente statica, di oggetto e di spazio,
mentre i futuristi realizzavano una sequenza
dinamica degli oggetti e delle figure. Valgono
a questo proposito, i dipinti Dinamiszo di una
strada e Donna alla finestra di Boccioni; oppure
il Tram e la Donna con l’assenzio di Carrà, e le
citate Ballerine di Severini. Affermavano cioè
attraverso questi dipinti, una golosità di vita,
un attualismo esasperato, che li portava a vo-
ler abbracciare nell’attimo l’intera vita, in un
ritmo più veloce e su piani diversi di ambienti
e di azioni temporali. Malgrado le ribellioni,
essi raggiungevano un risultato che nel fondo
fa sentire ancora una poetica romantica. Non
è più la descrizione di un oggetto, ma del-
l’azione di questo oggetto. I futuristi restano
perciò ancora intrigati, almeno fino al 1913,
dalla visione positivistica e naturalistica della
realtà, da essi tanto deprezzata nei loro ‘ma-
nifesti”. Se il Cubismo mantiene, nella sua
astrattezza idealistica, una preoccupazione sti-
listica, anzi il suo linguaggio è mosso soprat-
tutto da un problema di pura visibilità e ten-
de a una concretezza figurativa assoluta, il
Futurismo trascura questi problemi, si potreb-
be persino dire che non ama la pittura in
quanto pittura, ma la considera ancora sol-
tanto un mezzo (uno dei tanti) per la ricom-
posizione meccanica dell’universo; e con le
sue docilità alle effusioni emotive rischia un
risultato stilisticamente confuso.
Ma verso il 1914, dopo tante esperienze,
anche in contrasto o in affinità con quelle dei
cubisti, a Parigi come a Berlino, Boccioni rag-
giunge una più chiara coscienza del problema
formale e in un suo grosso volume di ricapi-
tolazione dei diversi problemi estetici dell’ul-
timo trentennio, dall’Impressionismo al Cu-
bismo, dall’Espressionismo al Futurismo, esce
in una dichiarazione assai importante, come
questa: « Tutto è architettura perché tutto in
arte deve essere creazione di organismi auto-
nomi costruiti con valori plastici astratti, cioè
con gli equivalenti della realtà... ». Essa porta
esplicitamente a relegare in secondo piano la
realtà fenomenica e oggettiva, per affissarsi in-
vece agli “organismi autonomi e astratti” del-
l’espressione pittorica. Ecco, di conseguenza,
la creazione di opere nuove e risolutive a par-
tire dal Dinamismo di un ciclista, che è del
1913, fino ai Dinamismi di un footballer, fino
alla Costruzione spiralica, al Cavallo+-cavaliere+
case dell’anno successivo, dove appunto sol-
tanto forme geometriche e dinamiche, cioè va-
lori plastici astratti, realizzano le sensazioni
provocate da quelle figure in moto. E accan-
to a questa perspicuità intellettiva di Boccioni
ecco manifestarsi la severa vocazione pittori-
ca di Carrà per vincere, insieme, quelle resi-
stenze e quei pericoli di imitazione naturali-
stica cui abbiamo poco prima accennato, con
volontà di chiudere per sempre le esperienze
personali in una immagine stilisticamente com-
piuta, che affiora nitida sotto le ragioni pole-
miche, con una persuasione finalmente più pit-
torica che non teorica. Se il vasto dipinto Fw-
nerali dell’anarchico Galli, ridipinto da Carrà
nel 1911, emigrato anch’esso in America, con-
ferma la ricchezza della sua tavolozza bruli-
cante di colori carnosi, le tele dei Rifwi d’og-
getti e dei Sobbalzi di carrozzella (ambedue del
1911) e della Galleria di Milano (1912), forse
legata al simultaneismo e all’analogia folgo-
rante della poesia di Ungaretti, si pongono,
insieme alle ultime pitture appena citate e al-
le sculture di Boccioni, tra i più alti raggiun-
gimenti di invenzione figurativa, di fermezza
stilistica, di purezza poetica, dell’arte contem-
poranea europea, a gara con le più celebrate
opere cubiste, alle quali del resto più si acco-
stano. E in questa fase di maggior invenzione
lirica sono da citare certi altri dipinti di Ar-
dengo Soffici (paesaggi toscani, “tipografie”
cioè collages di carte e figure diverse già bel-
le e stampate, e nature morte), anch'essi già
in palese differenziazione dai molti princìpi del
primo futurismo.
Il ritmo, la velocità, il meccanicismo, oltre
la prima esaltazione avveniristica, avevano per-
messo ai futuristi di raggiungere una più libe-
ra e autonoma creazione pittorica, contribuen-
do in tal modo alla conquista di una fantasia
che poteva, dopo di allora, espandersi al di
là dei profili e della quotidianeità del mondo
reale, nei regni della pura immaginazione. Es-
sa è stata il motivo dominante dell’arte di que-
sta prima metà del nostro secolo ed è impos-
sibile ignorare l’elaborazione fondamentale di
alcuni motivi fatta dal Futurismo italiano.
La guerra del 1915 coglieva gli artisti futu-
risti di parecchi passi innanzi alle loro iniziali
polemiche. Essi furono tutti dispersi sui vari
fronti. Boccioni vi morì nel 1916 per un’acci-
dentale caduta da cavallo; altri vennero rico-
verati in ospedale. Ma quanto essi avevano
creato in quel quinquennio resta tra le fonti
principali dell’estetica contemporanea.
Umberto Boccioni: “Dinamismo di un ciclista” (1913). Anche quest'opera appartiene alla raccolta Gianni Mattioli.
Boccioni conobbe Marinetti a Milano al ritorno da suoi viaggi in Francia e in Russia. Fu anch'egli tra i firmatari
del manifesto futurista e, polemista vigoroso qual'era, si lanciò con fervore nella battaglia del futurismo. Nel 1912
Carlo Carrà: “Ciò che mi ha detto il tram” (1911). Quest'opera è conservata nella collezione Bergamini di Milano. Carrà
fu tra i primi cinque firmatari del manifesto futurista, e partecipò attivamente alla vita del gruppo fino al 1915 con ope-
re, importanti come questa, intitolate “Funerali dell’anarchico Galli”, “Ritmi d’oggetti” e «Galleria di Milano”.
Quindi, dopo un periodo “metafisico”, passò alle idee e allo stile del movimento “Valori plastici”. |
Un momento dello spettacolo del Teatro Popolare Italiano a Taranto. Vittorio
Gassman sta recitando un monologo. Il palcoscenico era stato montato in un piaz-
zale all’interno dello stabilimento. Allo spettacolo hanno assistito 2.500 persone.
Cinque modi
er conoscere
il teatro
Dal 3 al 16 settembre, in collaborazione con
il Teatro Popolare Italiano diretto da Vitto-
rio Gassman, è stata organizzata una tournée
di rappresentazioni presso i circoli aziendali di
Trieste, Marghera, Lovere, Savona, Corniglia-
no, Novi Ligure, Cogoleto, Piombino, San
Giovanni Valdarno, Bagnoli e Taranto.
Il programma, concordato tra il Teatro Po-
polare Italiano ed il circolo Italsider, si è pro-
posto di offrire un’esperienza di teatro ad un
pubblico vasto e popolare, che in gran parte
non conosce il teatro, sia perché esso non ha
finora destato il suo interesse, sia perché tale
pubblico vive talvolta in luoghi dove non esi-
stono più o non sono mai esistiti teatri.
