Rivista Italsider, n. 2, 1961

Contenuto

Rivista Italsider, n. 2, 1961
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Eugenio Carmi - "Ferro e acciaio 1961" (cm. 245 x 195)
Seconda e terza di copertina: due utensili agricoli etrusco-romani, rinvenuti nella zona di Fiesole e conservati al locale museo civico.
Quarta di copertina: galletto segnavento in ferro, datato 1761, situato sul campanile dell'antica Chiesa genovese di S. Siro.

Sommario
- L'uomo nello spazio, p. 4
- Visita a Piombino (illustrazioni di Giovanni Thermes), p. 9
- I bilanci dell'Ilva e della Cornigliano, p. 16
- Strade sopraelevate d'acciaio, p. 22
- I bilanci nell'antichità, p. 27
- Una rivista aziendale del primo '900, p. 32
- I "robot" nella contabilità, p. 35
- Inchiesta sull'istruzione professionale, p. 40
Data testuale
1961 marzo - aprile
Consistenza
pp. 48
Stato di conservazione
Ottimo
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/3
Collocazione
Emeroteca
contenuto
fa
(Ai
Q
[oi
-
Ei
desi
<
E
un
di
>
ded
KG







2
4 IPEPETISI reno

la copertina: Eugenio Cirmi - «Ferro e ac-
ciaio 1961» (cm, 245x195)

Eugenio Carmi è nato a Genova nel 1920.
La sua pittura è stata particolarmente rivolta
negli ultimi tre anni alla ricerca di mezzi
espressivi non tradizionali. Dopo aver ap-
profondito la pittura a smalto su acciaio,
lavora ora a quadri di grandi dimensioni
in ferro e acciaio saldato elettricamente. ]l
quadro riprodotto in copertina si trova nel-
l'ingresso della nuova sede commetciale di
Bologna della nostra società.

2 è 3° di copertina: due utensili agricoli
etrusco-romani, rinvenuti nella zona di Fiesole
e conservati nel locale museo civico,

£ di copertina: galletto segnavento in ferro;
datato 1761, situato sul campanile dell'antica
Chiesa genovese di S. Siro,

RIVISTA IFALSIDER

bimestrale d'informazione aziendale per
il personale dell’Ilva e della Cornigliano
Anno Il - n° 2 - marzo-aprile

comitato di direzioni: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione ‘artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del Tribunale di Genova n° 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

L'uomo"nello spazio pag. 4
Visita a Piombino » 9
I bilanci dell'Jlva e della

Cornigliano » 16
Strade sopraelevate: d'acciaio » 22
I bilanci nell'antichità » 27
Una rivista aziendale del primo "900 » 32
I Srobot” nella contabilità » 35

Inchiesta sull'istruzione professionale » 40

L'Italsider

Le assemblee straordinarie degli azionisti dell'Ilva è della Cornigliano hanno approvato,
il 27 aprile scarso, la fusione delle due Società.

L'operazione si realisserà con l'incorporazione della Cornigliano nell'Ilua, la quale assu-
merà la denominazione sociale di Italsider - Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano
- Società per Azioni,

Le due Società conserveranno tuttavia, ancora per qualche tempo, le rispettive denominazioni
e organi sociali @ amministrativi separati fino alla stipulazione dell'atto di fusione, che interverrà
quanto prima, dopo trascorsi i termini prescritti dalla legge.

Così, dunque, è mata l'Italsider, azienda che raggruppa le forze maggiori della nuova siderur-
gia italiana è che s'inserisce di pieno diritto — come si direbbe in gergo sportivo — nel “gruppo
di testa" dei grandi complessi siderurgici europei.

La creazione dell'Italsider non'è che il secondo passo, tempestivo è necessario, sulla via dello
sviluppo tecnico e organizzativo dell'industria siderurgica italiana. Il primo fu la realiszazione
del “piano Sinigaglia”, che permise al nostro paese dî uscire da uno stato di cronica e pericolosa
inferiorità rispetto ai più progrediti paesi europei e di iniziare su solide hasi la propria ricostru-
zione economica,

Tutti sanno in quali condizioni la siderurgia nazionale si sia trovata alla fine della seconda
guerra mondiale, Distrutti, o spogliati del macchinario, i tre grandi centri a ciclo integrale di
Bagnoli, Piombino e Cornigliano, che rappresentavano il solo punto di forza dell'intero settore,
non restavano in attività che gli impianti a carica fredda, di medie o piccole dimensioni e in gran
parte antiquati, dai quali tutto si poteva aspettarsi fuorché una produzione di grande ampiezza
e a basso costo. Quasi non bastasse, la tensione registrata sul mercato internazionale del
rottame creò una crisi nella crisi.

In quella drammetica situazione vi fu addirittura chi — fidando utopisticamente in una fu-
tura collaborazione mondiale — sostenne che l'industria siderurgica italiana non dovesse essere
ricostruita affatto. Ma gli stessi fautori della ricostruzione erano divisi in due tendenze, la pri-
ma delle quali era favorevole al mantenimento di un'industria nazionale protetta però da ade-
quate varriere doganali, mentre la seconda sosteneva la necessità di creare una nuova è ben attrez-
cata siderurgia che fosse in grado di affrontare la concorrenza con le più forti industrie dei paesi
esteri.

Prevalse, per fortuna, quest'ultima tendenza di cui s'era fatta sostenitrice la Finsider, e che
si fondava sui seguenti principi generali : sostituzione degli impianti antiquati con altri moderni ;
concentrazione della produzione di ghisa, d'acciaio e dei laminati a caldo in un numero limitato
di stabilimenti di grandi dimensioni ; specializzazione della produzione secondo singole unità
produttive ; installazione di potenti è moderni laminatoî continui è semicontinui, allo scopo
precipuo di ridurre i costi dî produzione.

Così nacque la nuova sulerurgia îtaliana, le cui fortunate vicende sono troppo note perché
qui se ne debba parlare diffusamente. In poco più di dieci anni la nostra industria dell'acciaio
ha raggiunto posizioni di forza quali neanche i più ottimisti avrebbero osato, mm tempo, sperare.
E, benché l'adesione italiana alla CECA abbia cancellato fin Vultima traccia dell'antica prote-
sione doganale, il nostro paese ha potuto farsi non soltanto produttore, ma addirittura esportatore
d'acciaio, in concorrenza con le nazioni tradizionalmente più dotate, attrezzate è affermate in
questo campo. Non è vuota vanteria l'affermare che la siderurgia ha svolto un ruolo determinante
in quel “miracolo” economico italiano che ha stupito il mondo intero. E sé è vero — com'è vera
— che il consumo d'acciato per abitante è, nel mondo moderno, una buona misura per valutare
il grado di evoluzione civile e di progresso economico di un popolo, il fatto che tale consumo sia
passato nel nostro paese dai 65 chilogrammi del 1954 ai 183 del 1960 (corrispondenti ad un totale
di oltre ) milioni di tonnellate) può dare il senso esatto della poderosa spinta în avanti che la no-
stra siderurgia ha impresso a tutta la vita del paese.

I più recenti studi basati sull’andamento del mercato nazionale © di quello internazionale
portano a prevedere che nel 1965 la domanda di acciaio sarà notevolmente superiore a quella
odierna. Per questo si stanno ampliando gli impianti di Cornigliano, di Bagnoli, di Piombino e
di Trieste e si è iniziata la costruzione di un nuovo centro di produzione a Taranto. Gli impianti
riuniti dell'Iva e della Cornigliano, che lo scorso anno hanno prodotto circa 3 milioni di ton-

| nellate d'acciaio, fra quattro anni saranno in grado di produrne sette.

vesta

Ma evidentemente questa enorme espansione produttiva non poteva non essere accompagnata
da una simultanea trasformazione delle strutture, non solo tecnologiche, ma anche funzionali e
organizzative del gruppo. Quando la produzione si sviluppa in simile proporzione, è chiaro che
le vecchie misure aziendali diventano troppo strette in ordine ai capitali disponibili — e aî rischi
che inevitabilmente si corrono —, ai mezzi tecnici e umani, agli stessi disegni organizzativi,
è che oceore creare un organismo di più vasto respiro, che consenta un più largo impiego di

»

forze in un'area più ampia, tra maggiore erasti-



cità, un migliore coordimamento €, t lefinitiva,
una maggiore economicità di gestiom

In tutto il mondo, dovunque si sw presentato,
questo stesso problema è stato risotto in vadranta le
la concentrazione di divers unità pro Tutteve 1
nuovi di più grandi dimensinti. Questo
non è avvenuto solo nelle due maggiori ar co



nomiche, quella americana è quella sovistica, dove
si trovano i più grandi complessi siderurgici del
mondo, ma anche in Gi ein Europa, e in
particolare ni l'ambito della CECA,

broduzione ilelle princibali aziende s
Ì Î î



dove la
di3

immue (cioè, appunto, quella



milioni di tonmellati
dell'Ilca e della Cornivliano congiunte). È basti
citare Thyssen, Phoénix-Rkemrahr,
Dortinund, Mannesine: Kioe-
lner ed Hoesch in Germania ; De Wendel, Usinor,
Irbi i

Se
Pelein ;



società

Rihcinhtausen,

Lorraine-Escaui in Francia;

Sidelor «
reo; Cockerill-Qugrée in
Hoogovens in Olanda.

Alla base di codesta f i concentrazio.
né industriale alta quale soltanto l'Italia
non aveva fino ad oggi fatto ricorso
situtto uno motivo di carattere, per così dire,
prudenziale, I rapido sviluppo di Na p

d'acticio nel mondo ha determinato, come sì è

in ussen











zione

fusione



detto, un deciso ortentamento verso la j
di massa, concentrata in grossi complessi produt-
tivi dominati da una specializzazione sempre
più spinta. Ma, se questo orientamento presenta
vantagui economici indiscutibili, non bisogna di-
menticare che il mercato dell'acciaio è soggetto
ad oscillazioni congiunturali profonde che si
ripercuotono di volta in volta sulle varie pro-



l'altro canto, da
Icuni tipi

duzioni, cd è caratterizzato



olusioni sostanziali nell'impiego di
di prodotti: Per evitare dannosi squilibri © pe-
, pui

ricalosi sfasamenti della produzione non c'è chi




un mezzo: affidare ad una stessa ‘società uma
'î prodotti di massa, in modo cu
della richiesta di

l'aumento. di

oxtesa Cammina
vicentital.

una determinata

femporanto € glo



produ SION t

puella di un'altra si compensino n ll'interno

della stessa arca aziendale senza che me sia
ompromessa l'e suilibrio d'insieme.
Ma nan è questa fa sola ragioni della fu-
sione Hosa-Cornigliano. La concentrazione di
i permet-
li elaborare un programma produttivo

, è od È
e di mezzi tecnici che ne derit



to infatti
in relazione alle inute-

lire ulie-



Organico € f elastico

di / METCHIO ,



"i approf mn



la «specralizzazione produitiva mer
completa

stabilimenti, dando loro. una

Î

singoli



‘indirizzo ccronomico-lecmco ; di
sente il problema della
fel nuove Varanto ; di ammodernare
a fando sli stabilimenti della nuova società por-
tandoli, secondo un più organico piano di svi-
luppo ed un più comple ti
degli investimenti, a raggiungere dimensioni eco-
nomicl ed equilibrate e di termi-
nando quindi costì più bassi ; di utilizzare me-
glio i quadri tecnici cd ammmmistrativi, evitando

uniforattà dd

risoltere pienci estionte



contro di

e diretto coordinamento

più consori



duplicazioni di funzioni è conseguendo quindi

una riduzione delle speso generali; di daro un
più razionale assetto alle produzioni non stret-
famente connesse con la siderurgia primaria ;
di eliminare vari inconvenienti nel campo delle

vendite. Si possono. ottenere inoltre sensibili

vantaggi nel campo fiscale: E infine

Au

fatto
d'importanza fondamentale la nuova socittà
ha acquistato dimensioni paragonabili a quelli

della CECA ;

dimensioni che il pieno funzionamento del Mer-

delle niaggiori aziende estere
cato Comune carboside rurgico e la re alizzazione

è in atto del Mercato Comune generale ren-



devano mecessarie per conseguire una maggiore
forza di penetrazione è di resistenza sia sul
mercato interno che su quelli esteri.

Recenti aumenti di capitale
coperti dato il credito che le aziende del Gruppo
avevano portalo il capi-

72.000,000.000) € qui Io

immediatamente



riscuotono
tale social dell'Ilva.
della Cornigliano a 70 miliardi. L'Italsider ha
dunque iniziato la sua vita con un capitale
sociale di T.42.100,000,000,

Così, come dictvamo, si è compiuto il se-
condo passo sulla via dell'integrale trasforma-

stone sriluppo della siderurgia italiana, Il
\ piano Sinigaglia aveva creato gli strumenti

sia sul piano tecnico che su quello
economico per una poderosa produzione. Il
nuoto piano Finsider ha provveduto a fonderne
le energie è ad orchestrarne l'attività nel modo
che oggi appare il più opportuno ai fini di una
ulteriore, grande espansione produttiva.

Fra pochi anni quando, ampliati gli sta-
bilimenti già esistenti e ultimato il nuovo centro
di Taranto, l'Italsider avrà raggiunto la méta
dei sette milioni di tonnellate d'acciaio annue
la nostra siderurgia avrà perduto anche il ri-
cordo del suo antico stato d'inferiorità e l'eca-
nomia italiana potrà contare su un fattore di
e stabilmente

idonti

progresso veramente decisivo.



a sinistra: tre contadine, un
asino e, in fondo, le case di
Piombino in una tela dipinta nel
1894 da Andrea Markd secondo

i canoni più rigorosi della pae-

«aggistica ottocentesca,

a destra: un'immagine della Fiom»
hino di oggi: due operai con
l'elimetto è il saldatore ad arco
in uno scorcio dell'altoforno no»
mero 2 in fase di ricostruzione,
Sullo stabilimento di Piombino put»
bliehiamo un articolo a pagina 9,





uomo

nello spazio

pi lf 3

*SOUSO) ®UZ J0J JIJO SOXNEIZ - NIUVOVO TUNX - Uew

FupAi1eo djug 0oedg 35173 ®UZ -- TI6I ‘ZI THIdWw 1 MOSOK ST/n 0%

NU IdN

-
-

IdO

F

OI

«Quel giorno, verso le undici del mattino,
Nicholl si lasciò sfuggire di mano un biechiere
e il bicchiere, invece di cadere, restò sospeso
nell'aria.

Ah, esclamò Ardan, ecco finalmente un po'
di fisica divertente —.

E subito vari oggetti, come armi, bottiglie
ed altri, abbandonati a se stessi, si mantennero
sospesi come per miracolo. Lo stesso avventi
di Diana alzata in aria e abbandonata da
Ardan. Del resto pareva che la cagna non si
accorgesse di essere sospesa a mezz'aria,

I tre avventurosi compagni, sorpresi, stupe-
fatti, a dispetto dei loro ragionamenti scienti-

fici, trasportati nel dominio del meraviglioso,

sentivano che anche al lorò corpo veniva
mancare il peso. Le braccia, sé distese, non
cercavano più di abbassarsi; la testa vacillava
sulle spalle ; i piedi non aderivano più al fon-
do del proiettile. Erano come ubriachi ai qua-
li venga meno la stabilità. A un tratto Michele,
prendendo lo slancio, balzò in alto e restò so-
speso in aria. Un momento dopo i due amici
lo raggiunsero è tutti e tre; al centro del proiet-
tile, raffiguravano un’ ascensione miracolosa ».

Ecco come Giulio. Verne, nel suo volume
+Dalla ‘Terra alla Luna”, pubblicato nel 1865,
descrive, in modo incredibilmente verosimile,
uno dei più temuti ed interessanti fenomeni
del volo spaziale: l'assenza di peso.

Oggi quel fenomeno che cent'anni ta
sembrava parto di pura fantasia è stato pro-
vato € sopportato dia creature umane. ll
sogno di Verne è diventato realtà,

Il 12 aprile resterà, nei secoli futuri, come
la data d'inizio dell'èra spaziale. Quel giorno

fatti di tale grandiosità fanno presto ad
uscire dalla cronaca e ad entrare nella storia
un uomo, per la prima volta, ha lasciato
la terra per volare negli spazi extra atmosfe-
tici. Il mondo, che pure era spiritualmente
preparato alla grande notizia, ha accolto l'an-



nuncio con una specie di attonito sb:



mento.

La prima domanda che ognuno si è posta
è stata: russo © americano?

Il primo cosmonauta era il maggiore ven-
tisettenne Yuri Gagàrin, dell'aviazione del-
l'Unione Sovietica.

Ma il 5 maggio gli Stati Uniti d'America
hanno seguito la Russia, lanciando il secondo
uomo nello spazio anche se su una traietto-
ria non orbitale, Secondo le notizie di cui
finora si è a conoscenza, la capsula sovietica
è stata guidata nel voio da terra, mentre
quella americana è stata manovrata diretta-
mente dal pilota.



Il fisico degli astronauti è sottoposto, specie durante la fase iniziale del loro volo e al momento del
rientro nell'atmosfera, a durissime prove tra cui l'accelerazione e Ia decelerazione. N peso del corpo
aumenta, in tali fasi. di varie volte quello reale. Nella foto: il volto di Yurì Gagàrin deformato

dall'accelerazione.
nella pagina accanto: la prima telefoto della partenza del razzo che ha portato Gagàrin nello spazio,





Per quanto molte altre prove attendano
l'uomo su questa strada praticamente senza
limiti e ricca di imprevedibili sorprese, ciò
che oggi si è realizzato riveste una grande
importanza da un punto di vista scienti-
fico e tecnico.

Infatti se la storia — nella sua visione più
concisa dei fatti — può accontentarsi di un
nome e di una data, la scienza attendeva, da
questi esperimenti, la convalida di una in-
finita serie di ipotesi, la soluzione di numerosi
problemi, per poter proseguire, con maggio-
re sicurezza, verso altre e più suggestive mète.

La riuscita di questi esperimenti e in par-
ticolare di quello russo, rappresenta sotto
questo punto di vista, una significativa vit-
toria. Essi hanno praticamente realizzato ciò
che una cinquantina d'anni fa poteva ap-
parire il sogno di una fantasia avveniristica.
Le previsioni che si facevano, ancora un
paio di decenni addietro, sulla sorte di un
uomo lanciato. nello spazio, erano infatti
tutt'altro che confortanti. In pratica i rischi
a cui sì sarebbe esposto l'astronauta veni-
vano così elencati: crivellato dalle piccole me-
teore — fritto dalle radiazioni ultraviolette —
soffocato e bollito nel suo stesso sangue — ste-
rilizzato dalle radiazioni cosmiche — esploso
dalla decompressione istantanea — reso pazzo
dalla mancanza dì peso — accecato dalla cruda
luce solare — mummificato dal formidabile
calore — gelato dal freddo siderale — ri-
dotto in poltiglia dalla accelerazione e dece-
Jerazione.

Se queste previsioni erano sostenute da
un po’ di fantasia è certo che tali ostacoli
esistevano, e che l'uomo ha dovuto affron-
tarli e risolverli uno per uno per permettere
il primo volo spaziale.

È dalla fine della guerra che gli scienziati
russi e americani sono impegnati nella so-
luzione di questi problemi, Ottenuto con il
motore a razzo — derivato dalle sinistre Va
tedesche, ma successivamente perfezionato
da entrambe le parti con studi originali —
il mezzo per portare oggetti di costruzione
terrestre fuori dell'atmosfera, gli scienziati
spaziali hanno iniziato l'esplorazione del co-
smo valendosi dapprima di strumenti rac-
chiusi in sonde spaziali e satelliti artificiali €
quindi di animali che hanno svolto la funzione
di battistrada all'uomo.

Gli americani hanno dedicato a questa ri-
cerca una quarantina di satelliti di vario tipo
(di cui alcuni navigano ancora nel cielo) che
hanno fornito, nel complesso, un quadro
abbastanza preciso delle difficoltà che si do-
vevano superare.

Un merito particolare, in questo settore,
spetta al satellite artificiale “Vanguard” il
quale ha rivelato, in virtà della grande altez-

;

pagina accanto a sinistra: Alan B. Shepard, in tota
si avvia a raggiungere il suo posto sul razzo,
1 la partenza del «Redstone» da Cape Cana-
capsula con Shepard è la parte scura sulla
missile. Tutto il resto, oltre trenta tonnel»
di peso, è costituito dai vari stadi del razzo.

F}

I

zi;
Pa

za raggiunta, la presenza delle zone di massima
concentrazione radioattiva denominate « cintu-
re di Van Allen ». Queste “fasce” che circon-
dano la terra ad una altezza di oltre 1000
chilometri, non sono state però interessate
dal volo del maggiore Gagarin.

Vediamo invece quali sono gli ostacoli che
il cosmonauta russo ha dovuto superare, il
che vale a dire, quali sono i problemi che gli
scienziati hanno risolto per. permettere al-
l’uomo di inoltrarsi nel cosmo.

Il primo e forse il più importante è quello
della accelerazione è decelerazione. Secondo
le infauste previsioni passate, la rapida acce-
lerazione del razzo avrebbe provocato un
violento deflusso del sangue nelle parti del
corpo rivolte verso terra, con la conseguente
esplosione delle vene. Questo pericolo è
stato superato con la graduale accelerazione
del vettore e con la realizzazione di “culle”
antropomorfe che consentono di distribuire
la gravitazione sulla superficie più vasta pos-
sibile del. corpo dell’astronauta.

Ciò vale sia nella fase di salita sia in quella
di ritorno verso la terra.

In ordine di importanza il secondo pericolo
era quello derivante dalla temperatura che,
specie nella fase di rientro della navicella
spaziale nella atmosfera, ad una velocità di
29. mila chilometri l'ora rendeva incande-
scente l’involuero minacciando di artostire il
passeggiero. Negli esperimenti eseguiti con la
capsula del “Mercurio”, in America, si sono
rilevate temperature superficiali di circa 1600
gradi centigradi. Contro questo enorme ca-
lore si è combattuto con speciali leghe metal-
liche d'acciaio € con rivestimenti successivi
di materiale termo-isolante. All'interno della
capsula la temperatura è stata così contenuta
ad indici sopportabili dell'ordine di una cin-
quantina di gradi. 11 pilota è inoltre protetto
dalla speciale tuta spaziale.

Un ulteriore grave pericolo era dato dalla
mancanza di pressione fuori della atmosfera
che poteva portare all'ebollizione del sangue
anche alla remperatura normale del corpo.
A ciò si è provveduto con la pressione arti-
ficiale mantenuta all'interno della cabina sta-
gna e, in caso di difetto di questa, con la tuta
pressurizzata.

Durante la sua permanenza a bordo del
“Vostok” Gagàrin è rimasto per un certo
tempo in condizioni di assenza di peso.
Questo fenomeno era preoccupante soprat
tutto da un punto di vista psicologico; gli
astronauti vengono abituati a sopportarlo con
allenamenti in apposite apparecchiature in
cui l'assenza di gravità viene realizzata sia
pure per brevissimi periodi, artificialmente.

1 satelliti artificiali, con i loro strumenti,
avevano inoltre già dimostrato come l'impor-
tanza di altri fenomeni, ed i pericoli relativi,
fossero assai minori del previsto; tra questi
ricorderemo quello di scontri con piccole
meteore.

Pertanto, tirando le somme, si deduce che
la scienza ha compiuto, in questi ultimi anni,
progressi giganteschi che hanno permesso
all'uomo di compiere il primo passo oltre

ca

7

le soglie dello spazio extraterrestre, Nella pro-
spettiva cosmica | impresa russa, pur nella
sua grande importanza, è tuttavia ancora di
modesto rilievo e grandi sono le difficoltà
e i sacrifici che l'uomo dovrà affrontare per
allontanarsi dalla terra e approdare su altri
mondi.

A proposito del volo di Yuri Gagàrin si è
fatto, in più occasioni, il confronto con la
scoperta dell'America, soprattutto nel senso
che entrambi questi avvenimenti hanno se-
gnnto una tappa importante nell'evoluzione
della civiltà. Cristoforo Colombo, ponendo
piede sul Continente Americano ha inaugurato
l'Evo Moderno; l'astronauta russo varcando
i confini dell'atmosfera ha dato inizio all'èra
spaziale. Questo è vero. Ma è vero anche
che — in omaggio alla diversità dei tempi,
di cui queste imprese sono espressione —
esiste tra i due pionieri una profonda diversità.
La traversata dell'Atlantico si può conside-
tare opera di un singolo; è il frutto della
convinzione di pochi e di una fede, di un
coraggio individuale. L'ingresso nel cosmo
è il risultato di uno sforzo collettivo a cui
hanno partecipato, materialmente o spiritual
mente, tutti i popoli della terra, con le loro
risorse spirituali © scientifiche, tecniche © in-
dustriali. Sul piano storico il 12 ottobre 1492
e il 12 aprile 1961 sono forse di importanza
simile, ma Colombo e Gagàrin sono figure
molto diverse: il primo ha portato a termine
un'impresa da lui voluta e attuata, il secondo
ha collaudato, con grande coraggio, una rea-
lizzazione collettiva.

Un'altra considerazione, che è affiorata più
volte nei commenti, è quella dell'assenza del-
l'Europa Occidentale dalla gara spaziale. La
constatazione è malinconica, dolorosa. Da
millenni, dagli albori della storia, è forse la
prima volta che le più antiche nazioni del
vecchio mondo non partecipano attivamente
ad un'impresa di grande importanza. NÉ ci
deve consolare il pensiero che le deficienze
che ci hanno esclusi non sono spirituali, ma
soltanto dovute a mancanza di mezzi, a motivi
di potenza industriale, di risorse economiche,
di organizzazione degli sforzi.

Il vecchio mondo è escluso dalla competi-
zione perché è diviso dalle guerre passate e
recenti, dalle frontiere e dagli interessi par-
ticolari delle. nazioni. I fondamenti, le con-
quiste tecniche da cui è nato il prodigioso
volo di un'ora nell'orbita terrestre sono, è
vero, in gran parte un contributo curopeo
ce .il 12 aprile sì è concretato un travaglio di
secoli di ricerche e di affermazioni di cui gli
curopei sono stati i protagonisti. Ma questo
non può bastare a consolarci. Deve esserci
invece di sprone ad unire gli sforzi delle
varie nazioni del vecchio continente, non
tanto per inserirci in una gara spaziale intesa
come affermazione di prestigio, ma per porre
in comune le basi di uno sviluppo tecnico,
economico e sociale dal quale tutti noi cu-
ropei potremmo trarre frutti benefici, per i
viaggi tra le stelle, ma anche per la nostra
esistenza di tutti i giorni, per l'avvenire dei
nostri figli.









