Rivista Italsider, n. 5, 1961
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Arnaldo Pomodoro-"La colonna del viaggiatore" (composizione in acciaio e stagno)
Seconda di copertina: particolare di una mappa catastale del '700
Terza di copertina: particolare della mappa catastale di Montefiascone ricavata con la tecnica dell'aereofotogrammetria
Quarta di copertina: S. Giorgio che uccide il drago. Antica insegna in ferro battuto e lamiera che si trova nella chiesa di S. Giorgio a Portofino
Illustrazioni interne di Giancarlo Cazzaniga
Sommario
- Il catasto, p. 3
- Un secolo di siderurgia lussemburghese, p. 8
- Dodici lezioni per gli italiani, p. 16
- Non crediamo (troppo) alle fotografie, p. 18
- C'era una volta il mare, p. 26
- Gli infallibili investigatori, p. 32
- Acciaio e petrolio, p. 36 - Data testuale
- 1961 settembre-ottobre
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Ottimo
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/6
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
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la copertina: Arnaldo Pomodoro - «La colon-
na del viaggiatore» (composizione in acciaio
e stagno). Si trova presso la sede della
Finsider, a Roma.
Arnaldo Pomodoro è nato a Morciano di
Romagna nel 1926. Ha studiato architettura,
scenografia e arte orafa, nella quale ha avuto,
insieme al fratello Giò, molto successo. Da
anni Pomodoro si è dedicato alla scultura.
Ha partecipato a numerose mostre collettive
e personali in Italia ed all’estero. Vive e
lavora a Milano.
2° di copertina: particolare di una mappa
catastale del ’700.
3° di copertina: particolare della mappa ca-
tastale di Montefiascone ricavata con la
tecnica dell’aereofotogrammetria.
4° dî copertina: S. Giorgio che uccide il dra-
go. Antica insegna in ferro battuto e lamiera
che si trova nella chiesa di S. Giorgio a
Portofino.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n° $ - settembre-ottobre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abboramento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il catasto pag. 3
Un secolo di siderurgia lussem-
burghese » 8
Dodici lezioni per gli italiani » 16
Non crediamo (troppo) alle fo-
togranie » 18
C'era una volta il mare » 26
Gli infallibili investigatori » 32
Acciaio e petrolio » 36
Favorevoli auspici,
impegno responsabile
Nell'anno del Centenario sono apparse numerose pubblicazioni, frutto di uno sforzo
collettivo di studiosi uniti da comuni ideali o di istituti ed enti che hanno così ritenuto
di portare un loro dignitoso contributo al complesso delle manifestazioni celebrative,
e si sono succeduti i convegni, che hanno cercato di mettere a fuoco problemi gene-
rali o settoriali vecchi e nuovi nel tentativo di delineare il bilancio consuntivo del pri-
mo secolo dell’ unità del paese e di porre le basi per le previsioni dei prossimi
dieci-quindici anni.
Apriamo questo numero della nostra Rivista con un articolo nel quale uno studioso
di economia, il professor Glauco Della Porta, traccia un primo sintetico bilancio dei
risultati di questo lavoro di indagine e di studio.
1. Giunti oramai al termine del 1961 viene spontaneo porsi una domanda. In tutta la fervida
attività di studi, relazioni, convegni cui il Centenario ha dato vita, è possibile identificare con-
tributi che abbiano gettato nuova luce su aspetti generali o specifici dell'evoluzione dell’econo-
mia italiana nei suoi primi cento anni di vita? La risposta non è agevole sia perché a pochi pri-
vilegiati è stato possibile seguire compiutamente quanto s'è andato pubblicando o quanto s'è di-
scusso nei convegni, sia perché discussioni e contributi hanno interessato un ampio ventaglio di
problemi e fenomeni, sicché ben poco ne è rimasto fuori, e, come è noto, ognuno di noi ha dovuto
da tempo restringere il proprio campo di interesse scientifico e culturale se non voleva ridursi ad
una pericolosa superficialità di analisi e di conoscenza.
In tre campi, tuttavia, ci sembra che qualcosa di nuovo si sia fatto o detto, e precisamente in
quello dell’informazione statistica, in quello congiunturale e, infine, in quello dell’analisi di taluni
problemi economici e sociali, vecchi e nuovi, che hanno condizionato, e che tuttora condizionano
lo sviluppo economico del nostro paese.
2. Nel campo statistico due ci sembrano i contributi di maggior rilievo. Il primo, dovuto alla
Svimez, è il monumentale volume su ‘Un secolo di statistiche in Italia. Nord e Sud. 1861-1961”
che costituisce una specie di ‘enciclopedia statistica” dell’Italia. Il pregio di tale opera consiste
a nostro parere nel fatto che : a) sono stati integrati i dati ufficiali con stime basate su accurate
indagini di archivio e di biblioteca ; b) è stata assicurata la massima comparabilità possibile delle
serie statistiche ; c) le informazioni sono state disaggregate per grandi ripartizioni geografiche
e per regioni. Il secondo, dovuto all'Istituto centrale di statistica, fornisce un panorama di ‘cento
anni di sviluppo economico e sociale dell’Italia” dando, cosa di particolare importanza, una se-
rie di parametri, quali l’elasticità dei consumi e del risparmio, i rapporti capitale e produzione
per rami di attività economica e per settori economici, i rapporti consumi e popolazione e così via.
Nel campo congiunturale î contributi di maggior rilievo ci sembrano essere quello del presi-
dente dell'Istituto nazionale per la congiuntura, on. Ferrari Aggradi, e quello del direttore dello
stesso istituto, dottor Miconi. Il primo, in uno studio pubblicato dalla Review of Economic Conditions
in Italy del Banco di Roma lo scorso luglio, ha tracciato un sintetico panorama dei cento anni
dell'unità e, per la prima volta, ha effettuato una stima dell’investimento lordo fisso e dell’in-
vestimento totale dal 1861 al 1960 e delle sue fluttuazioni. Ciò ha permesso all'autore di calco-
lare anche il bilancio economico nazionale dal 1867 al 1960. Il secondo, in occasione del recente
“convegno di studio sui problemi di sviluppo dell'economia italiana”, ha studiato i cicli econo-
mici succedutisi in Italia nei cento anni di unità. Dall'analisi risulta che in tale arco di tempo
si sono avuti venticinque cicli brevi, che gran parte delle crisi avutesi nel nostro paese hanno avuto
origine dall’agricoltura e che la vulnerabilità del nostro sistema economico agli impulsi prove-
nienti dal resto del mondo è sempre stata notevole. I due studi mostrano, poi, in modo estremamente
chiaro, le tre fasi attraverso cui è passata la nostra economia : una fase che va dal 1860 al 1897,
nella quale il nostro sistema economico progredì ma non si sviluppò, una fase che va dal 1898 al-
la seconda guerra mondiale, che vide l'economia italiana progredire e svilupparsi e una fase, che
è quella attuale, contrassegnata dalla intensificazione dello sviluppo e dalla diminuita influenza
dell'agricoltura sul ciclo.
Anche nel campo, infine, della problematica economica, due ci sembrano essere i contributi più
salienti. Il primo, dovuto al professor Masera e presentato al “IX incontro di esperti in relazioni
economiche estere”, studia «l'evoluzione strutturale della bilancia dei pagamenti nei primi cento anni
dell’unità d’Italia». L'analisi dei movimenti di fondo o strutturali svolta dall'autore getta nuova
luce sui motivi di certe localizzazioni e sulla genesi delle diversificazioni regionali e mostra, altresì,
2
come l'equilibrio della bilancia dei pagamenti si sia conseguito attraverso
l’effetto di reddito, non essendo sufficiente l’effetto di prezzo e di cambio, e
come la politica doganale seguita abbia accentuato, anziché attenuato, le
debolezze strutturali della nostra economia. Il secondo, dovuto al professor
Pasquale Saraceno, e pubblicato nel fascicolo della rivista Economia e Sto-
ria dedicato al Centenario, affronta il problema della «mancata unificazione
economica italiana a cento anni dall’unificazione politica ». L'ampia e
approfondita analisi svolta dal Saraceno identifica i fattori che hanno
impedito in passato un processo di crescita equilibrata, che sono allo stesso
tempo politici ed economici, e conclude rilevando « che il processo di uni-
ficazione economica del nostro paese potrà dirsi sicuramente avviato al-
lorché il sistema produttivo italiano sarà stato finalmente posto in una
condizione di mercato nella quale la componente interna più dinamica della
domanda effettiva sia costituita non già dai consumi, ma dalla domanda
di beni di investimento occorrente per superare le deficienze che la situazione
del Sud tuttora presenta ».
In sostanza si può dire che da tutta questa intensa attività di indagine
e di studio si sia innanzitutto raggiunta una migliore conoscenza quanti-
tativa dell'evoluzione strutturale del nostro paese e della sua dinamica
economica. In secondo luogo è stato accertato : a) che nel passato il nostro
sistema economico è stato soggetto ad impulsi esterni in misura più ampia
di quel che si riteneva fino a poco tempo fa ; b) che nelle recessioni d'origine
interna il reddito è continuato a crescere, 0 per lo meno non è diminuito,
mentre in quelle di origine esterna esso è diminuito ; c) che le fasi cicliche
sono state fortemente influenzate dai mutamenti di struttura del nostro
sistema economico e che gli impulsi espansivi, in questi ultimi tempi, ten-
dono a prevalere su quelli recessivi. In terzo luogo è stato dimostrato che
il protezionismo doganale ha accentuato l'iniziale debolezza strutturale
della nostra economia e che l'impostazione del problema della bilancia
dei pagamenti come problema di controllo amministrativo, anziché come
problema di cambi e di prezzi, aggrava gli squilibri e altera e distorce gli
scambi esteri.
3. In questo quadro come va giudicato ‘‘il miracolo italiano” ? Oggi, come
ha rilevato il professor Masera, a seguito dei profondi mutamenti strut-
turali, già verificatisi 0 in corso, vanno attenuandosi le posizioni mono-
polistiche all’interno del paese e si viene valorizzando il fattore produttivo
“lavoro”, quello cioè che è relativamente più abbondante. Ciò pone le
premesse per uno sviluppo della propensione al consumo. « E poiché sono
soprattutto î consumi di prodotti non alimentari che presentano un elevato
margine di saturazione in quanto diretti a soddisfare bisogni in gran parte
complementari, anziché concorrenti, ne consegue che si viene correlativa-
mente a sviluppare la produzione industriale di massa di beni di consumo
durevole nonché la prestazione di servizi e, quindi, si vengono a stimolare
proprio quelle categorie di attività che sono più adatte a localizzarsi nel
nostro paese ». Ma ciò significa, come ha rilevato il Saraceno, « che taluni
fattori positivi di sviluppo hanno carattere temporaneo e possono trasfor-
marsi in negativi, mentre tendono a permanere ancora per vari anni le
esigenze di aumento della produttività interna sottoforma di investimenti
personali e reali, onde ridurre la distanza che ancora ci separa dagli altri
paesi più industrializzati, e realizzare finalmente l'unificazione economica
del nostro paese ».
Ciò porta a ritenere, come ha sottolineato il Miconi, che le fasi cicliche
del nostro sistema economico saranno influenzate, come per il passato,
dai mutamenti di struttura, vale a dire che vecchi impulsi, come quelli
dell’agricoltura, scompariranno, ed altri assumeranno maggiore impor-
tanza, come quelli provenienti da particolari settori industriali, da quello
automobilistico in particolare. Inoltre, data la necessità di un commercio
estero in espansione, gli impulsi ciclici esterni acquisteranno maggiore im-
portanza che per il passato.
In breve si può affermare che oggi il nostro paese si trova în una fase
notevole di sviluppo. Tuttavia, oggi, due fattori che hanno potente-
mente contribuito a sostenere tale sviluppo sono insidiati. Il progresso
tecnologico, che è esploso negli “anni 50”, va attenuando la sua spinta pro-
pulsiva. La stabilità monetaria è sempre più difficile a mantenersi die-
tro la spinta della “wage inflation’ (inflazione delle paghe) d’un lato,
e per la necessità di allargare l’area delle esportazioni a pagamento dila-
zionato dall'altro. Inoltre vanno ponendosi con sempre maggiore urgenza
problemi nuovi, legati aî mutamenti strutturali, quali quelli di una effi-
ciente istruzione a tutti î livelli, di una moderna amministrazione pub-
blica, di un ampliamento quatificato delle infrastrutture, di una migliore
distribuzione del reddito, sia personale sia spaziale, e così via. Problemi
vecchi, infine, vanno avvicinandosi ad un punto di rottura, quali quello
agricolo in primo luogo.
L'attuale situazione, come ogni processo accelerato di progresso econo-
mico, si svolge quindi attraverso squilibri più o meno accentuati, sia eco-
nomici sia sociali, suscettibili di amplificarsi ove le decisioni di politica
economica non siano attentamente vagliate e sorrette da una ampia e
moderna visione delle presenti e future necessità.
4. Quali allora le prospettive di sviluppo? È evidente che tracciare
una prospettiva dello sviluppo economico italiano in un momento qua-
le l’attuale è non solo difficile ma anche soggetto a notevoli errori.
Tuttavia in questi ultimi due anni la Svimez e privati studiosi —
Paretti, Cugia, Righi e Cao Pinna — hanno effettuato stime sull’ an-
damento probabile, nel prossimo decennio o quindicennio, del red-
dito, investimenti, consumi, e così via. In questi ultimi mesi, inoltre, è
all’opera, in seno al Ministero del Bilancio, una « Commissione per la ela-
borazione di uno schema organico di sviluppo nazionale dell’ occupazione
e del reddito per il decennio 1961-1970 ». Sulla base di questi studi si può
prevedere che, rebus sic stantibus, il! reddito nazionale lordo possa preve-
dibilmente passare dai 19.000 miliardi di lire circa del 1960 a 34.000
miliardi circa nel 1970, il consumo globale da 14.000 ad oltre 26.000
miliardi e gli investimenti lordi da quasi 5.000 a 8.000 miliardi circa.
Le importazioni di merci dovrebbero oltrepassare i 7.000 miliardi di lire
contro poco più dei 2.500 miliardi del 1960 e le esportazioni raggiungere
i 6.000 miliardi contro poco più di 2.000 miliardi nel 1960, un aumento
annuo cioè dell’rt%, all’esportazione e del 10%, circa all'importazione.
Tenuto conto poi dei servizi, si dovrebbe raggiungere un certo equilibrio
della bilancia corrente dei pagamenti. Dovrebbe, inoltre, modificarsi la
struttura del nostro commercio estero (maggiore importazione di generi
alimentari e prodotti finiti industriali) e la ripartizione per aree geografi-
che (notevole incremento dell’esportazione verso i paesi in via di sviluppo).
Nel settore industriale la produzione di acciaio dovrebbe ampiamente oltre-
passare i 16 milioni di tonnellate, la circolazione automobilistica sfiorare i 6
milioni di vetture e notevole dovrebbe essere l'incremento, sia in termini di
volume di produzione che di valore aggiunto, del settore meccanico e di quello
chimico. Ciò porrà un problema gravissimo di adeguamento delle infra-
strutture del settore trasporti, in particolare il problema della grande via-
bilità e dei suoi effetti di creazione di « nuovo traffico », quello della via-
bilità e circolazione urbana in chiave urbanistica, quello dei porti cui va
data priorità assoluta, e quello, infine, del trasporto aereo dove v'è ancora
tutto da fare. Così, tenuto conto dell'aumento e della direzione dell’espor-
tazione e del probabile forte sviluppo e diversificazione dell'industria, si
porranno problemi di ristrutturazione del sistema creditizio e finanziario
e il recepimento di istituti già in vigore nei paesi più industrializzati. In-
fine, andrà affrontato e risolto il problema dell’unificazione economica
dell’Italia.
5. In conclusione si può affermare che il sistema economico italiano al
conchiudersi del primo centenario dell'unità nazionale si trova ad aver
superato talune debolezze strutturali e taluni problemi, ma non ad averli
compiutamente risolti. Problemi e debolezze sono, però, oggi più chiara-
mente comprensibili, nella loro genesi e nella loro evoluzione. Gli errori
del passato sono stati analizzati e capiti, per cui difficilmente potranno
essere ripetuti, mentre le conoscenze quantitative delle strutture fonda-
mentali del sistema economico italiano si accrescono continuamente, sia in
senso verticale sia in senso orizzontale, e si accrescono, altresì, le conoscenze
sulla loro dinamica nel tempo e nello spazio. Ciò significa che i punti deboli
del “miracolo” sono suscettibili di controllo e che certe mète indicate dalla
estrapolazione delle tendenze passate sono raggiungibili ed eventualmente an-
che anticipabili, solo che esista la volontà politica al riguardo. Vale a dire
che lo stato dovrà effettuare una razionale politica economica, indiriz-
zando gli investimenti verso certi settori, contenendo taluni consumi, acce-
lerando lo sviluppo economico e sociale in certe sone, mantenendo la sta-
bilità monetaria, valorizzando il fattore umano.
Il nuovo centenario s'apre quindi sotto favorevoli auspici ma richiede
l'impegno responsabile e continuativo di tutti, operatori e politici, educa-
tori e studiosi perché il paese possa conseguire quelle mète obiettivamente
raggiungibili ed allinearsi così con quei paesi che sono oggi alla testa del
progresso civile ed economico.
PIANTA: DEL SAGRO PREMO DI MIL
L'eremo di Monte Corona, in Umbria, in una
rilevazione catastale della fine del "700. La scala
è espressa nella misura della “canna, corri-
spondente a circa m. 2,25.
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O patria mia!
vedo le mura,
gli archi
e il cav. Zanazzo
del Catasto.
In questa “ Prospettiva” del poeta spezzino
Gino Patroni, è sintetizzato tutto il grigiore
che si è soliti attribuire al catasto, agli impie-
gati al catasto e alla loro attività. Ma il ca-
tasto è una istituzione molto importante, e
molto diversa da quella che i più credono sia.
Ce lo dice un esperto, lo scrittore Carlo Mon-
tella, che ha lavorato per molti anni în un
ufficio catastale e ha tradotto quella sua espe-
rienza in un divertente romanzo che si intitola
”
appunto ‘Incendio al catasto”.
Mi capita ogni tanto di trovarmi in un
curioso imbarazzo: una persona appena co-
nosciuta e che ha sentito parlare d’un mio
libro umoristico sul catasto, mi domanda,
magari con l’aria di farmi un complimento
spiritoso: « Ma insomma, cos’è questo ca-
tasto? ». Il mio imbarazzo deriva dal fatto
che, con tale domanda, quella persona con-
fessa gratuitamente di non aver letto il mio
libro, cosa sempre malinconica per un autore.
n Cella del Peron rlicati
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Hoanyt'or ho communoiea « Hut pelosi
Mii bunto «li 3 Larduta detto Be laedere
Il Mica \ il v RI ie Non
Che rispondere? Far rilevare Ho sciocco l’in-
delicatezza? Di solito faccio finta di nulla e
preferisco, serenamente, mettermi a spiegare
cos'è il catasto. Ma quanta gente c’è, terribi-
le, che non sa cos'è il catasto, ovvero, che
non ha letto il mio libro...
Le prime volte, confesso, non sapevo da
dove prender le mosse: perché il catasto è
veramente la cosa più complessa e macchi-
nosa che possa immaginarsi. Poi ho trovato
il modo di render subito l’idea, almeno l’idea,
della faccenda, ricorrendo a una similitudine.
« Sa lei cos'è l’anagrafe?» dico « Bene,
immagini che, come esiste un ufficio dove
di ogni cittadino della nostra felice repubblica
son registrati il giorno e l’ora e il luogo della
nascita, e i genitori, e il sesso, naturalmente,
e via via le vaccinazioni, i mutamenti d’indi-
rizzo, la professione, e poi la data del matri-
monio e il nome della moglie, eccetera ec-
cetera, tutto insomma, fino alla morte e alla
tumulazione; bene, così immagini un ufficio
dove sia registrato ogni centimetro quadrato
del nostro suolo patrio, con tutte le sue ca-
ratteristiche e prerogative, ovvero secondo
che su di esso crescano cavoli o querce o
aranci o nulla, ch’è la cosa più semplice, e
DA retin JT Hi
nonne? Len) L'ti pae
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secondo che appartenga a Tizio, a Caio o a
Sempronio. Questo ufficio, che si occupa in
primo luogo del rilevamento dei dati relativi
ad ogni centimetro quadrato del nostro suolo
(nella fase di formazione), poscia della tra-
scrizione laboriosissima, con fini fiscali e sta-
tistici, di tutti quei dati stessi (nella fase di
attivazione), infine di registrare i mutamenti
che via via si susseguono nel corso dei lustri,
dei decenni, dei secoli, sià per quel che ri-
guarda le variazioni delle colture, sia per quel
che riguarda i passaggi di proprietà, (nella fase
di conservazione), questo ufficio è il catasto ».
E qui la spiegazione potrebbe esser finita.
E in realtà il più delle volte, se non ho voglia
di seguitare a discorrere e se il mio ascolta-
tore si ritiene appagato, mi fermo qui. Nel
caso presente concorrono due motivi a farmi
sia? neltzia
seguitare il discorso: in primo luogo, che mi
piace farlo; in secondo luogo, che non s'è
mai visto un articolo, un elzeviro, un pezzo
giornalistico insomma, della risibile lun-
ghezza d’una sola cartella dattiloscritta. E
seguitando, dunque, voglio in primo luogo
affrontare quel mito che ha fatto degli impie-
gati del catasto quasi il simbolo della meschi-
nità, della miseria, dell’aridità spirituale di
tutta l’ingloriosa famiglia burocratica, e del
catasto stesso il simbolo della cartaccia, della
polvere, dello squallore di tutti gli uffici
governativi.
Sarei tentato di addurre subito un motivo
fatto per piacere ai letterati e che, con tutta
serietà, ritengo determinante. A mio avviso, al-
l’origine di quel malinconico mito v'è la parola
stessa “catasto” (dal greco katistikon = elen-
S'iemifia corno jo
secure dpi > pia
Air Daf ba sid id > s
tu pala ra & é
qui accanto: due mappe cata-
stali di Lovere dell'800. Quel-
la in alto era allegata all'atto
con cui i signori Bosio, allora
proprietari della fonderia, ce-
dettero, nel 1856, gli impianti
a Giovanni Andrea Gregorini,
che li avrebbe poi trasformati
in un vero e proprio stabi
limento siderurgico. Nella map-
pa in basso, che è del 1871,
si possono infatti vedere le
trasformazioni apportate dal
Gregorini, confrontabili anche
con l’altra mappa di Lovere,
del 1854, pubblicata a pagina 7.
nella pagina a fianco: un
esempio della moderna tecnica
di rilevazione catastale. Oggi
con la fotografia aerea (aereo-
fotogrammetria) è possibile
compiere il rilievo dei terreni
con grande precisione e rapi-
dità. Sopra: una ripresa aerea
della zona di Montefiascone
(Viterbo); sotto; la mappa
catastale di Montefiascone ri-
cavata dalla fotografia.
co), una di quelle parole goffe, pesanti,
che non sanno situarsi con leggiadria o
almeno con disinvoltura nel discorso, e. che
a sentirle pronunciare fanno subito sorridere,
come una persona con le orecchie a ventola o
coi piedi piatti. Son convinto che se il catasto
si chiamasse, che so io, ufficio d’agrimensura,
sarebbe tutto diverso. O mi sembra così solo
perché la suggestione di questo nome in-
felice è ormai diventata un circolo vizioso,
e più polvere e scartoffie s’accumulano negli
uffici del catasto più la parola stessa suona gof-
fa e brutta? Può darsi. Ma per quel che ri-
guarda gli impiegati del catasto credo sin-
ceramente ch’essi abbiano diritto a una ria-
bilitazione, anche se si tratterebbe d’una ria-
bilitazione postuma, perché il catasto ormai...
non esiste più. È arrivato dappertutto, cioè,
CATTOR
SOPRA. È
HR.MM
con il Mrs
MM. MM
con il MW 199
annesso di Stevy
Bouan
RRMM._ con il m'no
annesso al
Gurdenso
sopra: una mappa catastale della
zona agricola di Caitor di Sopra e
Caitor di Sotto (Umbria) rilevata
verso la fine del °700. Le mappe
a quel tempo erano colorate una per
una a mano, e vi venivano segnate
direttamente le varie colture.
sotto: mappa catastale della città di
Lucca, del 1863. Le mappe pubbli-
cate in queste pagine (tranne quelle
di Lovere, che fanno parte dell’ar-
chivio della nostra società) sono con-
servate a Roma, presso la direzione
generale del Catasto, insieme ad un
vastissimo materiale di alto interesse
storico.
\g CATTOR DISOTTO
alla fase della “conservazione”, di cui si oc-
cupano gli uffici tecnici erariali e non gli
uffici del catasto veri e propri, i quali chiu-
dono bottega per sempre una volta ultimati
i lavori dell’ “attivazione”. La storia del ca-
tasto, dunque, non è infinita. Iniziatasi in
Italia nel 1866, per riordinare secondo prin-
cipî unitari e moderni gli antiquati catasti
dei vari stati italiani, essa è durata quasi un
secolo. E per secoli — prima che si ripresenti
l'esigenza di ricominciar tutto daccapo, quan-
do troppe cose saranno mutate sulla faccia
della terra — stricto sensu — perché si possa
seguitare ad andare avanti con gli aggiorna-
menti — l’immenso materiale di mappe, ta-
vole censuarie, registri di matricola eccetera,
custodito negli uffici di conservazione, ser-
virà ottimamente per seguire le vicende del
patrimonio rurale della nazione.
Ma mi stavo quasi dimenticando degli im-
piegati del catasto. In verità credo che se essi
son rammentati comunemente come gli scri-
bacchini per antonomasia, come i più squal-
lidi fratelli di quello squallidissimo personag-
gio gogoliano che fu Akakij Akakievic”, ciò sia
una delle più grosse ingiustizie della storia. Il
fatto è che la gente è abituata a immaginar
gli impiegati del catasto sempre intenti a
scrivere sui loro immensi registri con pre-
ziosissime calligrafie, la testa inclinata sulla
spalla e gli occhi convergenti sulla punta del
sapiente pennino. Sì, gli impiegati del catasto
sono dei calligrafi emeriti, ovvero degli eme-
riti scribacchini, ma prima di tutto sono dei
tecnici, in quotidiana dimestichezza coi lo-
garitmi, e questo basterebbe già a porli molto
più in alto degli scritturali dei ministeri che
vorrebbero quasi darsi arie da commenda-
tori. Ma soprattutto — e in questo gli impie-
gati del catasto non hanno niente in comune
con lo squallore di tutti gli altri impiegati
d’ogni genere d’ufficio — essi sono abituati
a lavorare all’aperto, nelle campagne apriche,
sotto il sole cocente, passando boschi e ri-
viere e incontrando avventure d’ogni genere.
Perché la prima fase dei lavori catastali, come
s'è visto, è il rilevamento, ovvero la misura-
zione del terreno in tutti i minimi particolari.
Ed ecco allora, all’inizio della bella stagione,
gli impiegati, divisi in squadre, partire per la
“campagna” — nome che sa di guerra e
d’avventura —, eccoli dall’alba al tramonto
marciare per viottoli e sentieri, eccoli far
scorpacciate di fichi, bagnarsi nudi nei fiumi
e nelle gore, organizzare bisbocce rusticane
sulle aie, dormire nei pagliai, insidiare conta-
dinotte formose. E per questo gli impiegati
del catasto son tutti robusti e abbronzati
come vecchi fattori di campagna, e non ne tro-
vereste uno con quell’aspetto rintisichito che
hanno invece gli scribacchini degli altri uf-
fici. Vero è che degli avventurosi campioni
del rilevamento ne son rimasti ben pochi, or-
mai, ancora in servizio, malinconici e tristi come
marinai a terra, negli uffici di conservazione.
Il rilevamento, per riportare il discorso su
un piano più tecnico, dura decenni e decenni.
Pensate cosa significa misurare metro a me-
tro la superficie d’intere regioni e riportare
sulla mappa tutto, tutto, tutto quello che esi-
ste su tale superficie: un ruscelletto sottile
come un filo, un viottolo, un botro, un pozzo,
un forno; e ad ognuno di questi particolari
e ad ogni diversa coltura dedicare sulla map-
pa una “particella”, sicché dove le proprietà
sono molto frazionate e con gran varietà di
colture, alternandosi quattro filari di viti
con un pezzetto d’orto e due spanne di frut-
teto, le “particelle” raggiungono proporzioni
infinitesime, e poiché i proprietari pagan le
tasse in base alla rendita delle varie colture,
bisogna esser scrupolosi e non far le cose
all’ingrosso. Al rilevamento, ovvero ai lavori
che portano al disegno della mappa, segue poi
il classamento, cioè la stima delle colture.
Abbiamo così, ad esempio, uliveti, vigneti,
seminativi arborati eccetera, di prima, di se-
conda, di terza, di quarta e di quinta classe.
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I vari tipi di colture e le relative classi non
trovano menzione sulla mappa. Qui v'è solo
il disegno del terreno e la divisione in “par-
ticelle” numerate; il numero della “parti-
cella’ guiderà poi a rintracciare altrove, sulla
tavola censuaria, il tipo di coltura e la classe.
Poi viene il calcolo dei redditi; ma questo è
già lavoro da fare al tavolo, in ufficio, lavoro
che appartiene alla seconda fase, lunghissima
anch’essa, di ‘attivazione’.
Quello che rende estremamente complessa
la struttura del catasto è il fatto che l’immensa
quantità dei dati raccolti viene trascritta in
cento modi diversi, su cento diversi tipi di
registri e stampati, quasi secondo le regole
della proprietà commutativa, e ciò per una
ragione statistica. Solo partendo da questa
originaria, meticolosissima, esasperante pi-
gnoleria, infatti, è possibile poi arrivare a
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quei totali riassuntivi che ci consentono di
sapere quante centinaia 0 migliaia o centinaia
di migliaia di ettari sono coltivati a vigneto,
per esempio, in un comune, in una provincia,
in una regione, in tutto il territorio nazionale.
Tuttavia, in sostanza, i pilastri del catasto
può dirsi che siano solo quattro, e cioè:
1) la mappa particellare — scala 1/2000 —
in cui ogni particella è contraddistinta da un
numero; 2) la tavola censuaria, registro in cui
sono riportati tutti i mumeri della mappa
con le relative qualità e classi delle colture,
le superfici e il reddito imponibile; 3) il re-
gistro delle partite, in cui i dati della tavola
censuaria sono riportati sotto I nomi, In or-
dine alfabetico, dei singoli possessori (di
ogni singolo comune); 4) la matricola dei
possessori, che contiene l’elenco di tutti i
possessori con riferimento alle relative partite
(poiché un possessore può figurare, magari
come proprietario di una quota, in più partite).
Una volta compilata la trascrizione di tutti
i dati sui cento e cento tipi di registri e di
stampati, tutto l’immenso materiale passa in
“conservazione”, come s'è detto. Il catasto,
il vero catasto, è finito, chiude bottega.
Presso gli uffici tecnici erariali viene curato
l'aggiornamento, di cinque anni in cinque
anni, di tutti i documenti catastali. "Tale ag-
giornamento viene chiamato “lustrazione”’, da
lustro — evidente! — ma i nostri bravi bu-
rocrati, per pignoleria ed ignoranza, hanno
sentito il bisogno di aggiungere al sostantivo
“lustrazione” l’aggettivo “quinquennale”, in-
ventando così una delle più goffe tautologie
che siano mai esistite e gettando l’ultima pen-
nellata di ridicolo sul già tanto, a torto, di-
leggiato catasto.
Un po’ di storia, per finire. Già l’antico
Egitto ebbe un suo rudimentale catasto, e lo
ebbero i greci e, naturalmente, i romani.
Nel medioevo andò tutto a catafascio. Si ri-
cominciò, con i Comuni, a tener degli elenchi
delle proprietà fondiarie e delle relative con-
sistenze, ma solo in epoca moderna, intorno
al ’700, il catasto è stato impostato secondo
criteri scientifici. Un catasto esemplare fu
quello absburgico, in Lombardia, e impiegato
del catasto visse lungamente e squallidamente
a Milano il figlio di Mozart, povero, sublime
Mozart, sfortunato anche nella prole! La
gran differenza fra gli antichi e i moderni
catasti è che i primi non erano fondati sulla
mappa, ma erano semplicemente, come si
dice, “descrittivi”, ovvero si limitavano alla
descrizione della superficie, dei confini e
delle colture delle proprietà fondiarie. Col
catasto “particellare’”’ invece, alla descrizione
succede il disegno, la mappa. Ma esiste già
oggi un catasto del futuro, realizzato mediante
l’aereofotogrammetria, nel quale il rileva-
mento viene eseguito dall’aereo, con speciali
strumenti. Ma questo, io, non lo chiamerei
più catasto. Esso sta al catasto che ancora
oggi tutti intendiamo, come un jef superso-
nico allo Spirit of Sf. Lonis di Lindbergh:
non v'è più niente di epico, di grottesco, di
gogoliano in questo catasto: e non mette
‘conto parlarne.
Un secolo di
siderurgia
lussemburghese
Iniziamo a pubblicare da questo numero della
nostra Rivista una serie di articoli che si pro-
pongono di illustrare quali sono state, nei vari
paesi europei, le tappe e gli aspetti salienti della
siderurgia negli ultimi cento anni. Parlare di side-
rurgia europea oggi, dopo i positivi risultati della
Comunità del Carbone e dell’ Acciaio, vuol dire
parlare di un mondo di lavoro e di produzione
che ha saputo trovare la strada per porre in
comune, al di sopra delle barriere politiche
e di molti interessi particolari, tutti gli sforzi
e tutte le energie per offrire ad un mercato
unificato di 170 milioni di consumatori i pro-
dotti di un’ industria moderna, efficiente ed eco-
nomicamente sana, contribuendo decisamente, in
tal modo, al generale sviluppo dell’ Europa
stessa. Questo panorama siderurgico europeo,
tracciato per la nostra Rivista da Emanuele
Gazzo, direttore dell’ agenzia « Europe», inizia
dal Lussemburgo, la piccola nazione - sede
della CECA - che ha saputo sfruttare le sue
fortunate risorse di materie prime creando una
grande industria dell’ acciaio. Il Lussemburgo,
pur avendo una popolazione di appena trecen-
iomila abitanti e una superficie territoriale
identica a quella della provincia di Piacenza,
ha prodotto, nel 1960, oltre 4 milioni di ton-
nellate d'acciaio, cioè quasi la metà della
produzione italiana.
Premessa
Nel quadro della storia industriale del ferro
e dell’acciaio in Europa — quella storia che
coincide, condizionandola, con la rivoluzione
industriale — la siderurgia lussemburghese
si presenta con caratteristiche singolari, ed
esce dagli schemi classici della localizzazione
e dello sviluppo delle industrie di base.
La sua esistenza secolare ed il suo sviluppo,
straordinario in relazione ai dati geopolitici
del paese che la ospita, sembrano svolgersi
attraverso una serie di felici circostanze che
le hanno permesso di evitare accidenti e ca-
tastrofi. Di volta in volta, eventi esterni e
inopinati sono intervenuti al momento op-
portuno ad evitare che giocassero in pieno
fattori obiettivamente sfavorevoli quali la
ristrettezza o inesistenza del mercato interno,
la scarsezza di comunicazioni con l’esterno,
la qualità scadente della materia prima impie-
gata, l’assenza di risorse locali in capitali e
in conoscenze tecniche.
Molto schematicamente si può dire che la
realizzazione dello Zollverein, l’unione do-
ganale costituitasi nel 1834 fra la maggior
parte degli stati tedeschi ed alla quale il Lus-
semburgo aderì nel 1842, ovviò in un primo
momento alla ristrettezza del mercato; che la
febbre delle costruzioni ferroviarie permise di
creare gli indispensabili legami con il mondo
esterno; che la scoperta di Thomas Gilchrist
consenti, con l’impiego del convertitore che da
lui prese il nome, l’utilizzazione di un mine-
rale scadente che l’introduzione del proce-
dimento Bessemer sembrava aver definitiva-
mente condannato. Per di più, l’adozione del
procedimento ‘Thomas permise anche una
profonda trasformazione dell’agricoltura lus-
semburghese, ridonando con le scorie Thomas
fertilità a un suolo povero e isterilito. Da quel
momento, il benessere non abbandonò più il
territorio del Granducato del Lussemburgo.
Esaminiamo, nelle grandi lince e negli
aspetti salienti (ché non potremmo analiz-
zare qui taluni pur interessanti aspetti econo-
mici di questo fenomeno) le tappe di questo
sviluppo secolare.
I - Dalle #“forges” delle Ardenne all’inseri-
mento nell’economia centroeuropea
1. Nell’ Europa quale era stata sistemata do-
po Napoleone e dopo le convulsioni che se-
guirono la pace di Vienna, il Granducato di
Lussemburgo era un paese ad economia quasi
puramente artigianale ed agricola, con scarse
comunicazioni col mondo esterno e con una
capitale costituita da una piazzaforte chiusa
ed asfissiata nel cerchio di pietra delle sue
fortificazioni secolari.
Non esistono in questo periodo le condizioni
obiettive per l’esistenza di una siderurgia vera
e propria. Le antiche ‘“forges” delle boscose
Ardenne hanno ceduto il posto ad alcuni alti-
forni situati a mezza strada fra i due elementi
di base della siderurgia, il minerale ed il coke.
E questo perché il minerale sfruttato non è
quello — ancora sconosciuto — del giaci-
mento lorenese, che si estende nel lembo
sud del paese, ma il minerale di alluvione
che affiora qua e là e che è d’altronde in via
di esaurimento. Quanto al riduttore, non si
impiega il coke delle cokerie belghe o della
Ruhr, ma il carbone di legna ottenuto nelle
foreste del paese. L'assenza di comunicazioni
renderebbe troppo cara l’importazione di
quel coke. Intanto, in Belgio, sta già com-
piendosi una rivoluzione in siderurgia: fra il
nella pagina a fianco: una veduta dello stabilimento
siderurgico della società Arbed. a Belval (Esch-s-Al-
zette), nel Lussemburgo.
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1825 e il 1830 nascono le prime grandi unità
industriali, grazie al mutamento tecnico co-
stituito dalla sostituzione del carbone con il
coke, e grazie alla funzione che si appresta a
giocare il capitale finanziario.
La scarsa attività siderurgica che sussiste
in Lussemburgo è frutto di una certa tradi-
zione che le permette, se non di prosperare,
almeno di resistere e di vivacchiare. L’attua-
zione dello Zollverein, del quale il Lussem-
burgo fa parte, non apporta per il momento
alcun elemento positivo: anzi avviene che
la produzione di ghisa è dimezzata, e passa
da 12.000 a sole 6.000 tonnellate. Verso la
metà del secolo scarse sembrano le speranze
di sopravvivenza.
2. Interviene però a questo punto un fat-
tore nuovo, negativo in apparenza, ma che
spinge i “maitres de forges” lussemburghesi
ad agire per non soccombere totalmente. I
giacimenti alluvionali a cielo aperto sono
praticamente esauriti, e si scoprono i giaci-
menti di “minette” della fascia lorenese. Pa-
rallelamente, lo sviluppo della siderurgia nella
Ruhr, tributaria di minerale di ferro, risve-
glia un certo interesse per le ghise lussembur-
ghesi: lo Zollverein diviene allora un ele-
mento positivo, un fattore di dinamismo,
perché mette a disposizione del Lussembur-
go capitali ed esperienza tecnica e assicura uno
sbocco interessante — e protetto — alle
ghise localmente ottenute.
Due elementi sono però indispensabili per-
ché questo risveglio si attui:
a) lo spostamento della siderurgia sulle mi-
niere del minerale;
b) lo sviluppo di vie di comunicazioni che
permettano l’importazione di coke side-
rurgico e l’esportazione della ghisa.
3. In questa situazione, la costruzione delle
ferrovie è destinata a divenire un elemento
decisivo. La ferrovia ha salvato la siderurgia
lussemburghese da una morte certa, ed è
perciò che il 1855 — anno nel quale la Ca-
mera lussemburghese approvò la legge
sulla creazione delle ferrovie — rimane una
data fondamentale della sua storia. Il ven-
tennio successivo è caratterizzato dall’espan-
sione graduale di una siderurgia installata
sul minerale. Fra il 1856 e il 1857 numerose
domande per lo sfruttamento dei giacimenti
della frontiera lorenese affluiscono al governo:
si scoprono nomi di località nuove, che for-
meranno in seguito il cuore del “bacino mi-
nerario”, zona ad altissima densità industriale:
si tratta di Kayl, Dudelange, Differdange,
Esch. Nel 1857 vengono rilasciate varie au-
torizzazioni per l'impianto di altiforni: la
creazione, il 2 marzo 1857, della Société de
Chemin de Fer Guillaume, e l’inizio dei la-
vori in due direzioni, verso il Belgio a nord,
verso la Lorena a sud, offrono prospettive
di lavoro importanti, soprattutto per le pre-
viste forniture di rotaie. Tanto che si conti-
nuano a installare altiforni a legna, come
quello dei fratelli Collart a Steinfort.
