Il nucleare italiano

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Descrizione
All’indomani della guerra, mentre l’Italia ricostruiva se stessa e le sue fabbriche dalle macerie, si accese una nuova promessa: quella dell’energia atomica. Era il 1948 quando, all’interno dell’IRI, nacque Finmeccanica, e con essa iniziò la nuova stagione dell’Ansaldo, entrata nel gruppo statale dopo aver riconvertito la produzione bellica in industriale. In quegli anni la parola “energia” divenne sinonimo di progresso, di fiducia nel futuro. L’atomo, da strumento di distruzione, si trasformava in fonte di sviluppo e di indipendenza energetica.

Nel 1949 la costituzione di Ansaldo San Giorgio sancì il rilancio del settore elettrotecnico: turbine, alternatori, generatori e componenti per le centrali termoelettriche e, presto, nucleari. Proprio in quegli anni l’Italia si univa alla corsa atomica internazionale, con l’ambizione di coniugare ricerca scientifica e capacità industriale.

Il Progetto Nucleare Italiano prese forma negli anni Cinquanta. Tre furono le prime centrali destinate a segnare la storia dell’energia nazionale: Borgo Sabotino (Latina), Garigliano (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli).
L’Ansaldo ebbe un ruolo fondamentale nella progettazione e costruzione dei macchinari – turbine, generatori e apparecchiature di controllo – per ciascuno di questi impianti.

- Borgo Sabotino, entrata in funzione nel 1962, fu la prima centrale nucleare italiana. Di tecnologia britannica (Magnox), simboleggiò l’ingresso dell’Italia nel club delle potenze atomiche civili.
- Garigliano, inaugurata nel 1964, rappresentò invece l’alleanza tecnologica con gli Stati Uniti, essendo un impianto a reattore ad acqua bollente (BWR) di concezione General Electric.
- Trino Vercellese, anch’essa del 1964, adottò la tecnologia ad acqua pressurizzata (PWR) statunitense, segno di un’Italia capace di dialogare con più scuole ingegneristiche.

Su queste tre colonne si fondò la prima stagione dell’energia nucleare nazionale. In parallelo, l’Ansaldo si riorganizzò per affrontare la complessità dei nuovi progetti: nel 1966 nacquero ASGEN (Ansaldo San Giorgio Compagnia Generale) e AMN (Ansaldo Meccanico Nucleare), due realtà specializzate rispettivamente nel settore elettromeccanico e in quello nucleare.

Negli anni Settanta, in collaborazione con il CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) e il CISE (Centro Informazioni Studi Esperienze), prese vita il progetto CIRENE (CISE Reattore a Nebbia), realizzato a Latina e mai completato. Si trattava di un prototipo interamente italiano, un reattore ad acqua pesante in pressione con ciclo naturale dell’uranio, concepito per garantire autonomia tecnologica e indipendenza dall’estero. Pur non entrando mai in esercizio commerciale, CIRENE rimase una straordinaria testimonianza di ingegno e competenza nazionale, frutto del lavoro congiunto di Ansaldo Meccanico Nucleare, CMI e PMN, e simbolo della fiducia dell’Italia nelle proprie capacità scientifiche.

Accanto a Latina, un’altra frontiera della ricerca prese forma: il Centro Nucleare del Brasimone, sull’Appennino bolognese. Avviato nel 1962 dal CNEN con la partecipazione tecnica dell’Ansaldo, il complesso ospitava impianti sperimentali per lo studio dei reattori veloci raffreddati a sodio liquido e dei cicli del combustibile nucleare. Qui furono sviluppate apparecchiature d’avanguardia – pompe, scambiatori di calore, circuiti primari e secondari – e testati componenti per i progetti europei più avanzati, tra cui il reattore PEC (Prova Elementi Combustibile).
Il Brasimone rappresentò il cervello del nucleare italiano, il punto di contatto tra ricerca, industria e formazione tecnica: una palestra di innovazione dove l’Ansaldo svolse un ruolo determinante nel tradurre la scienza in tecnologia concreta.