Di qui la formula adottata. Anziché un’in-
tera opera teatrale, si è preferito presentare
cinque pezzi, tre dei quali di Shakespeare,
Molière e Pirandello ( Am/ezo,
per forza e Così è, se vi pare) in forma antolo
, I;
Il medico
gica, e due atti unici: / fueili di madre Carrar
di Brecht e La lezione di Ionesco.
Si è voluto cioè dare un quadro della ric-
chezza e dell’ampiezza di motivi che il teatro
può offrire, evitando che qualcuno potesse
identificare /w/f0 il teatro con quella singola
opera che si sarebbe potuta rappresentare nel
la sua integrità. Ad un pubblico vario, quindi,
si è pensato fosse bene offrire uno spettacolo
vario, quale introduzione ad un discorso che
si intende portare avanti nei circoli aziendali
sul teatro e con il teatro.
L’accostamento simultaneo a forme di tea-
tro così diverse aveva poi la funzione di pro-
vocare negli spettatori l’espressione di prefe-
renze (0 di avversioni) fondate su di un giu-
dizio comparativo, ciò che è condizione es-
senziale per la formazione di un senso critico.
Rappresentare Ionesco accanto a Shakespeare,
Brecht accanto a Molière, può sembrare una
maniera assai rude per proporre una scelta o
provocare un orientamento, ma è pur sempre
una presa di contatto necessaria, di fronte ad
una realtà tanto complessa e articolata come
quella del teatro.
Qualcuno, è vero, dopo lo spettacolo mani-
festava il rammarico di non aver potuto ve-
dere tutto l’ Aw/eto, tutto il Medico per forza,
tutto Pirandello, o un Brecht maggiore. Ma
queste curiosità stavano a dimostrare che l’e-
sperienza era stata stimolante, sollecitava un
proseguimento, aveva suscitato delle curiosità
in una determinata direzione. Ciò appunto la
tournée si proponeva (e coloro che hanno
espresso il desiderio di conoscere nella loro
integrità tutte le opere rappresentate saranno
accontentati: possiamo anticipare qui che il
libro-strenna di quest'anno raccoglierà appun-
to i cinque testi teatrali debitamente illustrati,
e commentati a cura di Vittorio Gassman e
Luciano Lucignani).
I vari pezzi erano collegati tra loro da un
discorso critico detto da un attore, che inqua-
drava ogni autore nel suo tempo e ne chiari-
va il problema essenziale, usando un linguag-
gio il più possibile lontano dai tecnicismi del
gergo critico. Tra un pezzo e l’altro non c’era
quindi soluzione di continuità, perché tutto
era parte di una più complessa “apologia del
teatro”.
Ad ogni spettatore è stata consegnata, in-
sieme al programma, una scheda-inchiesta in-
tesa a rilevare l’indice di gradimento dello
spettacolo, insieme ad altri dati sull’esperien-
za culturale del singolo spettatore ed even-
tuali commenti e preferenze per attività futu-
re in questo settore. I risultati sono ora in
fase di elaborazione e potranno fornire utili
indicazioni per un’eventuale inchiesta sul tea-
tro in Italia.
Una delle difficoltà era quella di portare
uno spettacolo del genere in posti dove non
c'erano teatri, o dove non era possibile usare
quelli esistenti. Si è così costruita una pedana
mobile che poteva essere montata e smontata
nel giro di poche ore, completata da un sem-
plicissimo sistema di quinte che permetteva
un rapido e funzionale cambio di scena
tra un pezzo e l’altro. Nasceva così, ogni se-
ra in un posto diverso, un nuovo teatro, ora
in un capannone da fiera, ora in una piazza,
in un cinema, a ridosso di uno stabilimento,
in un campo sportivo, in spiazzi premuti tra
alte case popolari e un ponte della ferrovia.
È stata per gli attori del TPI una intensa
esperienza a contatto con un pubblico vera-
mente popolare, e per gli organizzatori dei cir-
coli l’incontro con un mondo nuovo e pieno
di fascino, anche nei suoi problemi più con-
tingenti e concreti.
Ogni sera si rinnovava l’ansia di un lavoro
comune tra operai attori e regista per assicu-
rare il montaggio per l’ora d’inizio, ansia che
si tramutava poi nel fervore dell’operazione
inversa nel cuore della notte, perché tutto il
materiale fosse pronto a riprendere il cammi-
no per la mèta successiva, con un percorso
spesso lunghissimo, senza soste.
I tecnici e gli operai dello stabilimento pres-
so il quale si teneva lo spettacolo lavoravano
fianco a fianco con i “comici”, e questo in-
contro si completava poi poche ore dopo,
quando aveva inizio lo spettacolo e i primi
diventavano spettatori dei secondi. Il regista
e gli artisti si sono sottoposti ad una fatica
insolita, condotta a ritmo incalzante, con lun-
ghi viaggi dopo i quali non c’era a volte nep-
pure il tempo per riposare mezz'ora, perché
bisognava subito correre a truccarsi nei came-
tag
7 IRONIANÀ 2 RIIRe —
sopra: Claudia Giannotti e Attilio Cucari ne “Il medico per forza” di
Molière.
sotto: Una scena dell’ “Amleto” recitata nel teatro del Circolo Corni»
gliano da Claudia Giannotti e Carlo Montagna.
alto: ancora Gassman, sul palcoscenico del teatro della Fiera
d'Oltremare Napoli, mentre recita per le maestranze del c
tro sideru i Ba i. L'attore indossa la tuta del Teatro
Popolare It
in basso: Claudia Gian Pac Bonacelli e Attilio Cuceari
è (se vi pare)” di Pirandello.
rini improvvisati in un cortile o in un prato.
Durante il viaggio di trasferimento da Ge-
nova a Piombino il camion che trasportava il
materiale si rovesciò nella discesa del Bracco.
Si trattava per fortuna di un giorno di inter-
vallo (ce ne furono due in tutto) tra uno spet-
tacolo e l’altro, e fu così possibile sostituire
l’autocarro e riparare in tempo il materiale dan-
neggiato. Anche il tempo fu clemente. La
prolungata stagione estiva rendeva tiepide le
sere, e piacevole il soggiorno all’aperto fino
all’una di notte.
Talvolta la sirena del turno di fabbrica la-
cerava a metà il monologo di Arreto o lo
sferragliare di un treno si univa ai rumori di
fondo dei Fucili dî madre Carrar, ma sarebbe
improprio parlare di questi imprevisti come
elementi di disturbo. Era in fondo un ritorno
alle origini del teatro, alle sue radici popolari
che vogliono dire partecipazione alla vita in
tutti i suoi aspetti, e non aristocratico distac-
co da essa.
L’esperimento ha confermato che l’atto di
fede iniziale, con cui si era dato corso all’idea
di portare il teatro in fabbrica, era pienamen-
te giustificato dai risultati raggiunti. Più di
tredicimila persone hanno assistito allo spet-
tacolo, con una punta massima di duemilacin-
quecento a Taranto, dove la tournée-anabasi
raggiungeva con lo Jonio la sua conclusione.