Visita
a Piombino

Lo stabilimento di Piombino “doveva” na-
scere a Piombino, come un frutto di natura
più che d'un calcolo umano, come accade di
certe vigne che attecchiscono in certi posti ed
in altri no. Nessuno qui ha mai pensato ad
altro che non fosse il ferro. Il ferro è al cen-
tro della vita e dei pensieri dî tutti. Questo
non si spiega con le sole ragioni economiche :
Arrigo Ortolani è andato a cercare la spiega-
sione di questa vocazione del ferro di Piombino
move chilometri più a nord, nella baia di Baratti,
dove un tempo sorgeva Populonia, simbolo di
una tradizione siderurgica che sî perde nei
secoli, e che perennemente si rinnova.

Un silenzio quasi sacro custodisce la baia
} di Baratti, le sue acque tranquille e i pini
giganteschi che vi s'affacciano, e i campi
macchiati di verde nuovo e di ruggine antica.
È un silenzio così denso che quasi s'impasta
con i colori, moderandone l'aggressività. La
luce lo penetra sommessa e morbidamente
gli s'abbandona.

Non siamo più abituati al silenzio, in Ita-
lia. Dappertutto la nostra civiltà nco-vandalica,
insieme ai brutti scatoloni di cemento che
usurpano il nome di case, ha portato i suoi
petulanti motori, i suoî maledetti “juke-box",
la sua umanità perpetuamente ansiosa di far
strombettare, urlare, gracchiare qualcosa. Per
questo, arrivando qui, si ha l'incantevole
impressione d'aver risalito il fiume degli
anni e d'essere approdati per magia alle rive
di un tempo remoto e pietoso.

La baia disegna un arco dolcissimo e per-
fetto. Dei due brevi promontori che la ser-
rano, quello a nord digrada tranquillo è
senza sbalzi; l’altro S'impenna invece fiera-
mente sul mare e nasconde i suoì ripidi &
fianchi sotto uno stupendo e selvaggio man-
tello di ulivi secolari il cui tronco ha il co-



10

lore della pietra, d'alti cipressi. patinati dalla
salsaline, di fitti e scuri cespugli che sì rin
corrono in tumulto fin quasi a toccare le unde.

| centro dell'arco, appena al di là della
strada che contoma lu breve spiaggia, il
terreno comincia a salire e a ondularsi mel
diosimente, tutto vestito di tenerissimo ver
de; ma bruscamente, c per un ran tratto;
appare rotto e slabbrato, e tutto percorso e
tormentato da resse cicatrici. È qui che
ippatono, a brevi intervalli, cunose costru
zioni basse e rotonde, incappucriate. d'erba:
sono le prime tombe di Populonia, le più
vicine al mare (alire se se trovano più su,
sui poggi dai nomi arguti c suggestivi; le
più antiche, risalenti al IX secolo a.C
addirittura in vetta al promontorio, al Poggio
delle Granate),

Qui dunque
città del ferro, uno dei massimi centri siderur
gici di tutto il mondo antico.

Questa città spleadida e misteriosa ha avuto
un singolare destino, La siderurgia l'ha fatta
sorgere e promenre, rendendola ce
ricca e invidiata. La siderurgia l'ha perduta,
poiché i romani non tellerarono che i loro
malfidli vicini potessero disporre di un così
potente centro industriale, e alla prima occa
sione lo ridussero in cenere, secondo il loro
«brigativo enstume. La siderurgia infine (quel
la moderna) l'ha tratta dal pesante oblio dei
secoli, rivelando al mondo ammirato non
soltanto lo splendore delle suc tombe, ma
anche l'ampiezza e il valore della sua remota
attività,

A Populonia gli etruschi appresta
sumibilmenz: quando l'isola d'Elba non ebbe
più boschi da offrire ai formi nei quali essì
arrorentavano il minerale ferroso per trarae
con un procedimento che oggi appare imper
fetto, ma che allora era il solo possibile
il preziosisemo metallo, Scelsero questa baia
perché su tutto il tratto di costa che fron
teglia l'Elba non ve n'è una più sicura e
meglio protetta dall'insidia dello scirocco;
e qui fondarono la città che preto divenne
famosa in tutto Il bacino del Mediterraneo.
Intorno alla città del ferro e alle miniere che
ne alimentiavano il lavoro ruotarono per
secoli avvoltoi, gli ardenti appetiti
degli altri popoli, primi fra i quali i greci
delle colonie. italiche, che sarebbero stati
felici dì poterci trasformare da sequirenti in
padroni e che più volte tentarono, senza for
tuna, di mettere pisde sulli costa etrusca Ma





sono

sorgeva Populonia, l'etrusca



«bre,







» pre

come







quello che mon cr riuscito ai greci riuscì,
naturalmente, ni romani, Quando la truppa
di Silla irruppe entro le mura di Populonia,
della millenaria cità ch@era svata uno dei più
attivi centri propulsori di tutta l'economia
artica non ritnase pietra su picira. I nuovi
domenatori continuarono Ancora per qualche
tempo a tenere accesi i forni fusori; ma poi
preferirono rivolgersi ai fabbri bergamaschi,
più lontani ma più devoti. Su Populonia
scese, per sempre, la morte,



Restarona le tinmbe e gli alti cumuli di scorie
che gli etruschi avevano innalzato a poco a
poco accanto ai forni e presso le case stesse

Poi le-allumoni livellarono è



loro città.
uli, le scorie fini



> per ricoprire anche
le tombe e sulle scorie nacque l'erba. Così
due cimiteri si sovrapposero: quello dela
siderurgia crusca € quello ilegli vomini be
l'avevano cresta. E di Popalonia si saretbe
perdun ogni traccia se qualcuno, in tempi
enti, non avesse scoperto l'immenso de
posito di minerale solo parzialmente sfruttato
conon avesse constatato che esso conteneva
ancora un buon quaranta per cento di ferro;
il che rendevi utile ]l suo recupero e il suo
integrale sfruttamento i altoforni
derni, Allora entrarono azione pli esca
vatori e la baia di Baratti diventò usa miniera
in euì andarono a pescare di volta in volta
inglesi, tedeschi e italinni. La quantità «dele
scorie recuperate negli ultimi deccani è im





mo





pressinnnote: milioni li mnnellate
e può ben dare la misura dello sforzo indu
striale compiuto dagli ctruschi è del ruolo

quaranta

ch'esti chien
viltà mediterranea.
Tolte le scorie, vennero alta luce le tombe,

viluppo dell'antica ci


























12

e il suolo riprese il suo aspetto primitivo.
Così Populonia è tornata a mostrare al sole
i segni della sua splendida civiltà.

* a «x

Non è una semplice passioncella archeo-
logica che mi ha spinto a girovagare tra que-
sti sepolcri ormai deserti e i pochi mucchi
rugginosi (gli ultimi) d'antico minerale che
ancora aspetta d'essere infornato e di disper-
dersi in fumo nel caldo cielo del ‘Tirreno.

In realtà dovevo andare a vedere lo stabi-
limento Ilva di Piombino, e sapevo che avrei
dovuto interessarmi a cose e a problemi
ben diversi da quelli che preoccupano gli
archeologi. Ma sapevo anche che non si può
andare a Piombino senza passare di qua, si
finirebbe per capirci ben poco, Perché l’Ilva
di Piombino non è uno dei tanti stabilimenti
siderurgici sorti nel tempo nostro in questa
o in quella città, in obbedienza a un calcolo
economico che non ha radici se non nella
realtà industriale d'oggi; l’Ilva di Piombino
è mata li perché dorera nascerci, e si direbbe
che il suo sorgere e il suo fiorire son frutto
di natura più che d’un calcolo umano, come
accade di certe piante, di certi pacsaggi che
son così perché la terra stessa li ha voluti
così, e non potreste immaginarli diversi né
deviarli mai dal loro naturale destino. Pro-
vate a spiegarvi perché la vigna attecchisce
in certi posti e in altri no, qualunque impe-
gno ci mettiate; c perché qui vi frutta, po-
niamo, il Chianti, e là, sulla collina accanto,
un vinello qualunque senz’arte né parte. Ra-
gioni ne potete trovare a diecine, sole, vento,
terra, acqua, amore e sapienza d’uomini:
ma in fondo al conto vi rimane sempre una
piccola parte di mistero, una specie di dise-
«gno provvidenziale che non potete spiegarvi.

Il Chianti sulla sua collina, e non un metro
più in là; e il ferro a Piombino.

Certo, ci sono validissime ragioni econo-
miche che conosciamo tutti: l'Elba è li di
fronte, în certe giornate limpide sembra di
poterla raggiungere con una sassata; e dun-
‘que questa è la via più breve e qui è l’appro-
do più facile per il minerale che viene dal-
l'isola, Certo, Ma gli altri motivi, quelli che
sfuggono al ragionamento? Per esempio: a
Cornigliano, come in tanti altri posti, il fumo
rosso dell’acciaieria è un elemento estranco
al paesaggio, talché si sente il bisogno di climi»
narlo (e difatti lo si sta eliminando). E qui no:
qui Ja fumata rossa vi appare un fatto del
tutto naturale, come la pioggia, come il
vento, e vi dà gioia, c quasi vi esalta. Perché?
Ma perché ha lo stesso, identico colore della
terra, questa terra rossa che trapela come un
bagliore sotto ogni filo d'erba e, dov'è stata
arata di fresco, s'accende improvvisa in grandi
fiammate, sotto il sole. E la fumata non è
che il suo alito caldo e felice.

E vedete gli uomini di qui. Il ferro è la
loro vita, ma non è una condanna, come in
tanti altri luoghi del mondo, né una condi-
zione accettata di malavoglia, solo perché
il destino non offre di meglio. No, il destino



poteva benissimo offrire altre occasioni, ba-
stava crearle; © tutti sanno che ai toscani non
mancano inventiva e volontà. Perché dun-
que non fabbricare lavandini di ceramica, ©
mobili, 0 che so io?

Niente; il ferro, e soltanto il ferro. Nes-
suno, qui, ha mai pensato ad altro, nessuno
ha mai voluto altro. Il ferro al centro della
vita quotidiana, di tutti i pensieri, di tutte
le speranze, come una vocazione, come una
religione, Il ferro, vale a dire I'Ilva: € dunque
tutta Piombino intorno all'Ilva e per l’Ilva,
che diventa — e resta — il cuore della città,
tantoché sulla sua misura si organizza il pre-
sente c si disegna l'avvenire.

L'ilva non è solo la fabbrica dove si la-
vora ce si prende la paga: è soprattutto un
fatto di casa, un affare di famiglia, di cui si
ragiona con sollecitudine gelosa e con ac-
canita passione. In nessuna casa di Piombino
il lavoro viene lasciato, come si dice, fuor
dell’uscio. Ciascuno se lo porta dentro, af-
fettuosamente, © magari irosamente, a se-
conda dei giorni e delle vicende; ma non può
liberarsene, E ne parla in famiglia, e i ragazzini
stanno a sentire e fan proprio quell'amore c
quel modo di vivere.

Questo, vedete, non si spiega con le
sole ragioni economiche, con la vicinanza
delle miniere, con la facilità dei trasporti.
Forse la spiegazione bisogna andarla a cer-
care nove chilometri più a nord, percorrendo
la bella strada a montagne russe che lega l'un
l’altro i poggi fioriti d'erba primaverile e a
un tratto cala, quasi con una scivolata d’ala,
sulla baia di Baratti. Forse bisogna andare a
cercarla sulla riva di quel dolcissimo mare,
all'ombra di quel bosco selvaggio, fra le
tombe di Populonia, deserte ormai, ma così
stranamente vive, nella splendente luce d’a-
prile.

= so

L'ultima volta che capitai a Piombino era
finita da poco la guerra © se ne vedevano i
segni dovunque, soprattutto sui capannoni
dell'Ilva, ch’erano sfondati e contorti come
rottame da buttar nei forni. Si arrivava al
centro per una lunghissima strada che cor-
reva interminabilmente lungo il muro di
cinta dello stabilimento, rimasto a custodire
le rovine. La città aveva un'aria sbigottita e
triste, e pareva sporca di fumo, come una
Sheffield italiana. La sola cosa ragionevole
che si potesse fare era di scappar via il più
presto possibile.

La Piombino d'oggi è una città in fiore,
Ci si arriva per una strada nuova, ampia €
bellissima, che si alza al punto giusto sul
piano della città per offrirvene uno splendido
panorama e scende poi tuffandosi fra gli ulivi.
Nuovi quartieri residenziali sono sorti lungo
il mare e tra il verde della campagna, e altri
ne stanno sorgendo; e non si tratta di grossi
cubi di cemento, ma di casette allegre, con-
tornate d’alberi e di giardini. Il centro è
pieno d’animazione e vi si riconoscono i
segni di una ritrovata tranquillità e di un
nuovo benessere. Ancora una volta, com'è



sempre stato, la vita della città va di pari
passo con quella dell'Ilva.

Lo stabilimento, rifatto nuovo dopo Ja
guerra, ha continuato poi senza posa ad espan-
dere la propria attività, toccando di anno in
anno sempre nuovi record produttivi. 1 suoi
impianti (che han dato e continuano a dare,
tra l’altro, rotaie a tutta ]a rete ferroviaria
italiana e non solo a quella) sono tuttora
in fase d'ingrandimento e i muratori lavo-
rano spesso a contatto di gomito con gli
operai dell’acciaieria o del laminatoio, È
stato da poco impiantato un nuovo alto-
forno, più grande degli altri due, che infatti
troneggia come un re tra i suoi valletti;
è stata aggiunta un'intera batteria di forni
a coke; si è costruita una nuova ban-
china per lo scarico dei minerali, dotata di
due potentissime gru capaci di vuotare in
poche ore le stive delle navi; si sta ingran-
dendo la centrale elettrica; si è costruita una
nuova stazione di pompaggio dell'acqua ma-
rina con i relativi impianti di depurazione;
sono sorti nuovi impianti sussidiari di distil-
lazione, di depurazione dei gas, c via dicendo;
e naturalmente si è dovuto modificare pro-
fondamente quell'intricata e ciclopica rete di
tubazioni che corre, invisibile, sotto tutto lo
stabilimento. È stato un buon lavoro, che ha
portato la fabbrica ad un grado di efficienza
mai prima raggiunto.

Ma il più deve venire. A nord del vecchio
muro di cinta — che sparirà insieme all'antica
c quasi lugubre strada di accesso alla città
— si sta adesso sbancando un'intera collina,
al ritmo poderoso di 10 mila metri cubi al
giorno, Sull'immensa arca così ottenuta ver-
ranno impiantati una nuova acciaieria e un
nuovo grande laminatoio: e la produzione
annua d'acciaio, ch'è adesso di 600.000 ton-
nellate, salirà a 1.600.000, quasi il triplo.

Questo programma di sviluppo — che si
calcola possa essere realizzato in un paio
d’anni — ha riempito d'euforia tutta Piom-
bino; non soltanto ne vedete il riflesso sui
volti distesi e pronti al sorriso degli operai,
ma ne sentite continuamente l'eco nei discorsi
della gente, per la strada, nei bar, nelle case.
L’ingrandimento dell'Ilva significa più posti
di lavoro, maggior benessere, più diffusa
tranquillità, nuove prospettive d'impiego per
i figli.

La nuova Populonia misura su questo
metro il proprio avvenire e non distacca gli
occhi dal “suo” stabilimento, che adesso è
tutto un cantiere in piena effervescenza, con-
tinuamente percorso da file di enormi auto-
carri che vanno a scaricare in mare la terra
strappata alla collina. E le nuvole di polvere
rossa che ogni tanto lo scirocco solleva dalle
piattaforme di scavo portano in cielo i sogni
degli uomini,

Abbiamo affidato le illustrazioni dello stabilimento di
Piombino alla fantasia «gotica» di Giovanni Thermes,
che ha liberamente interpretato il lavoro degli «uomi-
ni del ferro».



î
È





13



14



Utensili

etrusco-romani

I romani, come noto, furono grandi produt-
torî di ferro, tanto da raggiungere pratica-
mente una totale autarchia ai tempi dell'Impero.

Dapprima usarono le miniere etrusche : Iso-
la d'Elba, Populonia, in quella che più tardi
divenne la zona dell'Ilva, poi vi aggiunsero
le miniere di Spagna e di Gallia.

Numerosissime dovevano essere in Roma le
hotteghe di fabbri, tanto che il poeta Marziale
non poteva dormire “per i calderai che ad
ogni ora picchian giù coi loro martelli".

Catone il Censore, nella sua “* Agricoltura",
loda il ferro per i suoi vari usî, e ci informa
che a Calvi e Minturno si producono le falci,
le pale, le sappe, le scuri; a Venafro i badili,
a Sessa i carri e le trebbie, in Alba i tini,
a Roma gli aratri, a Pompei e a Nola i
frantoi,

Plinio il Vecchio osserva, a proposito del
ferro: “con esso fendiamo la terra, seminiamo
le piante, piantiamo i giardini e potando le
viti ogni anno le facciamo ringiovanire. Di
esso usiumo a fabbricare le case, a tagliare i
sassi, dî esso usiamo in tutti gli altri bisogni",

Come sì vede, vastissimo era l'uso del ferro
nel mondo produttivo, e in particolare nel-
l'agricoltura.

In alta Italia, come noto, vi furono nei
tempi romani grosse «gilde», cioè unioni di
fabbri, specie a Milano, Brescia, Como.

Gli utensili che qui presentiamo, di epoca
romana è di produzione, sicuramente, della zo-
na “etrusca” sono stati tutti trovati nella
sona di Fiesole, è sono tuttora conservati nel
locale museo civico.

_S

na nec entrambi di produx ” ati nella zona di Fiesale, sono in tutto



16

I bilanci
dell’ Ilva
e della

Cornigliano

Presentiamo in queste pagine una sintesi
dei bilanci 1960 dell'Ilva e della Cornigliano.
Quest'anno le assemblee annuali degli azio-
nisti delle due ‘società, svoltesi il 22 marzo
scorso, hanno assunto un significato ed un
rilievo particolari, in relazione alla fusione nel-

qui a fianco: il consumo nazionale d'acciaio, rapprosen-
tato nel grafico dalla linca granata, risulta dalla somma
della produzione nazionale (linea grigia) e dell''impor-
tazione (linea blu) diminuita dell'esportazione (linea
gialla). Il consumo risente inoltre delle variazioni in
più o iu meno delle giacenze (linea arancione). Da
questo grafico xi rileva chiaramente come la produ-
zione e il consumo italiano d'neciaio dal 1953 al
1960 siano più che raddoppiati ed inoltre come l'Italia,
tradizionalmente importatrice di prodotti siderurgici,
abbia «viluppato in modo notevolissimo le proprie cor-
renti di esportazione, superando in alcuni anni (1956,
1957 © 1958) le stesse importazioni.



nella pagina a fianco: l'andamento del fatturato del.
PIlva (in alto) e della Cornigliano (in basso). Nel
1960 entrambe le società hanno raggiunto la quota
massima annoale di fatturato.

CONSUMO NAZIONALE D'ACCIAIO

in miglinia di tonn.

lItalsider. Entrambe le relazioni dei consigli
di amministrazione accennano ai motivi di
tale fusione, ma per una più ampia infor-
mazione su questo argomento rimandiamo
i nostri lettori all'articolo di fondo che apre
questo stesso numero della Rivista; in esso
è sintetizzato il contenuto delle successive
assemblee straordinarie dell’ liva e della Cor-
nigliano del 27 aprile, nelle quali la fusione
è stata approvata dagli azionisti,

Il 22 marzo, gli azionisti dell'Ilva e della
Comigliano hanno deliberato l'aumento dei
rispettivi capitali sociali. Sui motivi di que-
sto aumento, necessario ali fini della fusione,
rimandiamo ancora all'articolo di fondo.

ILVA

L'assemblea degli azionisti dell’Ilva, pre-
sieduta dal presidente della società, ingegner
Guido Vignuzzi, dopo aver approvato le
relazioni presentate dal consiglio d’ammi-
nistrazione e dal collegio sindacale, ha sta-
bilito la distribuzione di un dividendo di
lire 28 perle azioni da lire 400, con godimento
1/1/1960, e di lire 13,30 per ogni azione da

1953

1954

1955



3.500






1956 1957 1958

lire 400 di emissione 1960 Miberate con formula
di rateazione. Tale dividendo equivale ‘al 7%
del capitale versato.

In sede straordinaria l'assemblea ha deli-
berato di aumentare il capitale sociale. da
66 miliardi di lire a 72 miliardi e 6oo milioni,
mediante il prelevamento di 6 miliardi e 600
milioni di lire dalle riserve straordinarie; di
effettuare tale aumento mediante l'emissione
di n. 16.500.000 nuove azioni del valore no-
minale di lire 400 ciascuna, con godimento
1/1/1961, da ‘assegnare. gratuitamente agli
azionisti in ragione di un'azione puova per
ogni dieci azioni vecchie possedute, contro
versamento di lire so per azione a titolo di
rimborso spese; di aumentare correlativa-
mente la riserva statutaria prelevando dalle
riserve straordinarie 347.368.421 lire.

Dalla relazione del consiglio d'amministra-
zione sì rileva che nel 1960 l'Ilva ha raggiunto
punte massime in tutti i principali settori
produttivi: tonnellate 1.189.000 di coke me-
tallurgico, tonn. 1.541:000 di ghisa, tonn.
1.701.000 di acciaio e tonn. 1.228.000 di la-
minati a caldo.

Le consegne al mercato nazionale hanno
raggiunto 302.000 tonnellate di ghisa (nel 1959:

1959 1960

9.0 go Consumo
interno

7,229 produzione

importazione



bilancio
giacenze

esportazione





tonn. 269.000), oltre 230.0 tonnellate di
lingotti e sen mati, più del doppio cioè
rispetto al 1959, © tonn. 927.000 di lami.

nati, 90.000 ronnellate in più del 19so,
O. Ù )

Anche le vendite ai mercati esteri hanno
avuto. un andamento favorevole,
Soddisfacente è stato il ritmo delle produ

zioni e delle spedizioni anche nel settore dei

prodotti di seconda lavorazione.

La relazione conduce poi un'approfondita
analisi della situazione e delle prospettive

dell'industria siderurgica mondiale

Nel

male si è

1960 il mercato siderurgico internazio

mantenuto attivo € sempre. sott



l'impulso di una favorevole congiuntura cco-

nomica. Anche per l’anno in corso il ritmi
nella produzione industriale e il livello not
male delle scorte fanno prevedere un buon
andamento,

In Italia gli impianti siderurgici ‘hanno la
vorato al massimo della loro capacità, totaliz-
zando punte massime annuali di produzione:
2.683.000 tonnellate di whisa, 8,229.000 d'ac-
ciato © 6.64 di laminati a caldo. Per far
fronte all’accentuata richiesta è
sario ricorrere in larga misura all'importazione
(soprattutto di lingotti e semilavorati), che
ha raggiunto 2.411,000 tonnellate. Anche le
esportazioni, essenzialmente di prodotti finiti,



stato necces-

hanno comunque segnato un ragguardevole
1.150.000. nel

aumento, passando da tonn.
>» nel 1960.

1969 2 tonn, 1.483,



La pronta capacità di adeguamento produt-
tivo degli impianti nazionali all'aumento della
domanda di prodotti finiti ba fatto sì che non
si verificassero oscillazioni di rilievo
quotazioni. Notevole è stata l'espansione del
consumo interno d’acciaiò che ha superato i
9g milioni di tonnellate contro 7.136.
nellate nel

relle





consumo d'acciaio per

1959. Il
abitante, che era di kg 134 nel 1958 edi kg
140 nel 1969, è salito nel 1960 a 183 kg; il
progresso è sensibile, per quanto il consumo
italiano sia ancora lontano da quello degli
altrì paesi maggiormente industrializzati.

In previsione dell'ulteriore aumento del
consumo. d'acciaio, l'esercizio 1960 dell'Ilva
è stato contraddistinto da una molto intensa
attività per il potenziamento degli impianti.
Nel 1960 è stato in gran parte ultimato il
programma cdi investimenti impostato tra il
1957. Si è iniziata contempora-



19%56 ed il

1953 1954 1955



5.821.7 23.223,9 52.480,3

FATTURATO CORNIGLIANO

in milioni di lire

1953 1954

FATTURATO ILVA

in milioni di lire

neamente la realizzazione dei
mi che, oltré ad ottenere
specializzazione, tendono a conferire, parti
colarmente agli stabilimenti che l'Ilva ha sul
mare, un aspetto produttivo adeguato a quella

muovi program

una più spinta

che, alla luce della tecnica moderna; è la dimen
sione ottima degli impianti a ciclo completo,

I principali impianti entrati in esercizio nel
1960 sono: la quarta batteria di forni a coke,
il quarto grande altoforno, il quinto conver-
titore Thomas c il nuovo treno blooming a
Bagnoli; la terza batteria di forni a coke e
il terzo altoforno a Piombino.

Il 9 luglio dello scorso anno è stata posta
la prima pietra del nuovo centro siderurgico
Taranto.

a ciclo integrale di Sono già in

1
Ì
avanzato stadio i lavori per la costruzione

1955

118.675



1956 1957 1958 1959 1960

della tubi saldati che entrerà

in funzione entro il 1961 c che, in attesa del
completar

fabbrica per



ento dei



i impianti siderurgici, po-



trà marciare in maniera autonoma

Per quanto riguarda programmi futuri,
è previsto per l'impianto di Bagnoli il rag-
giuncimento 1965 di una
capacità produttiva di 1.sc 10 tonnellate
di ghisa 1.650.000 tonnellate di acciaio

in gran parte con processo “LD” che
verrà trasformato nei vari tipi di profilati ed
im mastri SIretti.

Per la stessa cpoca lo stabilimento di Piom-
bino sarà in grado di produrre 1.165.000
tonnellate di ghisa e 1.130.000 tonn. di ac-
ciaio in parte notevole “LD” — con spe-
cializzazione nei semiprodotti e nei profilati.

entro. 1]



e di





1959 1960



82.646,9 114,521,5

4

PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E ILVA
in migliaia di tonn.

4.701 16
. 3.460 dA

3412



1953 1959 1960

2.683

1954 1955 1956 1957 1958

2.098






1873 2.072 2,060)

1.541
1.073 1.085 1.167



783 973
1955 1956

bb 670

1954 1959 1960

8.229

1953

1957 1958





acciaio
1.598 14160 1,446 1.701
1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960
6,645
laminati
a calo



1.228

928 1,025 1.140 927 1,054

604 161

1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960

Nei grafici pubblicati in questa pagina e in quella accanto le produzioni
siderurgiche nazionali sono raffrontate rispettivamente con quelle dell'Ilva
e della Cornigliano.