Da questa esperienza nacque anche la partecipazione italiana al grande programma europeo dei reattori veloci autofertilizzanti, che trovò il suo apice nel progetto Superphénix, avviato in Francia negli anni Settanta. L’Ansaldo contribuì alla progettazione e alla fornitura di componenti per gli impianti di prova e per i sistemi ausiliari, portando il proprio know-how meccanico e nucleare oltre i confini nazionali. Il Superphénix rappresentò il sogno condiviso di un’Europa tecnologicamente autonoma, capace di generare nuova energia dal combustibile esaurito, e segnò uno dei momenti di massima integrazione tra industria italiana e ricerca internazionale.
Gli anni Settanta si aprirono tra speranze e difficoltà. Le crisi petrolifere riaccesero l’interesse per il nucleare, ma le tensioni politiche e le preoccupazioni ambientali iniziarono a frenare l’entusiasmo. In questo contesto Ansaldo continuò a rappresentare un punto di riferimento: turbine a vapore, generatori, sistemi di controllo e componenti meccanici per centrali in Italia e all’estero portarono il marchio genovese nel mondo.

Il nuovo grande progetto fu la centrale di Caorso (Piacenza), iniziata nel 1970 e collegata alla rete nel 1980-81. Fu il fiore all’occhiello del Raggruppamento Ansaldo, nato per unire le forze del gruppo e competere sul mercato internazionale. Caorso, a reattore BWR di seconda generazione, divenne la più potente centrale nucleare italiana (840 MW) e uno dei migliori esempi di cooperazione tra industria nazionale e know-how straniero.

Contemporaneamente, si lavorava al progetto della centrale di Montalto di Castro, concepita come impianto di nuova generazione e destinata a essere la più grande d’Europa. Ma la storia cambiò direzione nel 1986: l’incidente di Chernobyl scosse le opinioni pubbliche mondiali e riportò l’atomica civile al centro delle paure collettive.

L’anno successivo, con il referendum del 1987, l’Italia decise di abbandonare definitivamente il nucleare.
Montalto di Castro, nata per essere la più grande centrale nucleare d’Europa con due reattori ad acqua bollente da quasi mille megawatt ciascuno, non fu mai completata: i lavori, ormai a uno stadio avanzato, vennero interrotti e l’intero complesso fu riconvertito a centrale termoelettrica a ciclo combinato, divenendo negli anni Novanta il più grande impianto convenzionale d’Italia. Caorso, entrata in esercizio nel 1981 e per anni fiore all’occhiello dell’ingegneria italiana, fu invece fermata nel 1990 e destinata al decommissioning, affidato alla neonata società statale Sogin. Qui il combustibile nucleare fu trasferito all’estero per il riprocessamento e, progressivamente, gli impianti vennero decontaminati e smantellati. Due epiloghi diversi, ma accomunati dalla stessa fine: la chiusura di un percorso industriale che aveva unito scienza, industria e visione, e che si spense non per mancanza di competenze, ma per una scelta collettiva di prudenza e di rinuncia, e anche –forse- per una comunicazione incompleta e una percezione pubblica distorta, incapace di distinguere la ricerca dalla paura, la conoscenza dal rischio.

Eppure, in quel trentennio di esperienze – da Borgo Sabotino a CIRENE, da Caorso a Montalto di Castro, passando per il Brasimone e per le collaborazioni europee del Superphénix – si concentrò una straordinaria stagione di ricerca, ingegneria e visione industriale. L’Ansaldo, con i suoi laboratori, officine e squadre di progettisti, fu la vera protagonista di questa avventura: interprete di un’Italia che credeva nel progresso, nella scienza e nella capacità di costruire il proprio futuro con le proprie mani.
Oggi, guardando ai resti delle cupole reattore e ai disegni di quei progetti, il percorso del nucleare italiano racconta più di una vicenda tecnologica: racconta un’epoca di fiducia collettiva, in cui energia e conoscenza sembravano le due facce della stessa promessa di modernità.