Le schede-inchiesta che sono state restitui-
te indicano tutte, pur nella varietà talvolta
pittoresca delle motivazioni, che l’iniziativa è
piaciuta e che il teatro, tenuto conto che esso
non è più l’unica forma di spettacolo (e sa-
rebbe assurdo pensare ad un suo ritorno a po-
sizioni di predominio), possiede una forza di
attrazione e una capacità di comunicare che
nessun altro mezzo può contendergli. Essa ha
anche dimostrato come sia possibile fare del
teatro ad un livello dignitoso con mezzi rela-
tivamente modesti, e soprattutto che l’espe-
rimento va continuato, dando ai soci dei cir-
coli aziendali dell’Italsider altre occasioni di
avvicinarsi ancora al teatro, secondo una di-
rezione che potrà certamente dare risultati a
lunga scadenza più validi e duraturi.
Si sta studiando infatti la possibilità di co-
stituire, presso ogni circolo aziendale, una se-
zione-teatro, come quella già funzionante a
Cornigliano, che sia il centro propulsore di un
interesse per il teatro inteso nel senso più am-
pio del termine: promuovere discussioni su
spettacoli e su testi drammatici, organizzare la
partecipazione collettiva a spettacoli tenuti in
località prossime, chiamare compagnie a recita-
re presso i circoli, allestire letture drammatiche
o anche spettacoli veri e propri, là dove tra i
soci esistano persone che abbiano le qualità
necessarie per farlo.
Sarà un’opera non facile, che merita però di
essere affrontata con determinazione e impe-
gno, perché quello che è in giuoco con il tea-
tro non è soltanto una forma di spettacolo,
ma la sorte di un fattore di vita sociale che
ha accompagnato l’uomo dagli albori della ci-
viltà, e che può essere ancora uno stimolo
prezioso nella battaglia delle idee e nel dibat-
tito dei problemi della vita morale.
Una drammatica scena dei “Fucili di madre Carrar” di
Brecht. L’ultimo a sinistra è Mario Maranzana, che è stato
anche il regista dei dodici spettacoli tenuti nei vari stabilimenti.
Inginocchiata, Vattrice Maria Fabbri.
Ancora Maranzana, la Fabbri e la Giannotti nella “Lezione”
di Ionesco. Complessivamente, allo spettacolo hanno assistito
oltre 13.000 lavoratori dei vari stabilimenti Italsider con i
famil I testi delle cinque opere rappresentate verranno
raccolti in un volume che costituirà il terzo libro-strenna per
tutto il personale dell’ Italsider.
32
Film - relazione 1961
Due i gini dal d io Italsider “Fil I 1961”, primo esperimento di una grande industria
di filmare il suo bilancio annuale. Foto in alto: un disoccupato tarentino di 26 anni che il regista, Valentino
Orsini, ha intervistato e le cui parole assumono un significato di simbolo delle speranze che il Sud ripone
nell’industrializzazione. La “Film-relazione 1961” ha già ottenuto due importanti premi: il “Bucranio” d’ar-
gento, primo premio per i film delle Facoltà di Scienze Politiche, Economia e Commercio, nell’ambito della VII
Rassegna Internazionale del Film Scientifico-didattico organizzata dall'Università di Padova con il patrocinio della
Biennale di Venezia, e la «Coppa d’argento” alla IX Rassegna Internazionale del Film Scientifico, tenutasi a Roma.
Il film documenta ogni voce della relazione di bilancio con immagini di stabilimenti e interviste con operai
e loro familiari, studenti e gente fermata per via. Attraverso queste immagini e queste interviste, le fredde
cifre cessano di essere delle entità astratte e acquistano l'evidenza della realtà. Il giovane con la maglietta a
righe qui sopra è uno studente di Piombino dell’Istituto tecnico professionale. L’ampli dell’Italsid
di Piombino — egli dice — permetterà a lui e a molti altri giovani tecnici di entrare a far parte del
“grande corpo della siderurgia moderna”.
Il cinema industriale, negli anni recenti, ha
acquisito anche in Italia notevole rilievo affer-
mandosi quale strumento validissimo secondo
una linea di sviluppo che investe campi sem-
pre più vasti della vita aziendale.
Dal suo impiego strettamente tecnico si è
passati ad una sua utilizzazione nei rapporti
extra aziendali per cui il fenomeno ha assunto
dimensioni che impongono, sin d’ora, una
necessaria catalogazione e netta suddivisione.
A grandi linee si possono stabilire quattro
gruppi fondamentali: film specializzato, film di
informazione tecnica, film tecnico di informa-
zione generale, film di prestigio.
Senza tentare un’elencazione completa delle
possibilità può dirsi che, nel primo caso, il
cinema diviene tecnica di lavoro e le sue pe-
culiarità spaziali e temporali sono messe alla
stregua di un vero e proprio servizio strumen-
tale. L'uomo, pertanto, è senz’altro presente;
ma la sua funzione si limita al controllo e al-
l’interpretazione dei dati. Nel secondo caso la
registrazione non è più passiva ma organiz-
zata. Il tecnico formato parla ad altri tecnici:
il linguaggio si arricchisce (grafici, schemi, di-
segni animati) e le applicazioni si estendono
nei vari settori dell’azienda investendo tutte le
risorse che lo strumento cinematografico mette
a disposizione. Il terzo gruppo pone l’uomo
della strada o l’utente di un prodotto al di fuori
di ogni interesse di stretta natura tecnica, o
magari impegnato in campi diametralmente
opposti, a diretto contatto con una realtà fino
allora conosciuta in modo imperfetto, i cui
aspetti si riveleranno in particolari di inso-
spettato interesse. Il quarto gruppo è aperto
a tutte le soluzioni: dalle ricerche sull’arte
nell’industria al film sulle relazioni umane.
Nell’ambito di quest’ultima sezione l’Ital-
sider ha tentato un esperimento assolutamente
inedito realizzando la “Film-relazione 1961”.
Al di là dei risultati — come è detto nella
chiusa del mediometraggio — “ogni bilancio
nasconde un impegno umano, una realtà eco-
nomica e sociale, uomini e cose che le sole
cifre non bastano a rivelare”. L'impegno non
era tra i più semplici, ché esiste un equilibrio
non sempre facile a rispettare in questo tipo
di documentazione ed è rappresentato dalla
stessa difficoltà che agita qualsivoglia ope-
ra di divulgazione: raccogliere dati precisi e
trasformarli in racconto, anche spettacolare, se
necessario, senza mai indulgere in semplicismi
e banalità, e senza mai travisare la sostanza.
I diversi capitoli di questa “film-relazione”
dovevano, pertanto, rispondere ad un duplice
compito di informazione e di divulgazione:
dovevano essere, per quanto possibile, esau-
tienti e, in un tempo, abbastanza mossi onde
sollecitare l’interesse dello spettatore (nella fat-
tispecie, dell’azionista) permettendogli di com
porre alla fine della proiezione un panorama
completo della vasta materia affrontata. Dagli
approvvigionamenti alle vendite, dal personale
al programma di sviluppo dei diversi centri
siderurgici, la “film-relazione” doveva armoni-
camente trarre spunti e sollecitazioni precise
onde puntualizzare i fenomeni più cospicui
che hanno segnato l’esercizio 1961 dell’azienda.