Italia

Ia

Italia

Ilva



Iva

Italia

A Trieste è previsto il raggiungimento di
una capacità produttiva di whisa di oltre
sco.000 tonnellate, la cui utilizzazione è at-
tualmente in fase avanzata di studio.

Il nuovo Quarto Centro Siderurgico di
‘Taranto sarà in grado — entro il 1965 —
di produrre 1.800.000 tonnellate di ghisa e
2.000,000. di tonnellate di acciaio — tutto
SL? che verrà trasformato in laminati
piani a caldo e in tubi saldati.

Questo impianto, che già nella sua confi-
gurazione iniziale avrà dimensioni tra le mag-
giori in Europa, ha la possibilità di notevoli
ulteriori espansioni, costituendo così un fat-
tore determinante dello sviluppo della side-
rurgia nazionale e dell'industrializzazione delle
zone meridionali.

CORNIGLIANO

Gli azionisti della Cornigliano, riuniti in
assemblea sotto la presidenza del cav. del
lav. dr. Antonio Ernesto Rossi, presidente
della società, dopo aver approvato il bilan-
cio. chiuso al 31 dicembre 1960, hanno sta-
bilito un dividendo di lire 70 per azione
da ‘assegnarsi ai so milioni di azioni, del
valore nominale di lire 1.000 cadauna, costi-
tuenti l'intero capitale sociale. Il dividendo
equivale al 7% del capitale versato.

In sede straordinaria l'assemblea ha deli-
berato di aumentare il capitale sociale da
lire so miliardi a lire 70 miliardi mediante
l'emissione di n. 20 milioni di nuove azioni
del valore nominale di lire 1.000, godimento
1 gennaio 1961, da offrire in opzione agli
azionisti al prezzo di lire 1.150, in ragione di
due azioni muove ogni cinque azioni vecchie
possedute,

L'esercizio 1960 della Cornigliano è stato
caratterizzato dall'aumento della produzione
in tutti i settori e dall'inizio dei lavori di
ampliamento degli impianti, comunemente
noti come “raddoppio” dello stabilimento
“Oscar Sinigaglia”.

Il ragguardevole aumento delle produzioni
è dovuto in massima parte ai lavori di impianti
effettuati nel 1959. Sono state prodotte:
{67.000 tonnellate di coke, 710.000 di ghisa,
1.366.000 d'acciaio, 1.325.000 di laminati a
caldo e 458.cc0 di laminati a freddo.

Nei confronti del 1959 sono aumentate del
34% la produzione d'acciaio, del 64%, quella
dei laminati a caldo e del 26% quella dei
laminati a freddo. Le produzioni di latta
elettrolitica, di latta ad immersione e di zin-
cati sono rispettivamente aumentate del 30%
del 24% c del 23%.

L'apporto alle produzioni complessive na-
zionali è stato del 15% per il coke, del 26%
per la ghisa, del 17% per l'acciaio, del 50%
per i laminati piani a caldo e del 41%, per i
laminati piani a freddo.

Il buon andamento del mercato ha permes-
so buoni realizzi e l'acquisizione di un carico
d'ordini superiore alla media dell’anno pre-
cedente.

Le consegne di prodotti finiti al mercato

nazionale sono ‘state di tonnellate 1.083.000
(nel 1959: tonnellate 743.000) è quelle ai
mercati esteri di tonnellate 179.000 (nel 1959:
tonnellate 149.000).

Durante l'esercizio 1960 sono stati in parte
condotti a termine ed in parte iniziati | prin-
cipali lavori previsti dai programmi di am
pliamento e di potenziamento già approvati
cd è stato dato il via si grandi lavori per
l'ampliamento dello stabilimento.

Fra i lavori più importanti si segnalano:
l’inizio del riempimento per ricavare dal mare
la vasta arca necessaria al potenziamento pro-
duttivo; l’inizio della costruzione di due nuove
batterie di forni a coke, di un terzo grande
altoforno e di due impiariti per la produzione
di ossigeno. E proseguito l'adeguamento dei
servizi all'aumentata capacità produttiva dei
treni di laminazione a caldo.

Anche la progettata nuova banchina di
accosto dello stabilimento, che consentirà
l’attracco di navi fino a 6a.v00 tonnellate di
portata lorda, è in corso di costruzione.

Quando l'ampliamento sarà terminato, €
cioè alla fine del 1963, la capacità produttiva
annua sarà di 1.550.000 tonnellate di shisa c
di 2 milioni di tonnellate d’acciaiò. .1 nuovi
impianti sono stati studiati tenendo conto
delle più aggiornate tendenze tecnologiche
verso sempre maggiori specializzazioni,



La produzione dello stabilimento sarà esclu-
sivamente quella di laminati piani a caldo e
di prodotti piani rivestiti, stagnati 0 zincati.

La relazione del consiglio di amministra-
zione, soffermandosi ad analizzare la situa-
zione dell'industria siderurgica mondiale, met-
te in risalto la tendenza in atto da parecchi
anni verso una sempre più ampia utilizza-
zione dei laminati piani. Tale tendenza ha
indotto la siderurgia di tutti i paesi ad ac-
celerare l'attuazione dei programmi di po-
tenziamento in questo particolare settore,
soprattutto nel campo delle lamiere sottili
a freddo.

In Italia la produzione di laminati piani
ha raggiunto lo scorso anno 2.675.000 ton-
nellate.. Rispetto al 1959 l'aumento è stato
del 39%, quasi il doppio della percentuale
d'incremento. degli altri laminati, che è sta-
ta cdlel 21%.

I prodotti piani hanno costituito il 40%
del gettito complessivo di laminati contro il
37% nel 1959 ed il 24% nel 1952.

Nel 1960, nonostante il lusinghiero anda-
mento delle produzioni, per soddisfare la ri-
chiesta del mercato nazionale, è stato. neces-
sario importare un quantitativo di laminati
piani superiore del 42% a quello dell’anno
precedente; in totale tonn. 949.000 che, rag-
suagliate ad acciaio grezzo, hanno raggiunto
quasi il 50%, delle importazioni italiane d’ac-
ciaio. Anche le esportazioni hanno, registrato
un aumento, essendo passate da tonn. 270,000
nel 1959 a tonn. 393.000 nel 1960. Il note-
vole aumento conferma la tendenza ad un
sempre maggiore assorbimento del prodotto,
naturale conseguenza della progressiva in-
dustrializzazione del nostro Paese e del ge-
nerale aumento della capacità d'acquisto,

PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E CORNIGLIANO

in miglinin di tonn.

metallurgico

Do nai

HI Corvigliano

Nel 1960 la produzione complessiva delle due aziende nei confronti di
quella nazionale è stata del 48%) per il coke, dell'84%, per la ghisa,
del 37%, per l'acciaio © del 38%, per i laminati a caldo.







zo















ILVA

STATO PATRIMONIALE DEL BILANCIO 1960

in milioni di lire

ATTIVO 31/12) 31/12/59

impianti 166,438 151.629

magazzini 38,513 37.137

crediti 08.332 37.262
273.283 226.028

PASSIVO E CAPITALE

fondi ed accantonamenti vari 106.521 107,170

debiti 95.869 71.526

utile netto 4.893 3.332
273.283 226.028
=== i

CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire























utili industriali e rendite diverse” 21.667
oneri generali:
spese generali amministrative 2.691
interessi, sconti ed accessori 3.174
imposte e tasse 2.659
ammortamenti 8.250)
. 2 16.774
utile netto 4.893
CORNIGLIANO
STATO PATRIMONIALE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire
ATTIVO 31/12/60 31/12/59
impianti 157.358 144.460
magazzini È 35.424 31.689
crediti ì 24.203 31.606
210.985 207.755
PASSIVO E CAPITALE
capitale sociale 50.000 50.000
fondi ed accantonamenti vari 40.233 28.053
debiti _ 123.040 126.021
utile netto 3.712 3.681
216.985 207.755









CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire

utili industriali e rendite diverse 25.289
oneri generali:
spese generali amministrative 932
interessi, sconti ed accessori 0.434
imposte e tasse 2.672
ammortamenti 11.539
21.577
utile netto 3.712





L’ eclissi

Gli uomini hanno violato i mitici confini del
cielo, hanno svelato il mistero dell'altra faccia
della luna, hanno lanciato macchine meravi-
gliase verso il sole.

Eppure, quando la luna è passata il 15 feb-
braio scorso davanti al sole, e per qualche
secondo la terra è improvvisamente piombata
nell'oscurità, gli uomini hanno avuto un attimo
di sgomento, un residuo, forse, di quell’ ance-
strale terrore delle tenebre che per millenni
dovette incombere sui nostri più antichi pro-
genitori.

Ma intanto gli astronomi puntavano î loro
strumenti, preoccupati soltanto di fermare l'at-
timo fuggente di un'eccezionale eclissi totale
del sole, un avvenimento celeste cui in Italia
non si assisteva da altre cent'anni, dall'8 lu-
glio 1842, per la precisione, e che non si ri-
peterà prima del 3 settembre dell'anno 2081.

Le fotografie che pubblichiamo nella pagina
accanto sono tra le migliori ottenute în Italia
durante il fenomeno. La foto a colori, parti-
colarmente riuscita, è stata eseguita nella zona
di Loano, durante la fase di totalità dell'eclissî,
da Edoardo e Pierluigi Chierici, con telescopio
“Questar” e apparecchio Exakon 24x30 (lun-
ghezza focale 1600 mm. — diaframma 1} —
tempo di posa 1/2 secondo — pellicola Kodak
Ektachrome “high speed" 24° DIN).

Si possono osservare nettamente alcune pro-
tuberanze solari in atto durante l’eclissi: la
maggiore a sinistra în alto e altre minori in
basso e a destra, Tali protuberanze sono enormi
fiammate che si sprigionano dal sole, formate per
la maggior parte da idrogeno incandescente. Esse
hanno origine dalle continue apocalittiche esplo-
sioni che avvengono nel sole. Per questa ragione
mutano continuamente di dimensioni e d'aspetto,
Possono raggiungere altezze superiori ai 700-
too mila chilometri. La maggiore delle pro-
tuberanze a sinistra nella foto, ha un'altezza
valutabile a circa 300-400 mila chilometri, pari
alla distanza tra la terra e la luna.

La corona solare, per ragioni di carattere
fotografico, appare di colore tendente al giallo
oro. In altre foto, prese da aerei, a città 4.000
metri d'altezza, la corona risulta invece di co-
lore bianco argenteo, come appariva alla vista
da terra,

La foto în bianco e nero eseguita dall'as-
sociazione astrofili “Urania” di Genova dal
terrazzo del locale museo di Storia Naturale,
sul piano focale di un telescopio rifrattore di
156 mm. di diametro (tempo di posa 1 secondo,
pellicola 6x0, 14° DIN) è stata scattata un
attimo dopo la fase di totalità. Le protube-
ranze in basso sono già coperte dal disco lu-
nare. La conoscenza dell'esatto momento in cui
è stata presa la fotografia ha consentito di
misurarne con grande esattezza le dimensioni.



22

Strade
sopraelevate
d'acciaio

Siamo ad un incrocio qualsiasi, al centro
di una qualsiasi grande città italiana, È mez
zogiorno, l'ora in cui orde fameliche di. cit
tadini interrompono il lavoro, disposti a tutto
pur di raggiungere al più presto la casa © il
ristorante a prezzo fisso. Le strade che
intersecano all'incrocio sono sremite di auto
mobili, autofurgoni, motorette, Lungo i mar
ciapicdi, davanti alle zone zebrate, i pedoni
si accalcano impazienti. La città si divide, nelle
ore di punta, in due fazioni avverse: il partito
del rosso e il partito del verde, Ma ognuno
cambia partito con la stessa rapidità con cui

il semaforo passa dall’ “alt” al “via libera”.
E una battagi

scambiano incessantemente le parti.

assurda tra nemici che si





Fuori di metafora, per poter passare agli
incroci, tutta questa pente non ha che un
sistema: servirsi dell
in un senso, poi nell'altro, seguendo il ritmi
scandito dal
momento della giornata, in altre parole, quelle

c strade a turno, prima



vigile o dal semaforo. In ogni



strade vengono utilizzate solo per da ave



traffico. E dunque come se fossero larghe la é

metà, per cui su di esse può transitare effet
tivamente solo la metà dei veicoli che po
trebbero percorrerle.







Hu
as

Questa è la ragione principale degli ingor-
ghi, delle code sterminate di macchine, delle



numerevoli difficoltà che presenta il traf-



fico nelle grandi c
Il grave probl



preoccupa vivamente
amministratori pubblici, urbanisti, tecnici del-
studiano i sistemi
per risolverlo. Pur facendo le debite propor-

la viabilità che non da og



zioni, si tratta dello stesso problema che si

presentò, poco meno di cento anni orsono,



a) nostri nonni quando st rese necessario tro»
vare una soluzione pratica agli attraversamenti

urbani delle ferrovie e (all’estero) delle tram-

VIC VELOCI, O metropolitane.

Con una decisione e una spregiudicatezza
che orgi ci stupiscono, ì nostri nonni trova-
rono e applicarono senza indugi le due uniche
soluzioni possibili: viadotti ferroviari soprae-

evani o sotto il livello stradale. Molti di tali



viadotti sono ancora in funzi

Anche per risolvere i problemi dell’intenso
traffico delle città moderne si è ricorsi su
larca scala all'impiego di strade a traffico

sopraclevate, E questa una soluzione





che è stata adottata con piena soddisfazione



cià da una quaranti:




ta d'anni in molte perandi
città degli Stati Uniti d'America e, in epoca

piu recente, anche in Germania, in Inghil



terra, in Belzio e in alt

comincia appena ad



ì paesi (in Italia si
Csso a parlarne, come per
il progetto della sopraelevata che, correndo

lungo la zona portuale d



foce del Bisagno

i Sampierdare dovrebbe contribuire a ri-



1a,

solvere i problemi del traffico di Genova).
Buona |

realizzata in acciaio. Sono opere di grandiosa

Mirte cli tali sopraclevate è stata

imponenza © bellezza, degne di figurare tra
le “sette meraviglie” dei tempi moderni.

A chi osservi dall'alto le grandi città ame-
ricane, come New York, San Francisco,
Seattle, Boston, Oakland, Cincinnati, Jersey
City, Houston, le “highways" appaiono come
sinuost nastri che corrono sospesi sopra i
fabbricati. Estremamente suggestivi sono i



punti di incontro e di allacciamento di più
strade sopraclevare, In questi punti si sovrap-
pongono, si intersecano, si fondono fino ad
tto ed anche dieci strade a doppia, tripla,

quadrupla corsia, in un armonioso gioco di

ci
curve, di salite e discese, come in un gigan-
tesco otto volante,

L'acciaio, specialmente nelle più recenti



,
praclevate, nelle quali tta sentire l'evo-

uzione tecnica subita dalle costruzioni metal



liche nell'ultimo decennio, appare come un

materiale capace di offrire all'uomo soluzioni



architettoniche di insospettata clee a c leg-

» che È servito a creare le

Le grandi strade sopraclevate per il traffico veloce co-
struite in America, sovente in strutture d'acciaio,
hanno mepetti nssai sirggestivi. Per imponenza e bel-
lezza csse sono degne di figurare tra le asette mera-
vigliem dei tempi moderni. Nella foto una impressio»
nante veduta aerea di un punto di incontro di varie
strade sopraelevate a Oakland, in California.





Qui siamo sotto la (Gownnus Expressway, una
delle più inte
veloci sopraelevate di New York. È costruita

ressanti arterie della rete di strade



interamente in acciaio, Si noti la snellezza dei

sostegni ad arco,





strutture vagamente “liberty” di una delle
più vecchie sopraelevate di New York, nella
zona del Grand Central Terminal, in funzio
ne dal 1919, è servito anche a realizzare
l'aereo disegno della Gowanus Expressway,
sempre a New York, e delle eleganti so-
praclevate di San Francisco.

Il largo impiego dell'acciaio in questo tipo
di costruzioni è dovuto a molti fattori positivi,
Innanzitutto, la rapidità di esecuzione conse-
guente alla possibilità di programmare paral
lelamente, con un alto grado di precisione, le
varie opere da eseguire in cantiere c in of

cina, al peso limitato delle strutture; al ridotto



impiego di attrezzature per puntellamenti ecc,

Le strutture d'acciaio offrono poi un mi-
nore intralcio al traffico. urbano durante. le
operazioni di montaggio, per la ridotta quan-
tità di materiali da trasportare in cantiere,
c per la possibilità di un immediato montaggio
con l’impiego di semplici autogru mobili,

La prefabbricazione in officina consente
inoltre una programmazione quasi del tutto
indipendente dalle condizioni atmosferiche.

Atro vantaggio, offerto dall’ acciaio, e
particolarmente importante per una strada
sopraclevata urbana, è la possibilità di smon-
tare facilmente le strutture e quindi di appor-
tare all’arteria modifiche anche sostanziali.
Recentemente, nello stato di New York, è
stata completamente smontata. una grande
arteria sopraclevata in acciaio per dar posto
ad una nuova strada, sempre in acciaio,
sulla quale è stata rimontata quella preesi
stente, Ottenendò così una nuova Ajgbmey a
carregguare SOVrapyr Iste.

Un ulteriore vantaggio delle strutture d’ac-
ciaio è rappresentato dal ridotto spazio oc-
cupato dai piloni di sostegno, senza contare
la possibilità di eliminare qualche sostegno
intermedio qualora mutate esigenze del traf
tico sottostante lo esipano: in tal caso sarà
facile smontare le campate interessate € sosti
tuirle con nuove travate di luci maggiori.

Chi teme poi che le sopraelevate in ac-
ciaio siano più rumorose, confonde questo
tipo di arterie con i viadotti ferroviari, dove
il rumore è dato dal contatto tra rotaie e
ruote metalliche. In realtà, non vi è alcuna
differenza, dal punto di vista del rumore,
tra ‘strade in acciaio © strade in materiali
tradizionali, data la presenza di uno strato
di asfalto costituente la pavimentazione e di
una sottostante soletta in conglomerato ce-
mentizio,

Anche in Europa, come s'è detto, non man-
cano esempi di sopraclevate. Ve ne sono a
Londra, ad Amburgo, a Bruxelles. Dal punto
di vista architettonico, tuttavia, le highways
americane appaiono meglio risolte, più ar-
monicamente inserite nel panorama delle cit-
tà, Certamente, le metropoli americane offro-
no problemì diversi da quelli delle vecchie
città europee, Ma le esigenze del traflico im-
pongono una soluzione non ulteriormente
differibile. Spetta ai nostri architetti il compito
li inserire, nel modo più discreto, in una
secolare tradizione architettonica le strutture
da fantascienza delle sopraelevate.



qui sopra: un aspetto di una delle più vecchie sopraelevate americane
costrolte in acciaio, Essa è in servizio a New York dal 1919. A New
York esiste una fittissima rete di strade per il traflico veloce, circa una
trentina, Per la maggior parte esse sono sopraelevate. Molti tratti di tale
rete sono stati realizzati in strutture d' acciaio.

in alto: veduta panoramica della Central Frecway di San Francisco, nel
punto di collegamento con il ponte sospeso sulla Oakland Bay. A destra
nella foto, un tratto di sopraclevata corre lungo la zona portuale.



26



Un'altra veduta della Gowanue Expressway di New York. La sede
stradale soprarlevata corre perfettamente orizzontale, senza seguire i di
slivelli del terreno sottostante. Per questo gli archi di sostegno sono di
differente altezza nei vari punti. Qui l'arteria corre a pochi metri dal
suolo, pur con sostegni di minimo ingombro.



27



Trascrizione di un conto dei salari di 12 mesi versati al personale del Tempio di Nippur (Babilonia). Questa tabella «i trova su una
tavoletta d'argilla rinvenuta a Nippur durante gli seavi condotti a cura dell'Università di Pennsylvania, che rimisero alla luce gli archivi del
Tempio, Circa 20.000 di tali tavolette vennero trovate nella posizione in cui le lasciò il crollo degli edifici. Questo conto risale al 1300 prima
di Cristo, nel periodo in cui su Babilonia regnava re Nazi. Maruttash, della dinastia Cassitica. Per la prima volta in questa tabella, i dati
comprione incolonnati secondo il sistema della «doppia entrata» come nelle tabelle di oggi, con una voce per ogni colonna verticale e un’ ulteriore
distinzione attuata in senso orizzontale, Le prime sei colonne presentano i pagamenti relativi ai primi sei mesi. Nella settima colonna è segnato
il totale del primo semestre. Seguono altre sei colonne con i pagamenti del secondo semestre. una con il totale relativo e un'altra con il totale
generale. Vi sono infine due colonne contenenti dati non numerici. In una, intitolata «a-wi-lu-tum» (uomini) sono specificati il sesso o l'età
0 fa relazione di parentela del percepiente con il capofamiglia, Nell'ultima colonna sono segnati i nomi di tmiti gli stipendiati con le rispettive
cariche: in totale 46 persone, di cui 3 «deceduti» e 5 «fuggiaschi». Fiaurano anche aleuni dipendenti «in missione ».

I bilanci

nell’ antichità

Il giorno in cui fu scoperta la chiave della scrittura cuneiforme,
e Î piccoli segni fitti come fili d'erba e acuminati come punte di frec-
ce cominciarono a parlare, raccontando l'affascinante storia di po-
poli vissuti migliaia d'anni fa in quella Mesopotamia che oggi è una
terra povera e desolata, e allora invece era il fertile cuore del mondo
c aveva cresciuto nel suo caldo grembo i primi meravigliosi semi
della civiltà umana; quel giorno, dicevo, non soltanto gli archeologi
e i filologi, ma anche gli economisti e gli storici della ragioneria eb-
bero il loro momento di felicità. Perché i remotissimi documenti ve-
nuti in luce tra le rovine delle città sumeriche, assire, babilonesi, nei
palazzi dei re e nei recinti dei templi, non contenevano solo testi poe-
tici 0 giuridici, ma anche, ec in misura preponderante, clenchi di mer-
ci comprate o vendute, di imposte riscosse, di debiti contratti, di
terreni dati in affitto; erano cioè pagine di un immenso libro conta-
bile, riaffiorato prodigiosamente dal vertiginoso abisso dei millenni,
Decifrare e riordinare queste pagine fu impresa alla quale gli studiosi
si dedicarono con comprensibile entusiasmo. Alla fine, Pumanità
stupefatta ebbe sotto gli occhi i bilanci delle più antiche aziende agri-
cole e commerciali della storia,



Quello riprodotto qui sopra è uno dei più bei « quipou» incaici conservati al Musco dell'Uomo di Parigi, Gli Incas
del Perù non conoscevano la scrittura, ima tenevano aggiornatissime registrazioni contabili per mezzo di cor-
dicelle variamente annodate e colorate, allacciate ad una corda principale. Il « quipou» della foto registra i
conti delle entrate e delle spese rimessi al tesoro centrale dai governatori periferici. Le condicelle gialle rap-
presentano l'oro, le hianche l'argento, le verdi il grano e quelle rosse i soldati. 1 nodi semplici designano

le decine, i doppi le centinaia e i tripli le migliaia.





a destra: una tavoletta di argilla di Uruk del IV millennio prima di Cristo con registrazioni
contabili relative, secondo le più antorevoti ioni, all'assegnazione di he.
stiame ai pastori, oppure al riscontro di quello già in consegna, alla fine di un
certo periodo amministrativo, La tavoletta è mostrata nelle due facce e di profilo
in quanto le partite del conto, diviso in colonne e caselle, proseguono sull'orlo e
si concludono sul verso con il totale, che è accompagnato dagli ideogrammi del bue
e della mucca, oggetto del conto. La tavoletta reca anche nomi di persone, proba-
hilmente pastori interessati.







‘130

I testi più antichi sono quelli trovati a Uruk (la Frech della Bibbia,
la moderna Warka); risalgono a quasi seimila anni fa, cioè al periodo
in cui i Sumeri inventarono, primi nel mondo, la scrittura; e (qui
sta il vero trionfo degli economisti e dei ragionieri) dimostrano in
modo inconfutabile che la «scrittura non fu inventata per esprimere
idee 0 sentimenti, né per raccontare le imprese dei re, ma semplice-
mente per poter tenere in ordine i conti: per non dimenticare di quante
pecore è composto il gregge o quanti sacchi di grano sono stati affi-
dati alla nave che, scendendo lungo il corso del Tigri o dell'Eufrate,
li porterà a vendere nelle città lontane.

Se i Sumeri avessero usato, per le loro scritture, un materiale de-
teriorabile come le foglie di papiro 0 la pergamena, ben difficilmente
i loro bilanci sarebbero arrivati fino a noi; per fortuna usarono invece
l'argilla, sagomandola in piccole tavolette e imprimendovi poi quei
loro strani segni fitti e acuminati con la punta di una cannuccia tagliata
a zufolo. Una volta cotta, l'argilla diventa eterna: ecco perché oggi
sappiamo tante cose sull'attività degli agricoltori caldei, sui commerci
dei sacerdoti di Ur, sulle aziende bancarie fondate a Babilonia dagli
ebrei deportati da Nabucodonosor. Tutto il quadro di un'economia
florida e complessa è vivo davanti ai nostri occhi grazie a quelle pic-
cole ravole di terracotta che gli scavi ci hanno restituito intatte, come
se l'acqua e il vento e la sabbia dei secoli non fossero passati su di
loro, come se sulla reggia di Mari il sole fosse appena tramontato,
come se la nave carica di grano fosse ancora in viaggio verso il mer-
cato di Ur, lungo il gran fiume del Diluvio.