Nell'ottobre 1859 viene inaugurata la prima
linea ferroviaria, Lussemburgo-Arlon, con-
temporaneamente alla Lussemburgo-Thion-
ville. Il Granducato, al quale mancano quelle
vie d’acqua che tanto contribuiscono alla pro-
sperità del Belgio e della Ruhr, si collega così
con zone a sviluppo industriale più intenso,
e principalmente con quelle che saranno le
fonti di approvvigionamento e gli sbocchi della
propria siderurgia. L'impiego del carbone di
legna resiste ancora, ma è ormai condannato.
Il primo altoforno a coke entra in funzione
a Esch nel 1870. Nel 1871 si costituisce, sempre
a Esch, il gruppo Brasseur; la società Metz
& Cie (che è il nucleo del futuro più dinamico
gruppo della siderurgia lussemburghese) si
installa nel sud del paese associandosi con la
Société des Mines de Luxembourg et des
Forges de Sarrebruck con sede a Burbach ma
di proprietà belga. Altre officine sorgono a
Rodange, al bordo del bacino della Sambre,
ed a Rumelange.
Frattanto, il trattato di Londra del 1867
avendo stabilito la neutralizzazione del Gran-
ducato e la smilitarizzazione della piazzaforte,
Lussemburgo si libera della sua cintura di
opere fortificate, si estende, respira, si espande,
si modernizza, moltiplica i suoi rapporti con
i paesi vicini, con il Belgio (con il quale nel
1863 lo Zollverein ha stipulato un trattato
e che assorbe ormai la maggior parte della
“minette” lussemburghese), con la Germania.
L’esito della guerra del 1870 è anch’esso
favorevole all'economia generale del paese
perché inserisce la Lorena nello Zollverein
ed offre un terreno interessante alle iniziative
lussemburghesi visto che la partenza degli
optanti francesi per la Francia ha creato in
Lorena un vuoto di capitali e di iniziative.
II - La scoperta di Thomas Gilchrist e un
quarantennio di sviluppo ad alto livello
4. Frail1870eil 1880 la siderurgia lussem-
burghese sembra avviata verso un destino,
se non straordinario, almeno prospero. La
produzione di ghisa passa rapidamente dalle
120.000 tonnellate annue nel 1871 a 240.000
tonnellate. Nel 1871 la siderurgia lussembur-
ghese impiega 2.203 minatori e 1.536 alti-
fornisti: molti di questi lavoratori sono stra-
nieri. Da paese povero e di emigrazione,
qual'era durante i primi cinquant’anni del
secolo, il Lussemburgo si trasforma in paese
di immigrazione. Esso assorbe coke dalla
Ruhr alla quale fornisce ghisa a basso costo.
5. Ma questa prosperità non è che apparente:
il progresso tecnico che si sta realizzando
nel settore siderurgico minaccia di portare un
nuovo colpo mortale alle siderurgie, come
quella lussemburghese e quella lorenese, che
producono ghise fortemente fosforose (dato
il minerale impiegato). Queste ghise non sono
adatte al nuovo procedimento Bessemer, che
si espande rapidamente a partire dal 1870 €
che permette di ottenere a buon mercato
grandi quantità di acciaio, premessa della
straordinaria espansione nell’industria mec-
canica. Le ghise lussemburghesi e quelle lo-
renesi sono deprezzate e perfino rifiutate: la
Ruhr, che ne è l’acquirente principale se non
unico, diventa difficile, riduce i prezzi, limita
i quantitativi.
Questa situazione determina la nascita di
una delle primissime organizzazioni cartel-
listiche di vendita nel settore dell’industria
pesante e cioè il Comptoir Lorrain-Luxem-
bourgeois des Fontes, costituito il primo ot-
tobre 1879 e nel quale su 59 voti, 41 sono at-
tribuiti ai maitres de forges lussemburghesi.
È sintomatico che questa organizzazione sia
nata là dove attorno agli “anni trenta” si
stabilirà l’E.I.A., il potentissimo cartello eu-
ropeo dell’acciaio.
6. Il Comptoir des Fontes costituiva una
temporanea difesa, ma non poteva eliminare
il grado di inferiorità delle ghise lussembur-
ghesi e soprattutto la vulnerabilità di un’in-
dustria siderurgica monca (caratteristica di
paesi a basso livello industriale) cioè produt-
trice di sola ghisa e la cui esistenza era pratica-
mente subordinata alla buona volontà e so-
prattutto all’interesse dei paesi industrializza-
ti che ne erano gli acquirenti.
A questo punto, nulla avrebbe salvato
questa industria dalla decadenza e nella mi-
gliore delle ipotesi, da una stagnazione sen-
za storia, se non fosse intervenuta l’inven-
zione del tecnico inglese Thomas Gilchrist.
Il procedimento Thomas, concepito nel 1879,
aveva destato scarso interesse nel paese dove
era stato concepito e messo a punto, e cioè
in Inghilterra, dove le ghise ematite costi-
tuivano la base della produzione di acciaio.
Gli industriali lussemburghesi invece com-
presero immediatamente l’enorme interesse
che presentava questo procedimento. Questa
chiaroveggenza è certo un titolo di merito
di quegli industriali: essa testimonia altresì
della larga circolazione di idee alla quale essi
partecipavano e della quale beneficiavano e
che fu la condizione stessa del progresso tec-
nico ed economico del loro paese nonostante
le molteplici circostanze avverse che vi si
opponevano.
La prima azienda siderurgica del mondo che
acquistò il brevetto Thomas fu la lussembur-
ghese Société Metz & Cie. Si ebbero tuttavia
dei ritardi prima del passaggio alla realizzazione
pratica, ma nel 1885 la Società Hauts-Fourneaux
et Forges de Dudelange metteva a fuoco il pri-
mo altoforno e il 15 aprile 1886 si effettuava
la prima colata di acciaio Thomas. La “mi-
nette” lorenese e lussemburghese ridiveniva
quel giorno una materia prima di estremo in-
teresse economico. Era bastato che Thomas
Gilchrist avesse scoperto che, sostituendo il
rivestimento silicioso del convertitore Besse-
mer, a reazione acida, con un rivestimento in
dolomite, a reazione basica, si poteva trarre
dalla ghisa fosforosa un acciaio di ottima
qualità, che si chiamò appunto, e si chiama
tuttora, acciaio Thomas.
7. La nuova èra nella quale entrava la si-
derurgia lussemburghese non si presentava
però soltanto sotto una luce di ottimismo.
L’economia del paese ne traeva certamente
un grande vantaggio, ma essa si strutturava
in forme eccessivamente monolitiche, quindi
particolarmente vulnerabili alle oscillazioni
congiunturali, così ampie nel secolo XIX.
Inoltre, il Lussemburgo rimaneva da una
parte tributario della Ruhr per il coke e d’altra
parte la sua produzione di acciaio doveva
essere totalmente esportata: praticamente essa
non poteva essere esportata che nello Zoll-
verein, specialmente dopo la trasformazione
protezionistica che Bismarck aveva imposto
a quest'ultimo. È ovvio che in un certo senso
era più difficile esportare dell’acciaio che della
ghisa com'era avvenuto fino allora.
Si aggiunga che, per assolvere ai suoi
nuovi compiti, l’industria lussemburghese
aveva bisogno di mano d’opera straniera e
soprattutto di un concorso tecnico-finanziario,
che non poteva venirle che dalla Germania.
Gli industriali della Ruhr approfittarono al-
lora delle condizioni favorevoli e della catena
di fallimenti verificatisi all’inizio dell’ultimo
decennio del secolo, per installarsi solidamen-
te nel Lussemburgo, lasciando agli interessi
belgi solo posizioni marginali.
Non è possibile, nel quadro di questi cenni
sommari, scendere a maggiori particolari. È
però necessario notare che il massiccio inter-
vento del capitale tedesco si effettuò secondo
una tattica caratteristica, quella della creazione
di società formalmente autonome ma rigida-
mente sottoposte al controllo tecnico-finan-
ziario (mentre in Francia si seguiva il metodo
diverso: rispetto per l’autonomia finanziaria
delle aziende e coordinamento rigoroso nel
settore commerciale mediante i ‘“comptoirs
de vente” regionali e per prodotto). La fi-
sionomia della siderurgia lussemburghese si
precisa: a parte il passaggio dei pacchetti azio-
nari di maggioranza, questa fisionomia ri-
marrà immutata nei decenni seguenti: si trat-
ta ormai di un’industria fortemente integrata:
dal minerale ai prodotti semifiniti e laminati;
di un’industria altamente concentrata; di una
industria a vocazione continentale.
8. La quasi totalità delle attività siderurgi-
che del Granducato si raggruppa in quattro
grandi unità produttive:
a) le officine di Differdange e di Rumelange
passano sotto il controllo del gruppo
Stinnes di Bochum, che costituisce a tal
uopo la Deutsch-Luxemburgische Berg-
werks und Hiitten AG;
b) l’officina detta Brasseur di Zw% diviene
proprietà della Ado/f Ewif Hiitte di Belval,
controllata dall’Aachener Hiitterverein a
sua volta appartenente al gruppo Gelsen-
kirchener Bergwerksvereiny
c) l'officina di Rodarge entra nel 1905 nel-
l’orbita del gruppo belga Ouerée-Maribaye,
desideroso di tenere un piede nello Zoll-
verein, nelle vicinanze immediate della
frontiera;
d) il solo complesso che rimane interamente
lussemburghese è la società Metz & Cie
che possiede le officine di Dowweldange e
Un altro stabilimento siderurgico lussemburghese
di Zid e che però ha sempre conservato
stretti legami con il gruppo belga Bur-
bach. ‘Tali legami, sotto l’impulso della
tendenza generale alla concentrazione, de-
terminano nel 1911 la fusione e quindi la
creazione dell’ “ARBED” (Aciéries réunies
de Burbach, Eich et Dudelange) società
che riesce ad assicurarsi una base carbo-
nifera autonoma nel bacino di Aix-la-
Chapelle (Aquisgrana), svincolandosi quin-
di dal controllo stretto della Ruhr ed orien-
tandosi verso la ricerca di sbocchi (anche
mediante legami finanziari con industrie
trasformatrici straniere Felten &
Guilleaume).
come
Un'ultima officina lussemburghese, quella
di Steinfort, passa nel 1912 sotto il controllo
diretto del gruppo tedesco AEG.
9. Quali sono, sul piano economico e so-
ciale, le conseguenze principali di questa
strutturazione della siderurgia lussemburghe-
se? Si possono notare alcuni fatti caratteristici:
a) l'agricoltura. Come abbiamo detto, l’agri-
coltura lussemburghese è una delle grandi be-
neficiarie dell'adozione del procedimento Tho-
mas, il quale, come è noto, permette di di-
sporre di un sottoprodotto importante, le
A | diet
=
=
scorie Thomas, che sono un eccellente con-
cime chimico fosforoso. Nel 1898 una legge
impone la vendita delle scorie agli agricoltori
lussemburghesi a prezzi di favore, compen-
sati dai più elevati prezzi imposti all’espor-
tazione. Ciò consente l’arricchimento del ter-
reno del cosiddetto “bon pays” e arresta
l’acidificazione progressiva degli altopiani del-
l’Oesling.
b) 4/ progresso tecnico è illustrato da un dato
significativo: nel 1873 erano necessari 7,4
operai per produrre una tonnellata di ghisa;
nel 1913 ne bastano 2. Nel 1913, alla vigilia
della guerra mondiale, il Lussemburgo pro-
duce 2,5 milioni di tonnellate di ghisa, due
terzi della quale sono trasformati sul posto
in acciaio Thomas.
c) La produzione di ghisa si è accresciuta,
dal 1868 (inizio della installazione sul mine-
rale) al 1913 a un tasso medio annuo del 6,4%,
il più elevato in Europa su un così lungo
periodo. Quanto ai prezzi, sotto l’azione di
fattori diversi quali il progresso tecnico, l’evo-
luzione della domanda, le oscillazioni congiun-
turali, essi presentano una lenta diminuzione
progressiva su un periodo lungo, dal 1873
al 1886 e in seguito un aumento dal 1886
12
al 1900, seguito nuovamente da un periodo
lungo di diminuzione dal 1900 al 1913.
d) Il processo di socializzazione dei profitti
si sviluppa ampiamente, perché alla diminu-
zione dei prezzi corrisponde un ininterrotto
aumento dei salari e delle provvidenze con-
nesse. Ciò è al tempo stesso causa ed effetto
di una relativa pace sociale. Questa è anche
il risultato di una politica dell’impiego ba-
sata sulla immigrazione di mano d’opera
straniera alla quale solo parzialmente e pro-
gressivamente è consentito di fissarsi nel
paese. In tal modo il paese sopporta con re-
lativa facilità le oscillazioni congiunturali: la
mano d’opera straniera rappresenta un volano
regolatore del mercato dell’occupazione. Di
questa mano d’opera la maggior parte pro-
viene dall’Italia: nel 1907 vi sono più operai ita-
liani che lussemburghesi nel “bacino minerario”
(che del resto assume una fisionomia demogra-
fica sensibilmente diversa da quella del resto
del paese). Nel 1913, il sessanta per cento della
mano d’opera siderurgica è straniera.
MI - Fra due guerre mondiali: consolidamento
del successo e stabilità del benessere
10. Il 1913 costituì senza dubbio anche per
il Lussemburgo la fine di un ciclo storico:
la sua siderurgia aveva raggiunto il vertice
di una lunga ascesa. La bufera della prima
guerra mondiale non apportò materialmente
guasti troppo sensibili agli impianti, ma mise
in piena luce la fragilità di questa industria
che, tagliata dalle sue fonti di finanziamento
e dai suoi mercati, abbandonata a se stessa,
barcollava paurosamente. Dopo l’armistizio
la maggior parte degli interessi del gruppo
tedesco Gelsenkirchener passarono sotto il
controllo dell’Arbed che divenne così la gran-
de potenza del bacino minerario dove aveva
già basi importanti. Fu a quel tempo che l’Ar-
bed scisse le attività industriali da quelle
commerciali istituendo nel 1920 il ‘“Colu-
meta” (Comptoir métallurgique luxembour-
geois) al quale affidò il monopolio di ven-
dita in tutto il mondo dei suoi prodotti. Gli
interessi della Deutsche Lux (del gruppo Stin-
nes) furono rilevati da un gruppo franco-
belga che creò la Hadir.
La grandezza rispettiva dei gruppi (enu-
merati al capitolo 8) è indicata dalla produ-
zione giornaliera di ghisa che nel 1913 era
la seguente: Arbed tonnellate 2.300; Gelsenkir-
chener 2.500; Deutsche-Lux 1.850; Rodange
560; Steinfort 300.
Distrutto lo Zollverein, poteva la siderurgia
lussemburghese sussistere come entità pu-
ramente autonoma? Il giudizio coinvolgeva
l'insieme dell'economia lussemburghese.
Parve difficilmente immaginabile che essa
potesse svilupparsi autonomamente una volta
avulsa dal grande insieme con il quale aveva
potuto compiere passi giganteschi assicuran-
do alla popolazione un livello di vita fra i più
elevati in Europa. Fu così che i governanti
lussemburghesi si convinsero rapidamente del-
l'impossibilità di perseguire il disegno ambi-
zioso dell’indipendenza totale e stipularono il
25 luglio 1921 il trattato di unione economica
e monetaria belgo-lussemburghese.
11. Si ripartiva da un livello assai basso e
in condizioni produttive sensibilmente peg-
giori di quelle di anteguerra. Nel 1919 la
produzione di ghisa è soltanto un quarto di
quella del 1913; il numero degli operai ne-
cessari per produrre una tonnellata di ghisa
è salito a 5,8 (esso ridiscenderà rapidamente
stabilendosi a un livello normale nel 1924,
ma solo a partire dal 1932, dopo i grandi la-
vori di razionalizzazione imposti dalla grande
crisi, saranno raggiunti nuovamente i livelli
bassissimi del 1913: del resto, il numero degli
operai agli altiforni, da 7.463 nel 1929, pas-
serà a 2.96; nel 1934).
Il periodo immediatamente successivo è
tuttavia caratterizzato da una ripresa rapida
e dal sussistere di capacità di produzione ec-
cessive (47 altiforni, che nel periodo della
massima depressione sono utilizzati a meno
del 50%). Altra caratteristica è l’accentuarsi
dell’integrazione produttiva: nel 1929 quasi
tutta la produzione di ghisa è trasformata
in acciaio (2,7 milioni di tonnellate, contro
soltanto 1,4 nel 1913).
12. Negli anni immediatamente successivi
alla fine della guerra i vecchi accordi fra pro-
duttori erano andati in pezzi, e fra l’altro anche
il potentissimo cartello delle rotaie creato
all’inizio del secolo dalle quattro più potenti
siderurgie dell’Europa continentale. Sotto la
pressione della diminuzione progressiva dei
prezzi e soprattutto dei prezzi all’esporta-
zione, che erano i soli che contavano per i
lussemburghesi, la siderurgia europea riuscì
a ricucire pazientemente gli antichi legami
fra le industrie tedesca, francese, belga e lus-
semburghese. La costituzione nel 1926 della
famosa Entente Internationale de !’ Acier (E.I.A.)
con sede presso l’Arbed e sotto la presidenza
del presidente di quest’ultima, Emile May-
risch, fu considerata come un trionfo lussem-
burghese. L’accordo consisteva essenzialmen-
te nella attribuzione ad ogni partecipante di
una determinata quota di produzione, soggetta
a penalità o indennità in caso di sorpasso o di
deficit. Il suo effetto fu però piuttosto limitato
nel settore dei prezzi e principalmente dei
prezzi all’esportazione. Ora, la crisi che nel
1929 coglieva l’economia mondiale in una
fase di sovraproduzione, portava un rude
colpo soprattutto ai prezzi, i quali fra il 1929
e il 1932 scendevano di quasi il 50%, mentre
la diminuzione della produzione era del 30%
circa (per la ghisa lussemburghese la diminu-
zione del prezzo fu ancora più sensibile: da 530
franchi per tonnellata nel 1929 si passò a 254 nel
1932). Fu quindi sul terreno dei prezzi che l’in-
tesa si ricostituì: dopo un tentativo infruttuoso
di organizzare dei comptoirs merceologici,
l E.I.A. fu ricostituita nel 1933 su una base
nuova e con obiettivo principale le lamiere.
In sostanza i mercati interni divenivano
“riserva di caccia” per ciascuna siderurgia €
l’esportazione era ripartita fra i diversi gruppi;
all’interno del contingente globale erano
fissate delle quote e dei prezzi per ogni pro-
dotto e per ogni cliente; controlli molteplici
e severe sanzioni assicuravano il funziona-
mento del cartello che si era garantito la par-
tecipazione totalitaria delle imprese attraver-
so le associazioni di categoria. L'accusa di
‘‘malthusianesimo”’, cioè di limitazione del-
le iniziative, fatta al cartello dell’ acciaio
è giustificata? Certo esso sorse come stru-
mento di difesa nella depressione, ma indub-
biamente contribuì a cristallizzare la struttura
dell’industria, il che del resto era nell’interesse
dei grandi complessi, i quali per contro po-
terono dedicarsi agli importanti investimenti
richiesti dalla razionalizzazione non più pro-
crastinabile.
È un fatto che, almeno per quel che ri-
guarda il Granducato, l'industria siderurgica
ha perso il dinamismo che l’aveva caratteriz-
zata nel periodo anteriore alla prima guerra
mondiale. Basti osservare che il tasso d’in-
cremento annuo della produzione di ghisa,
che era di 6,4% fra il 1868 e il 1913, scese
allo 0,65% dal 1924 al 1955. La grande crisi,
la riorganizzazione tecnica che ne seguì, e
l'adozione della politica cartellistica hanno
all'incirca i seguenti risultati: la produzione
di acciaio è quasi dimezzata, i prezzi sono
praticamente raddoppiati. Se si considera che
l’industria siderurgica lussemburghese era co-
stretta ad avere i costi più bassi del mondo,
altrimenti avrebbe dovuto sparire (lo scrisse
l’ingegner Sinigaglia il quale condusse personal-
mente un gruppo di tecnici dell’Ilva, nel 1933,
a visitare l’Arbed affinché si rendessero conto
di quel che era una grande industria siderur-
gica organizzata economicamente), ci si rende
conto dell’importanza dei margini unitari che
tale industria doveva avere in quell’epoca:
rinunziando volontariamente a un’espansione
della produzione, essa si assicurava il controllo
dei mercati e quindi gli alti profitti che dove-
vano permettere un autofinanziamento indi-
spensabile per mantenere l’alto livello tecnico
degli impianti.
13. Il capitolo relativo alla seconda guerra
mondiale può essere rapidamente riassunto.
Forse la siderurgia lussemburghese si salvò
dallo smantellamento e trasferimento massiccio
in terra germanica, grazie all’ambizione del
Gauleiter del Moselland (del quale il Lussem-
burgo diveniva un Gebiet), il quale non te-
neva affatto a veder declassati i suoi domini
in quelli di un Gax agricolo. L'operazione
consistette perciò nell’affidare la gestione delle
officine a gruppi siderurgici tedeschi. Così le
Vereinigte Stahlwerke si appropriarono del-
l’ Hadir, e l’Arbed (che nel 1937 aveva as-
sorbito la Société métallurgique des ‘Terres
Rouges) fu gestita da un gruppo bipartito
(per impedire che vi mettesse le mani sopra
l’officina Goering).
IV - Elemento di un più vasto mercato, in
cerca di più lontani orizzonti
14. Dopo la fine della guerra, gli antichi
gruppi sono stati reintegrati nel possesso
delle, rispettive officine. La costituzione del-
l’unione doganale “Benelux” costituisce un
primo passo verso un allargamento del ‘“mer-
cato interno”: tuttavia nei primi anni la ri-
presa è lenta e frenata dall’insufficienza di
coke. Si fa quindi ricorso all'impiego di mi-
nerali ricchi importati, che permettano di ri-
durre la messa a mille del coke. Tali minerali
sono principalmente svedesi e brasiliani (que-
st'ultimi forniti dalla Belgo-minheira nella
quale l’Arbed è collegata ai gruppi belgi
Evence-Coppée e Espérance-Longdoz). La
produzione di acciaio ritrova i livelli ormai
lontani degli «anni venti»: raggiunge due
milioni e mezzo di tonnellate nel 1950, ma
la guerra di Corea la sferza: e supera i tre
milioni di tonnellate nel 1951; dopo la corta
recessione del 1953-54 riprenderà fiato per
attingere un nuovo massimo storico, oltre i
quattro milioni di tonnellate, nel 1960, livello
che sarà verosimilmente mantenuto nel 1961.
15. L'istituzione della Comunità Europea
del Carbone e dell’Acciaio, immaginata da
un francese di nascita lussemburghese, Robert
Schuman, riservava al Lussemburgo un posto
privilegiato, tanto che la sede della Comunità
fu fissata proprio nell’antica capitale dell’In-
tesa. Non significava per nulla un ritorno a
concezioni superate, ma il riconoscimento di
una localizzazione che un insieme di circo-
stanze aveva fatto divenire di elezione. Vi fu-
rono, nell’industria, resistenze e timori, ma
in sostanza, se si spezzavano i vecchi schemi
delle intese cartellistiche, in compenso si at-
tivava una circolazione di beni e di idee, che
non poteva che essere benefica per il piccolo
Lussemburgo, minacciato di asfissia. Ormai
un vero ‘mercato interno” di 170 milioni
di consumatori si apriva a una siderurgia
attrezzata per produrre a bassissimi prezzi.
Occorre però riconoscere che non è tutto
oro quello che luce: l’interpenetrazione dei
mercati è lontana dall’essere perfetta e totale;
inoltre, l’espansione e il progresso tecnico
delle altre siderurgie l’hanno resa spesso dif-
ficile. La siderurgia lussemburghese è rimasta
sostanzialmente una siderurgia continentale,
installata su una materia prima progressiva-
mente impoverita e dipendente da sbocchi
soggetti a rischi ed oscillazioni. Un compen-
so — inerente anch’esso alla creazione della
CECA — può essere quello dell’apertura di
una via navigabile mediante la canalizzazione
della Mosella, che avvicinerà la siderurgia
lussemburghese a quei porti del Mare del
Nord che sono il suo polmone (vero è che la
canalizzazione andrà a beneficio soprattutto
della siderurgia lorenese, nei due sensi, e cioè
per l’approvvigionamento di carbone e per
l'esportazione di minerale e di prodotti si-
derurgici).
Assicurandosi basi di approvvigionamento
in terre lontane, come il Brasile, la siderurgia
lussemburghese ha dimostrato di tener conto
di una evoluzione futura che potrebbe mutare
profondamente i fattori che un secolo fa
hanno determinato la sua localizzazione. È
del resto significativo che l’Arbed abbia re-
centemente deciso di portarsi (associandosi
a gruppi amici) sul litorale belga, creando la
“Sidemar”. Si tratta ad un tempo di assicu-
rarsi una più razionale utilizzazione delle ri-
sorse proprie di minerale d’oltremare, e di
essere fedele a una secolare vocazione di
esportatore verso il «terzo mondo ». Divenuta
elemento di un insieme dinamico e in espan-
sione, all'avanguardia del progresso tecnico
e sociale grazie ad una larghissima pratica del-
l’autofinanziamento, attenta ai mutamenti pro-
fondi delle tendenze, la siderurgia lussem-
burghese può difendere validamente il “peso
specifico” che ha conquistato nei suoi anni
migliori.
16. Lo sviluppo della siderurgia lussem-
burghese in questi ultimi anni risponde d’al-
tronde a precisi concetti, conformi alle
nuove strutture dei mercati ed alle ragioni
storiche di esistenza dell’industria. L’impe-
rativo dei bassi costi ha consigliato infatti di
dirigere gli investimenti non tanto verso lo
sviluppo delle capacità di produzione (come
è avvenuto nei paesi dove l’espansione rapida
del mercato interno suggeriva questa solu-
zione e la sua rapida realizzazione) ma
soprattutto verso la razionalizzazione della
produzione, il miglioramento delle qualità
e della “classe” dei prodotti. Infatti, se il
tasso di aumento della produzione lussem-
burghese di acciaio è stato in questi anni
sensibilmente meno elevato del tasso d’incre-
mento della siderurgia della CECA presa nel
suo insieme (per non parlare dei tassi di au-
mento italiano e olandese), in compenso, la
parte di semi-prodotti, che era preponderante
nella siderurgia lussemburghese, è diventata
estremamente esigua ed è parallelamente au-
mentata quella dei prodotti piani, che rap-
presentano il più “eletto” della gamma dei
prodotti siderurgici e quella di profili speciali.
Questo risultato è stato ottenuto grazie allo
studio di attrezzature particolarmente adatta-
bili ai mutamenti delle esigenze del mercato.
Se ne può concludere che la siderurgia lussem-
burghese, rendendosi conto dei limiti che
esistono alle sue possibilità di espansione
quantitativa (approvvigionamento in minerali
e sbocchi) dirige i propri investimenti in modo
da comprimere i costi e disporre di una ela-
sticità di produzione, in quantità e qualità,
tale da permettere facili adattamenti alla con-
giuntura. Secondo i dirigenti dell’Arbed una
tale politica esige spese di investimento del-
l’ordine di 4-5.000 lire per ogni tonnellata di
acciaio che esce dalle officine.
Per quel che riguarda la ripartizione della
produzione di acciaio grezzo all’interno della
siderurgia lussemburghese fra le tre aziende
nelle quali essa è raggruppata da ormai molti
anni, eccone la recente evoluzione (in migliaia
di tonnellate):
Lussemburgo di eni Arbed Hadir Rodange
1958 3.378 2.122 869 387
1959 3.662 2.215 1.093 353
1960 4.083 2.402 1.286 395
Grosso modo, la produzione attuale si ripar-
tisce quindi per il 60%, all’Arbed, per il 30%
all’Hadir e per il 10%, a Rodange, con una ten-
denza all’espansione da parte dell’ Hadir, a
spese dell’Arbed. Va ricordato tuttavia che
13
se si calcola la produzione dell’officina di
Burbach in Sarre, l’Arbed ha totalizzato nel
1960, con 3,131 milioni di tonnellate, la
produzione più elevata registrata da una singola
società {della CECA.
17. Rimane un punto interessante da esa-
minare, per situare la siderurgia lussembur-
ghese nel contesto degli interessi economici
e finanziari che gravitano intorno alla side-
rurgia europea e ne determinano gli orien-
tamenti. Abbiamo accennato alla sistemazione
finanziaria ricevuta dall’industria lussembur-
ghese negli ultimi decenni del secolo scorso,
nell'orbita degli interessi dei gruppi della
Ruhr. In seguito alla guerra 1914-1918,
tutti i legami finanziari con la Ruhr furono
spezzati e il controllo passò in mani francesi
o belghe, mentre esigue minoranze rimane-
vano in mani lussemburghesi (praticamente
solo nel caso dell’Arbed che era nata e si
era sviluppata fino a una certa epoca come
azienda lussemburghese, per iniziativa del
gruppo Metz). La situazione è oggi, nelle
sue grandi linee (e nei limiti delle informazioni
disponibili), la seguente:
- Arbed: due gruppi principali di controllo
e cioè da parte francese il gruppo siderurgico
finanziario Schneider (Le Creusot), che de-
tiene non meno del 25% del capitale, e da
parte belga la Société Générale, cioè la mas-
sima potenza finanziaria belga (alla quale
fa capo buona parte della siderurgia belga e
i cospicui interessi d’oltremare). Un gruppo
lussemburghese (detto gruppo Barbanson)
possiede una partecipazione minoritaria. I tre
gruppi insieme controllano probabilmente
più della metà del capitale: il resto è in por-
tafogli privati, specialmente in Belgio, Fran.
cia e Germania. È interessante notare che
l’Arbed possiede la quasi totalità della grande
miniera tedesca Eschweiler (bacino di Aix-la-
Chapelle) il cui presidente è Helmuth Burck-
hardt, attualmente presidente della potentis-
sima associazione delle miniere di carbone
tedesche.
— Hadir: anche questa società è controllata
da gruppi belgi e francesi. Il gruppo belga
è ancora una volta la Société Générale che
controlla l’Arbed, mentre i gruppi francesi
sono quello di Pont-à-Mousson e quello
detto La Marine. La partecipazione lussem-
burghese è praticamente nulla.
— Rodange: questa società è rimasta sempre,
fin dalla sua creazione, sotto controllo belga
e precisamente del gruppo Brufina-Cofinindus
(Comte de Launoit) che ha grossi interessi
nella siderurgia belga (Thy-le-Chateau). È
un gruppo in diretta concorrenza con quello
della Société Générale (come vedremo par-
lando della siderurgia belga), ma uno degli
avvenimenti salienti di questi ultimi anni è
stato il “convergere” dei due gruppi, con la fu-
sione delle due grandi imprese siderurgiche Co-
ckerill (Société Générale) e Ougrée-Marihaye
(Brufina). Del resto, il cerchio si chiude:
l’Arbed si è associata a Cockerill-Ougrée per
creare, con altre società, la “Sidemar”, grande
complesso integrato che sorgerà nei pressi
della costa belga, nelle Fiandre.
e ° . Il 13 agosto scorso si è spento a Milano il
1 INKONONI pittore Mario Sironi. Abbiamo voluto ricor-
dare nella nostra Rivista la scomparsa di uno
dei maggiori artisti italiani contemporanei,
pubblicando uno dei suoi famosi «paesaggi
urbani», una delle sue poetiche periferie, ed
una nota del critico d’arte Umbro Apollonio.
Vell'immediato dopoguerra 1915-18 la rivista Valori plastici raccolse non pochi contributi
atti a divulgare le esperienze esemplari che s'erano compiute in Europa così nel campo artistico come
in quello letterario ; pubblicò fra l’altro scritti di Max Facob, Fean Cocteau, André Breton, Aragon,
Blaise Cendras, e riprodusse opere di Picasso, Braque, Gris, Laurens, Léger, Archipenko, Zadkine,
van Doesburg, Kandinsky e così via. Ma dietro a queste aperture iniziali stava in agguato, in Italia
come altrove, una forma di nostalgia neo-classica che ben presto l'avrebbe vinta su quelle premesse
foriere di ben altri indirizzi. Dopo aver celebrato la così detta ‘pittura metafisica”, anche nei
Valori plastici si insinua così uno spirito di restaurazione, che trova riscontro nella petizione per
uno stile “illustre” promossa fin dal 1919 dalla rivista La ronda. È poi del 1922 la costituzione a
Milano del primo nucleo di quel “Novecento italiano”, che, auspice Margherita Sarfatti, si orga-
niszò nel 1926 e intese proporre postulati di reviviscenza tradizionalistica. A questo movimento
partecipò con autorevole convinzione anche Mario Sironi, dopo ess
prima alle eccitazioni rivoluzionarie dei futuristi ed aver in seguito guardato brevemente alle sugge-
stioni della “pittura metafisica”. Si può, è vero, lamentare un simile atteggiamento facilmente in-
si.
si accostato circa un decennio
cline ai suggerimenti della contingenza storica come sarà da rammaricarsi per una sua incontrol-
lata adesione alla retorica demagogica e disastrosa dell’idea fascista ma non sarà ammesso
smentire che nella sua opera non si manifesti anche un sentimento diverso e non si dia luogo ad una
intenzionalità espressiva contraria a quell’ideale eroico e formalistico cui molte sollecitazioni lo spin-
gevano e che finiva per ridursi a null'altro che ad enfatica esteriorità. Mario Sironi infatti ha saputo
comunque risalire alle istigazioni del passato per via di un’interpretazione personale, e l'origine delle
sue intime e dibattute alternative va con tutta probabilità fissata nella consapevolezza di un mondo
che si oppone alle presenze, ancora indimenticabili, di un tempo remoto e glorioso con cui appare do-
veroso competere. Del resto non può non tornare a suo vantaggio il fatto che, una volta cessate cer-
te pressioni, riprese con tanto maggiore proprietà un tema che l’aveva angustiato fin dal suo esordio :
l'immagine desolata e drammatica della vicenda umana. E si fa qui riferimento in parte a quei pae-
saggi urbani che costituiscono uno degli aspetti più noti della sua pittura ne lasciò una serie tra
il 1920 ed il 1924, ripresa nel 1942-44 e nel 1952-53 — în parte alla sua produzione dopo il 1946,
quando dentro nicchie scavate in aspre muraglie si rifugiano figure incurvate da quella stessa tra-
gicità che illuminava, appunto, i paesaggi di periferia, allucinati e minacciosi. In queste opere, a noi
pare, resta consegnato il Sironi più autentico e spontaneo, quello meno compromesso da idee di un'arte
civile, di una monumentalità celebrativa, e meno alterato anche dalla convergenza ideale con Permehe.
Nato a Sassari nel 1885 da genitori milanesi, interruppe prestissimo gli studi di matematica
presso l'università di Roma e frequentò lo studio di Balla, dove convenivano diversi dei pittori che
daranno vita al futurismo. Nel 1914 si stabilì a Milano e vi rimase fino alla morte avvenuta nell’ago-
sto di quest'anno. Prese parte come volontario alla prima guerra mondiale e dal 1922 divenne colla-
boratore fisso del quotidiano fascista “Il Popolo d’Italia”. Collaborò con l’architetto Giovanni Muzio ;
si dedicò alla decorazione murale, sia in fresco che in bassorilievo ; eseguì innumerevoli disegni per il
giornale e per altre riviste. Fu dunque uno degli artisti ufficiali dell’epoca (quando Picasso presentava
“Guernica” a Parigi nel 1937, Sironi per il padiglione italiano nella medesima sede eseguiva un
bassorilievo di tutt'altra ispirazione), ma dimostrò sempre una indipendenza personale oltre modo
dignitosa e rispettabile, mai restando dominato dalla magniloquenza illustrativa oppure dalla remora
classicistica di tanti altri suoi colleghi. Pur aderendo alle ambizioni epiche del momento, Sironi volle
dare alla poesia civile un linguaggio meno rimedicto, di maggiore scatto dialettico, e cercando di
inserirvi quella deformazione primitiva che opera come uno spietato sconforto per cose che invano
si sforzano di sopravvivere. Da qui il profitto conseguito quando trasferì l’eco dei miti non più nella
imponenza di forme gigantesche, se pur chiuse e dolenti, ma nei vani angusti di una composizione
frammentata in cui si va scontando uno scambio di relazioni di tanto maggiore intensità e quindi
accettabile con tanto maggiore consenso. Tra ruderi scabri stanno incastonate figure di fulgido impasto
pittorico e di una ricchezza densa e pregnante, che tutto fonde in una vigoria nostalgica come dram-
matica. Così, in simile complessa e fantasiosa scenografia, Sironi ha lasciato testimonianza di esu-
mazioni impossibili e di quell’ideale che nelle memorie degli scavi ritrova una cupezza allucinata
e primordiale, palpitante tra leggenda e realtà, il cui significato si vagheggia proprio nel travaglio
delle emergenze con cui viene în conflitto.
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Dodici
lezioni
per gli
italiani
L'impresa più difficile per uno storico, è in-
dubbiamente quella di parlare serenamente del
tempo în cui è vissuto. Tanto più difficile se
lo storico i un politico, un uomo cioè
che ha partecipato alle vicende del suo tempo
schierandosi decisamente da una parte della
barricata. Federico Chabod, lo storico valdo-
stano, immaturamente scomparso nel 1960, pos-
sedeva questa rara dote. La sua opera postu-
ma «L'Italia contemporanea (1918-1948)», pub-
Einaudi, ci appare
preziosa, oltre che per la chiarezza con cui
vi viene tracciata una sintesi di uno dei pe-
riodi più tormentati e dolorosi della nostra
storia, anche per la grande obiettività dei giu-
dizi espressi. Il libro non è che la raccolta di
dodici lezioni universitarie. Chabod le tenne a
Parigi agli studenti della Sorbona, ma la loro
lettura può essere illuminante anche per molti
italiani. Per questo abbiamo chiesto ad un al-
lievo di Chabod, Sergio Bertelli, professore di
storia e filosofia, segretario dell’ «istituto italia-
no per gli studi storici» di Napoli, di parlarci
di quest'opera del suo illustre maestro.
anche
blicata recentemente da
FEDERICO CHABOD
RUL.IT
Mil fa RIVA ia
(1918-1948)
Piccola
Biblioteca
Einaudi
Nel gennaio del Federico Chabod,
ospite dell’Institut d’Etudes Politiques alla
Sorbona, vi teneva un breve corso di dodici
sulla italiana contemporanea,
conducendo la narrazione dalla prima guerra
mondiale sino all'anno avanti (o, meglio, alle
elezioni del 1948). All’esame di quei trent’an-
ni seguirono, in ordine di tempo, la pubbli-
cazione del primo volume dell’incompiuta
Storia
1950
lezioni storia
‘a estera italiana dal 1870 al
1896 (Bari 1951) e il sag
apparso sulla “Rivista Storica Italiana”, alla
morte del filosofo (1952).
della polti
S'OrNICO,
gio su Croce
\ chi riveda oggi questi tre lavori dello
Chabod, diversi per mole e destinati a fini
diversi, apparirà facilmente lo stretto nesso
tra loro, e come queste lezioni parigine, e
r
NAani
quel saggio su Croce siano davvero il /
di quel grande quadro della nostra storia
recente che lo Chabod avrebbe dovuto trac-
ciare « per rendersi conto di quali forze ideali
e morali, di quali interessi, di quali aspira
zioni si componesse la vita dell’Italia unita:
interessi, che avrebbero
forze, aspirazic ni
condizionato, di volta in volta, lo stesso pro-
cedere diplomatico, così come sulla situazione
dell’Italia
più forse che per altri paesi
internazionale avrebbero pesante-
mente
att
all’interno »
presentando il primo volume della sua Soria.
eravato
iamenti, manifestazioni e agitazioni
come egli stesso ebbe a dire
Tra quella grande opera, rimasta interrotta
dalla morte immatura, e queste stringate le-
zioni, oggi dateci in traduzione italiana a un-
dici anni di distanza, corrono strettissimi le
gami, non solo e non tanto perché si tratta
di un’unica storia, là portata nella narrazione
sino al 1896, qui ripresa e condotta innanzi
sino ai nostri giorni; ma soprattutto perché
l'impulso alla ricerca, l'impegno nell’interro-
gare questo nostro recente passato nascono
da una così viva esigenza, da far sentire come
dietro lo storico Federico Chabod si celi
l’uomo politico dalle indubbie capacità (si pen-
si alla sua azione come primo presidente della
Val d'Aosta, che valse a conservare l’italianità
di quella terra). Legami, che ritroviamo spie
gati e motivati nel saggio dedicato al Croce,
laddove lo Chabod prende in esame le criti-
che mosse alla crociana Storia d'Italia. Anch’egli
negava qui la definizione data dal Croce del
« male »,
semplice avventura inseritasi nella storia di
Italia, quasi dall’esterno »; ma sapeva anche
cogliere un punto agli altri critici sfuggito,
fascismo, come di un come «una
e che, cioè, i germi di quel « male» non
traevano affatto
ciò che fu il «Come le
per altro, da
certe predisposizioni a questo 0 a quel morbo,
- secondo il Croce verso
fascismo: persone
minacciate, ereditarietà od
con una vita regolata e ordinata giungono
sino alla tarda età... e quando invece cedano
a vita disordinata o a circostanze esterne che
stringano d’improvviso crollano assai, assai
prima: così per gli stati e i popoli quei tali
germi... possono non assurgere mal a fattori
di primo piano, o diventare, invece, elementi
preponderanti ».
sta constatazione, lo
Muovendo dunque da que-
Chabod giungeva alla
conclusione che « nelle origini del fascismo,
e vale a dire nella crisi del ceto dirigente ita-
liano tra il 1919 e il 1922, certe disposizioni,
atteggiamenti che nel periodo 1870-1914 erano
stati presenti, sì, ma in posizione di secondo
piano, divengono elemento di peso decisivo;
ma questo tramutarsi in realtà politica eftet-
tuale e decisiva di elementi sin lì puramente
potenziali o di non decisivo peso avviene
solo allora, in quel preciso momento, per le
colpe e gli errori degli uomini di allora, e
non di quelli del 1860 e del 1880. Colpe ed
errori che risalgono certo anzitutto alla classe
di governo liberale del 1919, erede del Ri-
sorgimento; ma
constatarlo in
anche a quei gruppi politici, socialisti o cat-
occorre pure decidersi a
non molto minor misura
tolici, che, comunque, non si collegavano,
sicuramente, all’esperienza risorgimentale e
post- unitaria, e che in certo senso rappresen-
tavano, e volevano rappresentare, l’antirisor
gimento ».