Il regista Valentino Orsini (che di recente si
era incontrato con il ‘cinema industriale” rea-
lizzando in collaborazione con Joris Ivens,
Paolo e Vittorio Taviani, un film-inchiesta,
L'Italia non è un paese povero, sulle fonti di
energia nel nostro territorio nazionale), ha evi-
dentemente tratto esperienza da questa sua
prima fatica che gli ha consentito di indivi-
duare la complessa natura del legame che uni-
sce industria, mezzi di produzione e vaste zo-
ne umane. Un rapporto, però, che non è di
sola dipendenza, ma che si articola e si so-
stanzia nel riconoscimento che l’uomo fa di se
stesso nel quotidiano lavoro, nella fabbrica. È
evidente che una lucida “relazione di bilan-
cio” offre ad un regista giovane, calato nella
realtà del suo tempo, stimoli e suggestioni di
eccezionale interesse; l'apparente convenziona-
lità della scrittura amministrativa traduce una
realtà umana, la più ricca, la più varia. In
città come Piombino un capitolo del bilancio
si traduce in termini più semplici di avvenire
e di certezze. Lo testimoniano i ragazzi, le
ragazze. A Taranto, ove la miseria è antica
come la terra, i giovani guardano crescere gli
stabilimenti con disperata speranza. Ecco
il dato più importante per chi si accosta a
questo particolare tipo di documentario indu-
striale: prendere contatto con le più disparate,
imprevedibili porzioni del corpo sociale; in al-
tri termini, servirsi del mezzo espressivo per
una sua immediata utilizzazione pratica.
Questa “film-relazione”” è, dunque, un mez-
zo ausiliare per meglio far conoscere, con
l’evidenza impellente delle immagini, la realtà
aziendale dell’ Italsider, gli aspetti più inte-
ressanti della sua attività e i problemi parti-
colarmente impegnativi che essa si appresta
ad affrontare nei prossimi esercizi. Il linguag-
gio cinematografico offre, in tale direzione, pos-
sibilità nuove e inconsuete: consente di sta-
bilire un più diretto incontro tra quella vasta
comunità di lavoro che da Trieste a Taranto,
da Piombino a Lovere, da Cornigliano a
Bagnoli, trova nella realtà della fabbrica il suo
mondo di certezza e di speranza. Ma consente
pure un ulteriore allargamento del discorso,
ché le immagini della “film-relazione” per-
mettono di accostare l’uomo della strada ai
moderni temi dell’industrializzazione, ai feno-
meni più vivi della trasformazione econo-
mica del nostro paese, ai fatti più certi di un
progresso, non solo economico-industriale,
che tocca ognuno di noi e che appartiene
a tutta la comunità.
Esame psicotecnico: un difficile problema da risolvere.
Il fotogramma fa parte della sequenza che illustra co-
me l'Italsider abbia affrontato con particolare cura, du-
rante l'esercizio 1961. i problemi della selezione e del-
l’addestramento del personale.
Al biliardo del circolo aziendale, un'intervista con un
azionista Italsider: «abbiamo tutto l'interesse di essere
azionisti dei nostri stabi
Intervista con i familiari di un operaio di Cornigliano.
Sotto le loro finestre passano senza sosta gli autocarri
che portano alla fabbrica i materiali necessari per il
riempimento di una nuova area da strappare al mare,
N
Ancora a Piombino, in pullman, intervista con una ra-
gazza, «Per Piombino l’Italsider è tutto, è la vita stessa
della città e quasi in ogni famiglia c'è qualche persona
che lavora nello stabilimento, Anche per noi ragazze è
importante vivere in questa città dove tutti lavorano ».
Qui a fianco, il regista del film, Valentino Orsini.
3
VI
Una delegata di un paese africano, durante la conferenza
interparlamentare euro-africana tenutasi a Strasburgo nel
1961, ascolta nella cuffia la traduzione dell'intervento di un
oratore,
Il mestiere
dell’ interprete
Tra i cosiddetti ‘mestieri dell'avvenire”, quel-
lo dell’interprete ad alto livello è indubbiamen-
te uno dei più suggestivi.
Gli interpreti, per la loro professione, per è
loro viaggi, per la facilità con la quale pas-
sano da una lingua all’altra, da una seduta
interparlamentare ad una conferenza diploma-
tica, ad un congresso internazionale, possono
essere considerati come “cittadini del mondo”
e certamente, in Europa, come i più convinti
europeisti.
Il fatto che abbiano passaporti diversi non
dltera questo spirito che essi cercano di far
aleggiare sia nel loro ambiente di lavoro, sia
nella loro vita privata.
Ciò fa di loro qualche cosa di più di un
semplice strumento tecnico per dare significato
a quell’assurdo “dialogo tra sordi” che ha luogo
tra persone che parlano lingue diverse.
Della difficile arte di dare un significato a
suoni, a parole che senza gli interpreti non ne
avrebbero alcuno, ci parla il dr. Mario Vergara
Caffarelli, uno degli interpreti dell’ Alta Auto-
rità della CECA.
Tutto ciò che si è raggiunto in quest’èra
rivoluzionaria, radioattiva e convulsa in cui
viviamo, è frutto di secoli e secoli di lavoro
umano.
E per lavoro umano intendo soprattutto
ricerca.
La ricerca è nata con l’uomo, il quale si è
sempre adoperato per migliorare, con tutti i
mezzi possibili, le proprie condizioni di vita.
Se le posizioni raggiunte oggi dallo scibile
umano nella tecnica, nell’industria, nelle ri-
cerche scientifiche ed in moltissimi altri campi,
sono tali per cui il progresso è in anticipo
rispetto all'uomo, ciò è eminentemente do-
vuto al fatto che oggi le distanze non esisto-
no più.
I jets supersonici, i vari missili, la radio, il
telefono ed altri mezzi ancora, le hanno
annullate.
L’unica barriera naturale che divide il mon-
do è forse ancora quella delle lingue.
Uomini politici, scienziati, industriali e com-
mercianti di ogni parte del mondo ricono-
necessità di incontrarsi per poter
scambiare le proprie opinioni, le proprie co-
noscenze e studiare insieme un comune av-
venire migliore.
Per far ciò, essi devono spesso ricorrere
all'opera di un interprete che, conoscendo
profondamente la lingua delle due, tre o più
parti interessate, è in condizione di consentire
loro l’instaurazione di un dialogo “simul-
taneo”.
Gli interpreti sono sempre esistiti e, se
volessimo attribuir loro una patria d’origine,
penso che questa dovrebbe essere la Torre
di Babele. Ma, l’attività dell’interprete è an-
data via via evolvendosi sino a raggiungere,
dopo l’ultimo conflitto mondiale, una posi-
zione di primo piano.
I) cinema e la televisione ci hanno abituati
alle immagini del congressista internazionale
con la cuffia incollata alle orecchie e di
uomini e donne, chiusi in piccole cabine di
vetro che parlano in un microfono: gli inter-
preti.
Ma chi sono questi interpreti? Sono per-
sone che conoscono perfettamente due o tre
© più lingue e che si sono preparati a questa
attività mediante studi a livello universitario
e con un “background” che richiede anni di
esperienza.
Un tempo essi non avevano bisogno di es-
sere provvisti di conoscenze tecniche e cul-
turali che andassero oltre un certo livello.
scono la
Oggi un buon interprete deve aver una
laurea o una preparazione equivalente, deve
specializzarsi in un determinato campo (giu-
ridico, medico, politico, nucleare ecc.) per-
ché gli argomenti che deve “interpretare” so-
no tanto vasti e difficili che, senza una seria
preparazione, gli è impossibile lavorare in
modo soddisfacente.