Se volete farvi un'idea delle dimensioni e dello spessore delle pre-
ziose tavolette, pensate alle gallette di pan biscotto che tutti, qual-
che volta, abbiamo rosicchiato durante le marce militari. Quanto al
loro contenuto, esso è semplicissimo negli esemplari più antichi: la
figura, o il simbolo, di un bue, e accanto un numero, ecco la consi-
stenza della mandria; un lingotto di metallo, e accanto un altro nu-
mero, ccco l'entità di una partita di rame comprata 0 venduta. Ma
con l’affinarsi della scrittura e con l'evolversi dell'economia, ai sempli-
ci elenchi primitivi subentra una contabilità più complessa. Le tavo-
lette appaiono divise in quattro 0 cinque colonne, ciascuna per un
diverso capitolo di entrate o di spese: sul retro sono scritti i totali,
che talvolta riassumono l’attività di un mese, talvolta di un anno in-
tero. A Lagash vennero trovati dei conti di esercizio dei campi che
comprendevano il ricavo, 0 reddito lordo, il costo e, a fianco, il red-
dito netto; e questo, come vedete, è già un bilancio vero e proprio.
Qualche secolo dopo (ma siamo ancora al 2300 a.C.) compaiono sulle
tavolette — diventate più grandi e più regolari rispetto a quelle di
Uruk — gli elementi del conto moderno: il saldo del periodo prece-
dente, la serie di partite positive, la serie di partite negative e il saldo
finale, la rimanenza che si aggiunge a queste ultime facendo “bilanciare”
il conto. È il sistema che ritroveremo nei libri contabili dei commer-
cianti e dei banchieri senesi, fiorentini, veneziani del Medioevo, e da
cui deriverà la contabilità moderna.

Va aggiunto che con il loro sistema numerico (decimale-sessa-
gesimale) gli antichi abitatori della Mesopotamia arrivarono a cifre
di straordinaria grandezza. Un testo cunciforme trovato a Kujund-

‘shik riporta il numero 195.955.200.000.000. Il che fa una certa im-

pressione se si pensa che il concetto di milione si è fatto strada in
Occidente solo nel secolo XIX.

La contabilità degli egizi era molto atfine a quella sumero-babi-
lonese. Di quella greca ci sono rimaste pochissime testimonianze (i

contì dei grandi santuari, perché venivano incisi addirittura su tavole
di marmo); nessuna, se non indiretta, di quella romana, ch'era affidata

a tavolette di legno spalmate di cera, nessuna delle quali — salvo
hissimi esemplari semicarbonizzati a Pompei — ha resistito al-
'assalto del tempo,

Conosciamo invece piuttosto bene i conti dei commercianti e
degli artigiani del primo Medioevo. Ma sono conti molto semplici,
proporzionati alle limitate dimensioni delle aziende e al volume re-
lativamente modesto «degli affari.

È nel secolo XII che il piccolo mondo economico dei Comuni
improvvisamente si dilata. E, col graduale passaggio delle aziende
dalla fase artigianale a quella capitalistica, si sviluppa anche la tecnica
della contabilità, che raggiungerà la sua perfezione durante il Rinasci-

mento, Nei registri privati dei Bardi, dei Peruzzi, dei Barbarigo, come
nei libri della Biccherna senese e nei “cartulari” del Comune di Ge-
nova, compaiono via via la “partita doppia", la contabilità dei co-
sti, l'inventario e il bilancio, il rendiconto, il preventivo, cioè tutti
gli elementi basilari della contabilità attuale. 11 mondo moderno è nato.

Proprio nel secolo XII, in un paese lontano e sconosciuto, il Perù,
fa la sua prima apparizione un curiosissimo strumento che tiene il
posto del nostro registro contabile e che — incredibile a dirsi — lo
eguaglia in utilità. Questo strumento è il “quipou” (di cui vi diamo alle
pagine 28 e 29 un saggio fotografico): è composto di un cordone princi-
pale a due capi, dal quale pendono una cinquantina, è più, di funicelle
divise in vari gruppi. Ad ogni funicella è assicurato un certo
numero di fili ausiliati. Le funicelle sono variamente colorate, e ogni
colore rappresenta un argomento, un capitolo a sé: il giallo, per esem-
pio, indica l'oro, il bianco l'argento, il nero il tempo, il rosso l’eser-
cito, e così via. Su ciascuna cordicella vengono fatti dei nodi: i nodi
semplici rappresentano le decine, î doppi le centinaia e i tripli le
migliaia. In questo modo è possibile eseguire anche i conteggi più
complessi e tenere continuamente aggiornate le statistiche.

I peruviani del periodo incaico non conoscevano la scrittura; era
dunque necessario per loro valersi d’uno strumento che surrogasse }
numeri e i bilanci scritti. Tanto più era necessario, in quanto la strut-
tura del loro Stato era, come oggi diremmo, socialistica (non esisteva
proprietà privata: la terra e ogni altro bene erano “del Dio”, e tutto
veniva amministrato da funzionari statali), € perciò la pubblica am-
ministrazione doveva arrivare dovunque, tener conto di tutto, tra-
durre tutto e continuamente in cifre, aver sott'occhio in ogni mo-
mento un quadro esatto e completo della situazione dell'intero paese,
che contava allora la bellezza di venti milioni di abitanti.

Ebbene, per incredibile che ciò possa parere, il “quipou” serviva
egregiamente a questo scopo. Ogni “quipou” — affidato alle esper-
tissime mani di un funzionario specializzato — era destinato a regi-
strare una delle branche dell’amministrazione; l’insieme di essi rispec-
chiava, dunque, tutta la vita dell'impero incaico. « Con i cordoni
— dice un cronista dell’epoca della conquista spagnola — si governa-
va tutto il regno ».

Naturalmente, ogni funzionario statale dislocato nelle provincie
periferiche aveva il proprio “quipou””, badava a tenerlo aggiornato
in modo che rappresentasse esattamente l'andamento economico, de-
mografico e politico della zona sottoposta al suo controllo, e di tanto
in tanto lo mandava per mezzo di un corriere speciale alla capitale.
Qui i dati contenuti nei “quipou” provinciali venivano subito ri-
portati sui molto più grandi e complessi “quipou” centrali. E così,
a forza di funicelle, di nodi e di pazienza, nasceva il bilancio dello
Stato.

Il lato più stupefacente della faccenda è che l'Inca e i suor alti fun-
zionari riuscivano ad essere informati sullo stato delle lontane pro-
vincie più esattamente di quanto non lo siano oggi certi capi di Stati
moderni i quali, per ricevere le informazioni o per andarsele a cercare,
dispongono di tutti i mezzi possibili, dalla radio ai jets; e non hanno
da far nodi neanche sul proprio fazzoletto.

Naturalmente tutto ciò durò fino all'arrivo di Francisco Pizarro
e dei suoi spagnoli, i quali portarono con sé nel Perù l'arte di scri-
vere e di tenere i conti nei solidi e semplici registri di pergamena, E
fu un vero peccato che proprio da quel momento per i poveri indi-
geni non vi fosse più niente da conteggiare e da registrare. all'infuori
della fame, del terrore e della disperazione.

nella pagina accanto : l'originale e la trascrizione grafica di un conto d'esercizio
d'un campo a conduzione diretta del periodo babilonese di Lugalanda di Lagash
(2.600 a. €). Da questa tavoletta (riprodotta nelle due facce) si possono desn-
mere molti dati: la superficie del campo, la produzione, le quote d'orzo e
di «pelta distolte per paghe e forniture e il quantitativo netto immagazzinato, Sono
quindi comprese in questo conto partite positive e negative, Il saldo, cioè l'entrata
netta, precede i costi, e il totale generale denota l'entrata lorda. (Le foto delle
tavolette babilonesi sono desunte dalla «Storia della ragioneria » di Federigo Melis),





pom i) O Pra o @

nu
Pleo





























Li UNICI
PERFETTI



Una rivista
aziendale
del primo

900

Si discute molto, oggi, se all'industria, e in
particolare alle riviste aziendali, spetti anche il
compito di assolvere ad una funzione culturale.
Più di sessant'anni or sono, per una felice con-
vergenza di interessi diversi, nacque in Liguria,
ad Oneglia, una singolare rivista aziendale de-
stinata ad occupare un posto mella storia della
nostra letteratura. Ce ne parla Luciano Rebuffo.

Dev'essere passato più di un anno. Cera
ancora il pittore Rodocanachi, che io ero
andato a visitare ad Arenzano. Eravamo nel
cantiere di barche del “Richin”, odoroso di
buon legno appena calafatato, Il nostro Sbar-
baro (noi liguri possiamo sempre dire «il
nostro Sbarbaro » come Montale disse « estro-
so fanciullo ») mi si rivolse col suo solito tono
denso di cortesia antica:

«Lo sa che i miei primi versi li scrissi su
“Riviera Ligure”?»

Già, Riviera Ligure! lo ne avevo spesso
sentito parlare, ogni volta che il discorso
correva sui moderni concetti di “public rela-
tions” e sulle attuali riviste aziendali; me ne

RivisrA DI Levante



n 27



1 det —_



aveva parlato anche Leonardo Sinisgalli; AL-
berto Savinio, negli ultimi suoi anni, ricorda-
va di avervi collocato un suo metafisico rac-
conto “Il bagno russo”; ne avevo tanto sen-
tito parlare, insomma, come di un antenato
saggio, rispettabile ed esemplare, come di
una realizzazione ‘ante litteram”, ma. ora
posso dire che non ne avevo un'idea molto
precisa, oh! non l'avevo affatto.

Per farsi un'idea precisa di quello che fu
e rappresentò questa rivista bisogna cercarne
la raccolta, tenerla fra le mani, sfogliarne re-
ligiosamente le pagine, e cavare così da quelle
righe il sapore di quei tempi, e di quell’atmo-
sfera, il valore anticipatore di certi versi e di
certe prose.

Ma andiamo con ordine: fu quella domanda
di Sbarbaro a mettermi addosso, inguaribil-
mente, la febbre di ricerca e fu così che, dopo
aver visitato inutilmente le biblioteche ge-
novesi (soltanto dopo ho saputo che una copia,
donata personalmente da Mario Novaro, si
trova a Palazzo Rosso) mi misi in treno per
Oneglia e là, in quella Biblioteca comunale,
mi fu dato finalmente di scovare la preziosa
raccolta. E trovai anche, incontro altrettanto
prezioso, che il direttore della biblioteca, dottor
Lagorio, era stato a suo tempo segretario pat-
ticolare di Mario Novaro; per tutti quegli anni,
attivi ed impegnati, della rivista, c alla sua
cortesia c gi suoi ricordi personali debbo al-
cune interessanti notizie.

Che cos'era “Riviera Ligure'? Una rivisti-
na, a volte dieci, quindici pagine, stampata
dall'Olio Sasso c inviata con le cassette di
bottiglie d'olio, destinata ai rivenditori e agli
acquirenti.

L'avevano voluta e realizzata i fratelli No-
varo: Angelo Silvio, il noto poeta, c il prof.
Mario, che era stato per molti anni insegnan-
te di filosofia all'Università di Berlino.

nella pagina & fianco: la copertina di “Riviera Ligure",
nel più schietto stile liberty con il motto “Fior da fiore",
e la prima pagina di un numero del 1900,

in ' # gì 3 suna ” di €
clame” della ditta editrice della rivista.

i {i Mala re

Com'era fatta questa rivista? Sulle contro-
copertine la “réclame” (come si diceva allora)
dell'Olio Sasso, e. a piè di pagina qualche pro-
verbio, qualche. frase, per magnificare le
bontà dietetiche dell'olio d'oliva: per il resto
una vera rivista letteraria, senza alcuna con-
cessione. Una rivista letteraria d'avanguardia,
alla quale il carattere antologico nulla tolse
del rigore critico, dell'impegno “avanguar-
distico”, e per questo oggi, a distanza di mezzo
secolo, possiamo dire che essa fu una palestra
per la quale passarono tutte le forze più vive
della nostra letteratura del nuovo secolo.

Conosciamo tutti, più o meno, la strada
maestra seguita dalla poesia e dalla narrativa
italiana dal ’900 al primo dopoguerra, con il
capitolo “vociano"”, con le esperienze de-
cadenti è futuriste, quando il giro di boa del
nuovo secolo fu affrontato serrando i venti im-
petuosi delle prime evasioni metafisiche e dei
primi presentimenti delle prossime apocalissi,
ma pochi sanno di questo sentiero, dimesso, for-
se un po’ in ombra, ma abbondante di virgulti
che dovevano poi prendere prosperosi sviluppi.

L'idea della rivista venne al poeta Angelo
Silvio Novaro, che la diresse infatti dal 1895
al 1899, anno in cui la direzione passò al
fratello Mario, che la tenne fino all'ultimo,
cioè fino al giugno 1919.

Già nel secondo numero (novembre 1895)
il direttore poteva. scrivere: « Molti hanno
trovato la nostra idea, di associare la lettera-
tura all'industria, un'amena e simpatica no-
vità fin de siècle e l'hanno acclamata... ».

Come si vede, c'era la coscienza di operare
quel tentativo pionieristico per ottenere quel-
la saldatura tra arte e industria che ancora ai
giorni nostri trova impegnate le forze più
attente e sensibili del mondo della produzione
e della cultura.

La rivista si impose subito all'attenzione della
critica, tanto che ne parlarono il “Corriere
della Sera”, la “Gazzetta del Popolo” e
“POsservatore Cattolico” anche sé, per la
verità, quelle prime annate erano abbastanza
dimesse, con larga ospitalità a bozzetti di
colore sui luoghi della riviera “dell'olio”.

Ma nell'agosto del 1899, sotto la direzione
di Mario Novaro, la rivista assunse quel ca-
rattere culturalmente impegnato che doveva
mantenere per vent'anni: apparvero le firme
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, di Giovan-
ni Cena con la sua poesia “Il pollivendolo”’, di
Salvatore Di Giacomo col melanconico “di-
menticato” che guardando l’aquilone s'ad-
dormenta, di Adelchi Baratono con uno
stralcio del suo romanzo inedito “La vita in





patina

Sommario del Num. 505.:

Porse x Prost: Prefudictto muzinlo, di fieurgo Tio — Micce romanzo tratto da una dog-
gendo, di Grazia Debedda — lunsernne; 4 famali; Dime Gabriele Rousetni; Spe d'im-

tin Domo d' Cuenti
DCLA CASA P. SASSO vati

ARGOTIAZIONI
Nd Rogi È fa Pall fata L ae
n + | tit tie

da ton Con pe n Ti ' «
PREMI GRATUITI: &==:=csor neri i
' ro qu pr da canile i ni peso. alter Poma servo 4 anatre di r





> Seiudilte, di Diego: Garoglio — Vidia, di Cercanto Roccatagitata-Coccerdî — N Anno VI È. 2, — Oneglia. Gi i ;
d \ VT yo avricita l'orizzonte al prromi colti del sbunitobir,
Sei te, sl Mario Morano — = Dalla ® Storie di me noie saperiore ,, di Adobio Save pi II dele villa aiurae le dare inelti ade,
Ibersazzi — Cimilere faraelita, di Dorsenica Tumiati — Fhe è Mei, di Gionroge Lipporiok Sommario : i
Dinnoni: La sorgente, di Plinio Nomellini — Comitero Zirarhita, di G. B Crema. Prose Fre; Mawvorse di Primiero, per SIIT VELE TTERIE. È PITOIRA NE

dudia, Uaccardo Moceat
dgzondi delle rasdatte,

lane da
aan pe

ptaimpati nuî pialbono «all'arte
U maze ranoto hutle soote0 le cite. sale ariani

ln cormprisa: Giacchi, l'remi, sca, noe

: I Denizione «& primavera, fd Star % Quarto, i
Tacti 1 diritti rinorvnti i tbrgalo ce ati Riad rire rod È fatto gli dî scogi millemari calle grandi corti





Fitero

Associazioni: Ital», L. 4,50

E =— - è
— _————————_—_—_——

pro è di x

ta Mitefano Ligaro, fetdlensnne sn 3 «i pesa
Agrnta sraprrminit è cilde dei : city n
Litio Arta Egew Vinni® perse è # Ulation Alto (ala Toapia
Por ta fnò dell ipa prepartrone gue veri 3° +3 atti mè - x
masmameto Mamme PLM}A, (e | a tie sì : 7
pie

pelli; — ambo guenni'onna ne abbiamo afiizia (0a casino al

due". E anche di Giovanni Pascoli, che scrisse
per la rivista un “Inno all’olivo”.

Come si vede, tutti nomi grossi, nomi co-
munque che segnavano, per lo stile e l'ispi-
razione, la saldatura tra il secolo morente e
quello nuovo, ma ad essi presto seguirono gli
“anticipatori”, le vere scoperte di Mario
Novaro, che si chiamavano Palazzeschi, Sbar-
baro, Campana, Boine, Govoni.

Ma cominciamo a parlare dei primi, e della
loro collaborazione alla rivista: bisogna notare
anzitutto che la rivista pagava i suoi colla-
boratori, e molti di loro ne avevano veramen-
te bisogno, Si ebbe così un primo esempio
di un'industria che faceva da mecenate agli
artisti,

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi fu il colla
boratore più assiduo, e sicuramente il più
“squattrinato”:

«E tu, poeta, come una lodola in tra la
stoppia, comincia il tuo canto sul primo ros-
seggiar del di, levati con il sole per cielo,
come una lodola... » così la sua poesia “Eterna
illusione” illustrata da un disegno del No-
mellini, e pareva un'autobiografia, perché egli
infatti partiva da Genova portando. sulle
spalle la gabbietta col suo uccellino e faceva
il percorso parte a piedi parte con carri tro-
vati lungo la via, e arrivava a Oneglia presso
Mario Novaro che lo ospitava e rifocillava, €

= Mrerchiezo dei sabato, L'on Fiorca
Aucesteazione: Fra Suurla € Kuattà,

mia ida avatar ava
KEFEAZA II ZA e LECTIO

PICCOLE PROSE

cave, dallo aganglerato rino «i spavento salle
mosconi bocche comnruite mnniro all'etarno sb
pacchia Cali atylano, Su ciglià e bocche gorpuglia
V'inpeto del Botta, sorpama, € sclla sesta sone eo
dal maree si campo ini nageratà di bangivi capetib

dinokve cane dn setud sgnana sil ddr

Fr. 8.60.
Un Mecicolo Cont. 00; per siogio Cent. 80,

Memorie di Prima Vera



ibuthe

rad ipialeto posa Maria
Nena, è proget arrivata da Pri

u'argenta, vi
pani = corre hu faggi, N° Allarga hm quatelià su
perbate su pencdali Lanarnani chi calore, 1 ile
siro din fortamete Bungo le srasziore < squali.

A pratti poenipizà <om ani «Poncho sunniti l'ala
«i piaggio; nn fiato umidi di ingalto por dr strade,
lanbersio | svsrrigrael some miri iutsad Mia han:

=)

magna PD dmn vuasi <irodere — Bota sal Moni
erpipire al rametto rueio Li sua La puote allor: «mae phove® qiarena che ba IVO; "
chie v'afanela gueciando di pioggia sm dà un maerta fuse evicata ber)i cumren un + guianni
MEwtbazia movida mi ENT i Lila detto «dune Certo Landerò ame queta, 7 tuta seta È
vento parta lunghe faghe di supsute ped chelii | guiste Louonaiv forno ca Premasgre amule da vi
W vevcide asderio, 4 sormni, | cinrivoti ivi vivadi di srmaitto è doni Td dle A
tliazo d'un Qeddo cimitero + uma stenciatss po Bppore La mi imvebadilatà @ que donia hse id spit
dna aprpprizon Be autre, riesce same riviera di rido | domani e rterijin e mongpnnininii Bò ni 4 rw dè ga 5
la Cana 3", Pirormer ex SPNAzAS dî Oneglia mssita gratia + camini dei mer tti
ML earivo vergioi ° puusoti Ai segg deli) Amore Lage

gli concedeva ... generosi anticipi sulla futura
collaborazione, compreso il biglietto di terza
classe per il ritorno in ferrovia.

I soldi non abbondavano, in tasca ai poeti
dell’epoca, tanto è vero che ancora nel 1912
troviamo sulla rivista questi versi di Pietro
Jahier, in una “Canzone per arrivare alla
fine del mese”: «Oh voi scarpe annuali,
scarpe uniche, fate l'ultimo sforzo! ».

Del resto, possiamo citare anche un “post-
scriptum” di Giovanni Pascoli, in una let-
tera indirizzata a Mario Novaro il 12 novem-
bre 1900: « A_ proposito de “La Messa” e
delle altre poesie che posso mandare dirò
che io sono un prete molto povero ma che
non voglio chiedere compenso alle messe
che celebro. Certo accetterei l'elenrosime, se mi
si desse », Come dire: non compenso *“con-
trattuale” alle poesie, ma sussidio al poeta.

Anche il Pascoli, del resto, fece varie volte
il suo bravo viaggio ad Oneglia, ospite di
Mario Novaro.

La testata della rivista era del più schietto
stile “liberty” col motto “Fior da fiore”. Le
illustrazioni, dello stesso stile, erano solita-
mente opera del Nomellini, di Giorgio Kie-
nerk o del De Albertis, quello stesso che tanto
collaborò alla “Gazzetta di Genova”.

Ma va sottolineato che la veste era tutt'altro
che lussuosa, la carta spesso scadente, il nu-

mero delle pagine sempre diverso e anche la
periodicità era un po' arbitraria, sicché la di-
gnità della rivista era affidata esclusivamente
al contenuto,

A Novaro non mancava certo il coraggio,
se si pensa che i destinatari erano poi i commer-
cianti e le massaie, in tempi piuttosto digiuni
di lettere, e certi numeri, magari senza un'il-
lustrazione, portavano esclusivamente una
poesia di Campana, un racconto di Bontem-
pelli, una novella di Onorato Fava.

Scorrendo la rivista si coglie tutto il fer:
mento della letteratura dell’epoca, compresa

la polemica intorno al ‘“macchinismo” che
divideva allora nostalgici e futuristi.
Ecco una poesia di Giovanni Marradi,

sulla ferrovia Livorno-Cecina:
« Hai veduto, Catone? Il solitario
Castiglioncello e l'erama costiera
ferve ora d’opre; ormai la vaporiera
ti minaccia la pergola e il pomario.
Alla vocal tua pergola, giuliva
di fringuelli, di merli e di frusoni
sovrasta col suo traino di vagoni
la deprecata invan locomotiva ».

Ma ad essa segue questo inno di Ceccardi
“In morte di Leone Delagrange, creatore di
carri alati”:

« O guidator del carro che in ar l’ali d'uccello
apre, e il vento chiamavi tuo fratello maggiore».



(o

| 34

PER | LETTERATI

VOTO e

n ctr elle



tr
dl

i



i
[LESo gone #1 pre ped done patrie Rec has
Mie + Je Pri er dii dea Bisi | Appl n Las
mie rta tra A Mapei

© dente è ume Ag + gno
re ®© Lorioi de carrgra ione

Pula nuti eteiaga. im Sen e
lim ce me fuit de foga di dale) di Mirra fd, i
-_



in alto a sinistra: cero come si presentava la rubrica
letteraria di Riviera Ligure”, una rubrica particolar-
mente aggiornata ed agguerrita, curata dapprima dal
Lipparini e poi dal Boine, Nella pagina che pubbli.
chiamo è riportato un lusinghiero giudizio sulla rivista
comparso in quel periodo sul +“Telegrafo” di Livorno.

N poeta Camillo Sbarbaro (nella foto qui sopra) pub.
blieò i suoi primi versi su “Riviera Ligure".

in alto a destra: Dino Campana studente a Faenza
con un gruppo di compagni (il poeta è al centro della
foto) e in un ritratto della maturità, Campana fa uno
dei più assidui collaboratori della rivista che si può
dire fu una vera “palestra” per le forze più vivo della
letteratura italiana del primo Novecento. (Per gentile
concessione della Casa Editrice Vallecchi).

Né mancava Papini, che faceva il cinico
col racconto ‘453 lettere d'amore” che co

minciava così «Son 453. lettere d'amore,
tutto quanto resta di un grande amore» e
continuava calcolando i chili di carta, i fran-
cobolli, l'inchiostro impiegato cce., uniche con-
crete realtà di un amore finito.

Ma coi giovani (giovani allora, s'intende,
e quanti anni sono passati, anche per la
poesia!) ceco tutta la delicata malinconia del
secolo nuovo, inquieta, quasi presaga della
bufera.

A Saba che dice:
« Spesso, quando fa buio, esco di casa
per rifare la via di città vecchia
dove in qualche pozzanghera si specchia
qualche: fiammella, e più turpe è la strada... »

risponde Giovanni Boine:
« Darci

e a tutti fa eco Sbarbaro, col suo “Scora-

alla macchia e viver come pare... »

mento”:

« Talora sulla sponda della via,
preso da un infinito scoramento

mi seggo: c dove vado mi domando,
perché cammino... ».

Dino Campana, nelle pause del suo furente
e doloroso peregrinare, mandava alla rivista
i suoì versi tragici, tutti raccolti poi nei
“Canti Orfici”, comprese quelle toccanti poe-
sie su Genova che tutti conosciamo.

Importante, tanto aggiornata quanto ag-
guerrita era la rubrica letteraria, con recen-
sioni scanzonate, curata dapprima da Lippa-
rini e poi da Giovanni Boine. Col Boine la
rubrica assunse il titolo, abbastanza eloquente,
di “Plausi e Botte” ed infatti in essa si mulina-
va il randello della critica con giovanile
irruenza.

Tutte quelle recensioni furono poi raccolte
in un volume dal titolo “Plausi e Botte”
edito da “Riviera Ligure”.

In un numero del 1917, lo stesso Mario
Novaro doveva scrivere questo accorato ri-
cordo di Giovanni Boine, spentosi tristemente



a soli trent'anni « ... palpava le cose con amore
di bimbo, con gli occhi e con la mano... Fu
il primo ad apprezzare Rebora, Campana,
Sbarbaro, Bernasconi ».

Con la prima guerra mondiale, la rivista
non cambiò tono anche se, per economia di
carta, saltò qualche numero. Apparvero i
canti patriottici di Jahier, certe corrispondenze
di Soffici, e alcuni canti popolari di soldati
in trinota: « Appena giunto al reggimento
una letterina mi vidi arrivar... ».

Ed ecco apparire Ungaretti:

« Stanotte
ho sognato
una gran piana striata... »,

Infine, nel settembre del 1919, la
cessò le pubblicazioni malgrado il dissenso
ande dolore di Mario Novaro.

rivista



cilg

Dolore più che giustificato, se si pensa che
la pubblicazione aveva coraggiosamente aper-
to una strada che solo trent'anni dopo, cioè
dopo il secondo conflitto mondiale, sarebbe
stata seguita dalle industrie più illuminate.

Per dare un'idea dell'importanza di quella
palestra letteraria non bastano certo queste
nostre sintetiche note, pur tanto commosse;
ma basta sicuramente un elenco, anche se
incompleto, dei più importanti collaboratori:
Alvaro, Baratono, Bernasconi, Boine, Bon-
tempelli, Borgese, Campana, Capuana, Cecchi,
Deledda, Di Giacomo, Govoni, Gozzano,
Jahier, Moretti, Palazzeschi, Papini, Pascoli,
Pieri, Pirandello, Saba, Saponaro, Savinio,
Sbarbaro, Slataper, Soffici, Titta Rosa, Tu
miati, Ungaretti.