Chabod
vanno
Le simpatie dell’uomo non
certo dello storico tutte verso la
classe dirigente che fu artefice dell’unità ita-
liana; donde l’attenta ricerca delle cause del
dissolversi di quella classe, alla quale sfug-
girono le leve di governo non appena riuscì
ad interessare alla vita politica unitaria (ed
era nel suo programma) strati sempre più
larghi della popolazione. La chiave, per la
lettura delle lezioni alla Sorbona, è in queste
parole scritte due anni dopo in onore del
Croce, a conclusione di un lungo esame della
nostra più recente storia, dallo Chabod ini-
ziato sin dal lontano 1936 (si ricordi questa
data: è la firma del trattato con la Germania
hitleriana ).
Si apra l’agile volumetto al terzo capitolo
della prima parte, e si veda l’analisi delle
trasformazioni della vita politica italiana do-
po le elezioni del 1919. La presenza nella
competizione elettorale, per la prima volta
nella breve storia dell’Italia unita, di un par-
tito cattolico, è posta in risalto dall’autore
soprattutto per il rovesciamento improvviso
della situazione parlamentare, che questa pre-
senza comportò. Dai tre deputati nel 1904
e dai sedici nel 1909, i cattolici passarono
infatti a cento seggi, conquistati non più
individualmente, ma grazie alla forza orga-
nizzata di un partito ufficiale, il «partito po-
polare». In quelle stesse elezioni — si aggiunga
— i socialisti ottennero a loro volta 156 seggi,
qualificandosi come il maggior partito italia-
no. « Da questo momento — osserva lo Cha-
bod — in Italia non è più possibile costituire
un ministero se chi riceve l’incarico dal re
non è appoggiato dai popolari o dai socia-
listi. Questi due partiti sono i raggruppa-
menti più forti della Camera dei deputati:
da soli rappresentano la maggioranza... I
vecchi gruppi (liberali, radicali ecc.) scom-
paiono ». Non solo, ma ciò che differenzia
questi due nuovi partiti (perché anche i so-
cialisti possiamo considerarli tali, anche se
nati nel 1892) dai movimenti politici prece-
denti è la loro disciplina interna, che fa di
essi dei raggruppamenti “rigidi”, vietando
quell’accordo personale, « di tipo parlamen-
tare vecchio stile », che aveva caratterizzato
le precedenti maggioranze. Occorre ora l’ac-
cordo con una figura nuova: il segretario del
partito. L’ostinatezza di Giolitti a non voler
trattare con don Sturzo, segretario del «partito
popolare», e dunque arbitro di ogni futura
maggioranza, non essendo questi deputato,
è la rappresentazione più efficace di questo
scontro tra il vecchio e il nuovo. In quel
contrasto vi è, a noi posteri ormai evidente,
l'origine di quelle crisi extra-parlamentari
che ancor oggi deprechiamo.
La crisi politica del dopoguerra italiano viene
così configurandosi, in queste pagine, sino
allo scioglimento della Camera nel 1921,
voluto dallo stesso Giolitti al termine di un
burrascoso periodo di lotte sociali, e mentre
la passione nazionalista sale irruente: « siamo
al punto culminante della crisi italiana » dice
Chabod, domandandosi quale sarebbe stato
il risultato di una situazione così grave. Non
certo la rivoluzione; al contrario, è interes-
sante notare che proprio in questo momento,
«che possiamo ben chiamare decisivo, man-
chi... una vera volontà rivoluzionaria » tra
le masse operaie. Seguiamo attentamente il
discorso dello Chabod (che, del resto, è oggi
confermato da esplicite ammissioni di diri-
genti operai), perché siam giunti a uno dei
punti centrali delle sue lezioni: «nel mo-
mento stesso in cui la crisi toccava l’apice,
il suo punto più pericoloso, essa entrava
nella fase discendente »; sino al 1920 Giolitti
è ancora padrone del gioco: la sua politica
tende a stancare le masse — impegnate in
un’azione che non ha davanti a sé alcuna pro-
spettiva di potere, l’occupazione delle fabbri-
che — evitando lo scontro diretto con lo
stato. Ciò che appunto si verificherà. Anche
la crisi delle finanze statali (un deficit di
500 milioni) è in quello stesso torno di tempo
sanata, con la legge del 27 febbraio 1921,
che abolisce il prezzo politico del pane:
« sia dal punto di vista strettamente politico
sia da quello finanziario, lo storico può quindi
affermare che, tra la fine dell’estate e l’inizio
dell'autunno 1920, l’Italia era giunta al cul-
mine della crisi; subito dopo doveva comin-
ciare l’opera di riassestamento ». Ebbene,
proprio ora quest'opera va in fumo, il movi-
mento dei fasci fa la sua prima comparsa
violenta nello schieramento politico del paese.
L’aver constatato la parabola discendente
della crisi e il riscontrare proprio qui il punto
d’incontro con l’insorgere del fascismo cor-
robora quella tesi chabodiana che più sopra
abbiamo riportato: i germi del male non condu-
cevano di necessità alla dittatura mussoliniana.
Più espositiva la parte riguardante il ven-
tennio fascista. In tutta questa parte il rac-
conto indugia qualche volta troppo su motivi
psicologici — come ad esempio nel giudizio
sull’impresa abissina, vista soprattutto come
ricerca di «potenza, di prestigio della na-
zione », come sbocco finale delle dittature.
Sfugge inoltre lo stretto legame che unisce
la spedizione in Africa orientale all’intervento
in Ispagna, per il quale non è certamente suf-
ficiente dire che Mussolini stava perdendo
il senso della misura. Così, ancora, avremmo
desiderato un più ampio discorso sul crescere
dei rapporti tra Italia e Germania, tra fascismo
e nazismo. Ma appare evidente che all’autore
premeva ormai condurre il suo auditorio
all'esame del secondo dopoguerra, dopo aver
delineato a sufficienza la caduta del regime
liberale e l'avvento del fascismo.
Anche qui, in questa terza parte, quella
rottura tra Risorgimento ed età contempo-
ranea, indicata nell’apparizione sulla scena
politica dei due grandi partiti di massa —
socialista e cattolico — è presente nell’osser-
vazione di quanto la Resistenza ripetesse del
volontariato garibaldino, e più su ancora
della partecipazione studentesca alle guerre
d’indipendenza del 1848-49; ma anche della
diversità sua. Se una tradizione di volontari-
smo ritroviamo nella borghesia italiana risor-
gimentale, e di nuovo al tempo della prima
guerra mondiale, se operai e artigiani parte-
ciparono all’impresa garibaldina o alle cinque
giornate milanesi, per le masse contadine
17
«questa guerra di volontari per la libertà,
questa guerra senza coscrizione è un fatto
nuovo... Esso indica che la partecipazione at-
tiva, decisa, delle masse alla vita politica, alla
vita della collettività, è ora un fatto definitivo,
il che non era stato nel periodo intercorso tra
la realizzazione dell’unità italiana e la prima
guerra mondiale ».
In questo giudizio vi è riassunta l’intera
visione che lo Chabod ebbe della nostra sto-
ria unitaria: simpatia per il vecchio gruppo
dirigente risorgimentale, ma denuncia anche
dei limiti oltre i quali quel gruppo (nelle sue
divisioni in Destra e Sinistra storica) non sep-
pe andare.
Chabod, è noto, aderì al Partito d’Azione,
durante la Resistenza, proprio per quanto quel
partito significava, agli occhi di tanti intellet-
tuali italiani antifascisti, di richiamo alle tra-
dizioni democratiche risorgimentali. Eppure
in queste sue lezioni egli non commette l’er-
rore di prospettiva di considerare quel partito
come il fulcro della battaglia politica di quei
primi anni di questa nostra rinnovata demo-
crazia, né a caso, invece, egli insiste nel sot-
tolinearne soprattutto il carattere di “gruppo”,
di “movimento”, più che non di “partito”:
«il partito d’azione farà presa sulle é/ifes in-
tellettuali, professionali ecc.; ma non potrà
agire sulle masse, né far concorrenza in questo
campo ai grandi partiti ». Ora a chi ripensi al
giudizio di fondo pronunciato sull’incapacità
delle vecchie classi dirigenti, quest’afferma-
zione apparirà in tutta la sua importanza.
Lo scrupolo dello storico, giunto a tratta-
re avvenimenti così recenti, è certo assai
grande. Chabod cerca evidentemente di spo-
gliarsi qui di ogni simpatia politica (questa
preoccupazione non l’aveva avuta così viva
all’inizio del suo discorso), avverte anzi espli-
citamente che si sta ormai entrando « nel
campo degli apprezzamenti politici, il che,
com'è ovvio, esorbita dal compito che ci
siamo prefissi ». Tutto ciò non significa, ov-
viamente, che egli non sia spinto a dare mag-
gior rilievo ad un avvenimento a scapito di
un altro, a connettere insieme problemi e po-
sizioni che, forse, convinzioni personali di-
verse avrebbero invece separato. Su quest’ul-
tima parte Chabod desiderava tornare, prima
di un’eventuale sua pubblicazione italiana. Ma
non bisogna neppure dimenticare come egli si
rivolgesse ad un pubblico scarsamente infor-
mato delle lotte politiche italiane: donde certi
obblighi espositivi, un certo attardarsi in
spiegazioni che sarebbero risultate superflue
per il lettore italiano. La morte ha impedito
che questo suo desiderio fosse attuato. Cha-
bod non ha più ripreso in mano queste sue
dispense, e il lungo rinvio del proposito è
stato fatale. Per questo riteniamo difficile
pronunciarci sulla narrazione degli ultimi anni.
Possiamo però ben dire — e il successo ot-
tenuto dall’edizione italiana ci conforta a
dirlo — che la Storia dell’Italia contemporanea
è riuscita laddove tanti altri scritti avevano
fallito: a dare, cioè, una nitida visione, carica
di problemi tuttora aperti, delle nostre re-
centi origini di stato unitario.
Non
crediamo
troppo
alle fotografie
; ph} r ;
Una rivista che doveva pubblicare un articolo sul
‘cosiddetto I, tracoli italiano”, sì rivolse ali ufficio
pubbliche relazioni della nostra società chiedendo
le] fot , latt i ;ll ri >» $ ‘ ;
qualche fotografia adatta ad illustrare î progressi tec-
mologici 7 nti dal nostro paese nel settore
siderurgia. La rivista voleva specialmente inum
di impianti automatizzati, di uomini che toccando
un bottone mettevano in moto macchine gigantesche.
I
s Ita
che occorrevano. Non c'era che l'imbarazzo della scelta,
mostro archivio fotografico aveva tutte le immagini
Fu proprio durante questa scelta che, da un gruppo
di foto di documentazione tecnica, non destinate alla
pubblicazione sulla stampa, saltò fuori uma curiosa
immagine, capiva subito perché fosse inadatta ai
giornal edeva un operatore seduto comodamente
davanti ac rrande quadro di controllo, a cavalcioni
di una sedia
voltata all'incontrario, con i gomiti ap-
poggiati ad un pannello, in una posizione molto poco
ortodossa, molto poco ‘‘tecnica”, molto diversa, in-
somma, dall'idea che ci siamo fatti dell'atteggiamento
dei ‘‘ tecnici sul lavoro.
La fotografia che venne invece scelta per essere man-
data alla rivista era ineccepibile. Mostrava un ope-
ratore intento a manovrare in una cabina di comando
le le ve di una mac hina.
Questa era una fotografia che andava proprio bene.
L'uomo impugnava saldamente le manopole, il suo
sguardo era proteso oltre il vetro della cabina, verso
una macchina che non si vedeva ma che si poteva
immaginare grande e potente.
Il tutto dava un senso di precisione, di efficienza,
di modernità, di sicurezza.
Le due foto nascondevano però un piccolo segreto :
quella scattata per ragioni tecniche, quella che non
andava bene per la stampa, era una foto ‘ vera”
cioè ripresa all'insaputa dell'operatore, tanto intento
uire î segnali dei quadri di controllo da non
accorgersi nemmeno che lo stavano fotografando. La
seconda immagine, quella non ‘‘tecnica”’, quella così
adatta a rappresentare il mondo dell'industria auto-
matizzata, era invece una fotografia *‘truccata’.
Intendiamoci bene, l'operatore era un vero operatore,
il quadro di comando era un vero quadro di comando
e oltre il vetro della cabina c’era realmente una
grande e potente macchina,
Soltanto, nel momento in cui era stata scattata la
foto, l'uomo così efficiente era ‘in posa” e i suoi
occhi erano fissi oltre il vetro, alla grande macchina,
ma questa era ferma, per lavori di manutenzione...
La morale di questa storia è molto semplice, quasi
ovvia (come la morale di molte storie, del resto):
ed è che non bisogna credere troppo alle immagini,
e în particolare alle fotografie, che sembrano d’al-
troride offrire una visione così reale della vita.
La perfezione dei mezzi di riproduzione ha allargato
in modo mostruoso la quantità di immagini offerte
oggi, spesso indiscriminatamente, a milioni di lettori,
tanto che qualcuno ha detto che la nostra è la
“civiltà delle immagini”.
Comunque sia, è certo che dalle immagini bisogna
spesso guardarsi. Di fronte alla suggestione dell’im-
mediata evidenza con cui esse ci prospettano un fatto,
un'idea, dobbiamo esercitare il mostro spirito critico,
sovente così pronto ad assopirsi.
Abbiamo chiesto a Federico Patellani, che ha raccolto
nel suo archivio innumerevoli fotografie dei più di-
sparati argomenti, di scegliere per noi, commentandole,
alcune immagini che illustrino opportunamente queste
nostre ossert toni.
Tutte verità da differenti prospettive
L'Arco della Pace di Milano fotografato con varie ottiche a differenti distanze. in maniera tale che
una figurina che vi cammina davanti sia sempre di identica altezza rispetto all'Arco stesso, Si noti
come varia la misura dell'Arco in rapporto alla ragazza e come le piante di corso Sempione si fac-
ciano sempre più vicine al monumento.
Tutte le fotografie hanno una loro verità oggettiva, e in quanto fotografie non possono essere messe
in dubbio, Tuttavia esistono vari fattori capaci di aumentare la verità - e il significato - di una im-
magine, ed altri che concorrono a diminuire la verità dell'immagine al punto da consentire di dubi-
tare della verità stessa.
Tra tali fattori che sottolineano la verità, dobbiamo ricordare: la scelta del men
una fotografia, l'invito didascalico a concentrare la propria attenzione su un particolare dell'immagine
stessa o sul significato della fotografia.
Tra i fattori che pongono in dubbio quella che rimane la verità oggettiva, ricorderemo la scelta del
momento, il taglio della fotografia, l’interpretazione data dell’ immagine da una didascalia (si noti
quindi che tali fattori, gli stessi di cui si è parlato più sopra, hanno un valore bivalente), e il fal-
samento ottico delle prospettive. Anche l’ambiente può causare immagini menzognere.
nto, il taglio di
Le verità sono due
Il tono con il quale
viene stampata una fo-
tografia può aiutare
uno slittamento inter-
pretativo. La fotografia
uguale che pubblichia-
mo in queste due pagi-
ne mostra una donna
intenta a zappare la
terra della piana del.
l'Etna, La versione di
tono più pacato della
pagina accanto po-
trebbe illustrare un
concetto: quello che
la tradizione greca è
tuttora viva, istintiva»
mente, nelle g sicu-
le, Ci si reca a lavorare
sul campo assicuran-
dosi l’acqua con la
quale spegnere l’arsura
del sito. La versione
più contrastata (in
questa paginà) si pre-
sta a sottolineare un’al-
tra realtà: un’agricol.
tura disperata e l’im-
pellente necessità di
acquedotti e di mecca-
nizzazione,
n
È
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led pigli gie glagieg
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n
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Di
DL)
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DE
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È |
mdtiae eventi
La verità è nel mestiere, non
negli atteggiamenti
Un vigile di Roma fotografato sulla pe-
dana davanti a Palazzo Chigi assume
menti da direttore d'orchestra e
iamare e zittire gli i
n dirige un'orchestra,
traffico.
La verità è nel totale
Il dettaglio (a destra) è indiscutibilmente
più intenso e carico di volumi. È l’imma-
gine perfetta per sottolineare l'isolamento
delle genti del Sud. Tuttavia la verità è
nella immagine totale (foto a sinistra) che
riconduce chi guarda alla realtà ambien-
tale: un gruppo di donne che lavora a
maglia nella strada di un paese. Il sor-
riso della donna di destra ridimensiona
il dramma.
La verità è nel dettaglio
Le tre immagini sono la stessa fotografia, ese-
guita sulla costa ionica all'indomani di un ter-
remoto. La presenza, nella foto a sinistra in
alto, di una donna che ride mette in dubbio la
drammaticità della situazione e del momento.
I tagli che vediamo nelle altre due foto ricon-
ducono il lettore all'intensità del dramma.
26
(era
una volta
il mare
Dopo Bagnoli e Piombino, parliamo questa volta di Cornigliano. Il centro siderurgico
“Oscar Sinigaglia,, è stato visitato per noi da Luciano Rebuffo. Nato a Sestri Ponente,
egli ricorda il tempo in cui, dove ora sorge il più grande stabilimento italiano per la pro-
duzione dell’acciaio, c’era il mare e si facevano i bagni.
Le illustrazioni sono di Giancarlo Cazzaniga, un pittore del gruppo della
milanese,,.
«Quanto è cambiato il paese mio,
da quando non ci sono più 10... ».
lo dicevo l’altro giorno, improvvisandomi poeta,
al mio amico Gioxe detto “o cornixotto” (cioè
“il corniglianese’’) mentre passavamo davanti
allo stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”.
Io sono di Sestri, e quando vedo lo stabili-
mento con le sue poderose ciminiere fumanti ed
i grandi parallelepipedi dei capannoni, capisco
che sono già un vecchio. Perché ricordo benissi-
mo quando tutto questo non c'era, e mi pare
ieri, e vedo quanto tutto sia cambiato e irri-
conoscibile in questa zona: e chi sono quelli
che ricordano che ‘tutto questo non c’era” e
che sentenziano che “tutto è cambiato”, se
non i vecchi?
Gioxe, invece, quando passa di qui si sente
triste, perché lui su questa spiaggia che non c'è
più teneva un bel gozzo bianco come la neve,
e anche quando tirava il libeccio armava gli
scalmi e affrontava il mare, con l'alta pernaccia
puntata verso il Capo S. Martino.
Qui dove c'è lo stabilimento c'era il mare,
e l’arco di una spiaggia coronato, sul corno a
ponente, dal castello Raggio, in falso gotico,
simbolo di un’opulenza da signorotti del passato.
Allora c'erano i bagni, da queste parti, e le
cabine multicolori e gli ombrelloni, popolati di
bagnanti festosi e abbrustoliti, in estate. Poi,
veniva il lungo inverno e tutta questa zona
restava paurosamente deserta ; non c'era una
anima, in questa terra di nessuno tra Corni-
gliano e Sestri, ed infatti si chiamava “il de-
serto” e î tram la percorrevano a tutta velocità,
senza fermate. A noi ragazzi faceva paura,
d'inverno, “il deserto”, dove cantavano i grilli
e, a mezza costa, s'intravvedevano nell'ombra
il convento e la badia di S. Andrea, dove papa
Innocenzo IV, proveniente da Roma, trovò nel
silenzio agreste riposo e pace, per riprendersi
dal mal di mare che lo aveva spossato.
Ora, invece del deserto c' è qui una delle
zone industriali più dense d’Italia, e quindi
più preziose : dove c'era il mare sorgono alti-
forni e ciminiere, dove passeggiava Innocenzo IV
transitano autocarri per l'aeroporto, sul canto
dei grilli si leva il rombo degli aerei, e vicino
all’ aeroporto si levano come grandi pellicani,
le pesanti gru del cantiere navale Ansaldo, e
‘
‘giovane scuola
la darsena di allestimento con gli scafi dalle
prue affilate, e poi le fonderie, e quindi i pon-
tili di Multedo dove attraccano le grandi pe-
troliere che scaricano 50.000 tonnellate di grez-
zo ogni volta.
E così, su per le colline un tempo verdi donde
si traeva il celebre vino bianco ‘‘di Coronata”
sorgono le case degli operai: una volta era
proprio nel paese che sorgevano grandi casoni
grigi, tutti uguali, della “IV società operaia
case”, della ‘VIII società operaia case” e an-
cora oggi si dice di uno che ‘abita dall’ottava” ;
oggi i gruppi delle abitazioni sorgono alti, a
colori vivaci, magari con strutture in acciaio,
su per le aereate colline.
Ma quello che farà calendario, al mio paese,
sarà sicuramente il “tempo dello Sci” (perché
qui le denominazioni ufficiali hanno il valore
che hanno, di fronte alla realtà della lingua
parlata direttamente dal popolo: avete un bel
dire che lo stabilimento, anzi il centro siderur-
gico, si chiama ‘‘ Oscar Sinigaglia”, che la so-
cietà che lo ha commissionato e gestito era la
Cornigliano e che ora, a fusione avvenuta con
lPIlva, si chiama Italsider. Nelle case, nei bar,
per le strade, negli uffici di collocamento, an-
che in discorsi un po’ più ‘ ufficiosi” tra le ca-
mere del lavoro e i partiti, tutti dicono “lo Sci”,
secondo una vecchia e nemmeno utilizzata de-
nominazione degli anni 1938-39 quando lo
stabilimento a ciclo integrale era solo un progetto).
Il calendario, al mio paese, è segnato infatti
non dai numeri ma dai nomi di industrie : si dice
“ai tempi di Cadenaccio” proprietari di quel
cantiere in legno che intorno al 1865-70 varava
ogni anno almeno cento, centoventi velieri tran-
soceanici, tra î quali il celebre ‘* Cosmos” ; “ai
tempi dei Curtin e dei Westermann” inglesi che
vennero qui ad impiantare cantieri di costru-
zioni miste (legno e ferro) e caldererie; ‘ai
tempi di Odero, di Raggio, dei Perrone” quan-
do la nostra flotta da guerra nacque tutta qui ;
“ai tempi degli aerei” quando qui, proprio qui
sul “deserto”, Ansaldo costruiva idrovolanti per
la prima guerra mondiale, e poi tutto fu sba-
raccato nel "18, quando le campane festose del-
l’Assunta suonarono l'annuncio della vittoria,
e la tela per le ali degli aerei fu venduta alle
donne del paese per fare lenzuola e federe.
>
(Del resto, come il tempo è segnato da queste
“ère industriali” così le ore sono segnate, più
che dal campanile della chiesa, dalle sirene
delle fabbriche).
Così, sicuramente, si ricorderà ‘il tempo dello
Sci” quando, nel 1950, si iniziarono i lavori
di riempimento del mare, con grande apparato
di pontoni giganteschi che calavano sul fondo
cassoni di cemento, e file di centinaia di autocarri
effettuavano la discarica giorno e notte, e trattori
e bulldozer riempivano di rumore le tenebre,
coprendo la voce degli ultiri grilli tenaci ; quando
tutti parlavano del nuovo gigante che stava
sorgendo sull'acqua, ed erano in inolti a sperare
di ‘‘potervi entrare a lavorare”.
Settecentomila metri quadrati furono strappati
al mare, infatti, e il riempimento effettuato ri-
chiese sette milioni di metri cubi di materiale.
Va notato che i lavori furono iniziati nel giu-
gno del I950, € già alla fine del 1952 entra-
va in funzione la cokeria, e nel novembre del
1953 si produceva il primo, storico rotolo la-
minato a caldo.
Attualmente sono in corso i lavori di am-
pliamento (iniziati nel 1660 con il riempimento
di una nuova superficie marina e con la co-
struzione di due nuove batterie di forni a co-
ke, di un nuovo grande altoforno e di una
fabbrica di ossigeno) che porteranno lo stabili-
mento a produrre, entro il 1963, 1.550.000
tonnellate di ghisa e 2.000.000 di tonnellate
di acciaio. Quest’ anno è iniziata, sulla riva
destra del torrente Polcevera, la costruzione
di una banchina che consentirà | attracco a
navi fino a 60.000 tonnellate. Nel 1962 ini-
zieranno altri impegnativi lavori : la sistema-
zione dei parchi delle materie prime, l impianto
di preparazione del minerale, il potenziamento
del laminatoio a freddo e della linea di sta-
gnatura elettrolitica, l' installazione di una
nuova linea di zincatura.
Lo stabilimento nacque con l'appoggio gover-
nativo e con saggio utilizzo dei fondi ERP nel
quadro del preveggente ‘‘piano Sinigaglia per
la siderurgia” e giustamente fu poi intitolato a
tal nome, proprio quando l'ingegner Sinigaglia
era morto da poco tempo.
L’ ingegner Oscar Sinigaglia, allora presidente
della Finsider, intuì l'impostazione che avrebbe
dovuto avere la siderurgia italiana per soprat
vere, anzi per potersi affermare su scala mondiale.
Era necessaria una riforma strutturale di
fondo, volta principalmente alla concentrazione
della produzione di siderurgia primaria in pochi
grandi stabilimenti moderni e dislocati sul mare
per potersi rifornire di materie prime a costi
corrispondenti allo standard internazionale.
Così nacque lo stabilimento che oggi costitui-
sce, lungo quasi tre chilometri, il più suggestivo
dei paesaggi industriali, con le ciminiere altissime
che mandano al cielo messaggi colorati, î lunghi
capannoni di caldo mattone e di vetro, le grandi
“oreche” degli altiforni che si stagliano grigie
sullo sfondo azzurro del cielo, e le intermittenti
fumate bianche della cokeria che si scorgono
persino dai forti o dalla collina del Belvedere.
E poi treni, treni, treni di materiale che entrano
su binari affiancati a quattro o cinque, e treni
che partono con le lamiere impacchettate e
30
lucide come fossero tavolette di cioccolata, e
grossi rotoli di lamierino.
Certo, Gioxe può sospirare sul proprio gozzo
scacciato, io posso ricordare con nostalgia i tempi
in cui venivo qui a fare i bagni, si può rimpian-
gere il canto dei grilli la notte, ma non si possono
trascurare i dati della realtà : qui si lavora, qui
si producono a prezzi di concorrenza oltre 60.000
tonn. di ghisa al mese e 115.000 di acciaio,
trasformato in laminati piani che ogn mese
raggiungono le industrie nostre più importanti,
dai frigoriferi alle automobili, dallo scatolame
alle macchine agricole e alle ferrovie, 0 pren-
dono la strada dell’ esportazione verso î paesi
di tutto il mondo ; qui lavorano 8.000 circa dipen-
denti, qui gravitano col loro lavoro, direttamen-
te 0 indirettamente, molte piccole imprese di
ogni genere. E ogni dieci navi che arrivano
a Genova una è per questo stabilimento ; ogni
dieci treni merci che partono da Genova, uno
parte da questo stabilimento.
Lo stabilimento bisogna visitarlo in macchina
altrimenti ci vogliono giorni. Io, con un'auto, ho
impiegato un giorno per vedere tutto, sia pure
a volo d'uccello.
Per descrivere le cose che ho visto, sarebbe
fin troppo semplice scomodare Omero e Ovidio,
e la gigantomachia, e la fauna preistorica e le
metafore più impensate, poetiche, animistiche
o surreali. La tentazione è forte, perché l’uomo
in presenza di fatti che lo stupiscono e ne sbri-
gliano la fantasia, tende ad uscire dal racconto
realistico, e a descrivere le emozioni suscitate
dalle cose piuttosto che le cose stesse. Ma le
metafore invecchiano, e le cose cambiano, e noi
restiamo col nostro stupore e l'ingombro delle
parole insufficienti ad esprimerlo, di fronte a
queste dimensioni sovrumane della fabbrica e dei
suoî strumenti.
Le grandi porte dello stabilimento sono state
per me come le colonne d'Ercole, passate le quali
è cominciato il fascino e lo stupore della scoperta.
Come dirvi che ho visto svuotare il capace
ventre di una nave da 19.000 tonnellate în poche
ore a mezzo di spaventose benne e di grandi
carri automotori talbot, e avviare il suo carico
a destinazione, tutto con un sincronismo di
strumenti necessariamente colossali, dove gli
uomini, più che vederli, si intuiscono dietro le
leve di comando? Come dirvi che ho visto cam-
minare da solo il nero carbone, trasportato ce-
lermente da un sistema di nastri, spesso lunghi
oltre quattrocento metri, fino all'impianto dove
viene frantumato e ridotto in polvere, da una
specie di macinino di Polifemo?
Come dirvi che ho visto caricare e scaricare
i forni della coheria da un grosso carro auto-
matico, che se ne andava avanti e indietro col
suo carico, a cercare ora il forno n. I, ora il
forno n. 8 e così via?
Ho visto scendere in fiamme, come una com-
patta lava, 13 tonnellate di coke in men di
un minuto, portate dal carro fino all'impianto
di spegnimento, dalla cui ciminiera usciva fumo
candido come neve: quella fumata candida che
si staglia compatta contro il cielo sta a si-
gnificare, ogni volta, che altre tredici tonnellate
di coke sono pronte per l’altoforno.
Come comunicarvi la sensazione che si prova
ai piedi dei tre altiforni, enormi giganti in
poderosa struttura di ferro, armati come Or-
lando, alti come Caligorante?
« L’altoforno è una brutta bestia» mi dice
un operaio, ma gli operai sanno come trattarlo,
e gli grattano la pancia per farne uscire, in ri-
voli incandescenti, tonnellate di ghisa, che scen-
de liquida, terribile ma disciplinata, nel carro
sottomarino. Il carro (un enorme termos)
la porta all’acciaieria dove la rovescia nelle
siviere di travaso e, di qui, nei forni Martin
Siemens.
L’acciaieria è un capannone enorme, al centro
del quale troneggiano i forni, sull’altezza di
due piani. I finestroni lasciano entrare la luce
che inonda l’ambiente dove si vedono le travate
di ferro, le strutture complicate dei forni, le
capaci secchie di colata, î treni di lingottiere
pronte, i carriponte coi loro ganci spaventosi.
Questi ganci spaventosi che pendono inerti nel
vuoto e mi hanno fatto paura, quasi dita di
un mostro sconosciuto. Spero di non sognare
mai quei ganci : sarebbe un incubo insopportabile.
" Nella navata si vede tutto questo, e nient'al-
tro. Ma dietro ad un forno vedo, sul fianco
di un carro ferroviario, scritto col gesso « Viva
la Sampdoria»: vivaddio, qui ci sono anche
gli uomini!
Infatti questa è la cosa più sensazionale dello
stabilimento ; non si vedono uomini, ma solo
macchinari. Macchinari che paiono muoversi
da soli.
Gli uomini sono apparentemente pochissimi, se-
duti di fronte a quadri di controllo lucidi e
complicati, e non hanno che da osservare le
lancette e spingere dei pulsanti, oppure seguire
sul “video” dell'impianto televisivo a circuito
chiuso le varie fasi di lavorazione.
Ho assistito ad una colata di acciaio : una
colata di 230 tonnellate, raccolte in un'unica sivie-
ra: si è aperto un foro dal forno e tra riverberi
danteschi è uscito l'acciaio a poco meno di 1600
gradi, gettandosi a cascata dentro l’enorme scodella.
L'ambiente era tutto illuminato di rosso, e la
cascata sembrava interminabile. Ad un certo
momento, continuando a guardare fissamente
da almeno quaranta metri di distanza, sembrava
di vedere una bianca cascata d’acqua. Due
uomini, (apparizione quasi diabolica) corre-
vano incappucciati lungo una passerella, gettando
dentro in fretta dei sacchi, contenenti dei cor-
rettivi. Dalla colata saltavano strisce di fuoco,
simili a comete.
La siviera riempie poi quegli enormi bicchierini
che sono le lingottiere (li riempie rasi rasi:
alla salute!) e di qui si hanno i lingotti.
Ho visto al lavoro il treno sbozzatore, dove
arriva il lingotto incandescente per essere tra-
sformato in bramma. Immaginate un enorme
giocoliere che si palleggia tra le mani una clava
rossa, 0 piuttosto uno scultore che tra pollice
e palma della mano riduce una pallottola di
creta molle in una tavola lunga e piatta. Que-
sto fa lo sbozzatore, col suo lingotto caldo, passan-
doselo tra una mano e l altra, come fosse una
caldarrosta scottante, e lo alza, e lo corica, lo
schiaccia di piatto, poi lo gira, lo schiaccia di
costa, insomma lo palleggia fino a ridurlo una
tavola lunga e piatta. Ma chi può raggiungere
la schietta ed ingenua poesia di un bambino
che, di fronte a questa operazione, ha scritto
nel proprio tema «...ît draghi di ferro erano
molto grossi e si facevano dare delle botte dalla
macchina e mentre prendevano gli schiaffi di-
ventavano sempre più stretti»?
Posta sulla via a rulli, la bramma incomincia
il suo incredibile cammino. Passa prima attra-
verso i cilindri del reversibile che la riducono
a 25 mm. e poi tra quelli del finitore fino a
2 mm. di spessore, e naturalmente la allungano
fino a 450 metri. Bisogna vedere come tale
processo avviene, di continuo, una lamiera dopo
l’altra, una lamiera incandescente che vi passa
davanti a 40 km. all'ora e voi fate appena in
tempo a seguirla con la coda dell'occhio, come
un treno, e sentite intanto alla guancia uno
schiaffo di calore. Quando arriverete in fondo,
al treno terminale, la lamiera che avete visto
passare è già un rotolo di lamierino ormai inol-
trato altrove, e voi dovete aspettare (pochi
minuti) l’arrivo di quella successiva per seguire
il processo. Eccola, arriva, è una striscetta rossa
laggiù, che avanza sui rulli. Arriva velocis-
sima, col rumore di un rapido, e già è passata,
ne udite un poco il rumore mentre sta avvol-
gendosi attorno all’aspo, ed ecco che il rotolo
viene espulso ancora caldo, ma già simile alla
bianca e lucente lamiera.
Poi vi sono tanti altri impianti, zincatura,
stagnatura elettrolitica continua, con tanto di
cartelli con scritto « Attenzione! Radiazioni
atomiche!» e così via, per rifinire il prodotto
che consiste in quei rotoli di lamierino o în
quei pacchi di lamierino zincato o di banda
stagnata che abbiamo visto partire dallo sta-
bilimento affiancati per quattro sui treni.
Ma anche in tutte queste operazioni vi. è
una strana fauna, macchine di ogni genere,
una col gancio che pare un rinoceronte per spo-
stare î rotoli, una che pare una giraffa, e tanti
grossi trattori con pale caricatrici che paiono
possenti bisonti.
Ma dietro a tutte queste cose bisogna indovi-
nare e scoprire gli uomini, magari neri in volto,
con le loro tute assurre, che si spostano da un
reparto all’altro in bicicletta. Perché al centro
di questo pianeta gigantesco e diabolico, sta
sempre l’uomo.
Nel recinto dello stabilimento, vicino al ri-
posante giardinetto, sta la scuola, una scuola
professionale per le attività siderurgiche, che si
presenta con la sua facciata di vetro e gli arti-
stici pannelli astratti : anch'essa segno, per me,
dei tempi che cambiano.
Ai tempi di Odero, di Raggio, dei Perrone si
entrava “‘garzonetti” in fabbrica e si imparava
il mestiere poco a poco, a forza di osservare il
lavoro del ‘“maestro” e anche, bisogna dirlo,
a forza di scapaccioni. Ora si formano con cri-
teri moderni e sistematici, su una base di cogni-
zioni precise sia culturali e tecniche che pratiche,
gli operai specializzati del futuro.
Di un futuro di tecnici, di elettronica, di au-
tomazioni, di giganteschi impianti per gigan-
tesche produzioni, un futuro che è già comin-
ciato proprio qui, sul mare, dove un tempo
vogava il mio amico Gioxe col suo bianco gozzo, e
l'alta pernaccia puntata verso Capo S. Martino.
Gli
infallibili
investigatori
Chi non ha mai letto un libro “giallo” spari
il primo colpo. Magarù una sola volta, in tre-
no, in una notte di insonnia, magari saltando
le pagine per arrivare più in fretta all'ultima,
dove si scopre l'assassino e tutto diventa sem-
plice e chiaro, ognuno di noî ha avuto tra le
mani un racconto poliziesco e si è dibattuto
per un paio d'ore nella trappola di un delitto
perfetto, perdendosi in supposizioni, sviato dai
falsi indizi sapientemente disseminati tra le ri-
ghe: Solo l’ investigatore non si è fatto trarre
in inganno. Mostro di capacità raziocinante 0
uomo d’azione dai riflessi fulminei e dal cuore
di ghiaccio, egli solo è riuscito a capire, tutta,
molto tempo prima degli altri, spesso sin dalla
prima pagina, guidato verso il colpevole da in-
tuiti misteriosi e infallibili, come la “mina ma-
gnetica contro la nave nemica. La differenza
tra noi lettori e loro, maghi della deduzione,
è proprio qui: che loro scoprono il co Ipevole
nella prima pagina e noi nell’ ultima.
Ma chi sono questi grandi, infallibili. cac-
ciatori di omicidi? Lo scrittore siciliano Leonar-
do Sciascia abbandona per un momentò il mondo
purtroppo ancora reale dei delitti compiuti con
la “lupara”, di cui ha scritto pagine bellissime
nel suo ultimo libro “Il giorno della civetta”,
e ci porta în questo articolo nel mondo fanta-
stico di Sherlock Holmes, di Poirot, di Perry
Mason, di Lemmy Caution e ‘degli altri assi
del “giallo”, cercando di dare a ciascuno una
fisionomia e un carattere.
,
si.
La ragione fondamentale per cui leggiamo
romanzi polizieschi — o gialli, come si usa
chiamarli in Italia — crediamo di trovarla in
Alain (Sistezza delle arti), quando dice che
«l’effetto certo dei mezzi di terrore e di
pietà, quando li si adopera senza precau-
zione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri,
insomma una meditazione senza distacco,
come nei sogni ». Potremmo anche avanzare
e considerare altre ragioni, suggerite da Marx
o da Freud: ma per il buon lettore di gialli
questa di Alain resta la più valida. Nel ro-
manzo poliziesco sono impiegati senza pre-
cauzione (senza la precauzione, cioè, che è
dell’arte) i mezzi di terrore: e l’effetto è fuga
di pensieri, meditazione senza distacco. La
lettura di un giallo è, nel senso più proprio
della parola, passatempo: il tempo, non più
scandito dai pensieri, sommerso in una flui-
da corrente emotiva; e la mente come una
tabula rasa che passivamente registra tutti
quei dati che soltanto la mente dell’investi-
gatore saprà decifrare, coordinare e infine
risolvere. Il buon lettore di gialli è insomma
colui che non si pone come antagonista del-
l'investigatore a risolvere in anticipo il pro-
blema, a indovinare la soluzione, a individuare
il colpevole: il buon lettore sa che la solu-
zione c'è già e che il divertimento della
lettura, il passatempo, consiste nella condi-
zione — di assoluto riposo intellettuale —
di affidarsi all’investigatore, alla sua ecce-
zionale capacità di ricostruire un crimine e
di raggiungere il colpevole. Peraltro, gli
autori di gia/lî quasi sempre provvedono a
scaricare il lettore da un’attiva partecipazione
all’inchiesta: accanto all’investigatore met-
tono un personaggio propriamente “di spalla”,
un aiutante o un amico, che esprime i punti
di vista, i dubbi e i sospetti dell’uomo co-
mune, del comune lettore. Questa funzione
tiene il dottor Watson accanto a Sherlock
Holmès, ‘Archie Goodwin accanto a Nero
Wolfe, Della Street accanto a Perry Mason:
per timitarci ai personaggi “di spalla” non
octasionali.