È facile leggere sui giornali che a Londra
si riunisce il congresso sul radar, a Parigi
quello dei fabbricanti di calzature, ad Am-
sterdam quello della passamaneria, a Mosca
quello sul cancro e così di seguito.
Ognuna di queste riunioni implica un lin-
dirsi di ferro, affiancata da un enorme voca-
bolario che deve continuamente rinnovarsi ed
arricchirsi in quanto ogni giorno assistiamo
alla nascita di espressioni nuove in tutti i
campi.
Nel 1958 mi era stato affidato il servizio
di interpretazione della Comunità Europea
dell’ Energia Atomica; avevo già partecipato
a due conferenze atomiche internazionali a
Ginevra, ma occorsero quasi sei mesi per
studiare, imparare ad usare la terminologia
atomica in tre lingue prima di azzardarmi ad
intervenire in una conferenza tecnica nucleare.
Un buon interprete non finisce mai di im-
parare. Deve assomigliare ad una enciclope-
dia ambulante, ma umana, capace di assorbire
non si diventa, è altrettanto vero che si di-
venta buoni interpreti soltanto col tempo e
con molta esperienza acquisita nelle cabine di
interpretazione e sui tavoli di conferenza.
L’interpretazione ha luogo in parecchi mo-
di, ma principalmente in due: a) interpreta-
zione simultanea specie quando vi sono più
di due lingue di lavoro: b) interpretazione
consecutiva.
L’interpretazione simu/tanea può avvenire in
tre modi:
1) l'interprete traduce simultaneamente all’ora-
tore (che per esempio parla francese) sussur-
rando in italiano (o in altra lingua) all’orec-
chio di uno o più delegati. Questo metodo
è ormai in disuso essendo ovvi gli inconve-
‘interprete internazionale Mario Vergara Caffarelli (in pri-
mo piano a sinistra), autore di questo articolo, durante una
interpretazione consecutiva di un intervento dello scom-
parso segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Ham-
guaggio tecnico specializzato che non si im-
provvisa, ma che si acquisisce e si assimila
mediante uno studio accurato della termino-
logia esatta, ed ecco perché occorre avere
un’adeguata “istruzione”.
L’interprete dev’essere dotato di un potere
passivamente ricettivo; deve cioè poter as-
sorbire e ritrasmettere il discorso o l’inter-
vento da tradurre senza reazioni personali ed
al contempo con vivacità di spirito, usando
un linguaggio sciolto, elegante, seppur sin-
tetico.
Egli deve essere l'ambasciatore neutro di
due, tre, quattro partiti, di due, tre, quattro
idee, di solito diametralmente opposte ed alle
quali nessuna delle parti intende rinunciare
senza averle difese accanitamente.
L’interprete con la sua opera obiettiva e
mai soggettiva deve consentire di smussare
gli angoli ed appianare ogni possibile con-
troversia.
La sua memoria deve
essere come suol
marskjoeld, ad un convegno a Ginevra nel 1959.
quanto si va cercando di nuovo nei campi
che lo interessano.
È luogo comune confondere il traduttore
con l’interprete di conferenza.
Va notato che si tratta di due attività to-
talmente diverse l’una dall’altra e quasi sem-
pre inconciliabili.
Il traduttore, seduto a tavolino con il testo
davanti a sé, attorniato da vocabolari e glos-
sari, prepara una bozza che ripulisce, cancel-
lando, aggiungendo, spostando aggettivi o
frasi intere, facendo un lavoro rifinito quasi
di cesello; l’interprete invece è solo, dispera-
tamente solo con il suo cervello e con quello
che è riuscito ad immagazzinarvi gradatamente.
Se è dunque vero che interpreti si nasce e
nienti che ne derivano: disturbo per gli altri
ascoltatori, per l’oratore stesso, che può anche
perdere il filo del discorso con conseguenze
che si possono immaginare, ed infine poco
pratico per i delegati un po’ duri d’orecchio
e che, forse per ragioni estetiche (anche gli
uomini sono sensibili a queste cose), sono
sprovvisti di apparecchi acustici, il che acca-
de più spesso di quanto si pensi.
2) l'interprete traduce simultaneamente ascol-
tando l’oratore mediante una cuffia collegata
al microfono nel quale quest’ultimo parla, e
ritrasmettendo la traduzione “simultanea” (con
uno sfasamento di una o due parole rispetto
al ritmo dell’oratore) attraverso un microfo-
no collocato di fronte a lui nella cabina acu-
36
sticamente isolata. Tale microfono è collegato
con le cuffie dei delegati che vogliono ascol-
tare quella determinata lingua (con il volume
auditivo regolabile a piacere mediante una
manopola). Questo sistema è quello oggi mag-
giormente usato nei congressi internazionali.
3) l'interprete traduce a vista, cioè traduce
un testo scritto, ad esempio leggendo in ita-
liano, a ritmo normale senza intoppi e senza
papere, un testo scritto in una lingua diversa
che ha tradotto mentalmente.
L’interpretazione consecutiva si ha invece
quando l’oratore parla durante dieci o quin-
dici minuti circa mentre l’interprete prende
appunti che ripete poi in un’altra lingua.
Quella consecutiva è l’interpretazione più
difficile in quanto non sempre gli interventi
sono fatti da oratori brillanti; spesso accade
che l’oratore parli male, rapidamente, con un
cattivo accento, magari in una lingua non sua
e all’interprete non rimane che prendere ap-
punti sintetici contando molto sulla propria
memoria.
Si è propensi a credere che in questi casi
l'interprete stenografi: niente di più falso,
perché stenografando anche alla massima ve-
locità perderebbe tempo nel rileggere gli appun-
ti stenografici dovendoli poi convertire in una
lingua diversa da quella in cui ha stenografato.
Penso che la spiegazione migliore vi potrà
essere fornita dagli esempi pubblicati in que-
ste pagine, che vi dimostreranno come i sim-
boli usati facilitino la lettura, l’interpretazione
e la conversione di un discorso fatto da una
lingua in un’altra.
L’interpretazione consecutiva è una spe-
cie di analisi logica del discorso ridotto alla
sua più infima scheletricità.
Si adoperano simboli alfabetici, formule
chimiche, espressioni matematiche diretta-
mente (e in questo caso soggettivamente)
collegati all’immagine che si vuole in seguito
riprodurre.
Non esiste una sola tecnica; ognuno si co-
struisce la propria a seconda dei simboli che
ritiene più adatti alla propria persona.
Il foglietto degli appunti consecutivi del-
l’interprete sembra a prima vista un caos di
segni strani, quasi cabalistici, intersecati da
frecce che corrono all'impazzata in tutte le
direzioni e che ai profani fanno pensare alla
formula di un nuovo ordigno di distruzione.
Infatti lo è, per noi, è la bomba del pa-
nico qualora non riuscissimo a capire questi
segni. Occorre stare attenti agli errori e ai
lapsus, occorre parlare chiaramente e scandire
i nomi importanti al fine di non dire Genova
per Ginevra, o Svezia per Svizzera.
Occorre seguire l’oratore con estrema
“dedizione” perché non ripeterò mai abbastan-
za che l’interprete è il portavoce più assoluta-
mente impersonale che possa esistere.
Si deve parlare con voce chiara e grade-
vole. Infatti nelle scuole di interpretazione si
seguono corsi di dizione e di impostazione
della voce.