A chiusura, mi sembra bene citare le parole
che lo stesso Mario Novaro scrisse più tardi,
in ricordo della propria rivista:

« Vennero ad essa i più valenti scrittori del
primo ventennio del secolo; fu generoso e
libero campo nel quale si videro accolti
dapprima e si affermarono non pochi dei
poeti e prosatori più nuovi e vivi della nostra
letteratura contemporanca, € singolarmente i
liguri vi compaiono ».
extracted text
fa
(Ai
Q
[oi
-
Ei
desi
<
E
un
di
>
ded
KG







2
4 IPEPETISI reno

la copertina: Eugenio Cirmi - «Ferro e ac-
ciaio 1961» (cm, 245x195)

Eugenio Carmi è nato a Genova nel 1920.
La sua pittura è stata particolarmente rivolta
negli ultimi tre anni alla ricerca di mezzi
espressivi non tradizionali. Dopo aver ap-
profondito la pittura a smalto su acciaio,
lavora ora a quadri di grandi dimensioni
in ferro e acciaio saldato elettricamente. ]l
quadro riprodotto in copertina si trova nel-
l'ingresso della nuova sede commetciale di
Bologna della nostra società.

2 è 3° di copertina: due utensili agricoli
etrusco-romani, rinvenuti nella zona di Fiesole
e conservati nel locale museo civico,

£ di copertina: galletto segnavento in ferro;
datato 1761, situato sul campanile dell'antica
Chiesa genovese di S. Siro,

RIVISTA IFALSIDER

bimestrale d'informazione aziendale per
il personale dell’Ilva e della Cornigliano
Anno Il - n° 2 - marzo-aprile

comitato di direzioni: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione ‘artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del Tribunale di Genova n° 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

L'uomo"nello spazio pag. 4
Visita a Piombino » 9
I bilanci dell'Jlva e della

Cornigliano » 16
Strade sopraelevate: d'acciaio » 22
I bilanci nell'antichità » 27
Una rivista aziendale del primo "900 » 32
I Srobot” nella contabilità » 35

Inchiesta sull'istruzione professionale » 40

L'Italsider

Le assemblee straordinarie degli azionisti dell'Ilva è della Cornigliano hanno approvato,
il 27 aprile scarso, la fusione delle due Società.

L'operazione si realisserà con l'incorporazione della Cornigliano nell'Ilua, la quale assu-
merà la denominazione sociale di Italsider - Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano
- Società per Azioni,

Le due Società conserveranno tuttavia, ancora per qualche tempo, le rispettive denominazioni
e organi sociali @ amministrativi separati fino alla stipulazione dell'atto di fusione, che interverrà
quanto prima, dopo trascorsi i termini prescritti dalla legge.

Così, dunque, è mata l'Italsider, azienda che raggruppa le forze maggiori della nuova siderur-
gia italiana è che s'inserisce di pieno diritto — come si direbbe in gergo sportivo — nel “gruppo
di testa" dei grandi complessi siderurgici europei.

La creazione dell'Italsider non'è che il secondo passo, tempestivo è necessario, sulla via dello
sviluppo tecnico e organizzativo dell'industria siderurgica italiana. Il primo fu la realiszazione
del “piano Sinigaglia”, che permise al nostro paese dî uscire da uno stato di cronica e pericolosa
inferiorità rispetto ai più progrediti paesi europei e di iniziare su solide hasi la propria ricostru-
zione economica,

Tutti sanno in quali condizioni la siderurgia nazionale si sia trovata alla fine della seconda
guerra mondiale, Distrutti, o spogliati del macchinario, i tre grandi centri a ciclo integrale di
Bagnoli, Piombino e Cornigliano, che rappresentavano il solo punto di forza dell'intero settore,
non restavano in attività che gli impianti a carica fredda, di medie o piccole dimensioni e in gran
parte antiquati, dai quali tutto si poteva aspettarsi fuorché una produzione di grande ampiezza
e a basso costo. Quasi non bastasse, la tensione registrata sul mercato internazionale del
rottame creò una crisi nella crisi.

In quella drammetica situazione vi fu addirittura chi — fidando utopisticamente in una fu-
tura collaborazione mondiale — sostenne che l'industria siderurgica italiana non dovesse essere
ricostruita affatto. Ma gli stessi fautori della ricostruzione erano divisi in due tendenze, la pri-
ma delle quali era favorevole al mantenimento di un'industria nazionale protetta però da ade-
quate varriere doganali, mentre la seconda sosteneva la necessità di creare una nuova è ben attrez-
cata siderurgia che fosse in grado di affrontare la concorrenza con le più forti industrie dei paesi
esteri.

Prevalse, per fortuna, quest'ultima tendenza di cui s'era fatta sostenitrice la Finsider, e che
si fondava sui seguenti principi generali : sostituzione degli impianti antiquati con altri moderni ;
concentrazione della produzione di ghisa, d'acciaio e dei laminati a caldo in un numero limitato
di stabilimenti di grandi dimensioni ; specializzazione della produzione secondo singole unità
produttive ; installazione di potenti è moderni laminatoî continui è semicontinui, allo scopo
precipuo di ridurre i costi dî produzione.

Così nacque la nuova sulerurgia îtaliana, le cui fortunate vicende sono troppo note perché
qui se ne debba parlare diffusamente. In poco più di dieci anni la nostra industria dell'acciaio
ha raggiunto posizioni di forza quali neanche i più ottimisti avrebbero osato, mm tempo, sperare.
E, benché l'adesione italiana alla CECA abbia cancellato fin Vultima traccia dell'antica prote-
sione doganale, il nostro paese ha potuto farsi non soltanto produttore, ma addirittura esportatore
d'acciaio, in concorrenza con le nazioni tradizionalmente più dotate, attrezzate è affermate in
questo campo. Non è vuota vanteria l'affermare che la siderurgia ha svolto un ruolo determinante
in quel “miracolo” economico italiano che ha stupito il mondo intero. E sé è vero — com'è vera
— che il consumo d'acciato per abitante è, nel mondo moderno, una buona misura per valutare
il grado di evoluzione civile e di progresso economico di un popolo, il fatto che tale consumo sia
passato nel nostro paese dai 65 chilogrammi del 1954 ai 183 del 1960 (corrispondenti ad un totale
di oltre ) milioni di tonnellate) può dare il senso esatto della poderosa spinta în avanti che la no-
stra siderurgia ha impresso a tutta la vita del paese.

I più recenti studi basati sull’andamento del mercato nazionale © di quello internazionale
portano a prevedere che nel 1965 la domanda di acciaio sarà notevolmente superiore a quella
odierna. Per questo si stanno ampliando gli impianti di Cornigliano, di Bagnoli, di Piombino e
di Trieste e si è iniziata la costruzione di un nuovo centro di produzione a Taranto. Gli impianti
riuniti dell'Iva e della Cornigliano, che lo scorso anno hanno prodotto circa 3 milioni di ton-

| nellate d'acciaio, fra quattro anni saranno in grado di produrne sette.

vesta

Ma evidentemente questa enorme espansione produttiva non poteva non essere accompagnata
da una simultanea trasformazione delle strutture, non solo tecnologiche, ma anche funzionali e
organizzative del gruppo. Quando la produzione si sviluppa in simile proporzione, è chiaro che
le vecchie misure aziendali diventano troppo strette in ordine ai capitali disponibili — e aî rischi
che inevitabilmente si corrono —, ai mezzi tecnici e umani, agli stessi disegni organizzativi,
è che oceore creare un organismo di più vasto respiro, che consenta un più largo impiego di

»

forze in un'area più ampia, tra maggiore erasti-



cità, un migliore coordimamento €, t lefinitiva,
una maggiore economicità di gestiom

In tutto il mondo, dovunque si sw presentato,
questo stesso problema è stato risotto in vadranta le
la concentrazione di divers unità pro Tutteve 1
nuovi di più grandi dimensinti. Questo
non è avvenuto solo nelle due maggiori ar co



nomiche, quella americana è quella sovistica, dove
si trovano i più grandi complessi siderurgici del
mondo, ma anche in Gi ein Europa, e in
particolare ni l'ambito della CECA,

broduzione ilelle princibali aziende s
Ì Î î



dove la
di3

immue (cioè, appunto, quella



milioni di tonmellati
dell'Ilca e della Cornivliano congiunte). È basti
citare Thyssen, Phoénix-Rkemrahr,
Dortinund, Mannesine: Kioe-
lner ed Hoesch in Germania ; De Wendel, Usinor,
Irbi i

Se
Pelein ;



società

Rihcinhtausen,

Lorraine-Escaui in Francia;

Sidelor «
reo; Cockerill-Qugrée in
Hoogovens in Olanda.

Alla base di codesta f i concentrazio.
né industriale alta quale soltanto l'Italia
non aveva fino ad oggi fatto ricorso
situtto uno motivo di carattere, per così dire,
prudenziale, I rapido sviluppo di Na p

d'acticio nel mondo ha determinato, come sì è

in ussen











zione

fusione



detto, un deciso ortentamento verso la j
di massa, concentrata in grossi complessi produt-
tivi dominati da una specializzazione sempre
più spinta. Ma, se questo orientamento presenta
vantagui economici indiscutibili, non bisogna di-
menticare che il mercato dell'acciaio è soggetto
ad oscillazioni congiunturali profonde che si
ripercuotono di volta in volta sulle varie pro-



l'altro canto, da
Icuni tipi

duzioni, cd è caratterizzato



olusioni sostanziali nell'impiego di
di prodotti: Per evitare dannosi squilibri © pe-
, pui

ricalosi sfasamenti della produzione non c'è chi




un mezzo: affidare ad una stessa ‘società uma
'î prodotti di massa, in modo cu
della richiesta di

l'aumento. di

oxtesa Cammina
vicentital.

una determinata

femporanto € glo



produ SION t

puella di un'altra si compensino n ll'interno

della stessa arca aziendale senza che me sia
ompromessa l'e suilibrio d'insieme.
Ma nan è questa fa sola ragioni della fu-
sione Hosa-Cornigliano. La concentrazione di
i permet-
li elaborare un programma produttivo

, è od È
e di mezzi tecnici che ne derit



to infatti
in relazione alle inute-

lire ulie-



Organico € f elastico

di / METCHIO ,



"i approf mn



la «specralizzazione produitiva mer
completa

stabilimenti, dando loro. una

Î

singoli



‘indirizzo ccronomico-lecmco ; di
sente il problema della
fel nuove Varanto ; di ammodernare
a fando sli stabilimenti della nuova società por-
tandoli, secondo un più organico piano di svi-
luppo ed un più comple ti
degli investimenti, a raggiungere dimensioni eco-
nomicl ed equilibrate e di termi-
nando quindi costì più bassi ; di utilizzare me-
glio i quadri tecnici cd ammmmistrativi, evitando

uniforattà dd

risoltere pienci estionte



contro di

e diretto coordinamento

più consori



duplicazioni di funzioni è conseguendo quindi

una riduzione delle speso generali; di daro un
più razionale assetto alle produzioni non stret-
famente connesse con la siderurgia primaria ;
di eliminare vari inconvenienti nel campo delle

vendite. Si possono. ottenere inoltre sensibili

vantaggi nel campo fiscale: E infine

Au

fatto
d'importanza fondamentale la nuova socittà
ha acquistato dimensioni paragonabili a quelli

della CECA ;

dimensioni che il pieno funzionamento del Mer-

delle niaggiori aziende estere
cato Comune carboside rurgico e la re alizzazione

è in atto del Mercato Comune generale ren-



devano mecessarie per conseguire una maggiore
forza di penetrazione è di resistenza sia sul
mercato interno che su quelli esteri.

Recenti aumenti di capitale
coperti dato il credito che le aziende del Gruppo
avevano portalo il capi-

72.000,000.000) € qui Io

immediatamente



riscuotono
tale social dell'Ilva.
della Cornigliano a 70 miliardi. L'Italsider ha
dunque iniziato la sua vita con un capitale
sociale di T.42.100,000,000,

Così, come dictvamo, si è compiuto il se-
condo passo sulla via dell'integrale trasforma-

stone sriluppo della siderurgia italiana, Il
\ piano Sinigaglia aveva creato gli strumenti

sia sul piano tecnico che su quello
economico per una poderosa produzione. Il
nuoto piano Finsider ha provveduto a fonderne
le energie è ad orchestrarne l'attività nel modo
che oggi appare il più opportuno ai fini di una
ulteriore, grande espansione produttiva.

Fra pochi anni quando, ampliati gli sta-
bilimenti già esistenti e ultimato il nuovo centro
di Taranto, l'Italsider avrà raggiunto la méta
dei sette milioni di tonnellate d'acciaio annue
la nostra siderurgia avrà perduto anche il ri-
cordo del suo antico stato d'inferiorità e l'eca-
nomia italiana potrà contare su un fattore di
e stabilmente

idonti

progresso veramente decisivo.



a sinistra: tre contadine, un
asino e, in fondo, le case di
Piombino in una tela dipinta nel
1894 da Andrea Markd secondo

i canoni più rigorosi della pae-

«aggistica ottocentesca,

a destra: un'immagine della Fiom»
hino di oggi: due operai con
l'elimetto è il saldatore ad arco
in uno scorcio dell'altoforno no»
mero 2 in fase di ricostruzione,
Sullo stabilimento di Piombino put»
bliehiamo un articolo a pagina 9,





uomo

nello spazio

pi lf 3

*SOUSO) ®UZ J0J JIJO SOXNEIZ - NIUVOVO TUNX - Uew

FupAi1eo djug 0oedg 35173 ®UZ -- TI6I ‘ZI THIdWw 1 MOSOK ST/n 0%

NU IdN

-
-

IdO

F

OI

«Quel giorno, verso le undici del mattino,
Nicholl si lasciò sfuggire di mano un biechiere
e il bicchiere, invece di cadere, restò sospeso
nell'aria.

Ah, esclamò Ardan, ecco finalmente un po'
di fisica divertente —.

E subito vari oggetti, come armi, bottiglie
ed altri, abbandonati a se stessi, si mantennero
sospesi come per miracolo. Lo stesso avventi
di Diana alzata in aria e abbandonata da
Ardan. Del resto pareva che la cagna non si
accorgesse di essere sospesa a mezz'aria,

I tre avventurosi compagni, sorpresi, stupe-
fatti, a dispetto dei loro ragionamenti scienti-

fici, trasportati nel dominio del meraviglioso,

sentivano che anche al lorò corpo veniva
mancare il peso. Le braccia, sé distese, non
cercavano più di abbassarsi; la testa vacillava
sulle spalle ; i piedi non aderivano più al fon-
do del proiettile. Erano come ubriachi ai qua-
li venga meno la stabilità. A un tratto Michele,
prendendo lo slancio, balzò in alto e restò so-
speso in aria. Un momento dopo i due amici
lo raggiunsero è tutti e tre; al centro del proiet-
tile, raffiguravano un’ ascensione miracolosa ».

Ecco come Giulio. Verne, nel suo volume
+Dalla ‘Terra alla Luna”, pubblicato nel 1865,
descrive, in modo incredibilmente verosimile,
uno dei più temuti ed interessanti fenomeni
del volo spaziale: l'assenza di peso.

Oggi quel fenomeno che cent'anni ta
sembrava parto di pura fantasia è stato pro-
vato € sopportato dia creature umane. ll
sogno di Verne è diventato realtà,

Il 12 aprile resterà, nei secoli futuri, come
la data d'inizio dell'èra spaziale. Quel giorno

fatti di tale grandiosità fanno presto ad
uscire dalla cronaca e ad entrare nella storia
un uomo, per la prima volta, ha lasciato
la terra per volare negli spazi extra atmosfe-
tici. Il mondo, che pure era spiritualmente
preparato alla grande notizia, ha accolto l'an-



nuncio con una specie di attonito sb:



mento.

La prima domanda che ognuno si è posta
è stata: russo © americano?

Il primo cosmonauta era il maggiore ven-
tisettenne Yuri Gagàrin, dell'aviazione del-
l'Unione Sovietica.

Ma il 5 maggio gli Stati Uniti d'America
hanno seguito la Russia, lanciando il secondo
uomo nello spazio anche se su una traietto-
ria non orbitale, Secondo le notizie di cui
finora si è a conoscenza, la capsula sovietica
è stata guidata nel voio da terra, mentre
quella americana è stata manovrata diretta-
mente dal pilota.



Il fisico degli astronauti è sottoposto, specie durante la fase iniziale del loro volo e al momento del
rientro nell'atmosfera, a durissime prove tra cui l'accelerazione e Ia decelerazione. N peso del corpo
aumenta, in tali fasi. di varie volte quello reale. Nella foto: il volto di Yurì Gagàrin deformato

dall'accelerazione.
nella pagina accanto: la prima telefoto della partenza del razzo che ha portato Gagàrin nello spazio,





Per quanto molte altre prove attendano
l'uomo su questa strada praticamente senza
limiti e ricca di imprevedibili sorprese, ciò
che oggi si è realizzato riveste una grande
importanza da un punto di vista scienti-
fico e tecnico.

Infatti se la storia — nella sua visione più
concisa dei fatti — può accontentarsi di un
nome e di una data, la scienza attendeva, da
questi esperimenti, la convalida di una in-
finita serie di ipotesi, la soluzione di numerosi
problemi, per poter proseguire, con maggio-
re sicurezza, verso altre e più suggestive mète.

La riuscita di questi esperimenti e in par-
ticolare di quello russo, rappresenta sotto
questo punto di vista, una significativa vit-
toria. Essi hanno praticamente realizzato ciò
che una cinquantina d'anni fa poteva ap-
parire il sogno di una fantasia avveniristica.
Le previsioni che si facevano, ancora un
paio di decenni addietro, sulla sorte di un
uomo lanciato. nello spazio, erano infatti
tutt'altro che confortanti. In pratica i rischi
a cui sì sarebbe esposto l'astronauta veni-
vano così elencati: crivellato dalle piccole me-
teore — fritto dalle radiazioni ultraviolette —
soffocato e bollito nel suo stesso sangue — ste-
rilizzato dalle radiazioni cosmiche — esploso
dalla decompressione istantanea — reso pazzo
dalla mancanza dì peso — accecato dalla cruda
luce solare — mummificato dal formidabile
calore — gelato dal freddo siderale — ri-
dotto in poltiglia dalla accelerazione e dece-
Jerazione.

Se queste previsioni erano sostenute da
un po’ di fantasia è certo che tali ostacoli
esistevano, e che l'uomo ha dovuto affron-
tarli e risolverli uno per uno per permettere
il primo volo spaziale.

È dalla fine della guerra che gli scienziati
russi e americani sono impegnati nella so-
luzione di questi problemi, Ottenuto con il
motore a razzo — derivato dalle sinistre Va
tedesche, ma successivamente perfezionato
da entrambe le parti con studi originali —
il mezzo per portare oggetti di costruzione
terrestre fuori dell'atmosfera, gli scienziati
spaziali hanno iniziato l'esplorazione del co-
smo valendosi dapprima di strumenti rac-
chiusi in sonde spaziali e satelliti artificiali €
quindi di animali che hanno svolto la funzione
di battistrada all'uomo.

Gli americani hanno dedicato a questa ri-
cerca una quarantina di satelliti di vario tipo
(di cui alcuni navigano ancora nel cielo) che
hanno fornito, nel complesso, un quadro
abbastanza preciso delle difficoltà che si do-
vevano superare.

Un merito particolare, in questo settore,
spetta al satellite artificiale “Vanguard” il
quale ha rivelato, in virtà della grande altez-

;

pagina accanto a sinistra: Alan B. Shepard, in tota
si avvia a raggiungere il suo posto sul razzo,
1 la partenza del «Redstone» da Cape Cana-
capsula con Shepard è la parte scura sulla
missile. Tutto il resto, oltre trenta tonnel»
di peso, è costituito dai vari stadi del razzo.

F}

I

zi;
Pa

za raggiunta, la presenza delle zone di massima
concentrazione radioattiva denominate « cintu-
re di Van Allen ». Queste “fasce” che circon-
dano la terra ad una altezza di oltre 1000
chilometri, non sono state però interessate
dal volo del maggiore Gagarin.

Vediamo invece quali sono gli ostacoli che
il cosmonauta russo ha dovuto superare, il
che vale a dire, quali sono i problemi che gli
scienziati hanno risolto per. permettere al-
l’uomo di inoltrarsi nel cosmo.

Il primo e forse il più importante è quello
della accelerazione è decelerazione. Secondo
le infauste previsioni passate, la rapida acce-
lerazione del razzo avrebbe provocato un
violento deflusso del sangue nelle parti del
corpo rivolte verso terra, con la conseguente
esplosione delle vene. Questo pericolo è
stato superato con la graduale accelerazione
del vettore e con la realizzazione di “culle”
antropomorfe che consentono di distribuire
la gravitazione sulla superficie più vasta pos-
sibile del. corpo dell’astronauta.

Ciò vale sia nella fase di salita sia in quella
di ritorno verso la terra.

In ordine di importanza il secondo pericolo
era quello derivante dalla temperatura che,
specie nella fase di rientro della navicella
spaziale nella atmosfera, ad una velocità di
29. mila chilometri l'ora rendeva incande-
scente l’involuero minacciando di artostire il
passeggiero. Negli esperimenti eseguiti con la
capsula del “Mercurio”, in America, si sono
rilevate temperature superficiali di circa 1600
gradi centigradi. Contro questo enorme ca-
lore si è combattuto con speciali leghe metal-
liche d'acciaio € con rivestimenti successivi
di materiale termo-isolante. All'interno della
capsula la temperatura è stata così contenuta
ad indici sopportabili dell'ordine di una cin-
quantina di gradi. 11 pilota è inoltre protetto
dalla speciale tuta spaziale.

Un ulteriore grave pericolo era dato dalla
mancanza di pressione fuori della atmosfera
che poteva portare all'ebollizione del sangue
anche alla remperatura normale del corpo.
A ciò si è provveduto con la pressione arti-
ficiale mantenuta all'interno della cabina sta-
gna e, in caso di difetto di questa, con la tuta
pressurizzata.

Durante la sua permanenza a bordo del
“Vostok” Gagàrin è rimasto per un certo
tempo in condizioni di assenza di peso.
Questo fenomeno era preoccupante soprat
tutto da un punto di vista psicologico; gli
astronauti vengono abituati a sopportarlo con
allenamenti in apposite apparecchiature in
cui l'assenza di gravità viene realizzata sia
pure per brevissimi periodi, artificialmente.

1 satelliti artificiali, con i loro strumenti,
avevano inoltre già dimostrato come l'impor-
tanza di altri fenomeni, ed i pericoli relativi,
fossero assai minori del previsto; tra questi
ricorderemo quello di scontri con piccole
meteore.

Pertanto, tirando le somme, si deduce che
la scienza ha compiuto, in questi ultimi anni,
progressi giganteschi che hanno permesso
all'uomo di compiere il primo passo oltre

ca

7

le soglie dello spazio extraterrestre, Nella pro-
spettiva cosmica | impresa russa, pur nella
sua grande importanza, è tuttavia ancora di
modesto rilievo e grandi sono le difficoltà
e i sacrifici che l'uomo dovrà affrontare per
allontanarsi dalla terra e approdare su altri
mondi.

A proposito del volo di Yuri Gagàrin si è
fatto, in più occasioni, il confronto con la
scoperta dell'America, soprattutto nel senso
che entrambi questi avvenimenti hanno se-
gnnto una tappa importante nell'evoluzione
della civiltà. Cristoforo Colombo, ponendo
piede sul Continente Americano ha inaugurato
l'Evo Moderno; l'astronauta russo varcando
i confini dell'atmosfera ha dato inizio all'èra
spaziale. Questo è vero. Ma è vero anche
che — in omaggio alla diversità dei tempi,
di cui queste imprese sono espressione —
esiste tra i due pionieri una profonda diversità.
La traversata dell'Atlantico si può conside-
tare opera di un singolo; è il frutto della
convinzione di pochi e di una fede, di un
coraggio individuale. L'ingresso nel cosmo
è il risultato di uno sforzo collettivo a cui
hanno partecipato, materialmente o spiritual
mente, tutti i popoli della terra, con le loro
risorse spirituali © scientifiche, tecniche © in-
dustriali. Sul piano storico il 12 ottobre 1492
e il 12 aprile 1961 sono forse di importanza
simile, ma Colombo e Gagàrin sono figure
molto diverse: il primo ha portato a termine
un'impresa da lui voluta e attuata, il secondo
ha collaudato, con grande coraggio, una rea-
lizzazione collettiva.

Un'altra considerazione, che è affiorata più
volte nei commenti, è quella dell'assenza del-
l'Europa Occidentale dalla gara spaziale. La
constatazione è malinconica, dolorosa. Da
millenni, dagli albori della storia, è forse la
prima volta che le più antiche nazioni del
vecchio mondo non partecipano attivamente
ad un'impresa di grande importanza. NÉ ci
deve consolare il pensiero che le deficienze
che ci hanno esclusi non sono spirituali, ma
soltanto dovute a mancanza di mezzi, a motivi
di potenza industriale, di risorse economiche,
di organizzazione degli sforzi.

Il vecchio mondo è escluso dalla competi-
zione perché è diviso dalle guerre passate e
recenti, dalle frontiere e dagli interessi par-
ticolari delle. nazioni. I fondamenti, le con-
quiste tecniche da cui è nato il prodigioso
volo di un'ora nell'orbita terrestre sono, è
vero, in gran parte un contributo curopeo
ce .il 12 aprile sì è concretato un travaglio di
secoli di ricerche e di affermazioni di cui gli
curopei sono stati i protagonisti. Ma questo
non può bastare a consolarci. Deve esserci
invece di sprone ad unire gli sforzi delle
varie nazioni del vecchio continente, non
tanto per inserirci in una gara spaziale intesa
come affermazione di prestigio, ma per porre
in comune le basi di uno sviluppo tecnico,
economico e sociale dal quale tutti noi cu-
ropei potremmo trarre frutti benefici, per i
viaggi tra le stelle, ma anche per la nostra
esistenza di tutti i giorni, per l'avvenire dei
nostri figli.









Visita
a Piombino

Lo stabilimento di Piombino “doveva” na-
scere a Piombino, come un frutto di natura
più che d'un calcolo umano, come accade di
certe vigne che attecchiscono in certi posti ed
in altri no. Nessuno qui ha mai pensato ad
altro che non fosse il ferro. Il ferro è al cen-
tro della vita e dei pensieri dî tutti. Questo
non si spiega con le sole ragioni economiche :
Arrigo Ortolani è andato a cercare la spiega-
sione di questa vocazione del ferro di Piombino
move chilometri più a nord, nella baia di Baratti,
dove un tempo sorgeva Populonia, simbolo di
una tradizione siderurgica che sî perde nei
secoli, e che perennemente si rinnova.