‘Praticamente, la lettura di un giallo è un
fatto paradossale: in quanto comporta un
rovesciamento della condizione che è propria,
naturale ed essenziale, alla lettura. La con-
dizione psicologica di un lettore di gialli è
più quella di uno spettatore cinematografico
che di un lettore vero e proprio: e come
nel cinema lo spettatore si identifica con un
personaggio (generalmente col protagonista,
con l’erve . positivo), e così vive la vicenda
dal di dentro, affidandosi all’onda emotiva
di una « meditazione senza distacco; come
nei. sogni », nel romanzo poliziesco il let-
tore si identifica col personaggio “di spal-
la”: cioè accetta pregiudizialmente, per pre-
liminare convenzione, una situazione di in-
feriorità e di passività intellettuale. L’investi-
gatore è un genio, un uomo che possiede
eccezionali qualità razionali e visionarie; un
genio che il personaggio “di spalla” non può
raggiungere, così come irraggiungibile è da
parte di Sancio il mondo di don Chisciotte.
In un certo senso, il romanzo poliziesco
presuppone una metafisica: l’esistenza di Dio,
della Grazia, di un mondo “al di là del fisico”.
L’incorruttibilità e infallibilità dell’investi-
gatore, il suo ascetismo (generalmente non ha
famiglia, non ha ambizioni, non si cura dei
beni materiali), il fatto che non rappresenta
la legge ufficiale ma la legge in assoluto, la
sua capacità di /eggere il delitto nel cuore
umano oltre che nelle cose, cioè negli indizi,
lo investono di metafisica luce. E non è un
caso che la storia del romanzo poliziesco, la
nascita dell’investigatore, ha nella Bibbia le
sue origini; né è un caso che appunto con in-
tenzioni metafisiche, un grande scrittore cat-
tolico, G. K. Chesterton, abbia scritto tutta
una serie di racconti polizieschi in cui il
ruolo dell’investigatore è tenuto da un prete
cattolico in odore di santità, padre Brown.
Ecco, nella Bibbia, il primo racconto poli-
ziesco — e il primo investigatore, il profeta
Daniele:
« Mentre Susanna era condotta al sup-
plizio, il Signore suscitò lo Spirito Santo di
un tenero giovinetto chiamato Daniele, il
quale gridò ad alta voce: Io sono puro del
sangue di lei! —. Rivoltosi a lui tutto il po-
polo disse: Che vorresti dire con le tue pa-
role? —. E Daniele, stando in mezzo ad essi,
disse: Siete così stolti, o figli d’Israele, da
condannare una figlia di Israele, senza esa-
minare, senza appurare la verità? ‘Tornate al
tribunale; perché essi hanno reso falsa testi-
monianza contro di lei —. Il popolo tornò
subito indietro e i (due) vecchi dissero a Da-
niele: Vieni, siedi in mezzo tra noi, e inse-
gna a noi, poiché Dio ti ha dato l’onore
della vecchiaia —. Daniele disse: Separateli
l’uno dall’altro ed io li esaminerò —. Se-
parati che furono l’uno dall’altro, ne chiamò
uno e gli disse: Vecchio di giorni rei, or
son giunti i peccati che hai fatto per l’ad-
dietro, dando sentenze ingiuste, opprimendo
gli innocenti e liberando i malvagi, mentre
il Signore ha detto: Non ucciderai l’innocente
e il giusto. Or dunque, se tu l’hai veduta,
dimmi, sotto qual pianta li hai veduti par-
lare insieme? —. L’altro rispose: Sotto un
lentisco —. Daniele a lui: Senza dubbio
tu hai mentito a tua rovina... —. Rimandato
questo, fece venir l’altro, e gli disse: Razza
di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha
sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore.
Così voi facevate alle figlie di Israele, e queste,
per paura, parlavano con voi; ma una figlia
di Giuda non ha potuto soffrire la vostra
iniquità. Or dunque, dimmi, sotto qual al-
bero li trovasti a discorrere insieme? —.
L’altro rispose: Sotto un leccio —. E Da-
niele a lui: Senza dubbio anche tu hai men-
tito per tua rovina... ». (Libro di Daniele:
13, 45-60).
Ci sono, si può dire, tutti gli ingredienti
del moderno romanzo poliziesco: Daniele
nel ruolo di investigatore privato; i due
vecchi giudici corrotti e corruttori che con
falsa testimonianza avevano accusato e con-
dannato Susanna; c’è il sesso, la passione che
muove i due vecchi alla falsa accusa, e l’ac-
cusa stessa, che è di reato sessuale; e c’è il
metodo dell’interrogatorio separato, come il
più adatto a scoprire la verità. Decisamente,
Daniele è il primo investigatore della storia:
e si consideri che, oltre al caso di Susanna,
sciolse il mistero dei sacerdoti di Belo, sve-
lando a Ciro i loro inganni. Tutti gli inve-
stigatori che sono venuti dopo, nella vera e
propria letteratura poliziesca, dalla seconda
metà del secolo scorso ad oggi, dal cavaliere
Dupin di Edgar Poe all’avvocato Mason di
Erle Stanley Gardner, discendono da Daniele:
e nemmeno è un caso che la letteratura poli-
ziesca sia nata tra gli anglosassoni, dove la
Bibbia è più familiare lettura che presso i
popoli latini.
Il romanzo poliziesco come genere, ha le
sue origini più vicine e precise in Edgar
Poe; nasce, cioè, col nascere del personaggio
dell’investigatore: il cavaliere Carlo Augu-
sto Dupin. Forse per il pregiudizio che la
Francia è patria della ragione, lo scrittore
americano ha voluto dare nazionalità fran-
cese al suo investigatore: e in Francia si
svolgono i fatti su cui Dupin indaga; anche
Il mistero di Marie Roget, che Poe scrisse
mentre la polizia americana indagava sulla
scomparsa di una certa Mary Rogers (e lo
scrittore dava una soluzione del mistero che
le indagini della polizia provarono sostan-
zialmente esatta: caso limite, crediamo, nei
rapporti tra gli scrittori di storie poliziesche
e la realtà).
Dupin ha l’intelligenza di Edgar Poe: una
lucida visionaria intelligenza, capace di ri-
durre a processo matematico, a matematico
ordine, persino la composizione poetica. Il
mistero di un delitto è per lui, propriamente,
un problema: ci sono dei dati, cioè degli
indizi, che debbono necessariamente portare
ad una soluzione. Niente intuizioni. Soltanto,
in certi casi, un po’ di psicologia: come nella
famosa Lettera rubata. ‘Tutto il contrario,
insomma, di quell’altro investigatore fran-
cese che, dalla fantasia di Georges Simenon,
entrerà in scena circa un secolo dopo: e
vedremo più avanti quanto il commissario
Maigret è diverso dal cavalier Dupin e da
tutti gli altri investigatori.
Diretto discendente di Dupin è Sherlock
Holmes: ma tra i due c’è il sergente Cuff,
protagonista di quel romanzo di Wilkie
Collins intitolato Le pietra /anare che secondo
Chesterton (che se ne intendeva) è il miglior
racconto misterioso del mondo. Il sergente
Cuff ha un /obby: la coltivazione delle rose.
A partire da lui, tutti gli investigatori avran-
no i loro 4obby, 0 quasi tutti: Holmes il vio-
lino, Wolfe le orchidee... In Cuff c’è il pre-
sentimento di Oscar Wilde; con Sherlock
Holmes siamo, in pieno, nel clima di Wilde.
«Se Dupin era un ultimo Aroldo romanti-
co, » — dice Attilio Bertolucci — « Cuff un
eccentrico di misura vittoriana, Sherlock Hol-
mes è già un esteta, che con lunghe dita bian-
che e nervose avvita all'estremità della siringa
l’ago sottile per l’ennesima iniezione di co-
caina in soluzione al sette per cento, va ai
concerti di musica tedesca per concentrarsi... ».
Alla capacità di concentrazione e di analisi
del Dupin, Holmes aggiunge positive cogni-
zioni di medicina e di chimica, un enciclo-
pedismo scientifico di seconda mano di cui
si serve con solennità e sufficienza. È tetro,
discostante, antipatico. È il don Chisciotte
del positivismo, un figlio del suo tempo:
di un tempo che sta per scaricare ai piedi del
superuomo tutte le “nozioni positive”. Un
33
sopra : un celeberrimo detective, Ercole Poirot, uscito dalla fantasia di un insospettabile signora inglese,
Agatha Christie. Con Poirot il “giallo” di tipo anglosassone, sempre svolto in una cerchia familiare di so-
spetti e di sospettabili, raggiunge vette di grande virtuosismo. Poirot veniva generalmente raffigurato, fino a
qualche anno fa, come piccolo e calvo con la testa a uovo. ma evidentemente negli ultimi tempi ha scoperto,
tra un delitto e l’altro, una lozione miracolosa per far crescere i capelli. Quella che pubblichiamo è l’imma-
gine che gli viene attribuita ora dalle copertine dei “gialli”.
sotto: Perry Mason, l’avvocato investigatore protagonista dei “gialli” scritti da un vero avvocato, Erle Stanley
Gardner. Mason deve lottare su due fronti: contro il colpevole e contro la polizia, che quasi sempre lo sospetta
complice o addirittura responsabile dei delitti su cui indaga. Le sue avventure hanno ispirato anche una serie
di film televisivi che ha avuto un grande successo, tanto che ormai l’immagine ufficiale di Mason si identi-
fica con quella di Raymond Burr, l'attore americano che ha dato vita sul “video” al popolare personaggio.
34
personaggio, insomma, che nella prospettiva
del tempo si carica di quei significati che la
mente indubbiamente mediocre di sir Arthur
Conan Doyle, suo creatore, non concepì.
Più alla buona, più cordiale e simpatico,
il detective belga che raccoglie l’eredità di
Sherlock Holmes; un ometto dai baffi impo-
matati, calvo come un uovo: Ercole Poirot
di Agatha Christie. E a proposito di questo
ometto, cui la sua autrice impone il nome di
Ercole, c'è da osservare che l’onomastica ha
nei romanzi polizieschi una certa funzione
ironica 0 simbolica: l’aiutante di Wolfe (wolf:
lupo) che si chiama Arcibaldo, Mason che
vuol dire muratore, Ellery Queen che vuol
dire edera regina, e così via; ma è un giuoco
che vale per chi legge i testi originali e non
le traduzioni: ché sarebbe ridicolo tradurre
Perry Mason in Pierino Muratore.
Con Poirot il giallo di tipo inglese, che ha
la caratteristica di svolgersi dentro una cer-
chia familiare di sospettati e di sospettabili,
di svolgersi nell’unità aristotelica di luogo, di
tempo e di azione, di non fermarsi a un solo
delitto; con Poirot, cioè con la Christie,
questo tipo di giallo giunge a vette di straor-
dinario virtuosismo. Poirot, per esempio, si
trova a risolvere misteri come quello del-
l’Orient Express: dove ### gli occupanti di
una vettura letto, tranne naturalmente l’as-
sassinato, risulteranno colpevoli; persone di
diversa provenienza e condizione, che sarebbe
stato impossibile — se non al genio di Ercole
Poirot — legare nella complicità di un delitto.
Altre prove di virtuosismo, anche senza Poi-
rot, la Christie ha dato in romanzi in cui
tutti i protagonisti muoiono assassinati (e,
si capisce, è costretta a farne resuscitare uno)
o in cui il colpevole è il narratore stesso.
Poirot sa di essere un genio dell’investi-
gazione: ma questa coscienza di sé, questa
presunzione, riesce più tollerabile di quella
di Sherlock Holmes in forza del rovesciamen-
to ironico che opera la sua figura fisica;
costantemente abbiamo di fronte un piccolo
uomo calvo, coi baffi impomatati, comico nei
suoi gesti di vecchia galanteria, che ci parla
della potenza delle sue “cellule grigie”: una
scorza di comica vanità per un vero genio
dell’investigazione. E accanto a lui, altra
creatura della Christie, sta miss Marple: una
vecchia zitella inglese che risolve intrigatis-
simi casi polizieschi più per analogie che per
indizi. La sua esperienza di pettegola, la sua
conoscenza della natura umana lungamente
sperimentata nei piccoli villaggi rurali, le
consentono di stabilire illuminanti analogie
tra un fatto ed un altro, tra un tipo umano
ed un altro. « Questo caso» — dice miss
Marple — «mi ricorda quello della zia della
mia cameriera »;} oppure: «Quest'uomo so-
miglia al marito della mia vicina di casa » —
e secondo gli sviluppi che ebbe il caso della
zia della cameriera e secondo le azioni che
compì il marito della sua vicina, miss Marple
trae indicazioni per risolvere il caso che le si
presenta, per decifrare il tipo di uomo che
ha di fronte. È un personaggio felice: senza
dubbio più reale dello stesso Poirot, viva
sullo sfondo della provincia inglese, dentro
l’immutabile vita dell’Inghilterra rurale.
Ma intanto, mentre Poirot e miss Marple
risolvono con misura vittoriana i più diffi-
cili problemi polizieschi, mentre il fenozzeno
Wallace declina (poiché Edgar Wallace non
ha creato un tipo di investigatore a prota-
gonista dei suoi libri, ma equamente ha dato
vita a tanti investigatori e a tanti ladri che si
somigliano, riteniamo di poter fare a meno
di parlarne), ecco arrivare dall'America gli
investigatori privati di Los Angeles e di
Chicago: ragazzi duri, con la rivoltella sotto
l'ascella e pronti a tirarla fuori in un lampo;
nervosi, scazzottatori, un tantino loschi e
perversi. Il loro prototipo è Samuel Spade,
il detective dei romanzi di Dashiell Hammett.
« Samuel Spade aveva una mascella ossuta e
pronunciata, il suo mento era una V appun-
tita sotto la mobile V della bocca. Le narici
disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva
occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della
V era ripreso dalle spesse sopracciglia che si
diramavano da due rughe gemelle al di so-
pra del naso aquilino e l’attaccatura dei ca-
pelli castano-chiari scendeva a punta sulla
fronte partendo da un’ampia stempiatura.
Somigliava, in modo abbastanza attraente, a
un diavolo biondo ».
Ed ecco quest'uomo, tutto fatto di diabo-
liche V, all’opera (nel a/cone maltese, un
romanzo che è ormai considerato un classi-
co del genere): « Spade, mantenendo la pre-
sa sui risvolti del levantino, lo fece ruotare
lentamente e lo spinse indietro fino a farlo
star ritto dinanzi alla sedia che occupava prima.
Uno sguardo allarmato prese il posto dello
sguardo addolorato sulla faccia color di
piombo. Allora Spade sorrise. Un sorriso
gentile, addirittura sognante. La sua spalla
destra si sollevò di pochi centimetri. Il braccio
destro, piegato, si alzò per effetto del movi-
mento della spalla. Pugno, polso, avambrac-
cio, gomito appuntito e parte superiore del
braccio sembravano un unico pezzo rigido,
cui solo la spalla pieghevole conferisse movi-
mento. Il pugno colpì il volto di Cairo... ».
Questo è Sam Spade: violento, spietato,
diabolico; capace di combattere su due fron-
ti, quello dei criminali e quello della polizia
ufficiale, un po’ criminale e un po” poliziotto;
sempre pronto alla battuta cinica; sempre
pronto a parlare di denaro. Dopo di lui ver-
ranno i sadici agenti del controspionaggio
dei romanzi di Peter Cheyney, i romanzi
della violenza e del sesso, i gialli cosiddetti
“d’azione”. La parabola si concluderà (spe-
riamo: ché al peggio non c’è mai fine) con
Mike Hammer, l’investigatore privato dei
romanzi di Spillane. E con Spillane l’origina-
ria tendenza del romanzo poliziesco a discre-
ditare la polizia ufficiale giunge a pericolosis-
simi estremi: Hammer non si contenta di
battere la polizia nella corsa alla verità, al
colpevole; agisce come se la polizia non ci
fosse, come se non ci fosse la legge dello
Stato, come se non ci fossero giudici e giurie.
Io, il giudice si intitola il primo libro di Spillane
con Hammer protagonista: e si è venduto a
milioni di copie, che è un brutto segno. Per
di più, Spillane ha nei riguardi della politica
che il suo paese conduce la stessa sfiducia
che ha nei riguardi della polizia e dei tribu-
nali: ed Hammer si mette a fare giustizia, con
la sua calibro 45, anche in campo politico;
e nasce una gran confusione tra le insegne del
senatore Mc Carthy e quelle del marchese
de Sade.
Ma il gia/lo tradizionale, il giallo “intellet-
tuale”, continua la sua strada accanto a quel-
lo “d’azione”. I due investigatori, per così
dire, all’antica che tengono il campo contro
gli Shayne e gli Hammer, contro gli alcoliz-
zati e sadici investigatori del poliziesco “d’a-
zione”, sono il Nero Wolfe di Rex Stout e
il Perry Mason di Erle Stanley Gardner.
Ce ne sono altri: il Donald Lam di A.A.
Fair (col pseudonimo di Fair si nasconde
l'avvocato Gardner), il Nigel Strangeways
di Nicholas Blake (Blake è il poeta inglese
Cecil Day Lewis); ma Wolfe e Mason sono
indubbiamente i più popolari.
Wolfe è di origine europea (proviene da
una nazione balcanica o carpatica, la cosa
non è del tutto chiara), ama la più raffinata
e cosmopolita cucina, possiede sul terrazzo
di casa una costosissima serra di orchidee,
pesa quanto un bue, veste seriche camicie
gialle e gialli pigiama; e non esce mai di
casa. Il suo aiutante, Archie Goodwin, è
una specie di ragazzo terribile: infila battute
di spirito una dietro l’altra, ha un debole
per le donne, è agile e manesco quando oc-
corre. Giusto il contrario del suo principale,
insomma: il silenzioso, misogino, immobile
Nero Wolfe. A completare il terzetto, c’è
l'ispettore Cramer: un uomo che i sigari non
li fuma, li mastica per la rabbia di dover sem-
pre fare le cose a modo di Wolfe. Dopo tanti
casi, l'ispettore Cramer dovrebbe ben sapere
che Wolfe, alla fine, dopo una riunione ple-
naria nel suo studio, gli consegnerà il colpevole
su un piatto d’argento, accompagnato da
birra fresca e vini pregiati: e invece mastica
ancora i suoi sigari. Giustamente Prezzolini
osserva come «ci sia una certa somiglianza
fra le maschere della commedia dell’arte e i
tipi di poliziotto o di delinquente del gia/lo...
il personaggio principale dei gialli (che oggi
è il detective) agisce in tutti allo stesso modo,
ma con variate vicende, come il pubblico
delle piazze di Bologna, di Napoli o di Pa-
rigi si aspettava che agissero Arlecchino,
Pulcinella, Balanzon o Coviello. Il detective
non può avere sviluppo. Il delinquente dei
gialli non si converte mai all’onesto lavoro,
non entra mai in un convento. Il detective
non invecchia. Non sposa. Non ha figli.
Non ha discepoli. Ad ogni vicenda ricomin-
cia da capo »; € sono /ipi fissi, che ricomin-
ciano da capo ad ogni vicenda, anche tutti
coloro che circondano il grande investigatore.
Così, accanto all’avvocato Perry Mason
ci saranno sempre Della Street, sua segre-
taria, Paul Drake, investigatore privato, il
sopra: Nero Wolfe, il grassissimo investigatore creato da Rex Stout scopre gli assassini senza uscire di casa,
gustando cibi e vini rari e coltivando preziose orchidee. Chi si muove per lui e si mette continuamente nei
pasticci è il suo braccio destro Archie Goodwin. Il suecesso dei “gialli” di Stout è proprio in questa for-
mula: il contrasto tra l'immobilità raziocinante del principale e il dinamismo spericolato del suo aiutante.
sotto: un altro investigatore raffinato: il Philo Vance di S.S. Van Dine, pseudonimo sotto il quale si nasconde
un autorevole critico letterario americano, Iniziando la sua fortunata carriera di autore di libri “gialli”, egli
volle dimostrare che si potevano scrivere buoni e avvincenti romanzi polizieschi senza barare con il lettore, cioè
fornendogli tutti gli elementi per giungere alla logica soluzione. Le immagini che illustrano questo articolo
riproducono, per concessione dell'editore Arnoldo Mondadori, i bozzetti originali dai quali sono poi state
so
tratte altrettante copertine di +gialli”.
35
tenente Tragg della squadra omicidi, il pro-
curatore distrettuale Burger. E il virtuoso,
incorruttibile Mason sarà in perpetuo idil-
lio con la segretaria, in perpetua rivalità con
Hamilton Burger.
Al di sopra di tutti gli investigatori del
giallo, sta il commissario Jules Maigret di
Georges Simenon: personaggio e non #ipo,
uomo vivo e non zzaschera. Un personaggio
che ha avuto un’infanzia, che ha dei ricordi,
che si è sposato, che ha fatto carriera, che
invecchia, che va in pensione. Da un romanzo
all’altro, da quel Piefro è lettone del 1930
alle Mezzorie di Maigret del 1958, il personag-
gio Maigret l’abbiamo visto diventare sem-
pre più vivo, più umano, più reale. Tanto
reale che ad un certo punto, anzi, ci è apparso
in una duplice esistenza: quella di personaggio
fantastico e quella di personaggio reale, come
certi personaggi di Unamuno e di Pirandello;
e polemizza col suo autore, ed afferma i
propri diritti, la propria realtà (appunto nelle
Memorie di Maigret). « Avevo perfino l’in-
tenzione, lo confesso ora che vi ho rinuncia-
to, » dice Maigret — «di stabilire, con
l’aiuto dei ritagli di giornali tenuti in ordine
da mia moglie, una cronologia delle princi-
pali inchieste di cui mi sono occupato. —
Perché no? mi disse Simenon. Eccel-
lente idea. Si potrebbero correggere i miei
libri per la prossima edizione —. E aveva
aggiunto, senza ironia: Soltanto, mio
vecchio Maigret, bisogna che siate così
gentile da fare il lavoro voi stesso, perché
non ho mai avuto il coraggio di rileggermi ».
Poi Maigret si convince che le « verità fab-
bricate sono più vere delle verità nude »:
e scrive le memorie non per rettificare € cor-
reggere le « verità fabbricate » da Simenon,
ma, dice, «per spiegarmi una buona volta
circa i miei rapporti col signor Simenon ».
Buoni rapporti, tutto sommato: tra un Mai-
gret che è Simenon e un Simenon che è
Maigret. E si identificano a tal punto, perso-
naggio ed autore, che del metodo di indagine
di Maigret si può dire la stessa cosa che per il
modo di scrivere di Simenon. Maigret, scrive
René Lalou, « non procede né per deduzioni
né per colpi di scena: il suo metodo consiste
nel suscitare lentamente atmosfere impregnate
di torbido, di sentimenti confusi: sino a che,
nata da questa fisica comunione, un’intuizione
gli rivela la verità ». Perciò egli (lo scrittore
Simenon, il commissario Maigret) si trova
più a suo agio nelle piccole città di provincia,
o comunque negli ambienti che hanno un
carattere, un’atmosfera. Le più belle inchieste
di Maigret, le cose migliori di Simenon,
sono quelle che si svolgono intorno a piazza
Pigalle. A Pigalle, una Pigalle crepuscolare e
mediocre, triste e disfatta nelle ore del mat-
tino, truccata di gioia nelle ore notturne,
negli alberghi equivoci, nei locali di torbida
promiscuità, nei piccoli bar dove entra a
bere il suo Pernod, le indagini del commis-
sario Maigret assumono toccante pietà e
poesia.
Acciaio
e petrolio
Il trasporto di un litro di petrolio dalla
Luisiama a New York, attraverso tutto il
territorio degli Stati Uniti, costa, oggi, quanto
il trasporto di un litro di latte da un capo
all’altro della metropoli americana. Questo
sorprendente risultato è stato raggiunto gra-
zie alla diffusione degli oleodotti, le cosid-
dette “pipe-lines”, che rappresentano di gran
lunga il mezzo più economico per portare il
petrolio via terra (il trasporto con carri ci-
sterna costa almeno tre volte di più e quello
con autobotti almeno nove volte).
Ebbene, le “pipe-lines” sono si potreb-
be dire il primo e più importante punto
Uno scorcio suggestivo di un
*“derrick” o torre di trivella-
zione a Shoonebeek in Olanda.
Il +derrick”
pio dell’applicazione dell’ acciaio
nel settore petrolifero. Oltre che
nelle operazioni di ricerca del
petrolio, l'acciaio ha anche un
ruolo importante nella fase di
raffinazione. Nella pagina a fian-
co: una complessa rete di tuba-
in acciaio in una raffineria,
costituisce un esem-
d’incontro fra il petrolio e l’acciaio, questi
due grandi protagonisti della moderna civiltà
industriale. Esse vengono utilizzate sia per il
trasporto di greggio che di metano e di pro-
dotti finiti; e i tubi d’acciaio che le compon-
gono variano da un diametro minimo di
12 pollici (circa 30 centimetri) ad un massimo
di 36 pollici.
Il più lungo oleodotto che sia stato mai
costruito fu probabilmente quello tra l’In-
dia e la Cina, che attraversava la Birmania
con un percorso di 5600 chilometri. Ma se
ne potrebbero citare molti altri, come quello
tra l’Arabia Saudita e il Mediterraneo, non-
ché il cosiddetto ‘“ Bie Inch” tra il Texas e
la Pennsylvania, lungo 2320 chilometri, che co-
stò 95 milioni di dollari e per il quale ven-
nero utilizzate 360 mila tonnellate d’acciaio.
La più grande rete di “pipe-lines” oggi esi-
stente è certamente quella degli Stati Uniti,
che interseca per migliaia di chilometri tutto
il territorio nazionale e potrebbe esser de-
finita la spina dorsale dell'economia ameri-
cana; la quale, com'è noto, è in larga misura
fondata sul petrolio. Ma il sistema degli oleo-
dotti è in rapido sviluppo dovunque, tant'è
vero che ogni anno se ne costruiscono, in
tutto il mondo, dagli ottomila ai dodicimila
chilometri (non per nulla il nostro nuovo
tubificio di ‘Taranto è destinato a produrre
in notevole misura tubi per oleodotti).
Quello degli oleodotti è un tipico esempio
di consumo diretto di acciaio nel settore pe-
trolifero, ma non è il solo. L’acciaio ha in-
fatti un ruolo importante anche nella ricerca
e nella produzione del petrolio. In questa
fase a parte una certa quantità di cavi,
di lamiere e d’altri prodotti uti-
lizzati i tubi di perforazione detti “drill pipes”,
al cui capo vengono avvitate le teste perfo-
vengono
ranti che scavano il terreno; i ‘“casing”, o
tubi di protezione che impediscono le spinte
laterali e le infiltrazioni d’acqua e che vengono
avvitati gli uni agli altri a guisa di cono ro-
vesciato; e, infine, i “tubing”, tubi di pic-
diametro che introdotti nel
pozzo dopo che questo ha raggiunto lo sta-
dio produttivo e dai quali vien fatto sgorgare
il petrolio.
Il fabbisogno d’acciaio nel settore della
produzione petrolifera cresce in proporzione
a la produ-
colo vengono
maggiore di quel che non cres
zione stessa, a causa del crescente numero di
pozzi improduttivi e della loro sempre mag-
giore profondità. Basti pensare che negli
Stati Uniti, durante il primo decennio del
dopoguerra, mentre la produzione siderur-
gica aumentò del 48%
quella di tubi per ii settore estrattivo dell’in-
dustria petrolifera crebbe del 127%,
da 1.117.800 tonnellate nel 1945 a
tonnellate nel 1955.
Questa tendenza è destinata ad accentuarsi
nel futuro, poiché i giacimenti petroliferi si
rapidamente ed è necessario re-
nel suo complesso,
passando
>
+$442.000
esauriscono
perire sempre nuove fonti, che sono via via
sempre più difficili a rilevare per ragioni di-
verse, sia ambientali che geologiche.
Una situazione analoga si riscontra nella
terza fase operativa dell'industria petrolifera,
quella della raffinazione. Nuovi impianti de-
vono continuamente essere installati, non solo
per il rapido aumento dei consumi, ma anche
per il continuo perfezionamento delle tecni-
che di lavorazione; e ciò si traduce in un sem-
pre più esteso impiego di prodotti d’acciaio.
Un tempo la raffinazione era un’operazione
Nei moderni impianti di lavorazione del petrolio è
necessario l’impiego di acci
sono resistere alla corrosione provocata dagli acidi
contenuti in certi tipi di greggi. A sinistra in alto:
particolare di una grossa tubazione in acciaio in una
raffineria in Italia, Sempre della stessa raffineria le torri
di distillazione (foto a sinistra in basso).
speciali, i soli che pos-
in alto a destra: i tubi prodotti dal nostro tubificio
di Taranto serviranno, fra l’altro, per la costruzione
di oleodotti o “ pipe - lines” che oggi sono il mezzo
più economico per trasportare il petrolio via terra.
qui sopra: una piattaforma per perforazioni sottomarine.
nella pagina accanto: a sinistra: l'operazione di sal-
datura nel gasdotto Ravenna-Bologna. I tubi d’acciaio
che compongono le * pipe-lines” variano da un dia-
metro minimo di 12 pollici (circa 30 centimetri)
ad un massimo di 36 pollici. A destra: serbatoi in
acciaio per gas liquidi,
assai semplice, poiché ci si limitava ad otte-
nere, mediante la distillazione primaria, la
separazione delle varie frazioni contenute nel
greggio. Oggi, invece, il petrolio subisce
tutta una serie di trattamenti fisici e chimici
che ne trasformano la struttura molecolare e
che permettono di ottenere prodotti di qua-
lità superiore ed in percentuale diversa da
quella ottenibile con la semplice distillazione.
I moderni processi di lavorazione richiedono
ai materiali elevate prestazioni tecniche, donde
la necessità d’impiegare acciai speciali di par-
ticolarissime qualità. Soprattutto si richiedono
acciai inossidabili capaci di resistere in ma-
niera efficace alla corrosione che — per ef-
fetto degli acidi contenuti in certi tipi di
greggi intacca le diverse apparecchiature
degli impianti, causando un danno che si
valuta intorno ai 70 centesimi di dollaro per
ogni tonnellata di greggio lavorata (e si
pensi che se ne lavorano nel mondo almeno
goo milioni di tonnellate all’anno).
Per quel che concerne la quantità di mate-
riali necessaria alla costruzione di una raf-
fineria moderna, citeremo come esempio uno
stabilimento entrato in funzione in Gran
Bretagna alcuni anni fa, con una capacità di
lavorazione annua di quattro milioni e mezzo
di tonnellate, e in cui furono utilizzate 120
mila tonnellate d’acciaio.
Ai consumi diretti, di cui s'è fatto cenno
fin qui, vanno aggiunti quelli indiretti, che
sono innumerevoli. Basti pensare a tutti quei
mezzi di utilizzazione nella cui costruzione
l’acciaio entra in più o meno larga misura:
dalle navi cisterna ai carri cisterna, alle auto-
botti, dalle torri di perforazione ai macchi-
nari, ai forni, alle caldaie, ai serbatoi, alle
torri di raffinazione.
Tenuto conto di
calcolato anche se in
tutti questi elementi, s'è
modo necessaria-
mente approssimativo che per portare
dalla produzione al consumo (cioè per ricer-
care, estrarre, trasportare, raffinare e distri-
buire) cento tonnellate di petrolio, occor-
rono dalle sette alle otto tonnellate d'acciaio.
È dunque evidente che l’industria degli
idrocarburi è già oggi una delle migliori
clienti della siderurgia; e più lo diverrà nel
futuro, dato il crescente sviluppo dei consumi
petroliferi.
Ma se l’acciaio giova in larga misura alla
produzione del petrolio, è anche vero l’in-
verso: e cioè che gli idrocarburi trovano am-
pio impiego nell’industria siderurgica. La
tradizionale fonte d’energia, il carbone, è
dovunque in sensibile declino, per varie ra-
gioni che qui non staremo a ridire, tanto son
note e ovvie. Per cui non sorprende che persi-
no nel classico paese del carbone, la Gran Bre-
tagna, oggi la maggior parte dei forni a combu-
stione aperta funzioni con combustibili liquidi.
Il miglior rendimento tecnico, il minor
costo in rapporto al peso, la maggiore maneg-
avvantaggiano notevolmente gli
idrocarburi nei confronti del carbone, spe-
cialmente nei paesi poveri di risorse energeti-
che proprie. Petrolio e metano sono dunque
in fase di rapida avanzata su tutto il fronte
industriale, e in particolare nel settore della
siderurgia, questa insaziabile divoratrice di
energia.
In questo specifico settore l’uso degli idro-
carburi, sia sotto forma di olio combustibile
che di gas metano (là dove, come in Italia,
questo sia disponibile), si è ormai universal-
mente diffuso.
I combustibili liquidi impiegati nelle acciaie-
rie sono di tipo diverso a seconda della fra-
zione del greggio da cui provengono e hanno
gradazioni diverse. Nella fase iniziale delle
operazioni di accensione dei forni a combu-
gevolezza
stione aperta viene usato “light fuel oil”;
nelle operazioni successive viene impiegato
“heavy fuel oil” con moderato contenuto di
zolfo (massimo 2,5%). Per certe operazioni
sussidiarie inoltre utilizzati altri
tipi di “heavy fuel oil” dotati di una maggior
gradazione di zolfo (al massimo 4%).
I problemi sorti per il rifornimento, il trat-
tamento, l’utilizzazione degli idrocarburi nella
siderurgia hanno portato all'elaborazione di
una tecnica di applicazione che ha fatto nel
corso degli ultimi anni
tanto da poter essere
cente allo stato attuale.
Ma, a parte questi impieghi ormai tradizio-
nali del petrolio e del metano, l’interesse dei
tecnici s’indirizza verso una più vasta utiliz-
degli idrocarburi nella siderurgia.
Ci riferiamo agli studi ed agli esperimenti
compiuti in tempi recenti per giungere alla
sostituzione del carbone di coke negli alti-
forni. In Europa, una almeno parziale sosti-
tuzione degli idrocarburi al coke sarebbe di
notevole interesse perché si prospetta una
certa carenza nella produzione del coke lo-
cale (negli Stati Uniti, dove invece questo
è relativamente abbondante, l’interesse è lo-
gicamente minore). Com'è naturale, l’indu-
stria petrolifera trarrebbe, dall’affermarsi di
questi nuovi metodi di lavoro, il vantaggio
derivante dall’aprirsi di un nuovo importante
sbocco per i propri prodotti, dato che l’alto-
forno rappresenta tuttora la più diffusa ed
efficiente tecnologia per la separazione del
ferro dal minerale metallifero.
Attualmente, il coke nell’altoforno adempie
a diverse funzioni: in primo luogo agisce da
supporto del minerale ferroso; inoltre produ-
ce il calore necessario alla fusione del metallo
e fornisce il gas per la riduzione dell’ossido
di ferro.
vengono
notevoli
considerata
progressi,
Sc ddis d
zazione
40
È stato dimostrato praticamente che, so-
stituendo il gas al coke, si può sfruttare più
completamente la capacità degli impianti,
con notevole economia di esercizio, dato l’alto
costo dell’altoforno. Accanto a questo van-
taggio principale, ve ne sono altri rimarche-
voli: il lavoro dell’altoforno, cioè, viene sem-
plificato e migliorato e il gas viene manovrato
più facilmente e meno costosamente del coke.
Numerosi esperimenti fatti in Europa ed
in America hanno dato risultati eccellenti con
un aumento della produzione di ghisa dal
dieci al dodici per cento. Secondo il parere
degli esperti dovrebbe esser possibile ot-
tenere un aumento di produzione ancora
maggiore.
Gli esperimenti iniziali sono stati compiuti
sia con gas da combustibili liquidi che da
metano, Resta a vedersi quale tipo sia da pre-
ferire, e inoltre, nel caso dell’olio combustibile,
quali frazioni dei distillati pesanti risultino le
più convenienti. Altri problemi sorgono dalla
necessità di una migliore conoscenza delle
reazioni che si svolgono nell’altoforno per
raggiungere l’optimum nelle modalità d’im-
missione del gas e nella dosatura delle per-
centuali di gas, vapore, ossigeno che dovran-
no essere utilizzate. Ma questi sono problemi
di carattere tecnico, alla cui soluzione non
sembrano frapporsi difficoltà insormontabili.
Anche l’Italsider ha iniziato da circa un
anno presso il centro siderurgico ‘ Oscar
Sinigaglia” le prove su scala industriale di
iniezione di nafta ottenendo finora risultati
positivi sia per quanto riguarda la produzione
di ghisa sia per quanto riguarda l’abbassamento
del consumo di coke per tonnellata di ghisa.
Impianti analoghi sono in costruzione ai
centri siderurgici di Bagnoli e di Piombino
ed è anche allo studio la possibilità d’effet-
tuare delle prove con insufflazione di gas
di cokeria invece della nafta.
La fase di evoluzione tecnologica che sta
attualmente attraversando l’industria siderur-
gica sembra dover aprire all'impiego degli
idrocarburi nuovi vasti orizzonti. Vogliamo
qui accennare alla riduzione diretta del mi-
nerale ferroso con sistemi diversi dall’altoforno.
Questi processi, alla cui messa a punto sono
interessati grandi gruppi siderurgici, possono
condurre ad una notevole riduzione dei costi,
dato che si ritiene siano realizzabili in impianti
meno costosi, più piccoli e più flessibili nel-
l’utilizzazione di quanto non siano gli attuali
altiforni. Gli idrocarburi assumono in questi
nuovi processi la veste di agenti riduttori.
La realizzazione pratica di tali progetti è
favorita dai progressi che recentemente sono
stati compiuti verso la conversione dei pro-
dotti petroliferi in monossido di carbonio e in
idrogeno, che sono i principali agenti riducenti.
Come si vede, il dialogo acciaio-petrolio è
più che mai aperto e sarebbe estremamente
azzardato porre oggi dei limiti ai suoi possi-
bili sviluppi. Saranno i fatti a dirci, domani,
fino a qual punto questi due preziosi elementi
possano cooperare alla formazione di un
mondo più progredito, più prospero €
più civile.
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
La ripresa della produzione siderurgica sta-
tunitense non si sta per ora manifestando così
intensa come, qualche mese fa, in molti ambienti
si prevedeva.
Essa si svolge a circa il 72 per cento della
capacità produttiva. L’ottimismo per un sensi-
bile miglioramento continua comunque a pre-
valere, anche se procrastinato al primo semestre
del prossimo anno. Fatto degno di nota è attual-
mente un certo risveglio delle ordinazioni da parte
dell'industria automobilistica. Per quanto concerne
la produzione d'acciaio nell'intero anno 1961,
è ormai certo che il risultato sarà inferiore a
quello del 1960. Gli Stati Uniti conserveranno
comunque, e di gran misura, il primo posto
nella graduatoria dei produttori mondiali d’ac-
ciaio. Al secondo posto figurerà ancora la
C.E.C.A. seguita dalla Russia.
La Comunità Carbosiderurgica ha dato an-
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
a caldo
a freddo
laminati
laminati
tubi saldati
getti di ghisa e d'acciaio
fucinati e stampati
rodeggi
carpenteria
derivati vergella
bulloni e molle
armamento ferroviario
altre lavorazioni
che quest'anno una nuova attestazione della
propria vitalità, anche se, soprattutto negli ul-
timi mesi, si è verificata una diminuzione
nell’afflusso degli ordini, cosa d'altronde pre-
vista per il logico ridimensionamento di un'alta
congiuntura, che le ultime notizie ci presenta-
no peraltro abbastanza ben orientata.
SITUAZIONE ITALIANA
I dati statistici e le indagini confermano che
l'economia italiana si evolve tuttora in modo
favorevole. Dopo la pausa estiva, la ripresa è
stata notevole in tutti î settori.
Per quanto riguarda la siderurgia, i risultati
produttivi conseguiti nei primi dieci mesi si
presentano ottimi: rispetto allo stesso periodo
del 1960 si è avuto un incremento del 13,8%
nella produzione di ghisa e dell’rt,3%, in quel-
la d’acciaio.