I materiali fotografici selezionati per accompagnare questo racconto provengono dall’Archivio Fotografico Ansaldo, un patrimonio visivo unico che documenta oltre un secolo di storia industriale italiana. Le immagini restituiscono una panoramica generale dei principali siti e impianti legati alla produzione di energia atomica in Italia e mettono in luce il ruolo determinante dell’Ansaldo nella progettazione, nella costruzione e nella fornitura dei macchinari elettromeccanici destinati a queste centrali.

Accanto a questa visione d’insieme, una parte del percorso iconografico è dedicata a un approfondimento specifico sul progetto CIRENE, il reattore sperimentale ad acqua pesante di concezione interamente italiana, tra i progetti più ambiziosi della storia industriale e scientifica italiana nel secondo dopoguerra.

Fu concepito negli anni Settanta come reattore ad acqua pesante e uranio naturale, con l’obiettivo di emancipare l’Italia dalle dipendenze tecnologiche e dalle forniture estere di combustibile arricchito.
L’idea nacque all’interno del CISE (Centro Informazioni, Studi ed Esperienze), fondato nel 1946 a Milano da un gruppo di scienziati e industriali italiani, tra cui Giorgio Salvini, Carlo Salvetti, Edoardo Amaldi e personalità del mondo produttivo come Edison, Ansaldo, Pirelli, Montecatini e CGE.

Il CISE, che collaborava con il CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), mirava a sviluppare un reattore “italiano” in grado di utilizzare uranio naturale – reperibile senza bisogno di arricchimento – e acqua pesante come moderatore e refrigerante.
Il CIRENE, acronimo di CISE Reattore a Nebbia, fu progettato come reattore ad acqua pesante bollente (HWBWR) da circa 40 MW elettrici.

La sua particolarità consisteva nell’utilizzo di acqua pesante (D₂O) sia come moderatore che come fluido di raffreddamento, in modo da consentire il funzionamento con uranio naturale metallico.
Il circuito primario operava in condizioni di ebollizione controllata, da cui il nome “reattore a nebbia”: il vapore generato nel nocciolo alimentava direttamente le turbine, eliminando la necessità di scambiatori di calore intermedi.

Le principali forniture meccaniche e strutturali furono affidate all’Ansaldo Meccanico Nucleare, che curò la realizzazione della vasca reattore, le pompe di circolazione, le apparecchiature di controllo e sicurezza e le turbine, in collaborazione con Costruzioni Meccaniche Industriali (CMI) e Produzioni Meccaniche Nucleari (PMN).
I lavori di costruzione iniziarono nel 1978 presso il sito di Borgo Sabotino (Latina), accanto alla centrale Magnox già esistente.

Durante gli anni Settanta, con la crisi petrolifera e il rinnovato interesse per l’autonomia energetica, il CIRENE fu più volte rilanciato come “progetto pilota” per una futura filiera nucleare nazionale, ma problemi di natura tecnica e politica ne rallentarono l’avvio.

Il caricamento del combustibile e l’avvio a potenza non avvennero mai: nel 1983 il reattore era sostanzialmente pronto, ma mancavano le autorizzazioni operative definitive.

Il CIRENE non produsse mai energia elettrica, ma lasciò un’eredità scientifica e industriale di grande rilievo.
Fu il manifesto della competenza tecnologica italiana nel campo nucleare: dalla meccanica di precisione ai sistemi di controllo, dalla progettazione integrata al coordinamento tra enti di ricerca e industria.
Nel 1986, dopo l’incidente di Chernobyl, il progetto fu definitivamente abbandonato; il sito fu decommissionato e l’impianto rimase come testimonianza tangibile di un sogno tecnologico nazionale.

L’esperienza del CIRENE influenzò tuttavia numerosi progetti successivi: dagli studi sui reattori ad acqua pesante e moderazione mista ai programmi europei sui reattori veloci, fino alle collaborazioni tra Ansaldo, ENEA (nuovo nome del CNEN dal 1982) e partner internazionali per la sicurezza nucleare e lo sviluppo di sistemi di generazione avanzati.
Soggetto produttore
Ansaldo (1853 - ***)
Lingua prevalente
ITALIANO - Italiano - IT
Soggetto conservatore
Fondazione Ansaldo - Gruppo Leonardo

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