Un silenzio quasi sacro custodisce la baia
} di Baratti, le sue acque tranquille e i pini
giganteschi che vi s'affacciano, e i campi
macchiati di verde nuovo e di ruggine antica.
È un silenzio così denso che quasi s'impasta
con i colori, moderandone l'aggressività. La
luce lo penetra sommessa e morbidamente
gli s'abbandona.

Non siamo più abituati al silenzio, in Ita-
lia. Dappertutto la nostra civiltà nco-vandalica,
insieme ai brutti scatoloni di cemento che
usurpano il nome di case, ha portato i suoi
petulanti motori, i suoî maledetti “juke-box",
la sua umanità perpetuamente ansiosa di far
strombettare, urlare, gracchiare qualcosa. Per
questo, arrivando qui, si ha l'incantevole
impressione d'aver risalito il fiume degli
anni e d'essere approdati per magia alle rive
di un tempo remoto e pietoso.

La baia disegna un arco dolcissimo e per-
fetto. Dei due brevi promontori che la ser-
rano, quello a nord digrada tranquillo è
senza sbalzi; l’altro S'impenna invece fiera-
mente sul mare e nasconde i suoì ripidi &
fianchi sotto uno stupendo e selvaggio man-
tello di ulivi secolari il cui tronco ha il co-



10

lore della pietra, d'alti cipressi. patinati dalla
salsaline, di fitti e scuri cespugli che sì rin
corrono in tumulto fin quasi a toccare le unde.

| centro dell'arco, appena al di là della
strada che contoma lu breve spiaggia, il
terreno comincia a salire e a ondularsi mel
diosimente, tutto vestito di tenerissimo ver
de; ma bruscamente, c per un ran tratto;
appare rotto e slabbrato, e tutto percorso e
tormentato da resse cicatrici. È qui che
ippatono, a brevi intervalli, cunose costru
zioni basse e rotonde, incappucriate. d'erba:
sono le prime tombe di Populonia, le più
vicine al mare (alire se se trovano più su,
sui poggi dai nomi arguti c suggestivi; le
più antiche, risalenti al IX secolo a.C
addirittura in vetta al promontorio, al Poggio
delle Granate),

Qui dunque
città del ferro, uno dei massimi centri siderur
gici di tutto il mondo antico.

Questa città spleadida e misteriosa ha avuto
un singolare destino, La siderurgia l'ha fatta
sorgere e promenre, rendendola ce
ricca e invidiata. La siderurgia l'ha perduta,
poiché i romani non tellerarono che i loro
malfidli vicini potessero disporre di un così
potente centro industriale, e alla prima occa
sione lo ridussero in cenere, secondo il loro
«brigativo enstume. La siderurgia infine (quel
la moderna) l'ha tratta dal pesante oblio dei
secoli, rivelando al mondo ammirato non
soltanto lo splendore delle suc tombe, ma
anche l'ampiezza e il valore della sua remota
attività,

A Populonia gli etruschi appresta
sumibilmenz: quando l'isola d'Elba non ebbe
più boschi da offrire ai formi nei quali essì
arrorentavano il minerale ferroso per trarae
con un procedimento che oggi appare imper
fetto, ma che allora era il solo possibile
il preziosisemo metallo, Scelsero questa baia
perché su tutto il tratto di costa che fron
teglia l'Elba non ve n'è una più sicura e
meglio protetta dall'insidia dello scirocco;
e qui fondarono la città che preto divenne
famosa in tutto Il bacino del Mediterraneo.
Intorno alla città del ferro e alle miniere che
ne alimentiavano il lavoro ruotarono per
secoli avvoltoi, gli ardenti appetiti
degli altri popoli, primi fra i quali i greci
delle colonie. italiche, che sarebbero stati
felici dì poterci trasformare da sequirenti in
padroni e che più volte tentarono, senza for
tuna, di mettere pisde sulli costa etrusca Ma





sono

sorgeva Populonia, l'etrusca



«bre,







» pre

come







quello che mon cr riuscito ai greci riuscì,
naturalmente, ni romani, Quando la truppa
di Silla irruppe entro le mura di Populonia,
della millenaria cità ch@era svata uno dei più
attivi centri propulsori di tutta l'economia
artica non ritnase pietra su picira. I nuovi
domenatori continuarono Ancora per qualche
tempo a tenere accesi i forni fusori; ma poi
preferirono rivolgersi ai fabbri bergamaschi,
più lontani ma più devoti. Su Populonia
scese, per sempre, la morte,



Restarona le tinmbe e gli alti cumuli di scorie
che gli etruschi avevano innalzato a poco a
poco accanto ai forni e presso le case stesse

Poi le-allumoni livellarono è



loro città.
uli, le scorie fini



> per ricoprire anche
le tombe e sulle scorie nacque l'erba. Così
due cimiteri si sovrapposero: quello dela
siderurgia crusca € quello ilegli vomini be
l'avevano cresta. E di Popalonia si saretbe
perdun ogni traccia se qualcuno, in tempi
enti, non avesse scoperto l'immenso de
posito di minerale solo parzialmente sfruttato
conon avesse constatato che esso conteneva
ancora un buon quaranta per cento di ferro;
il che rendevi utile ]l suo recupero e il suo
integrale sfruttamento i altoforni
derni, Allora entrarono azione pli esca
vatori e la baia di Baratti diventò usa miniera
in euì andarono a pescare di volta in volta
inglesi, tedeschi e italinni. La quantità «dele
scorie recuperate negli ultimi deccani è im





mo





pressinnnote: milioni li mnnellate
e può ben dare la misura dello sforzo indu
striale compiuto dagli ctruschi è del ruolo

quaranta

ch'esti chien
viltà mediterranea.
Tolte le scorie, vennero alta luce le tombe,

viluppo dell'antica ci


























12

e il suolo riprese il suo aspetto primitivo.
Così Populonia è tornata a mostrare al sole
i segni della sua splendida civiltà.

* a «x

Non è una semplice passioncella archeo-
logica che mi ha spinto a girovagare tra que-
sti sepolcri ormai deserti e i pochi mucchi
rugginosi (gli ultimi) d'antico minerale che
ancora aspetta d'essere infornato e di disper-
dersi in fumo nel caldo cielo del ‘Tirreno.

In realtà dovevo andare a vedere lo stabi-
limento Ilva di Piombino, e sapevo che avrei
dovuto interessarmi a cose e a problemi
ben diversi da quelli che preoccupano gli
archeologi. Ma sapevo anche che non si può
andare a Piombino senza passare di qua, si
finirebbe per capirci ben poco, Perché l’Ilva
di Piombino non è uno dei tanti stabilimenti
siderurgici sorti nel tempo nostro in questa
o in quella città, in obbedienza a un calcolo
economico che non ha radici se non nella
realtà industriale d'oggi; l’Ilva di Piombino
è mata li perché dorera nascerci, e si direbbe
che il suo sorgere e il suo fiorire son frutto
di natura più che d’un calcolo umano, come
accade di certe piante, di certi pacsaggi che
son così perché la terra stessa li ha voluti
così, e non potreste immaginarli diversi né
deviarli mai dal loro naturale destino. Pro-
vate a spiegarvi perché la vigna attecchisce
in certi posti e in altri no, qualunque impe-
gno ci mettiate; c perché qui vi frutta, po-
niamo, il Chianti, e là, sulla collina accanto,
un vinello qualunque senz’arte né parte. Ra-
gioni ne potete trovare a diecine, sole, vento,
terra, acqua, amore e sapienza d’uomini:
ma in fondo al conto vi rimane sempre una
piccola parte di mistero, una specie di dise-
«gno provvidenziale che non potete spiegarvi.

Il Chianti sulla sua collina, e non un metro
più in là; e il ferro a Piombino.

Certo, ci sono validissime ragioni econo-
miche che conosciamo tutti: l'Elba è li di
fronte, în certe giornate limpide sembra di
poterla raggiungere con una sassata; e dun-
‘que questa è la via più breve e qui è l’appro-
do più facile per il minerale che viene dal-
l'isola, Certo, Ma gli altri motivi, quelli che
sfuggono al ragionamento? Per esempio: a
Cornigliano, come in tanti altri posti, il fumo
rosso dell’acciaieria è un elemento estranco
al paesaggio, talché si sente il bisogno di climi»
narlo (e difatti lo si sta eliminando). E qui no:
qui Ja fumata rossa vi appare un fatto del
tutto naturale, come la pioggia, come il
vento, e vi dà gioia, c quasi vi esalta. Perché?
Ma perché ha lo stesso, identico colore della
terra, questa terra rossa che trapela come un
bagliore sotto ogni filo d'erba e, dov'è stata
arata di fresco, s'accende improvvisa in grandi
fiammate, sotto il sole. E la fumata non è
che il suo alito caldo e felice.

E vedete gli uomini di qui. Il ferro è la
loro vita, ma non è una condanna, come in
tanti altri luoghi del mondo, né una condi-
zione accettata di malavoglia, solo perché
il destino non offre di meglio. No, il destino



poteva benissimo offrire altre occasioni, ba-
stava crearle; © tutti sanno che ai toscani non
mancano inventiva e volontà. Perché dun-
que non fabbricare lavandini di ceramica, ©
mobili, 0 che so io?

Niente; il ferro, e soltanto il ferro. Nes-
suno, qui, ha mai pensato ad altro, nessuno
ha mai voluto altro. Il ferro al centro della
vita quotidiana, di tutti i pensieri, di tutte
le speranze, come una vocazione, come una
religione, Il ferro, vale a dire I'Ilva: € dunque
tutta Piombino intorno all'Ilva e per l’Ilva,
che diventa — e resta — il cuore della città,
tantoché sulla sua misura si organizza il pre-
sente c si disegna l'avvenire.

L'ilva non è solo la fabbrica dove si la-
vora ce si prende la paga: è soprattutto un
fatto di casa, un affare di famiglia, di cui si
ragiona con sollecitudine gelosa e con ac-
canita passione. In nessuna casa di Piombino
il lavoro viene lasciato, come si dice, fuor
dell’uscio. Ciascuno se lo porta dentro, af-
fettuosamente, © magari irosamente, a se-
conda dei giorni e delle vicende; ma non può
liberarsene, E ne parla in famiglia, e i ragazzini
stanno a sentire e fan proprio quell'amore c
quel modo di vivere.

Questo, vedete, non si spiega con le
sole ragioni economiche, con la vicinanza
delle miniere, con la facilità dei trasporti.
Forse la spiegazione bisogna andarla a cer-
care nove chilometri più a nord, percorrendo
la bella strada a montagne russe che lega l'un
l’altro i poggi fioriti d'erba primaverile e a
un tratto cala, quasi con una scivolata d’ala,
sulla baia di Baratti. Forse bisogna andare a
cercarla sulla riva di quel dolcissimo mare,
all'ombra di quel bosco selvaggio, fra le
tombe di Populonia, deserte ormai, ma così
stranamente vive, nella splendente luce d’a-
prile.

= so

L'ultima volta che capitai a Piombino era
finita da poco la guerra © se ne vedevano i
segni dovunque, soprattutto sui capannoni
dell'Ilva, ch’erano sfondati e contorti come
rottame da buttar nei forni. Si arrivava al
centro per una lunghissima strada che cor-
reva interminabilmente lungo il muro di
cinta dello stabilimento, rimasto a custodire
le rovine. La città aveva un'aria sbigottita e
triste, e pareva sporca di fumo, come una
Sheffield italiana. La sola cosa ragionevole
che si potesse fare era di scappar via il più
presto possibile.

La Piombino d'oggi è una città in fiore,
Ci si arriva per una strada nuova, ampia €
bellissima, che si alza al punto giusto sul
piano della città per offrirvene uno splendido
panorama e scende poi tuffandosi fra gli ulivi.
Nuovi quartieri residenziali sono sorti lungo
il mare e tra il verde della campagna, e altri
ne stanno sorgendo; e non si tratta di grossi
cubi di cemento, ma di casette allegre, con-
tornate d’alberi e di giardini. Il centro è
pieno d’animazione e vi si riconoscono i
segni di una ritrovata tranquillità e di un
nuovo benessere. Ancora una volta, com'è



sempre stato, la vita della città va di pari
passo con quella dell'Ilva.

Lo stabilimento, rifatto nuovo dopo Ja
guerra, ha continuato poi senza posa ad espan-
dere la propria attività, toccando di anno in
anno sempre nuovi record produttivi. 1 suoi
impianti (che han dato e continuano a dare,
tra l’altro, rotaie a tutta ]a rete ferroviaria
italiana e non solo a quella) sono tuttora
in fase d'ingrandimento e i muratori lavo-
rano spesso a contatto di gomito con gli
operai dell’acciaieria o del laminatoio, È
stato da poco impiantato un nuovo alto-
forno, più grande degli altri due, che infatti
troneggia come un re tra i suoi valletti;
è stata aggiunta un'intera batteria di forni
a coke; si è costruita una nuova ban-
china per lo scarico dei minerali, dotata di
due potentissime gru capaci di vuotare in
poche ore le stive delle navi; si sta ingran-
dendo la centrale elettrica; si è costruita una
nuova stazione di pompaggio dell'acqua ma-
rina con i relativi impianti di depurazione;
sono sorti nuovi impianti sussidiari di distil-
lazione, di depurazione dei gas, c via dicendo;
e naturalmente si è dovuto modificare pro-
fondamente quell'intricata e ciclopica rete di
tubazioni che corre, invisibile, sotto tutto lo
stabilimento. È stato un buon lavoro, che ha
portato la fabbrica ad un grado di efficienza
mai prima raggiunto.

Ma il più deve venire. A nord del vecchio
muro di cinta — che sparirà insieme all'antica
c quasi lugubre strada di accesso alla città
— si sta adesso sbancando un'intera collina,
al ritmo poderoso di 10 mila metri cubi al
giorno, Sull'immensa arca così ottenuta ver-
ranno impiantati una nuova acciaieria e un
nuovo grande laminatoio: e la produzione
annua d'acciaio, ch'è adesso di 600.000 ton-
nellate, salirà a 1.600.000, quasi il triplo.

Questo programma di sviluppo — che si
calcola possa essere realizzato in un paio
d’anni — ha riempito d'euforia tutta Piom-
bino; non soltanto ne vedete il riflesso sui
volti distesi e pronti al sorriso degli operai,
ma ne sentite continuamente l'eco nei discorsi
della gente, per la strada, nei bar, nelle case.
L’ingrandimento dell'Ilva significa più posti
di lavoro, maggior benessere, più diffusa
tranquillità, nuove prospettive d'impiego per
i figli.

La nuova Populonia misura su questo
metro il proprio avvenire e non distacca gli
occhi dal “suo” stabilimento, che adesso è
tutto un cantiere in piena effervescenza, con-
tinuamente percorso da file di enormi auto-
carri che vanno a scaricare in mare la terra
strappata alla collina. E le nuvole di polvere
rossa che ogni tanto lo scirocco solleva dalle
piattaforme di scavo portano in cielo i sogni
degli uomini,

Abbiamo affidato le illustrazioni dello stabilimento di
Piombino alla fantasia «gotica» di Giovanni Thermes,
che ha liberamente interpretato il lavoro degli «uomi-
ni del ferro».



î
È





13



14



Utensili

etrusco-romani

I romani, come noto, furono grandi produt-
torî di ferro, tanto da raggiungere pratica-
mente una totale autarchia ai tempi dell'Impero.

Dapprima usarono le miniere etrusche : Iso-
la d'Elba, Populonia, in quella che più tardi
divenne la zona dell'Ilva, poi vi aggiunsero
le miniere di Spagna e di Gallia.

Numerosissime dovevano essere in Roma le
hotteghe di fabbri, tanto che il poeta Marziale
non poteva dormire “per i calderai che ad
ogni ora picchian giù coi loro martelli".

Catone il Censore, nella sua “* Agricoltura",
loda il ferro per i suoi vari usî, e ci informa
che a Calvi e Minturno si producono le falci,
le pale, le sappe, le scuri; a Venafro i badili,
a Sessa i carri e le trebbie, in Alba i tini,
a Roma gli aratri, a Pompei e a Nola i
frantoi,

Plinio il Vecchio osserva, a proposito del
ferro: “con esso fendiamo la terra, seminiamo
le piante, piantiamo i giardini e potando le
viti ogni anno le facciamo ringiovanire. Di
esso usiumo a fabbricare le case, a tagliare i
sassi, dî esso usiamo in tutti gli altri bisogni",

Come sì vede, vastissimo era l'uso del ferro
nel mondo produttivo, e in particolare nel-
l'agricoltura.

In alta Italia, come noto, vi furono nei
tempi romani grosse «gilde», cioè unioni di
fabbri, specie a Milano, Brescia, Como.

Gli utensili che qui presentiamo, di epoca
romana è di produzione, sicuramente, della zo-
na “etrusca” sono stati tutti trovati nella
sona di Fiesole, è sono tuttora conservati nel
locale museo civico.

_S

na nec entrambi di produx ” ati nella zona di Fiesale, sono in tutto



16

I bilanci
dell’ Ilva
e della

Cornigliano

Presentiamo in queste pagine una sintesi
dei bilanci 1960 dell'Ilva e della Cornigliano.
Quest'anno le assemblee annuali degli azio-
nisti delle due ‘società, svoltesi il 22 marzo
scorso, hanno assunto un significato ed un
rilievo particolari, in relazione alla fusione nel-

qui a fianco: il consumo nazionale d'acciaio, rapprosen-
tato nel grafico dalla linca granata, risulta dalla somma
della produzione nazionale (linea grigia) e dell''impor-
tazione (linea blu) diminuita dell'esportazione (linea
gialla). Il consumo risente inoltre delle variazioni in
più o iu meno delle giacenze (linea arancione). Da
questo grafico xi rileva chiaramente come la produ-
zione e il consumo italiano d'neciaio dal 1953 al
1960 siano più che raddoppiati ed inoltre come l'Italia,
tradizionalmente importatrice di prodotti siderurgici,
abbia «viluppato in modo notevolissimo le proprie cor-
renti di esportazione, superando in alcuni anni (1956,
1957 © 1958) le stesse importazioni.



nella pagina a fianco: l'andamento del fatturato del.
PIlva (in alto) e della Cornigliano (in basso). Nel
1960 entrambe le società hanno raggiunto la quota
massima annoale di fatturato.

CONSUMO NAZIONALE D'ACCIAIO

in miglinia di tonn.

lItalsider. Entrambe le relazioni dei consigli
di amministrazione accennano ai motivi di
tale fusione, ma per una più ampia infor-
mazione su questo argomento rimandiamo
i nostri lettori all'articolo di fondo che apre
questo stesso numero della Rivista; in esso
è sintetizzato il contenuto delle successive
assemblee straordinarie dell’ liva e della Cor-
nigliano del 27 aprile, nelle quali la fusione
è stata approvata dagli azionisti,

Il 22 marzo, gli azionisti dell'Ilva e della
Comigliano hanno deliberato l'aumento dei
rispettivi capitali sociali. Sui motivi di que-
sto aumento, necessario ali fini della fusione,
rimandiamo ancora all'articolo di fondo.

ILVA

L'assemblea degli azionisti dell’Ilva, pre-
sieduta dal presidente della società, ingegner
Guido Vignuzzi, dopo aver approvato le
relazioni presentate dal consiglio d’ammi-
nistrazione e dal collegio sindacale, ha sta-
bilito la distribuzione di un dividendo di
lire 28 perle azioni da lire 400, con godimento
1/1/1960, e di lire 13,30 per ogni azione da

1953

1954

1955



3.500






1956 1957 1958

lire 400 di emissione 1960 Miberate con formula
di rateazione. Tale dividendo equivale ‘al 7%
del capitale versato.

In sede straordinaria l'assemblea ha deli-
berato di aumentare il capitale sociale. da
66 miliardi di lire a 72 miliardi e 6oo milioni,
mediante il prelevamento di 6 miliardi e 600
milioni di lire dalle riserve straordinarie; di
effettuare tale aumento mediante l'emissione
di n. 16.500.000 nuove azioni del valore no-
minale di lire 400 ciascuna, con godimento
1/1/1961, da ‘assegnare. gratuitamente agli
azionisti in ragione di un'azione puova per
ogni dieci azioni vecchie possedute, contro
versamento di lire so per azione a titolo di
rimborso spese; di aumentare correlativa-
mente la riserva statutaria prelevando dalle
riserve straordinarie 347.368.421 lire.

Dalla relazione del consiglio d'amministra-
zione sì rileva che nel 1960 l'Ilva ha raggiunto
punte massime in tutti i principali settori
produttivi: tonnellate 1.189.000 di coke me-
tallurgico, tonn. 1.541:000 di ghisa, tonn.
1.701.000 di acciaio e tonn. 1.228.000 di la-
minati a caldo.

Le consegne al mercato nazionale hanno
raggiunto 302.000 tonnellate di ghisa (nel 1959:

1959 1960

9.0 go Consumo
interno

7,229 produzione

importazione



bilancio
giacenze

esportazione





tonn. 269.000), oltre 230.0 tonnellate di
lingotti e sen mati, più del doppio cioè
rispetto al 1959, © tonn. 927.000 di lami.

nati, 90.000 ronnellate in più del 19so,
O. Ù )

Anche le vendite ai mercati esteri hanno
avuto. un andamento favorevole,
Soddisfacente è stato il ritmo delle produ

zioni e delle spedizioni anche nel settore dei

prodotti di seconda lavorazione.

La relazione conduce poi un'approfondita
analisi della situazione e delle prospettive

dell'industria siderurgica mondiale

Nel

male si è

1960 il mercato siderurgico internazio

mantenuto attivo € sempre. sott



l'impulso di una favorevole congiuntura cco-

nomica. Anche per l’anno in corso il ritmi
nella produzione industriale e il livello not
male delle scorte fanno prevedere un buon
andamento,

In Italia gli impianti siderurgici ‘hanno la
vorato al massimo della loro capacità, totaliz-
zando punte massime annuali di produzione:
2.683.000 tonnellate di whisa, 8,229.000 d'ac-
ciato © 6.64 di laminati a caldo. Per far
fronte all’accentuata richiesta è
sario ricorrere in larga misura all'importazione
(soprattutto di lingotti e semilavorati), che
ha raggiunto 2.411,000 tonnellate. Anche le
esportazioni, essenzialmente di prodotti finiti,



stato necces-

hanno comunque segnato un ragguardevole
1.150.000. nel

aumento, passando da tonn.
>» nel 1960.

1969 2 tonn, 1.483,



La pronta capacità di adeguamento produt-
tivo degli impianti nazionali all'aumento della
domanda di prodotti finiti ba fatto sì che non
si verificassero oscillazioni di rilievo
quotazioni. Notevole è stata l'espansione del
consumo interno d’acciaiò che ha superato i
9g milioni di tonnellate contro 7.136.
nellate nel

relle





consumo d'acciaio per

1959. Il
abitante, che era di kg 134 nel 1958 edi kg
140 nel 1969, è salito nel 1960 a 183 kg; il
progresso è sensibile, per quanto il consumo
italiano sia ancora lontano da quello degli
altrì paesi maggiormente industrializzati.

In previsione dell'ulteriore aumento del
consumo. d'acciaio, l'esercizio 1960 dell'Ilva
è stato contraddistinto da una molto intensa
attività per il potenziamento degli impianti.
Nel 1960 è stato in gran parte ultimato il
programma cdi investimenti impostato tra il
1957. Si è iniziata contempora-



19%56 ed il

1953 1954 1955



5.821.7 23.223,9 52.480,3

FATTURATO CORNIGLIANO

in milioni di lire

1953 1954

FATTURATO ILVA

in milioni di lire

neamente la realizzazione dei
mi che, oltré ad ottenere
specializzazione, tendono a conferire, parti
colarmente agli stabilimenti che l'Ilva ha sul
mare, un aspetto produttivo adeguato a quella

muovi program

una più spinta

che, alla luce della tecnica moderna; è la dimen
sione ottima degli impianti a ciclo completo,

I principali impianti entrati in esercizio nel
1960 sono: la quarta batteria di forni a coke,
il quarto grande altoforno, il quinto conver-
titore Thomas c il nuovo treno blooming a
Bagnoli; la terza batteria di forni a coke e
il terzo altoforno a Piombino.

Il 9 luglio dello scorso anno è stata posta
la prima pietra del nuovo centro siderurgico
Taranto.

a ciclo integrale di Sono già in

1
Ì
avanzato stadio i lavori per la costruzione

1955

118.675



1956 1957 1958 1959 1960

della tubi saldati che entrerà

in funzione entro il 1961 c che, in attesa del
completar

fabbrica per



ento dei



i impianti siderurgici, po-



trà marciare in maniera autonoma

Per quanto riguarda programmi futuri,
è previsto per l'impianto di Bagnoli il rag-
giuncimento 1965 di una
capacità produttiva di 1.sc 10 tonnellate
di ghisa 1.650.000 tonnellate di acciaio

in gran parte con processo “LD” che
verrà trasformato nei vari tipi di profilati ed
im mastri SIretti.

Per la stessa cpoca lo stabilimento di Piom-
bino sarà in grado di produrre 1.165.000
tonnellate di ghisa e 1.130.000 tonn. di ac-
ciaio in parte notevole “LD” — con spe-
cializzazione nei semiprodotti e nei profilati.

entro. 1]



e di





1959 1960



82.646,9 114,521,5

4

PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E ILVA
in migliaia di tonn.

4.701 16
. 3.460 dA

3412



1953 1959 1960

2.683

1954 1955 1956 1957 1958

2.098






1873 2.072 2,060)

1.541
1.073 1.085 1.167



783 973
1955 1956

bb 670

1954 1959 1960

8.229

1953

1957 1958





acciaio
1.598 14160 1,446 1.701
1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960
6,645
laminati
a calo



1.228

928 1,025 1.140 927 1,054

604 161

1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960

Nei grafici pubblicati in questa pagina e in quella accanto le produzioni
siderurgiche nazionali sono raffrontate rispettivamente con quelle dell'Ilva
e della Cornigliano.

Italia

Ia

Italia

Ilva



Iva

Italia

A Trieste è previsto il raggiungimento di
una capacità produttiva di whisa di oltre
sco.000 tonnellate, la cui utilizzazione è at-
tualmente in fase avanzata di studio.