All’aumento della produzione ha fatto ri-
scontro quello ancor più accentuato del consumo
interno che ha comportato anche un ampio
ricorso all'importazione, favorita dalla pressione
dei prodotti degli altri paesi della Comunità
che ha causato una diminuzione pressoché ge-
nerale delle quotazioni.
settembre ottobre
1961 1961
tonn. 166.025 165.537
» 215.229 215.261
» 290.679 284.488
» 232.826 233.092
» 44.210 42,947
» a 8.231
» 9.450 9.914
» 2.268 2.332
» 3.008 2.984
» 2.192 2.736
» 4.368 4.117
» 559 643
» 2.192 2.025
» 1l 61
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telefono 59.99. La riproduzione degli articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa:
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Boa
la copertina: Arnaldo Pomodoro - «La colon-
na del viaggiatore» (composizione in acciaio
e stagno). Si trova presso la sede della
Finsider, a Roma.
Arnaldo Pomodoro è nato a Morciano di
Romagna nel 1926. Ha studiato architettura,
scenografia e arte orafa, nella quale ha avuto,
insieme al fratello Giò, molto successo. Da
anni Pomodoro si è dedicato alla scultura.
Ha partecipato a numerose mostre collettive
e personali in Italia ed all’estero. Vive e
lavora a Milano.
2° di copertina: particolare di una mappa
catastale del ’700.
3° di copertina: particolare della mappa ca-
tastale di Montefiascone ricavata con la
tecnica dell’aereofotogrammetria.
4° dî copertina: S. Giorgio che uccide il dra-
go. Antica insegna in ferro battuto e lamiera
che si trova nella chiesa di S. Giorgio a
Portofino.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n° $ - settembre-ottobre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abboramento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il catasto pag. 3
Un secolo di siderurgia lussem-
burghese » 8
Dodici lezioni per gli italiani » 16
Non crediamo (troppo) alle fo-
togranie » 18
C'era una volta il mare » 26
Gli infallibili investigatori » 32
Acciaio e petrolio » 36
Favorevoli auspici,
impegno responsabile
Nell'anno del Centenario sono apparse numerose pubblicazioni, frutto di uno sforzo
collettivo di studiosi uniti da comuni ideali o di istituti ed enti che hanno così ritenuto
di portare un loro dignitoso contributo al complesso delle manifestazioni celebrative,
e si sono succeduti i convegni, che hanno cercato di mettere a fuoco problemi gene-
rali o settoriali vecchi e nuovi nel tentativo di delineare il bilancio consuntivo del pri-
mo secolo dell’ unità del paese e di porre le basi per le previsioni dei prossimi
dieci-quindici anni.
Apriamo questo numero della nostra Rivista con un articolo nel quale uno studioso
di economia, il professor Glauco Della Porta, traccia un primo sintetico bilancio dei
risultati di questo lavoro di indagine e di studio.
1. Giunti oramai al termine del 1961 viene spontaneo porsi una domanda. In tutta la fervida
attività di studi, relazioni, convegni cui il Centenario ha dato vita, è possibile identificare con-
tributi che abbiano gettato nuova luce su aspetti generali o specifici dell'evoluzione dell’econo-
mia italiana nei suoi primi cento anni di vita? La risposta non è agevole sia perché a pochi pri-
vilegiati è stato possibile seguire compiutamente quanto s'è andato pubblicando o quanto s'è di-
scusso nei convegni, sia perché discussioni e contributi hanno interessato un ampio ventaglio di
problemi e fenomeni, sicché ben poco ne è rimasto fuori, e, come è noto, ognuno di noi ha dovuto
da tempo restringere il proprio campo di interesse scientifico e culturale se non voleva ridursi ad
una pericolosa superficialità di analisi e di conoscenza.
In tre campi, tuttavia, ci sembra che qualcosa di nuovo si sia fatto o detto, e precisamente in
quello dell’informazione statistica, in quello congiunturale e, infine, in quello dell’analisi di taluni
problemi economici e sociali, vecchi e nuovi, che hanno condizionato, e che tuttora condizionano
lo sviluppo economico del nostro paese.
2. Nel campo statistico due ci sembrano i contributi di maggior rilievo. Il primo, dovuto alla
Svimez, è il monumentale volume su ‘Un secolo di statistiche in Italia. Nord e Sud. 1861-1961”
che costituisce una specie di ‘enciclopedia statistica” dell’Italia. Il pregio di tale opera consiste
a nostro parere nel fatto che : a) sono stati integrati i dati ufficiali con stime basate su accurate
indagini di archivio e di biblioteca ; b) è stata assicurata la massima comparabilità possibile delle
serie statistiche ; c) le informazioni sono state disaggregate per grandi ripartizioni geografiche
e per regioni. Il secondo, dovuto all'Istituto centrale di statistica, fornisce un panorama di ‘cento
anni di sviluppo economico e sociale dell’Italia” dando, cosa di particolare importanza, una se-
rie di parametri, quali l’elasticità dei consumi e del risparmio, i rapporti capitale e produzione
per rami di attività economica e per settori economici, i rapporti consumi e popolazione e così via.
Nel campo congiunturale î contributi di maggior rilievo ci sembrano essere quello del presi-
dente dell'Istituto nazionale per la congiuntura, on. Ferrari Aggradi, e quello del direttore dello
stesso istituto, dottor Miconi. Il primo, in uno studio pubblicato dalla Review of Economic Conditions
in Italy del Banco di Roma lo scorso luglio, ha tracciato un sintetico panorama dei cento anni
dell'unità e, per la prima volta, ha effettuato una stima dell’investimento lordo fisso e dell’in-
vestimento totale dal 1861 al 1960 e delle sue fluttuazioni. Ciò ha permesso all'autore di calco-
lare anche il bilancio economico nazionale dal 1867 al 1960. Il secondo, in occasione del recente
“convegno di studio sui problemi di sviluppo dell'economia italiana”, ha studiato i cicli econo-
mici succedutisi in Italia nei cento anni di unità. Dall'analisi risulta che in tale arco di tempo
si sono avuti venticinque cicli brevi, che gran parte delle crisi avutesi nel nostro paese hanno avuto
origine dall’agricoltura e che la vulnerabilità del nostro sistema economico agli impulsi prove-
nienti dal resto del mondo è sempre stata notevole. I due studi mostrano, poi, in modo estremamente
chiaro, le tre fasi attraverso cui è passata la nostra economia : una fase che va dal 1860 al 1897,
nella quale il nostro sistema economico progredì ma non si sviluppò, una fase che va dal 1898 al-
la seconda guerra mondiale, che vide l'economia italiana progredire e svilupparsi e una fase, che
è quella attuale, contrassegnata dalla intensificazione dello sviluppo e dalla diminuita influenza
dell'agricoltura sul ciclo.
Anche nel campo, infine, della problematica economica, due ci sembrano essere i contributi più
salienti. Il primo, dovuto al professor Masera e presentato al “IX incontro di esperti in relazioni
economiche estere”, studia «l'evoluzione strutturale della bilancia dei pagamenti nei primi cento anni
dell’unità d’Italia». L'analisi dei movimenti di fondo o strutturali svolta dall'autore getta nuova
luce sui motivi di certe localizzazioni e sulla genesi delle diversificazioni regionali e mostra, altresì,
2
come l'equilibrio della bilancia dei pagamenti si sia conseguito attraverso
l’effetto di reddito, non essendo sufficiente l’effetto di prezzo e di cambio, e
come la politica doganale seguita abbia accentuato, anziché attenuato, le
debolezze strutturali della nostra economia. Il secondo, dovuto al professor
Pasquale Saraceno, e pubblicato nel fascicolo della rivista Economia e Sto-
ria dedicato al Centenario, affronta il problema della «mancata unificazione
economica italiana a cento anni dall’unificazione politica ». L'ampia e
approfondita analisi svolta dal Saraceno identifica i fattori che hanno
impedito in passato un processo di crescita equilibrata, che sono allo stesso
tempo politici ed economici, e conclude rilevando « che il processo di uni-
ficazione economica del nostro paese potrà dirsi sicuramente avviato al-
lorché il sistema produttivo italiano sarà stato finalmente posto in una
condizione di mercato nella quale la componente interna più dinamica della
domanda effettiva sia costituita non già dai consumi, ma dalla domanda
di beni di investimento occorrente per superare le deficienze che la situazione
del Sud tuttora presenta ».
In sostanza si può dire che da tutta questa intensa attività di indagine
e di studio si sia innanzitutto raggiunta una migliore conoscenza quanti-
tativa dell'evoluzione strutturale del nostro paese e della sua dinamica
economica. In secondo luogo è stato accertato : a) che nel passato il nostro
sistema economico è stato soggetto ad impulsi esterni in misura più ampia
di quel che si riteneva fino a poco tempo fa ; b) che nelle recessioni d'origine
interna il reddito è continuato a crescere, 0 per lo meno non è diminuito,
mentre in quelle di origine esterna esso è diminuito ; c) che le fasi cicliche
sono state fortemente influenzate dai mutamenti di struttura del nostro
sistema economico e che gli impulsi espansivi, in questi ultimi tempi, ten-
dono a prevalere su quelli recessivi. In terzo luogo è stato dimostrato che
il protezionismo doganale ha accentuato l'iniziale debolezza strutturale
della nostra economia e che l'impostazione del problema della bilancia
dei pagamenti come problema di controllo amministrativo, anziché come
problema di cambi e di prezzi, aggrava gli squilibri e altera e distorce gli
scambi esteri.
3. In questo quadro come va giudicato ‘‘il miracolo italiano” ? Oggi, come
ha rilevato il professor Masera, a seguito dei profondi mutamenti strut-
turali, già verificatisi 0 in corso, vanno attenuandosi le posizioni mono-
polistiche all’interno del paese e si viene valorizzando il fattore produttivo
“lavoro”, quello cioè che è relativamente più abbondante. Ciò pone le
premesse per uno sviluppo della propensione al consumo. « E poiché sono
soprattutto î consumi di prodotti non alimentari che presentano un elevato
margine di saturazione in quanto diretti a soddisfare bisogni in gran parte
complementari, anziché concorrenti, ne consegue che si viene correlativa-
mente a sviluppare la produzione industriale di massa di beni di consumo
durevole nonché la prestazione di servizi e, quindi, si vengono a stimolare
proprio quelle categorie di attività che sono più adatte a localizzarsi nel
nostro paese ». Ma ciò significa, come ha rilevato il Saraceno, « che taluni
fattori positivi di sviluppo hanno carattere temporaneo e possono trasfor-
marsi in negativi, mentre tendono a permanere ancora per vari anni le
esigenze di aumento della produttività interna sottoforma di investimenti
personali e reali, onde ridurre la distanza che ancora ci separa dagli altri
paesi più industrializzati, e realizzare finalmente l'unificazione economica
del nostro paese ».
Ciò porta a ritenere, come ha sottolineato il Miconi, che le fasi cicliche
del nostro sistema economico saranno influenzate, come per il passato,
dai mutamenti di struttura, vale a dire che vecchi impulsi, come quelli
dell’agricoltura, scompariranno, ed altri assumeranno maggiore impor-
tanza, come quelli provenienti da particolari settori industriali, da quello
automobilistico in particolare. Inoltre, data la necessità di un commercio
estero in espansione, gli impulsi ciclici esterni acquisteranno maggiore im-
portanza che per il passato.
In breve si può affermare che oggi il nostro paese si trova în una fase
notevole di sviluppo. Tuttavia, oggi, due fattori che hanno potente-
mente contribuito a sostenere tale sviluppo sono insidiati. Il progresso
tecnologico, che è esploso negli “anni 50”, va attenuando la sua spinta pro-
pulsiva. La stabilità monetaria è sempre più difficile a mantenersi die-
tro la spinta della “wage inflation’ (inflazione delle paghe) d’un lato,
e per la necessità di allargare l’area delle esportazioni a pagamento dila-
zionato dall'altro. Inoltre vanno ponendosi con sempre maggiore urgenza
problemi nuovi, legati aî mutamenti strutturali, quali quelli di una effi-
ciente istruzione a tutti î livelli, di una moderna amministrazione pub-
blica, di un ampliamento quatificato delle infrastrutture, di una migliore
distribuzione del reddito, sia personale sia spaziale, e così via. Problemi
vecchi, infine, vanno avvicinandosi ad un punto di rottura, quali quello
agricolo in primo luogo.
L'attuale situazione, come ogni processo accelerato di progresso econo-
mico, si svolge quindi attraverso squilibri più o meno accentuati, sia eco-
nomici sia sociali, suscettibili di amplificarsi ove le decisioni di politica
economica non siano attentamente vagliate e sorrette da una ampia e
moderna visione delle presenti e future necessità.
4. Quali allora le prospettive di sviluppo? È evidente che tracciare
una prospettiva dello sviluppo economico italiano in un momento qua-
le l’attuale è non solo difficile ma anche soggetto a notevoli errori.
Tuttavia in questi ultimi due anni la Svimez e privati studiosi —
Paretti, Cugia, Righi e Cao Pinna — hanno effettuato stime sull’ an-
damento probabile, nel prossimo decennio o quindicennio, del red-
dito, investimenti, consumi, e così via. In questi ultimi mesi, inoltre, è
all’opera, in seno al Ministero del Bilancio, una « Commissione per la ela-
borazione di uno schema organico di sviluppo nazionale dell’ occupazione
e del reddito per il decennio 1961-1970 ». Sulla base di questi studi si può
prevedere che, rebus sic stantibus, il! reddito nazionale lordo possa preve-
dibilmente passare dai 19.000 miliardi di lire circa del 1960 a 34.000
miliardi circa nel 1970, il consumo globale da 14.000 ad oltre 26.000
miliardi e gli investimenti lordi da quasi 5.000 a 8.000 miliardi circa.
Le importazioni di merci dovrebbero oltrepassare i 7.000 miliardi di lire
contro poco più dei 2.500 miliardi del 1960 e le esportazioni raggiungere
i 6.000 miliardi contro poco più di 2.000 miliardi nel 1960, un aumento
annuo cioè dell’rt%, all’esportazione e del 10%, circa all'importazione.
Tenuto conto poi dei servizi, si dovrebbe raggiungere un certo equilibrio
della bilancia corrente dei pagamenti. Dovrebbe, inoltre, modificarsi la
struttura del nostro commercio estero (maggiore importazione di generi
alimentari e prodotti finiti industriali) e la ripartizione per aree geografi-
che (notevole incremento dell’esportazione verso i paesi in via di sviluppo).
Nel settore industriale la produzione di acciaio dovrebbe ampiamente oltre-
passare i 16 milioni di tonnellate, la circolazione automobilistica sfiorare i 6
milioni di vetture e notevole dovrebbe essere l'incremento, sia in termini di
volume di produzione che di valore aggiunto, del settore meccanico e di quello
chimico. Ciò porrà un problema gravissimo di adeguamento delle infra-
strutture del settore trasporti, in particolare il problema della grande via-
bilità e dei suoi effetti di creazione di « nuovo traffico », quello della via-
bilità e circolazione urbana in chiave urbanistica, quello dei porti cui va
data priorità assoluta, e quello, infine, del trasporto aereo dove v'è ancora
tutto da fare. Così, tenuto conto dell'aumento e della direzione dell’espor-
tazione e del probabile forte sviluppo e diversificazione dell'industria, si
porranno problemi di ristrutturazione del sistema creditizio e finanziario
e il recepimento di istituti già in vigore nei paesi più industrializzati. In-
fine, andrà affrontato e risolto il problema dell’unificazione economica
dell’Italia.
5. In conclusione si può affermare che il sistema economico italiano al
conchiudersi del primo centenario dell'unità nazionale si trova ad aver
superato talune debolezze strutturali e taluni problemi, ma non ad averli
compiutamente risolti. Problemi e debolezze sono, però, oggi più chiara-
mente comprensibili, nella loro genesi e nella loro evoluzione. Gli errori
del passato sono stati analizzati e capiti, per cui difficilmente potranno
essere ripetuti, mentre le conoscenze quantitative delle strutture fonda-
mentali del sistema economico italiano si accrescono continuamente, sia in
senso verticale sia in senso orizzontale, e si accrescono, altresì, le conoscenze
sulla loro dinamica nel tempo e nello spazio. Ciò significa che i punti deboli
del “miracolo” sono suscettibili di controllo e che certe mète indicate dalla
estrapolazione delle tendenze passate sono raggiungibili ed eventualmente an-
che anticipabili, solo che esista la volontà politica al riguardo. Vale a dire
che lo stato dovrà effettuare una razionale politica economica, indiriz-
zando gli investimenti verso certi settori, contenendo taluni consumi, acce-
lerando lo sviluppo economico e sociale in certe sone, mantenendo la sta-
bilità monetaria, valorizzando il fattore umano.
Il nuovo centenario s'apre quindi sotto favorevoli auspici ma richiede
l'impegno responsabile e continuativo di tutti, operatori e politici, educa-
tori e studiosi perché il paese possa conseguire quelle mète obiettivamente
raggiungibili ed allinearsi così con quei paesi che sono oggi alla testa del
progresso civile ed economico.
PIANTA: DEL SAGRO PREMO DI MIL
L'eremo di Monte Corona, in Umbria, in una
rilevazione catastale della fine del "700. La scala
è espressa nella misura della “canna, corri-
spondente a circa m. 2,25.
| catasto
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O patria mia!
vedo le mura,
gli archi
e il cav. Zanazzo
del Catasto.
In questa “ Prospettiva” del poeta spezzino
Gino Patroni, è sintetizzato tutto il grigiore
che si è soliti attribuire al catasto, agli impie-
gati al catasto e alla loro attività. Ma il ca-
tasto è una istituzione molto importante, e
molto diversa da quella che i più credono sia.
Ce lo dice un esperto, lo scrittore Carlo Mon-
tella, che ha lavorato per molti anni în un
ufficio catastale e ha tradotto quella sua espe-
rienza in un divertente romanzo che si intitola
”
appunto ‘Incendio al catasto”.
Mi capita ogni tanto di trovarmi in un
curioso imbarazzo: una persona appena co-
nosciuta e che ha sentito parlare d’un mio
libro umoristico sul catasto, mi domanda,
magari con l’aria di farmi un complimento
spiritoso: « Ma insomma, cos’è questo ca-
tasto? ». Il mio imbarazzo deriva dal fatto
che, con tale domanda, quella persona con-
fessa gratuitamente di non aver letto il mio
libro, cosa sempre malinconica per un autore.
n Cella del Peron rlicati
mio Cetta del Miggion
u tx dealNisnatore cc vi
" Cella dell'alivo Visoa
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Hoanyt'or ho communoiea « Hut pelosi
Mii bunto «li 3 Larduta detto Be laedere
Il Mica \ il v RI ie Non
Che rispondere? Far rilevare Ho sciocco l’in-
delicatezza? Di solito faccio finta di nulla e
preferisco, serenamente, mettermi a spiegare
cos'è il catasto. Ma quanta gente c’è, terribi-
le, che non sa cos'è il catasto, ovvero, che
non ha letto il mio libro...
Le prime volte, confesso, non sapevo da
dove prender le mosse: perché il catasto è
veramente la cosa più complessa e macchi-
nosa che possa immaginarsi. Poi ho trovato
il modo di render subito l’idea, almeno l’idea,
della faccenda, ricorrendo a una similitudine.
« Sa lei cos'è l’anagrafe?» dico « Bene,
immagini che, come esiste un ufficio dove
di ogni cittadino della nostra felice repubblica
son registrati il giorno e l’ora e il luogo della
nascita, e i genitori, e il sesso, naturalmente,
e via via le vaccinazioni, i mutamenti d’indi-
rizzo, la professione, e poi la data del matri-
monio e il nome della moglie, eccetera ec-
cetera, tutto insomma, fino alla morte e alla
tumulazione; bene, così immagini un ufficio
dove sia registrato ogni centimetro quadrato
del nostro suolo patrio, con tutte le sue ca-
ratteristiche e prerogative, ovvero secondo
che su di esso crescano cavoli o querce o
aranci o nulla, ch’è la cosa più semplice, e
DA retin JT Hi
nonne? Len) L'ti pae
A og ie do
SA dio a ri
RNA bal do
Dl ALA leria
» a È
ave ei A
e —
ST
secondo che appartenga a Tizio, a Caio o a
Sempronio. Questo ufficio, che si occupa in
primo luogo del rilevamento dei dati relativi
ad ogni centimetro quadrato del nostro suolo
(nella fase di formazione), poscia della tra-
scrizione laboriosissima, con fini fiscali e sta-
tistici, di tutti quei dati stessi (nella fase di
attivazione), infine di registrare i mutamenti
che via via si susseguono nel corso dei lustri,
dei decenni, dei secoli, sià per quel che ri-
guarda le variazioni delle colture, sia per quel
che riguarda i passaggi di proprietà, (nella fase
di conservazione), questo ufficio è il catasto ».
E qui la spiegazione potrebbe esser finita.
E in realtà il più delle volte, se non ho voglia
di seguitare a discorrere e se il mio ascolta-
tore si ritiene appagato, mi fermo qui. Nel
caso presente concorrono due motivi a farmi
sia? neltzia
seguitare il discorso: in primo luogo, che mi
piace farlo; in secondo luogo, che non s'è
mai visto un articolo, un elzeviro, un pezzo
giornalistico insomma, della risibile lun-
ghezza d’una sola cartella dattiloscritta. E
seguitando, dunque, voglio in primo luogo
affrontare quel mito che ha fatto degli impie-
gati del catasto quasi il simbolo della meschi-
nità, della miseria, dell’aridità spirituale di
tutta l’ingloriosa famiglia burocratica, e del
catasto stesso il simbolo della cartaccia, della
polvere, dello squallore di tutti gli uffici
governativi.
Sarei tentato di addurre subito un motivo
fatto per piacere ai letterati e che, con tutta
serietà, ritengo determinante. A mio avviso, al-
l’origine di quel malinconico mito v'è la parola
stessa “catasto” (dal greco katistikon = elen-
S'iemifia corno jo
secure dpi > pia
Air Daf ba sid id > s
tu pala ra & é
qui accanto: due mappe cata-
stali di Lovere dell'800. Quel-
la in alto era allegata all'atto
con cui i signori Bosio, allora
proprietari della fonderia, ce-
dettero, nel 1856, gli impianti
a Giovanni Andrea Gregorini,
che li avrebbe poi trasformati
in un vero e proprio stabi
limento siderurgico. Nella map-
pa in basso, che è del 1871,
si possono infatti vedere le
trasformazioni apportate dal
Gregorini, confrontabili anche
con l’altra mappa di Lovere,
del 1854, pubblicata a pagina 7.
nella pagina a fianco: un
esempio della moderna tecnica
di rilevazione catastale. Oggi
con la fotografia aerea (aereo-
fotogrammetria) è possibile
compiere il rilievo dei terreni
con grande precisione e rapi-
dità. Sopra: una ripresa aerea
della zona di Montefiascone
(Viterbo); sotto; la mappa
catastale di Montefiascone ri-
cavata dalla fotografia.
co), una di quelle parole goffe, pesanti,
che non sanno situarsi con leggiadria o
almeno con disinvoltura nel discorso, e. che
a sentirle pronunciare fanno subito sorridere,
come una persona con le orecchie a ventola o
coi piedi piatti. Son convinto che se il catasto
si chiamasse, che so io, ufficio d’agrimensura,
sarebbe tutto diverso. O mi sembra così solo
perché la suggestione di questo nome in-
felice è ormai diventata un circolo vizioso,
e più polvere e scartoffie s’accumulano negli
uffici del catasto più la parola stessa suona gof-
fa e brutta? Può darsi. Ma per quel che ri-
guarda gli impiegati del catasto credo sin-
ceramente ch’essi abbiano diritto a una ria-
bilitazione, anche se si tratterebbe d’una ria-
bilitazione postuma, perché il catasto ormai...
non esiste più. È arrivato dappertutto, cioè,
CATTOR
SOPRA. È
HR.MM
con il Mrs
MM. MM
con il MW 199
annesso di Stevy
Bouan
RRMM._ con il m'no
annesso al
Gurdenso
sopra: una mappa catastale della
zona agricola di Caitor di Sopra e
Caitor di Sotto (Umbria) rilevata
verso la fine del °700. Le mappe
a quel tempo erano colorate una per
una a mano, e vi venivano segnate
direttamente le varie colture.
sotto: mappa catastale della città di
Lucca, del 1863. Le mappe pubbli-
cate in queste pagine (tranne quelle
di Lovere, che fanno parte dell’ar-
chivio della nostra società) sono con-
servate a Roma, presso la direzione
generale del Catasto, insieme ad un
vastissimo materiale di alto interesse
storico.
\g CATTOR DISOTTO
alla fase della “conservazione”, di cui si oc-
cupano gli uffici tecnici erariali e non gli
uffici del catasto veri e propri, i quali chiu-
dono bottega per sempre una volta ultimati
i lavori dell’ “attivazione”. La storia del ca-
tasto, dunque, non è infinita. Iniziatasi in
Italia nel 1866, per riordinare secondo prin-
cipî unitari e moderni gli antiquati catasti
dei vari stati italiani, essa è durata quasi un
secolo. E per secoli — prima che si ripresenti
l'esigenza di ricominciar tutto daccapo, quan-
do troppe cose saranno mutate sulla faccia
della terra — stricto sensu — perché si possa
seguitare ad andare avanti con gli aggiorna-
menti — l’immenso materiale di mappe, ta-
vole censuarie, registri di matricola eccetera,
custodito negli uffici di conservazione, ser-
virà ottimamente per seguire le vicende del
patrimonio rurale della nazione.
Ma mi stavo quasi dimenticando degli im-
piegati del catasto. In verità credo che se essi
son rammentati comunemente come gli scri-
bacchini per antonomasia, come i più squal-
lidi fratelli di quello squallidissimo personag-
gio gogoliano che fu Akakij Akakievic”, ciò sia
una delle più grosse ingiustizie della storia. Il
fatto è che la gente è abituata a immaginar
gli impiegati del catasto sempre intenti a
scrivere sui loro immensi registri con pre-
ziosissime calligrafie, la testa inclinata sulla
spalla e gli occhi convergenti sulla punta del
sapiente pennino. Sì, gli impiegati del catasto
sono dei calligrafi emeriti, ovvero degli eme-
riti scribacchini, ma prima di tutto sono dei
tecnici, in quotidiana dimestichezza coi lo-
garitmi, e questo basterebbe già a porli molto
più in alto degli scritturali dei ministeri che
vorrebbero quasi darsi arie da commenda-
tori. Ma soprattutto — e in questo gli impie-
gati del catasto non hanno niente in comune
con lo squallore di tutti gli altri impiegati
d’ogni genere d’ufficio — essi sono abituati
a lavorare all’aperto, nelle campagne apriche,
sotto il sole cocente, passando boschi e ri-
viere e incontrando avventure d’ogni genere.
Perché la prima fase dei lavori catastali, come
s'è visto, è il rilevamento, ovvero la misura-
zione del terreno in tutti i minimi particolari.
Ed ecco allora, all’inizio della bella stagione,
gli impiegati, divisi in squadre, partire per la
“campagna” — nome che sa di guerra e
d’avventura —, eccoli dall’alba al tramonto
marciare per viottoli e sentieri, eccoli far
scorpacciate di fichi, bagnarsi nudi nei fiumi
e nelle gore, organizzare bisbocce rusticane
sulle aie, dormire nei pagliai, insidiare conta-
dinotte formose. E per questo gli impiegati
del catasto son tutti robusti e abbronzati
come vecchi fattori di campagna, e non ne tro-
vereste uno con quell’aspetto rintisichito che
hanno invece gli scribacchini degli altri uf-
fici. Vero è che degli avventurosi campioni
del rilevamento ne son rimasti ben pochi, or-
mai, ancora in servizio, malinconici e tristi come
marinai a terra, negli uffici di conservazione.
Il rilevamento, per riportare il discorso su
un piano più tecnico, dura decenni e decenni.
Pensate cosa significa misurare metro a me-
tro la superficie d’intere regioni e riportare
sulla mappa tutto, tutto, tutto quello che esi-
ste su tale superficie: un ruscelletto sottile
come un filo, un viottolo, un botro, un pozzo,
un forno; e ad ognuno di questi particolari
e ad ogni diversa coltura dedicare sulla map-
pa una “particella”, sicché dove le proprietà
sono molto frazionate e con gran varietà di
colture, alternandosi quattro filari di viti
con un pezzetto d’orto e due spanne di frut-
teto, le “particelle” raggiungono proporzioni
infinitesime, e poiché i proprietari pagan le
tasse in base alla rendita delle varie colture,
bisogna esser scrupolosi e non far le cose
all’ingrosso. Al rilevamento, ovvero ai lavori
che portano al disegno della mappa, segue poi
il classamento, cioè la stima delle colture.
Abbiamo così, ad esempio, uliveti, vigneti,
seminativi arborati eccetera, di prima, di se-
conda, di terza, di quarta e di quinta classe.
F
VE + rec pre i > ia
po
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Ma
| se culle grin a gle pts! SM ili ra
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Cola intni |
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7
I vari tipi di colture e le relative classi non
trovano menzione sulla mappa. Qui v'è solo
il disegno del terreno e la divisione in “par-
ticelle” numerate; il numero della “parti-
cella’ guiderà poi a rintracciare altrove, sulla
tavola censuaria, il tipo di coltura e la classe.
Poi viene il calcolo dei redditi; ma questo è
già lavoro da fare al tavolo, in ufficio, lavoro
che appartiene alla seconda fase, lunghissima
anch’essa, di ‘attivazione’.
Quello che rende estremamente complessa
la struttura del catasto è il fatto che l’immensa
quantità dei dati raccolti viene trascritta in
cento modi diversi, su cento diversi tipi di
registri e stampati, quasi secondo le regole
della proprietà commutativa, e ciò per una
ragione statistica. Solo partendo da questa
originaria, meticolosissima, esasperante pi-
gnoleria, infatti, è possibile poi arrivare a
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quei totali riassuntivi che ci consentono di
sapere quante centinaia 0 migliaia o centinaia
di migliaia di ettari sono coltivati a vigneto,
per esempio, in un comune, in una provincia,
in una regione, in tutto il territorio nazionale.
Tuttavia, in sostanza, i pilastri del catasto
può dirsi che siano solo quattro, e cioè:
1) la mappa particellare — scala 1/2000 —
in cui ogni particella è contraddistinta da un
numero; 2) la tavola censuaria, registro in cui
sono riportati tutti i mumeri della mappa
con le relative qualità e classi delle colture,
le superfici e il reddito imponibile; 3) il re-
gistro delle partite, in cui i dati della tavola
censuaria sono riportati sotto I nomi, In or-
dine alfabetico, dei singoli possessori (di
ogni singolo comune); 4) la matricola dei
possessori, che contiene l’elenco di tutti i
possessori con riferimento alle relative partite
(poiché un possessore può figurare, magari
come proprietario di una quota, in più partite).
Una volta compilata la trascrizione di tutti
i dati sui cento e cento tipi di registri e di
stampati, tutto l’immenso materiale passa in
“conservazione”, come s'è detto. Il catasto,
il vero catasto, è finito, chiude bottega.
Presso gli uffici tecnici erariali viene curato
l'aggiornamento, di cinque anni in cinque
anni, di tutti i documenti catastali. "Tale ag-
giornamento viene chiamato “lustrazione”’, da
lustro — evidente! — ma i nostri bravi bu-
rocrati, per pignoleria ed ignoranza, hanno
sentito il bisogno di aggiungere al sostantivo
“lustrazione” l’aggettivo “quinquennale”, in-
ventando così una delle più goffe tautologie
che siano mai esistite e gettando l’ultima pen-
nellata di ridicolo sul già tanto, a torto, di-
leggiato catasto.
Un po’ di storia, per finire. Già l’antico
Egitto ebbe un suo rudimentale catasto, e lo
ebbero i greci e, naturalmente, i romani.
Nel medioevo andò tutto a catafascio. Si ri-
cominciò, con i Comuni, a tener degli elenchi
delle proprietà fondiarie e delle relative con-
sistenze, ma solo in epoca moderna, intorno
al ’700, il catasto è stato impostato secondo
criteri scientifici. Un catasto esemplare fu
quello absburgico, in Lombardia, e impiegato
del catasto visse lungamente e squallidamente
a Milano il figlio di Mozart, povero, sublime
Mozart, sfortunato anche nella prole! La
gran differenza fra gli antichi e i moderni
catasti è che i primi non erano fondati sulla
mappa, ma erano semplicemente, come si
dice, “descrittivi”, ovvero si limitavano alla
descrizione della superficie, dei confini e
delle colture delle proprietà fondiarie. Col
catasto “particellare’”’ invece, alla descrizione
succede il disegno, la mappa. Ma esiste già
oggi un catasto del futuro, realizzato mediante
l’aereofotogrammetria, nel quale il rileva-
mento viene eseguito dall’aereo, con speciali
strumenti. Ma questo, io, non lo chiamerei
più catasto. Esso sta al catasto che ancora
oggi tutti intendiamo, come un jef superso-
nico allo Spirit of Sf. Lonis di Lindbergh:
non v'è più niente di epico, di grottesco, di
gogoliano in questo catasto: e non mette
‘conto parlarne.
Un secolo di
siderurgia
lussemburghese
Iniziamo a pubblicare da questo numero della
nostra Rivista una serie di articoli che si pro-
pongono di illustrare quali sono state, nei vari
paesi europei, le tappe e gli aspetti salienti della
siderurgia negli ultimi cento anni. Parlare di side-
rurgia europea oggi, dopo i positivi risultati della
Comunità del Carbone e dell’ Acciaio, vuol dire
parlare di un mondo di lavoro e di produzione
che ha saputo trovare la strada per porre in
comune, al di sopra delle barriere politiche
e di molti interessi particolari, tutti gli sforzi
e tutte le energie per offrire ad un mercato
unificato di 170 milioni di consumatori i pro-
dotti di un’ industria moderna, efficiente ed eco-
nomicamente sana, contribuendo decisamente, in
tal modo, al generale sviluppo dell’ Europa
stessa. Questo panorama siderurgico europeo,
tracciato per la nostra Rivista da Emanuele
Gazzo, direttore dell’ agenzia « Europe», inizia
dal Lussemburgo, la piccola nazione - sede
della CECA - che ha saputo sfruttare le sue
fortunate risorse di materie prime creando una
grande industria dell’ acciaio. Il Lussemburgo,
pur avendo una popolazione di appena trecen-
iomila abitanti e una superficie territoriale
identica a quella della provincia di Piacenza,
ha prodotto, nel 1960, oltre 4 milioni di ton-
nellate d'acciaio, cioè quasi la metà della
produzione italiana.
Premessa
Nel quadro della storia industriale del ferro
e dell’acciaio in Europa — quella storia che
coincide, condizionandola, con la rivoluzione
industriale — la siderurgia lussemburghese
si presenta con caratteristiche singolari, ed
esce dagli schemi classici della localizzazione
e dello sviluppo delle industrie di base.
La sua esistenza secolare ed il suo sviluppo,
straordinario in relazione ai dati geopolitici
del paese che la ospita, sembrano svolgersi
attraverso una serie di felici circostanze che
le hanno permesso di evitare accidenti e ca-
tastrofi. Di volta in volta, eventi esterni e
inopinati sono intervenuti al momento op-
portuno ad evitare che giocassero in pieno
fattori obiettivamente sfavorevoli quali la
ristrettezza o inesistenza del mercato interno,
la scarsezza di comunicazioni con l’esterno,
la qualità scadente della materia prima impie-
gata, l’assenza di risorse locali in capitali e
in conoscenze tecniche.
Molto schematicamente si può dire che la
realizzazione dello Zollverein, l’unione do-
ganale costituitasi nel 1834 fra la maggior
parte degli stati tedeschi ed alla quale il Lus-
semburgo aderì nel 1842, ovviò in un primo
momento alla ristrettezza del mercato; che la
febbre delle costruzioni ferroviarie permise di
creare gli indispensabili legami con il mondo
esterno; che la scoperta di Thomas Gilchrist
consenti, con l’impiego del convertitore che da
lui prese il nome, l’utilizzazione di un mine-
rale scadente che l’introduzione del proce-
dimento Bessemer sembrava aver definitiva-
mente condannato. Per di più, l’adozione del
procedimento ‘Thomas permise anche una
profonda trasformazione dell’agricoltura lus-
semburghese, ridonando con le scorie Thomas
fertilità a un suolo povero e isterilito. Da quel
momento, il benessere non abbandonò più il
territorio del Granducato del Lussemburgo.
Esaminiamo, nelle grandi lince e negli
aspetti salienti (ché non potremmo analiz-
zare qui taluni pur interessanti aspetti econo-
mici di questo fenomeno) le tappe di questo
sviluppo secolare.
I - Dalle #“forges” delle Ardenne all’inseri-
mento nell’economia centroeuropea
1. Nell’ Europa quale era stata sistemata do-
po Napoleone e dopo le convulsioni che se-
guirono la pace di Vienna, il Granducato di
Lussemburgo era un paese ad economia quasi
puramente artigianale ed agricola, con scarse
comunicazioni col mondo esterno e con una
capitale costituita da una piazzaforte chiusa
ed asfissiata nel cerchio di pietra delle sue
fortificazioni secolari.
Non esistono in questo periodo le condizioni
obiettive per l’esistenza di una siderurgia vera
e propria. Le antiche ‘“forges” delle boscose
Ardenne hanno ceduto il posto ad alcuni alti-
forni situati a mezza strada fra i due elementi
di base della siderurgia, il minerale ed il coke.
E questo perché il minerale sfruttato non è
quello — ancora sconosciuto — del giaci-
mento lorenese, che si estende nel lembo
sud del paese, ma il minerale di alluvione
che affiora qua e là e che è d’altronde in via
di esaurimento. Quanto al riduttore, non si
impiega il coke delle cokerie belghe o della
Ruhr, ma il carbone di legna ottenuto nelle
foreste del paese. L'assenza di comunicazioni
renderebbe troppo cara l’importazione di
quel coke. Intanto, in Belgio, sta già com-
piendosi una rivoluzione in siderurgia: fra il
nella pagina a fianco: una veduta dello stabilimento
siderurgico della società Arbed. a Belval (Esch-s-Al-
zette), nel Lussemburgo.
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1825 e il 1830 nascono le prime grandi unità
industriali, grazie al mutamento tecnico co-
stituito dalla sostituzione del carbone con il
coke, e grazie alla funzione che si appresta a
giocare il capitale finanziario.
La scarsa attività siderurgica che sussiste
in Lussemburgo è frutto di una certa tradi-
zione che le permette, se non di prosperare,
almeno di resistere e di vivacchiare. L’attua-
zione dello Zollverein, del quale il Lussem-
burgo fa parte, non apporta per il momento
alcun elemento positivo: anzi avviene che
la produzione di ghisa è dimezzata, e passa
da 12.000 a sole 6.000 tonnellate. Verso la
metà del secolo scarse sembrano le speranze
di sopravvivenza.
2. Interviene però a questo punto un fat-
tore nuovo, negativo in apparenza, ma che
spinge i “maitres de forges” lussemburghesi
ad agire per non soccombere totalmente. I
giacimenti alluvionali a cielo aperto sono
praticamente esauriti, e si scoprono i giaci-
menti di “minette” della fascia lorenese. Pa-
rallelamente, lo sviluppo della siderurgia nella
Ruhr, tributaria di minerale di ferro, risve-
glia un certo interesse per le ghise lussembur-
ghesi: lo Zollverein diviene allora un ele-
mento positivo, un fattore di dinamismo,
perché mette a disposizione del Lussembur-
go capitali ed esperienza tecnica e assicura uno
sbocco interessante — e protetto — alle
ghise localmente ottenute.
Due elementi sono però indispensabili per-
ché questo risveglio si attui:
a) lo spostamento della siderurgia sulle mi-
niere del minerale;
b) lo sviluppo di vie di comunicazioni che
permettano l’importazione di coke side-
rurgico e l’esportazione della ghisa.
3. In questa situazione, la costruzione delle
ferrovie è destinata a divenire un elemento
decisivo. La ferrovia ha salvato la siderurgia
lussemburghese da una morte certa, ed è
perciò che il 1855 — anno nel quale la Ca-
mera lussemburghese approvò la legge
sulla creazione delle ferrovie — rimane una
data fondamentale della sua storia. Il ven-
tennio successivo è caratterizzato dall’espan-
sione graduale di una siderurgia installata
sul minerale. Fra il 1856 e il 1857 numerose
domande per lo sfruttamento dei giacimenti
della frontiera lorenese affluiscono al governo:
si scoprono nomi di località nuove, che for-
meranno in seguito il cuore del “bacino mi-
nerario”, zona ad altissima densità industriale:
si tratta di Kayl, Dudelange, Differdange,
Esch. Nel 1857 vengono rilasciate varie au-
torizzazioni per l'impianto di altiforni: la
creazione, il 2 marzo 1857, della Société de
Chemin de Fer Guillaume, e l’inizio dei la-
vori in due direzioni, verso il Belgio a nord,
verso la Lorena a sud, offrono prospettive
di lavoro importanti, soprattutto per le pre-
viste forniture di rotaie. Tanto che si conti-
nuano a installare altiforni a legna, come
quello dei fratelli Collart a Steinfort.