E dato che parliamo di scuole è bene fare
un breve accenno alle medesime.
Quella più rinomata è l’Ecole d’Interprètes
di Ginevra che è una facoltà a se stante e
alla quale si accede con il titolo di studio ne-
cessario per frequentare l’ Università.
Sono-tre anni di corsi in cui wow si studiano
lingue, ma se ne perfeziona la conoscenza, si
seguono corsi di diritto internazionale, pub-
blico e privato, storia dei trattati, storia delle
istituzioni e delle organizzazioni europee ed
internazionali, corsi di medicina, di geografia
politica ed economica dei vari paesi eccetera.
Altre scuole rinomate sono quelle del-
’ Università di Heidelberg, di Monaco di
Baviera, della Sorbona a Parigi, di Milano e
di Roma.
Interprete uomo o donna? Questo è un
campo che si può dire « invaso dalle donne »
che rappresentano oggi quasi l’ 80% del-
l'organico della professione. È un'attività in-
teressante, piacevole, che aiuta la formazione
di una cultura enciclopedica, che dà la pos-
sibilità di viaggiare nei vari paesi del mondo,
ma che implica uno sforzo mentale e spesso
fisico non indifferente, che si traduce con un
bisogno di riposo e di svago mentale supe-
riore alla norma.
Da noi il logorìo dei nervi è più accentuato
che in altre attività e molte colleghe (non
per questa esclusiva ragione) abbandonano la
professione dopo qualche anno perché si si-
stemano in un modo diverso, o sposandosi o
trovando un’altra occupazione, e se continua-
no ad esercitare lo fanno in maniera ridotta e
quasi sempre localmente.
Se, come numero, sono inferiori alle donne,
gli uomini sono in compenso quelli che rag-
giungono posizioni di maggior prestigio.
Infatti i nomi più noti della professione sono
quelli di Jean Herbert (francese già apparte-
nente alle Nazioni Unite), Jean-Frangois Ro-
zan (francese già appartenente alle Nazioni
Unite, attualmente industriale petrolifero),
Gérard Ilg (svizzero libero professionista),
Davide Reinart (italiano interprete funzionario
del Mercato Comune) e potrei continuare
con un lungo elenco.
Forse in nessun’altra attività come nella
nostra il segreto professionale riveste tanta
importanza. Le nostre funzioni ci mettono al
corrente di segreti di stato, segreti industriali
e commerciali che spesso fanno di noi gli
involontari depositari di notizie che a nessun
costo devono trapelare.
L’interprete che per una ragione qualsiasi
viola tale principio è immediatamente squa-
lificato, messo al bando da organizzazioni e
colleghi, costretto a cambiare mestiere, sen-
za tener conto delle conseguenze penali e
civili alle quali tale infrazione lo espone.
L’interprete è persona puntuale, sempre
correttamente vestita, sempre pronta a sorri-
dere e preparata a tradurre le cose più impen-
sate e più astratte.
L’atmosfera degli incontri in cui la sua
opera è richiesta non è sempre rosea e per-
fettamente distesa. Egli deve perciò, con la
sua calma e la sua serenità, cercare di creare
il clima perché le controversie, quando esse
sono oggetto dell’incontro, siano appianate
al massimo.
L’interprete, pur nella sua obiettività, deve
cercare di evitare che vengano commesse
“gaffes” da una parte e dall’altra. Molti anni
addietro partecipavo ad una riunione nella
quale si dibattevano importanti problemi sui
quali le parti erano in completo disaccordo.
Mi trovai ad interpretare un colloquio tra
due delegati di lingua diversa, quando il pri-
mo, rivolgendosi a me, mi disse testualmente:
« Dica a quel cretino patentato che la pappar-
della che ha scritto non riuscirà a farmi cam-
biare idea né adesso né fra cento anni e che
se tutti i suoi colleghi sono come lui, se ne
stiano pure a casa ».
L’equivalente della mia versione fu la se-
guente: «Il suo collega le fa presente di
non aver capito bene il testo che Lei ha
sottoposto. Gradirebbe pertanto maggiori
spiegazioni per tentare di trovare un possibile
comune terreno di incontro ».
Avevo tradito il principio della obiettiva
imparzialità e della fedele trasposizione? In
teoria, sì. Praticamente sono convinto di aver
fatto bene ad attenuare le parole violente del
primo delegato, perché, se le avessi tradotte
letteralmente, ne sarebbe seguito un putiferio
che in quell’occasione andava evitato a tutti
i costi. Infatti “il comune terreno di incontro”
fu poi trovato con molta pazienza e dopo ore
di discussioni.
Nel nostro mestiere accadono anche cose
comiche, episodi curiosi, dovuti a papere in-
volontarie e a distrazioni. Nella mia carriera
ho raccolto parecchie “perle giapponesi”, ve
ne voglio raccontare una.
Ero ad Amsterdam nel 1959, durante un
congresso medico internazionale. Ero stato
momentaneamente sostituito da un collega
per andare a prendere una boccata d’aria e
quando ripresi a lavorare non mi preoccupai
eccessivamente dell’argomento discusso che
in quel momento era ‘frozen semen” (sperma-
tozoi congelati). In inglese la parola “semen”
(spermatozoi) si pronuncia allo stesso modo
della parola ““seamen” (marinai) ed io non so
perché optat per la seconda (non avendo nes-
sun testo scritto sottomano) e fu così che per
una buona decina di minuti parlai di marinai
congelati con grande spasso dei delegati e dei
colleghi che, pur essendosi accorti della mia
grossa papera, mi lasciarono cuocere nel mio
brodo “congelato”.
Nel 1958 mi trovavo a Ginevra alle Nazioni
Unite per interpretare in cabina francese du-
rante una Conferenza Internazionale sulla si-
stemazione dei profughi di Palestina. Iniziai
a lavorare al momento in cui un delegato egi-
ziano prendeva la parola dicendo in inglese
(che parlava male con un cattivo accento) le
testuali seguenti parole: « There are 400.000
refugees from Palestine in a tiny strip of
Egyptian land. We must do something for
them.», che io interpretai candidamente in
francese con le seguenti: «Il y a 400.000
refugiés de Palestine entassés dans un petit
coin du territoire Egyptien. Nous devons faire
quelque chose pour eux ». Il che suscitò una
crisi di riso convulso fra i delegati di lingua
francese, perché le mie testuali parole erano
PRE
Fl ff cea 0K A Il PÉ 4A bela
Xx e Sure. conlileet_
«Le varie delegazioni dei paesi membri della Comunità Europea del Carbone e dell’Ac-
ciaio sono d’accordo sul parere espresso dal presidente dell’Alta Autorità della C.E.C.A.
sulla particolare attenzione da rivolgere alla lotta da condurre per ovviare alla diminu-
zione del numero di disoccupati nell’industria del carbone e dell’acciaio ».
Ck jmg e O. te A hr PR
«Il problema più importante è quello di discutere la soluzione della questione relativa
al ridimensionamento del numero dei lavoratori siderurgici italiani».
«Il Comitato governativo è d’accordo sull’estrema importanza da attribuire all’opinione
dei paesi insufficientemente sviluppati sulla loro situazione in fatto di ferro e ciò in re-
lazione al rifornimento in materia prima degli altiforni europei ».