Il nuovo Quarto Centro Siderurgico di
‘Taranto sarà in grado — entro il 1965 —
di produrre 1.800.000 tonnellate di ghisa e
2.000,000. di tonnellate di acciaio — tutto
SL? che verrà trasformato in laminati
piani a caldo e in tubi saldati.

Questo impianto, che già nella sua confi-
gurazione iniziale avrà dimensioni tra le mag-
giori in Europa, ha la possibilità di notevoli
ulteriori espansioni, costituendo così un fat-
tore determinante dello sviluppo della side-
rurgia nazionale e dell'industrializzazione delle
zone meridionali.

CORNIGLIANO

Gli azionisti della Cornigliano, riuniti in
assemblea sotto la presidenza del cav. del
lav. dr. Antonio Ernesto Rossi, presidente
della società, dopo aver approvato il bilan-
cio. chiuso al 31 dicembre 1960, hanno sta-
bilito un dividendo di lire 70 per azione
da ‘assegnarsi ai so milioni di azioni, del
valore nominale di lire 1.000 cadauna, costi-
tuenti l'intero capitale sociale. Il dividendo
equivale al 7% del capitale versato.

In sede straordinaria l'assemblea ha deli-
berato di aumentare il capitale sociale da
lire so miliardi a lire 70 miliardi mediante
l'emissione di n. 20 milioni di nuove azioni
del valore nominale di lire 1.000, godimento
1 gennaio 1961, da offrire in opzione agli
azionisti al prezzo di lire 1.150, in ragione di
due azioni muove ogni cinque azioni vecchie
possedute,

L'esercizio 1960 della Cornigliano è stato
caratterizzato dall'aumento della produzione
in tutti i settori e dall'inizio dei lavori di
ampliamento degli impianti, comunemente
noti come “raddoppio” dello stabilimento
“Oscar Sinigaglia”.

Il ragguardevole aumento delle produzioni
è dovuto in massima parte ai lavori di impianti
effettuati nel 1959. Sono state prodotte:
{67.000 tonnellate di coke, 710.000 di ghisa,
1.366.000 d'acciaio, 1.325.000 di laminati a
caldo e 458.cc0 di laminati a freddo.

Nei confronti del 1959 sono aumentate del
34% la produzione d'acciaio, del 64%, quella
dei laminati a caldo e del 26% quella dei
laminati a freddo. Le produzioni di latta
elettrolitica, di latta ad immersione e di zin-
cati sono rispettivamente aumentate del 30%
del 24% c del 23%.

L'apporto alle produzioni complessive na-
zionali è stato del 15% per il coke, del 26%
per la ghisa, del 17% per l'acciaio, del 50%
per i laminati piani a caldo e del 41%, per i
laminati piani a freddo.

Il buon andamento del mercato ha permes-
so buoni realizzi e l'acquisizione di un carico
d'ordini superiore alla media dell’anno pre-
cedente.

Le consegne di prodotti finiti al mercato

nazionale sono ‘state di tonnellate 1.083.000
(nel 1959: tonnellate 743.000) è quelle ai
mercati esteri di tonnellate 179.000 (nel 1959:
tonnellate 149.000).

Durante l'esercizio 1960 sono stati in parte
condotti a termine ed in parte iniziati | prin-
cipali lavori previsti dai programmi di am
pliamento e di potenziamento già approvati
cd è stato dato il via si grandi lavori per
l'ampliamento dello stabilimento.

Fra i lavori più importanti si segnalano:
l’inizio del riempimento per ricavare dal mare
la vasta arca necessaria al potenziamento pro-
duttivo; l’inizio della costruzione di due nuove
batterie di forni a coke, di un terzo grande
altoforno e di due impiariti per la produzione
di ossigeno. E proseguito l'adeguamento dei
servizi all'aumentata capacità produttiva dei
treni di laminazione a caldo.

Anche la progettata nuova banchina di
accosto dello stabilimento, che consentirà
l’attracco di navi fino a 6a.v00 tonnellate di
portata lorda, è in corso di costruzione.

Quando l'ampliamento sarà terminato, €
cioè alla fine del 1963, la capacità produttiva
annua sarà di 1.550.000 tonnellate di shisa c
di 2 milioni di tonnellate d’acciaiò. .1 nuovi
impianti sono stati studiati tenendo conto
delle più aggiornate tendenze tecnologiche
verso sempre maggiori specializzazioni,



La produzione dello stabilimento sarà esclu-
sivamente quella di laminati piani a caldo e
di prodotti piani rivestiti, stagnati 0 zincati.

La relazione del consiglio di amministra-
zione, soffermandosi ad analizzare la situa-
zione dell'industria siderurgica mondiale, met-
te in risalto la tendenza in atto da parecchi
anni verso una sempre più ampia utilizza-
zione dei laminati piani. Tale tendenza ha
indotto la siderurgia di tutti i paesi ad ac-
celerare l'attuazione dei programmi di po-
tenziamento in questo particolare settore,
soprattutto nel campo delle lamiere sottili
a freddo.

In Italia la produzione di laminati piani
ha raggiunto lo scorso anno 2.675.000 ton-
nellate.. Rispetto al 1959 l'aumento è stato
del 39%, quasi il doppio della percentuale
d'incremento. degli altri laminati, che è sta-
ta cdlel 21%.

I prodotti piani hanno costituito il 40%
del gettito complessivo di laminati contro il
37% nel 1959 ed il 24% nel 1952.

Nel 1960, nonostante il lusinghiero anda-
mento delle produzioni, per soddisfare la ri-
chiesta del mercato nazionale, è stato. neces-
sario importare un quantitativo di laminati
piani superiore del 42% a quello dell’anno
precedente; in totale tonn. 949.000 che, rag-
suagliate ad acciaio grezzo, hanno raggiunto
quasi il 50%, delle importazioni italiane d’ac-
ciaio. Anche le esportazioni hanno, registrato
un aumento, essendo passate da tonn. 270,000
nel 1959 a tonn. 393.000 nel 1960. Il note-
vole aumento conferma la tendenza ad un
sempre maggiore assorbimento del prodotto,
naturale conseguenza della progressiva in-
dustrializzazione del nostro Paese e del ge-
nerale aumento della capacità d'acquisto,

PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E CORNIGLIANO

in miglinin di tonn.

metallurgico

Do nai

HI Corvigliano

Nel 1960 la produzione complessiva delle due aziende nei confronti di
quella nazionale è stata del 48%) per il coke, dell'84%, per la ghisa,
del 37%, per l'acciaio © del 38%, per i laminati a caldo.







zo















ILVA

STATO PATRIMONIALE DEL BILANCIO 1960

in milioni di lire

ATTIVO 31/12) 31/12/59

impianti 166,438 151.629

magazzini 38,513 37.137

crediti 08.332 37.262
273.283 226.028

PASSIVO E CAPITALE

fondi ed accantonamenti vari 106.521 107,170

debiti 95.869 71.526

utile netto 4.893 3.332
273.283 226.028
=== i

CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire























utili industriali e rendite diverse” 21.667
oneri generali:
spese generali amministrative 2.691
interessi, sconti ed accessori 3.174
imposte e tasse 2.659
ammortamenti 8.250)
. 2 16.774
utile netto 4.893
CORNIGLIANO
STATO PATRIMONIALE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire
ATTIVO 31/12/60 31/12/59
impianti 157.358 144.460
magazzini È 35.424 31.689
crediti ì 24.203 31.606
210.985 207.755
PASSIVO E CAPITALE
capitale sociale 50.000 50.000
fondi ed accantonamenti vari 40.233 28.053
debiti _ 123.040 126.021
utile netto 3.712 3.681
216.985 207.755









CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1960
in milioni di lire

utili industriali e rendite diverse 25.289
oneri generali:
spese generali amministrative 932
interessi, sconti ed accessori 0.434
imposte e tasse 2.672
ammortamenti 11.539
21.577
utile netto 3.712





L’ eclissi

Gli uomini hanno violato i mitici confini del
cielo, hanno svelato il mistero dell'altra faccia
della luna, hanno lanciato macchine meravi-
gliase verso il sole.

Eppure, quando la luna è passata il 15 feb-
braio scorso davanti al sole, e per qualche
secondo la terra è improvvisamente piombata
nell'oscurità, gli uomini hanno avuto un attimo
di sgomento, un residuo, forse, di quell’ ance-
strale terrore delle tenebre che per millenni
dovette incombere sui nostri più antichi pro-
genitori.

Ma intanto gli astronomi puntavano î loro
strumenti, preoccupati soltanto di fermare l'at-
timo fuggente di un'eccezionale eclissi totale
del sole, un avvenimento celeste cui in Italia
non si assisteva da altre cent'anni, dall'8 lu-
glio 1842, per la precisione, e che non si ri-
peterà prima del 3 settembre dell'anno 2081.

Le fotografie che pubblichiamo nella pagina
accanto sono tra le migliori ottenute în Italia
durante il fenomeno. La foto a colori, parti-
colarmente riuscita, è stata eseguita nella zona
di Loano, durante la fase di totalità dell'eclissî,
da Edoardo e Pierluigi Chierici, con telescopio
“Questar” e apparecchio Exakon 24x30 (lun-
ghezza focale 1600 mm. — diaframma 1} —
tempo di posa 1/2 secondo — pellicola Kodak
Ektachrome “high speed" 24° DIN).

Si possono osservare nettamente alcune pro-
tuberanze solari in atto durante l’eclissi: la
maggiore a sinistra în alto e altre minori in
basso e a destra, Tali protuberanze sono enormi
fiammate che si sprigionano dal sole, formate per
la maggior parte da idrogeno incandescente. Esse
hanno origine dalle continue apocalittiche esplo-
sioni che avvengono nel sole. Per questa ragione
mutano continuamente di dimensioni e d'aspetto,
Possono raggiungere altezze superiori ai 700-
too mila chilometri. La maggiore delle pro-
tuberanze a sinistra nella foto, ha un'altezza
valutabile a circa 300-400 mila chilometri, pari
alla distanza tra la terra e la luna.

La corona solare, per ragioni di carattere
fotografico, appare di colore tendente al giallo
oro. In altre foto, prese da aerei, a città 4.000
metri d'altezza, la corona risulta invece di co-
lore bianco argenteo, come appariva alla vista
da terra,

La foto în bianco e nero eseguita dall'as-
sociazione astrofili “Urania” di Genova dal
terrazzo del locale museo di Storia Naturale,
sul piano focale di un telescopio rifrattore di
156 mm. di diametro (tempo di posa 1 secondo,
pellicola 6x0, 14° DIN) è stata scattata un
attimo dopo la fase di totalità. Le protube-
ranze in basso sono già coperte dal disco lu-
nare. La conoscenza dell'esatto momento in cui
è stata presa la fotografia ha consentito di
misurarne con grande esattezza le dimensioni.



22

Strade
sopraelevate
d'acciaio

Siamo ad un incrocio qualsiasi, al centro
di una qualsiasi grande città italiana, È mez
zogiorno, l'ora in cui orde fameliche di. cit
tadini interrompono il lavoro, disposti a tutto
pur di raggiungere al più presto la casa © il
ristorante a prezzo fisso. Le strade che
intersecano all'incrocio sono sremite di auto
mobili, autofurgoni, motorette, Lungo i mar
ciapicdi, davanti alle zone zebrate, i pedoni
si accalcano impazienti. La città si divide, nelle
ore di punta, in due fazioni avverse: il partito
del rosso e il partito del verde, Ma ognuno
cambia partito con la stessa rapidità con cui

il semaforo passa dall’ “alt” al “via libera”.
E una battagi

scambiano incessantemente le parti.

assurda tra nemici che si





Fuori di metafora, per poter passare agli
incroci, tutta questa pente non ha che un
sistema: servirsi dell
in un senso, poi nell'altro, seguendo il ritmi
scandito dal
momento della giornata, in altre parole, quelle

c strade a turno, prima



vigile o dal semaforo. In ogni



strade vengono utilizzate solo per da ave



traffico. E dunque come se fossero larghe la é

metà, per cui su di esse può transitare effet
tivamente solo la metà dei veicoli che po
trebbero percorrerle.







Hu
as

Questa è la ragione principale degli ingor-
ghi, delle code sterminate di macchine, delle



numerevoli difficoltà che presenta il traf-



fico nelle grandi c
Il grave probl



preoccupa vivamente
amministratori pubblici, urbanisti, tecnici del-
studiano i sistemi
per risolverlo. Pur facendo le debite propor-

la viabilità che non da og



zioni, si tratta dello stesso problema che si

presentò, poco meno di cento anni orsono,



a) nostri nonni quando st rese necessario tro»
vare una soluzione pratica agli attraversamenti

urbani delle ferrovie e (all’estero) delle tram-

VIC VELOCI, O metropolitane.

Con una decisione e una spregiudicatezza
che orgi ci stupiscono, ì nostri nonni trova-
rono e applicarono senza indugi le due uniche
soluzioni possibili: viadotti ferroviari soprae-

evani o sotto il livello stradale. Molti di tali



viadotti sono ancora in funzi

Anche per risolvere i problemi dell’intenso
traffico delle città moderne si è ricorsi su
larca scala all'impiego di strade a traffico

sopraclevate, E questa una soluzione





che è stata adottata con piena soddisfazione



cià da una quaranti:




ta d'anni in molte perandi
città degli Stati Uniti d'America e, in epoca

piu recente, anche in Germania, in Inghil



terra, in Belzio e in alt

comincia appena ad



ì paesi (in Italia si
Csso a parlarne, come per
il progetto della sopraelevata che, correndo

lungo la zona portuale d



foce del Bisagno

i Sampierdare dovrebbe contribuire a ri-



1a,

solvere i problemi del traffico di Genova).
Buona |

realizzata in acciaio. Sono opere di grandiosa

Mirte cli tali sopraclevate è stata

imponenza © bellezza, degne di figurare tra
le “sette meraviglie” dei tempi moderni.

A chi osservi dall'alto le grandi città ame-
ricane, come New York, San Francisco,
Seattle, Boston, Oakland, Cincinnati, Jersey
City, Houston, le “highways" appaiono come
sinuost nastri che corrono sospesi sopra i
fabbricati. Estremamente suggestivi sono i



punti di incontro e di allacciamento di più
strade sopraclevare, In questi punti si sovrap-
pongono, si intersecano, si fondono fino ad
tto ed anche dieci strade a doppia, tripla,

quadrupla corsia, in un armonioso gioco di

ci
curve, di salite e discese, come in un gigan-
tesco otto volante,

L'acciaio, specialmente nelle più recenti



,
praclevate, nelle quali tta sentire l'evo-

uzione tecnica subita dalle costruzioni metal



liche nell'ultimo decennio, appare come un

materiale capace di offrire all'uomo soluzioni



architettoniche di insospettata clee a c leg-

» che È servito a creare le

Le grandi strade sopraclevate per il traffico veloce co-
struite in America, sovente in strutture d'acciaio,
hanno mepetti nssai sirggestivi. Per imponenza e bel-
lezza csse sono degne di figurare tra le asette mera-
vigliem dei tempi moderni. Nella foto una impressio»
nante veduta aerea di un punto di incontro di varie
strade sopraelevate a Oakland, in California.





Qui siamo sotto la (Gownnus Expressway, una
delle più inte
veloci sopraelevate di New York. È costruita

ressanti arterie della rete di strade



interamente in acciaio, Si noti la snellezza dei

sostegni ad arco,





strutture vagamente “liberty” di una delle
più vecchie sopraelevate di New York, nella
zona del Grand Central Terminal, in funzio
ne dal 1919, è servito anche a realizzare
l'aereo disegno della Gowanus Expressway,
sempre a New York, e delle eleganti so-
praclevate di San Francisco.

Il largo impiego dell'acciaio in questo tipo
di costruzioni è dovuto a molti fattori positivi,
Innanzitutto, la rapidità di esecuzione conse-
guente alla possibilità di programmare paral
lelamente, con un alto grado di precisione, le
varie opere da eseguire in cantiere c in of

cina, al peso limitato delle strutture; al ridotto



impiego di attrezzature per puntellamenti ecc,

Le strutture d'acciaio offrono poi un mi-
nore intralcio al traffico. urbano durante. le
operazioni di montaggio, per la ridotta quan-
tità di materiali da trasportare in cantiere,
c per la possibilità di un immediato montaggio
con l’impiego di semplici autogru mobili,

La prefabbricazione in officina consente
inoltre una programmazione quasi del tutto
indipendente dalle condizioni atmosferiche.

Atro vantaggio, offerto dall’ acciaio, e
particolarmente importante per una strada
sopraclevata urbana, è la possibilità di smon-
tare facilmente le strutture e quindi di appor-
tare all’arteria modifiche anche sostanziali.
Recentemente, nello stato di New York, è
stata completamente smontata. una grande
arteria sopraclevata in acciaio per dar posto
ad una nuova strada, sempre in acciaio,
sulla quale è stata rimontata quella preesi
stente, Ottenendò così una nuova Ajgbmey a
carregguare SOVrapyr Iste.

Un ulteriore vantaggio delle strutture d’ac-
ciaio è rappresentato dal ridotto spazio oc-
cupato dai piloni di sostegno, senza contare
la possibilità di eliminare qualche sostegno
intermedio qualora mutate esigenze del traf
tico sottostante lo esipano: in tal caso sarà
facile smontare le campate interessate € sosti
tuirle con nuove travate di luci maggiori.

Chi teme poi che le sopraelevate in ac-
ciaio siano più rumorose, confonde questo
tipo di arterie con i viadotti ferroviari, dove
il rumore è dato dal contatto tra rotaie e
ruote metalliche. In realtà, non vi è alcuna
differenza, dal punto di vista del rumore,
tra ‘strade in acciaio © strade in materiali
tradizionali, data la presenza di uno strato
di asfalto costituente la pavimentazione e di
una sottostante soletta in conglomerato ce-
mentizio,

Anche in Europa, come s'è detto, non man-
cano esempi di sopraclevate. Ve ne sono a
Londra, ad Amburgo, a Bruxelles. Dal punto
di vista architettonico, tuttavia, le highways
americane appaiono meglio risolte, più ar-
monicamente inserite nel panorama delle cit-
tà, Certamente, le metropoli americane offro-
no problemì diversi da quelli delle vecchie
città europee, Ma le esigenze del traflico im-
pongono una soluzione non ulteriormente
differibile. Spetta ai nostri architetti il compito
li inserire, nel modo più discreto, in una
secolare tradizione architettonica le strutture
da fantascienza delle sopraelevate.



qui sopra: un aspetto di una delle più vecchie sopraelevate americane
costrolte in acciaio, Essa è in servizio a New York dal 1919. A New
York esiste una fittissima rete di strade per il traflico veloce, circa una
trentina, Per la maggior parte esse sono sopraelevate. Molti tratti di tale
rete sono stati realizzati in strutture d' acciaio.

in alto: veduta panoramica della Central Frecway di San Francisco, nel
punto di collegamento con il ponte sospeso sulla Oakland Bay. A destra
nella foto, un tratto di sopraclevata corre lungo la zona portuale.



26



Un'altra veduta della Gowanue Expressway di New York. La sede
stradale soprarlevata corre perfettamente orizzontale, senza seguire i di
slivelli del terreno sottostante. Per questo gli archi di sostegno sono di
differente altezza nei vari punti. Qui l'arteria corre a pochi metri dal
suolo, pur con sostegni di minimo ingombro.



27



Trascrizione di un conto dei salari di 12 mesi versati al personale del Tempio di Nippur (Babilonia). Questa tabella «i trova su una
tavoletta d'argilla rinvenuta a Nippur durante gli seavi condotti a cura dell'Università di Pennsylvania, che rimisero alla luce gli archivi del
Tempio, Circa 20.000 di tali tavolette vennero trovate nella posizione in cui le lasciò il crollo degli edifici. Questo conto risale al 1300 prima
di Cristo, nel periodo in cui su Babilonia regnava re Nazi. Maruttash, della dinastia Cassitica. Per la prima volta in questa tabella, i dati
comprione incolonnati secondo il sistema della «doppia entrata» come nelle tabelle di oggi, con una voce per ogni colonna verticale e un’ ulteriore
distinzione attuata in senso orizzontale, Le prime sei colonne presentano i pagamenti relativi ai primi sei mesi. Nella settima colonna è segnato
il totale del primo semestre. Seguono altre sei colonne con i pagamenti del secondo semestre. una con il totale relativo e un'altra con il totale
generale. Vi sono infine due colonne contenenti dati non numerici. In una, intitolata «a-wi-lu-tum» (uomini) sono specificati il sesso o l'età
0 fa relazione di parentela del percepiente con il capofamiglia, Nell'ultima colonna sono segnati i nomi di tmiti gli stipendiati con le rispettive
cariche: in totale 46 persone, di cui 3 «deceduti» e 5 «fuggiaschi». Fiaurano anche aleuni dipendenti «in missione ».

I bilanci

nell’ antichità

Il giorno in cui fu scoperta la chiave della scrittura cuneiforme,
e Î piccoli segni fitti come fili d'erba e acuminati come punte di frec-
ce cominciarono a parlare, raccontando l'affascinante storia di po-
poli vissuti migliaia d'anni fa in quella Mesopotamia che oggi è una
terra povera e desolata, e allora invece era il fertile cuore del mondo
c aveva cresciuto nel suo caldo grembo i primi meravigliosi semi
della civiltà umana; quel giorno, dicevo, non soltanto gli archeologi
e i filologi, ma anche gli economisti e gli storici della ragioneria eb-
bero il loro momento di felicità. Perché i remotissimi documenti ve-
nuti in luce tra le rovine delle città sumeriche, assire, babilonesi, nei
palazzi dei re e nei recinti dei templi, non contenevano solo testi poe-
tici 0 giuridici, ma anche, ec in misura preponderante, clenchi di mer-
ci comprate o vendute, di imposte riscosse, di debiti contratti, di
terreni dati in affitto; erano cioè pagine di un immenso libro conta-
bile, riaffiorato prodigiosamente dal vertiginoso abisso dei millenni,
Decifrare e riordinare queste pagine fu impresa alla quale gli studiosi
si dedicarono con comprensibile entusiasmo. Alla fine, Pumanità
stupefatta ebbe sotto gli occhi i bilanci delle più antiche aziende agri-
cole e commerciali della storia,



Quello riprodotto qui sopra è uno dei più bei « quipou» incaici conservati al Musco dell'Uomo di Parigi, Gli Incas
del Perù non conoscevano la scrittura, ima tenevano aggiornatissime registrazioni contabili per mezzo di cor-
dicelle variamente annodate e colorate, allacciate ad una corda principale. Il « quipou» della foto registra i
conti delle entrate e delle spese rimessi al tesoro centrale dai governatori periferici. Le condicelle gialle rap-
presentano l'oro, le hianche l'argento, le verdi il grano e quelle rosse i soldati. 1 nodi semplici designano

le decine, i doppi le centinaia e i tripli le migliaia.





a destra: una tavoletta di argilla di Uruk del IV millennio prima di Cristo con registrazioni
contabili relative, secondo le più antorevoti ioni, all'assegnazione di he.
stiame ai pastori, oppure al riscontro di quello già in consegna, alla fine di un
certo periodo amministrativo, La tavoletta è mostrata nelle due facce e di profilo
in quanto le partite del conto, diviso in colonne e caselle, proseguono sull'orlo e
si concludono sul verso con il totale, che è accompagnato dagli ideogrammi del bue
e della mucca, oggetto del conto. La tavoletta reca anche nomi di persone, proba-
hilmente pastori interessati.







‘130

I testi più antichi sono quelli trovati a Uruk (la Frech della Bibbia,
la moderna Warka); risalgono a quasi seimila anni fa, cioè al periodo
in cui i Sumeri inventarono, primi nel mondo, la scrittura; e (qui
sta il vero trionfo degli economisti e dei ragionieri) dimostrano in
modo inconfutabile che la «scrittura non fu inventata per esprimere
idee 0 sentimenti, né per raccontare le imprese dei re, ma semplice-
mente per poter tenere in ordine i conti: per non dimenticare di quante
pecore è composto il gregge o quanti sacchi di grano sono stati affi-
dati alla nave che, scendendo lungo il corso del Tigri o dell'Eufrate,
li porterà a vendere nelle città lontane.

Se i Sumeri avessero usato, per le loro scritture, un materiale de-
teriorabile come le foglie di papiro 0 la pergamena, ben difficilmente
i loro bilanci sarebbero arrivati fino a noi; per fortuna usarono invece
l'argilla, sagomandola in piccole tavolette e imprimendovi poi quei
loro strani segni fitti e acuminati con la punta di una cannuccia tagliata
a zufolo. Una volta cotta, l'argilla diventa eterna: ecco perché oggi
sappiamo tante cose sull'attività degli agricoltori caldei, sui commerci
dei sacerdoti di Ur, sulle aziende bancarie fondate a Babilonia dagli
ebrei deportati da Nabucodonosor. Tutto il quadro di un'economia
florida e complessa è vivo davanti ai nostri occhi grazie a quelle pic-
cole ravole di terracotta che gli scavi ci hanno restituito intatte, come
se l'acqua e il vento e la sabbia dei secoli non fossero passati su di
loro, come se sulla reggia di Mari il sole fosse appena tramontato,
come se la nave carica di grano fosse ancora in viaggio verso il mer-
cato di Ur, lungo il gran fiume del Diluvio.

Se volete farvi un'idea delle dimensioni e dello spessore delle pre-
ziose tavolette, pensate alle gallette di pan biscotto che tutti, qual-
che volta, abbiamo rosicchiato durante le marce militari. Quanto al
loro contenuto, esso è semplicissimo negli esemplari più antichi: la
figura, o il simbolo, di un bue, e accanto un numero, ecco la consi-
stenza della mandria; un lingotto di metallo, e accanto un altro nu-
mero, ccco l'entità di una partita di rame comprata 0 venduta. Ma
con l’affinarsi della scrittura e con l'evolversi dell'economia, ai sempli-
ci elenchi primitivi subentra una contabilità più complessa. Le tavo-
lette appaiono divise in quattro 0 cinque colonne, ciascuna per un
diverso capitolo di entrate o di spese: sul retro sono scritti i totali,
che talvolta riassumono l’attività di un mese, talvolta di un anno in-
tero. A Lagash vennero trovati dei conti di esercizio dei campi che
comprendevano il ricavo, 0 reddito lordo, il costo e, a fianco, il red-
dito netto; e questo, come vedete, è già un bilancio vero e proprio.
Qualche secolo dopo (ma siamo ancora al 2300 a.C.) compaiono sulle
tavolette — diventate più grandi e più regolari rispetto a quelle di
Uruk — gli elementi del conto moderno: il saldo del periodo prece-
dente, la serie di partite positive, la serie di partite negative e il saldo
finale, la rimanenza che si aggiunge a queste ultime facendo “bilanciare”
il conto. È il sistema che ritroveremo nei libri contabili dei commer-
cianti e dei banchieri senesi, fiorentini, veneziani del Medioevo, e da
cui deriverà la contabilità moderna.