Nell'ottobre 1859 viene inaugurata la prima
linea ferroviaria, Lussemburgo-Arlon, con-
temporaneamente alla Lussemburgo-Thion-
ville. Il Granducato, al quale mancano quelle
vie d’acqua che tanto contribuiscono alla pro-
sperità del Belgio e della Ruhr, si collega così
con zone a sviluppo industriale più intenso,
e principalmente con quelle che saranno le
fonti di approvvigionamento e gli sbocchi della
propria siderurgia. L'impiego del carbone di
legna resiste ancora, ma è ormai condannato.
Il primo altoforno a coke entra in funzione
a Esch nel 1870. Nel 1871 si costituisce, sempre
a Esch, il gruppo Brasseur; la società Metz
& Cie (che è il nucleo del futuro più dinamico
gruppo della siderurgia lussemburghese) si
installa nel sud del paese associandosi con la
Société des Mines de Luxembourg et des
Forges de Sarrebruck con sede a Burbach ma
di proprietà belga. Altre officine sorgono a
Rodange, al bordo del bacino della Sambre,
ed a Rumelange.
Frattanto, il trattato di Londra del 1867
avendo stabilito la neutralizzazione del Gran-
ducato e la smilitarizzazione della piazzaforte,
Lussemburgo si libera della sua cintura di
opere fortificate, si estende, respira, si espande,
si modernizza, moltiplica i suoi rapporti con
i paesi vicini, con il Belgio (con il quale nel
1863 lo Zollverein ha stipulato un trattato
e che assorbe ormai la maggior parte della
“minette” lussemburghese), con la Germania.
L’esito della guerra del 1870 è anch’esso
favorevole all'economia generale del paese
perché inserisce la Lorena nello Zollverein
ed offre un terreno interessante alle iniziative
lussemburghesi visto che la partenza degli
optanti francesi per la Francia ha creato in
Lorena un vuoto di capitali e di iniziative.
II - La scoperta di Thomas Gilchrist e un
quarantennio di sviluppo ad alto livello
4. Frail1870eil 1880 la siderurgia lussem-
burghese sembra avviata verso un destino,
se non straordinario, almeno prospero. La
produzione di ghisa passa rapidamente dalle
120.000 tonnellate annue nel 1871 a 240.000
tonnellate. Nel 1871 la siderurgia lussembur-
ghese impiega 2.203 minatori e 1.536 alti-
fornisti: molti di questi lavoratori sono stra-
nieri. Da paese povero e di emigrazione,
qual'era durante i primi cinquant’anni del
secolo, il Lussemburgo si trasforma in paese
di immigrazione. Esso assorbe coke dalla
Ruhr alla quale fornisce ghisa a basso costo.
5. Ma questa prosperità non è che apparente:
il progresso tecnico che si sta realizzando
nel settore siderurgico minaccia di portare un
nuovo colpo mortale alle siderurgie, come
quella lussemburghese e quella lorenese, che
producono ghise fortemente fosforose (dato
il minerale impiegato). Queste ghise non sono
adatte al nuovo procedimento Bessemer, che
si espande rapidamente a partire dal 1870 €
che permette di ottenere a buon mercato
grandi quantità di acciaio, premessa della
straordinaria espansione nell’industria mec-
canica. Le ghise lussemburghesi e quelle lo-
renesi sono deprezzate e perfino rifiutate: la
Ruhr, che ne è l’acquirente principale se non
unico, diventa difficile, riduce i prezzi, limita
i quantitativi.
Questa situazione determina la nascita di
una delle primissime organizzazioni cartel-
listiche di vendita nel settore dell’industria
pesante e cioè il Comptoir Lorrain-Luxem-
bourgeois des Fontes, costituito il primo ot-
tobre 1879 e nel quale su 59 voti, 41 sono at-
tribuiti ai maitres de forges lussemburghesi.
È sintomatico che questa organizzazione sia
nata là dove attorno agli “anni trenta” si
stabilirà l’E.I.A., il potentissimo cartello eu-
ropeo dell’acciaio.
6. Il Comptoir des Fontes costituiva una
temporanea difesa, ma non poteva eliminare
il grado di inferiorità delle ghise lussembur-
ghesi e soprattutto la vulnerabilità di un’in-
dustria siderurgica monca (caratteristica di
paesi a basso livello industriale) cioè produt-
trice di sola ghisa e la cui esistenza era pratica-
mente subordinata alla buona volontà e so-
prattutto all’interesse dei paesi industrializza-
ti che ne erano gli acquirenti.
A questo punto, nulla avrebbe salvato
questa industria dalla decadenza e nella mi-
gliore delle ipotesi, da una stagnazione sen-
za storia, se non fosse intervenuta l’inven-
zione del tecnico inglese Thomas Gilchrist.
Il procedimento Thomas, concepito nel 1879,
aveva destato scarso interesse nel paese dove
era stato concepito e messo a punto, e cioè
in Inghilterra, dove le ghise ematite costi-
tuivano la base della produzione di acciaio.
Gli industriali lussemburghesi invece com-
presero immediatamente l’enorme interesse
che presentava questo procedimento. Questa
chiaroveggenza è certo un titolo di merito
di quegli industriali: essa testimonia altresì
della larga circolazione di idee alla quale essi
partecipavano e della quale beneficiavano e
che fu la condizione stessa del progresso tec-
nico ed economico del loro paese nonostante
le molteplici circostanze avverse che vi si
opponevano.
La prima azienda siderurgica del mondo che
acquistò il brevetto Thomas fu la lussembur-
ghese Société Metz & Cie. Si ebbero tuttavia
dei ritardi prima del passaggio alla realizzazione
pratica, ma nel 1885 la Società Hauts-Fourneaux
et Forges de Dudelange metteva a fuoco il pri-
mo altoforno e il 15 aprile 1886 si effettuava
la prima colata di acciaio Thomas. La “mi-
nette” lorenese e lussemburghese ridiveniva
quel giorno una materia prima di estremo in-
teresse economico. Era bastato che Thomas
Gilchrist avesse scoperto che, sostituendo il
rivestimento silicioso del convertitore Besse-
mer, a reazione acida, con un rivestimento in
dolomite, a reazione basica, si poteva trarre
dalla ghisa fosforosa un acciaio di ottima
qualità, che si chiamò appunto, e si chiama
tuttora, acciaio Thomas.
7. La nuova èra nella quale entrava la si-
derurgia lussemburghese non si presentava
però soltanto sotto una luce di ottimismo.
L’economia del paese ne traeva certamente
un grande vantaggio, ma essa si strutturava
in forme eccessivamente monolitiche, quindi
particolarmente vulnerabili alle oscillazioni
congiunturali, così ampie nel secolo XIX.
Inoltre, il Lussemburgo rimaneva da una
parte tributario della Ruhr per il coke e d’altra
parte la sua produzione di acciaio doveva
essere totalmente esportata: praticamente essa
non poteva essere esportata che nello Zoll-
verein, specialmente dopo la trasformazione
protezionistica che Bismarck aveva imposto
a quest'ultimo. È ovvio che in un certo senso
era più difficile esportare dell’acciaio che della
ghisa com'era avvenuto fino allora.
Si aggiunga che, per assolvere ai suoi
nuovi compiti, l’industria lussemburghese
aveva bisogno di mano d’opera straniera e
soprattutto di un concorso tecnico-finanziario,
che non poteva venirle che dalla Germania.
Gli industriali della Ruhr approfittarono al-
lora delle condizioni favorevoli e della catena
di fallimenti verificatisi all’inizio dell’ultimo
decennio del secolo, per installarsi solidamen-
te nel Lussemburgo, lasciando agli interessi
belgi solo posizioni marginali.
Non è possibile, nel quadro di questi cenni
sommari, scendere a maggiori particolari. È
però necessario notare che il massiccio inter-
vento del capitale tedesco si effettuò secondo
una tattica caratteristica, quella della creazione
di società formalmente autonome ma rigida-
mente sottoposte al controllo tecnico-finan-
ziario (mentre in Francia si seguiva il metodo
diverso: rispetto per l’autonomia finanziaria
delle aziende e coordinamento rigoroso nel
settore commerciale mediante i ‘“comptoirs
de vente” regionali e per prodotto). La fi-
sionomia della siderurgia lussemburghese si
precisa: a parte il passaggio dei pacchetti azio-
nari di maggioranza, questa fisionomia ri-
marrà immutata nei decenni seguenti: si trat-
ta ormai di un’industria fortemente integrata:
dal minerale ai prodotti semifiniti e laminati;
di un’industria altamente concentrata; di una
industria a vocazione continentale.
8. La quasi totalità delle attività siderurgi-
che del Granducato si raggruppa in quattro
grandi unità produttive:
a) le officine di Differdange e di Rumelange
passano sotto il controllo del gruppo
Stinnes di Bochum, che costituisce a tal
uopo la Deutsch-Luxemburgische Berg-
werks und Hiitten AG;
b) l’officina detta Brasseur di Zw% diviene
proprietà della Ado/f Ewif Hiitte di Belval,
controllata dall’Aachener Hiitterverein a
sua volta appartenente al gruppo Gelsen-
kirchener Bergwerksvereiny
c) l'officina di Rodarge entra nel 1905 nel-
l’orbita del gruppo belga Ouerée-Maribaye,
desideroso di tenere un piede nello Zoll-
verein, nelle vicinanze immediate della
frontiera;
d) il solo complesso che rimane interamente
lussemburghese è la società Metz & Cie
che possiede le officine di Dowweldange e
Un altro stabilimento siderurgico lussemburghese
di Zid e che però ha sempre conservato
stretti legami con il gruppo belga Bur-
bach. ‘Tali legami, sotto l’impulso della
tendenza generale alla concentrazione, de-
terminano nel 1911 la fusione e quindi la
creazione dell’ “ARBED” (Aciéries réunies
de Burbach, Eich et Dudelange) società
che riesce ad assicurarsi una base carbo-
nifera autonoma nel bacino di Aix-la-
Chapelle (Aquisgrana), svincolandosi quin-
di dal controllo stretto della Ruhr ed orien-
tandosi verso la ricerca di sbocchi (anche
mediante legami finanziari con industrie
trasformatrici straniere Felten &
Guilleaume).
come
Un'ultima officina lussemburghese, quella
di Steinfort, passa nel 1912 sotto il controllo
diretto del gruppo tedesco AEG.
9. Quali sono, sul piano economico e so-
ciale, le conseguenze principali di questa
strutturazione della siderurgia lussemburghe-
se? Si possono notare alcuni fatti caratteristici:
a) l'agricoltura. Come abbiamo detto, l’agri-
coltura lussemburghese è una delle grandi be-
neficiarie dell'adozione del procedimento Tho-
mas, il quale, come è noto, permette di di-
sporre di un sottoprodotto importante, le
A | diet
=
=
scorie Thomas, che sono un eccellente con-
cime chimico fosforoso. Nel 1898 una legge
impone la vendita delle scorie agli agricoltori
lussemburghesi a prezzi di favore, compen-
sati dai più elevati prezzi imposti all’espor-
tazione. Ciò consente l’arricchimento del ter-
reno del cosiddetto “bon pays” e arresta
l’acidificazione progressiva degli altopiani del-
l’Oesling.
b) 4/ progresso tecnico è illustrato da un dato
significativo: nel 1873 erano necessari 7,4
operai per produrre una tonnellata di ghisa;
nel 1913 ne bastano 2. Nel 1913, alla vigilia
della guerra mondiale, il Lussemburgo pro-
duce 2,5 milioni di tonnellate di ghisa, due
terzi della quale sono trasformati sul posto
in acciaio Thomas.
c) La produzione di ghisa si è accresciuta,
dal 1868 (inizio della installazione sul mine-
rale) al 1913 a un tasso medio annuo del 6,4%,
il più elevato in Europa su un così lungo
periodo. Quanto ai prezzi, sotto l’azione di
fattori diversi quali il progresso tecnico, l’evo-
luzione della domanda, le oscillazioni congiun-
turali, essi presentano una lenta diminuzione
progressiva su un periodo lungo, dal 1873
al 1886 e in seguito un aumento dal 1886
12
al 1900, seguito nuovamente da un periodo
lungo di diminuzione dal 1900 al 1913.
d) Il processo di socializzazione dei profitti
si sviluppa ampiamente, perché alla diminu-
zione dei prezzi corrisponde un ininterrotto
aumento dei salari e delle provvidenze con-
nesse. Ciò è al tempo stesso causa ed effetto
di una relativa pace sociale. Questa è anche
il risultato di una politica dell’impiego ba-
sata sulla immigrazione di mano d’opera
straniera alla quale solo parzialmente e pro-
gressivamente è consentito di fissarsi nel
paese. In tal modo il paese sopporta con re-
lativa facilità le oscillazioni congiunturali: la
mano d’opera straniera rappresenta un volano
regolatore del mercato dell’occupazione. Di
questa mano d’opera la maggior parte pro-
viene dall’Italia: nel 1907 vi sono più operai ita-
liani che lussemburghesi nel “bacino minerario”
(che del resto assume una fisionomia demogra-
fica sensibilmente diversa da quella del resto
del paese). Nel 1913, il sessanta per cento della
mano d’opera siderurgica è straniera.
MI - Fra due guerre mondiali: consolidamento
del successo e stabilità del benessere
10. Il 1913 costituì senza dubbio anche per
il Lussemburgo la fine di un ciclo storico:
la sua siderurgia aveva raggiunto il vertice
di una lunga ascesa. La bufera della prima
guerra mondiale non apportò materialmente
guasti troppo sensibili agli impianti, ma mise
in piena luce la fragilità di questa industria
che, tagliata dalle sue fonti di finanziamento
e dai suoi mercati, abbandonata a se stessa,
barcollava paurosamente. Dopo l’armistizio
la maggior parte degli interessi del gruppo
tedesco Gelsenkirchener passarono sotto il
controllo dell’Arbed che divenne così la gran-
de potenza del bacino minerario dove aveva
già basi importanti. Fu a quel tempo che l’Ar-
bed scisse le attività industriali da quelle
commerciali istituendo nel 1920 il ‘“Colu-
meta” (Comptoir métallurgique luxembour-
geois) al quale affidò il monopolio di ven-
dita in tutto il mondo dei suoi prodotti. Gli
interessi della Deutsche Lux (del gruppo Stin-
nes) furono rilevati da un gruppo franco-
belga che creò la Hadir.
La grandezza rispettiva dei gruppi (enu-
merati al capitolo 8) è indicata dalla produ-
zione giornaliera di ghisa che nel 1913 era
la seguente: Arbed tonnellate 2.300; Gelsenkir-
chener 2.500; Deutsche-Lux 1.850; Rodange
560; Steinfort 300.
Distrutto lo Zollverein, poteva la siderurgia
lussemburghese sussistere come entità pu-
ramente autonoma? Il giudizio coinvolgeva
l'insieme dell'economia lussemburghese.
Parve difficilmente immaginabile che essa
potesse svilupparsi autonomamente una volta
avulsa dal grande insieme con il quale aveva
potuto compiere passi giganteschi assicuran-
do alla popolazione un livello di vita fra i più
elevati in Europa. Fu così che i governanti
lussemburghesi si convinsero rapidamente del-
l'impossibilità di perseguire il disegno ambi-
zioso dell’indipendenza totale e stipularono il
25 luglio 1921 il trattato di unione economica
e monetaria belgo-lussemburghese.
11. Si ripartiva da un livello assai basso e
in condizioni produttive sensibilmente peg-
giori di quelle di anteguerra. Nel 1919 la
produzione di ghisa è soltanto un quarto di
quella del 1913; il numero degli operai ne-
cessari per produrre una tonnellata di ghisa
è salito a 5,8 (esso ridiscenderà rapidamente
stabilendosi a un livello normale nel 1924,
ma solo a partire dal 1932, dopo i grandi la-
vori di razionalizzazione imposti dalla grande
crisi, saranno raggiunti nuovamente i livelli
bassissimi del 1913: del resto, il numero degli
operai agli altiforni, da 7.463 nel 1929, pas-
serà a 2.96; nel 1934).
Il periodo immediatamente successivo è
tuttavia caratterizzato da una ripresa rapida
e dal sussistere di capacità di produzione ec-
cessive (47 altiforni, che nel periodo della
massima depressione sono utilizzati a meno
del 50%). Altra caratteristica è l’accentuarsi
dell’integrazione produttiva: nel 1929 quasi
tutta la produzione di ghisa è trasformata
in acciaio (2,7 milioni di tonnellate, contro
soltanto 1,4 nel 1913).
12. Negli anni immediatamente successivi
alla fine della guerra i vecchi accordi fra pro-
duttori erano andati in pezzi, e fra l’altro anche
il potentissimo cartello delle rotaie creato
all’inizio del secolo dalle quattro più potenti
siderurgie dell’Europa continentale. Sotto la
pressione della diminuzione progressiva dei
prezzi e soprattutto dei prezzi all’esporta-
zione, che erano i soli che contavano per i
lussemburghesi, la siderurgia europea riuscì
a ricucire pazientemente gli antichi legami
fra le industrie tedesca, francese, belga e lus-
semburghese. La costituzione nel 1926 della
famosa Entente Internationale de !’ Acier (E.I.A.)
con sede presso l’Arbed e sotto la presidenza
del presidente di quest’ultima, Emile May-
risch, fu considerata come un trionfo lussem-
burghese. L’accordo consisteva essenzialmen-
te nella attribuzione ad ogni partecipante di
una determinata quota di produzione, soggetta
a penalità o indennità in caso di sorpasso o di
deficit. Il suo effetto fu però piuttosto limitato
nel settore dei prezzi e principalmente dei
prezzi all’esportazione. Ora, la crisi che nel
1929 coglieva l’economia mondiale in una
fase di sovraproduzione, portava un rude
colpo soprattutto ai prezzi, i quali fra il 1929
e il 1932 scendevano di quasi il 50%, mentre
la diminuzione della produzione era del 30%
circa (per la ghisa lussemburghese la diminu-
zione del prezzo fu ancora più sensibile: da 530
franchi per tonnellata nel 1929 si passò a 254 nel
1932). Fu quindi sul terreno dei prezzi che l’in-
tesa si ricostituì: dopo un tentativo infruttuoso
di organizzare dei comptoirs merceologici,
l E.I.A. fu ricostituita nel 1933 su una base
nuova e con obiettivo principale le lamiere.
In sostanza i mercati interni divenivano
“riserva di caccia” per ciascuna siderurgia €
l’esportazione era ripartita fra i diversi gruppi;
all’interno del contingente globale erano
fissate delle quote e dei prezzi per ogni pro-
dotto e per ogni cliente; controlli molteplici
e severe sanzioni assicuravano il funziona-
mento del cartello che si era garantito la par-
tecipazione totalitaria delle imprese attraver-
so le associazioni di categoria. L'accusa di
‘‘malthusianesimo”’, cioè di limitazione del-
le iniziative, fatta al cartello dell’ acciaio
è giustificata? Certo esso sorse come stru-
mento di difesa nella depressione, ma indub-
biamente contribuì a cristallizzare la struttura
dell’industria, il che del resto era nell’interesse
dei grandi complessi, i quali per contro po-
terono dedicarsi agli importanti investimenti
richiesti dalla razionalizzazione non più pro-
crastinabile.
È un fatto che, almeno per quel che ri-
guarda il Granducato, l'industria siderurgica
ha perso il dinamismo che l’aveva caratteriz-
zata nel periodo anteriore alla prima guerra
mondiale. Basti osservare che il tasso d’in-
cremento annuo della produzione di ghisa,
che era di 6,4% fra il 1868 e il 1913, scese
allo 0,65% dal 1924 al 1955. La grande crisi,
la riorganizzazione tecnica che ne seguì, e
l'adozione della politica cartellistica hanno
all'incirca i seguenti risultati: la produzione
di acciaio è quasi dimezzata, i prezzi sono
praticamente raddoppiati. Se si considera che
l’industria siderurgica lussemburghese era co-
stretta ad avere i costi più bassi del mondo,
altrimenti avrebbe dovuto sparire (lo scrisse
l’ingegner Sinigaglia il quale condusse personal-
mente un gruppo di tecnici dell’Ilva, nel 1933,
a visitare l’Arbed affinché si rendessero conto
di quel che era una grande industria siderur-
gica organizzata economicamente), ci si rende
conto dell’importanza dei margini unitari che
tale industria doveva avere in quell’epoca:
rinunziando volontariamente a un’espansione
della produzione, essa si assicurava il controllo
dei mercati e quindi gli alti profitti che dove-
vano permettere un autofinanziamento indi-
spensabile per mantenere l’alto livello tecnico
degli impianti.
13. Il capitolo relativo alla seconda guerra
mondiale può essere rapidamente riassunto.
Forse la siderurgia lussemburghese si salvò
dallo smantellamento e trasferimento massiccio
in terra germanica, grazie all’ambizione del
Gauleiter del Moselland (del quale il Lussem-
burgo diveniva un Gebiet), il quale non te-
neva affatto a veder declassati i suoi domini
in quelli di un Gax agricolo. L'operazione
consistette perciò nell’affidare la gestione delle
officine a gruppi siderurgici tedeschi. Così le
Vereinigte Stahlwerke si appropriarono del-
l’ Hadir, e l’Arbed (che nel 1937 aveva as-
sorbito la Société métallurgique des ‘Terres
Rouges) fu gestita da un gruppo bipartito
(per impedire che vi mettesse le mani sopra
l’officina Goering).
IV - Elemento di un più vasto mercato, in
cerca di più lontani orizzonti
14. Dopo la fine della guerra, gli antichi
gruppi sono stati reintegrati nel possesso
delle, rispettive officine. La costituzione del-
l’unione doganale “Benelux” costituisce un
primo passo verso un allargamento del ‘“mer-
cato interno”: tuttavia nei primi anni la ri-
presa è lenta e frenata dall’insufficienza di
coke. Si fa quindi ricorso all'impiego di mi-
nerali ricchi importati, che permettano di ri-
durre la messa a mille del coke. Tali minerali
sono principalmente svedesi e brasiliani (que-
st'ultimi forniti dalla Belgo-minheira nella
quale l’Arbed è collegata ai gruppi belgi
Evence-Coppée e Espérance-Longdoz). La
produzione di acciaio ritrova i livelli ormai
lontani degli «anni venti»: raggiunge due
milioni e mezzo di tonnellate nel 1950, ma
la guerra di Corea la sferza: e supera i tre
milioni di tonnellate nel 1951; dopo la corta
recessione del 1953-54 riprenderà fiato per
attingere un nuovo massimo storico, oltre i
quattro milioni di tonnellate, nel 1960, livello
che sarà verosimilmente mantenuto nel 1961.
15. L'istituzione della Comunità Europea
del Carbone e dell’Acciaio, immaginata da
un francese di nascita lussemburghese, Robert
Schuman, riservava al Lussemburgo un posto
privilegiato, tanto che la sede della Comunità
fu fissata proprio nell’antica capitale dell’In-
tesa. Non significava per nulla un ritorno a
concezioni superate, ma il riconoscimento di
una localizzazione che un insieme di circo-
stanze aveva fatto divenire di elezione. Vi fu-
rono, nell’industria, resistenze e timori, ma
in sostanza, se si spezzavano i vecchi schemi
delle intese cartellistiche, in compenso si at-
tivava una circolazione di beni e di idee, che
non poteva che essere benefica per il piccolo
Lussemburgo, minacciato di asfissia. Ormai
un vero ‘mercato interno” di 170 milioni
di consumatori si apriva a una siderurgia
attrezzata per produrre a bassissimi prezzi.
Occorre però riconoscere che non è tutto
oro quello che luce: l’interpenetrazione dei
mercati è lontana dall’essere perfetta e totale;
inoltre, l’espansione e il progresso tecnico
delle altre siderurgie l’hanno resa spesso dif-
ficile. La siderurgia lussemburghese è rimasta
sostanzialmente una siderurgia continentale,
installata su una materia prima progressiva-
mente impoverita e dipendente da sbocchi
soggetti a rischi ed oscillazioni. Un compen-
so — inerente anch’esso alla creazione della
CECA — può essere quello dell’apertura di
una via navigabile mediante la canalizzazione
della Mosella, che avvicinerà la siderurgia
lussemburghese a quei porti del Mare del
Nord che sono il suo polmone (vero è che la
canalizzazione andrà a beneficio soprattutto
della siderurgia lorenese, nei due sensi, e cioè
per l’approvvigionamento di carbone e per
l'esportazione di minerale e di prodotti si-
derurgici).
Assicurandosi basi di approvvigionamento
in terre lontane, come il Brasile, la siderurgia
lussemburghese ha dimostrato di tener conto
di una evoluzione futura che potrebbe mutare
profondamente i fattori che un secolo fa
hanno determinato la sua localizzazione. È
del resto significativo che l’Arbed abbia re-
centemente deciso di portarsi (associandosi
a gruppi amici) sul litorale belga, creando la
“Sidemar”. Si tratta ad un tempo di assicu-
rarsi una più razionale utilizzazione delle ri-
sorse proprie di minerale d’oltremare, e di
essere fedele a una secolare vocazione di
esportatore verso il «terzo mondo ». Divenuta
elemento di un insieme dinamico e in espan-
sione, all'avanguardia del progresso tecnico
e sociale grazie ad una larghissima pratica del-
l’autofinanziamento, attenta ai mutamenti pro-
fondi delle tendenze, la siderurgia lussem-
burghese può difendere validamente il “peso
specifico” che ha conquistato nei suoi anni
migliori.
16. Lo sviluppo della siderurgia lussem-
burghese in questi ultimi anni risponde d’al-
tronde a precisi concetti, conformi alle
nuove strutture dei mercati ed alle ragioni
storiche di esistenza dell’industria. L’impe-
rativo dei bassi costi ha consigliato infatti di
dirigere gli investimenti non tanto verso lo
sviluppo delle capacità di produzione (come
è avvenuto nei paesi dove l’espansione rapida
del mercato interno suggeriva questa solu-
zione e la sua rapida realizzazione) ma
soprattutto verso la razionalizzazione della
produzione, il miglioramento delle qualità
e della “classe” dei prodotti. Infatti, se il
tasso di aumento della produzione lussem-
burghese di acciaio è stato in questi anni
sensibilmente meno elevato del tasso d’incre-
mento della siderurgia della CECA presa nel
suo insieme (per non parlare dei tassi di au-
mento italiano e olandese), in compenso, la
parte di semi-prodotti, che era preponderante
nella siderurgia lussemburghese, è diventata
estremamente esigua ed è parallelamente au-
mentata quella dei prodotti piani, che rap-
presentano il più “eletto” della gamma dei
prodotti siderurgici e quella di profili speciali.
Questo risultato è stato ottenuto grazie allo
studio di attrezzature particolarmente adatta-
bili ai mutamenti delle esigenze del mercato.
Se ne può concludere che la siderurgia lussem-
burghese, rendendosi conto dei limiti che
esistono alle sue possibilità di espansione
quantitativa (approvvigionamento in minerali
e sbocchi) dirige i propri investimenti in modo
da comprimere i costi e disporre di una ela-
sticità di produzione, in quantità e qualità,
tale da permettere facili adattamenti alla con-
giuntura. Secondo i dirigenti dell’Arbed una
tale politica esige spese di investimento del-
l’ordine di 4-5.000 lire per ogni tonnellata di
acciaio che esce dalle officine.
Per quel che riguarda la ripartizione della
produzione di acciaio grezzo all’interno della
siderurgia lussemburghese fra le tre aziende
nelle quali essa è raggruppata da ormai molti
anni, eccone la recente evoluzione (in migliaia
di tonnellate):
Lussemburgo di eni Arbed Hadir Rodange
1958 3.378 2.122 869 387
1959 3.662 2.215 1.093 353
1960 4.083 2.402 1.286 395
Grosso modo, la produzione attuale si ripar-
tisce quindi per il 60%, all’Arbed, per il 30%
all’Hadir e per il 10%, a Rodange, con una ten-
denza all’espansione da parte dell’ Hadir, a
spese dell’Arbed. Va ricordato tuttavia che
13
se si calcola la produzione dell’officina di
Burbach in Sarre, l’Arbed ha totalizzato nel
1960, con 3,131 milioni di tonnellate, la
produzione più elevata registrata da una singola
società {della CECA.
17. Rimane un punto interessante da esa-
minare, per situare la siderurgia lussembur-
ghese nel contesto degli interessi economici
e finanziari che gravitano intorno alla side-
rurgia europea e ne determinano gli orien-
tamenti. Abbiamo accennato alla sistemazione
finanziaria ricevuta dall’industria lussembur-
ghese negli ultimi decenni del secolo scorso,
nell'orbita degli interessi dei gruppi della
Ruhr. In seguito alla guerra 1914-1918,
tutti i legami finanziari con la Ruhr furono
spezzati e il controllo passò in mani francesi
o belghe, mentre esigue minoranze rimane-
vano in mani lussemburghesi (praticamente
solo nel caso dell’Arbed che era nata e si
era sviluppata fino a una certa epoca come
azienda lussemburghese, per iniziativa del
gruppo Metz). La situazione è oggi, nelle
sue grandi linee (e nei limiti delle informazioni
disponibili), la seguente:
- Arbed: due gruppi principali di controllo
e cioè da parte francese il gruppo siderurgico
finanziario Schneider (Le Creusot), che de-
tiene non meno del 25% del capitale, e da
parte belga la Société Générale, cioè la mas-
sima potenza finanziaria belga (alla quale
fa capo buona parte della siderurgia belga e
i cospicui interessi d’oltremare). Un gruppo
lussemburghese (detto gruppo Barbanson)
possiede una partecipazione minoritaria. I tre
gruppi insieme controllano probabilmente
più della metà del capitale: il resto è in por-
tafogli privati, specialmente in Belgio, Fran.
cia e Germania. È interessante notare che
l’Arbed possiede la quasi totalità della grande
miniera tedesca Eschweiler (bacino di Aix-la-
Chapelle) il cui presidente è Helmuth Burck-
hardt, attualmente presidente della potentis-
sima associazione delle miniere di carbone
tedesche.
— Hadir: anche questa società è controllata
da gruppi belgi e francesi. Il gruppo belga
è ancora una volta la Société Générale che
controlla l’Arbed, mentre i gruppi francesi
sono quello di Pont-à-Mousson e quello
detto La Marine. La partecipazione lussem-
burghese è praticamente nulla.
— Rodange: questa società è rimasta sempre,
fin dalla sua creazione, sotto controllo belga
e precisamente del gruppo Brufina-Cofinindus
(Comte de Launoit) che ha grossi interessi
nella siderurgia belga (Thy-le-Chateau). È
un gruppo in diretta concorrenza con quello
della Société Générale (come vedremo par-
lando della siderurgia belga), ma uno degli
avvenimenti salienti di questi ultimi anni è
stato il “convergere” dei due gruppi, con la fu-
sione delle due grandi imprese siderurgiche Co-
ckerill (Société Générale) e Ougrée-Marihaye
(Brufina). Del resto, il cerchio si chiude:
l’Arbed si è associata a Cockerill-Ougrée per
creare, con altre società, la “Sidemar”, grande
complesso integrato che sorgerà nei pressi
della costa belga, nelle Fiandre.
e ° . Il 13 agosto scorso si è spento a Milano il
1 INKONONI pittore Mario Sironi. Abbiamo voluto ricor-
dare nella nostra Rivista la scomparsa di uno
dei maggiori artisti italiani contemporanei,
pubblicando uno dei suoi famosi «paesaggi
urbani», una delle sue poetiche periferie, ed
una nota del critico d’arte Umbro Apollonio.
Vell'immediato dopoguerra 1915-18 la rivista Valori plastici raccolse non pochi contributi
atti a divulgare le esperienze esemplari che s'erano compiute in Europa così nel campo artistico come
in quello letterario ; pubblicò fra l’altro scritti di Max Facob, Fean Cocteau, André Breton, Aragon,
Blaise Cendras, e riprodusse opere di Picasso, Braque, Gris, Laurens, Léger, Archipenko, Zadkine,
van Doesburg, Kandinsky e così via. Ma dietro a queste aperture iniziali stava in agguato, in Italia
come altrove, una forma di nostalgia neo-classica che ben presto l'avrebbe vinta su quelle premesse
foriere di ben altri indirizzi. Dopo aver celebrato la così detta ‘pittura metafisica”, anche nei
Valori plastici si insinua così uno spirito di restaurazione, che trova riscontro nella petizione per
uno stile “illustre” promossa fin dal 1919 dalla rivista La ronda. È poi del 1922 la costituzione a
Milano del primo nucleo di quel “Novecento italiano”, che, auspice Margherita Sarfatti, si orga-
niszò nel 1926 e intese proporre postulati di reviviscenza tradizionalistica. A questo movimento
partecipò con autorevole convinzione anche Mario Sironi, dopo ess
prima alle eccitazioni rivoluzionarie dei futuristi ed aver in seguito guardato brevemente alle sugge-
stioni della “pittura metafisica”. Si può, è vero, lamentare un simile atteggiamento facilmente in-
si.
si accostato circa un decennio
cline ai suggerimenti della contingenza storica come sarà da rammaricarsi per una sua incontrol-
lata adesione alla retorica demagogica e disastrosa dell’idea fascista ma non sarà ammesso
smentire che nella sua opera non si manifesti anche un sentimento diverso e non si dia luogo ad una
intenzionalità espressiva contraria a quell’ideale eroico e formalistico cui molte sollecitazioni lo spin-
gevano e che finiva per ridursi a null'altro che ad enfatica esteriorità. Mario Sironi infatti ha saputo
comunque risalire alle istigazioni del passato per via di un’interpretazione personale, e l'origine delle
sue intime e dibattute alternative va con tutta probabilità fissata nella consapevolezza di un mondo
che si oppone alle presenze, ancora indimenticabili, di un tempo remoto e glorioso con cui appare do-
veroso competere. Del resto non può non tornare a suo vantaggio il fatto che, una volta cessate cer-
te pressioni, riprese con tanto maggiore proprietà un tema che l’aveva angustiato fin dal suo esordio :
l'immagine desolata e drammatica della vicenda umana. E si fa qui riferimento in parte a quei pae-
saggi urbani che costituiscono uno degli aspetti più noti della sua pittura ne lasciò una serie tra
il 1920 ed il 1924, ripresa nel 1942-44 e nel 1952-53 — în parte alla sua produzione dopo il 1946,
quando dentro nicchie scavate in aspre muraglie si rifugiano figure incurvate da quella stessa tra-
gicità che illuminava, appunto, i paesaggi di periferia, allucinati e minacciosi. In queste opere, a noi
pare, resta consegnato il Sironi più autentico e spontaneo, quello meno compromesso da idee di un'arte
civile, di una monumentalità celebrativa, e meno alterato anche dalla convergenza ideale con Permehe.
Nato a Sassari nel 1885 da genitori milanesi, interruppe prestissimo gli studi di matematica
presso l'università di Roma e frequentò lo studio di Balla, dove convenivano diversi dei pittori che
daranno vita al futurismo. Nel 1914 si stabilì a Milano e vi rimase fino alla morte avvenuta nell’ago-
sto di quest'anno. Prese parte come volontario alla prima guerra mondiale e dal 1922 divenne colla-
boratore fisso del quotidiano fascista “Il Popolo d’Italia”. Collaborò con l’architetto Giovanni Muzio ;
si dedicò alla decorazione murale, sia in fresco che in bassorilievo ; eseguì innumerevoli disegni per il
giornale e per altre riviste. Fu dunque uno degli artisti ufficiali dell’epoca (quando Picasso presentava
“Guernica” a Parigi nel 1937, Sironi per il padiglione italiano nella medesima sede eseguiva un
bassorilievo di tutt'altra ispirazione), ma dimostrò sempre una indipendenza personale oltre modo
dignitosa e rispettabile, mai restando dominato dalla magniloquenza illustrativa oppure dalla remora
classicistica di tanti altri suoi colleghi. Pur aderendo alle ambizioni epiche del momento, Sironi volle
dare alla poesia civile un linguaggio meno rimedicto, di maggiore scatto dialettico, e cercando di
inserirvi quella deformazione primitiva che opera come uno spietato sconforto per cose che invano
si sforzano di sopravvivere. Da qui il profitto conseguito quando trasferì l’eco dei miti non più nella
imponenza di forme gigantesche, se pur chiuse e dolenti, ma nei vani angusti di una composizione
frammentata in cui si va scontando uno scambio di relazioni di tanto maggiore intensità e quindi
accettabile con tanto maggiore consenso. Tra ruderi scabri stanno incastonate figure di fulgido impasto
pittorico e di una ricchezza densa e pregnante, che tutto fonde in una vigoria nostalgica come dram-
matica. Così, in simile complessa e fantasiosa scenografia, Sironi ha lasciato testimonianza di esu-
mazioni impossibili e di quell’ideale che nelle memorie degli scavi ritrova una cupezza allucinata
e primordiale, palpitante tra leggenda e realtà, il cui significato si vagheggia proprio nel travaglio
delle emergenze con cui viene în conflitto.
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16
Dodici
lezioni
per gli
italiani
L'impresa più difficile per uno storico, è in-
dubbiamente quella di parlare serenamente del
tempo în cui è vissuto. Tanto più difficile se
lo storico i un politico, un uomo cioè
che ha partecipato alle vicende del suo tempo
schierandosi decisamente da una parte della
barricata. Federico Chabod, lo storico valdo-
stano, immaturamente scomparso nel 1960, pos-
sedeva questa rara dote. La sua opera postu-
ma «L'Italia contemporanea (1918-1948)», pub-
Einaudi, ci appare
preziosa, oltre che per la chiarezza con cui
vi viene tracciata una sintesi di uno dei pe-
riodi più tormentati e dolorosi della nostra
storia, anche per la grande obiettività dei giu-
dizi espressi. Il libro non è che la raccolta di
dodici lezioni universitarie. Chabod le tenne a
Parigi agli studenti della Sorbona, ma la loro
lettura può essere illuminante anche per molti
italiani. Per questo abbiamo chiesto ad un al-
lievo di Chabod, Sergio Bertelli, professore di
storia e filosofia, segretario dell’ «istituto italia-
no per gli studi storici» di Napoli, di parlarci
di quest'opera del suo illustre maestro.
anche
blicata recentemente da
FEDERICO CHABOD
RUL.IT
Mil fa RIVA ia
(1918-1948)
Piccola
Biblioteca
Einaudi
Nel gennaio del Federico Chabod,
ospite dell’Institut d’Etudes Politiques alla
Sorbona, vi teneva un breve corso di dodici
sulla italiana contemporanea,
conducendo la narrazione dalla prima guerra
mondiale sino all'anno avanti (o, meglio, alle
elezioni del 1948). All’esame di quei trent’an-
ni seguirono, in ordine di tempo, la pubbli-
cazione del primo volume dell’incompiuta
Storia
1950
lezioni storia
‘a estera italiana dal 1870 al
1896 (Bari 1951) e il sag
apparso sulla “Rivista Storica Italiana”, alla
morte del filosofo (1952).
della polti
S'OrNICO,
gio su Croce
\ chi riveda oggi questi tre lavori dello
Chabod, diversi per mole e destinati a fini
diversi, apparirà facilmente lo stretto nesso
tra loro, e come queste lezioni parigine, e
r
NAani
quel saggio su Croce siano davvero il /
di quel grande quadro della nostra storia
recente che lo Chabod avrebbe dovuto trac-
ciare « per rendersi conto di quali forze ideali
e morali, di quali interessi, di quali aspira
zioni si componesse la vita dell’Italia unita:
interessi, che avrebbero
forze, aspirazic ni
condizionato, di volta in volta, lo stesso pro-
cedere diplomatico, così come sulla situazione
dell’Italia
più forse che per altri paesi
internazionale avrebbero pesante-
mente
att
all’interno »
presentando il primo volume della sua Soria.
eravato
iamenti, manifestazioni e agitazioni
come egli stesso ebbe a dire
Tra quella grande opera, rimasta interrotta
dalla morte immatura, e queste stringate le-
zioni, oggi dateci in traduzione italiana a un-
dici anni di distanza, corrono strettissimi le
gami, non solo e non tanto perché si tratta
di un’unica storia, là portata nella narrazione
sino al 1896, qui ripresa e condotta innanzi
sino ai nostri giorni; ma soprattutto perché
l'impulso alla ricerca, l'impegno nell’interro-
gare questo nostro recente passato nascono
da una così viva esigenza, da far sentire come
dietro lo storico Federico Chabod si celi
l’uomo politico dalle indubbie capacità (si pen-
si alla sua azione come primo presidente della
Val d'Aosta, che valse a conservare l’italianità
di quella terra). Legami, che ritroviamo spie
gati e motivati nel saggio dedicato al Croce,
laddove lo Chabod prende in esame le criti-
che mosse alla crociana Storia d'Italia. Anch’egli
negava qui la definizione data dal Croce del
« male »,
semplice avventura inseritasi nella storia di
Italia, quasi dall’esterno »; ma sapeva anche
cogliere un punto agli altri critici sfuggito,
fascismo, come di un come «una
e che, cioè, i germi di quel « male» non
traevano affatto
ciò che fu il «Come le
per altro, da
certe predisposizioni a questo 0 a quel morbo,
- secondo il Croce verso
fascismo: persone
minacciate, ereditarietà od
con una vita regolata e ordinata giungono
sino alla tarda età... e quando invece cedano
a vita disordinata o a circostanze esterne che
stringano d’improvviso crollano assai, assai
prima: così per gli stati e i popoli quei tali
germi... possono non assurgere mal a fattori
di primo piano, o diventare, invece, elementi
preponderanti ».
sta constatazione, lo
Muovendo dunque da que-
Chabod giungeva alla
conclusione che « nelle origini del fascismo,
e vale a dire nella crisi del ceto dirigente ita-
liano tra il 1919 e il 1922, certe disposizioni,
atteggiamenti che nel periodo 1870-1914 erano
stati presenti, sì, ma in posizione di secondo
piano, divengono elemento di peso decisivo;
ma questo tramutarsi in realtà politica eftet-
tuale e decisiva di elementi sin lì puramente
potenziali o di non decisivo peso avviene
solo allora, in quel preciso momento, per le
colpe e gli errori degli uomini di allora, e
non di quelli del 1860 e del 1880. Colpe ed
errori che risalgono certo anzitutto alla classe
di governo liberale del 1919, erede del Ri-
sorgimento; ma
constatarlo in
anche a quei gruppi politici, socialisti o cat-
occorre pure decidersi a
non molto minor misura
tolici, che, comunque, non si collegavano,
sicuramente, all’esperienza risorgimentale e
post- unitaria, e che in certo senso rappresen-
tavano, e volevano rappresentare, l’antirisor
gimento ».