37
sopra: l’interprete internazionale André Kaminker
(già capo interprete del Consiglio d'Europa e delle Na-
zioni Unite a New York) con Antony Eden.
qui a fianco: tre esempi della tecnica usata per prendere
appunti durante un’interpretazione consecutiva. L’'in-
terprete non prende appunti stenografici ma usa simboli
alfabetici, formule chimiche, espressioni matematiche
direttamente collegate all'immagine che egli deve imme-
diatamente tradurre in una lingua diversa,
sotto: al Consiglio d'Europa durante un’assemblea.
Sulla parete di fondo si notano le cabine degli interpreti.
nelle piccole foto: la pulizia delle cuffie di ascolto e il
quadro dei comandi delle cabine interpreti, al Consi-
glio d'Europa.
wa
o
state: « Ci sono 400.000 rifugiati della Palesti-
na ammassati in un gabinetto di decenza
($petit coin” in francese vuol dire piccolo
angolo, angoletto, ma soprattutto è l’espres-
sione più tipica per alludere alla toeletta) sul
territorio Egiziano. Dobbiamo fare qualcosa
per loro ».
La nostra interessante professione in que-
st'epoca ci pone a stretto contatto quasi
quotidiano con le personalità più importanti e
più in vista in campo internazionale sia po-
litico, scientifico, industriale e commerciale.
Ci permette di viaggiare per il mondo intero
visitando luoghi e paesi che affascinano la
nostra fantasia e che non avremmo mai
visitati.
Assistiamo così alla creazione della storia
del mondo attuale essendo anche noi sulla
ribalta accanto a ministri, capi di stato, indu-
striali, filosofi, attori e attrici celebri.
Molti vorranno sapere quanto guadagnano
gli interpreti e a questo punto bisognerà dire
che gli interpreti di conferenza si dividono in
due categorie: quelli “fissi”, cioè quelli che
prestano la loro attività in modo continuati-
vo presso un’organizzazione internazionale
(O.N.U., C.E.C.A., B.I.T., C.E.E., C.E.A.,
O.M.S. ecc.), che sono funzionari di cate-
goria A, con uno stipendio iniziale di circa
250-300.000 lire mensili; ed i “liberi profes-
sionisti” che esercitano la loro attività presso
i mumerosi congressi internazionali 0 presso
le organizzazioni di cui sopra quando il nu-
mero dei fissi è insufficiente rispetto al nu-
mero delle riunioni.
In tal caso la loro retribuzione è la seguente:
minimo di 30 dollari al giorno (circa 18.700
lire) più una diaria minima di 12 dollari (circa
8.000 lire) più il rimborso delle spese di viag-
gio se è chiamato a prestare la sua attività
in una città diversa da quella in cui risiede
abitualmente.
Da un rapido calcolo moltiplicando questi
dati per trenta si avrà una cifra totale che
molti altri attivissimi e quotatissimi profes-
sionisti non sognano di raggiungere. Ma va
anche ricordato che pure per i buoni inter-
preti non ci sono mai trenta giorni lavorativi
al mese e che vi sono periodi di morta stagione.
All’eventuale domanda: funzionari perma-
nenti o liberi professionisti, risponderò che,
sperimentate le due soluzioni, penso che la
scelta dipenda dal carattere e dalle tendenze
di ogni singolo individuo.
Per concludere vi dirò che l’interprete può
essere considerato uno strumento di pace
in quanto la sua missione è quella di aiutare
gli uomini, che non possono comunicare
direttamente fra loro, a capirsi e a collabora-
re affinché si faccia sempre più strada il sa-
crosanto principio del reciproco rispetto,
equilibrando così le regole del buon vicinato
per creare un mondo migliore in cui sia dato
a tutti di vivere secondo le proprie aspira-
zioni.
Solo con questa immagine sempre fissa
negli occhi della sua memoria professionale
l’interprete potrà adempiere ai doveri che gli
incombono.
I precursori
del volo
muscolare
Amedeo Morini di Sestri Ponente, abilissimo modellista
ed appassionato di volo muscolare umano, ha realizza-
to anche modellini di macchine ad ali battenti. Nella
foto, alcuni dei lavori eseguiti dal Morini, che raggiunge
nelle sue riproduzioni in miniatura una rara perfezione
di particolari.
Un artigiano modenese che vive e lavora a
Sestri Ponente da oltre trent'anni ha una col-
lezione di documenti e cimeli sui tentativi italiani
per il volo muscolare umano.
Sul cristallo del tavolo di Amedeo Morini, qui
davanti a noi, ci sono tre modellini per macchine
ad ali battenti : nel modellino più piccolo le ali
sono munite di penne, nel modellino di media
misura vi è una molla da orologio che dovrebbe
fornire la potenza, e nel modellino più grande
vi è un congegno a pedali in miniatura.
Amedeo Morini, nato a Mirandola (Modena),
vive e lavora a Sestri Ponente da oltre trent'anni,
è un artigiano di rara abilità, che fra l’altro
ha “descritto” la storia del ciclismo in centoset-
tanta modelli di biciclette di tutte le epoche (espo-
sti due anni fa anche al Circolo Aziendale
Cornigliano) e ha costruito una locomotiva in
miniatura esposta al Museo della Scienza e del-
la Tecnica di Milano. Ma la sua abilità ora
ci interessa soprattutto in connessione con î ten-
tativi italiani di volo muscolare, ormai quasi
completamente dimenticati, che furono però in
passato numerosi, e almeno in un caso, coronati
da successo. È noto che in Inghilterra vi è oggi un
grande interesse per il volo muscolare, e che nel
maggio di quest'anno un aeroplano a pedali è
riuscito a sollevarsi e a compiere un breve trat-
to con la sola spinta dei muscoli del suo inventore
e costruttore, ingegnere Winpenny.
In quell'occasione alcuni hanno creduto di tro-
varsi di fronte alla prima realizzazione del ge-
nere ; invece, come risulta da un vecchio libro
in possesso del sig. Morini (Il volo a vela ed il
volo muscolare, di Alberto Dattrino, Torino
1938), il ciclista francese Gabriele Poulain nel
1921 con una bicicletta alata compì un volo, ma
forse sarebbe meglio chiamarlo un salto, di
II,J6 metri; nel 1935 gli ingegneri tedeschi
Haessler e Villinger fecero decollare un velivolo
di loro costruzione che compì un volo di 235 metri
sotto l’azione dei pedali di certo Diinnebeil ;
però questo aeroplano era dotato di un immagaz-
sinatore di energia sotto forma di cavo elastico.
Pure con dispositivo di lancio il tedesco Hofmann
compì il 5 luglio del 1937 un volo di 712 metri.
Un asroplano a pedali italiano, chiamato ‘‘pe-
daliante” da Bossi e Bonomi, riuscì invece a per-
correre 862 metri senza alcun dispositivo di lan-
cio, ma con partenza da fermo, sotto lo sforzo
del suo pilota (e motore) Emilio Casco ; il fatto
avvenne a Vizzola Ticino il 4 settembre 1937,
e il sig. Morini è în possesso di disegni e fotogra-
fie che illustrano questo eccezionale avvenimento ;
da notare che la quota di volo, dieci metri, è
nettamente superiore a quella delle prove dei te-
deschî. Il ““pedaliante” aveva un'apertura alare
di 17 metri, e pesava a vuoto 90 kg ; i pedali
agivano su due eliche trattive poste sul bordo
d’attacco dell’aria : queste eliche bipale, in legno,
avevano il diametro di 2,14 metri.