Va aggiunto che con il loro sistema numerico (decimale-sessa-
gesimale) gli antichi abitatori della Mesopotamia arrivarono a cifre
di straordinaria grandezza. Un testo cunciforme trovato a Kujund-

‘shik riporta il numero 195.955.200.000.000. Il che fa una certa im-

pressione se si pensa che il concetto di milione si è fatto strada in
Occidente solo nel secolo XIX.

La contabilità degli egizi era molto atfine a quella sumero-babi-
lonese. Di quella greca ci sono rimaste pochissime testimonianze (i

contì dei grandi santuari, perché venivano incisi addirittura su tavole
di marmo); nessuna, se non indiretta, di quella romana, ch'era affidata

a tavolette di legno spalmate di cera, nessuna delle quali — salvo
hissimi esemplari semicarbonizzati a Pompei — ha resistito al-
'assalto del tempo,

Conosciamo invece piuttosto bene i conti dei commercianti e
degli artigiani del primo Medioevo. Ma sono conti molto semplici,
proporzionati alle limitate dimensioni delle aziende e al volume re-
lativamente modesto «degli affari.

È nel secolo XII che il piccolo mondo economico dei Comuni
improvvisamente si dilata. E, col graduale passaggio delle aziende
dalla fase artigianale a quella capitalistica, si sviluppa anche la tecnica
della contabilità, che raggiungerà la sua perfezione durante il Rinasci-

mento, Nei registri privati dei Bardi, dei Peruzzi, dei Barbarigo, come
nei libri della Biccherna senese e nei “cartulari” del Comune di Ge-
nova, compaiono via via la “partita doppia", la contabilità dei co-
sti, l'inventario e il bilancio, il rendiconto, il preventivo, cioè tutti
gli elementi basilari della contabilità attuale. 11 mondo moderno è nato.

Proprio nel secolo XII, in un paese lontano e sconosciuto, il Perù,
fa la sua prima apparizione un curiosissimo strumento che tiene il
posto del nostro registro contabile e che — incredibile a dirsi — lo
eguaglia in utilità. Questo strumento è il “quipou” (di cui vi diamo alle
pagine 28 e 29 un saggio fotografico): è composto di un cordone princi-
pale a due capi, dal quale pendono una cinquantina, è più, di funicelle
divise in vari gruppi. Ad ogni funicella è assicurato un certo
numero di fili ausiliati. Le funicelle sono variamente colorate, e ogni
colore rappresenta un argomento, un capitolo a sé: il giallo, per esem-
pio, indica l'oro, il bianco l'argento, il nero il tempo, il rosso l’eser-
cito, e così via. Su ciascuna cordicella vengono fatti dei nodi: i nodi
semplici rappresentano le decine, î doppi le centinaia e i tripli le
migliaia. In questo modo è possibile eseguire anche i conteggi più
complessi e tenere continuamente aggiornate le statistiche.

I peruviani del periodo incaico non conoscevano la scrittura; era
dunque necessario per loro valersi d’uno strumento che surrogasse }
numeri e i bilanci scritti. Tanto più era necessario, in quanto la strut-
tura del loro Stato era, come oggi diremmo, socialistica (non esisteva
proprietà privata: la terra e ogni altro bene erano “del Dio”, e tutto
veniva amministrato da funzionari statali), € perciò la pubblica am-
ministrazione doveva arrivare dovunque, tener conto di tutto, tra-
durre tutto e continuamente in cifre, aver sott'occhio in ogni mo-
mento un quadro esatto e completo della situazione dell'intero paese,
che contava allora la bellezza di venti milioni di abitanti.

Ebbene, per incredibile che ciò possa parere, il “quipou” serviva
egregiamente a questo scopo. Ogni “quipou” — affidato alle esper-
tissime mani di un funzionario specializzato — era destinato a regi-
strare una delle branche dell’amministrazione; l’insieme di essi rispec-
chiava, dunque, tutta la vita dell'impero incaico. « Con i cordoni
— dice un cronista dell’epoca della conquista spagnola — si governa-
va tutto il regno ».

Naturalmente, ogni funzionario statale dislocato nelle provincie
periferiche aveva il proprio “quipou””, badava a tenerlo aggiornato
in modo che rappresentasse esattamente l'andamento economico, de-
mografico e politico della zona sottoposta al suo controllo, e di tanto
in tanto lo mandava per mezzo di un corriere speciale alla capitale.
Qui i dati contenuti nei “quipou” provinciali venivano subito ri-
portati sui molto più grandi e complessi “quipou” centrali. E così,
a forza di funicelle, di nodi e di pazienza, nasceva il bilancio dello
Stato.

Il lato più stupefacente della faccenda è che l'Inca e i suor alti fun-
zionari riuscivano ad essere informati sullo stato delle lontane pro-
vincie più esattamente di quanto non lo siano oggi certi capi di Stati
moderni i quali, per ricevere le informazioni o per andarsele a cercare,
dispongono di tutti i mezzi possibili, dalla radio ai jets; e non hanno
da far nodi neanche sul proprio fazzoletto.

Naturalmente tutto ciò durò fino all'arrivo di Francisco Pizarro
e dei suoi spagnoli, i quali portarono con sé nel Perù l'arte di scri-
vere e di tenere i conti nei solidi e semplici registri di pergamena, E
fu un vero peccato che proprio da quel momento per i poveri indi-
geni non vi fosse più niente da conteggiare e da registrare. all'infuori
della fame, del terrore e della disperazione.

nella pagina accanto : l'originale e la trascrizione grafica di un conto d'esercizio
d'un campo a conduzione diretta del periodo babilonese di Lugalanda di Lagash
(2.600 a. €). Da questa tavoletta (riprodotta nelle due facce) si possono desn-
mere molti dati: la superficie del campo, la produzione, le quote d'orzo e
di «pelta distolte per paghe e forniture e il quantitativo netto immagazzinato, Sono
quindi comprese in questo conto partite positive e negative, Il saldo, cioè l'entrata
netta, precede i costi, e il totale generale denota l'entrata lorda. (Le foto delle
tavolette babilonesi sono desunte dalla «Storia della ragioneria » di Federigo Melis),





pom i) O Pra o @

nu
Pleo





























Li UNICI
PERFETTI



Una rivista
aziendale
del primo

900

Si discute molto, oggi, se all'industria, e in
particolare alle riviste aziendali, spetti anche il
compito di assolvere ad una funzione culturale.
Più di sessant'anni or sono, per una felice con-
vergenza di interessi diversi, nacque in Liguria,
ad Oneglia, una singolare rivista aziendale de-
stinata ad occupare un posto mella storia della
nostra letteratura. Ce ne parla Luciano Rebuffo.

Dev'essere passato più di un anno. Cera
ancora il pittore Rodocanachi, che io ero
andato a visitare ad Arenzano. Eravamo nel
cantiere di barche del “Richin”, odoroso di
buon legno appena calafatato, Il nostro Sbar-
baro (noi liguri possiamo sempre dire «il
nostro Sbarbaro » come Montale disse « estro-
so fanciullo ») mi si rivolse col suo solito tono
denso di cortesia antica:

«Lo sa che i miei primi versi li scrissi su
“Riviera Ligure”?»

Già, Riviera Ligure! lo ne avevo spesso
sentito parlare, ogni volta che il discorso
correva sui moderni concetti di “public rela-
tions” e sulle attuali riviste aziendali; me ne

RivisrA DI Levante



n 27



1 det —_



aveva parlato anche Leonardo Sinisgalli; AL-
berto Savinio, negli ultimi suoi anni, ricorda-
va di avervi collocato un suo metafisico rac-
conto “Il bagno russo”; ne avevo tanto sen-
tito parlare, insomma, come di un antenato
saggio, rispettabile ed esemplare, come di
una realizzazione ‘ante litteram”, ma. ora
posso dire che non ne avevo un'idea molto
precisa, oh! non l'avevo affatto.

Per farsi un'idea precisa di quello che fu
e rappresentò questa rivista bisogna cercarne
la raccolta, tenerla fra le mani, sfogliarne re-
ligiosamente le pagine, e cavare così da quelle
righe il sapore di quei tempi, e di quell’atmo-
sfera, il valore anticipatore di certi versi e di
certe prose.

Ma andiamo con ordine: fu quella domanda
di Sbarbaro a mettermi addosso, inguaribil-
mente, la febbre di ricerca e fu così che, dopo
aver visitato inutilmente le biblioteche ge-
novesi (soltanto dopo ho saputo che una copia,
donata personalmente da Mario Novaro, si
trova a Palazzo Rosso) mi misi in treno per
Oneglia e là, in quella Biblioteca comunale,
mi fu dato finalmente di scovare la preziosa
raccolta. E trovai anche, incontro altrettanto
prezioso, che il direttore della biblioteca, dottor
Lagorio, era stato a suo tempo segretario pat-
ticolare di Mario Novaro; per tutti quegli anni,
attivi ed impegnati, della rivista, c alla sua
cortesia c gi suoi ricordi personali debbo al-
cune interessanti notizie.

Che cos'era “Riviera Ligure'? Una rivisti-
na, a volte dieci, quindici pagine, stampata
dall'Olio Sasso c inviata con le cassette di
bottiglie d'olio, destinata ai rivenditori e agli
acquirenti.

L'avevano voluta e realizzata i fratelli No-
varo: Angelo Silvio, il noto poeta, c il prof.
Mario, che era stato per molti anni insegnan-
te di filosofia all'Università di Berlino.

nella pagina & fianco: la copertina di “Riviera Ligure",
nel più schietto stile liberty con il motto “Fior da fiore",
e la prima pagina di un numero del 1900,

in ' # gì 3 suna ” di €
clame” della ditta editrice della rivista.

i {i Mala re

Com'era fatta questa rivista? Sulle contro-
copertine la “réclame” (come si diceva allora)
dell'Olio Sasso, e. a piè di pagina qualche pro-
verbio, qualche. frase, per magnificare le
bontà dietetiche dell'olio d'oliva: per il resto
una vera rivista letteraria, senza alcuna con-
cessione. Una rivista letteraria d'avanguardia,
alla quale il carattere antologico nulla tolse
del rigore critico, dell'impegno “avanguar-
distico”, e per questo oggi, a distanza di mezzo
secolo, possiamo dire che essa fu una palestra
per la quale passarono tutte le forze più vive
della nostra letteratura del nuovo secolo.

Conosciamo tutti, più o meno, la strada
maestra seguita dalla poesia e dalla narrativa
italiana dal ’900 al primo dopoguerra, con il
capitolo “vociano"”, con le esperienze de-
cadenti è futuriste, quando il giro di boa del
nuovo secolo fu affrontato serrando i venti im-
petuosi delle prime evasioni metafisiche e dei
primi presentimenti delle prossime apocalissi,
ma pochi sanno di questo sentiero, dimesso, for-
se un po’ in ombra, ma abbondante di virgulti
che dovevano poi prendere prosperosi sviluppi.

L'idea della rivista venne al poeta Angelo
Silvio Novaro, che la diresse infatti dal 1895
al 1899, anno in cui la direzione passò al
fratello Mario, che la tenne fino all'ultimo,
cioè fino al giugno 1919.

Già nel secondo numero (novembre 1895)
il direttore poteva. scrivere: « Molti hanno
trovato la nostra idea, di associare la lettera-
tura all'industria, un'amena e simpatica no-
vità fin de siècle e l'hanno acclamata... ».

Come si vede, c'era la coscienza di operare
quel tentativo pionieristico per ottenere quel-
la saldatura tra arte e industria che ancora ai
giorni nostri trova impegnate le forze più
attente e sensibili del mondo della produzione
e della cultura.

La rivista si impose subito all'attenzione della
critica, tanto che ne parlarono il “Corriere
della Sera”, la “Gazzetta del Popolo” e
“POsservatore Cattolico” anche sé, per la
verità, quelle prime annate erano abbastanza
dimesse, con larga ospitalità a bozzetti di
colore sui luoghi della riviera “dell'olio”.

Ma nell'agosto del 1899, sotto la direzione
di Mario Novaro, la rivista assunse quel ca-
rattere culturalmente impegnato che doveva
mantenere per vent'anni: apparvero le firme
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, di Giovan-
ni Cena con la sua poesia “Il pollivendolo”’, di
Salvatore Di Giacomo col melanconico “di-
menticato” che guardando l’aquilone s'ad-
dormenta, di Adelchi Baratono con uno
stralcio del suo romanzo inedito “La vita in





patina

Sommario del Num. 505.:

Porse x Prost: Prefudictto muzinlo, di fieurgo Tio — Micce romanzo tratto da una dog-
gendo, di Grazia Debedda — lunsernne; 4 famali; Dime Gabriele Rousetni; Spe d'im-

tin Domo d' Cuenti
DCLA CASA P. SASSO vati

ARGOTIAZIONI
Nd Rogi È fa Pall fata L ae
n + | tit tie

da ton Con pe n Ti ' «
PREMI GRATUITI: &==:=csor neri i
' ro qu pr da canile i ni peso. alter Poma servo 4 anatre di r





> Seiudilte, di Diego: Garoglio — Vidia, di Cercanto Roccatagitata-Coccerdî — N Anno VI È. 2, — Oneglia. Gi i ;
d \ VT yo avricita l'orizzonte al prromi colti del sbunitobir,
Sei te, sl Mario Morano — = Dalla ® Storie di me noie saperiore ,, di Adobio Save pi II dele villa aiurae le dare inelti ade,
Ibersazzi — Cimilere faraelita, di Dorsenica Tumiati — Fhe è Mei, di Gionroge Lipporiok Sommario : i
Dinnoni: La sorgente, di Plinio Nomellini — Comitero Zirarhita, di G. B Crema. Prose Fre; Mawvorse di Primiero, per SIIT VELE TTERIE. È PITOIRA NE

dudia, Uaccardo Moceat
dgzondi delle rasdatte,

lane da
aan pe

ptaimpati nuî pialbono «all'arte
U maze ranoto hutle soote0 le cite. sale ariani

ln cormprisa: Giacchi, l'remi, sca, noe

: I Denizione «& primavera, fd Star % Quarto, i
Tacti 1 diritti rinorvnti i tbrgalo ce ati Riad rire rod È fatto gli dî scogi millemari calle grandi corti





Fitero

Associazioni: Ital», L. 4,50

E =— - è
— _————————_—_—_——

pro è di x

ta Mitefano Ligaro, fetdlensnne sn 3 «i pesa
Agrnta sraprrminit è cilde dei : city n
Litio Arta Egew Vinni® perse è # Ulation Alto (ala Toapia
Por ta fnò dell ipa prepartrone gue veri 3° +3 atti mè - x
masmameto Mamme PLM}A, (e | a tie sì : 7
pie

pelli; — ambo guenni'onna ne abbiamo afiizia (0a casino al

due". E anche di Giovanni Pascoli, che scrisse
per la rivista un “Inno all’olivo”.

Come si vede, tutti nomi grossi, nomi co-
munque che segnavano, per lo stile e l'ispi-
razione, la saldatura tra il secolo morente e
quello nuovo, ma ad essi presto seguirono gli
“anticipatori”, le vere scoperte di Mario
Novaro, che si chiamavano Palazzeschi, Sbar-
baro, Campana, Boine, Govoni.

Ma cominciamo a parlare dei primi, e della
loro collaborazione alla rivista: bisogna notare
anzitutto che la rivista pagava i suoi colla-
boratori, e molti di loro ne avevano veramen-
te bisogno, Si ebbe così un primo esempio
di un'industria che faceva da mecenate agli
artisti,

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi fu il colla
boratore più assiduo, e sicuramente il più
“squattrinato”:

«E tu, poeta, come una lodola in tra la
stoppia, comincia il tuo canto sul primo ros-
seggiar del di, levati con il sole per cielo,
come una lodola... » così la sua poesia “Eterna
illusione” illustrata da un disegno del No-
mellini, e pareva un'autobiografia, perché egli
infatti partiva da Genova portando. sulle
spalle la gabbietta col suo uccellino e faceva
il percorso parte a piedi parte con carri tro-
vati lungo la via, e arrivava a Oneglia presso
Mario Novaro che lo ospitava e rifocillava, €

= Mrerchiezo dei sabato, L'on Fiorca
Aucesteazione: Fra Suurla € Kuattà,

mia ida avatar ava
KEFEAZA II ZA e LECTIO

PICCOLE PROSE

cave, dallo aganglerato rino «i spavento salle
mosconi bocche comnruite mnniro all'etarno sb
pacchia Cali atylano, Su ciglià e bocche gorpuglia
V'inpeto del Botta, sorpama, € sclla sesta sone eo
dal maree si campo ini nageratà di bangivi capetib

dinokve cane dn setud sgnana sil ddr

Fr. 8.60.
Un Mecicolo Cont. 00; per siogio Cent. 80,

Memorie di Prima Vera



ibuthe

rad ipialeto posa Maria
Nena, è proget arrivata da Pri

u'argenta, vi
pani = corre hu faggi, N° Allarga hm quatelià su
perbate su pencdali Lanarnani chi calore, 1 ile
siro din fortamete Bungo le srasziore < squali.

A pratti poenipizà <om ani «Poncho sunniti l'ala
«i piaggio; nn fiato umidi di ingalto por dr strade,
lanbersio | svsrrigrael some miri iutsad Mia han:

=)

magna PD dmn vuasi <irodere — Bota sal Moni
erpipire al rametto rueio Li sua La puote allor: «mae phove® qiarena che ba IVO; "
chie v'afanela gueciando di pioggia sm dà un maerta fuse evicata ber)i cumren un + guianni
MEwtbazia movida mi ENT i Lila detto «dune Certo Landerò ame queta, 7 tuta seta È
vento parta lunghe faghe di supsute ped chelii | guiste Louonaiv forno ca Premasgre amule da vi
W vevcide asderio, 4 sormni, | cinrivoti ivi vivadi di srmaitto è doni Td dle A
tliazo d'un Qeddo cimitero + uma stenciatss po Bppore La mi imvebadilatà @ que donia hse id spit
dna aprpprizon Be autre, riesce same riviera di rido | domani e rterijin e mongpnnininii Bò ni 4 rw dè ga 5
la Cana 3", Pirormer ex SPNAzAS dî Oneglia mssita gratia + camini dei mer tti
ML earivo vergioi ° puusoti Ai segg deli) Amore Lage

gli concedeva ... generosi anticipi sulla futura
collaborazione, compreso il biglietto di terza
classe per il ritorno in ferrovia.

I soldi non abbondavano, in tasca ai poeti
dell’epoca, tanto è vero che ancora nel 1912
troviamo sulla rivista questi versi di Pietro
Jahier, in una “Canzone per arrivare alla
fine del mese”: «Oh voi scarpe annuali,
scarpe uniche, fate l'ultimo sforzo! ».

Del resto, possiamo citare anche un “post-
scriptum” di Giovanni Pascoli, in una let-
tera indirizzata a Mario Novaro il 12 novem-
bre 1900: « A_ proposito de “La Messa” e
delle altre poesie che posso mandare dirò
che io sono un prete molto povero ma che
non voglio chiedere compenso alle messe
che celebro. Certo accetterei l'elenrosime, se mi
si desse », Come dire: non compenso *“con-
trattuale” alle poesie, ma sussidio al poeta.

Anche il Pascoli, del resto, fece varie volte
il suo bravo viaggio ad Oneglia, ospite di
Mario Novaro.

La testata della rivista era del più schietto
stile “liberty” col motto “Fior da fiore”. Le
illustrazioni, dello stesso stile, erano solita-
mente opera del Nomellini, di Giorgio Kie-
nerk o del De Albertis, quello stesso che tanto
collaborò alla “Gazzetta di Genova”.

Ma va sottolineato che la veste era tutt'altro
che lussuosa, la carta spesso scadente, il nu-

mero delle pagine sempre diverso e anche la
periodicità era un po' arbitraria, sicché la di-
gnità della rivista era affidata esclusivamente
al contenuto,

A Novaro non mancava certo il coraggio,
se si pensa che i destinatari erano poi i commer-
cianti e le massaie, in tempi piuttosto digiuni
di lettere, e certi numeri, magari senza un'il-
lustrazione, portavano esclusivamente una
poesia di Campana, un racconto di Bontem-
pelli, una novella di Onorato Fava.

Scorrendo la rivista si coglie tutto il fer:
mento della letteratura dell’epoca, compresa

la polemica intorno al ‘“macchinismo” che
divideva allora nostalgici e futuristi.
Ecco una poesia di Giovanni Marradi,

sulla ferrovia Livorno-Cecina:
« Hai veduto, Catone? Il solitario
Castiglioncello e l'erama costiera
ferve ora d’opre; ormai la vaporiera
ti minaccia la pergola e il pomario.
Alla vocal tua pergola, giuliva
di fringuelli, di merli e di frusoni
sovrasta col suo traino di vagoni
la deprecata invan locomotiva ».

Ma ad essa segue questo inno di Ceccardi
“In morte di Leone Delagrange, creatore di
carri alati”:

« O guidator del carro che in ar l’ali d'uccello
apre, e il vento chiamavi tuo fratello maggiore».



(o

| 34

PER | LETTERATI

VOTO e

n ctr elle



tr
dl

i



i
[LESo gone #1 pre ped done patrie Rec has
Mie + Je Pri er dii dea Bisi | Appl n Las
mie rta tra A Mapei

© dente è ume Ag + gno
re ®© Lorioi de carrgra ione

Pula nuti eteiaga. im Sen e
lim ce me fuit de foga di dale) di Mirra fd, i
-_



in alto a sinistra: cero come si presentava la rubrica
letteraria di Riviera Ligure”, una rubrica particolar-
mente aggiornata ed agguerrita, curata dapprima dal
Lipparini e poi dal Boine, Nella pagina che pubbli.
chiamo è riportato un lusinghiero giudizio sulla rivista
comparso in quel periodo sul +“Telegrafo” di Livorno.

N poeta Camillo Sbarbaro (nella foto qui sopra) pub.
blieò i suoi primi versi su “Riviera Ligure".

in alto a destra: Dino Campana studente a Faenza
con un gruppo di compagni (il poeta è al centro della
foto) e in un ritratto della maturità, Campana fa uno
dei più assidui collaboratori della rivista che si può
dire fu una vera “palestra” per le forze più vivo della
letteratura italiana del primo Novecento. (Per gentile
concessione della Casa Editrice Vallecchi).

Né mancava Papini, che faceva il cinico
col racconto ‘453 lettere d'amore” che co

minciava così «Son 453. lettere d'amore,
tutto quanto resta di un grande amore» e
continuava calcolando i chili di carta, i fran-
cobolli, l'inchiostro impiegato cce., uniche con-
crete realtà di un amore finito.

Ma coi giovani (giovani allora, s'intende,
e quanti anni sono passati, anche per la
poesia!) ceco tutta la delicata malinconia del
secolo nuovo, inquieta, quasi presaga della
bufera.

A Saba che dice:
« Spesso, quando fa buio, esco di casa
per rifare la via di città vecchia
dove in qualche pozzanghera si specchia
qualche: fiammella, e più turpe è la strada... »

risponde Giovanni Boine:
« Darci

e a tutti fa eco Sbarbaro, col suo “Scora-

alla macchia e viver come pare... »

mento”:

« Talora sulla sponda della via,
preso da un infinito scoramento

mi seggo: c dove vado mi domando,
perché cammino... ».

Dino Campana, nelle pause del suo furente
e doloroso peregrinare, mandava alla rivista
i suoì versi tragici, tutti raccolti poi nei
“Canti Orfici”, comprese quelle toccanti poe-
sie su Genova che tutti conosciamo.

Importante, tanto aggiornata quanto ag-
guerrita era la rubrica letteraria, con recen-
sioni scanzonate, curata dapprima da Lippa-
rini e poi da Giovanni Boine. Col Boine la
rubrica assunse il titolo, abbastanza eloquente,
di “Plausi e Botte” ed infatti in essa si mulina-
va il randello della critica con giovanile
irruenza.

Tutte quelle recensioni furono poi raccolte
in un volume dal titolo “Plausi e Botte”
edito da “Riviera Ligure”.

In un numero del 1917, lo stesso Mario
Novaro doveva scrivere questo accorato ri-
cordo di Giovanni Boine, spentosi tristemente



a soli trent'anni « ... palpava le cose con amore
di bimbo, con gli occhi e con la mano... Fu
il primo ad apprezzare Rebora, Campana,
Sbarbaro, Bernasconi ».

Con la prima guerra mondiale, la rivista
non cambiò tono anche se, per economia di
carta, saltò qualche numero. Apparvero i
canti patriottici di Jahier, certe corrispondenze
di Soffici, e alcuni canti popolari di soldati
in trinota: « Appena giunto al reggimento
una letterina mi vidi arrivar... ».

Ed ecco apparire Ungaretti:

« Stanotte
ho sognato
una gran piana striata... »,

Infine, nel settembre del 1919, la
cessò le pubblicazioni malgrado il dissenso
ande dolore di Mario Novaro.

rivista



cilg

Dolore più che giustificato, se si pensa che
la pubblicazione aveva coraggiosamente aper-
to una strada che solo trent'anni dopo, cioè
dopo il secondo conflitto mondiale, sarebbe
stata seguita dalle industrie più illuminate.

Per dare un'idea dell'importanza di quella
palestra letteraria non bastano certo queste
nostre sintetiche note, pur tanto commosse;
ma basta sicuramente un elenco, anche se
incompleto, dei più importanti collaboratori:
Alvaro, Baratono, Bernasconi, Boine, Bon-
tempelli, Borgese, Campana, Capuana, Cecchi,
Deledda, Di Giacomo, Govoni, Gozzano,
Jahier, Moretti, Palazzeschi, Papini, Pascoli,
Pieri, Pirandello, Saba, Saponaro, Savinio,
Sbarbaro, Slataper, Soffici, Titta Rosa, Tu
miati, Ungaretti.

A chiusura, mi sembra bene citare le parole
che lo stesso Mario Novaro scrisse più tardi,
in ricordo della propria rivista:

« Vennero ad essa i più valenti scrittori del
primo ventennio del secolo; fu generoso e
libero campo nel quale si videro accolti
dapprima e si affermarono non pochi dei
poeti e prosatori più nuovi e vivi della nostra
letteratura contemporanca, € singolarmente i
liguri vi compaiono ».

Position: 412 (59 views)