Chabod
vanno
Le simpatie dell’uomo non
certo dello storico tutte verso la
classe dirigente che fu artefice dell’unità ita-
liana; donde l’attenta ricerca delle cause del
dissolversi di quella classe, alla quale sfug-
girono le leve di governo non appena riuscì
ad interessare alla vita politica unitaria (ed
era nel suo programma) strati sempre più
larghi della popolazione. La chiave, per la
lettura delle lezioni alla Sorbona, è in queste
parole scritte due anni dopo in onore del
Croce, a conclusione di un lungo esame della
nostra più recente storia, dallo Chabod ini-
ziato sin dal lontano 1936 (si ricordi questa
data: è la firma del trattato con la Germania
hitleriana ).
Si apra l’agile volumetto al terzo capitolo
della prima parte, e si veda l’analisi delle
trasformazioni della vita politica italiana do-
po le elezioni del 1919. La presenza nella
competizione elettorale, per la prima volta
nella breve storia dell’Italia unita, di un par-
tito cattolico, è posta in risalto dall’autore
soprattutto per il rovesciamento improvviso
della situazione parlamentare, che questa pre-
senza comportò. Dai tre deputati nel 1904
e dai sedici nel 1909, i cattolici passarono
infatti a cento seggi, conquistati non più
individualmente, ma grazie alla forza orga-
nizzata di un partito ufficiale, il «partito po-
polare». In quelle stesse elezioni — si aggiunga
— i socialisti ottennero a loro volta 156 seggi,
qualificandosi come il maggior partito italia-
no. « Da questo momento — osserva lo Cha-
bod — in Italia non è più possibile costituire
un ministero se chi riceve l’incarico dal re
non è appoggiato dai popolari o dai socia-
listi. Questi due partiti sono i raggruppa-
menti più forti della Camera dei deputati:
da soli rappresentano la maggioranza... I
vecchi gruppi (liberali, radicali ecc.) scom-
paiono ». Non solo, ma ciò che differenzia
questi due nuovi partiti (perché anche i so-
cialisti possiamo considerarli tali, anche se
nati nel 1892) dai movimenti politici prece-
denti è la loro disciplina interna, che fa di
essi dei raggruppamenti “rigidi”, vietando
quell’accordo personale, « di tipo parlamen-
tare vecchio stile », che aveva caratterizzato
le precedenti maggioranze. Occorre ora l’ac-
cordo con una figura nuova: il segretario del
partito. L’ostinatezza di Giolitti a non voler
trattare con don Sturzo, segretario del «partito
popolare», e dunque arbitro di ogni futura
maggioranza, non essendo questi deputato,
è la rappresentazione più efficace di questo
scontro tra il vecchio e il nuovo. In quel
contrasto vi è, a noi posteri ormai evidente,
l'origine di quelle crisi extra-parlamentari
che ancor oggi deprechiamo.
La crisi politica del dopoguerra italiano viene
così configurandosi, in queste pagine, sino
allo scioglimento della Camera nel 1921,
voluto dallo stesso Giolitti al termine di un
burrascoso periodo di lotte sociali, e mentre
la passione nazionalista sale irruente: « siamo
al punto culminante della crisi italiana » dice
Chabod, domandandosi quale sarebbe stato
il risultato di una situazione così grave. Non
certo la rivoluzione; al contrario, è interes-
sante notare che proprio in questo momento,
«che possiamo ben chiamare decisivo, man-
chi... una vera volontà rivoluzionaria » tra
le masse operaie. Seguiamo attentamente il
discorso dello Chabod (che, del resto, è oggi
confermato da esplicite ammissioni di diri-
genti operai), perché siam giunti a uno dei
punti centrali delle sue lezioni: «nel mo-
mento stesso in cui la crisi toccava l’apice,
il suo punto più pericoloso, essa entrava
nella fase discendente »; sino al 1920 Giolitti
è ancora padrone del gioco: la sua politica
tende a stancare le masse — impegnate in
un’azione che non ha davanti a sé alcuna pro-
spettiva di potere, l’occupazione delle fabbri-
che — evitando lo scontro diretto con lo
stato. Ciò che appunto si verificherà. Anche
la crisi delle finanze statali (un deficit di
500 milioni) è in quello stesso torno di tempo
sanata, con la legge del 27 febbraio 1921,
che abolisce il prezzo politico del pane:
« sia dal punto di vista strettamente politico
sia da quello finanziario, lo storico può quindi
affermare che, tra la fine dell’estate e l’inizio
dell'autunno 1920, l’Italia era giunta al cul-
mine della crisi; subito dopo doveva comin-
ciare l’opera di riassestamento ». Ebbene,
proprio ora quest'opera va in fumo, il movi-
mento dei fasci fa la sua prima comparsa
violenta nello schieramento politico del paese.
L’aver constatato la parabola discendente
della crisi e il riscontrare proprio qui il punto
d’incontro con l’insorgere del fascismo cor-
robora quella tesi chabodiana che più sopra
abbiamo riportato: i germi del male non condu-
cevano di necessità alla dittatura mussoliniana.
Più espositiva la parte riguardante il ven-
tennio fascista. In tutta questa parte il rac-
conto indugia qualche volta troppo su motivi
psicologici — come ad esempio nel giudizio
sull’impresa abissina, vista soprattutto come
ricerca di «potenza, di prestigio della na-
zione », come sbocco finale delle dittature.
Sfugge inoltre lo stretto legame che unisce
la spedizione in Africa orientale all’intervento
in Ispagna, per il quale non è certamente suf-
ficiente dire che Mussolini stava perdendo
il senso della misura. Così, ancora, avremmo
desiderato un più ampio discorso sul crescere
dei rapporti tra Italia e Germania, tra fascismo
e nazismo. Ma appare evidente che all’autore
premeva ormai condurre il suo auditorio
all'esame del secondo dopoguerra, dopo aver
delineato a sufficienza la caduta del regime
liberale e l'avvento del fascismo.
Anche qui, in questa terza parte, quella
rottura tra Risorgimento ed età contempo-
ranea, indicata nell’apparizione sulla scena
politica dei due grandi partiti di massa —
socialista e cattolico — è presente nell’osser-
vazione di quanto la Resistenza ripetesse del
volontariato garibaldino, e più su ancora
della partecipazione studentesca alle guerre
d’indipendenza del 1848-49; ma anche della
diversità sua. Se una tradizione di volontari-
smo ritroviamo nella borghesia italiana risor-
gimentale, e di nuovo al tempo della prima
guerra mondiale, se operai e artigiani parte-
ciparono all’impresa garibaldina o alle cinque
giornate milanesi, per le masse contadine
17
«questa guerra di volontari per la libertà,
questa guerra senza coscrizione è un fatto
nuovo... Esso indica che la partecipazione at-
tiva, decisa, delle masse alla vita politica, alla
vita della collettività, è ora un fatto definitivo,
il che non era stato nel periodo intercorso tra
la realizzazione dell’unità italiana e la prima
guerra mondiale ».
In questo giudizio vi è riassunta l’intera
visione che lo Chabod ebbe della nostra sto-
ria unitaria: simpatia per il vecchio gruppo
dirigente risorgimentale, ma denuncia anche
dei limiti oltre i quali quel gruppo (nelle sue
divisioni in Destra e Sinistra storica) non sep-
pe andare.
Chabod, è noto, aderì al Partito d’Azione,
durante la Resistenza, proprio per quanto quel
partito significava, agli occhi di tanti intellet-
tuali italiani antifascisti, di richiamo alle tra-
dizioni democratiche risorgimentali. Eppure
in queste sue lezioni egli non commette l’er-
rore di prospettiva di considerare quel partito
come il fulcro della battaglia politica di quei
primi anni di questa nostra rinnovata demo-
crazia, né a caso, invece, egli insiste nel sot-
tolinearne soprattutto il carattere di “gruppo”,
di “movimento”, più che non di “partito”:
«il partito d’azione farà presa sulle é/ifes in-
tellettuali, professionali ecc.; ma non potrà
agire sulle masse, né far concorrenza in questo
campo ai grandi partiti ». Ora a chi ripensi al
giudizio di fondo pronunciato sull’incapacità
delle vecchie classi dirigenti, quest’afferma-
zione apparirà in tutta la sua importanza.
Lo scrupolo dello storico, giunto a tratta-
re avvenimenti così recenti, è certo assai
grande. Chabod cerca evidentemente di spo-
gliarsi qui di ogni simpatia politica (questa
preoccupazione non l’aveva avuta così viva
all’inizio del suo discorso), avverte anzi espli-
citamente che si sta ormai entrando « nel
campo degli apprezzamenti politici, il che,
com'è ovvio, esorbita dal compito che ci
siamo prefissi ». Tutto ciò non significa, ov-
viamente, che egli non sia spinto a dare mag-
gior rilievo ad un avvenimento a scapito di
un altro, a connettere insieme problemi e po-
sizioni che, forse, convinzioni personali di-
verse avrebbero invece separato. Su quest’ul-
tima parte Chabod desiderava tornare, prima
di un’eventuale sua pubblicazione italiana. Ma
non bisogna neppure dimenticare come egli si
rivolgesse ad un pubblico scarsamente infor-
mato delle lotte politiche italiane: donde certi
obblighi espositivi, un certo attardarsi in
spiegazioni che sarebbero risultate superflue
per il lettore italiano. La morte ha impedito
che questo suo desiderio fosse attuato. Cha-
bod non ha più ripreso in mano queste sue
dispense, e il lungo rinvio del proposito è
stato fatale. Per questo riteniamo difficile
pronunciarci sulla narrazione degli ultimi anni.
Possiamo però ben dire — e il successo ot-
tenuto dall’edizione italiana ci conforta a
dirlo — che la Storia dell’Italia contemporanea
è riuscita laddove tanti altri scritti avevano
fallito: a dare, cioè, una nitida visione, carica
di problemi tuttora aperti, delle nostre re-
centi origini di stato unitario.
Non
crediamo
troppo
alle fotografie
; ph} r ;
Una rivista che doveva pubblicare un articolo sul
‘cosiddetto I, tracoli italiano”, sì rivolse ali ufficio
pubbliche relazioni della nostra società chiedendo
le] fot , latt i ;ll ri >» $ ‘ ;
qualche fotografia adatta ad illustrare î progressi tec-
mologici 7 nti dal nostro paese nel settore
siderurgia. La rivista voleva specialmente inum
di impianti automatizzati, di uomini che toccando
un bottone mettevano in moto macchine gigantesche.
I
s Ita
che occorrevano. Non c'era che l'imbarazzo della scelta,
mostro archivio fotografico aveva tutte le immagini
Fu proprio durante questa scelta che, da un gruppo
di foto di documentazione tecnica, non destinate alla
pubblicazione sulla stampa, saltò fuori uma curiosa
immagine, capiva subito perché fosse inadatta ai
giornal edeva un operatore seduto comodamente
davanti ac rrande quadro di controllo, a cavalcioni
di una sedia
voltata all'incontrario, con i gomiti ap-
poggiati ad un pannello, in una posizione molto poco
ortodossa, molto poco ‘‘tecnica”, molto diversa, in-
somma, dall'idea che ci siamo fatti dell'atteggiamento
dei ‘‘ tecnici sul lavoro.
La fotografia che venne invece scelta per essere man-
data alla rivista era ineccepibile. Mostrava un ope-
ratore intento a manovrare in una cabina di comando
le le ve di una mac hina.
Questa era una fotografia che andava proprio bene.
L'uomo impugnava saldamente le manopole, il suo
sguardo era proteso oltre il vetro della cabina, verso
una macchina che non si vedeva ma che si poteva
immaginare grande e potente.
Il tutto dava un senso di precisione, di efficienza,
di modernità, di sicurezza.
Le due foto nascondevano però un piccolo segreto :
quella scattata per ragioni tecniche, quella che non
andava bene per la stampa, era una foto ‘ vera”
cioè ripresa all'insaputa dell'operatore, tanto intento
uire î segnali dei quadri di controllo da non
accorgersi nemmeno che lo stavano fotografando. La
seconda immagine, quella non ‘‘tecnica”’, quella così
adatta a rappresentare il mondo dell'industria auto-
matizzata, era invece una fotografia *‘truccata’.
Intendiamoci bene, l'operatore era un vero operatore,
il quadro di comando era un vero quadro di comando
e oltre il vetro della cabina c’era realmente una
grande e potente macchina,
Soltanto, nel momento in cui era stata scattata la
foto, l'uomo così efficiente era ‘in posa” e i suoi
occhi erano fissi oltre il vetro, alla grande macchina,
ma questa era ferma, per lavori di manutenzione...
La morale di questa storia è molto semplice, quasi
ovvia (come la morale di molte storie, del resto):
ed è che non bisogna credere troppo alle immagini,
e în particolare alle fotografie, che sembrano d’al-
troride offrire una visione così reale della vita.
La perfezione dei mezzi di riproduzione ha allargato
in modo mostruoso la quantità di immagini offerte
oggi, spesso indiscriminatamente, a milioni di lettori,
tanto che qualcuno ha detto che la nostra è la
“civiltà delle immagini”.
Comunque sia, è certo che dalle immagini bisogna
spesso guardarsi. Di fronte alla suggestione dell’im-
mediata evidenza con cui esse ci prospettano un fatto,
un'idea, dobbiamo esercitare il mostro spirito critico,
sovente così pronto ad assopirsi.
Abbiamo chiesto a Federico Patellani, che ha raccolto
nel suo archivio innumerevoli fotografie dei più di-
sparati argomenti, di scegliere per noi, commentandole,
alcune immagini che illustrino opportunamente queste
nostre ossert toni.
Tutte verità da differenti prospettive
L'Arco della Pace di Milano fotografato con varie ottiche a differenti distanze. in maniera tale che
una figurina che vi cammina davanti sia sempre di identica altezza rispetto all'Arco stesso, Si noti
come varia la misura dell'Arco in rapporto alla ragazza e come le piante di corso Sempione si fac-
ciano sempre più vicine al monumento.
Tutte le fotografie hanno una loro verità oggettiva, e in quanto fotografie non possono essere messe
in dubbio, Tuttavia esistono vari fattori capaci di aumentare la verità - e il significato - di una im-
magine, ed altri che concorrono a diminuire la verità dell'immagine al punto da consentire di dubi-
tare della verità stessa.
Tra tali fattori che sottolineano la verità, dobbiamo ricordare: la scelta del men
una fotografia, l'invito didascalico a concentrare la propria attenzione su un particolare dell'immagine
stessa o sul significato della fotografia.
Tra i fattori che pongono in dubbio quella che rimane la verità oggettiva, ricorderemo la scelta del
momento, il taglio della fotografia, l’interpretazione data dell’ immagine da una didascalia (si noti
quindi che tali fattori, gli stessi di cui si è parlato più sopra, hanno un valore bivalente), e il fal-
samento ottico delle prospettive. Anche l’ambiente può causare immagini menzognere.
nto, il taglio di
Le verità sono due
Il tono con il quale
viene stampata una fo-
tografia può aiutare
uno slittamento inter-
pretativo. La fotografia
uguale che pubblichia-
mo in queste due pagi-
ne mostra una donna
intenta a zappare la
terra della piana del.
l'Etna, La versione di
tono più pacato della
pagina accanto po-
trebbe illustrare un
concetto: quello che
la tradizione greca è
tuttora viva, istintiva»
mente, nelle g sicu-
le, Ci si reca a lavorare
sul campo assicuran-
dosi l’acqua con la
quale spegnere l’arsura
del sito. La versione
più contrastata (in
questa paginà) si pre-
sta a sottolineare un’al-
tra realtà: un’agricol.
tura disperata e l’im-
pellente necessità di
acquedotti e di mecca-
nizzazione,
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mdtiae eventi
La verità è nel mestiere, non
negli atteggiamenti
Un vigile di Roma fotografato sulla pe-
dana davanti a Palazzo Chigi assume
menti da direttore d'orchestra e
iamare e zittire gli i
n dirige un'orchestra,
traffico.
La verità è nel totale
Il dettaglio (a destra) è indiscutibilmente
più intenso e carico di volumi. È l’imma-
gine perfetta per sottolineare l'isolamento
delle genti del Sud. Tuttavia la verità è
nella immagine totale (foto a sinistra) che
riconduce chi guarda alla realtà ambien-
tale: un gruppo di donne che lavora a
maglia nella strada di un paese. Il sor-
riso della donna di destra ridimensiona
il dramma.
La verità è nel dettaglio
Le tre immagini sono la stessa fotografia, ese-
guita sulla costa ionica all'indomani di un ter-
remoto. La presenza, nella foto a sinistra in
alto, di una donna che ride mette in dubbio la
drammaticità della situazione e del momento.
I tagli che vediamo nelle altre due foto ricon-
ducono il lettore all'intensità del dramma.
26
(era
una volta
il mare
Dopo Bagnoli e Piombino, parliamo questa volta di Cornigliano. Il centro siderurgico
“Oscar Sinigaglia,, è stato visitato per noi da Luciano Rebuffo. Nato a Sestri Ponente,
egli ricorda il tempo in cui, dove ora sorge il più grande stabilimento italiano per la pro-
duzione dell’acciaio, c’era il mare e si facevano i bagni.
Le illustrazioni sono di Giancarlo Cazzaniga, un pittore del gruppo della
milanese,,.
«Quanto è cambiato il paese mio,
da quando non ci sono più 10... ».
lo dicevo l’altro giorno, improvvisandomi poeta,
al mio amico Gioxe detto “o cornixotto” (cioè
“il corniglianese’’) mentre passavamo davanti
allo stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”.
Io sono di Sestri, e quando vedo lo stabili-
mento con le sue poderose ciminiere fumanti ed
i grandi parallelepipedi dei capannoni, capisco
che sono già un vecchio. Perché ricordo benissi-
mo quando tutto questo non c'era, e mi pare
ieri, e vedo quanto tutto sia cambiato e irri-
conoscibile in questa zona: e chi sono quelli
che ricordano che ‘tutto questo non c’era” e
che sentenziano che “tutto è cambiato”, se
non i vecchi?
Gioxe, invece, quando passa di qui si sente
triste, perché lui su questa spiaggia che non c'è
più teneva un bel gozzo bianco come la neve,
e anche quando tirava il libeccio armava gli
scalmi e affrontava il mare, con l'alta pernaccia
puntata verso il Capo S. Martino.
Qui dove c'è lo stabilimento c'era il mare,
e l’arco di una spiaggia coronato, sul corno a
ponente, dal castello Raggio, in falso gotico,
simbolo di un’opulenza da signorotti del passato.
Allora c'erano i bagni, da queste parti, e le
cabine multicolori e gli ombrelloni, popolati di
bagnanti festosi e abbrustoliti, in estate. Poi,
veniva il lungo inverno e tutta questa zona
restava paurosamente deserta ; non c'era una
anima, in questa terra di nessuno tra Corni-
gliano e Sestri, ed infatti si chiamava “il de-
serto” e î tram la percorrevano a tutta velocità,
senza fermate. A noi ragazzi faceva paura,
d'inverno, “il deserto”, dove cantavano i grilli
e, a mezza costa, s'intravvedevano nell'ombra
il convento e la badia di S. Andrea, dove papa
Innocenzo IV, proveniente da Roma, trovò nel
silenzio agreste riposo e pace, per riprendersi
dal mal di mare che lo aveva spossato.
Ora, invece del deserto c' è qui una delle
zone industriali più dense d’Italia, e quindi
più preziose : dove c'era il mare sorgono alti-
forni e ciminiere, dove passeggiava Innocenzo IV
transitano autocarri per l'aeroporto, sul canto
dei grilli si leva il rombo degli aerei, e vicino
all’ aeroporto si levano come grandi pellicani,
le pesanti gru del cantiere navale Ansaldo, e
‘
‘giovane scuola
la darsena di allestimento con gli scafi dalle
prue affilate, e poi le fonderie, e quindi i pon-
tili di Multedo dove attraccano le grandi pe-
troliere che scaricano 50.000 tonnellate di grez-
zo ogni volta.
E così, su per le colline un tempo verdi donde
si traeva il celebre vino bianco ‘‘di Coronata”
sorgono le case degli operai: una volta era
proprio nel paese che sorgevano grandi casoni
grigi, tutti uguali, della “IV società operaia
case”, della ‘VIII società operaia case” e an-
cora oggi si dice di uno che ‘abita dall’ottava” ;
oggi i gruppi delle abitazioni sorgono alti, a
colori vivaci, magari con strutture in acciaio,
su per le aereate colline.
Ma quello che farà calendario, al mio paese,
sarà sicuramente il “tempo dello Sci” (perché
qui le denominazioni ufficiali hanno il valore
che hanno, di fronte alla realtà della lingua
parlata direttamente dal popolo: avete un bel
dire che lo stabilimento, anzi il centro siderur-
gico, si chiama ‘‘ Oscar Sinigaglia”, che la so-
cietà che lo ha commissionato e gestito era la
Cornigliano e che ora, a fusione avvenuta con
lPIlva, si chiama Italsider. Nelle case, nei bar,
per le strade, negli uffici di collocamento, an-
che in discorsi un po’ più ‘ ufficiosi” tra le ca-
mere del lavoro e i partiti, tutti dicono “lo Sci”,
secondo una vecchia e nemmeno utilizzata de-
nominazione degli anni 1938-39 quando lo
stabilimento a ciclo integrale era solo un progetto).
Il calendario, al mio paese, è segnato infatti
non dai numeri ma dai nomi di industrie : si dice
“ai tempi di Cadenaccio” proprietari di quel
cantiere in legno che intorno al 1865-70 varava
ogni anno almeno cento, centoventi velieri tran-
soceanici, tra î quali il celebre ‘* Cosmos” ; “ai
tempi dei Curtin e dei Westermann” inglesi che
vennero qui ad impiantare cantieri di costru-
zioni miste (legno e ferro) e caldererie; ‘ai
tempi di Odero, di Raggio, dei Perrone” quan-
do la nostra flotta da guerra nacque tutta qui ;
“ai tempi degli aerei” quando qui, proprio qui
sul “deserto”, Ansaldo costruiva idrovolanti per
la prima guerra mondiale, e poi tutto fu sba-
raccato nel "18, quando le campane festose del-
l’Assunta suonarono l'annuncio della vittoria,
e la tela per le ali degli aerei fu venduta alle
donne del paese per fare lenzuola e federe.
>
(Del resto, come il tempo è segnato da queste
“ère industriali” così le ore sono segnate, più
che dal campanile della chiesa, dalle sirene
delle fabbriche).
Così, sicuramente, si ricorderà ‘il tempo dello
Sci” quando, nel 1950, si iniziarono i lavori
di riempimento del mare, con grande apparato
di pontoni giganteschi che calavano sul fondo
cassoni di cemento, e file di centinaia di autocarri
effettuavano la discarica giorno e notte, e trattori
e bulldozer riempivano di rumore le tenebre,
coprendo la voce degli ultiri grilli tenaci ; quando
tutti parlavano del nuovo gigante che stava
sorgendo sull'acqua, ed erano in inolti a sperare
di ‘‘potervi entrare a lavorare”.
Settecentomila metri quadrati furono strappati
al mare, infatti, e il riempimento effettuato ri-
chiese sette milioni di metri cubi di materiale.
Va notato che i lavori furono iniziati nel giu-
gno del I950, € già alla fine del 1952 entra-
va in funzione la cokeria, e nel novembre del
1953 si produceva il primo, storico rotolo la-
minato a caldo.
Attualmente sono in corso i lavori di am-
pliamento (iniziati nel 1660 con il riempimento
di una nuova superficie marina e con la co-
struzione di due nuove batterie di forni a co-
ke, di un nuovo grande altoforno e di una
fabbrica di ossigeno) che porteranno lo stabili-
mento a produrre, entro il 1963, 1.550.000
tonnellate di ghisa e 2.000.000 di tonnellate
di acciaio. Quest’ anno è iniziata, sulla riva
destra del torrente Polcevera, la costruzione
di una banchina che consentirà | attracco a
navi fino a 60.000 tonnellate. Nel 1962 ini-
zieranno altri impegnativi lavori : la sistema-
zione dei parchi delle materie prime, l impianto
di preparazione del minerale, il potenziamento
del laminatoio a freddo e della linea di sta-
gnatura elettrolitica, l' installazione di una
nuova linea di zincatura.
Lo stabilimento nacque con l'appoggio gover-
nativo e con saggio utilizzo dei fondi ERP nel
quadro del preveggente ‘‘piano Sinigaglia per
la siderurgia” e giustamente fu poi intitolato a
tal nome, proprio quando l'ingegner Sinigaglia
era morto da poco tempo.
L’ ingegner Oscar Sinigaglia, allora presidente
della Finsider, intuì l'impostazione che avrebbe
dovuto avere la siderurgia italiana per soprat
vere, anzi per potersi affermare su scala mondiale.
Era necessaria una riforma strutturale di
fondo, volta principalmente alla concentrazione
della produzione di siderurgia primaria in pochi
grandi stabilimenti moderni e dislocati sul mare
per potersi rifornire di materie prime a costi
corrispondenti allo standard internazionale.
Così nacque lo stabilimento che oggi costitui-
sce, lungo quasi tre chilometri, il più suggestivo
dei paesaggi industriali, con le ciminiere altissime
che mandano al cielo messaggi colorati, î lunghi
capannoni di caldo mattone e di vetro, le grandi
“oreche” degli altiforni che si stagliano grigie
sullo sfondo azzurro del cielo, e le intermittenti
fumate bianche della cokeria che si scorgono
persino dai forti o dalla collina del Belvedere.
E poi treni, treni, treni di materiale che entrano
su binari affiancati a quattro o cinque, e treni
che partono con le lamiere impacchettate e
30
lucide come fossero tavolette di cioccolata, e
grossi rotoli di lamierino.
Certo, Gioxe può sospirare sul proprio gozzo
scacciato, io posso ricordare con nostalgia i tempi
in cui venivo qui a fare i bagni, si può rimpian-
gere il canto dei grilli la notte, ma non si possono
trascurare i dati della realtà : qui si lavora, qui
si producono a prezzi di concorrenza oltre 60.000
tonn. di ghisa al mese e 115.000 di acciaio,
trasformato in laminati piani che ogn mese
raggiungono le industrie nostre più importanti,
dai frigoriferi alle automobili, dallo scatolame
alle macchine agricole e alle ferrovie, 0 pren-
dono la strada dell’ esportazione verso î paesi
di tutto il mondo ; qui lavorano 8.000 circa dipen-
denti, qui gravitano col loro lavoro, direttamen-
te 0 indirettamente, molte piccole imprese di
ogni genere. E ogni dieci navi che arrivano
a Genova una è per questo stabilimento ; ogni
dieci treni merci che partono da Genova, uno
parte da questo stabilimento.
Lo stabilimento bisogna visitarlo in macchina
altrimenti ci vogliono giorni. Io, con un'auto, ho
impiegato un giorno per vedere tutto, sia pure
a volo d'uccello.
Per descrivere le cose che ho visto, sarebbe
fin troppo semplice scomodare Omero e Ovidio,
e la gigantomachia, e la fauna preistorica e le
metafore più impensate, poetiche, animistiche
o surreali. La tentazione è forte, perché l’uomo
in presenza di fatti che lo stupiscono e ne sbri-
gliano la fantasia, tende ad uscire dal racconto
realistico, e a descrivere le emozioni suscitate
dalle cose piuttosto che le cose stesse. Ma le
metafore invecchiano, e le cose cambiano, e noi
restiamo col nostro stupore e l'ingombro delle
parole insufficienti ad esprimerlo, di fronte a
queste dimensioni sovrumane della fabbrica e dei
suoî strumenti.
Le grandi porte dello stabilimento sono state
per me come le colonne d'Ercole, passate le quali
è cominciato il fascino e lo stupore della scoperta.
Come dirvi che ho visto svuotare il capace
ventre di una nave da 19.000 tonnellate în poche
ore a mezzo di spaventose benne e di grandi
carri automotori talbot, e avviare il suo carico
a destinazione, tutto con un sincronismo di
strumenti necessariamente colossali, dove gli
uomini, più che vederli, si intuiscono dietro le
leve di comando? Come dirvi che ho visto cam-
minare da solo il nero carbone, trasportato ce-
lermente da un sistema di nastri, spesso lunghi
oltre quattrocento metri, fino all'impianto dove
viene frantumato e ridotto in polvere, da una
specie di macinino di Polifemo?
Come dirvi che ho visto caricare e scaricare
i forni della coheria da un grosso carro auto-
matico, che se ne andava avanti e indietro col
suo carico, a cercare ora il forno n. I, ora il
forno n. 8 e così via?
Ho visto scendere in fiamme, come una com-
patta lava, 13 tonnellate di coke in men di
un minuto, portate dal carro fino all'impianto
di spegnimento, dalla cui ciminiera usciva fumo
candido come neve: quella fumata candida che
si staglia compatta contro il cielo sta a si-
gnificare, ogni volta, che altre tredici tonnellate
di coke sono pronte per l’altoforno.
Come comunicarvi la sensazione che si prova
ai piedi dei tre altiforni, enormi giganti in
poderosa struttura di ferro, armati come Or-
lando, alti come Caligorante?
« L’altoforno è una brutta bestia» mi dice
un operaio, ma gli operai sanno come trattarlo,
e gli grattano la pancia per farne uscire, in ri-
voli incandescenti, tonnellate di ghisa, che scen-
de liquida, terribile ma disciplinata, nel carro
sottomarino. Il carro (un enorme termos)
la porta all’acciaieria dove la rovescia nelle
siviere di travaso e, di qui, nei forni Martin
Siemens.
L’acciaieria è un capannone enorme, al centro
del quale troneggiano i forni, sull’altezza di
due piani. I finestroni lasciano entrare la luce
che inonda l’ambiente dove si vedono le travate
di ferro, le strutture complicate dei forni, le
capaci secchie di colata, î treni di lingottiere
pronte, i carriponte coi loro ganci spaventosi.
Questi ganci spaventosi che pendono inerti nel
vuoto e mi hanno fatto paura, quasi dita di
un mostro sconosciuto. Spero di non sognare
mai quei ganci : sarebbe un incubo insopportabile.
" Nella navata si vede tutto questo, e nient'al-
tro. Ma dietro ad un forno vedo, sul fianco
di un carro ferroviario, scritto col gesso « Viva
la Sampdoria»: vivaddio, qui ci sono anche
gli uomini!
Infatti questa è la cosa più sensazionale dello
stabilimento ; non si vedono uomini, ma solo
macchinari. Macchinari che paiono muoversi
da soli.
Gli uomini sono apparentemente pochissimi, se-
duti di fronte a quadri di controllo lucidi e
complicati, e non hanno che da osservare le
lancette e spingere dei pulsanti, oppure seguire
sul “video” dell'impianto televisivo a circuito
chiuso le varie fasi di lavorazione.
Ho assistito ad una colata di acciaio : una
colata di 230 tonnellate, raccolte in un'unica sivie-
ra: si è aperto un foro dal forno e tra riverberi
danteschi è uscito l'acciaio a poco meno di 1600
gradi, gettandosi a cascata dentro l’enorme scodella.
L'ambiente era tutto illuminato di rosso, e la
cascata sembrava interminabile. Ad un certo
momento, continuando a guardare fissamente
da almeno quaranta metri di distanza, sembrava
di vedere una bianca cascata d’acqua. Due
uomini, (apparizione quasi diabolica) corre-
vano incappucciati lungo una passerella, gettando
dentro in fretta dei sacchi, contenenti dei cor-
rettivi. Dalla colata saltavano strisce di fuoco,
simili a comete.
La siviera riempie poi quegli enormi bicchierini
che sono le lingottiere (li riempie rasi rasi:
alla salute!) e di qui si hanno i lingotti.
Ho visto al lavoro il treno sbozzatore, dove
arriva il lingotto incandescente per essere tra-
sformato in bramma. Immaginate un enorme
giocoliere che si palleggia tra le mani una clava
rossa, 0 piuttosto uno scultore che tra pollice
e palma della mano riduce una pallottola di
creta molle in una tavola lunga e piatta. Que-
sto fa lo sbozzatore, col suo lingotto caldo, passan-
doselo tra una mano e l altra, come fosse una
caldarrosta scottante, e lo alza, e lo corica, lo
schiaccia di piatto, poi lo gira, lo schiaccia di
costa, insomma lo palleggia fino a ridurlo una
tavola lunga e piatta. Ma chi può raggiungere
la schietta ed ingenua poesia di un bambino
che, di fronte a questa operazione, ha scritto
nel proprio tema «...ît draghi di ferro erano
molto grossi e si facevano dare delle botte dalla
macchina e mentre prendevano gli schiaffi di-
ventavano sempre più stretti»?
Posta sulla via a rulli, la bramma incomincia
il suo incredibile cammino. Passa prima attra-
verso i cilindri del reversibile che la riducono
a 25 mm. e poi tra quelli del finitore fino a
2 mm. di spessore, e naturalmente la allungano
fino a 450 metri. Bisogna vedere come tale
processo avviene, di continuo, una lamiera dopo
l’altra, una lamiera incandescente che vi passa
davanti a 40 km. all'ora e voi fate appena in
tempo a seguirla con la coda dell'occhio, come
un treno, e sentite intanto alla guancia uno
schiaffo di calore. Quando arriverete in fondo,
al treno terminale, la lamiera che avete visto
passare è già un rotolo di lamierino ormai inol-
trato altrove, e voi dovete aspettare (pochi
minuti) l’arrivo di quella successiva per seguire
il processo. Eccola, arriva, è una striscetta rossa
laggiù, che avanza sui rulli. Arriva velocis-
sima, col rumore di un rapido, e già è passata,
ne udite un poco il rumore mentre sta avvol-
gendosi attorno all’aspo, ed ecco che il rotolo
viene espulso ancora caldo, ma già simile alla
bianca e lucente lamiera.
Poi vi sono tanti altri impianti, zincatura,
stagnatura elettrolitica continua, con tanto di
cartelli con scritto « Attenzione! Radiazioni
atomiche!» e così via, per rifinire il prodotto
che consiste in quei rotoli di lamierino o în
quei pacchi di lamierino zincato o di banda
stagnata che abbiamo visto partire dallo sta-
bilimento affiancati per quattro sui treni.
Ma anche in tutte queste operazioni vi. è
una strana fauna, macchine di ogni genere,
una col gancio che pare un rinoceronte per spo-
stare î rotoli, una che pare una giraffa, e tanti
grossi trattori con pale caricatrici che paiono
possenti bisonti.
Ma dietro a tutte queste cose bisogna indovi-
nare e scoprire gli uomini, magari neri in volto,
con le loro tute assurre, che si spostano da un
reparto all’altro in bicicletta. Perché al centro
di questo pianeta gigantesco e diabolico, sta
sempre l’uomo.
Nel recinto dello stabilimento, vicino al ri-
posante giardinetto, sta la scuola, una scuola
professionale per le attività siderurgiche, che si
presenta con la sua facciata di vetro e gli arti-
stici pannelli astratti : anch'essa segno, per me,
dei tempi che cambiano.
Ai tempi di Odero, di Raggio, dei Perrone si
entrava “‘garzonetti” in fabbrica e si imparava
il mestiere poco a poco, a forza di osservare il
lavoro del ‘“maestro” e anche, bisogna dirlo,
a forza di scapaccioni. Ora si formano con cri-
teri moderni e sistematici, su una base di cogni-
zioni precise sia culturali e tecniche che pratiche,
gli operai specializzati del futuro.
Di un futuro di tecnici, di elettronica, di au-
tomazioni, di giganteschi impianti per gigan-
tesche produzioni, un futuro che è già comin-
ciato proprio qui, sul mare, dove un tempo
vogava il mio amico Gioxe col suo bianco gozzo, e
l'alta pernaccia puntata verso Capo S. Martino.
Gli
infallibili
investigatori
Chi non ha mai letto un libro “giallo” spari
il primo colpo. Magarù una sola volta, in tre-
no, in una notte di insonnia, magari saltando
le pagine per arrivare più in fretta all'ultima,
dove si scopre l'assassino e tutto diventa sem-
plice e chiaro, ognuno di noî ha avuto tra le
mani un racconto poliziesco e si è dibattuto
per un paio d'ore nella trappola di un delitto
perfetto, perdendosi in supposizioni, sviato dai
falsi indizi sapientemente disseminati tra le ri-
ghe: Solo l’ investigatore non si è fatto trarre
in inganno. Mostro di capacità raziocinante 0
uomo d’azione dai riflessi fulminei e dal cuore
di ghiaccio, egli solo è riuscito a capire, tutta,
molto tempo prima degli altri, spesso sin dalla
prima pagina, guidato verso il colpevole da in-
tuiti misteriosi e infallibili, come la “mina ma-
gnetica contro la nave nemica. La differenza
tra noi lettori e loro, maghi della deduzione,
è proprio qui: che loro scoprono il co Ipevole
nella prima pagina e noi nell’ ultima.
Ma chi sono questi grandi, infallibili. cac-
ciatori di omicidi? Lo scrittore siciliano Leonar-
do Sciascia abbandona per un momentò il mondo
purtroppo ancora reale dei delitti compiuti con
la “lupara”, di cui ha scritto pagine bellissime
nel suo ultimo libro “Il giorno della civetta”,
e ci porta în questo articolo nel mondo fanta-
stico di Sherlock Holmes, di Poirot, di Perry
Mason, di Lemmy Caution e ‘degli altri assi
del “giallo”, cercando di dare a ciascuno una
fisionomia e un carattere.
,
si.
La ragione fondamentale per cui leggiamo
romanzi polizieschi — o gialli, come si usa
chiamarli in Italia — crediamo di trovarla in
Alain (Sistezza delle arti), quando dice che
«l’effetto certo dei mezzi di terrore e di
pietà, quando li si adopera senza precau-
zione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri,
insomma una meditazione senza distacco,
come nei sogni ». Potremmo anche avanzare
e considerare altre ragioni, suggerite da Marx
o da Freud: ma per il buon lettore di gialli
questa di Alain resta la più valida. Nel ro-
manzo poliziesco sono impiegati senza pre-
cauzione (senza la precauzione, cioè, che è
dell’arte) i mezzi di terrore: e l’effetto è fuga
di pensieri, meditazione senza distacco. La
lettura di un giallo è, nel senso più proprio
della parola, passatempo: il tempo, non più
scandito dai pensieri, sommerso in una flui-
da corrente emotiva; e la mente come una
tabula rasa che passivamente registra tutti
quei dati che soltanto la mente dell’investi-
gatore saprà decifrare, coordinare e infine
risolvere. Il buon lettore di gialli è insomma
colui che non si pone come antagonista del-
l'investigatore a risolvere in anticipo il pro-
blema, a indovinare la soluzione, a individuare
il colpevole: il buon lettore sa che la solu-
zione c'è già e che il divertimento della
lettura, il passatempo, consiste nella condi-
zione — di assoluto riposo intellettuale —
di affidarsi all’investigatore, alla sua ecce-
zionale capacità di ricostruire un crimine e
di raggiungere il colpevole. Peraltro, gli
autori di gia/lî quasi sempre provvedono a
scaricare il lettore da un’attiva partecipazione
all’inchiesta: accanto all’investigatore met-
tono un personaggio propriamente “di spalla”,
un aiutante o un amico, che esprime i punti
di vista, i dubbi e i sospetti dell’uomo co-
mune, del comune lettore. Questa funzione
tiene il dottor Watson accanto a Sherlock
Holmès, ‘Archie Goodwin accanto a Nero
Wolfe, Della Street accanto a Perry Mason:
per timitarci ai personaggi “di spalla” non
octasionali.