A somiglianza di quanto era avvenuto in Ger-
mania, si costituì in Italia una commissione pro-
motrice per il volo muscolare umano, che mise
in palio un premio di centomila lire ; vi fu tutta
una folla di fanatici del volo muscolare che si
mise al lavoro : citeremo un pittore, tale Armati,
che costruì un apparecchio in Olanda ; un trie-
stino, tal Giovanni Ferrari, che costruì un ap-
parecchio a pedali munito di ali articolate ; un
artigiano torinese, Carlo Novaira che, «con il
solo sussidio di una lima, un coltello, un paio di
tenaglie ed un martello» — come ebbe ad affer-
mare il col. Bettica, direttore del centro studi
V.U.M. (volo umano muscolare) — era riuscito
a costruirsi un apparecchio ad ali battenti capa-
ce di sollevarsi dal suolo. Le condizioni per vin-
cere il premio però erano piuttosto severe : « rag-
giungere e mantenere la quota di cinque metri
su un percorso di due chilometri, con virata in-
39
torno a un pilone e ritorno al punto di partenza ».
Nessuno vi riuscì. I sognatori del volo muscolare
continuarono a sperimentare finché lo scoppio del-
la guerra non pose termine alle loro pacifiche
speranze.
Fra le cartoline conservate dal sig. Morini ve
n'è una del Comitato Nazionale Promotore del
Volo Umano Naturale, in data 17 novembre 1940,
in cui si dice che la gara per modelli ad ali bat-
tenti indetta per l'autunno di quell’anno è rin-
viata causa il richiamo alle armi di diversi par-
tecipanti. «Il Consiglio di Presidenza — continua
la cartolina — ha deciso di rinviare la predetta
gara ad epoca da stabilire, sperabilmente nella
prossima vittoriosa primavera, che confidiamo
possa apportare la giusta, eppertanto duratura,
pace ». Durò molto di più di una stagione, la
guerra, e non distrusse solo le speranze dei vo-
latori ad ali battenti. Ma oggi, dando il giusto
merito ai realizzatori inglesi dell’aeroplano a
pedali, è giusto ricordare il ‘“pedaliante” italiano
e i suoi realizzatori, l'ing. Bossi e il costruttore
e pilota Bonomi.
Uno dei tre modellini di macchina ad ali battenti realizzati da Morini. Questo è dotato di un congegno a pedali in miniatura.
RE GER
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Il mercato internazionale dell’acciaio è tutto-
ra caratterizzato da una accentuata concorrenza.
Negli Stati Uniti la congiuntura siderurgica
sembra orientata verso una situazione più favo-
revole per l’aumentata richiesta da parte dell’in-
dustria automobilistica. Non sono comunque pre-
visti a breve scadenza incrementi degni di rilie-
vo nella produzione d'acciaio perché negli altri
principali settori di utilizzazione l’attività per-
mane stazionaria.
Per quanto riguarda la C.E.C.A., l'afflusso
delle ordinazioni di prodotti siderurgici conti-
nua a mantenersi su un livello soddisfacente ma
non tale da permettere il pieno sfruttamento
della potenzialità produttiva. All’aumento della
richiesta del mercato interno fa riscontro una
notevole diminuzione di quella estera perché in
tutte le aree d’esportazione si fa sempre più
Produzioni Italsider
viva la concorrenza, soprattutto da parte delle
siderurgie giapponese e britannica.
Nei primi dieci mesi dell’anno in corso il
gettito d’acciaio della Comunità è stato pari a
60.944.000 tonnellate, segnando una diminuzio-
ne dell’ 1,4%, nei confronti dello stesso periodo
del 1961. Diversa si è presentata la situazione
nei vari paesi : la produzione d’acciaio è dimi-
nuita del 3%, in Germania e in Francia e del
4% in Lussemburgo; Italia, Belgio e Olanda
hanno invece registrato aumenti.
SITUAZIONE ITALIANA
In Italia il continuo incremento del consumo
interno d'acciaio avvalora sempre più la fon-
datezza delle previsioni su cui sono stati basati
i piani d’ulteriore potenziamento della siderurgia.
Nei primi dieci mesi del 1962 il gettito nazio-
nale d’acciaio ha raggiunto 7.81r.000 tonnellate,
una produzione superiore a quella totalizzata
nello stesso periodo del 1961 ma inferiore alle
prospettive.
Le esigenze del consumo interno hanno richie-
sto un sempre più elevato volume di importazione.
Già nei primi sette mesi il deficit della bilancia
commerciale nel settore siderurgico si è avvicina-
to a 1.300.000 tonnellate, contro 1.077.000 nel
gennato-luglio dello scorso anno.
settembre ottobre
1962 1962
coke tonn. 203.980 209.800*
ghisa 266.011 293.663*
acciaio 344,055 363,476*
laminati a caldo 258.398 287.047*
laminati a freddo 40.700 41,988
getti di ghisa 8.189 8.334
getti d’acciaio, fucinati e rodeggi 9.205 9.093
armamento ferroviario 1.650 1.804
derivati vergella 4.232 4.258
carpenteria 1.292 1.506
tubi saldati 19.729 17.389
altri prodotti 249 515
* nuovi record mensili
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider - via Corsica 4 -
Genova - telefono n. 5999.
La riproduzione degli articoli è libera.
Si prega citare la fonte.
Stampa: AGIS-Stringa - Genova, Clichés a colori: Denz-Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova.
L’Italsider
Sede centrale
via Corsica 4, Genova - telefono 5999 -
telex 27089 Italsid
Centri siderurgici e stabilimenti
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435
- telefono 302024 - telex 71039 Italsid
tondo - vergella - bordione - nastri stretti
laminati a caldo - travi HE (ad ali larghe) -
travi IPE - profilati - funi - reti saldate -
derivati della vergella
Oscar Sinigaglia - via San Giovanni d’Acri 6
Genova-Cornigliano - telefono 4107
laminati piani a caldo e a freddo - lamierini
zincati - banda stagnata elettrolitica e ad
immersione
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 -
telefono 22041 - telex Diretta
rotaie - barre e profilati -
armamento ferroviario fisso
materiali per
Taranto - via Statte 1 - telefono 6820 -
telex 81039 Italsid
tubi di acciaio saldati di grande e - medio
diametro
Trieste - via di Servola 1 - telefono 93027 -
telex 46039 Italsid
ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere
grosse
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di
acciaio
Marghera (Venezia) - via del Commercio 5
telefono 50334
profilati
San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza
Giacomo Matteotti 7 - telefono 80030
profilati - materiali per armamento ferroviario
mobile
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3
telefono 27941
getti e tubi di ghisa
Stac - corso F. M. Perrone 15 Genova-Campi
telefono 469091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e
placcate
Uffici vendita
Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a
telefono 269865 - telex 51039 UVEBO
Genova, via Luigi Garaventa 2
telefono 592831
Milano, corso di Porta Nuova 1
telefono 653889 - telex 31039 UVEMI
Napoli, via Guglielmo Marconi 55
telefono 312448
Padova, galleria Porte Contarine 4 :
telefono 51644 - telex 41039 UVEPD
Palermo, via di Villa Trabia 3/A
telefono 291540
via Barberini 50
telefono 489061
Torino, corso Sebastopoli 35
telefono 673918 - telex 21039 UVETO
Roma,
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