‘Praticamente, la lettura di un giallo è un
fatto paradossale: in quanto comporta un
rovesciamento della condizione che è propria,
naturale ed essenziale, alla lettura. La con-
dizione psicologica di un lettore di gialli è
più quella di uno spettatore cinematografico
che di un lettore vero e proprio: e come
nel cinema lo spettatore si identifica con un
personaggio (generalmente col protagonista,
con l’erve . positivo), e così vive la vicenda
dal di dentro, affidandosi all’onda emotiva
di una « meditazione senza distacco; come
nei. sogni », nel romanzo poliziesco il let-
tore si identifica col personaggio “di spal-
la”: cioè accetta pregiudizialmente, per pre-
liminare convenzione, una situazione di in-
feriorità e di passività intellettuale. L’investi-
gatore è un genio, un uomo che possiede
eccezionali qualità razionali e visionarie; un
genio che il personaggio “di spalla” non può
raggiungere, così come irraggiungibile è da
parte di Sancio il mondo di don Chisciotte.
In un certo senso, il romanzo poliziesco
presuppone una metafisica: l’esistenza di Dio,
della Grazia, di un mondo “al di là del fisico”.
L’incorruttibilità e infallibilità dell’investi-
gatore, il suo ascetismo (generalmente non ha
famiglia, non ha ambizioni, non si cura dei
beni materiali), il fatto che non rappresenta
la legge ufficiale ma la legge in assoluto, la
sua capacità di /eggere il delitto nel cuore
umano oltre che nelle cose, cioè negli indizi,
lo investono di metafisica luce. E non è un
caso che la storia del romanzo poliziesco, la
nascita dell’investigatore, ha nella Bibbia le
sue origini; né è un caso che appunto con in-
tenzioni metafisiche, un grande scrittore cat-
tolico, G. K. Chesterton, abbia scritto tutta
una serie di racconti polizieschi in cui il
ruolo dell’investigatore è tenuto da un prete
cattolico in odore di santità, padre Brown.
Ecco, nella Bibbia, il primo racconto poli-
ziesco — e il primo investigatore, il profeta
Daniele:
« Mentre Susanna era condotta al sup-
plizio, il Signore suscitò lo Spirito Santo di
un tenero giovinetto chiamato Daniele, il
quale gridò ad alta voce: Io sono puro del
sangue di lei! —. Rivoltosi a lui tutto il po-
polo disse: Che vorresti dire con le tue pa-
role? —. E Daniele, stando in mezzo ad essi,
disse: Siete così stolti, o figli d’Israele, da
condannare una figlia di Israele, senza esa-
minare, senza appurare la verità? ‘Tornate al
tribunale; perché essi hanno reso falsa testi-
monianza contro di lei —. Il popolo tornò
subito indietro e i (due) vecchi dissero a Da-
niele: Vieni, siedi in mezzo tra noi, e inse-
gna a noi, poiché Dio ti ha dato l’onore
della vecchiaia —. Daniele disse: Separateli
l’uno dall’altro ed io li esaminerò —. Se-
parati che furono l’uno dall’altro, ne chiamò
uno e gli disse: Vecchio di giorni rei, or
son giunti i peccati che hai fatto per l’ad-
dietro, dando sentenze ingiuste, opprimendo
gli innocenti e liberando i malvagi, mentre
il Signore ha detto: Non ucciderai l’innocente
e il giusto. Or dunque, se tu l’hai veduta,
dimmi, sotto qual pianta li hai veduti par-
lare insieme? —. L’altro rispose: Sotto un
lentisco —. Daniele a lui: Senza dubbio
tu hai mentito a tua rovina... —. Rimandato
questo, fece venir l’altro, e gli disse: Razza
di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha
sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore.
Così voi facevate alle figlie di Israele, e queste,
per paura, parlavano con voi; ma una figlia
di Giuda non ha potuto soffrire la vostra
iniquità. Or dunque, dimmi, sotto qual al-
bero li trovasti a discorrere insieme? —.
L’altro rispose: Sotto un leccio —. E Da-
niele a lui: Senza dubbio anche tu hai men-
tito per tua rovina... ». (Libro di Daniele:
13, 45-60).
Ci sono, si può dire, tutti gli ingredienti
del moderno romanzo poliziesco: Daniele
nel ruolo di investigatore privato; i due
vecchi giudici corrotti e corruttori che con
falsa testimonianza avevano accusato e con-
dannato Susanna; c’è il sesso, la passione che
muove i due vecchi alla falsa accusa, e l’ac-
cusa stessa, che è di reato sessuale; e c’è il
metodo dell’interrogatorio separato, come il
più adatto a scoprire la verità. Decisamente,
Daniele è il primo investigatore della storia:
e si consideri che, oltre al caso di Susanna,
sciolse il mistero dei sacerdoti di Belo, sve-
lando a Ciro i loro inganni. Tutti gli inve-
stigatori che sono venuti dopo, nella vera e
propria letteratura poliziesca, dalla seconda
metà del secolo scorso ad oggi, dal cavaliere
Dupin di Edgar Poe all’avvocato Mason di
Erle Stanley Gardner, discendono da Daniele:
e nemmeno è un caso che la letteratura poli-
ziesca sia nata tra gli anglosassoni, dove la
Bibbia è più familiare lettura che presso i
popoli latini.
Il romanzo poliziesco come genere, ha le
sue origini più vicine e precise in Edgar
Poe; nasce, cioè, col nascere del personaggio
dell’investigatore: il cavaliere Carlo Augu-
sto Dupin. Forse per il pregiudizio che la
Francia è patria della ragione, lo scrittore
americano ha voluto dare nazionalità fran-
cese al suo investigatore: e in Francia si
svolgono i fatti su cui Dupin indaga; anche
Il mistero di Marie Roget, che Poe scrisse
mentre la polizia americana indagava sulla
scomparsa di una certa Mary Rogers (e lo
scrittore dava una soluzione del mistero che
le indagini della polizia provarono sostan-
zialmente esatta: caso limite, crediamo, nei
rapporti tra gli scrittori di storie poliziesche
e la realtà).
Dupin ha l’intelligenza di Edgar Poe: una
lucida visionaria intelligenza, capace di ri-
durre a processo matematico, a matematico
ordine, persino la composizione poetica. Il
mistero di un delitto è per lui, propriamente,
un problema: ci sono dei dati, cioè degli
indizi, che debbono necessariamente portare
ad una soluzione. Niente intuizioni. Soltanto,
in certi casi, un po’ di psicologia: come nella
famosa Lettera rubata. ‘Tutto il contrario,
insomma, di quell’altro investigatore fran-
cese che, dalla fantasia di Georges Simenon,
entrerà in scena circa un secolo dopo: e
vedremo più avanti quanto il commissario
Maigret è diverso dal cavalier Dupin e da
tutti gli altri investigatori.
Diretto discendente di Dupin è Sherlock
Holmes: ma tra i due c’è il sergente Cuff,
protagonista di quel romanzo di Wilkie
Collins intitolato Le pietra /anare che secondo
Chesterton (che se ne intendeva) è il miglior
racconto misterioso del mondo. Il sergente
Cuff ha un /obby: la coltivazione delle rose.
A partire da lui, tutti gli investigatori avran-
no i loro 4obby, 0 quasi tutti: Holmes il vio-
lino, Wolfe le orchidee... In Cuff c’è il pre-
sentimento di Oscar Wilde; con Sherlock
Holmes siamo, in pieno, nel clima di Wilde.
«Se Dupin era un ultimo Aroldo romanti-
co, » — dice Attilio Bertolucci — « Cuff un
eccentrico di misura vittoriana, Sherlock Hol-
mes è già un esteta, che con lunghe dita bian-
che e nervose avvita all'estremità della siringa
l’ago sottile per l’ennesima iniezione di co-
caina in soluzione al sette per cento, va ai
concerti di musica tedesca per concentrarsi... ».
Alla capacità di concentrazione e di analisi
del Dupin, Holmes aggiunge positive cogni-
zioni di medicina e di chimica, un enciclo-
pedismo scientifico di seconda mano di cui
si serve con solennità e sufficienza. È tetro,
discostante, antipatico. È il don Chisciotte
del positivismo, un figlio del suo tempo:
di un tempo che sta per scaricare ai piedi del
superuomo tutte le “nozioni positive”. Un
33
sopra : un celeberrimo detective, Ercole Poirot, uscito dalla fantasia di un insospettabile signora inglese,
Agatha Christie. Con Poirot il “giallo” di tipo anglosassone, sempre svolto in una cerchia familiare di so-
spetti e di sospettabili, raggiunge vette di grande virtuosismo. Poirot veniva generalmente raffigurato, fino a
qualche anno fa, come piccolo e calvo con la testa a uovo. ma evidentemente negli ultimi tempi ha scoperto,
tra un delitto e l’altro, una lozione miracolosa per far crescere i capelli. Quella che pubblichiamo è l’imma-
gine che gli viene attribuita ora dalle copertine dei “gialli”.
sotto: Perry Mason, l’avvocato investigatore protagonista dei “gialli” scritti da un vero avvocato, Erle Stanley
Gardner. Mason deve lottare su due fronti: contro il colpevole e contro la polizia, che quasi sempre lo sospetta
complice o addirittura responsabile dei delitti su cui indaga. Le sue avventure hanno ispirato anche una serie
di film televisivi che ha avuto un grande successo, tanto che ormai l’immagine ufficiale di Mason si identi-
fica con quella di Raymond Burr, l'attore americano che ha dato vita sul “video” al popolare personaggio.
34
personaggio, insomma, che nella prospettiva
del tempo si carica di quei significati che la
mente indubbiamente mediocre di sir Arthur
Conan Doyle, suo creatore, non concepì.
Più alla buona, più cordiale e simpatico,
il detective belga che raccoglie l’eredità di
Sherlock Holmes; un ometto dai baffi impo-
matati, calvo come un uovo: Ercole Poirot
di Agatha Christie. E a proposito di questo
ometto, cui la sua autrice impone il nome di
Ercole, c'è da osservare che l’onomastica ha
nei romanzi polizieschi una certa funzione
ironica 0 simbolica: l’aiutante di Wolfe (wolf:
lupo) che si chiama Arcibaldo, Mason che
vuol dire muratore, Ellery Queen che vuol
dire edera regina, e così via; ma è un giuoco
che vale per chi legge i testi originali e non
le traduzioni: ché sarebbe ridicolo tradurre
Perry Mason in Pierino Muratore.
Con Poirot il giallo di tipo inglese, che ha
la caratteristica di svolgersi dentro una cer-
chia familiare di sospettati e di sospettabili,
di svolgersi nell’unità aristotelica di luogo, di
tempo e di azione, di non fermarsi a un solo
delitto; con Poirot, cioè con la Christie,
questo tipo di giallo giunge a vette di straor-
dinario virtuosismo. Poirot, per esempio, si
trova a risolvere misteri come quello del-
l’Orient Express: dove ### gli occupanti di
una vettura letto, tranne naturalmente l’as-
sassinato, risulteranno colpevoli; persone di
diversa provenienza e condizione, che sarebbe
stato impossibile — se non al genio di Ercole
Poirot — legare nella complicità di un delitto.
Altre prove di virtuosismo, anche senza Poi-
rot, la Christie ha dato in romanzi in cui
tutti i protagonisti muoiono assassinati (e,
si capisce, è costretta a farne resuscitare uno)
o in cui il colpevole è il narratore stesso.
Poirot sa di essere un genio dell’investi-
gazione: ma questa coscienza di sé, questa
presunzione, riesce più tollerabile di quella
di Sherlock Holmes in forza del rovesciamen-
to ironico che opera la sua figura fisica;
costantemente abbiamo di fronte un piccolo
uomo calvo, coi baffi impomatati, comico nei
suoi gesti di vecchia galanteria, che ci parla
della potenza delle sue “cellule grigie”: una
scorza di comica vanità per un vero genio
dell’investigazione. E accanto a lui, altra
creatura della Christie, sta miss Marple: una
vecchia zitella inglese che risolve intrigatis-
simi casi polizieschi più per analogie che per
indizi. La sua esperienza di pettegola, la sua
conoscenza della natura umana lungamente
sperimentata nei piccoli villaggi rurali, le
consentono di stabilire illuminanti analogie
tra un fatto ed un altro, tra un tipo umano
ed un altro. « Questo caso» — dice miss
Marple — «mi ricorda quello della zia della
mia cameriera »;} oppure: «Quest'uomo so-
miglia al marito della mia vicina di casa » —
e secondo gli sviluppi che ebbe il caso della
zia della cameriera e secondo le azioni che
compì il marito della sua vicina, miss Marple
trae indicazioni per risolvere il caso che le si
presenta, per decifrare il tipo di uomo che
ha di fronte. È un personaggio felice: senza
dubbio più reale dello stesso Poirot, viva
sullo sfondo della provincia inglese, dentro
l’immutabile vita dell’Inghilterra rurale.
Ma intanto, mentre Poirot e miss Marple
risolvono con misura vittoriana i più diffi-
cili problemi polizieschi, mentre il fenozzeno
Wallace declina (poiché Edgar Wallace non
ha creato un tipo di investigatore a prota-
gonista dei suoi libri, ma equamente ha dato
vita a tanti investigatori e a tanti ladri che si
somigliano, riteniamo di poter fare a meno
di parlarne), ecco arrivare dall'America gli
investigatori privati di Los Angeles e di
Chicago: ragazzi duri, con la rivoltella sotto
l'ascella e pronti a tirarla fuori in un lampo;
nervosi, scazzottatori, un tantino loschi e
perversi. Il loro prototipo è Samuel Spade,
il detective dei romanzi di Dashiell Hammett.
« Samuel Spade aveva una mascella ossuta e
pronunciata, il suo mento era una V appun-
tita sotto la mobile V della bocca. Le narici
disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva
occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della
V era ripreso dalle spesse sopracciglia che si
diramavano da due rughe gemelle al di so-
pra del naso aquilino e l’attaccatura dei ca-
pelli castano-chiari scendeva a punta sulla
fronte partendo da un’ampia stempiatura.
Somigliava, in modo abbastanza attraente, a
un diavolo biondo ».
Ed ecco quest'uomo, tutto fatto di diabo-
liche V, all’opera (nel a/cone maltese, un
romanzo che è ormai considerato un classi-
co del genere): « Spade, mantenendo la pre-
sa sui risvolti del levantino, lo fece ruotare
lentamente e lo spinse indietro fino a farlo
star ritto dinanzi alla sedia che occupava prima.
Uno sguardo allarmato prese il posto dello
sguardo addolorato sulla faccia color di
piombo. Allora Spade sorrise. Un sorriso
gentile, addirittura sognante. La sua spalla
destra si sollevò di pochi centimetri. Il braccio
destro, piegato, si alzò per effetto del movi-
mento della spalla. Pugno, polso, avambrac-
cio, gomito appuntito e parte superiore del
braccio sembravano un unico pezzo rigido,
cui solo la spalla pieghevole conferisse movi-
mento. Il pugno colpì il volto di Cairo... ».
Questo è Sam Spade: violento, spietato,
diabolico; capace di combattere su due fron-
ti, quello dei criminali e quello della polizia
ufficiale, un po’ criminale e un po” poliziotto;
sempre pronto alla battuta cinica; sempre
pronto a parlare di denaro. Dopo di lui ver-
ranno i sadici agenti del controspionaggio
dei romanzi di Peter Cheyney, i romanzi
della violenza e del sesso, i gialli cosiddetti
“d’azione”. La parabola si concluderà (spe-
riamo: ché al peggio non c’è mai fine) con
Mike Hammer, l’investigatore privato dei
romanzi di Spillane. E con Spillane l’origina-
ria tendenza del romanzo poliziesco a discre-
ditare la polizia ufficiale giunge a pericolosis-
simi estremi: Hammer non si contenta di
battere la polizia nella corsa alla verità, al
colpevole; agisce come se la polizia non ci
fosse, come se non ci fosse la legge dello
Stato, come se non ci fossero giudici e giurie.
Io, il giudice si intitola il primo libro di Spillane
con Hammer protagonista: e si è venduto a
milioni di copie, che è un brutto segno. Per
di più, Spillane ha nei riguardi della politica
che il suo paese conduce la stessa sfiducia
che ha nei riguardi della polizia e dei tribu-
nali: ed Hammer si mette a fare giustizia, con
la sua calibro 45, anche in campo politico;
e nasce una gran confusione tra le insegne del
senatore Mc Carthy e quelle del marchese
de Sade.
Ma il gia/lo tradizionale, il giallo “intellet-
tuale”, continua la sua strada accanto a quel-
lo “d’azione”. I due investigatori, per così
dire, all’antica che tengono il campo contro
gli Shayne e gli Hammer, contro gli alcoliz-
zati e sadici investigatori del poliziesco “d’a-
zione”, sono il Nero Wolfe di Rex Stout e
il Perry Mason di Erle Stanley Gardner.
Ce ne sono altri: il Donald Lam di A.A.
Fair (col pseudonimo di Fair si nasconde
l'avvocato Gardner), il Nigel Strangeways
di Nicholas Blake (Blake è il poeta inglese
Cecil Day Lewis); ma Wolfe e Mason sono
indubbiamente i più popolari.
Wolfe è di origine europea (proviene da
una nazione balcanica o carpatica, la cosa
non è del tutto chiara), ama la più raffinata
e cosmopolita cucina, possiede sul terrazzo
di casa una costosissima serra di orchidee,
pesa quanto un bue, veste seriche camicie
gialle e gialli pigiama; e non esce mai di
casa. Il suo aiutante, Archie Goodwin, è
una specie di ragazzo terribile: infila battute
di spirito una dietro l’altra, ha un debole
per le donne, è agile e manesco quando oc-
corre. Giusto il contrario del suo principale,
insomma: il silenzioso, misogino, immobile
Nero Wolfe. A completare il terzetto, c’è
l'ispettore Cramer: un uomo che i sigari non
li fuma, li mastica per la rabbia di dover sem-
pre fare le cose a modo di Wolfe. Dopo tanti
casi, l'ispettore Cramer dovrebbe ben sapere
che Wolfe, alla fine, dopo una riunione ple-
naria nel suo studio, gli consegnerà il colpevole
su un piatto d’argento, accompagnato da
birra fresca e vini pregiati: e invece mastica
ancora i suoi sigari. Giustamente Prezzolini
osserva come «ci sia una certa somiglianza
fra le maschere della commedia dell’arte e i
tipi di poliziotto o di delinquente del gia/lo...
il personaggio principale dei gialli (che oggi
è il detective) agisce in tutti allo stesso modo,
ma con variate vicende, come il pubblico
delle piazze di Bologna, di Napoli o di Pa-
rigi si aspettava che agissero Arlecchino,
Pulcinella, Balanzon o Coviello. Il detective
non può avere sviluppo. Il delinquente dei
gialli non si converte mai all’onesto lavoro,
non entra mai in un convento. Il detective
non invecchia. Non sposa. Non ha figli.
Non ha discepoli. Ad ogni vicenda ricomin-
cia da capo »; € sono /ipi fissi, che ricomin-
ciano da capo ad ogni vicenda, anche tutti
coloro che circondano il grande investigatore.
Così, accanto all’avvocato Perry Mason
ci saranno sempre Della Street, sua segre-
taria, Paul Drake, investigatore privato, il
sopra: Nero Wolfe, il grassissimo investigatore creato da Rex Stout scopre gli assassini senza uscire di casa,
gustando cibi e vini rari e coltivando preziose orchidee. Chi si muove per lui e si mette continuamente nei
pasticci è il suo braccio destro Archie Goodwin. Il suecesso dei “gialli” di Stout è proprio in questa for-
mula: il contrasto tra l'immobilità raziocinante del principale e il dinamismo spericolato del suo aiutante.
sotto: un altro investigatore raffinato: il Philo Vance di S.S. Van Dine, pseudonimo sotto il quale si nasconde
un autorevole critico letterario americano, Iniziando la sua fortunata carriera di autore di libri “gialli”, egli
volle dimostrare che si potevano scrivere buoni e avvincenti romanzi polizieschi senza barare con il lettore, cioè
fornendogli tutti gli elementi per giungere alla logica soluzione. Le immagini che illustrano questo articolo
riproducono, per concessione dell'editore Arnoldo Mondadori, i bozzetti originali dai quali sono poi state
so
tratte altrettante copertine di +gialli”.
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tenente Tragg della squadra omicidi, il pro-
curatore distrettuale Burger. E il virtuoso,
incorruttibile Mason sarà in perpetuo idil-
lio con la segretaria, in perpetua rivalità con
Hamilton Burger.
Al di sopra di tutti gli investigatori del
giallo, sta il commissario Jules Maigret di
Georges Simenon: personaggio e non #ipo,
uomo vivo e non zzaschera. Un personaggio
che ha avuto un’infanzia, che ha dei ricordi,
che si è sposato, che ha fatto carriera, che
invecchia, che va in pensione. Da un romanzo
all’altro, da quel Piefro è lettone del 1930
alle Mezzorie di Maigret del 1958, il personag-
gio Maigret l’abbiamo visto diventare sem-
pre più vivo, più umano, più reale. Tanto
reale che ad un certo punto, anzi, ci è apparso
in una duplice esistenza: quella di personaggio
fantastico e quella di personaggio reale, come
certi personaggi di Unamuno e di Pirandello;
e polemizza col suo autore, ed afferma i
propri diritti, la propria realtà (appunto nelle
Memorie di Maigret). « Avevo perfino l’in-
tenzione, lo confesso ora che vi ho rinuncia-
to, » dice Maigret — «di stabilire, con
l’aiuto dei ritagli di giornali tenuti in ordine
da mia moglie, una cronologia delle princi-
pali inchieste di cui mi sono occupato. —
Perché no? mi disse Simenon. Eccel-
lente idea. Si potrebbero correggere i miei
libri per la prossima edizione —. E aveva
aggiunto, senza ironia: Soltanto, mio
vecchio Maigret, bisogna che siate così
gentile da fare il lavoro voi stesso, perché
non ho mai avuto il coraggio di rileggermi ».
Poi Maigret si convince che le « verità fab-
bricate sono più vere delle verità nude »:
e scrive le memorie non per rettificare € cor-
reggere le « verità fabbricate » da Simenon,
ma, dice, «per spiegarmi una buona volta
circa i miei rapporti col signor Simenon ».
Buoni rapporti, tutto sommato: tra un Mai-
gret che è Simenon e un Simenon che è
Maigret. E si identificano a tal punto, perso-
naggio ed autore, che del metodo di indagine
di Maigret si può dire la stessa cosa che per il
modo di scrivere di Simenon. Maigret, scrive
René Lalou, « non procede né per deduzioni
né per colpi di scena: il suo metodo consiste
nel suscitare lentamente atmosfere impregnate
di torbido, di sentimenti confusi: sino a che,
nata da questa fisica comunione, un’intuizione
gli rivela la verità ». Perciò egli (lo scrittore
Simenon, il commissario Maigret) si trova
più a suo agio nelle piccole città di provincia,
o comunque negli ambienti che hanno un
carattere, un’atmosfera. Le più belle inchieste
di Maigret, le cose migliori di Simenon,
sono quelle che si svolgono intorno a piazza
Pigalle. A Pigalle, una Pigalle crepuscolare e
mediocre, triste e disfatta nelle ore del mat-
tino, truccata di gioia nelle ore notturne,
negli alberghi equivoci, nei locali di torbida
promiscuità, nei piccoli bar dove entra a
bere il suo Pernod, le indagini del commis-
sario Maigret assumono toccante pietà e
poesia.
Acciaio
e petrolio
Il trasporto di un litro di petrolio dalla
Luisiama a New York, attraverso tutto il
territorio degli Stati Uniti, costa, oggi, quanto
il trasporto di un litro di latte da un capo
all’altro della metropoli americana. Questo
sorprendente risultato è stato raggiunto gra-
zie alla diffusione degli oleodotti, le cosid-
dette “pipe-lines”, che rappresentano di gran
lunga il mezzo più economico per portare il
petrolio via terra (il trasporto con carri ci-
sterna costa almeno tre volte di più e quello
con autobotti almeno nove volte).
Ebbene, le “pipe-lines” sono si potreb-
be dire il primo e più importante punto
Uno scorcio suggestivo di un
*“derrick” o torre di trivella-
zione a Shoonebeek in Olanda.
Il +derrick”
pio dell’applicazione dell’ acciaio
nel settore petrolifero. Oltre che
nelle operazioni di ricerca del
petrolio, l'acciaio ha anche un
ruolo importante nella fase di
raffinazione. Nella pagina a fian-
co: una complessa rete di tuba-
in acciaio in una raffineria,
costituisce un esem-
d’incontro fra il petrolio e l’acciaio, questi
due grandi protagonisti della moderna civiltà
industriale. Esse vengono utilizzate sia per il
trasporto di greggio che di metano e di pro-
dotti finiti; e i tubi d’acciaio che le compon-
gono variano da un diametro minimo di
12 pollici (circa 30 centimetri) ad un massimo
di 36 pollici.
Il più lungo oleodotto che sia stato mai
costruito fu probabilmente quello tra l’In-
dia e la Cina, che attraversava la Birmania
con un percorso di 5600 chilometri. Ma se
ne potrebbero citare molti altri, come quello
tra l’Arabia Saudita e il Mediterraneo, non-
ché il cosiddetto ‘“ Bie Inch” tra il Texas e
la Pennsylvania, lungo 2320 chilometri, che co-
stò 95 milioni di dollari e per il quale ven-
nero utilizzate 360 mila tonnellate d’acciaio.
La più grande rete di “pipe-lines” oggi esi-
stente è certamente quella degli Stati Uniti,
che interseca per migliaia di chilometri tutto
il territorio nazionale e potrebbe esser de-
finita la spina dorsale dell'economia ameri-
cana; la quale, com'è noto, è in larga misura
fondata sul petrolio. Ma il sistema degli oleo-
dotti è in rapido sviluppo dovunque, tant'è
vero che ogni anno se ne costruiscono, in
tutto il mondo, dagli ottomila ai dodicimila
chilometri (non per nulla il nostro nuovo
tubificio di ‘Taranto è destinato a produrre
in notevole misura tubi per oleodotti).
Quello degli oleodotti è un tipico esempio
di consumo diretto di acciaio nel settore pe-
trolifero, ma non è il solo. L’acciaio ha in-
fatti un ruolo importante anche nella ricerca
e nella produzione del petrolio. In questa
fase a parte una certa quantità di cavi,
di lamiere e d’altri prodotti uti-
lizzati i tubi di perforazione detti “drill pipes”,
al cui capo vengono avvitate le teste perfo-
vengono
ranti che scavano il terreno; i ‘“casing”, o
tubi di protezione che impediscono le spinte
laterali e le infiltrazioni d’acqua e che vengono
avvitati gli uni agli altri a guisa di cono ro-
vesciato; e, infine, i “tubing”, tubi di pic-
diametro che introdotti nel
pozzo dopo che questo ha raggiunto lo sta-
dio produttivo e dai quali vien fatto sgorgare
il petrolio.
Il fabbisogno d’acciaio nel settore della
produzione petrolifera cresce in proporzione
a la produ-
colo vengono
maggiore di quel che non cres
zione stessa, a causa del crescente numero di
pozzi improduttivi e della loro sempre mag-
giore profondità. Basti pensare che negli
Stati Uniti, durante il primo decennio del
dopoguerra, mentre la produzione siderur-
gica aumentò del 48%
quella di tubi per ii settore estrattivo dell’in-
dustria petrolifera crebbe del 127%,
da 1.117.800 tonnellate nel 1945 a
tonnellate nel 1955.
Questa tendenza è destinata ad accentuarsi
nel futuro, poiché i giacimenti petroliferi si
rapidamente ed è necessario re-
nel suo complesso,
passando
>
+$442.000
esauriscono
perire sempre nuove fonti, che sono via via
sempre più difficili a rilevare per ragioni di-
verse, sia ambientali che geologiche.
Una situazione analoga si riscontra nella
terza fase operativa dell'industria petrolifera,
quella della raffinazione. Nuovi impianti de-
vono continuamente essere installati, non solo
per il rapido aumento dei consumi, ma anche
per il continuo perfezionamento delle tecni-
che di lavorazione; e ciò si traduce in un sem-
pre più esteso impiego di prodotti d’acciaio.
Un tempo la raffinazione era un’operazione
Nei moderni impianti di lavorazione del petrolio è
necessario l’impiego di acci
sono resistere alla corrosione provocata dagli acidi
contenuti in certi tipi di greggi. A sinistra in alto:
particolare di una grossa tubazione in acciaio in una
raffineria in Italia, Sempre della stessa raffineria le torri
di distillazione (foto a sinistra in basso).
speciali, i soli che pos-
in alto a destra: i tubi prodotti dal nostro tubificio
di Taranto serviranno, fra l’altro, per la costruzione
di oleodotti o “ pipe - lines” che oggi sono il mezzo
più economico per trasportare il petrolio via terra.
qui sopra: una piattaforma per perforazioni sottomarine.
nella pagina accanto: a sinistra: l'operazione di sal-
datura nel gasdotto Ravenna-Bologna. I tubi d’acciaio
che compongono le * pipe-lines” variano da un dia-
metro minimo di 12 pollici (circa 30 centimetri)
ad un massimo di 36 pollici. A destra: serbatoi in
acciaio per gas liquidi,
assai semplice, poiché ci si limitava ad otte-
nere, mediante la distillazione primaria, la
separazione delle varie frazioni contenute nel
greggio. Oggi, invece, il petrolio subisce
tutta una serie di trattamenti fisici e chimici
che ne trasformano la struttura molecolare e
che permettono di ottenere prodotti di qua-
lità superiore ed in percentuale diversa da
quella ottenibile con la semplice distillazione.
I moderni processi di lavorazione richiedono
ai materiali elevate prestazioni tecniche, donde
la necessità d’impiegare acciai speciali di par-
ticolarissime qualità. Soprattutto si richiedono
acciai inossidabili capaci di resistere in ma-
niera efficace alla corrosione che — per ef-
fetto degli acidi contenuti in certi tipi di
greggi intacca le diverse apparecchiature
degli impianti, causando un danno che si
valuta intorno ai 70 centesimi di dollaro per
ogni tonnellata di greggio lavorata (e si
pensi che se ne lavorano nel mondo almeno
goo milioni di tonnellate all’anno).
Per quel che concerne la quantità di mate-
riali necessaria alla costruzione di una raf-
fineria moderna, citeremo come esempio uno
stabilimento entrato in funzione in Gran
Bretagna alcuni anni fa, con una capacità di
lavorazione annua di quattro milioni e mezzo
di tonnellate, e in cui furono utilizzate 120
mila tonnellate d’acciaio.
Ai consumi diretti, di cui s'è fatto cenno
fin qui, vanno aggiunti quelli indiretti, che
sono innumerevoli. Basti pensare a tutti quei
mezzi di utilizzazione nella cui costruzione
l’acciaio entra in più o meno larga misura:
dalle navi cisterna ai carri cisterna, alle auto-
botti, dalle torri di perforazione ai macchi-
nari, ai forni, alle caldaie, ai serbatoi, alle
torri di raffinazione.
Tenuto conto di
calcolato anche se in
tutti questi elementi, s'è
modo necessaria-
mente approssimativo che per portare
dalla produzione al consumo (cioè per ricer-
care, estrarre, trasportare, raffinare e distri-
buire) cento tonnellate di petrolio, occor-
rono dalle sette alle otto tonnellate d'acciaio.
È dunque evidente che l’industria degli
idrocarburi è già oggi una delle migliori
clienti della siderurgia; e più lo diverrà nel
futuro, dato il crescente sviluppo dei consumi
petroliferi.
Ma se l’acciaio giova in larga misura alla
produzione del petrolio, è anche vero l’in-
verso: e cioè che gli idrocarburi trovano am-
pio impiego nell’industria siderurgica. La
tradizionale fonte d’energia, il carbone, è
dovunque in sensibile declino, per varie ra-
gioni che qui non staremo a ridire, tanto son
note e ovvie. Per cui non sorprende che persi-
no nel classico paese del carbone, la Gran Bre-
tagna, oggi la maggior parte dei forni a combu-
stione aperta funzioni con combustibili liquidi.
Il miglior rendimento tecnico, il minor
costo in rapporto al peso, la maggiore maneg-
avvantaggiano notevolmente gli
idrocarburi nei confronti del carbone, spe-
cialmente nei paesi poveri di risorse energeti-
che proprie. Petrolio e metano sono dunque
in fase di rapida avanzata su tutto il fronte
industriale, e in particolare nel settore della
siderurgia, questa insaziabile divoratrice di
energia.
In questo specifico settore l’uso degli idro-
carburi, sia sotto forma di olio combustibile
che di gas metano (là dove, come in Italia,
questo sia disponibile), si è ormai universal-
mente diffuso.
I combustibili liquidi impiegati nelle acciaie-
rie sono di tipo diverso a seconda della fra-
zione del greggio da cui provengono e hanno
gradazioni diverse. Nella fase iniziale delle
operazioni di accensione dei forni a combu-
gevolezza
stione aperta viene usato “light fuel oil”;
nelle operazioni successive viene impiegato
“heavy fuel oil” con moderato contenuto di
zolfo (massimo 2,5%). Per certe operazioni
sussidiarie inoltre utilizzati altri
tipi di “heavy fuel oil” dotati di una maggior
gradazione di zolfo (al massimo 4%).
I problemi sorti per il rifornimento, il trat-
tamento, l’utilizzazione degli idrocarburi nella
siderurgia hanno portato all'elaborazione di
una tecnica di applicazione che ha fatto nel
corso degli ultimi anni
tanto da poter essere
cente allo stato attuale.
Ma, a parte questi impieghi ormai tradizio-
nali del petrolio e del metano, l’interesse dei
tecnici s’indirizza verso una più vasta utiliz-
degli idrocarburi nella siderurgia.
Ci riferiamo agli studi ed agli esperimenti
compiuti in tempi recenti per giungere alla
sostituzione del carbone di coke negli alti-
forni. In Europa, una almeno parziale sosti-
tuzione degli idrocarburi al coke sarebbe di
notevole interesse perché si prospetta una
certa carenza nella produzione del coke lo-
cale (negli Stati Uniti, dove invece questo
è relativamente abbondante, l’interesse è lo-
gicamente minore). Com'è naturale, l’indu-
stria petrolifera trarrebbe, dall’affermarsi di
questi nuovi metodi di lavoro, il vantaggio
derivante dall’aprirsi di un nuovo importante
sbocco per i propri prodotti, dato che l’alto-
forno rappresenta tuttora la più diffusa ed
efficiente tecnologia per la separazione del
ferro dal minerale metallifero.
Attualmente, il coke nell’altoforno adempie
a diverse funzioni: in primo luogo agisce da
supporto del minerale ferroso; inoltre produ-
ce il calore necessario alla fusione del metallo
e fornisce il gas per la riduzione dell’ossido
di ferro.
vengono
notevoli
considerata
progressi,
Sc ddis d
zazione
40
È stato dimostrato praticamente che, so-
stituendo il gas al coke, si può sfruttare più
completamente la capacità degli impianti,
con notevole economia di esercizio, dato l’alto
costo dell’altoforno. Accanto a questo van-
taggio principale, ve ne sono altri rimarche-
voli: il lavoro dell’altoforno, cioè, viene sem-
plificato e migliorato e il gas viene manovrato
più facilmente e meno costosamente del coke.
Numerosi esperimenti fatti in Europa ed
in America hanno dato risultati eccellenti con
un aumento della produzione di ghisa dal
dieci al dodici per cento. Secondo il parere
degli esperti dovrebbe esser possibile ot-
tenere un aumento di produzione ancora
maggiore.
Gli esperimenti iniziali sono stati compiuti
sia con gas da combustibili liquidi che da
metano, Resta a vedersi quale tipo sia da pre-
ferire, e inoltre, nel caso dell’olio combustibile,
quali frazioni dei distillati pesanti risultino le
più convenienti. Altri problemi sorgono dalla
necessità di una migliore conoscenza delle
reazioni che si svolgono nell’altoforno per
raggiungere l’optimum nelle modalità d’im-
missione del gas e nella dosatura delle per-
centuali di gas, vapore, ossigeno che dovran-
no essere utilizzate. Ma questi sono problemi
di carattere tecnico, alla cui soluzione non
sembrano frapporsi difficoltà insormontabili.
Anche l’Italsider ha iniziato da circa un
anno presso il centro siderurgico ‘ Oscar
Sinigaglia” le prove su scala industriale di
iniezione di nafta ottenendo finora risultati
positivi sia per quanto riguarda la produzione
di ghisa sia per quanto riguarda l’abbassamento
del consumo di coke per tonnellata di ghisa.
Impianti analoghi sono in costruzione ai
centri siderurgici di Bagnoli e di Piombino
ed è anche allo studio la possibilità d’effet-
tuare delle prove con insufflazione di gas
di cokeria invece della nafta.
La fase di evoluzione tecnologica che sta
attualmente attraversando l’industria siderur-
gica sembra dover aprire all'impiego degli
idrocarburi nuovi vasti orizzonti. Vogliamo
qui accennare alla riduzione diretta del mi-
nerale ferroso con sistemi diversi dall’altoforno.
Questi processi, alla cui messa a punto sono
interessati grandi gruppi siderurgici, possono
condurre ad una notevole riduzione dei costi,
dato che si ritiene siano realizzabili in impianti
meno costosi, più piccoli e più flessibili nel-
l’utilizzazione di quanto non siano gli attuali
altiforni. Gli idrocarburi assumono in questi
nuovi processi la veste di agenti riduttori.
La realizzazione pratica di tali progetti è
favorita dai progressi che recentemente sono
stati compiuti verso la conversione dei pro-
dotti petroliferi in monossido di carbonio e in
idrogeno, che sono i principali agenti riducenti.
Come si vede, il dialogo acciaio-petrolio è
più che mai aperto e sarebbe estremamente
azzardato porre oggi dei limiti ai suoi possi-
bili sviluppi. Saranno i fatti a dirci, domani,
fino a qual punto questi due preziosi elementi
possano cooperare alla formazione di un
mondo più progredito, più prospero €
più civile.
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
La ripresa della produzione siderurgica sta-
tunitense non si sta per ora manifestando così
intensa come, qualche mese fa, in molti ambienti
si prevedeva.
Essa si svolge a circa il 72 per cento della
capacità produttiva. L’ottimismo per un sensi-
bile miglioramento continua comunque a pre-
valere, anche se procrastinato al primo semestre
del prossimo anno. Fatto degno di nota è attual-
mente un certo risveglio delle ordinazioni da parte
dell'industria automobilistica. Per quanto concerne
la produzione d'acciaio nell'intero anno 1961,
è ormai certo che il risultato sarà inferiore a
quello del 1960. Gli Stati Uniti conserveranno
comunque, e di gran misura, il primo posto
nella graduatoria dei produttori mondiali d’ac-
ciaio. Al secondo posto figurerà ancora la
C.E.C.A. seguita dalla Russia.
La Comunità Carbosiderurgica ha dato an-
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
a caldo
a freddo
laminati
laminati
tubi saldati
getti di ghisa e d'acciaio
fucinati e stampati
rodeggi
carpenteria
derivati vergella
bulloni e molle
armamento ferroviario
altre lavorazioni
che quest'anno una nuova attestazione della
propria vitalità, anche se, soprattutto negli ul-
timi mesi, si è verificata una diminuzione
nell’afflusso degli ordini, cosa d'altronde pre-
vista per il logico ridimensionamento di un'alta
congiuntura, che le ultime notizie ci presenta-
no peraltro abbastanza ben orientata.
SITUAZIONE ITALIANA
I dati statistici e le indagini confermano che
l'economia italiana si evolve tuttora in modo
favorevole. Dopo la pausa estiva, la ripresa è
stata notevole in tutti î settori.
Per quanto riguarda la siderurgia, i risultati
produttivi conseguiti nei primi dieci mesi si
presentano ottimi: rispetto allo stesso periodo
del 1960 si è avuto un incremento del 13,8%
nella produzione di ghisa e dell’rt,3%, in quel-
la d’acciaio.
All’aumento della produzione ha fatto ri-
scontro quello ancor più accentuato del consumo
interno che ha comportato anche un ampio
ricorso all'importazione, favorita dalla pressione
dei prodotti degli altri paesi della Comunità
che ha causato una diminuzione pressoché ge-
nerale delle quotazioni.
settembre ottobre
1961 1961
tonn. 166.025 165.537
» 215.229 215.261
» 290.679 284.488
» 232.826 233.092
» 44.210 42,947
» a 8.231
» 9.450 9.914
» 2.268 2.332
» 3.008 2.984
» 2.192 2.736
» 4.368 4.117
» 559 643
» 2.192 2.025
» 1l 61
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